Articolo di Newspedia: “Sinistra riparta da Mazzucato e Piketty”

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Thomas Piketty e Mariana Mazzucato delineano due policy complementari che i progressisti farebbero bene a raccogliere per la rinascita di una vera e unita Sinistra. Proprio al fine di concretizzare l’avanzamento umano e ambientale, il contenitore futuro de “La Cosa” che in Italia ancora non c’è dovrebbe essere coraggioso e inclusivo, considerando le diverse competenze, gli errori e la storia di ciascuno. E dunque non potrà prescindere da contributi intellettuali importanti, neppure da personaggi discussi come Massimo D’Alema.

E’ questa l’analisi di Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta che nel giro di un anno ha pubblicato due libri ad alta valenza sociale: “I panni sporchi della sinistra” (con Ferruccio Pinotti, per Chiarelettere, per mesi in cima alle classifiche) e “Calcio, carogne e gattopardi”, pamphlet autoprodotto che suscita un interesse crescente nel pubblico e nella critica. In un incontro tenutosi il 2 dicembre a Modena, nel palazzo storico che si affaccia sulla torre Ghirlandina, l’autore ha presentato l’ultima opera assieme a Michele De Lucia, voce storica di Radioradicale e tra i primi giornalisti a denunciare la degenerazione della sinistra italiana e gliaccordi occulti con “l’avversario” Silvio Berlusconi: nel libro “Il Baratto” (Kaos, 2008) e “Il Berluschino”(Kaos), fresco di pubblicazione e incentrato sulla figura del premier Matteo Renzi. La serata ha visto la partecipazione attiva del pubblico e del variegato parterre de roi: daLegambiente a Libertà e Giustizia, dal segretario modenese di Sel Gianni Monaco all’economista Emilio Costantini, ex analista della Cbs a Sydney. A margine dell’incontro Santachiara, noto per aver scoperto nel 2011 il primo caso di legami tra la mafia e il Pd di governo al nord, si è soffermato sul dibattito in corso relativo alle questioni socio-economiche di un Paese in crisi permanente.

Nei giorni scorsi aveva commentato la “svolta keynesiana” di Massimo D’Alema, a seguito diun’intervista concessa al Corriere della Sera in cui l’ex premier proponeva di ripartire dagli investimenti pubblici e di abolire il gap fiscale tra i paesi dell’Unione europea. Pur sottolineando il ripensamento tardivo e l’autocritica “poco approfondita” sui danni cagionati dai governi di centrosinistra, Santachiara ha apprezzato lo sforzo eterodosso con il quale D’Alema ha inteso sfidare i dogmi dell’austerity e del liberismo imposti dalle Tecnocrazie:

“Una voce autorevole si frappone al percorso di continuità gattopardesca che unisce in un simbolico fil rouge i premier Monti, Letta e Renzi, non legittimati dalle elezioni politiche. In particolare – ha continuato – questo governo di maschere procede come un caterpillar di stampo “thatcheriano”, sostenuto da poteri finanziari italiani e internazionali, nell’opera di smantellamento delle reti pubbliche sfuggite alle svendite passate, del sistema di welfare e di diritti del lavoro. La china discendente impoverirà altri gruppi della classe media e getterà nella disperazione le fasce deboli, alle prese con minori protezioni sociali e, malgrado la fase recessiva, con la crescita di tariffe dei meno efficienti servizi locali per effetto degli oligopoli di società miste pubblico-privato che sublimano la rendita finanziaria. Il tutto è abilmente dissimulato dalla tecnica della “light, ordinary and shock disinformation”: i media sono corresponsabili della deriva a-democratica renziana con i suoi frutti avvelenati del disimpegno civile e dell’astensionismo elettorale, non solo per l’occultamento di notizie fondamentali quali i reali effetti dei trattati europei che hanno reso l’Italia schiava dei Patti di stabilità e dei relativi costi esiziali della cosiddetta “austerity”, ma anche perchè hanno adoperato scandali di mafia e corruzione, presenti sia nel pubblico che nel privato e naturalmente da debellare, al fine implicito di destrutturare comparti e servizi statuali”.

Massimo D’Alema, che di alcune campagne è stato vittima negli anni passati, ha citato ad esempio proprio Thomas Piketty e Mariana Mazzucato, autori dei bestseller “Il Capitale del XXI secolo”(Bompiani) e “Lo Stato innovatore”(Laterza), i quali, secondo Santachiara, dovrebbero essere i principali cardini nell’orizzonte della nuova sinistra.

Il giornalista d’inchiesta rilegge “le tesi di Francois Mitterrand sui due socialismi: l’uno solidale e l’altro creatore di avanzamento sociale. In questo solco di grande ispirazione progettuale (esulando dunque dal giudizio complessivo sul presidente Mitterrand, nella misura dei rapporti tra partiti di sinistra e della retromarcia dopo il promettente avvio all’Eliseo in tema di nazionalizzazioni e sostegno ai lavoratori) vanno inquadrate le politiche redistributive che Piketty vorrebbe dispiegare attraverso la leva fiscale progressiva e qualitativa contro le rendite. Lo studio del filosofo ed economista francese è importante – sottolinea Santachiara – ma necessita di un lavoro complementare poiché in ogni squadra, se vogliamo usare una metafora semplice, la fase della difesa e del contropiede andrebbe sempre associata a quella dell’attacco. All’impegno di tipo fiscale per ridurre le sperequazioni di patrimoni e redditi nel mercato attuale, è quindi fondamentale associare le policy postulate dalla professoressa Mariana Mazzucato sullo Stato innovatore, un sistema pubblico capace di sospingere, e di disegnare ex novo, settori economici che migliorino la qualità della società e dell’ambiente, investendo in modo lungimirante e coraggioso. Non a caso Mazzucato fa riferimento agli insegnamenti di John Maynard Keynes sulla domanda e la necessità di aumentare la spesa sociale, ma anche alle teorie di Joseph Schumpeter sul risk”.

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Stefano Santachiara ha ricordato un altro dibattito cui aveva assistito pochi giorni prima sempre in Emilia Romagna, regione che grazie al pragmatismo riformista del Pci seppe costruire un sistema di welfare d’avanguardia. Al teatro Ariosto di Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna “La Repubblica delle idee” Mazzucato ha dialogato col direttore di Repubblica Ezio Mauro esponendo “dati empirici e concetti in grado di rovesciare la prospettiva da un punto di vista economico e innanzitutto culturale”.

Il percorso di comprensione e diffusione delle idee che ha affascinato il pubblico, secondo l’autore de “I panni sporchi della sinistra”, rappresenta un simbolico feedback, trattandosi della “risposta implicita all’invito rivolto da Piketty agli accademici: saper interagire con gli studenti-cittadini estendendo l’orizzonte dei programmi didattici in una reciproca emancipazione, contaminazione e scoperta”.

All’incontro di Reggio era presente in platea anche il segretario della Fiom e probabile futuro leader di sinistra Maurizio Landini: “Peccato che si tratti di concetti che non esistono – ha detto Landini – semplicemente sono estranei ai politici italiani”. Il commento di Santachiara sul blog è significativo:

”Sarà. Forse è proprio da idee emancipate e ambiziose, come il “siate realisti, chiedete l’impossibile” degli anni ’70 o se si vuole il più moderno e politically correct “stay hungry, stay foolish”, che il progetto progressista dovrebbe ripartire nella parte resiliente e inclusiva che non si è perduta nelle strade del carrierismo, dell’isolato snobismo o della miope divisione come in questo ventennio d’involuzione culturale della sinistra italiana”.

Movimenti, sindacati, partiti, intellettuali come Mazzucato e Piketty, saranno in grado di unire le complementari forze?

(Annalisa Rossi)

http://www.newspedia.it/stefano-santachiara-sinistra-riparta-da-piketty-e-mazzucato/

L’articolo è stato ripreso anche da http://www.scenariglobali.it/politica/745-stefano-santachiara-sinistra-riparta-da-piketty-e-mazzucato.html

Mazzucato, la forza delle idee al servizio del progresso della società

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Non sono solito utilizzare il blog per scrivere articoli. Per quelli sarebbe necessario tornare a vivere un giornale, sentire il ticchettio delle redazioni e il profumo della carta stampata, l’odore della strada, la collaborazione con gli inquirenti, l’incedere dello scoop. Che senso potrebbe avere riprendere ogni giorno notizie pur interessanti diffuse da agenzie, siti d’informazione, tv e quotidiani? Credo alla regola un po’ introversa e pragmatica che recita: “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia”. Sic rebus stantibus, possono bastare gli incontri pubblici e i social forum per far circolare informazioni nuove e spunti di riflessione di utilità collettiva che pratichino un foro nel muro di gomma mediatico e nell’oscurantismo ai danni di intellettuali (storici, economisti, giornalisti) disallineati. Non sarebbe neppure sincero pubblicare pensieri quotidiani, trovando a forza un argomento al giorno purchessìa: le cose, prima di raccontarle, occorre sentirle. Sono però necessarie alcune eccezioni, in presenza di occasioni “rivoluzionarie” che per forza progettuale e partecipazione democratica sviluppano un processo cognitivo attraverso comunità, movimenti e Politica. Uno di questi momenti si è rivelato il dibattito di sabato al teatro Ariosto di Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna “Repubblica delle idee”, un confronto senza filtro tra il direttore del quotidiano Ezio Mauro e la professoressa Mariana Mazzucato, economista inglese di origini italiane che insegna all’Università del Sussex. L’autrice del libro Lo stato innovatore (Laterza) ha esposto con intelligenza e coraggio dati empirici e concetti in grado di rovesciare la prospettiva da un punto di vista economico e innanzitutto culturale: Mazzucato ha postulato policy keynesiane innovative nelle quali lo Stato è lungimirante propulsore dell’economia nei settori qualificanti per il progresso reale della società e dell’ambiente. Il pubblico in platea ne è rimasto affascinato, coinvolto nel percorso di comprensione e diffusione delle idee che risulta la risposta implicita all’invito rivolto da Piketty (“Il Capitale del XXI”) agli accademici: saper interagire con gli studenti-cittadini estendendo l’orizzonte dei programmi didattici in una reciproca emancipazione, contaminazione e scoperta. Lo stesso direttore di Repubblica Ezio Mauro si è trovato (costretto dal sorprendente dibattito?) ad esprimere posizioni più progressiste rispetto alla linea del suo quotidiano e in generale del circuito politico-mediatico italiano, subalterno da molti anni all’esiziale austerity e al pensiero neoclassico delle tecnocrazie europee; solco in cui si inserisce la geometrica potenza distruttiva del “thatcheriano” governo Renzi sostenuto dai poteri forti, già all’opera nello smantellamento del welfare e dei diritti del lavoro tramite privatizzazioni, tagli sociali ed effetti del Jobs Act, il tutto abilmente dissimulato attraverso la tecnica della “light, ordinary and shock disinformation”.

Partiamo dunque dallo streaming on Twitter che ho realizzato sabato sera malgrado la difficoltà di connessione Internet, deciso sul momento al teatro Ariosto. Il padrone di casa Ezio Mauro ricorda come prima le disuguaglianze venissero “coperte da un insieme di cui facevano parte uomini e donne uniti da un orizzonte di crescita e sviluppo, una società dove funzionavano gli ammortizzatori sociali e si era dinanzi a un mercato del lavoro dinamico” mentre “adesso lo spread tra i ricchi e poveri è diventato lo spread tra i garantiti e gli esclusi. Ci sono persone che non trovano un lavoro ben oltre i 30 anni o altri che escono dal mercato del lavoro a 50-55 anni e scoprono che un impiego non possono trovarlo più. Ci sono pezzi di società che stanno naufragando nella crisi. E la democrazia non può permettersi l’esclusione. E’ la prima volta che ci troviamo di fronte a questa situazione”. Mariana Mazzuccato centra subito il punto della manipolazione lessicale attuata dai ceti dominanti in questi anni: ”Piano piano la parola pubblico è stata distrutta. A me non piace quando si parla di ‘esclusi’. E questo perché lascia immaginare un processo di redistribuzione delle risorse che lo determina”. Mauro, ricordando che in Italia “negli ultimi venti anni le disuguaglianze sono aumentate moltissimo a causa della politica”, rispolvera l’espressione cara a Rossana Rossanda del “trentennio glorioso” in riferimento alle conquiste sociali arrivate negli anni 70 dopo lunghe lotte di movimenti civili, sindacati e partiti di sinistra, sul modello Beveridge di welfare inglese e delle altre socialdemocrazie europee. Una svolta importante, perlomeno “lessicale”, come quelle di autorevoli esponenti del centrosinistra quali Prodi e D’Alema, che in recenti interviste hanno chiesto, tardivamente, di tornare a politiche anticicliche di impronta keynesiana. Il presidente della fondazione Italianieuropei ha aggiunto la necessità di eliminare differenze fiscali tra i paesi Ue http://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/11/29/dalema-svolta-keynesiana-fuori-tempo-massimo/

Sul tema della detassazione fiscale, invocata costantemente e in varie forme in cambio di una netta riduzione di spesa pubblica, la Mazzucato chiarisce: ”La spinta che veramente traina l’investimento non sono i costi, ma se l’investimento viene fatto dove si è intravista una forte crescita futura. Ecco la grande domanda che dovrebbero porsi i politici: cosa crea queste nuove opportunità? Sono stati gli investimenti strategici, pubblici, ben mirati e con una visione quelli che hanno prodotto risultati”. E queste politiche anticicliche non dovrebbero essere rimedi congiunturali in fasi recessive, ma il meridiano di Greenwich di una visione di ampio respiro: ”Negli Stati Uniti la capital gain tax è scesa del 50% in 10 anni, però gli investimenti in Silicon valley non dipesero dalle tasse, ma dalle aspettative future”. Oggi “non c’è più coraggio, una missione da parte dello Stato. Ma anche quando avviene come negli Usa è poco visionario: tutto quello che è stile di vita, trattamenti diagnostici, consta di pochissima ricerca perchè si lavora nel mercato definito dall’industria, invece di ammettere che il mercato deve essere il risultato di un’interazione tra diversi attori, che devono possedere un ampio sguardo, soprattutto lo Stato proprio perchè non deve solo pensare al profitto”. E sempre a proposito della qualità delle imposte e della spesa pubblica, l’economista inglese fornisce un altro esempio: ”Glaxo chiede la detassazione dei profitti da brevetto quando invece occorre investire in ricerca statuale”. A Mauro che cita il “carrozzone dell’Iri” e ricorda come la interlocutrice “chieda allo Stato italiano di diventare innovatore, imprenditore, cosa che non ha mai fatto”, la Mazzucato risponde: “L’Iri, quando era pubblica, aveva manager esperti visionari e indipendenti dalla politica. Adesso stiamo distruggendo il pubblico, non va bene. Ora chi vuole andare a lavorare per lo Stato? Negli Usa ci sono i premi Nobel che lo fanno”. Il direttore di Repubblica a questo punto condivide: “Svalutare lo Stato concettualmente e culturalmente significa preparare la strada per un suo intervento non attivo”. La scrittrice prosegue nella sua analisi: ”La grande domanda che dovrebbero farsi i governi è individuare nuove aree di intervento. Per esempio l’ambiente, la questione demografica. Pensiamo alla Fiat che investe nell’ibrido negli Stati Uniti ma non in Italia. E invece le partnership tra pubblico e privato devono essere simbiotiche. Dobbiamo dividere i rischi e poi dividere anche i ricavi. Oggi i profitti sono alti ma gli investimenti sono bassi”. Un altro esempio, stavolta british: ”Il governo inglese aveva appaltato il sito ad un privato, divenne costoso e poco seguito. In seguito è tornato sui suoi passi affidandolo alla Bbc, è diventato innovativo, molto cool”.

Mauro si lancia contro l’austerity: “C’è anche la politica del rigore ma i tagli alla spesa non produrranno benefici, rischiano piuttosto di indebolire la parte più povera della popolazione”. Mazzucato: “Negli ultimi 20 anni in Italia non c’è stato un aumento di ricerca e sviluppo, così come non è aumentata la produttività. Prima della crisi il debito italiano era più basso di quello tedesco, il problema è quindi il rapporto tra debito e pil che invece non cresce”. E ancora, sulla concezione di fondo: ”Non bisogna soltanto socializzare il rischio, come lo Stato fa in Silicon valley, o in Brasile e Cina, ma anche socializzare i ricavi. Abbiamo fatto finta che i veri rischiatori fossero solo le imprese mentre lo Stato è solo “de-risking” ma anche questa è una parola bruttissima: tolto il rischio. No, si è preso il rischio!”. Quanto al Jobs act di Renzi “cambieranno fattori intorno alle diseguaglianza ma non aumenteranno certo gli investimenti. Era davvero un problema per l’Italia l’articolo 18? Anche statisticamente non è un impedimento: dato che scattava solo per le imprese sopra i 15 lavoratori, fino a queste modifiche avremmo dovuto vedere moltissime imprese in Italia con 12-13 lavoratori. La statistica è intorno a 3-4 lavoratori. Quindi, prima di fare queste “riforme”, bisognerebbe guardare i numeri, invece questi cambiamenti sono solo ideologici”. Mauro annuisce: “Noi adesso accettiamo che i diritti che nascono dal lavoro siano comprimibili. Come se questi diritti conquistati nei decenni non facciano parte della cifra stessa della nostra democrazia, di cui usufruiamo tutti. E su questo il leader della sinistra ha detto ben poco”. Il direttore di Repubblica conclude con l’ultimo screenshot: ”Il comunismo ha fallito ma oggi economisti avvertiti criticano il capitalismo”. La Mazzucato chiarisce ancora che “la concezione del mercato è da ripensare. Ad esempio: nelle telecomunicazioni il numero uno oggi è Huawei. Il mercato nasce dallo Stato, è il risultato di ciò che noi scegliamo”.
Le selezionate cronache di Repubblica riportano il commento finale del segretario della Fiom Maurizio Landini all’uscita del teatro: “Ne penso bene, certo. Peccato che si tratti di concetti che non esistono. Semplicemente sono estranei ai politici italiani”. Sarà. Forse è proprio da idee emancipate e ambiziose, come il “siate realisti, chiedete l’impossibile” degli anni ’70 o se si vuole il più moderno e politically correct “stay hungry, stay foolish”, che il progetto progressista dovrebbe ripartire nella parte resiliente e inclusiva che non si è perduta per le strade del carrierismo, dell’isolato snobismo o della miope divisione di questo ventennio d’involuzione culturale della sinistra italiana.

D’Alema, svolta keynesiana. Fuori tempo massimo?

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Una breve riflessione dopo l’intervista di D’Alema al Corriere della Sera: http://www.corriere.it/politica/14_novembre_29/d-alema-renzi-lasci-terza-via-bisogna-riscoprire-stato-dac59766-77b8-11e4-8006-31d326664f16.shtml
Malgrado un’autocritica poco approfondita sui gravi danni cagionati dall’impronta neoclassica e dalla tendenza allo svuotamento democratico impartita dalla Terza Via, sebbene permanga la contraddittoria rivendicazione di privatizzazioni e precarietà del mercato del lavoro spalmate dai governi di centrosinistra, un elemento esibito come fattore d’orgoglio e di modernità quando si tratta purtroppo della sottomissione al pensiero dominante e alla manipolazione lessicale del termine “Riforme”, antropologicamente finalizzate al progresso sociale, e benchè i risvegli tardivi sulle strategia del capitalismo battente bandiera renziana assumano un retrogusto di convenienza, Massimo D’Alema ha fornito un contributo importante. Francamente, non si possono equiparare le tardive riflessioni, soppesate col rigore e col coraggio dell’analisi keynesiana e socialdemocratica (fuori tempo, forse non massimo) che sfida i dogmi e le protervie del Potere, con lo stuolo di voltagabbana che popolano i ceti dirigenti e digerenti economici, istituzionali e politici. La storia di ciascuno, della comunità e delle idee da cui ha attinto e con le quali si è formato, mantiene il suo peso. Tantomeno possono confondersi i dibattiti reali col depistaggio costante dei poteri mediatici, finti avversari che attuano la “shock, ordinary, light disinformation” inculcando modelli diseducativi, caricando le menti dei lettori di polemiche personali e sovrastrutturali per evitare la questioni fondamentali socio-economiche e occultare la continuità cosmetica gattopardesca del sostegno alle maschere politiche di turno: prima a Berlusconi (per bloccare la Sinistra ancora non rieducata all’atlantismo e alle tecnocrazie liberiste) poi a Prodi, Monti e Renzi. La spinta propulsiva dell’avvenire non si costruisce con l’esclusione e coi giudizi sommari ma attraverso la continua empirica contaminazione dei saperi e delle esperienze.
P.S: Alcuni dei temi dell’intervista di D’Alema, e proposte come l’abolizione della concorrenza fiscale nell’Unione europea, erano stati trattati nel paragrafo del mio libro “Calcio, carogne e gattopardi” che avevo deciso di diffondere gratuitamente. Lo ripropongo qui: https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/783186981727711

“Renzi, un analfabeta (consapevole) della democrazia”

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L’orizzonte dei poteri che sostengono Renzi sin dalla prima ora (occultato grazie ai distratti media che ora ripetono critiche e libri-solletico come un mantra, lavacri per le coscienze) è quello del capitalismo neoclassico (globalizzato, finanziarizzato e mendace persino rispetto ai valori fondanti della concorrenza per via di monopoli nei servizi privatizzati e oligopoli delle corporation) con tendenze reazionarie a restringere gli spazi democratici. La strategia dissimula abilmente la forza socialmente distruttiva delle politiche di stampo thatcheriano di guerra al sindacato e al sistema pubblico, attraverso un altro livello strutturale, quello culturale: la lenta involuzione democratica dell’elettorato, nella forma dell’archetipo americano, senza la quale la prima forza non potrebbe dispiegarsi appieno. Della “questione democratica” tratta l’articolo di Newspedia dedicato a due analisi a caldo del (non) voto alle regionali del 23 novembre: la mia e quella di Alessandro Gilioli de L’Espresso, autore della locuzione che farà storia: http://www.newspedia.it/renzi-lanalfabeta-della-democrazia/:

DA NEWSPEDIA:

Un analfabeta della democrazia”. Così viene definito Matteo Renzi da web opinion maker di area progressista quali Alessandro Gilioli de “L’Espresso” e Stefano Santachiara de “Il Fatto Quotidiano”.

Il premier infatti ha festeggiato la vittoria del Pd in Calabria e in Emilia Romagna giudicando l’aumento dell’astensionismo, che ha fatto registrare un record negativo nella regione rossa, una “questione secondaria”.

Nell’oceano di valutazioni e chiavi di lettura, condite spesso da vuote polemiche post-elettorali, si segnala per chiarezza la riflessione di Gilioli pubblicata sul suo blog a poche ore dal voto:

“Se il centrodestra e il centrosinistra sono ormai indistinguibili per proposta politica; se a sinistra del centrosinistra non c’è niente, come rappresentanza; se a destra del centrodestra c’è invece Salvini; e se infine il Movimento 5 Stelle da un anno e mezzo corre come un criceto sulla ruota; beh, francamente, se accade tutto questo non mi pare questa gran sorpresona il fatto che in pochi abbiano voglia di andare a votare. Specie in una situazione di prolungatissima crisi economica e di candidati locali eccitanti come benzodiazepine. Altrettanto poco stupefacente mi pare che poi tra i pochi andati alle urne prevalga la riserva indiana di quelli che voterebbero Pci-Ds-Pd anche se il suo leader fosse Dudù; e che infine l’unico “vincente” sia il leader che più si è caratterizzato mediaticamente negli ultimi mesi, cioè appunto Salvini, uno con una proposta politica che è sicuramente del cazzo ma dirompente e comprensibile anche per il mio ortolano: no agli immigrati, no all’euro, una sola aliquota fiscale al 15 per cento”.

Gilioli, scusandosi per il giudizio tranchant e il linguaggio, spiega poi che “quello su esposto non è commento meno semplificatorio di quello del nostro premier, che ieri sera ha esultato per aver «asfaltato» e «azzerato» gli avversari: e chissà se non capisce o fa finta di non capire come stanno le cose, e chissà se farà i caroselli anche quando il Pd avrà il 60 per cento del 20 per cento degli italiani. Cioè, di questo passo, tra un paio d’anni”.

Poche ore dopo Gilioli coniava la locuzione che farà storia: Renzi è un “analfabeta della democrazia”.

Anche Stefano Santachiara ha messo il dito nella piaga del crollo dei votanti con la consueta analisi corrosiva, stavolta non sul suo blog ma scrivendo a caldo nella notte elettorale sulla pagina pubblica di Facebook:

“Ciò che si va delineando chiaramente è il disegno dei poteri forti che hanno sostenuto Renzi fino alla presa del Pd e del governo assieme ai media, i quali inneggiavano alla rottamazione “anticasta” ben sapendo le intenzioni del boy scout di colpire con forza sistema pubblico e sindacati. Soltanto ora che Renzi si trova blindato a Palazzo Chigi sino al 2018 codesti miseri figuri, editori e direttori, riservano al premier critiche-solletico sul solito piano del moralismo (“Onesti sì-onesti no” potrebbero cantare al posto della “Terra dei cachi” di Elio) per continuare a depistare, magari implementando la fiction con i redividi spauracchi dei Salvini e alimentando le polemiche tra categorie, generazioni e comunità: tutto l’armamentario della distrazione di massa per occultare la questione strutturale economica e sociale, e dunque prosciugare spazi e consensi delle forze che cercano di far rinascere la Sinistra”.

Se il voto si presenta come “l’ultimo dileggio del network che è riuscito a inculcare modelli di individualismo e disimpegno anche in una regione sapida di generosità pragmatica”, la responsabilità secondo Santachiara è innanzitutto della classe dirigente a livello nazionale e regionale, la cui lenta e arida regressione progettuale e di etica civile era stata descritta in modo organico nel libro che ha scritto per Chiarelettere e giunto alla quinta edizione, “I panni sporchi della sinistra”. L’orizzonte di un Pd coinvolto in troppi scandali, tra i quali il primo legame tra partito e ‘Ndrangheta al nord nel lontano 2011 svelato dal giornalista d’inchiesta e sempre minimizzato da politica e media, è diventato quello dell’interesse particolare: “privatizzazioni di asset strategici e servizi locali, riduzione dei diritti del lavoro, rinuncia a qualsiasi politica redistributiva delle ricchezze, tagli a sanità, istruzione e al sistema di welfare, penalizzazione demeritocratica e maschilista di amministratori capaci, assenza di policy keynesiane e innovative. Per questa somma di ragioni la geometrica potenza dei padroni del vapore, ossia i mille volti del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, nell’ambito dell’asfissiante Patto Atlantico e dell’esiziale austerity europea, hanno trovato una resistenza sempre più fragile nell’attuazione del progetto di sempre: la trasformazione degli eredi del Pci di Enrico Berlinguer in un partito liquido in perfetto stile americano, sempre più eterodiretto e sovrapponibile alla Leopolda dei lobbisti. Gli sforzi per spiegare per tempo come i poteri forti, occulti ma evidenti, avessero “messo lì” Renzi (parafrasando il recente outing di Marchionne) sono risultati vani: i rari intellettuali disallineati e liberi, presenti anche in diversi quotidiani, non trovano spazi democratici sulle televisioni generaliste”. L’analisi si chiude con un consiglio alla lettura di un articolo, scritto 6 mesi fa dalla fondatrice de Il Manifesto Luciana Castellina, in cui si sottolineava l’americanizzazione del Pd di Renzi:” Forte astensione perchè una fetta larga della popolazione è tagliata fuori dal processo politico inteso come partecipazione attiva e dunque è disinteressata al voto; assenza di partiti che non siano comitati elettorali; personalizzazione della struttura presidenziale”. E’ per questo che Matteo Renzi, ha chiosato Santachiara rispondendo ad alcuni lettori, è un “analfabeta della democrazia, consapevole di esserlo”.

I CALCIOPARDI, LA RECENSIONE SU LEFT

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Da LEFT AVVENIMENTI (18/10/2014)
I CALCIOPARDI
Il pallone e il controllo sociale, il tifo e il potere. Nel libro di Stefano Santachiara lo sport e la politica vanno a braccetto. Con risultati non esaltanti

di Emanuele Santi

Stefano Santachiara, in Calcio, carogne e gattopardi edito da Youcanprint offre un’analisi limpida e lineare della recente storia calcistica italiana che svela (spesso semplicemente ricordandoli) quelli che sono i mostri capaci, quasi fossero fiere dantesche, di irretire il gioco più bello del mondo svuotandolo del suo nobile significato. Ed è proprio sull’utilizzo che il potere fa del calcio come strumento di controllo dei fenomeni sociali che si vuole portare l’attenzione del lettore. Lo scopo è affrontare il rapporto tra calcio, politica e economia, anche quella mafiosa. L’autore articola il libro in sette capitoli. Partendo dalla Valenza sociale del football (non a caso nato in Inghilterra all’apice della rivoluzione industriale) vengono rievocate le lontane origini del gioco con la palla. Dal cinese Tsu-Chu al greco Epìskyros, dall’Harpastum dei legionari romani al calcio fiorentino del Rinascimento fino a una geniale citazione dal Re Lear di Shakespeare che attesta la notorietà di qualcosa di simile al calcio ancor prima del 1863, anno di nascita della Football Association. Dopodichè si passa a Dogmi reazionari, dove si racconta il pallone ai tempi del Duce rintracciando le linee d’ispirazione per tifoserie ancor oggi legate all’ideologia fascista: tutto merito della continuità tra la Repubblica di Salò e qualche presidente in auge nel (neanche tanto immediato) dopoguerra. Gli ingranaggi del sistema è dedicato al controllo sociale, al cosiddetto peggiorismo e al fenomeno del maschilismo ambientale. Il quarto: Da Maradona a Berlusconi piuttosto che mettere sullo stesso piano il genio di Lanùs e il tesserato n.1816 della P2, racconta le vicende politiche e finanziarie che garantirono i 13 miliardi pagati al Barcellona per portare el pibe de oro a Napoli e quelle giudiziarie che, l’anno dopo, accompagnarono il crack finanziario del Milan scongiurato dal passaggio di proprietà della società rossonera da Giussy Farina al Cavaliere. L’ultimo paragrafo del capitolo si intitola: Dell’Utri: calcio e Cosa nostra.Perfetto per introdurre il tomo successivo: Le mafie nel pallone in cui il protagonista non è soltanto Cosa nostra, spesso legata alla storia del Palermo, ma anche la ‘ndrangheta calabrese. L’industria del calcio individua le garanzie finanziarie e politiche di un sistema perfettamente concepito e architettato per essere controllo del fenomeno sociale. L’ultimo capitolo: Geopolitica calcistica espande l’analisi a livello internazionale con particolare attenzione al recente mondiale in Brasile e alle ragioni che hanno spinto la Fifa ad assegnare le due prossime edizioni alla Russia dello zar Putin e al ricchissimo Qatar, Paese la cui forma di Stato è ancora quella patrimoniale. Per chiudere, una considerazione finale sull’attuale presidente del Consiglio il quale, ancor peggio di Berlusconi, ha fatto ricorso a terminologia, linguaggio e comunicazione di derivazione calcistica, toccando il fondo con la proposta di “Daspo per i politici corrotti”. Ultimo sintomo, scrive Santachiara, del malcelato abuso che il potere fa del calcio.

Scanzi, il filo-renziano che “processa” Moretti

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Con toni provocatori che certo non favoriscono un dibattito sulle colonne del giornale, Andrea Scanzi scrive http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/27/pd-caro-nanni-moretti-dove-sei/1135443/ una lettera aperta a Nanni Moretti: ”Oggi sembri felice – o anche solo accondiscendente, che forse è peggio – per l’ascesa del primo “cazzaro” che passava. Odiavi Craxi, ma voti la sua brutta copia. Odiavi Berlusconi, ma sostieni il suo erede. E lo fai – immagino – perché lui non ha più la maglia dei “cattivi” ma indossa quella dei “buoni”: dei giusti, dei compagni, dei rinnovatori”. Puntualmente Libero riprende la notizia parlando di “sconforto scanziano per l’ex idolo”. Moretti non ha certo bisogno di difensori ma nessuno fa notare l’esercizio di disonestà intellettuale di un processo alle intenzioni nei confronti di chi non si è espresso pubblicamente, a meno di poteri paranormali esegetici rispetto al libero pensiero altrui. La verità, banalmente, è che il regista non ha mai appoggiato Renzi, anzi: nel febbraio 2013 dichiarò di votare Pier Luigi Bersani comprendendo in tempo i pericoli di una mancata chiara vittoria del Pd. Al contrario, quasi tutto l’universo mediatico attaccava Bersani quale simbolo dei vecchi partiti e scommetteva sul prode “rottamatore” della Casta, sostenuto dal gotha dell’industria e della finanza e con la partecipazione alla Leopolda (sfuggita a tv e giornali) dello stratega americano Micheal Leeden, falco della destra repubblicana. Il tifo di Andrea Scanzi era evidente durante la prima sfida a Bersani http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/28/corsa-a-ostacoli-del-povero-primariante/396147. Anche dopo il trionfo alle primarie del novembre 2013, naturalmente da “civatiano”, l’ex giornalista de La Stampa si diceva divertito e incuriosito da Renzi, che non è certo “un incubo antidemocratico”, e lo invitava a far cadere il governo Letta: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/09/renzi-stupiscici/806778/. Soltanto quando il “caro Matteo” (in questo caso, il tu, è appropriato) si è insediato a Palazzo Chigi, blindato fino al 2018, pian piano la stampa ha preso a criticarlo, con punte di attacchi ridicolmente ridondanti che si concentrano su gaffes, mancate promesse, scontri personali con imprenditori o politici a lui vicini, in modo tale da concedere il palco a posizioni non dissimili. Le questioni strutturali, ossia la politica economica di stampo turbo-liberista sotto l’egida delle tecnocrazie europee, in termini di riduzione dei diritti del lavoro e disossamento del sistema pubblico, non vengono affrontate nel merito ma lasciate in superficie, alimentando il classico divide et impera che mette in contrasto categorie e gruppi: giovani e anziani, italiani e stranieri, lavoratori privati e pubblici, dipendenti e partite Iva, precari e disoccupati.

Pur non conoscendo Moretti, ma da semplice osservatore presente alla “festa di protesta” dei Girotondi a piazza San Giovanni il 14 settembre 2002, ritengo che tanti cittadini mossi da sacrosanta indignazione nei confronti del berlusconismo imperante e dell’inerte opposizione di centrosinistra sui temi della giustizia, nel tempo abbiano perduto la speranza che il paese potesse voltare pagina. Dunque si sono “persi di vista” come accade anche ai movimenti animati dalle più nobili intenzioni, nei quali lo smarrimento sopravviene per carrierismi politici e carenza progettuale. Quella stagione di ritrovata passione civile rappresentava, oltre alla difesa dei principi di legalità, molto altro: l’impegno pacifista contro la guerra in Iraq, per una legislazione dei diritti civili, per la ricerca e la green economy, la difesa della sicurezza e del posto di lavoro richiesta dai 3 milioni stretti al Circo Massimo. Si trattava forse dell’ultimo appello per la rinascita di una nuova – vera – sinistra: Giovanni Berlinguer guidava il cosiddetto “Correntone” di minoranza Ds e Sergio Cofferati, secondo compagni e intellettuali come Moretti, avrebbe potuto guidare lo schieramento progressista. Invece al “cinese”, temuto dai poteri forti e tacciato di eccessivo radicalismo, fu affiancato il solito Romano Prodi per un presunto ticket che non si sarebbe mai concretizzato per via del dirottamento del segretario della Cgil alle amministrative di Bologna.

Nel frattempo si dipanava una sottile operazione mediatica di cancellazione di ogni battaglia per il progresso sociale, etichettata come “ideologica” secondo il Renzi style, e di appiattimento del malcontento crescente alla sola questione morale, un parametro che logicamente conduce allo sdoganamento di qualsiasi soggetto politico, foss’anche un reazionario clericale, purchè “onesto” e “nuovo”. Ad esempio Walter Veltroni, nel solco della pubblicistica dominante, ha esaltato la figura di Enrico Berlinguer per il rigore etico occultando di fatto l’impegno profuso dal segretario del Pci contro l’ingiustizia sociale. Matteo Renzi, che ne “I panni sporchi” e nei rari spazi concessi dai mezzi di informazione avevamo cercato di descrivere come il predestinato dei poteri forti e la prosecuzione del “veltronismo con altri mezzi”, ha consumato “l’omicidio politico” di quel che restava della sinistra politica. Che l’ultimo intervento di Moretti sia stato l’endorsement per Bersani, ovvero l’anima socialdemocratica del partito riorganizzatasi ora nella corrente di Gianni Cuperlo, non è dunque incoerente con lo sviluppo di tre governi di coabitazione privi di legittimazione elettorale e di reale sovranità nazionale. Nelle vuote grida del circuito mediatico, anche un silenzio può fare rumore.

La matematica della querela fantasma: nulla x nulla costa 10 milioni di vecchie lire

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L’ultima frontiera di Querelopoli è la causa fantasma che si trasforma in esoso dibattimento per un articolo non siglato in cui il querelante non è identificato. Il tutto alla modica cifra, a carico del giornalista privo di tutela legale e di contratto di lavoro dipendente, di 5mila euro di spese forensi, diconsi 10 milioni di vecchie lire. Interessante vero?
Il riassunto delle puntate precedenti lo trovate qui a Querelopoli, vi risparmio dunque la rapida successione di eventi che nel 2011-2012 hanno portato qualche problema al sottoscritto: le due minacce denunciate all’autorità giudiziaria, la chiusura del giornale L’Informazione (per accuse poi rivelatesi infondate, nate da un esposto anonimo che ha portato al blocco dei contributi per l’editoria e dunque alla morte del quotidiano nel gennaio 2012), la causa milionaria ai partecipanti alla puntata di Report sul “Sacco di Serra”, definita “intimidatoria” da Ossigeno, Odg e Fnsi (puntata del dicembre 2011, causa civile nel marzo 2012). Questa e altre querele stanno seguendo il loro iter, no problem: quando ho scelto di fare il giornalista sul serio ero consapevole che avrei pagato dei prezzi. Punto e a capo. Per quale ragione, dunque, l’ultima frontiera merita un racconto volante? Perchè non si parla di fatti da verificare, di danni d’immagine da riscontrare, di presunte lesioni della reputazione, insomma di questioni di merito a cui il giornalista può opporre, come per il momento è accaduto, la veridicità delle notizie, la continenza del linguaggio e la pubblica rilevanza. Anzi, spesso, nelle occasioni in cui sono stato querelato per inchieste pubblicate su L’Informazione dal 2007 e sul Fatto Quotidiano dal luglio 2009, non vi era neppure bisogno di difendersi poichè, come prevede la legge di fronte a palese infondatezza, la magistratura inquirente archiviava. Le rare volte che si è giunti in udienza preliminare, comunque con la tutela legale assicurata dall’editore, la sentenza è stata di non luogo a procedere.
La querela fantasma concerne un articolo del 7 novembre 2010, pubblicato da L’Informazione di Modena, nel quale si narra di un ufficiale dell’Accademia costretto a dormire in caserma dopo il divorzio dalla moglie che vive nell’ex tetto coniugale. L’articolo è di livello mediocre, peraltro inserito in un soppalco del giornale, senza particolare evidenza, uno di quelli che nelle redazioni si sfornano a getto continuo come i comunicati stampa per riempire 40 pagine quotidiane. Il pezzo, che non ricordo di aver scritto, è privo di firma e di sigla. Resta dunque un mistero come sia stata attribuita la paternità. Mi sono sentito rispondere che “sarà il dibattimento a stabilirla” come se non spettasse all’accusa l’onere della prova, in questo caso di trovare uno straccio d’indizio sull’autore della presunta diffamazione per un articolo che – è di immediata evidenza – non identifica minimamente la querelante: la donna (che ha precedenti penali, stando a quanto riferito in via informale a margine dell’udienza preliminare) resta ignota perchè non compaiono il nome, le iniziali, l’età, la residenza, la professione di lei e nessun elemento anche in relazione al marito graduato.
La querela, che in sede penale deve essere presentata entro 90 giorni e dunque era già stata depositata a fine 2010, langue per quasi tre anni nel cassetto della Procura di Cremona, provincia nella quale veniva stampato L’Informazione. Ad un certo punto, nell’estate del 2013, il sostituto procuratore la rende nota ai querelati, l’ufficiale dell’Accademia e il sottoscritto accusati di diffamazione a mezzo stampa, il direttore responsabile di omesso controllo. Coincidenza: apprendiamo della querela ricevendo l’avviso di garanzia assieme alla notifica dell’atto di chiusura delle indagini, nel luglio del 2013, quando L’Informazione è appena stata dichiarata fallita. Ergo: nessuna tutela legale. Nell’udienza preliminare del maggio 2014 il gup, nel giro di pochi minuti, non accorgendosi come il viceprocuratore onorario dell’assenza della sigla nell’articolo incriminato, né tantomeno scorrendo le poche righe per comprendere l’assoluta non identificabilità della querelante e dell’ex marito, rinvia tutti a giudizio. Il solerte avvocato cremonese assegnatomi d’ufficio, che prima dell’udienza preliminare non avevo avuto il piacere d’incontrare, presenta un preventivo per il dibattimento da 4mila euro più Iva e più le spese. Resta da capire come sia possibile applicare un tariffario “nella media” per un processo che lo vedrebbe impegnato a sbadigliare nel ripetere semplicemente:”L’articolo non è del mio assistito, in subordine, chiunque l’avesse scritto, non identifica nessuno”. Un collega precario che era rimasto privo di tutela dell’editore, mi ha riferito di aver speso 1000 euro per un dibattimento per diffamazione, vero, con tanto di produzione di documenti e testimoni. In questo caso, invece, voliamo oltre i 5mila euro chiesti dall’avvocato d’ufficio. L’obiezione di alcuni colleghi (vedi sempre Querelopoli) che beneficiano giustamente della tutela legale, è quella che ci sono tutti gli strumenti per avere giustizia. A parte il fatto che intanto devi pagare una cifra spropositata, una volta ottenuta la scontata assoluzione la strada di intentare causa per lite temeraria recuperando una parte dei soldi è impervia e poco battuta. Il risarcimento arriverebbe dopo molti anni e comunque previo nuovo versamento esoso al proprio avvocato: molto spesso, anche accogliendo un’istanza di risarcimento, il giudice civile compensa le spese legali, fifty – fifty. Dunque, a prescindere dalle manine occulte che possono aver sospinto questa indecenza, che certamente non cambierà di una virgola il mio modo di fare giornalista e di scrivere libri, è interessante valutare come talvolta per magia la giustizia diventi una scienza esatta: nulla moltiplicato per nulla uguale a 10 milioni.

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