Calcio, carogne e gattopardi, intervista su “Liberi di scrivere”

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Dopo I panni sporchi della sinistra (Chiarelettere, 2013), scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti, Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta e corrispondente del Fatto Quotidiano, ha appena pubblicato Calcio, carogne e gattopardi, e-book (Google Play e Amazon, 2 luglio 2014), acquistabile anche in versione cartacea online e prenotandolo in libreria, un’indagine che scava su come il controllo sociale sia gestito dal potere attraverso il calcio. L’ha intervistato in esclusiva per noi Irma Loredana Galgano.

Ti sei premurato di scriverlo già nella prefazione che questo saggio non ha lo scopo di attaccare tout court il calcio, soprattutto nella parte relativa all’essere uno sport e come tale fondamentalmente educativo oltre che utile dal punto di vista fisico. Ma il calcio di cui si sente parlare quotidianamente non ha proprio nulla o quasi a che vedere con lo sport educativo e salutare.

Per preservare il calcio giocato non si può più ignorare l’uso e l’abuso che ne fa il potere: gli affari della Fifa e delle televisioni, dei grandi brand e dei campioni, i cui stipendi sono cresciuti più del 450% in 10 anni, sono uno schiaffo alla miseria e un danno alla collettività. Non solo per i tifosi consumatori e per lo Stato, che spende 45 milioni di euro in 12 mesi per garantire la sicurezza negli stadi e spalma per 23 anni i debiti col fisco dei club in rosso, sempre più spesso nelle mani delle banche. Ci sono profonde ragioni di immagine, consenso popolare e dunque di rapporti che il mondo del calcio garantisce in ambito finanziario, istituzionale, geopolitico. Cosa c’entra tutto questo con la magia della partita che si reinventa in eterno, quella dei campi di provincia dove si alimenta la forza inclusiva e la creatività poetica?

«Violenza degli ultras» e «Pervasività delle mafie». Eventi anche recenti hanno riportato in auge quella che è stata definita “trattativa stadio-mafia”. La «violenza degli ultras» ha una funzione sociale che per assurdo serve a mantenere l’ordine stabilito. Serve anche a consentire la «pervasività delle mafie»?

L’estrema destra è da tempo egemone nelle curve. Ha creato una struttura organizzata in cui la violenza preordinata è analoga ai raid a freddo dei black bloc infiltrati nelle manifestazioni di piazza. Il legame tra ultras e criminalità organizzata, come dimostrano le indagini della magistratura, non è infrequente. Il noto caso di Genny ‘a carogna’, capo ultrà napoletano e figlio di un boss del clan Misso che concede il permesso allo Stato di disputare la finale di Coppa Italia, dopo gli scontri che sono costati la vita a Ciro Esposito, è solo la punta di un iceberg. Lo studioso Antonio Nicaso, tra i maggiori esperti di mafie a livello mondiale, ha svelato in un’intervista esclusiva le trame occulte delle cosche che sono arrivate a controllare una trentina di società. Gli scopi sono quelli tradizionali, ossia la diversificazione del riciclaggio di denaro sporco, ma anche di legittimazione popolare tramite le strette di mano allo stadio e la visibilità televisiva. Gli scandali degli inchini ai boss durante le processioni di Oppido Mamertina e San Procopio ne sono l’ennesima conferma: le mafie, come ha spiegato Nicaso, acquisiscono il consenso non solo nell’economia, ma anche nella politica e negli ambienti religiosi. Per contrastare questa realtà inquietante sarebbero necessarie un’aggressione più efficace dei patrimoni mafiosi e un’opera di prevenzione culturale nei settori giovanili dove anche i genitori, con i baciamano ai boss, non sono esenti da colpe. Sul fronte delle società calcistiche servirebbero un monitoraggio più attento dei bilanci e delle transazioni estere, nonché punizioni severe delle pratiche corruttive dilaganti. La realtà ormai supera la fantasia: una cricca di slavi comprava decine di partite dei campionati di mezza Europa per alimentare dorate scommesse clandestine, un’agenzia di Singapore è riuscita a manipolare arbitraggi delle amichevoli prima del mondiale in Sudafrica, l’ex funzionario della Fifa Mohamed bin Hammam èaccusato di aver corrotto alcuni colleghi per pilotare l’assegnazione dei mondiali del 2022 al Qatar.

Nella tua opera definisci anche “maschilismo ambientale” quello del mondo del calcio…

Il sistema è oggettivamente omertoso, basti pensare all’omofobia e alla denuncia dell’allenatore Zeman, caduta nel vuoto, sull’uso del doping per “polli da allevamento”. Alle donne sono preclusi ruoli dirigenziali e tecnici di primo piano mentre il calcio femminile, su cui pesano pregiudizi sessisti, è ignorato da istituzioni e media. Eppure basterebbe seguire l’esempio di alcune nazioni come la Francia, che ha affiliato le squadre femminili ai club maschili, agevolandone la promozione. Comunque il calcio non è un’enclave regredita ma parte integrante di una società patriarcale ad alta ingerenza clericale nella quale, malgrado le donne ottengano risultati mediamente migliori nelle università e nel mondo del lavoro, non raggiungono i vertici di imprese e politica.

Il calcio è diventato ormai una potentissima “arma di distrazione di massa” impiegata indistintamente da tutti i governanti e il “tifo” assume sempre più i connotati di una malattia peggiore di quella di cui è omonimo. Senza dover arrivare ai circoli più estremisti, anche per strada, davanti ai bar, innumerevoli sono gli scontri tra tifosi che si lasciano facilmente “distrarre” pensando che sia importante un attacco, un goal, un rigore… che sia determinante il risultato di una partita. Ma determinante per chi? Basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per realizzare che nella vita delle persone, dei cittadini di ogni luogo non cambia proprio nulla e che se il calcio è veramente uno sport allora per “spirito sportivo” bisogna accettare col sorriso anche la sconfitta. Ma non è questo a muovere le redini…

In alcuni momenti storici cruciali il calcio è servito a legittimare feroci dittature, pensiamo ai mondiali della vergogna in Argentina del 1978 e due anni dopo al Mundialito, trasmesso da Canale 5 in Italia dall’Uruguay, un paese nelle mani di una giunta militare che ospitava Licio Gelli. Anche nelle democrazie occidentali il gioco più amato del mondo ha avuto un ruolo significativo. Sin dalla nascita del football, ai tempi della rivoluzione industriale inglese, il capitalismo ne promosse la diffusione per ridimensionare i conflitti sociali che si erano accesi nelle fabbriche, traslandoli in rivalità sportive e campanilistiche. Assieme ad autorevoli sociologi abbiamo ripercorso le origini, le ragioni e gli effetti di questo fenomeno di massa, unico nel suo genere perché coinvolge miliardi di persone in modo interclassista: dai manager della City ai minatori belgi, dagli impiegati di Tokyo alle favelas brasiliane. Si tratta di un esercito di elettori la cui coscienza e partecipazione democratica, in costante calo, è fondamentale.

In tempi recenti l’arma di distrazione di massa si è sviluppata mediante il combinato disposto tra la gaudente pubblicità, nella quale i campioni sono ricercati testimonial, i media generalisti capaci di inculcare modelli diseducativi, e il calcio parlato tra veline, sondaggi e polemiche artefatte. In questo ambito ci furono degli antesignani, naturalmente inascoltati: se Luigi Tenco e Pierpaolo Pasolini si occuparono in prevalenza degli aspetti strutturali del marketing e della disinformazione televisiva, Rino Gaetano cantava gli intrecci tra football, politica, potere economico e mediatico. Giorgio Gaber ne “La presa del potere” del 1972 prefigurava l’avvento dei tecnocrati mentre “la gente parlava di calcio nei bar”. Gli opinion maker di oggi, invece, estrapolano dall’immenso patrimonio di Gaber la strofa “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona” per appiattire la figura del segretario del Pci alla sola questione morale, occultandone la lotta contro l’ingiustizia sociale.

Terremoto in Irpinia del 1980 e Diego Armando Maradona. Si pensa di parlare di argomenti talmente distanti l’uno dall’altro che non si incontreranno mai, invece…

Alcuni eventi apparentemente sono privi di relazione se non vengono inseriti nel contesto storico attraverso i movimenti della società e le reazioni dei padroni del vapore. Il Napoli di Ferlaino a trazione democristiana, con l’acquisto di Maradona grazie all’intercessione del potente Vincenzo Scotti e alle banche, ha adempiuto a un compito di controllo sociale. Se la vittoria del Mundial in Spagna e l’apertura ai campioni stranieri cancellarono la cancrena emersa nel primo scandalo del calcioscommesse del 1980, l’euforia collettiva per le vittorie del Napoli ha contribuito al mantenimento dello status quo rispetto al pericolo dell’unico partito comunista d’occidente ancora forte malgrado l’isolamento internazionale, le Brigate rosse e l’infinita strategia della tensione. In altre parole le magie di Dieguito hanno fatto dimenticare la malagestione della ricostruzione dopo il terremoto e l’espansione della camorra, che trasse beneficio anche dai legami di Maradona col clan Giuliano di Forcella.

C’è un legame tra il calcio e chi detiene le redini del Paese?

Se osserviamo il calcio come una mappa vediamo che da Torino, vera capitale, detta legge l’onnipotente Juventus degli Agnelli, a Roma, dove vi era la longa manus di Andreotti e del banchiere Geronzi, a Milano il petroliere Moratti. Nel 1993 il presidente del Milan Silvio Berlusconi, reduce da trionfi calcistici italiani e internazionali, è stato individuato dai poteri forti come l’uomo di rottura per traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica che stava nascendo sotto i colpi delle stragi terroristico-mafiose e Mani Pulite. Il piduista Berlusconi ha sbarrato la strada alla coalizione dei Progressisti di Occhetto, una sinistra che non era ancora stata rieducata all’atlantismo, al liberismo, alle privatizzazioni di reti strategiche nazionali, alle tecnocrazie che hanno svuotato le sovranità economiche nazionali: l’involuzione etica e culturale arriverà con i governi Prodi e il Partito democratico. Matteo Renzi, epitaffio della sinistra, è sostenuto dagli stessi poteri forti che avevano supportato Berlusconi: i conservatori americani, la grande finanza, il Vaticano, con l’aggiunta degli stessi berlusconiani. Renzi è il premier più calcistico della storia: usa gerghi da bar dell’oratorio per raggiungere un ampio target elettorale, inoltre durante la sua ascesa si è fatto amico e ha sfruttato la popolarità di Cesare Prandelli. Il commissario tecnico della Nazionale, rassicurante e post democristiano, ha seguito l’esempio rinnovatore varando persino un codice etico, da lui stesso contravvenuto quando ha convocato in Brasile Chiellini nonostante fosse squalificato per una brutta gomitata durante Juve-Roma. Prandelli è intervenuto a “gamba tesa” in favore di Renzi più volte a cominciare dalla sua partecipazione alla Leopolda: in pochi hanno ricordato la valenza che hanno avuto i suoi endorsement alla vigilia delle ultime Europee e prima ancora durante le primarie del Pd. D’altronde i distratti giornali nostrani non si erano accorti neppure della presenza alla Leopolda di Micheal Leeden, noto stratega dei servizi segreti americani legato alla destra repubblicana. Prandelli è finito ad allenare in Turchia perché il carrozzone del calcio, nonostante tutto ancora imprevedibile nei risultati sul campo, alterna rapidamente gli attori funzionali al sistema. Renzi, invece, resta in modo pianificato nei minimi dettagli un uomo solo al comando, forte di una maggioranza parlamentare larghissima e dei media stesi a tappeto che ne rilanciano promesse e alibi.

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Il nuovo libro: “Calcio, carogne e gattopardi”

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E’ uscito il mio nuovo libro “Calcio, carogne e gattopardi”, in versione e-book (2 luglio 2014, su Amazon e Google Play) e cartaceo, prenotabile online e in libreria.

Anticipo qui la sinossi:

Il business dei contestati Mondiali in Brasile ingrassa la Fifa e i brand player, i manager e i procuratori, le tv e i grandi marchi per miliardi di tifosi-consumatori. Mentre tutti giocano a fare i Re Mida, le società di football sono in rosso per pagare premi e stipendi lievitati per effetto della liberalizzazione della legge Bosman e della perdita del senso del limite. Come nell’economia reale, le banche sono decisive per vita, morte e miracoli dei club di cui vantano crediti e controllano cospicue quote. Le inchieste fanno emergere illegalità di ogni genere, dalle partite truccate legate alle scommesse clandestine a una presunta corruzione per assegnare i Mondiali del 2022 in Qatar, dove in pochi mesi si è raggiunto un numero spaventoso di morti nei cantieri degli stadi. La situazione deve avere superato la soglia di tolleranza ultraterrena, se persino Papa Francesco ha sottolineato come gli affari ormai rischino di inquinare tutto. In un’Italia sempre più impoverita, schiava dell’austerity europea e della grande finanza, lo Stato permette alle società calcistiche di spalmare i debiti col fisco e spende 45 milioni di euro a stagione per garantire gli stadi da ultras violenti e tollerati, ricettacolo di nostalgici di estrema destra e infiltrati a servizio delle mafie. Lo studioso Antonio Nicaso spiega in un’intervista esclusiva i modi operandi delle cosche, almeno una trentina, che adoperano il calcio per attività di riciclaggio e per aumentare il consenso sociale. La questione infatti va affrontata sul piano economico ma anche culturale, se l’omertà del sistema scoraggia le denunce delle tante patologie, dal doping all’omofobia, per non parlare della ghettizzazione del calcio femminile e del sessismo che affonda le radici in una società ad alta ingerenza clericale. Il gioco resta il più amato del pianeta ma la televisivizzazione della partita, che si dilata tra moviole, sondaggi e veline, infarcita di messaggi buonisti dei vip e di polemiche artefatte, rappresenta una moderna arma di distrazione di massa. In alcuni momenti storici cruciali gli eventi calcistici sono stati adoperati per legittimare feroci dittature ma anche per distogliere tempo ed energie dalle rivendicazioni sociali. In Italia gli operai tifano la Juventus dei padroni della Fiat, il Napoli di Maradona fece dimenticare le ruberie democristiane del dopo terremoto in Irpinia, Silvio Berlusconi infilò tre scudetti consecutivi prima di scendere in politica e fermare i Progressisti di Occhetto, una sinistra che non era stata ancora rieducata all’atlantismo e al liberismo delle tecnocrazie. Gli stessi poteri forti che si schierarono per l’anticomunista Berlusconi nel passaggio alla Seconda Repubblica oggi sostengono Matteo Renzi contro i vecchi partiti, i sindacati e il sistema pubblico. Mentre scalava il Pd di Bersani e il governo del Paese, l’allora sindaco di Firenze si faceva amico del tecnico Cesare Prandelli, beneficiando dell’immagine e della popolarità dell’allenatore della Nazionale. Ma se Prandelli si è dimesso dopo la bruciante eliminazione ai Mondiali, il neo premier Renzi resta saldo al timone sulle ali di un’ampia maggioranza parlamentare ed elettorale, silenziosa e post democristiana. Sarà un nuovo ventennio di calcio, carogne e gattopardi?

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Presentazione a Foggia: “Il potere non permette di superare una certa soglia di verità e giustizia”

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PARTECIPAZIONE d’altri tempi ieri alla libreria Ubik di Foggia per l’incontro con lo scrittore Stefano Santachiara. L’autore del libro-inchiesta “I panni sporchi della sinistra”, scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti per Chiarelettere, è stato accolto da un pubblico appassionato ed eterogeneo come del resto non è etichettabile il tour che Santachiara sta tenendo in giro per l’Italia: i relatori politici con cui si è trovato a discutere vanno dal Movimento 5 Stelle alla sinistra Dem, da Fratelli d’Italia alla lista Tsipras, mentre i collaboratori del Fatto Quotidiano si sono alternati ai giornalisti del Manifesto, del Corriere della Sera, de Il Giornale e del Corriere del Ticino.
Nel corso di queste settimane Santachiara ha dialogato anche con magistrati come Desirèè Digeronimo (ora candidata sindaca della lista civica “Riconosciamo Bari”), Nicola Trifuoggi (ex procuratore di Pescara, oggi vicesindaco Pd de L’Aquila) e il giudice di Milano Clementina Forleo (che tornerà ad incontrare giovedì 23 aprile a Roma, alla Ibs di via Nazionale). Era dunque comprensibile l’attesa di ieri a Foggia nella sala convegni della Ubik, così ricolma da costringere parte del pubblico a seguire l’evento nei corridoi della libreria in diretta streaming.
Il relatore Filippo Fedele ha subito girato “i complimenti dell’amico Marco Travaglio” a Santachiara, dalle cui analisi di stampo storicistico emergono nuove chiavi di lettura degli eventi e dunque dei personaggi chiave di quella che gli autori definiscono l’ “involuzione antropologica” della sinistra italiana, “dal punto di vista dell’etica civile ma anche progettuale e culturale, nel senso di subalternità al berlusconismo e ai dogmi dei sacerdoti del liberismo sfrenato e dell’austerity”. Fedele ha inaugurato il dibattito con una domanda a “gamba tesa”, come lui stesso l’ha definita, sui rapporti tra il capo dello Stato Giorgio Napolitano e la massoneria, unico tema del libro ad essere approdato per pochi istanti sulla trasmissione “La gabbia” per bocca dell’ospite Ferruccio Pinotti, eccezione alla regola del Sistema mediatico che ha cercato di censurare “I panni sporchi”, giunto comunque alla quinta edizione. Santachiara ha risposto ricordando l’assenza di riscontri per tabulas all’appartenenza di Napolitano alla massoneria atlantica, ipotesi avanzata dai Maestri Gioele Magaldi del Grande Oriente Democratico e Giuliano Di Bernardo della Gran Loggia regolare d’Italia, dunque riconoscendone una valenza solo nell’ambito di una valutazione organica delle ragioni dell’ascesa dell’uomo del Colle: “di stirpe partenopea liberale, è stato nel tempo burocrate del Pci fedele a Togliatti e a Mosca, collaterale a Craxi e a Berlusconi, Napolitano è stato e continua ad essere garante degli ambienti atlantici e delle Tecnocrazie legate a doppio filo ai poteri finanziari”. Fedele ha poi sottolineato un passaggio fondamentale ignorato in passato: il viaggio di Napolitano negli Stati Uniti, concordato un mese prima del rapimento di Aldo Moro e proseguito anche mentre il presidente della Dc era ostaggio delle Brigate Rosse. Santachiara ha ricordato le novità che stanno faticosamente emergendo su possibili responsabilità istituzionali (richiamate di recente dal giudice Ferdinando Imposimato) e di servizi italiani e internazionali sul caso Moro, anche grazie all’impegno di colleghi come Paolo Cucchiarelli, Stefania Limiti e Simona Zecchi che da anni stanno scavando nei rivoli dell’infinita strategia della tensione che ha tenuto in ostaggio e insanguinato l’Italia. Riguardo alla scelta di Napolitano di non rientrare nel suo Paese una volta appreso del golpe-rapimento Moro “era doveroso sottolinearne la questione di opportunità e dunque il ruolo decisivo di Napolitano nella veste di alleato affidabile degli americani nel Pci, un fatto che ci è stato confermato da alcuni report della diplomazia e dell’ intelligence statunitense”. Fedele ha poi virato la discussione sulla figura di D’Alema rammentadone le amicizie pericolose, l’avversione per i magistrati di Mani Pulite e un episodio caricaturale: ”Durante una cena D’Alema si lamentò perchè il cane di Reichlin si strofinava sulle sue scarpe di valore realizzate da un artigiano pugliese”. Santachiara ha spiegato le corresponsabilità di D’Alema nella degenerazione del codice genetico della sinistra e, in merito al doppiopesismo dell’informazione su corruttele e collusioni mafiose del Pd, ha sottolineato come il potere politico, mediatico e giudiziario si trovino di fronte ad una soglia invalicabile: “Da una parte Berlusconi e i suoi fedelissimi possono essere giustamente sviscerati in ogni aspetto ma non pagano con la detenzione per i crimini commessi, dall’altra c’è tutto un mondo, e non parliamo solo dei democratici, che potremmo definire “the dark side of the moon”.
Le ruote dentate del sistema, basato su ricattabilità reciproca a raggiera, prevedono che oltre ad una certa soglia non sia consentito andare: i rari magistrati e giornalisti che lo fanno incidendo nei gangli della geopolitica, della finanza e dei poteri occulti ne pagano le conseguenze”. Dal pubblico non sono mancate critiche sulla opinione positiva dell’autore circa la figura di Enrico Berlinguer:”Lui e Napolitano non potevano non sapere del finanziamento illecito che arrivava dall’Unione sovietica!”. L’unico fatto sostenibile con certezza, ad avviso di Santachiara, era “la competenza del tesoriere dell’epoca Gianni Cervetti sugli aspetti operativi” e che, per stessa ammissione di Cervetti, “il flusso dei rubli si interruppe nel 1978”. Secondo l’autore de “I panni sporchi della sinistra” Enrico Berlinguer non fu soltanto “una persona perbene, come molti esegeti e usurpatori tendono oggi a ricalibrare ex post, ma anche un comunista democratico che aveva strappato con l’Urss e lottava contro l’ingiustizia”.

Link a Statoquotidiano.

Sul Romanzo: “Se ha senso distinguere tra destra e sinistra? Sì, lottare contro le ingiustizie sarebbe ancor più necessario”

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Stefano Santachiara è un giornalista d’inchiesta. Dal 2009 è corrispondente de «Il fatto quotidiano». La sua inchiesta sui rapporti tra ‘ndrangheta e Pd al Nord, nel comune appenninico di Serramazzoni, è stata ripresa anche dalla trasmissione televisiva Report. È autore, insieme al giornalista Ferruccio Pinotti, de I panni sporchi della sinistra, edito da Chiarelettere. Ha acconsentito a rispondere alle nostre domande e a dedicarci un po’ del suo tempo per parlare del libro, delle inchieste da cui ha avuto origine ma anche di se stesso.

Dalle tue dichiarazioni sembri avere un’idea molto precisa di quello che è o sarebbe il ruolo di un giornalista. In teoria persone come te dovrebbero lavorare fianco a fianco con la magistratura e le istituzioni ed essere loro di supporto nelle indagini; invece, nella maggior parte dei casi siete chiamati in causa dall’altra parte della barricata, ovvero come imputati. Cosa ti spinge a non tirarti indietro e a mantenere la determinazione per andare avanti?

La passione per il lavoro e il fatto che nella vita non riesco a restare indifferente alle ingiustizie. In generale l’informazione libera è fondamentale per una democrazia, non solo nel supporto alle indagini penali ma in tutte le sfere della società perché, svelando gli inganni del potere, rende maggiormente consapevoli i cittadini. Se i mass media svolgessero fino in fondo il loro diritto-dovere di informare sarebbero l’antidoto a molti soprusi e lo stimolo per una policy votata al bene collettivo.

Senza allontanarci troppo e senza addentrarci nei particolari, diciamo solamente che in Italia di giornalisti d’inchiesta come te se ne contano pochi. Sono i colleghi che preferiscono tarparsi le ali per ragioni di comodo? O è il pubblico che richiede a gran voce e preferisce notizie di gossip, curiosità, sport e altro? È il sistema che non funziona? Trent’anni di tv commerciale, riviste di pettegolezzo, film e produzioni da “panettone” hanno compiuto un vero e proprio lavaggio del cervello e la gente non ha più gli strumenti o la forza per reagire?

I fattori che hai citato sono concatenati. Esistono buone dosi di conformismo che sfociano nel servilismo, ma la condotta del singolo giornalista è influenzata in modo decisivo dal sistema, costituito da editori impuri, legati a interessi in altri settori e ai contributi di partitico conio. Come denunciò Pier Paolo Pasolini già prima della deriva berlusconiana, le tv generaliste si erano innestate come instrumentum regni dei poteri economici internazionali e dei rispettivi referenti politico-istituzionali. Il meccanismo è semplice: l’intrattenimento promuove una subcultura intrisa di modelli consumistici e superficiali; i fatti sono sottoposti a censure e manipolazioni sofisticate alternate a improvvisi messaggi di shock disinformation, propedeutici allo smantellamento del senso di giustizia e delle conquiste sociali.

Nella sezione “bio” del tuo sito personale si legge «vinto il concorso per un posto di impiegato in Comune, abbandonai presto per senso d’inutilità». Non vogliamo certo intendere che tutti gli impiegati comunali siano inutili, ma incuriosisce questa tua affermazione.

Mi rendo conto che questa affermazione possa essere associata ai cliché che generalizzano malvezzi presenti nel pubblico impiego. In realtà la frase traduce semplicemente la mia sensazione di allora, cioè di non potermi esprimere in quel ruolo incasellato. Voglio sottolineare che ogni funzione pubblica è importante e una corretta comunicazione dovrebbe trattare casi specifici di sprechi e inefficienze senza alimentare, con disonestà intellettuale, campagne per privatizzare beni e servizi.

A conclusione di un lavoro di studio e indagine durato due anni da parte tua e del collega Ferruccio Pinotti, la casa editrice Chiarelettere ha pubblicato, a novembre 2013, I panni sporchi della sinistra. A marzo 2014 il libro è giunto alla quinta edizione. Un lavoro editoriale importante, pungente, rischioso per certi versi. Sei soddisfatto del risultato che ha portato o sta portando il tuo impegno?

Sì, cinque edizioni sono un ottimo risultato. La molla che spinge a continuare nelle presentazioni del libro e nei dibattiti con intellettuali e magistrati è l’interazione, non solo con i relatori ma anche con i cittadini; una mescolanza che mi arricchisce ogni giorno di più.

Si sono lette molte critiche al contenuto de I panni sporchi della sinistra. In particolare viene considerato un azzardo riferire sui trascorsi di Giorgio Napolitano e sulla sua possibile appartenenza alla massoneria, basandosi anche sulle dichiarazioni di una fonte che ha preferito rimanere anonima. Il punto è che non è tale per te e per Pinotti. È presumibile che abbiate svolto accurate indagini per verificare le fonti prima di citarle. È corretto?

Certo, abbiamo vagliato documenti e testimonianze. Le critiche si sono concentrate su aspetti secondari anziché sulle nuove chiavi di lettura e sugli scoop: il luogotenente di D’Alema a Gallipoli, Flavio Fasano, in rapporti con un boss della Sacra Corona Unita, la condanna alla Corte dei Conti dello storico tesoriere Ds Ugo Sposetti, pedina cruciale nei rapporti col centrodestra. Ricordi quando Gazebo sorprese Sposetti e la quintessenza del berlusconismo, Denis Verdini, nella Galleria Sordi alla vigilia dell’accordo sulle larghe intese per il governo Letta? Altre verità scomode, ignote all’opinione pubblica, sono le persecuzioni politico-giudiziarie ai danni di magistrati che hanno reso concreto l’articolo 3 della Costituzione, come Clementina Forleo (gip di Milano sulle scalate bancarie) e Desireè Digeronimo (pm antimafia di Bari che ha anche scoperto la Sanitopoli pugliese). Mentre Berlusconi e altri possono essere giustamente sviscerati sotto ogni aspetto (ma non pagano con la detenzione per i crimini commessi), the other side of the moon evidentemente no. Le ruote dentate del sistema, basato su una ricattabilità reciproca, a raggiera, prevedono che oltre una certa soglia non sia consentito andare: i rari magistrati e giornalisti che lo fanno incidendo nei gangli della geopolitica, della finanza e dei poteri occulti ne pagano le conseguenze. Mi scuso per la digressione. Tornando alla tua domanda specifica, l’ipotesi dell’appartenenza di Napolitano alla massoneria atlantica, avanzata dai Maestri Gioele Magaldi del Grande Oriente Democratico e Giuliano Di Bernardo della Gran Loggia regolare d’Italia, credo sia interessante se inserita all’interno di un’analisi storica sull’ascesa dell’attuale capo dello Stato. Napolitano, di stirpe partenopea liberale, figlio di un avvocato massone, è stato nel tempo burocrate comunista fedele a Togliatti e a Mosca, collaterale a Craxi e a Berlusconi, garante degli ambienti atlantici e barometro delle tecnocrazie legate a doppio filo ai poteri finanziari. La comprensione degli avvenimenti è facilitata se lo scrittore realizza un compendio dei cursus honorum dei maggiorenti democratici, soliti alle agiografie, e riannoda i fili tra scandali giudiziari, conflitti d’interesse, rapporti tra partito e banche, cointeressenze che stanno alla base di politiche subalterne al berlusconismo e al liberismo sfrenato. Ritenevamo necessario decodificare le ragioni profonde dell’involuzione antropologica della sinistra, deprivata nel corso di un trentennio del patrimonio di idee e di etica civile.

In teoria non costituisce reato l’appartenenza a una setta o loggia. Perché allora, secondo te, in tanti stentano ad ammettere la loro fratellanza o l’ipotesi del loro coinvolgimento con la massoneria?

Perché essere associati a gruppi ontologicamente opachi è un fatto negativo, anche soltanto in termini di immagine. Al di là della questione penale che esiste nel caso di logge illegali come fu la P2 di Gelli, esistono tanti livelli di massoneria che operano in contesti ed epoche molto diversi tra loro, ma quanto condizionino i destini dei governi e delle economie transnazionali non è misurabile per la conoscenza ancora troppo parziale di questi fenomeni. Un discorso analogo vale per i club esclusivi internazionali che rendono noti gli elenchi degli ospiti ma non certo il contenuto delle tavole rotonde che si sviluppano tra banchieri, capitani d’industria e di finanza, manager, giornalisti selezionatissimi. Gli stessi protagonisti della vita pubblica dei rispettivi Paesi, poi, si ritrovano nei governi e nei salotti televisivi a dettare i temi dell’agenda mediatica tra i quali, putacaso, campeggiano i dogmi dell’austerity. Tutto il contrario della trasparenza e della deontologia.

Leggendo I panni sporchi della sinistra e riflettendo sui fatti e sui dati riportati, correlandoli alla contemporanea attività parlamentare e di governo, sembra quasi che la dicitura “di sinistra” o “di destra” sia solamente un escamotage per dividere il popolo, separarlo in tanti piccoli gruppi contrapposti l’un l’altro. I guelfi e i ghibellini del terzo millennio. E mentre le persone si azzuffano per difendere i rispettivi leader, questi stringono fra di loro larghe intese. Non sarebbe meglio abbandonare queste etichettature e concentrarsi sui fatti, sulle azioni concrete? Che siano queste fatte da uomini che si definiscono di destra o di sinistra alla fine non conta; ciò di cui deve importare e che deve contare è la sostanza.

Sono d’accordo che si debba valutare il lavoro svolto e non l’appartenenza, dietro il cui paravento si perpetrano le scelte più deteriori, effetto anche del consociativismo. La differenza di valori tra destra, centro e sinistra però ha ancora senso. In Italia non esiste più una sinistra (sia essa rossa, verde, socialista o keynesiana) che ponga come meridiano di Greenwich la giustizia sociale, le reali pari opportunità, la tutela dell’ambiente e del tessuto produttivo italiano, la laicità come forma mentis. Basti pensare alla lunga stagione di svendita di reti strategiche nazionali e servizi locali, alla precarizzazione del lavoro, al finanziamento delle scuole private e alla demeritocrazia patita da donne di talento, all’assenza di una qualsiasi progettualità Politica con la p maiuscola. Secondo la professoressa Mariana Mazzucato, docente di Economia all’Università del Sussex, lo Stato dovrebbe tornare a orientare l’economia, concorrendo in modo virtuoso con i privati e investendo in ricerche sperimentali, grazie alle quali, come insegna il modello della Silicon Valley, possono venire sviluppati prodotti innovativi. Invece si è lasciato che il capitalismo globalizzato continuasse a far leva sul gap di diritti e salari (altri, Usa e Cina compresi, hanno posto dazi doganali ad hoc per l’interesse nazionale) e che le industrie italiane, dato che anche le più illuminate non vivono per la gloria, trovassero più conveniente la rendita finanziaria. Non solo: queste maschere politiche, che hanno campato tra corruttele e familismo amorale, sono arrivate a svendere il futuro, sottoscrivendo accordi suicidi come il fiscal compact, che si traduce in un cappio al collo da 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni. l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio accelererà la spirale di macelleria sociale e di contrazione delle risorse per settori come la cultura, che sono il traino delle società evolute. Il pareggio in bilancio è stato inserito in una Carta costituzionale vincolata all’ordinamento europeo dopo un rapido iter, nel dicembre 2012, col consenso politico e col silenzio mediatico generale, poco dopo il premier Monti firmò il Trattato del Fiscal Compact. Per questa somma di ragioni la sinistra di D’Alema, Veltroni e altri emuli del blairismo si è scritta da sola l’epitaffio, permettendo a Renzi di scalare il partito e di proseguire, sotto le mentite spoglie del rinnovamento, i dettami della Troika. D’altronde Renzi, come descriviamo nel libro, è prescelto da poteri fortissimi: la galassia ruotante attorno a Berlusconi, il mondo clericale da cui discende, la destra americana dello stratega repubblicano Micheal Leeden presente alla Leopolda, il gotha dell’industria e della finanza che lo sostiene sin dal principio.

Stai lavorando già a qualche nuovo progetto?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Ciao!

(Intervista di Irma Loredana Galgano)

Link a Sul Romanzo.

La “shock disinformation” che sdogana il peggiorismo/2

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Ringraziando i commenti al precedente post e i blog che l’hanno ripreso, ne approfitto per rispondere a Democraziaradicalpopolare di Gioele Magaldi, Gran Maestro del Grande Oriente Democratico, nel cui sito compare la recensione al mini-saggio.
Il confronto dialettico è il sale della democrazia, ormai assente nell’Italia dei tre livelli di “light, ordinary e shock disinformation”. Dunque rispetto i giudizi e le critiche anche più dure a cui rispondo nel modo seguente.
TESTO CONTESTATO: “Il filosofo Salvatore Veca coniò il termine migliorista per descrivere la corrente comunista che non cercava di abbattere il capitalismo con la violenza ma di migliorarlo, quella di Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano, un’area che negli anni ’80, al contrario, ha esemplificato la degenerazione morale della sinistra: collaterale al corrotto Psi di Craxi, finanziata tramite il settimanale Il Moderno dalle società del piduista Berlusconi. Lo scopo che si prefiggevano ontologicamente i miglioristi si era invece realizzato nel periodo di massimo sviluppo economico del Paese, negli anni ’70, in virtù del compromesso storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer…”

DEMOCRAZIARADICALPOPOLARE: Dobbiamo osservare che, al di là degli opportunismi di Napolitano ed altri (transitati concretamente da posizioni di bovino asservimento all’URSS che invadeva l’Ungheria nel 1956 a prospettive di dialogo ambiguamente socialdemocratico negli anni ‘70 – senza che potesse legittimamente definirsi tale, visto che i miglioristi permanevano nel PCI, un partito comunista – con l’establishment occidentale, per terminare in anni recenti con un nuovo acritico appecoronamento al pensiero unico neoliberista che egemonizza attualmente le istituzioni euro-tecnocratiche), il cosiddetto migliorismo aveva effettivamente il merito programmatico di volersi emancipare dall’orizzonte costitutivamente anti-capitalistico e rivoluzionario in senso marxiano del Comunismo italiano, europeo ed internazionale.
Inoltre, liquidare la storia del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi e dei suoi rapporti con gli ambienti miglioristi della “destra” PCI come coincidente con la “degenerazione morale della sinistra”, appare alquanto ingeneroso e superficiale.Gli anni ’80 saranno stati anche anni di esagerate tangenti e corruzioni (le stesse che avevano caratterizzato la storia italiana dal 1861 al Ventennio fascista- regime corrotto come pochi altri, checché ne pensino gli stralunati nostalgici del Duce e della mitologia in camicia nera- e poi dal Secondo Dopoguerra agli anni ’70; le stesse che sono connaturate ad ogni società industriale complessa, e che costituiscono anzitutto un problema di legalità e ordine pubblico, da arginare e prevenire mediante lungimiranti disposizioni legislative e prassi amministrative di controlli incrociati, non certo mediante “giaculatorie moralistiche”), ma furono anche un momento di straordinaria prosperità economica, di ampliamento pluralistico e modernizzazione del sistema mediatico sia entro la TV di Stato che oltre il monopolio RAI (pur con l’anomalia gradualmente realizzatasi dell’oligopolio privato berlusconiano), di consolidamento di un sistema repubblicano più maturo, forte e consapevole (dopo gli anni di piombo, con annessi e connessi) nel segno della democrazia dei partiti e delle correnti (essenziali al grado di pluralismo interno ai partiti stessi, anche se oggi va di moda demonizzarle), di progressiva emancipazione del PCI (dopo la morte di Berlinguer nel 1984 e l’avvento al potere di Gorbaciov in URSS nel 1985) dalle sue fisime di presunta “superiorità morale” e dalle sue ipocrite crociate contro la “democrazia liberale capitalista e imperialista”, magari nel segno del berlingueriano “eurocomunismo” austero e anti-consumista… (ricordiamo che Enrico Berlinguer pronunciò nel gennaio 1977 due importanti discorsi in “elogio dell’austerità”, raccolti e pubblicati nel 2010 da una casa editrice che si chiama significativamente Edizioni dell’Asino…: cfr. Enrico Berlinguer, La via dell’austerità. Per un nuovo modello di sviluppo, Edizioni dell’Asino, Roma 2010.) Quanto al “compromesso storico” di Berlinguer e Moro (vero precursore del consociativismo attuale benedetto dal Quirinale di Giorgio Napolitano), esso fu un poderoso e subdolo strumento per continuare a bloccare e a stabilizzare il sistema repubblicano italiano nel segno di una mancata dialettica tra forze alternative compiutamente democratiche. Il “compromesso storico” consentì il malinteso dell’”eurocomunismo” (formula ambigua e insensata che tanto piaceva a Enrico Berlinguer, ma che era priva di seria consistenza ideologica e politica entro un orizzonte democratico, liberale e libertario, incompatibile con qualunque prospettica comunista, europea o internazionale), ritardò l’evoluzione del PCI verso forme limpide e mature di socialdemocrazia, cristallizzò l’egemonia sulle istituzioni italiane della DC, impedì la prospettiva di una alternativa progressista che potesse portare al governo insieme PSI (+ altri partiti di centro-sinistra come PSDI, PRI, PR, etc.) e un PCI tramutato in qualcosa di diverso e migliore da sé.

MIA RISPOSTA ORA: Premessa. In un articolo siffatto, equivalente a 8 pagine Word scritte lunedì 3 marzo, ho necessariamente sintetizzato alcuni passaggi concentrandomi sugli aspetti che ritengo cruciali. Entrando nel merito, spiego subito che il migliorismo “non cercava di abbattere il capitalismo con la violenza ma di migliorarlo”, dunque era uno sbocco evolutivo fisiologico, condivisibile sic et simpliciter, aggiungendo che “lo scopo che si prefiggevano ontologicamente i miglioristi si era invece realizzato nel periodo di massimo sviluppo economico del Paese, negli anni ’70, in virtù del compromesso storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer…”. La frase però continuava con “…ma prima ancora per effetto della leale collaborazione tra il predecessore Luigi Longo e il presidente dell’Eni Enrico Mattei, vero pioniere della pubblica innovazione e della crescita sistemica nazionale. Tra molte ombre e vizi endemici (clientelismo, familismo amorale, malaffare e sprechi a livello politico-amministrativo) lo Stato italiano seppe declinare in senso progressista la propria rivoluzione industriale, sospinto da diverse istanze, soprattutto la presa di coscienza giovanile nel 1968 e la crescita elettorale del Pci”. Dunque parliamo di uno sviluppo che contempli anche il professo sociale. In questa differenza enorme risiede la risposta alle obiezioni seguenti, ad esempio relativamente alla modernizzazione del Paese attraverso le televisioni generaliste. A mio avviso questi mezzi di comunicazione di massa sono instrumentum regni del Sistema, adoperati cioè per inculcare modelli superficiali e distraenti in una cittadinanza maggiormente consapevole e politicamente attiva. Mi riferisco all’uso deformante di un settore peculiare per l’informazione e dunque basilare per la democrazia partecipata, non certo allo strumento in sè che come ogni innovazione tecnologica è un fattore positivo. Nota: il concetto di austerità-sobrietà espresso da Berlinguer per denunciare le storture del consumismo non ha nulla a che vedere con la dottrina dell’austerity imposta da tecnocrati privi di legittimazione elettorale.

TESTO: “Malgrado le differenze di condizioni economiche e storico-culturali di un popolo che ha conosciuto tardive unificazione, alfabetizzazione e democratizzazione, nell’ Italia del boom hanno avuto un ruolo analogo le forze sindacali, il movimentismo studentesco, il femminismo, i comunisti e alcuni intellettuali d’avanguardia. Il risultato di questo combinato disposto con la nuova coscienza delle classi lavoratrici, solidificatosi non senza difficili mediazioni tra i diversi strati della politica e dell’imprenditoria illuminata, è stato appunto il progresso sociale: l’obbligo scolastico fino a 14 anni, i diritti civili, il Servizio sanitario nazionale, l’evoluzione del Diritto finalmente depurato da disparità di genere, lo Statuto dei lavoratori e la Scala mobile, il meccanismo di automatico adeguamento dei salari all’inflazione…”

DPR: Ora, sarebbe più equo e rigoroso, sul piano storico, riconoscere che per il progresso dei diritti civili in Italia la parte del leone l’hanno recitata i radicali, i socialisti e altri esponenti del mondo laico e democratico, non certo i vertici comunisti, originariamente indifferenti se non ostili a quelli che percepivano come “fisime borghesi, lontane dalla sensibilità del proletariato”…
E anche sugli altri progressi sociali ed economici citati da Santachiara, parrebbe improprio disconoscere – accanto a quello dei “comunisti” – il ruolo dei socialisti, dei socialdemocratici, di svariate componenti della sinistra democratica laica e cattolica molto attive sia all’esterno che all’interno dei sindacati. Per quel che concerne le critiche che Santachiara rivolge successivamente ai governi del pentapartito (dunque con DC, PSDI, PRI e PLI, oltre che con il PSI) guidati da Craxi e Amato (esecutivi del 1984 e del 1992) in riferimento all’abolizione della scala mobile, la questione rimane controversa sulla bontà o meno di quello specifico meccanismo di adeguamento del lavoro salariato (non sul principio in sé di tutelare sempre il potere d’acquisto dei salari, almeno per Noi che lo condividiamo), ma occorre anche notare che se nel 1984 anziché un pentapartito con la DC e il PLI avesse governato ad esempio un quadripartito con PSI, PSDI, PRI e un Partito della Sinistra già emancipato dalle ubbie comuniste e però saldo nella tutela dei ceti più deboli, magari anche la legislazione sul lavoro avrebbe risentito positivamente di una tale situazione…

RISPOSTA: Ammetto l’errore. Tra le spinte esogene dell’evoluzione della società italiana hanno avuto un ruolo importante anche i socialisti pre-craxiani e i radicali. Per quanto concerne la scala mobile permangono obiezioni pertinenti, ad esempio sull’effetto spirale relativo all’inflazione, ma il presidente Obama, benchè limitatamente ad alcuni settori pubblici, ha intrapreso questo percorso per rilanciare i consumi.

TESTO: “Lo scatto in avanti per il bene comune assume ancor più valore nel contesto storico in cui è maturato: l’emancipazione dell’Europa dallo strapotere degli Stati Uniti, tornati al 25% della ricchezza mondiale come negli anni ’20, e dunque indotti dal governo Nixon a svincolare le riserve auree dall’emissione del dollaro, il cui valore era legato fino al 1971 a quello dell’oro, e nei due anni successivi ad un rapporto di cambio fisso con tutte le valute mondiali; nella sfera geopolitica il gendarme del mondo, reduce da insuccessi politici e militari a Cuba e in Vietnam, fresco complice del golpe de estado del generale Augusto Pinochet in Cile, osservava con crescente preoccupazione, come d’altra parte l’Unione sovietica, l’anomalia italiana condizionata dall’unico partito “comunista democratico” che viaggiava oltre il 30% dei consensi, nel crocevia mediterraneo tra i blocchi della guerra fredda anche per lo snodo con il mondo arabo”

DPR: E qui ci permettiamo di osservare che se effettivamente in Cile la nera ombra dei “massoni neoaristocratici e reazionari” (copyright GOD) guidati da Henry Kissinger ed altri produsse la barbarie del regime di Pinochet e se nel Vietnam furono compiute nefandezze da tutte le parti in causa, almeno a Cuba saremmo stati (e ancora saremmo) lieti di vedere affermata una democrazia liberale sostanziale, lontana sia dal modello dispotico di Fulgencio Batista (fino al 1959) che dalla successiva dittatura dinastica pseudo-comunista della Famiglia Castro. Inoltre, ogni qual volta si evochino gli USA, sarebbe apprezzabile rammentare che se l’Italia e altre nazioni europee hanno potuto compiere negli anni ’60 e ’70 “uno scatto in avanti per il bene comune”, ciò è dovuto proprio al fatto che gli Stati Uniti hanno protetto le nazioni occidentali del Vecchio Continente prima dalla barbarie nazi-fascista e poi da quella sovietica, per di più implementando – a partire dal Piano Marshall – un fondamentale supporto economico e finanziario per la ripresa industriale e commerciale dei territori europei. Infine, ci si permetta di osservare che un qualunque Partito Comunista (compreso il PCI), fintanto che sia rimasto tale e non sia evoluto in senso compiutamente socialista riformista- abbandonando il massimalismo palingenetico della sua dottrina- può anche presentarsi come “democratico” tatticamente, in previsione di una rivoluzione futuribile che i tempi ancora non consentono, ma la sua weltanschauung strategica di fondo (comprensiva di lotta classista alla borghesia, abbattimento del capitalismo, annullamento della proprietà privata dei mezzi di produzione, dittatura del proletariato, formazione di una burocrazia di Stato onnipotente, unica interprete autorizzata di una presunta volontà generale e di un bene popolare astratto) rimane incompatibile con una organizzazione sociale libera, pluralista e democratica.

RISPOSTA: Non ho mai negato i fondamentali meriti degli Stati Uniti nella storia del Novecento ed è un bene che a seguito delle Politiche del 1948 l’Italia non sia finita nell’orbita del Patto di Varsavia giacchè avremmo perduto libertà e democrazia. E’ altrettanto scontato concordare sui crimini dell’Unione sovietica e della dittatura cubana ma non colgo il nesso con la ricostruzione del periodo storico preso in esame. Passando all’argomento successivo, mi chiedo perchè considerare il massimalismo palingenetico come una condizione permanente, almeno fintanto che non si è realizzata la svolta, forse tardiva, dell’ultimo segretario del Pci e primo del Pds Achille Occhetto. Secondo questa interpretazione, manichea e superficiale, non sarebbe possibile neppure descrivere quella mutazione antropologica di cui trattiamo nel libro I panni sporchi della sinistra.
Da un punto di vista storico, se ogni cambiamento concreto dettato da forze e soggetti diversi fosse da assimilare come un fattore ininfluente rispetto ai principi originari – quelli deteriori, ossia antidemocratici- della dottrina comunista, diverrebbe inutile qualsiasi analisi, anche sull’involuzione di etica civile e progettuale della sinistra italiana. In altri termini, nel caso specifico, come si possono ignorare le scelte democratiche e gli strappi che Enrico Berlinguer ha faticosamente maturato e consumato rispetto all’Unione sovietica, attribuendo dunque ai comunisti italiani tout court una visione di fondo ancorata all’ “annullamento della proprietà privata e all’instaurazione della dittatura del proletariato”?

TESTO: “Con la scomparsa di condottieri come Moro e Berlinguer l’involuzione della sinistra, della politica italiana e della società ha subìto un’ impressionante accelerazione. I keynesiani forniscono una chiave di lettura importante sul “divorzio” tra ministero del Tesoro e Bankitalia. Nel 1981, per volere del governatore Carlo Azeglio Ciampi e del ministro Beniamino Andreatta, mentore di Prodi, Enrico Letta e tuttora stella polare di Renzi, la banca centrale non poté più presentarsi come acquirente di prima istanza di Bot e Cct, consentendo agli istituti di credito di stabilire il prezzo del rendimento dei titoli di Stato, ovvero tassi d’interesse favorevoli per i loro bilanci e dannosi per i conti pubblici, in modo esponenziale e permanente. Il mutamento ha prodotto una buona fetta dell’indebitamento dello Stato italiano, soggetto inoltre, sempre per la mancata protezione di Bankitalia, all’assalto degli speculatori stranieri che nel 1992 costrinsero l’Italia a svalutare uscendo dal sistema monetario europeo.”

DPR: Tutto giusto e sacrosanto quello che viene osservato a proposito del divorzio (truffaldino, ai danni dell’interesse generale) tra Ministero del Tesoro e Bankitalia. Meno pregevole e condivisibile definire “Moro e Berlinguer” (pace all’anima loro) condottieri schierati contro l’involuzione della sinistra italiana o assimilarne la lezione a quella di due baluardi della visione keynesiana della società. Proprio Beniamino Andreatta deve la sua ascesa politica sin dagli anni ‘60 ad Aldo Moro (di cui fu autorevole consigliere economico) e il Berlinguer eurocomunista, anti-capitalista, anti-consumista ed elogiatore della via dell’austerità ha pochissimo in comune con quel sincero democratico e liberale progressista che fu John Maynard Keynes (difensore del libero mercato in armonia complementare con un ruolo stabilizzatore e regolatore dei poteri pubblici) appartenente a quel Liberal Party britannico che con il Rapporto Beveridge “sulla sicurezza sociale e i servizi connessi” (1942) tracciò la via maestra di ogni moderno sistema di welfare. Dalla stessa fucina democristiana morotea e andreattiana venne quel Romano Prodi cui giustamente Santachiara imputa la cattiva privatizzazione di molte aziende dell’IRI.

RISPOSTA: Anche Moro e Berlinguer hanno commesso errori. Apprezzo gli scritti di Keynes, che non ho associato a protagonisti del mini-saggio, leggo con attenzione gli studiosi che diffondono tale policy rispetto al ruolo decisivo dei poteri pubblici nell’ambito di un’economia ovviamente (repetita juvant) di libero mercato.

Potere, sinistra e media: la “shock disinformation” che sdogana il peggiorismo

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Coloro i quali, per formazione culturale o predispozione, non appartengono alla categoria degli economisti che primeggiano nei media generalisti, nelle università e nei consessi esclusivi – talvolta contemporaneamente – potranno rilevare la particolare natura dei progetti di Matteo Renzi e le sofisticate tecniche di comunicazione di massa con cui si stanno dispiegando. Non possedendo il completo ventaglio di elementi per una valutazione approfondita delle infinite variabili insite nelle politiche economiche e monetarie, consiglio la lettura di studiosi di ogni orientamento per accrescere la propria consapevolezza. Credo però che ognuno debba infischiarsene della conditio sine qua non degli addetti ai lavori e possa contribuire al dibattito condividendo il proprio patrimonio di competenze, siano essere storiche, giuridiche, scientifiche o umanistiche. Sotto l’aspetto dell’informazione il veteroblairismo del giovine premier, terzo esemplare della tecnocrazia priva di legittimazione elettorale, è abilmente occultato sotto una miscela pirotecnica di annunci, finte provocazioni, specchietti per le allodole. Soltanto analizzando questa sfera fondamentale è possibile sviluppare un ragionamento compiuto sul vero obbiettivo di questa nuova generazione della politica con la p minuscola, la cui debolezza rispetto al potere economico affonda le radici nella mutazione antropologica e culturale, oltrechè di etica civile, della sinistra italiana. Cercheremo dunque di far emergere l’inaccessibile chiave di volta di tale strategia multilevel “light, ordinary and shock disinformation”, propedeutica allo “sdoganamento del peggiorismo”. Con la seconda locuzione intendo riferirmi al pensiero di Achille Occhetto, che di recente ha descritto l’attuale Pd come l’alchimia tra il “peggio delle tradizioni della Dc e del Pci”.
Il filosofo Salvatore Veca coniò il termine migliorista per descrivere la corrente comunista che non cercava di abbattere il capitalismo con la violenza ma di migliorarlo, quella di Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano, un’area che negli anni ’80, al contrario, ha esemplificato la degenerazione morale della sinistra: collaterale al corrotto Psi di Craxi, finanziata tramite il settimanale Il Moderno dalle società del piduista Berlusconi. Lo scopo che si prefiggevano ontologicamente i miglioristi si era invece realizzato nel periodo di massimo sviluppo economico del Paese, negli anni ’70, in virtù del compromesso storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, ma prima ancora per effetto della leale collaborazione tra il predecessore Luigi Longo e il presidente dell’Eni Enrico Mattei, vero pioniere della pubblica innovazione e della crescita sistemica nazionale. Tra molte ombre e vizi endemici (clientelismo, familismo amorale, malaffare e sprechi a livello politico-amministrativo) lo Stato italiano seppe declinare in senso progressista la propria rivoluzione industriale, sospinto da diverse istanze, soprattutto la presa di coscienza giovanile nel 1968 e la crescita elettorale del Pci. In questo senso ci soccorre la ricostruzione di Noam Chomsky in Sistemi di potere (Ponte alle Grazie, 2013), nella misura in cui, secondo il linguista e politologo americano, le spinte endogene delle forze migliori della società favorirono il New Deal di Roosevelt. Malgrado le differenze di condizioni economiche e storico-culturali di un popolo che ha conosciuto tardive unificazione, alfabetizzazione e democratizzazione, nell’ Italia del boom hanno avuto un ruolo analogo le forze sindacali, il movimentismo studentesco, il femminismo, i partiti di sinistra e alcuni intellettuali d’avanguardia. Il risultato di questo combinato disposto con la nuova coscienza delle classi lavoratrici, solidificatosi non senza difficili mediazioni tra i diversi strati della politica e dell’imprenditoria illuminata, è stato appunto il progresso sociale: l’obbligo scolastico fino a 14 anni, i diritti civili, il Servizio sanitario nazionale, l’evoluzione del Diritto finalmente depurato da disparità di genere, lo Statuto dei lavoratori e la Scala mobile, il meccanismo di automatico adeguamento dei salari all’inflazione abbattuto dal Pentapartito dei governi Craxi e Amato, che ora il presidente Usa Barack Obama sta introducendo in alcune categorie del pubblico impiego. Il sistema italiano di tutele, in vigore nelle nazioni più progredite, si inserisce nel solco costituzionale dei diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione qualificata e all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Non a caso incarna il male assoluto per le forze delle reazione, non solo in ambito culturale e dunque di stampo clerico-fascista, ma soprattutto per il potere economico-finanziario. Lo scatto in avanti per il bene comune assume ancor più valore nel contesto storico in cui è maturato: l’emancipazione dell’Europa dallo strapotere degli Stati Uniti, tornati al 25% della ricchezza mondiale come negli anni ’20, e dunque indotti dal governo Nixon a svincolare le riserve auree dall’emissione del dollaro, il cui valore era legato fino al 1971 a quello dell’oro, e nei due anni successivi ad un rapporto di cambio fisso con tutte le valute mondiali; nella sfera geopolitica il gendarme del mondo, reduce da insuccessi politici e militari a Cuba e in Vietnam, fresco complice del golpe de estado del generale Augusto Pinochet in Cile, osservava con crescente preoccupazione, come d’altra parte l’Unione sovietica, l’anomalia italiana condizionata dall’unico partito “comunista democratico” che viaggiava oltre il 30% dei consensi, nel crocevia mediterraneo tra i blocchi della guerra fredda anche per lo snodo con il mondo arabo. Dal 1969 il nostro Paese è stato ostaggio della strategia della tensione, di terrorismi e mafie legati anche a poteri politico-istituzionali-militari dalle origini indefinite, opportunamente dimenticati dalla grande stampa che li banalizza ancora sbrigativamente come “deviati” (consiglio la lettura dei libri di Paolo Cucchiarelli “La strage di piazza Fontana” e di Stefania Limiti “Il doppio livello”), dunque è incapace di restituire giustizia e verità alle sue vittime. Per comprendere i meccanismi di selezione della classe dirigente italiana valga un esempio per tutti. Giorgio Napolitano fu accreditato come primo dirigente del Pci a tenere university lectures negli Stati Uniti, il viaggio fu concordato nel febbraio 1978 e si svolse durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro. Al netto di quello che la nuova verità giudiziaria potrà accertare e delle dichiarazioni su presunte responsabilità dei defunti Andreotti e Cossiga da parte del giudice Ferdinando Imposimato che si era occupato del caso, si può concordare che ci trovammo nella condizione di un vero e proprio colpo di Stato, dopo diversi altri falliti o inscenati per indurre i governi a svolte autoritarie. Il rapimento del presidente della Dc che già era scampato 4 anni prima alla strage del treno Italicus per un provvidenziale contrattempo, è stato eseguito dalle Brigate Rosse con una “geometrica potenza” tale da venire considerata dagli osservatori come parte di un piano noto alle Intelligence di mezzo mondo, quantomeno non ostacolato a livelli molto più alti. A ‘Re Giorgio’ non si può imputare null’altro che una questione di opportunità per la scelta, fortemente simbolica, di non rientrare in Italia in quei giorni terribili. Di certo la sua ascesa è inarrestabile: da ex burocrate favorevole persino all’invasione dell’Ungheria ad ambasciatore del Pci nel mondo, Napolitano salì alla presidenza della Camera sotto le bombe di Milano e Roma nel biennio nero della trattativa Stato-mafia e di Tangentopoli, poi si è trasferito al Viminale nel primo governo Prodi, dichiarando alla vigilia dell’insediamento di non avere alcuna intenzione “di aprire armadi”. Superfluo dunque ricordare, nel due mandati al Colle, le affinità del capo dello Stato con Berlusconi, fenomeno che come ogni raider politico di successo è stato prima sostenuto convintamente dai poteri forti e poi in parte scaricato, e il nodo gordiano delle prassi anomale di King George rispetto alle prerogative costituzionali. Nel 2001 Henry Kissinger confermerà in una pubblica cerimonia quanto i media conoscevano ma hanno sempre ignorato: ”Napolitano is my favourite communist”.
Con la scomparsa di condottieri come Moro e Berlinguer l’involuzione della sinistra, della politica italiana e della società ha subìto un’ impressionante accelerazione. I keynesiani forniscono una chiave di lettura importante sul “divorzio” tra ministero del Tesoro e Bankitalia. Nel 1981, per volere del governatore Carlo Azeglio Ciampi e del ministro Beniamino Andreatta, mentore di Prodi, Enrico Letta e tuttora stella polare di Renzi, la banca centrale non potè più presentarsi come acquirente di prima istanza di Bot e Cct, consentendo agli istituti di credito di stabilire il prezzo del rendimento dei titoli di Stato, ovvero tassi d’interesse favorevoli per i loro bilanci e dannosi per i conti pubblici, in modo esponenziale e permanente. Il mutamento ha prodotto una buona fetta dell’indebitamento dello Stato italiano, soggetto inoltre, sempre per la mancata protezione di Bankitalia, all’assalto degli speculatori stranieri che nel 1992 costrinsero l’Italia a svalutare uscendo dal sistema monetario europeo. La direzione unilateralmente intrapresa, quella della perdita di sovranità monetaria, risale al 1979 con l’adesione acritica allo Sme (ad eccezione di Napolitano, che all’epoca prefigurò il rischio di una regia germanocentrica) e all’Ecu, la moneta virtuale embrione dell’Euro, e passa per apposite riforme strutturali dei governi tecnici e di centrosinistra. Il professor Romano Prodi, tuttora celebrato come salvatore della patria e iconizzato dal leader della minoranza della sedicente sinistra del Pd, Pippo Civati, si era già distinto negli anni ’80 come dominus dell’Iri e manager preposto alla cessione di comparti significativi: Italsider fu venduta ai Riva previo creazione di una bad company per scaricare sulla collettività i debiti pregressi dell’acciaieria, l’agroalimentare Sme alla Cir di Carlo De Benedetti, Cirio finì nelle grinfie del finanziere Sergio Cragnotti, la casa automobilistica Alfa Romeo fagocitata dall’onnipotente Fiat. La nuova tornata, due lustri dopo, ha visto il passaggio di Autostrade alla holding della famiglia Benetton, la Telecom controllata prima dalla Ifi degli Agnelli e poi, sotto il governo D’Alema, scalata a debito dai capitani coraggiosi Roberto Colannino e Chicco Gnutti con il concorso esterno del superconsulente Gianni Consorte di Unipol. Si tratta di uno scenario nemmeno immaginabile nelle altre nazioni europee, sia a guida socialista che conservatrice: gli Stati non aderenti all’euro governano l’economia con banche centrali autonome, svalutano la moneta per favorire le esportazioni, sono privi di vincoli rispetto al debito pubblico e al disavanzo annuale, che sempre secondo i keynesiani rappresenta un fattore di salubrità per una comunità. Secondo questa concezione, se il denaro non viene adoperato dai governi per ridurre il deficit ma speso per investimenti cresce la ricchezza privata dei cittadini e delle imprese. All’interno dell’eurozona inoltre nessun governo si è mai sognato di privatizzare asset nazionali. Ancora nel 2007 l’ Italia partoriva nuovi progetti che restano blindati sul tavolo delle riforme auspicabili, l’allora vicesegretario del Pd Enrico Letta difatti invocava la cessione di quote di “Enel, Eni e Finmeccanica”. Persino gli Usa, che pure hanno una concezione anti-solidaristica dell’amministrazione, sono spesso ricorsi al protezionismo con dazi doganali ad hoc, hanno sviluppato politiche economiche statali con la leva della banca centrale e per effetto di una forte vocazione imperialista, sebbene oggi la perfetta macchina militare, a causa dell’indebolimento del dollaro e del debito pubblico nei confronti di Giappone e Cina, non riesca più ad assicurare l’assoluto dominio nelle aree ad alta intensità energetica nel Sudamerica e nel Medio Oriente. La ricerca e l’innovazione promossa dalla Casa Bianca favorisce da sempre le start up incarnando lo spirito non già del miracolo americano ma di qualsiasi realtà evoluta, che concepisce lo Stato come reale timone che alimenta, in costante confronto con la società civile, la propria Weltanschauung, elaborando progetti che possano fornire alternative e competizione vera, antidoto agli oligopoli. Al contrario un Paese senza sovranità monetaria e guida Politica come l’Italia, in balia delle disposizioni cogenti della troika, proseguirà con gli aumenti di imposizione fiscale e i tagli di risorse pubbliche in una spirale che riduce i consumi e le produzioni toccando vette di disoccupazione e pauperismo.
Onde evitare il dibattito vero, ossia fino a che punto la pubblica amministrazione debba spingersi nell’economia, i media autoctoni agitano lo spettro del debito pubblico dimenticando che si tratta di un male comune a potenze come gli Usa e il Giappone, e suggerendo per l’Italia “derubata e colpita al cuore” palliativi da malato terminale. La lotta agli sprechi e all’ evasione fiscale, alla corruzione e alle mafie darebbe certamente risultati tangibili ove ci fosse la volontà politica finora mancata: una efficace gestione dei beni confiscati che troppo spesso ritornano nelle mani dei boss, l’assenza del reato di autoriciclaggio introdotto nelle scorse settimane persino nella Repubblica di San Marino; la corruzione tra privati e il traffico d’influenze previsti dalla legge Severino sono reati non perseguibili poiché con pene da 1 a 3 anni non consentono intercettazioni, il falso in bilancio e l’abuso d’ufficio restano depenalizzati, reati ambientali e abusi edilizi si risolvono con semplici oblazioni, per la frode fiscale non si finisce in carcere neppure se reo-confessi di ruberie miliardarie. Il problema è che questa discussione nell’alveo dell’ indignazione mediatica e delle dichiarazioni d’intenti politiche non ha mai prodotto risultati per evidenti molteplici interessi, non soltanto le collusioni mafiose e le lobby parlamentari di indagati e avvocati, ma per ragioni storiche più profonde: le quattro organizzazioni criminali sono cresciute negli anni grazie a quelle cointeressenze affaristiche e strategiche. Su piani diversi ma con una logica non dissimile, certamente aggravata dalla deriva morale del berlusconismo, è spiegabile l’inerzia della classe politica, talvolta anche dopo l’intervento della magistratura, rispetto agli sperperi (vitalizi d’oro, consulenze dorate, stipendi record) relativi a cricche burocratiche che non sono sottoposte a spoil system, al clientelismo demeritocratico e ai fiumi di denaro legati a fenomeni di corruzione sempre più ingegnerizzati.
Naturalmente è sacrosanto insistere nelle denunce di ogni commistione, immoralità e reato, nell’impegno civico per l’educazione alla legalità, ma da tempo si sarebbero dovute affrontare le ragioni essenziali della crisi italiana. Roberto Saviano ha lanciato la consueta evergreen question per consentire a Renzi di fornire pronte promesse law and order, ma perlomeno non si è spinto oltre. Sul Corriere della Sera del 3 marzo 2014, in un editoriale intitolato “Le cause politiche della descrescita”, Ernesto Galli della Loggia si sofferma su quelle che considera le conseguenze negative molto importanti: ”L’espansione caotica e costosa dello Stato sociale, i sussidi indiscriminati alle imprese, il peggioramento della qualità dell’istruzione e della Pubblica amministrazione a causa di concessioni permissiviste dall’alto e pansindacalismi e agitazioni democraticiste dal basso (…)”.Additare l’eccesso di spesa sociale come causa dell’indebitamento pubblico è un esercizio di disonestà intellettuale se si evita di riferirsi ai fenomeni corruttivi, alle svendite di comparti fondamentali, agli alti tassi d’interesse dei titoli di Stato che le banche private hanno sfruttato dagli anni ’80. E soprattutto alla stretta dei vincoli europei. Basti considerare le conseguenze nefaste del pareggio in bilancio, introdotto in Costituzione nel luglio 2012, in sordina e con voto bipartisan dunque, senza neppure dover manomettere l’articolo 138 della suprema Carta. Si tratta del fiscal compact, che per riportare il debito pubblico italiano al 60% del Pil si manifesta come un cappio al collo da 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi venti. Ergo, volenti o nolenti, i governi non potranno favorire lo sviluppo attraverso riduzioni fiscali del costo del lavoro e incentivi che Confindustria e le altre associazioni di categoria continuano a chiedere, concentrandosi sulla macelleria sociale. In sostanza, la subalternità culturale della classe dirigente italiana, e il centrosinistra mutato antropologicamente più ancora del pregiudicato Berlusconi, continuerà a seguire pedissequamente i diktat della grande finanza che non ha più una sede ma è internazionale. I proclami per l’uscita dall’euro, un pass-through le cui conseguenze negative sui movimenti di capitali e sui salari in relazione al nuovo tasso di cambio sono oggetto di complessi studi scientifici, favoriranno le ali nazionaliste dello scacchiere europeo ma rappresentano vacua retorica. I componenti della troika, ossia Fmi, Commissione Europea e Bce, parimenti al Consiglio d’Europa, sono costituiti da tecnocrati nominati dai governi, personalità di grande competenza ma prive di legittimazione popolare, tuttavia in larga parte appartenenti alle classi dominanti, aristocrazie moderne che si confrontano presso club esclusivi per banchieri, manager, boiardi di Stato, giornalisti selezionatissimi. Nessuno invece spiega che l’unico organo democraticamente eletto, il Parlamento Ue, è privo dei poteri legislativo ed esecutivo.
Torniamo dunque al tema dell’informazione, che fino all’altro ieri non aveva mai pronunciato sulle tv e i giornali nazionali le due parole magiche, “fiscal compact”, mentre oggi c’è grande fibrillazione per il rinnovo, pressochè ininfluente, dell’europarlamento. Negli ultimi anni stampa e Pd lancia (Renzi) in resta hanno avallato i progetti tayloristi dell’ad Fiat Sergio Marchionne e continuato a ripetere ossessivamente la necessità di privatizzare reti strategiche nazionali e locali: con la perdita delle prime si impedirà qualunque policy innovativa e progressista, con gli oligopoli misti delle multiutility si sedimenterà ulteriormente il profitto finanziario in beni e servizi pubblici. Eppure i disastri provocati nell’ossatura della piccola-media impresa e in termini di sperequazioni dei redditi erano visibili molti anni prima della crisi del 2008, fatta coincidere con il crac della Lehman Brothers. Come non notare che l’abolizione dello Steagall act voluta da Bill Clinton aveva eliminato in modo criminogeno la separazione tra banche d’affari e di risparmio, aprendo il varco ai piani d’investimento a rischio che hanno rovinato milioni di risparmiatori nel vortice dei derivati, il moderno gioco d’azzardo su titoli sottostanti? Wolfang Goethe nel 1830, scriveva: ”Vuoi moneta di zecca? Ecco la banca. E se non c’è, basta scavare un po’. Coppe e collane si vendono all’asta e la carta moneta subito ammortizzata fa vergogna all’incredulo che di noi se la ride”(Mefistofele, Faust II). Onde evitare di affrontare il merito delle questioni il mainstream ha propugnato assiomi indimostrati sull’efficienza del capitalismo finanziario, assunti neppure filosofici o ideologici ma psicologici: di fronte al contrarsi di salari, diritti del lavoro, investimenti pubblici in scuola e ricerca, il mercato finanziario sarà grato e dunque si spenderà per la collettività. Neppure Adam Smith era mai giunto a sostenere tanto. Difatti qualificava i mercanti inglesi dell’età vittoriana come i “principali architetti” della politica economica, non certo disinteressati creatori di benessere. Soltanto di recente dunque, di fronte alla protesta popolare per l’impoverimento delle classi medie e all’impegno di soggetti come il M5s e di Tsipras in Grecia, l’agenda mediatica ha concesso piccoli spazi di democrazia partecipata.
L’agenda politica, secondo il parlamentare Pd Corradino Mineo intervistato oggi nella trasmissione “Un giorno da Pecora”, sarà dettata da Matteo Renzi ancora a lungo. Il terzo premier nominato senza passare dalle elezioni né da un dibattito parlamentare che motivasse la sfiducia, possiede quello spago che mancava ai predecessori Monti e Letta invisi all’opinione pubblica: ben congegnate traiettorie mediatiche lo hanno ammantato di nuovismo e decisionismo, nondimeno caricato di una buona dote di alibi preconfezionati (il Ncd di Alfano, le burocrazie eterne, la sinistra interna, ect). Ai fini dell’esito positivo della congiura di palazzo che ha destituito Enrico “stai sereno” Letta, è stata decisivo lo “scoop” nel libro di Frieadman sugli incontri informali di Napolitano per sostituire Berlusconi con Monti nell’estate del 2011. Re Giorgio, che come abbiamo visto è il garante supremo degli interessi dei poteri forti atlantici, vaticani e finanziari, si è orientato come un barometro sulle condizioni meteorologiche favorevoli a Renzi, dischiudendogli le porte di palazzo Chigi dopo una votazione democratica che in altri tempi si sarebbe definita bulgara. Sarà un caso ma la scelta di non indire nuove elezioni dopo la caduta di Berlusconi nel novembre 2011 favorì, oltre al Cavaliere al minimo storico nei sondaggi, lo stesso rampante fiorentino. Il quale ha avuto tutto il tempo di preparare la sua campagna elettorale permanente per le primarie di fine 2012 contro il segretario Bersani, arrivato all’appuntamento con le Politiche del febbraio 2013 con lo scandalo Mps sul groppone. Lo stupore minimizzatorio degli osservatori per il recente endorsement del Fmi al Jobs act di Renzi appare surreale per il risaputo orientamento liberista del premier, in prima fila nell’ostentare deferenza ai sacerdoti dell’austerity mescolati ad elogi ai padri nobili dell’Europa come De Gasperi, Altiero Spinelli e Adenauer. Domenica 2 marzo il “compagno Matteo”, per lanciare “la sfida dell’education e della cultura”, ha citato l’esempio delle banche che “finanziarono gli artisti del Rinascimento”, esempio classico di paleocapitalismo elitario anglossassone. Puro afflato filantropico, amnesia temporanea per il profitto e lo spread tra borghesia finanziaria e ceti disagiati, o riverniciatina d’immagine veteroblairiana che consentirà di rilanciare la tesi tecnocratica dominante del cut-cut-cut per “il bene delle nuove generazioni”? Renzi pronunciato questo discorso in occasione dell’ingresso nel Partito socialista europeo del Pd, descritto da alcuni osservatori più realisti del re come l’ennesima medaglia del sindaco di Firenze. Un eccesso che ha costretto il fondatore del Pds Occhetto a ricordare come il partito fosse entrato nella famiglia socialista europea sotto la sua guida. Altro aspetto significativo è il ringraziamento che Renzi, sedicente rottamatore della vecchia classe dirigente dei Ds, ha inteso tributare pubblicamente a Bersani, D’Alema e Fassino, peraltro già degnamente rappresentati nella direzione del partito e nei ruoli di sottogoverno. Che si tratti di un’abile mossa tattica nei confronti di chi sta evidentemente trattando nuovi posti di potere, poco importa. Questa somma di ragioni induce a ritenere che le supposte richieste renziane di modificare i patti di stabilità, amplificate dagli esegeti bocconiani della prima ora e dai più frizzanti presenzialisti televisivi, non rappresentino altro che banali depistaggi informativi. Nel libro scritto con Ferruccio Pinotti per Chiarelettere, I panni sporchi della sinistra, abbiamo dedicato alcune pagine all’ascesa di Renzi, all’epoca ancora sindaco di Firenze e sfidante di Bersani alla segreteria democratica. Più che sulla variopinta galassia di cantanti, sportivi e scrittori ci siamo concentrati sui sostenitori di peso: il gotha dell’industria e della finanza, compresa la galassia berlusconiana di Giorgio Gori, Flavio Briatore, Fedele Confalonieri. Prima di rendere noti i finanziatori della fondazione Big Bang era stata una cena di autofinanziamento promossa da Davide Serra, golden boy della finanza a lungo all’opposizione nel colosso Generali e ideatore dell’hedge fund Algebris Investments Ltd, a svelare gli aficionados. Alla cena erano presenti imprenditori del calibro di Claudio Costamagna, presidente di Impregilo, Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, banchieri come Flavio Valeri di Deutsche Bank e Carlo Salvatori di Lazard Italia, ex Unipol, Intesa e Unicredit. All’uscita Guido Roberto Vitale, già presidente Lazard, regalò lo screenshot: «Renzi è l’unico uomo di sinistra che non ha letto Marx e per questo è da stimare”. Non abbiamo esitato a rivelare l’occhiuta presenza del potere atlantico per il tramite di Micheal Leeden, falco repubblicano stratega dei servizi segreti, che unisce virtualmente il deus ex machina della politica italiana Giorgio Napolitano e il nuovo predestinato Matteo Renzi. Anche se c’è chi parla di viaggi transoceanici precedenti alla visita privata del sindaco di Firenze alla residenza di Berlusconi ad Arcore, Leeden si sarebbe avvicinato alla galassia renziana tramite il costruttore Marco Carrai, consigliere presso alcune ex municipalizzate che vanta buoni agganci negli Usa e in Israele, oltre che legami con l’Opus Dei. Leeden, presente alla Leopolda, pareva un fantasma per tv e stampa italiane benchè personaggio di una certa fama: trent’anni orsono, lo stimato consulente dei servizi italiani, prima di venire coinvolto (e scagionato) negli scandali Iran-contra e Niger-gate, si interessò dell’individuazione di Napolitano come l’affidabile nella fila del Pci. “I panni sporchi” ha dunque lanciato alcuni sassi nel silente stagno mediatico: scoop come la condanna alla Corte dei conti dello storico tesoriere Ds Ugo Sposetti, notizie confinate nelle cronache locali come il legame tra il luogotenente di D’Alema, l’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano, e il capomafia della Sacra Corona Unita Rosario Padovano, le vicende censurate dei procedimenti trattati da magistrati scomodi come Clementina Forleo e Desireè Digeronimo sono rimasti “pezzi unici”. Eppure sono state vendute svariate migliaia di copie e gruppi di cittadini partecipano con passione alle presentazioni, sia quelle organizzate dagli attivisti del M5S sia ai dibattiti con colleghi come Antonello Cresti del Manifesto, o con l’autore di tre libri su Mps Raffaele Ascheri, o ancora “banditi” che da anni non danno tregua alle cosche come Christian Abbondanza della Casa della legalità. Forse qualche conduttore tv e quotidiano del salotto buono lo avrà sfogliato distrattamente, ad esempio potrebbe non essere stata una coincidenza la scelta del settimanale di Repubblica, Il Venerdì, di dedicare ai rapporti tra Napolitano e il mondo anglosassone la prima pagina del 13 dicembre 2013 Link all’operazione de Il venerdì.
Il meccanismo della shock disinformation è invisibile per effetto di un’oliata dissimulazione posta su tre livelli, vere e proprie ruote dentate sincronizzate: l’occupazione della comunicazione generalista con aspetti sovrastrutturali grazie a decine di figuranti entrati talmente bene nei rispettivi ruoli da rendere perfettamente credibili gli scontri polemici; la censura e, ove questa fosse impossibile, la minimizzazione e la manipolazione delle verità scomode; al terzo livello la shock disinformation. Il piatto centrale al desco dei manovratori del Risiko comunicativo, finalizzato allo sdoganamento del peggiorismo, è il terzo livello. Citiamo ad esempio la polemica di fine 2012 tra il finanziere Davide Serra e l’allora segretario del Pd Bersani, sulla società del primo operante con “base alla Cayman” contrapposta alla nomenklatura che stava boccheggiando con lo scoppio di scandali come Mps. Il quesito che s’insinuava in lettori ed elettori non era facilmente percepibile ma poneva di fatto sulla bilancia due realtà fino a qualche anno fa, a sinistra, incompatibili: sono più abietti i paradisi fiscali, la finanza speculativa, le grandi lobby che scaleranno e poi sosterranno (american trasparency) il partito della fu sinistra o i costi esorbitanti della Casta pubblica, il voluminoso rimborso pubblico ai partiti e ai giornali che infatti Renzi propone di abolire tout court sfruttando le proposte del Movimento 5 Stelle? Lo stesso Serra, quando il mese scorso la Elettrolux ha annunciato l’intenzione di chiudere lo stabilimento friulano se non avesse dimezzato i salari, ha ribadito la concezione classica dei liberisti del capitalismo finanziario globalizzato. In un tweet, poi bacchettato da Gad Lerner, ha legittimato la sparata della multinazionale svedese definendola razionale: “Costo del lavoro per azienda e triplo dopo oneri sociali. Per salvare lavoro deve abbassare 40% stipendi”. Il messaggio della shock disinformation deve essere esplosivo per incrinare i retaggi delle conquiste sociali, anche se è lo stesso concetto che sentiamo ripetere nelle università e nella pubblicistica da un trentennio a questa parte. Privato è bello, anche se la produzione delocalizza, se l’industria si finanziarizza, se l’economia reale si trasferisce da beni e servizi a giochi borsistici e holding transazionali mentre le banche conducono il percorso inverso e perverso: prestando denaro creato dal nulla a famiglie, imprese e Stati realizzano strozzinaggio legalizzato. Quando la real competition, poiché la vera concorrenza nel mercato è fattore positivo, aggrava le condizioni dei “creatori di denaro” ecco subentrare gli aiuti della Bce e degli Stati: dopo il regalo della patrimonializzazione di Bankitalia posseduta da istituti privati che potranno vendere le quote eccedenti il 3%, ora il governatore Ignazio Visco suggerisce di creare una bad bank per rilevare i mutui subprime, i crediti difficilmente esigibili, delle banche private. Non è arduo prevedere che presto sarà la sanità pubblica a venire aggredita. Il sistema economico-finanziario promuove sottili campagne che amplificano i problemi del pubblico e occultano quelli oggettivamente maggiori dei network privati. Le catto-privatizzazioni o esternalizzazioni per interessi endogeni ed esogeni, dalla clinica locale alla multinazionale del farmaco, sono favorite dalla spending review che gli organismi internazionali impongono agli Stati, i quali a loro volta obbligano le Regioni a “razionalizzare” anche il numero dei posti letto. Dunque la difesa della sanità e degli ospedali pubblici da parte di pochi coraggiosi amministratori locali è una battaglia di civiltà.
A questo punto mi ricollego ad una tesi di Pier Paolo Pasolini, la cui visione si è dimostrata anticipatrice e neorealista, nel senso della capacità di rendere intellegibile un dato momento storico. Stiamo parlando di un intellettuale che allora incideva nella carne viva del Potere con i suoi ragionamenti profondi ed emancipati (usurpati ancora oggi, giocoforza senza citazione), scomodo poiché consentiva ai lettori del primo quotidiano italiano di sublimare concetti nobili, intrisi di grande logica e pragmaticità. Ad esempio il poeta, che pure non ha mai risparmiato sacrosanta irriverenza alle falsità clericali, considerava più pericolose le mode fintamente trasgressive e realmente nichiliste, indotte dalla società consumistica. In sostanza le critiche del ribellismo all’ipocrisia (il pubblico pudore che è il dazio pagato dal vizio alla virtù) di sinistra, sindacati o della stessa religione cristiana, in definitiva della struttura che ha idealmente valore pubblico, erano e sono utili alle forze politico-mediatiche capitaliste per inculcare modelli privi di etica civile. E’ ovviamente importante fare emergere malaffare, incoerenze e liturgie insensate per migliorare questi aspetti, gravi ma sovrastrutturali, ma lo è di più progettare una società migliore, classica o/e innovatrice, votata al bene collettivo e ambientale. Invece la geometrica potenza dei poteri forti amplifica mediante le apposite maschere politiche (panem et circenses) quegli aspetti negativi, dovuti alla natura predatoria e meschina dei singoli, con lo scopo malcelato di svilire e delegittimare i principi di uguaglianza e solidarietà da sempre nel mirino. Degli sdoganatori del peggiorismo.

“Sinistra e M5s, il progresso sociale è possibile”

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Intervista realizzata il 2 gennaio 2014 in occasione della presentazione del libro a Modena.

C’era una volta il detto i panni sporchi si lavano in casa. Oggi invece “I panni sporchi della sinistra” nato dalla collaborazione fra i giornalisti d’inchiesta Stefano Santachiara e Ferruccio Pinotti, analizza e rilegge minuziosamente le vicende dei principali leader della sinistra.
Da Giorgio Napolitano definito “garante dei poteri forti” alle amicizie pericolose di Bersani e di D’Alema, dalle innovazioni ambigue di Renzi al coinvolgimento di Vendola nella faccenda dell’Ilva, il volume traccia il ritratto di una sinistra a tinte fosche, su cui si allungano le ombre di corruzione, relazioni ambigue e Massoneria. Vengono anche denunciate le presunte collusioni tra PD e criminalità organizzata in terra emiliana. Proprio in occasione della serata modenese di presentazione del libro, il 2 gennaio 2014, abbiamo incontrato Santachiara:

“I panni sporchi della sinistra”, di cosa parla?
“I panni sporchi” vuole raccontare la mutazione antropologica della sinistra italiana, che si caratterizza come un processo di involuzione, culturale ed etica. Non c’è più interazione con la società civile e la realtà delle fabbriche. Oggi quella che viene condotta è una lotta per il potere fine a se stesso.

M5S ha collaborato alla organizzazione della serata di presentazione del libro. Qual è la sua opinione su questo movimento, con le elezioni amministrative alle porte?

Il Movimento Cinque Stelle si inserisce nelle lacune lasciate dalla sinistra su molti temi, si lega alla democrazia diretta ma il potere centrale di Grillo e Casaleggio è forte. La situazione di ogni territorio è diversa, in Emilia Romagna il movimento ha dimostrato un grande impegno denunciando politiche ambientali sbagliate come il consumo del suolo e il mancato aggiornamento degli oneri di cava. E’ necessario guardare caso per caso, amministrazione per amministrazione: la mia valutazione odierna sull’operato dei grillini è positiva. D’altra parte non si può fare di ogni erba un fascio nel Partito Democratico, che continua a selezionare i propri dirigenti per cooptazione penalizzando chi merita.

Ci sono anche esempi virtuosi nel PD quindi?

Esistono spinte positive endogene che potrebbero ridare slancio alla sinistra, oggi subalterna ai dogmi dello sviluppo economico, priva di una visione che contempli il necessario progresso sociale. Per restare alla nostra provincia cito il caso di Vignola. Mentre il PD a livello nazionale (e il governo che il nuovo corso di Renzi sostiene) si mostra indifferente se non complice rispetto ad una piaga sociale come la ludopatia, germogliano iniziative virtuose come quella adottata dal sindaco Daria Denti, ossia il cosiddetto censimento no slot che garantisce massima visibilità agli esercenti che dicono no al gioco d’azzardo.

Il Movimento di Grillo fa larghissimo uso dei media, soprattutto del Web per diffondere le sue iniziative. Cosa ne pensa?

L’uso del web ha senz’altro favorito la partecipazione civile e accresciuto la trasparenza in un mondo opaco come la politica odierna, ma come tutti gli strumenti innovativi presenta delle contraddizioni. Pensiamo alla circolazione delle informazioni in rete, certamente più libera e transnazionale rispetto ai media generalisti di un Paese come il nostro, nel quale editori impuri legati a potere politico ed economico si segnalano per omissioni e manipolazioni sottili; allo stesso tempo però le fonti di molte notizie condivise in rete non sono attendibili e non tutti i cittadini possiedono i mezzi per comprenderlo.

C’è un errore in particolare che il M5S ha compiuto in nome della democrazia diretta della rete?

Un caso di scuola è quello avvenuto in occasione dell’approvazione nella Commissione giustizia del Senato dell ‘emendamento del M5S che abolisce il reato di clandestinità. L’iniziativa dei senatori del Movimento 5 Stelle è stata sconfessata l’indomani da Grillo con la motivazione che non era nel programma e non era passata al vaglio degli elettori.

(Intervista di Giulia D’Elia)

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