“Calcio, carogne e gattopardi”: intervista dell’agenzia LaPresse

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La cronaca per LaPresse è di Elisabetta Graziani, già giornalista de La Stampa di Torino.

Milano (LaPresse) – Stefano Santachiara, giornalista del Fatto Quotidiano e già autore de ‘I panni sporchi della sinistra’, presenta alla libreria Coop statale in via Festa del Perdono a Milano il suo nuovo libro ‘Calcio, carogne e gattopardi’ che prende le mosse dai fatti di cronaca più recenti, come la presunta trattativa ‘stadio-mafia’ avvenuta all’Olimpico in occasione della Coppa Italia, per cercare le radici di un male antico, risalente addirittura al ‘panem et circenses’ dell’impero romano.

 Qual è la tesi di fondo di Calcio carogne e gattopardi?

“La strumentalizzazione del calcio da parte del potere finanziario e politico. In questo libro, attraverso una ricerca documentale e interviste di protagonisti e esperti, ho cercato di riannodare i fili sulle origini, le ragioni e gli effetti del fenomeno del football rompendo un tabù. Le cronache ci raccontano dei casi singoli, di scandali scommesse che si susseguono a ritmi tali che non fanno più notizia, mentre dietro ci sono ingenti altri interessi economici che passano per la Fifa, le televisioni, i grandi brand e i guadagni stratosferici dei calciatori. Inoltre credo sia giunto il momento di descrivere anche l’uso e l’abuso che il potere fa del gioco più bello del mondo: le carriere politiche, le infiltrazioni mafiose, e un uso più sottile dal punto di vista culturale: il calcio nella storia è stato usato per legittimare feroci dittature, basti pensare ai Mondiale della vergogna di Argentina, ma anche nelle democrazie per distogliere dalle questioni sociali”.

Il libro descrive la commistione tra poteri forti che si reggono a vicenda e la esemplifica nelle vicende di Berlusconi e Renzi. Non è un parallelismo forzato? Renzi, fino a prova contraria, non ha mai presieduto una squadra, non si è esposto a favore dei Mondiali e Cesare Prandelli si è dimesso dopo la sconfitta in Brasile.

“Sì, i cosiddetti poteri forti hanno trovato in Berlusconi ieri e in Renzi oggi i propri terminali, i rappresentanti di un coagulo di interessi diversi, nazionali e internazionali. Certamente nell’ascesa politica di Renzi non ha avuto un ruolo fondamentale il calcio, e la televisione privata, come fu per Berlusconi ma anche l’ex sindaco di Firenze ha saputo adoperare il sistema-calcio in modo piuttosto efficace: si è mostrato più volte in pubblico assieme all’allenatore della Nazionale Cesare Prandelli sfruttandone la popolarità trasversale per i tifosi-elettori”.

La parabola berlusconiana cominciò con il Mundialito, di che si tratta?

“Il Mundialito ha rappresentato il primo via libera alla prassi illegittima che poi l’oligopolista Berlusconi ha praticato in abbondanza grazie a Craxi e poi al centrosinistra: trasmettere a livello nazionale con le proprie televisioni malgrado sentenze della Corte costituzionale lo vietassero. Nel 1980, grazie al nulla osta della Rai e del governo Forlani, Canale 5 potè mandare in onda con il satellite il torneo amichevole disputato in Uruguay, paese all’epoca nelle mani di una giunta militare fascista che ospitava Licio Gelli.

Nel saggio, coadiuvato da autorevoli sociologi (il professor Elio Matassi e lo scrittore Andrea Ferreri), viene sviluppata un’analisi sul controllo sociale, adoperando anche la metafora di Fantozzi inebetito dal triplo oppiaceo soldi, tv, calcio e incapace di reagire ai soprusi della politica. Il paragone ricorda l’opinione di Grillo sulla maggioranza degli italiani, e in particolare su quelli che hanno scelto Renzi alle Europee, vale a dire che non sanno votare e sono un popolo di immaturi. E’ d’accordo? Secondo lei, in caso di nuove elezioni, se gli italiani optassero per il Pd dimostrerebbero cecità di fronte al ‘controllo sociale’?

“Non esiste un rapporto di causa-effetto tra il voto a questo o quel partito e il controllo sociale che il potere, economico e politico, esercitano attraverso il calcio. La metafora del prototipo dell’italiano ‘passivo’ che incarna il ragionier Fantozzi credo renda l’idea della condizione attuale, in relazione alla scarsa partecipazione alla vita democratica di un Paese in crisi economica, ma ancor di più sociale e di valori. Lo sport è sempre stato, sin dall’antichità, uno degli strumenti di intrattenimento delle masse, ma in tempi recenti, soprattutto nel combinato disposto con la pubblicità e i media, si è rivelato un’arma di dispersione rispetto ai problemi reali. Gaber già nel 1973 cantava dell’avvento dei tecnocrati mentre la gente parlava di calcio e Pasolini si concentrava sui messaggi martellanti dell’instrumentum regni”.

Ritornando al parallelo Renzi-Berlusconi, il cavaliere oggi è più attaccabile di un tempo, è stato in parte ‘scaricato’ anche da chi lo sosteneva sempre e comunque. In una parola: ha meno potere. Tuttavia è ancora l’indiscusso presidente onorario del Milan. A partire da questa sua parabola discendente e dalla tesi del libro, sono prevedibli dei cambiamenti nel mondo del calcio italiano?

“Sì. Berlusconi ha perso la leadership da che i poteri forti lo hanno scaricato nel 2011, dopo le pressanti richieste della Troika, quando è stato costretto a dimettersi e Napolitano ha nominato Monti senza passaggio elettorale, proprio come i successori. Dunque anche nel calcio qualcosa sta cambiando e cambierà. Il mio timore è che accada proprio come nella politica. Vale a dire una finta palingenesi, un rinnovamento solo di facciata che però consente al potere di perpetuarsi identico. Per esempio, in questo senso, la nomina di Tavecchio: un altro collezionista di incarichi. Sono ancora tutti lì, i vecchi nomi: un carrozzone che va avanti come prima”.

In ‘Calcio, carogne e gattopardi’ c’è un interessante accenno al maschilismo nel calcio e alla discriminazione nei confronti del mondo sportivo femminile, riportata alla cronaca dalle dichiarazioni di Tavecchio. Senza scadere in tesi uguali e contrarie, cosa comporterebbe secondo te un maggiore riconoscimento del ruolo della donna nel calcio?

“L’Italia sta perdendo l’occasione di fare come gli altri Paesi europei che associano le squadre femminili e quelle maschili. Questo all’estero vuol dire più spazio sui giornali e l’uso delle stesse strutture da parte di sportive e sportivi. Siamo indietro e lo dimostra anche lo scarso numero di dirigenti e presidenti donne. Si tratta di un fenomeno del tutto speculare alla società patriarcale e maschilista italiana che si riflette anche nel linguaggio sportivo sovente sessista”.

(Elisabetta Graziani)

L’intervista dell’agenzia Lapresse:http://www.lapresse.it/cronaca/calcio-carogne-e-gattopardi-il-nuovo-libro-di-santachiara-sui-poteri-forti-1.576227

“Calcio, carogne e gattopardi”: per il Fatto Quotidiano è complottismo, ma non spiega dove

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Ecco la recensione apparsa il 13 settembre sul Fatto Quotidiano, in un articolo non firmato:

Svelare “il malcelato abuso che il potere fa del calcio”. Questo l’ambizioso progetto di “Calcio, carogne e gattopardi” di Stefano Santachiara, un saggio sociologico, politico, storico e sportivo che tenta di rammendare ogni spunto di cronaca calcistica più o meno recente (dalla cessione di Baggio alla Juventus fino a Jenny a’ Carogna) per comporre la coperta sotto la quale il potere politico sfrutta l’amore del popolino per il pallone a proprio uso e consumo. Il saggio si snoda attraverso una lunga serie di aneddoti (alcuni gustosi, come quelli sulla Lazio “armata” di Chinaglia e Maestrelli) e riflessioni dal retrogusto ideologico (“L’interesse della borghesia a rendere popolare il calcio dipendeva dal fatto che la rivalità agonistica avrebbe sottratto energie e tempo al movimento operaio in lotta”; o parlando del futuro dell’Italia:”I bambini potranno ancora giocare con una palla di pezza, come avveniva nel dopoguerra”). La trama, seppur a tratti godibile, si smarrisce quando tenta di risolvere la complessità della storia in una palla che rotola e nel voler vedere un disegno superiore dietro ogni episodio, foss’anche un rigore non dato. Ma, nell’Italia raccontata da Santachiara, è vizio diffuso.

Questa è la mia replica, 20 righe inviate domenica 14 settembre:

Gentile direttore, ogni critica è legittima ma sono costretto a replicare alla mini-recensione di “Calcio, carogne e gattopardi” di sabato 13 settembre. Il passaggio di Baggio alla Juventus non c’azzecca con l’uso politico poiché si trova nel paragrafo dedicato all’antropologia del tifoso. Quanto alle riflessioni dal “retrogusto ideologico”, non soltanto la borghesia inglese promosse il football alla fine dell’Ottocento ma i ceti dominanti hanno adoperato nel tempo eventi calcistici per legittimare dittature (vd. Argentina 1978) e per distogliere i cittadini dalle questioni sociali. Lo scenario futuro di un’Italia impoverita in cui il calcio sarà uno dei pochi elementi a resistere non è la previsione di pericolosi sovversivi ma dell’ex presidente di Goldman Sachs Jim O’Neill. Nell’ultima riga mi si accusa di “tentare di risolvere la complessità della Storia in una palla che rotola” e di “voler vedere un disegno superiore dietro ogni episodio, foss’anche un rigore non dato”. Questa chiosa priva di fondamento tenta di screditare il lavoro di ricerca che mette in fila fatti documentati e li contestualizza nel periodo storico. Nella vana attesa che il recensore indichi quali tesi assurde avrei sostenuto, i lettori possono verificare chi dice il vero. Un’ultima considerazione: studiosi come Antonio Nicaso, che nel libro spiega la penetrazione delle cosche, avrebbero aperto un dibattito sull’abuso che il potere politico, finanziario e mafioso fanno del gioco più bello al mondo, soffermandosi anche sugli aspetti culturali dello strumento di distrazione di massa. Giorgio Gaber, che cantava l’avvento dei tecnocrati mentre l’Italia “parlava di calcio nei bar”, oggi verrebbe accusato di vedere la Spectre? A questo punto una domanda sorge spontanea: chi vuol vedere complottismi dove non esistono, ha forse la coda di paglia?

Link alla sinossi di Calcio, carogne e gattopardi

Al festival delle Storie l’essenza della vita

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Piccole impressioni a caldo da parte di un ospite che per la prima volta ha la ventura e l’onore di partecipare al Festival delle Storie nella Valle del Comino, un percorso unico in Italia, reso possibile solo dalla genialità e dalla tenacia dell’ideatore Vittorio Macioce e degli instancabili volontari, loro stessi artisti e professionisti. Questo viaggio culturale immerso in luoghi incontaminati della memoria e della natura, contamina generi e saperi, grandi autori, vite semplici e straordinarie. In questi paesi, noti per aver dato i natali a Cicerone ma anche a Vittorio De Sica e a Marcello Mastroianni, così lontani e così vicini, tra loro e nel mondo perchè ogni comunità ha un legame con una nazione diversa, s’alternano laboratori e dibattiti, escursioni e degustazioni, illustrazioni e proiezioni, pensieri e musiche che esprimono una miscela romantica e innovativa. Se dovessi consegnare un momento che riassuma queste sensazioni, troppo spesso perdute nella rincorsa dell’esistenza quotidiana, sceglierei il concerto di ieri sera di Susanna Bertuccioli, Marco Zurlo, Maria Martelli e Riccarco Zurlo, nella suggestiva cornice ai piedi dei boschi di Villa Latina, dove un’arpa carezzava le note napoletane e brasiliane al tramonto. Silenzi poetici e genuine tradizioni, ora dopo ora, si fondono col dinamismo newyorkese del festival, capace di reinventarsi in ogni momento, non solo per il carattere itinerante che associa ogni giorno ad un paese una carta dei tarocchi e il relativo intenso programma quotidiano, ma anche per effetto dell’alchimia imprevedibile dei tanti confronti, della loro libertà assoluta, delle continue interazioni tra ospiti e visitatori. Imprevedibilità che non fa certo rima con improvvisazione, poichè frutto del combinato disposto tra talento e passione civile che solo una sapiente pianificazione ed esperienza organizzativa possono elaborare. Il meglio della creatività italiana e i grandi artisti internazionali hanno alimentato la fiammella dell’interesse di tanti giovani, desiderosi di aprirsi alla conoscenza e all’innovazione. Come gli studenti del laboratorio di Scienze della Comunicazione dell’ateneo di Cassino, che hanno realizzato una mostra dedicata al progetto Guerrilla marketing, una serie di attività suggestive e ironiche da loro condotte, in modalità shock, per imporre all’agenda mediatica temi sociali dimenticati. Dalla sagoma disegnata a terra per inscenare “l’omicidio della cultura” alla rappresentazione di malati di ludopatia passando per il serpentone di tacchi rossi nell’ambito delle iniziative di sensibilizzazione contro il femminicidio, le azioni di “Guerrilla” hanno conquistato spazi sui media italiani e riconoscimenti internazionali. In questa settimana nella Valle del Comino pare che il tempo abbia levigato e conservato il meglio, come se l’avanguardia borbonica e lo spirito cosmopolita dei migranti sparsi per il mondo restituisse, con il Festival, vecchie e nuove storie, distillato dell’essenza della vita.

Link al Festival delle Storie

Calcio, carogne e gattopardi, intervista su “Liberi di scrivere”

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Dopo I panni sporchi della sinistra (Chiarelettere, 2013), scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti, Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta e corrispondente del Fatto Quotidiano, ha appena pubblicato Calcio, carogne e gattopardi, e-book (Google Play e Amazon, 2 luglio 2014), acquistabile anche in versione cartacea online e prenotandolo in libreria, un’indagine che scava su come il controllo sociale sia gestito dal potere attraverso il calcio. L’ha intervistato in esclusiva per noi Irma Loredana Galgano.

Ti sei premurato di scriverlo già nella prefazione che questo saggio non ha lo scopo di attaccare tout court il calcio, soprattutto nella parte relativa all’essere uno sport e come tale fondamentalmente educativo oltre che utile dal punto di vista fisico. Ma il calcio di cui si sente parlare quotidianamente non ha proprio nulla o quasi a che vedere con lo sport educativo e salutare.

Per preservare il calcio giocato non si può più ignorare l’uso e l’abuso che ne fa il potere: gli affari della Fifa e delle televisioni, dei grandi brand e dei campioni, i cui stipendi sono cresciuti più del 450% in 10 anni, sono uno schiaffo alla miseria e un danno alla collettività. Non solo per i tifosi consumatori e per lo Stato, che spende 45 milioni di euro in 12 mesi per garantire la sicurezza negli stadi e spalma per 23 anni i debiti col fisco dei club in rosso, sempre più spesso nelle mani delle banche. Ci sono profonde ragioni di immagine, consenso popolare e dunque di rapporti che il mondo del calcio garantisce in ambito finanziario, istituzionale, geopolitico. Cosa c’entra tutto questo con la magia della partita che si reinventa in eterno, quella dei campi di provincia dove si alimenta la forza inclusiva e la creatività poetica?

«Violenza degli ultras» e «Pervasività delle mafie». Eventi anche recenti hanno riportato in auge quella che è stata definita “trattativa stadio-mafia”. La «violenza degli ultras» ha una funzione sociale che per assurdo serve a mantenere l’ordine stabilito. Serve anche a consentire la «pervasività delle mafie»?

L’estrema destra è da tempo egemone nelle curve. Ha creato una struttura organizzata in cui la violenza preordinata è analoga ai raid a freddo dei black bloc infiltrati nelle manifestazioni di piazza. Il legame tra ultras e criminalità organizzata, come dimostrano le indagini della magistratura, non è infrequente. Il noto caso di Genny ‘a carogna’, capo ultrà napoletano e figlio di un boss del clan Misso che concede il permesso allo Stato di disputare la finale di Coppa Italia, dopo gli scontri che sono costati la vita a Ciro Esposito, è solo la punta di un iceberg. Lo studioso Antonio Nicaso, tra i maggiori esperti di mafie a livello mondiale, ha svelato in un’intervista esclusiva le trame occulte delle cosche che sono arrivate a controllare una trentina di società. Gli scopi sono quelli tradizionali, ossia la diversificazione del riciclaggio di denaro sporco, ma anche di legittimazione popolare tramite le strette di mano allo stadio e la visibilità televisiva. Gli scandali degli inchini ai boss durante le processioni di Oppido Mamertina e San Procopio ne sono l’ennesima conferma: le mafie, come ha spiegato Nicaso, acquisiscono il consenso non solo nell’economia, ma anche nella politica e negli ambienti religiosi. Per contrastare questa realtà inquietante sarebbero necessarie un’aggressione più efficace dei patrimoni mafiosi e un’opera di prevenzione culturale nei settori giovanili dove anche i genitori, con i baciamano ai boss, non sono esenti da colpe. Sul fronte delle società calcistiche servirebbero un monitoraggio più attento dei bilanci e delle transazioni estere, nonché punizioni severe delle pratiche corruttive dilaganti. La realtà ormai supera la fantasia: una cricca di slavi comprava decine di partite dei campionati di mezza Europa per alimentare dorate scommesse clandestine, un’agenzia di Singapore è riuscita a manipolare arbitraggi delle amichevoli prima del mondiale in Sudafrica, l’ex funzionario della Fifa Mohamed bin Hammam èaccusato di aver corrotto alcuni colleghi per pilotare l’assegnazione dei mondiali del 2022 al Qatar.

Nella tua opera definisci anche “maschilismo ambientale” quello del mondo del calcio…

Il sistema è oggettivamente omertoso, basti pensare all’omofobia e alla denuncia dell’allenatore Zeman, caduta nel vuoto, sull’uso del doping per “polli da allevamento”. Alle donne sono preclusi ruoli dirigenziali e tecnici di primo piano mentre il calcio femminile, su cui pesano pregiudizi sessisti, è ignorato da istituzioni e media. Eppure basterebbe seguire l’esempio di alcune nazioni come la Francia, che ha affiliato le squadre femminili ai club maschili, agevolandone la promozione. Comunque il calcio non è un’enclave regredita ma parte integrante di una società patriarcale ad alta ingerenza clericale nella quale, malgrado le donne ottengano risultati mediamente migliori nelle università e nel mondo del lavoro, non raggiungono i vertici di imprese e politica.

Il calcio è diventato ormai una potentissima “arma di distrazione di massa” impiegata indistintamente da tutti i governanti e il “tifo” assume sempre più i connotati di una malattia peggiore di quella di cui è omonimo. Senza dover arrivare ai circoli più estremisti, anche per strada, davanti ai bar, innumerevoli sono gli scontri tra tifosi che si lasciano facilmente “distrarre” pensando che sia importante un attacco, un goal, un rigore… che sia determinante il risultato di una partita. Ma determinante per chi? Basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per realizzare che nella vita delle persone, dei cittadini di ogni luogo non cambia proprio nulla e che se il calcio è veramente uno sport allora per “spirito sportivo” bisogna accettare col sorriso anche la sconfitta. Ma non è questo a muovere le redini…

In alcuni momenti storici cruciali il calcio è servito a legittimare feroci dittature, pensiamo ai mondiali della vergogna in Argentina del 1978 e due anni dopo al Mundialito, trasmesso da Canale 5 in Italia dall’Uruguay, un paese nelle mani di una giunta militare che ospitava Licio Gelli. Anche nelle democrazie occidentali il gioco più amato del mondo ha avuto un ruolo significativo. Sin dalla nascita del football, ai tempi della rivoluzione industriale inglese, il capitalismo ne promosse la diffusione per ridimensionare i conflitti sociali che si erano accesi nelle fabbriche, traslandoli in rivalità sportive e campanilistiche. Assieme ad autorevoli sociologi abbiamo ripercorso le origini, le ragioni e gli effetti di questo fenomeno di massa, unico nel suo genere perché coinvolge miliardi di persone in modo interclassista: dai manager della City ai minatori belgi, dagli impiegati di Tokyo alle favelas brasiliane. Si tratta di un esercito di elettori la cui coscienza e partecipazione democratica, in costante calo, è fondamentale.

In tempi recenti l’arma di distrazione di massa si è sviluppata mediante il combinato disposto tra la gaudente pubblicità, nella quale i campioni sono ricercati testimonial, i media generalisti capaci di inculcare modelli diseducativi, e il calcio parlato tra veline, sondaggi e polemiche artefatte. In questo ambito ci furono degli antesignani, naturalmente inascoltati: se Luigi Tenco e Pierpaolo Pasolini si occuparono in prevalenza degli aspetti strutturali del marketing e della disinformazione televisiva, Rino Gaetano cantava gli intrecci tra football, politica, potere economico e mediatico. Giorgio Gaber ne “La presa del potere” del 1972 prefigurava l’avvento dei tecnocrati mentre “la gente parlava di calcio nei bar”. Gli opinion maker di oggi, invece, estrapolano dall’immenso patrimonio di Gaber la strofa “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona” per appiattire la figura del segretario del Pci alla sola questione morale, occultandone la lotta contro l’ingiustizia sociale.

Terremoto in Irpinia del 1980 e Diego Armando Maradona. Si pensa di parlare di argomenti talmente distanti l’uno dall’altro che non si incontreranno mai, invece…

Alcuni eventi apparentemente sono privi di relazione se non vengono inseriti nel contesto storico attraverso i movimenti della società e le reazioni dei padroni del vapore. Il Napoli di Ferlaino a trazione democristiana, con l’acquisto di Maradona grazie all’intercessione del potente Vincenzo Scotti e alle banche, ha adempiuto a un compito di controllo sociale. Se la vittoria del Mundial in Spagna e l’apertura ai campioni stranieri cancellarono la cancrena emersa nel primo scandalo del calcioscommesse del 1980, l’euforia collettiva per le vittorie del Napoli ha contribuito al mantenimento dello status quo rispetto al pericolo dell’unico partito comunista d’occidente ancora forte malgrado l’isolamento internazionale, le Brigate rosse e l’infinita strategia della tensione. In altre parole le magie di Dieguito hanno fatto dimenticare la malagestione della ricostruzione dopo il terremoto e l’espansione della camorra, che trasse beneficio anche dai legami di Maradona col clan Giuliano di Forcella.

C’è un legame tra il calcio e chi detiene le redini del Paese?

Se osserviamo il calcio come una mappa vediamo che da Torino, vera capitale, detta legge l’onnipotente Juventus degli Agnelli, a Roma, dove vi era la longa manus di Andreotti e del banchiere Geronzi, a Milano il petroliere Moratti. Nel 1993 il presidente del Milan Silvio Berlusconi, reduce da trionfi calcistici italiani e internazionali, è stato individuato dai poteri forti come l’uomo di rottura per traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica che stava nascendo sotto i colpi delle stragi terroristico-mafiose e Mani Pulite. Il piduista Berlusconi ha sbarrato la strada alla coalizione dei Progressisti di Occhetto, una sinistra che non era ancora stata rieducata all’atlantismo, al liberismo, alle privatizzazioni di reti strategiche nazionali, alle tecnocrazie che hanno svuotato le sovranità economiche nazionali: l’involuzione etica e culturale arriverà con i governi Prodi e il Partito democratico. Matteo Renzi, epitaffio della sinistra, è sostenuto dagli stessi poteri forti che avevano supportato Berlusconi: i conservatori americani, la grande finanza, il Vaticano, con l’aggiunta degli stessi berlusconiani. Renzi è il premier più calcistico della storia: usa gerghi da bar dell’oratorio per raggiungere un ampio target elettorale, inoltre durante la sua ascesa si è fatto amico e ha sfruttato la popolarità di Cesare Prandelli. Il commissario tecnico della Nazionale, rassicurante e post democristiano, ha seguito l’esempio rinnovatore varando persino un codice etico, da lui stesso contravvenuto quando ha convocato in Brasile Chiellini nonostante fosse squalificato per una brutta gomitata durante Juve-Roma. Prandelli è intervenuto a “gamba tesa” in favore di Renzi più volte a cominciare dalla sua partecipazione alla Leopolda: in pochi hanno ricordato la valenza che hanno avuto i suoi endorsement alla vigilia delle ultime Europee e prima ancora durante le primarie del Pd. D’altronde i distratti giornali nostrani non si erano accorti neppure della presenza alla Leopolda di Micheal Leeden, noto stratega dei servizi segreti americani legato alla destra repubblicana. Prandelli è finito ad allenare in Turchia perché il carrozzone del calcio, nonostante tutto ancora imprevedibile nei risultati sul campo, alterna rapidamente gli attori funzionali al sistema. Renzi, invece, resta in modo pianificato nei minimi dettagli un uomo solo al comando, forte di una maggioranza parlamentare larghissima e dei media stesi a tappeto che ne rilanciano promesse e alibi.

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Il nuovo libro: “Calcio, carogne e gattopardi”

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E’ uscito il mio nuovo libro “Calcio, carogne e gattopardi”, in versione e-book (2 luglio 2014, su Amazon e Google Play) e cartaceo, prenotabile online e in libreria.

Anticipo qui la sinossi:

Il business dei contestati Mondiali in Brasile ingrassa la Fifa e i brand player, i manager e i procuratori, le tv e i grandi marchi per miliardi di tifosi-consumatori. Mentre tutti giocano a fare i Re Mida, le società di football sono in rosso per pagare premi e stipendi lievitati per effetto della liberalizzazione della legge Bosman e della perdita del senso del limite. Come nell’economia reale, le banche sono decisive per vita, morte e miracoli dei club di cui vantano crediti e controllano cospicue quote. Le inchieste fanno emergere illegalità di ogni genere, dalle partite truccate legate alle scommesse clandestine a una presunta corruzione per assegnare i Mondiali del 2022 in Qatar, dove in pochi mesi si è raggiunto un numero spaventoso di morti nei cantieri degli stadi. La situazione deve avere superato la soglia di tolleranza ultraterrena, se persino Papa Francesco ha sottolineato come gli affari ormai rischino di inquinare tutto. In un’Italia sempre più impoverita, schiava dell’austerity europea e della grande finanza, lo Stato permette alle società calcistiche di spalmare i debiti col fisco e spende 45 milioni di euro a stagione per garantire gli stadi da ultras violenti e tollerati, ricettacolo di nostalgici di estrema destra e infiltrati a servizio delle mafie. Lo studioso Antonio Nicaso spiega in un’intervista esclusiva i modi operandi delle cosche, almeno una trentina, che adoperano il calcio per attività di riciclaggio e per aumentare il consenso sociale. La questione infatti va affrontata sul piano economico ma anche culturale, se l’omertà del sistema scoraggia le denunce delle tante patologie, dal doping all’omofobia, per non parlare della ghettizzazione del calcio femminile e del sessismo che affonda le radici in una società ad alta ingerenza clericale. Il gioco resta il più amato del pianeta ma la televisivizzazione della partita, che si dilata tra moviole, sondaggi e veline, infarcita di messaggi buonisti dei vip e di polemiche artefatte, rappresenta una moderna arma di distrazione di massa. In alcuni momenti storici cruciali gli eventi calcistici sono stati adoperati per legittimare feroci dittature ma anche per distogliere tempo ed energie dalle rivendicazioni sociali. In Italia gli operai tifano la Juventus dei padroni della Fiat, il Napoli di Maradona fece dimenticare le ruberie democristiane del dopo terremoto in Irpinia, Silvio Berlusconi infilò tre scudetti consecutivi prima di scendere in politica e fermare i Progressisti di Occhetto, una sinistra che non era stata ancora rieducata all’atlantismo e al liberismo delle tecnocrazie. Gli stessi poteri forti che si schierarono per l’anticomunista Berlusconi nel passaggio alla Seconda Repubblica oggi sostengono Matteo Renzi contro i vecchi partiti, i sindacati e il sistema pubblico. Mentre scalava il Pd di Bersani e il governo del Paese, l’allora sindaco di Firenze si faceva amico del tecnico Cesare Prandelli, beneficiando dell’immagine e della popolarità dell’allenatore della Nazionale. Ma se Prandelli si è dimesso dopo la bruciante eliminazione ai Mondiali, il neo premier Renzi resta saldo al timone sulle ali di un’ampia maggioranza parlamentare ed elettorale, silenziosa e post democristiana. Sarà un nuovo ventennio di calcio, carogne e gattopardi?

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Presentazione a Foggia: “Il potere non permette di superare una certa soglia di verità e giustizia”

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PARTECIPAZIONE d’altri tempi ieri alla libreria Ubik di Foggia per l’incontro con lo scrittore Stefano Santachiara. L’autore del libro-inchiesta “I panni sporchi della sinistra”, scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti per Chiarelettere, è stato accolto da un pubblico appassionato ed eterogeneo come del resto non è etichettabile il tour che Santachiara sta tenendo in giro per l’Italia: i relatori politici con cui si è trovato a discutere vanno dal Movimento 5 Stelle alla sinistra Dem, da Fratelli d’Italia alla lista Tsipras, mentre i collaboratori del Fatto Quotidiano si sono alternati ai giornalisti del Manifesto, del Corriere della Sera, de Il Giornale e del Corriere del Ticino.
Nel corso di queste settimane Santachiara ha dialogato anche con magistrati come Desirèè Digeronimo (ora candidata sindaca della lista civica “Riconosciamo Bari”), Nicola Trifuoggi (ex procuratore di Pescara, oggi vicesindaco Pd de L’Aquila) e il giudice di Milano Clementina Forleo (che tornerà ad incontrare giovedì 23 aprile a Roma, alla Ibs di via Nazionale). Era dunque comprensibile l’attesa di ieri a Foggia nella sala convegni della Ubik, così ricolma da costringere parte del pubblico a seguire l’evento nei corridoi della libreria in diretta streaming.
Il relatore Filippo Fedele ha subito girato “i complimenti dell’amico Marco Travaglio” a Santachiara, dalle cui analisi di stampo storicistico emergono nuove chiavi di lettura degli eventi e dunque dei personaggi chiave di quella che gli autori definiscono l’ “involuzione antropologica” della sinistra italiana, “dal punto di vista dell’etica civile ma anche progettuale e culturale, nel senso di subalternità al berlusconismo e ai dogmi dei sacerdoti del liberismo sfrenato e dell’austerity”. Fedele ha inaugurato il dibattito con una domanda a “gamba tesa”, come lui stesso l’ha definita, sui rapporti tra il capo dello Stato Giorgio Napolitano e la massoneria, unico tema del libro ad essere approdato per pochi istanti sulla trasmissione “La gabbia” per bocca dell’ospite Ferruccio Pinotti, eccezione alla regola del Sistema mediatico che ha cercato di censurare “I panni sporchi”, giunto comunque alla quinta edizione. Santachiara ha risposto ricordando l’assenza di riscontri per tabulas all’appartenenza di Napolitano alla massoneria atlantica, ipotesi avanzata dai Maestri Gioele Magaldi del Grande Oriente Democratico e Giuliano Di Bernardo della Gran Loggia regolare d’Italia, dunque riconoscendone una valenza solo nell’ambito di una valutazione organica delle ragioni dell’ascesa dell’uomo del Colle: “di stirpe partenopea liberale, è stato nel tempo burocrate del Pci fedele a Togliatti e a Mosca, collaterale a Craxi e a Berlusconi, Napolitano è stato e continua ad essere garante degli ambienti atlantici e delle Tecnocrazie legate a doppio filo ai poteri finanziari”. Fedele ha poi sottolineato un passaggio fondamentale ignorato in passato: il viaggio di Napolitano negli Stati Uniti, concordato un mese prima del rapimento di Aldo Moro e proseguito anche mentre il presidente della Dc era ostaggio delle Brigate Rosse. Santachiara ha ricordato le novità che stanno faticosamente emergendo su possibili responsabilità istituzionali (richiamate di recente dal giudice Ferdinando Imposimato) e di servizi italiani e internazionali sul caso Moro, anche grazie all’impegno di colleghi come Paolo Cucchiarelli, Stefania Limiti e Simona Zecchi che da anni stanno scavando nei rivoli dell’infinita strategia della tensione che ha tenuto in ostaggio e insanguinato l’Italia. Riguardo alla scelta di Napolitano di non rientrare nel suo Paese una volta appreso del golpe-rapimento Moro “era doveroso sottolinearne la questione di opportunità e dunque il ruolo decisivo di Napolitano nella veste di alleato affidabile degli americani nel Pci, un fatto che ci è stato confermato da alcuni report della diplomazia e dell’ intelligence statunitense”. Fedele ha poi virato la discussione sulla figura di D’Alema rammentadone le amicizie pericolose, l’avversione per i magistrati di Mani Pulite e un episodio caricaturale: ”Durante una cena D’Alema si lamentò perchè il cane di Reichlin si strofinava sulle sue scarpe di valore realizzate da un artigiano pugliese”. Santachiara ha spiegato le corresponsabilità di D’Alema nella degenerazione del codice genetico della sinistra e, in merito al doppiopesismo dell’informazione su corruttele e collusioni mafiose del Pd, ha sottolineato come il potere politico, mediatico e giudiziario si trovino di fronte ad una soglia invalicabile: “Da una parte Berlusconi e i suoi fedelissimi possono essere giustamente sviscerati in ogni aspetto ma non pagano con la detenzione per i crimini commessi, dall’altra c’è tutto un mondo, e non parliamo solo dei democratici, che potremmo definire “the dark side of the moon”.
Le ruote dentate del sistema, basato su ricattabilità reciproca a raggiera, prevedono che oltre ad una certa soglia non sia consentito andare: i rari magistrati e giornalisti che lo fanno incidendo nei gangli della geopolitica, della finanza e dei poteri occulti ne pagano le conseguenze”. Dal pubblico non sono mancate critiche sulla opinione positiva dell’autore circa la figura di Enrico Berlinguer:”Lui e Napolitano non potevano non sapere del finanziamento illecito che arrivava dall’Unione sovietica!”. L’unico fatto sostenibile con certezza, ad avviso di Santachiara, era “la competenza del tesoriere dell’epoca Gianni Cervetti sugli aspetti operativi” e che, per stessa ammissione di Cervetti, “il flusso dei rubli si interruppe nel 1978”. Secondo l’autore de “I panni sporchi della sinistra” Enrico Berlinguer non fu soltanto “una persona perbene, come molti esegeti e usurpatori tendono oggi a ricalibrare ex post, ma anche un comunista democratico che aveva strappato con l’Urss e lottava contro l’ingiustizia”.

Link a Statoquotidiano.

Sul Romanzo: “Se ha senso distinguere tra destra e sinistra? Sì, lottare contro le ingiustizie sarebbe ancor più necessario”

2 commenti

Stefano Santachiara è un giornalista d’inchiesta. Dal 2009 è corrispondente de «Il fatto quotidiano». La sua inchiesta sui rapporti tra ‘ndrangheta e Pd al Nord, nel comune appenninico di Serramazzoni, è stata ripresa anche dalla trasmissione televisiva Report. È autore, insieme al giornalista Ferruccio Pinotti, de I panni sporchi della sinistra, edito da Chiarelettere. Ha acconsentito a rispondere alle nostre domande e a dedicarci un po’ del suo tempo per parlare del libro, delle inchieste da cui ha avuto origine ma anche di se stesso.

Dalle tue dichiarazioni sembri avere un’idea molto precisa di quello che è o sarebbe il ruolo di un giornalista. In teoria persone come te dovrebbero lavorare fianco a fianco con la magistratura e le istituzioni ed essere loro di supporto nelle indagini; invece, nella maggior parte dei casi siete chiamati in causa dall’altra parte della barricata, ovvero come imputati. Cosa ti spinge a non tirarti indietro e a mantenere la determinazione per andare avanti?

La passione per il lavoro e il fatto che nella vita non riesco a restare indifferente alle ingiustizie. In generale l’informazione libera è fondamentale per una democrazia, non solo nel supporto alle indagini penali ma in tutte le sfere della società perché, svelando gli inganni del potere, rende maggiormente consapevoli i cittadini. Se i mass media svolgessero fino in fondo il loro diritto-dovere di informare sarebbero l’antidoto a molti soprusi e lo stimolo per una policy votata al bene collettivo.

Senza allontanarci troppo e senza addentrarci nei particolari, diciamo solamente che in Italia di giornalisti d’inchiesta come te se ne contano pochi. Sono i colleghi che preferiscono tarparsi le ali per ragioni di comodo? O è il pubblico che richiede a gran voce e preferisce notizie di gossip, curiosità, sport e altro? È il sistema che non funziona? Trent’anni di tv commerciale, riviste di pettegolezzo, film e produzioni da “panettone” hanno compiuto un vero e proprio lavaggio del cervello e la gente non ha più gli strumenti o la forza per reagire?

I fattori che hai citato sono concatenati. Esistono buone dosi di conformismo che sfociano nel servilismo, ma la condotta del singolo giornalista è influenzata in modo decisivo dal sistema, costituito da editori impuri, legati a interessi in altri settori e ai contributi di partitico conio. Come denunciò Pier Paolo Pasolini già prima della deriva berlusconiana, le tv generaliste si erano innestate come instrumentum regni dei poteri economici internazionali e dei rispettivi referenti politico-istituzionali. Il meccanismo è semplice: l’intrattenimento promuove una subcultura intrisa di modelli consumistici e superficiali; i fatti sono sottoposti a censure e manipolazioni sofisticate alternate a improvvisi messaggi di shock disinformation, propedeutici allo smantellamento del senso di giustizia e delle conquiste sociali.

Nella sezione “bio” del tuo sito personale si legge «vinto il concorso per un posto di impiegato in Comune, abbandonai presto per senso d’inutilità». Non vogliamo certo intendere che tutti gli impiegati comunali siano inutili, ma incuriosisce questa tua affermazione.

Mi rendo conto che questa affermazione possa essere associata ai cliché che generalizzano malvezzi presenti nel pubblico impiego. In realtà la frase traduce semplicemente la mia sensazione di allora, cioè di non potermi esprimere in quel ruolo incasellato. Voglio sottolineare che ogni funzione pubblica è importante e una corretta comunicazione dovrebbe trattare casi specifici di sprechi e inefficienze senza alimentare, con disonestà intellettuale, campagne per privatizzare beni e servizi.

A conclusione di un lavoro di studio e indagine durato due anni da parte tua e del collega Ferruccio Pinotti, la casa editrice Chiarelettere ha pubblicato, a novembre 2013, I panni sporchi della sinistra. A marzo 2014 il libro è giunto alla quinta edizione. Un lavoro editoriale importante, pungente, rischioso per certi versi. Sei soddisfatto del risultato che ha portato o sta portando il tuo impegno?

Sì, cinque edizioni sono un ottimo risultato. La molla che spinge a continuare nelle presentazioni del libro e nei dibattiti con intellettuali e magistrati è l’interazione, non solo con i relatori ma anche con i cittadini; una mescolanza che mi arricchisce ogni giorno di più.

Si sono lette molte critiche al contenuto de I panni sporchi della sinistra. In particolare viene considerato un azzardo riferire sui trascorsi di Giorgio Napolitano e sulla sua possibile appartenenza alla massoneria, basandosi anche sulle dichiarazioni di una fonte che ha preferito rimanere anonima. Il punto è che non è tale per te e per Pinotti. È presumibile che abbiate svolto accurate indagini per verificare le fonti prima di citarle. È corretto?

Certo, abbiamo vagliato documenti e testimonianze. Le critiche si sono concentrate su aspetti secondari anziché sulle nuove chiavi di lettura e sugli scoop: il luogotenente di D’Alema a Gallipoli, Flavio Fasano, in rapporti con un boss della Sacra Corona Unita, la condanna alla Corte dei Conti dello storico tesoriere Ds Ugo Sposetti, pedina cruciale nei rapporti col centrodestra. Ricordi quando Gazebo sorprese Sposetti e la quintessenza del berlusconismo, Denis Verdini, nella Galleria Sordi alla vigilia dell’accordo sulle larghe intese per il governo Letta? Altre verità scomode, ignote all’opinione pubblica, sono le persecuzioni politico-giudiziarie ai danni di magistrati che hanno reso concreto l’articolo 3 della Costituzione, come Clementina Forleo (gip di Milano sulle scalate bancarie) e Desireè Digeronimo (pm antimafia di Bari che ha anche scoperto la Sanitopoli pugliese). Mentre Berlusconi e altri possono essere giustamente sviscerati sotto ogni aspetto (ma non pagano con la detenzione per i crimini commessi), the other side of the moon evidentemente no. Le ruote dentate del sistema, basato su una ricattabilità reciproca, a raggiera, prevedono che oltre una certa soglia non sia consentito andare: i rari magistrati e giornalisti che lo fanno incidendo nei gangli della geopolitica, della finanza e dei poteri occulti ne pagano le conseguenze. Mi scuso per la digressione. Tornando alla tua domanda specifica, l’ipotesi dell’appartenenza di Napolitano alla massoneria atlantica, avanzata dai Maestri Gioele Magaldi del Grande Oriente Democratico e Giuliano Di Bernardo della Gran Loggia regolare d’Italia, credo sia interessante se inserita all’interno di un’analisi storica sull’ascesa dell’attuale capo dello Stato. Napolitano, di stirpe partenopea liberale, figlio di un avvocato massone, è stato nel tempo burocrate comunista fedele a Togliatti e a Mosca, collaterale a Craxi e a Berlusconi, garante degli ambienti atlantici e barometro delle tecnocrazie legate a doppio filo ai poteri finanziari. La comprensione degli avvenimenti è facilitata se lo scrittore realizza un compendio dei cursus honorum dei maggiorenti democratici, soliti alle agiografie, e riannoda i fili tra scandali giudiziari, conflitti d’interesse, rapporti tra partito e banche, cointeressenze che stanno alla base di politiche subalterne al berlusconismo e al liberismo sfrenato. Ritenevamo necessario decodificare le ragioni profonde dell’involuzione antropologica della sinistra, deprivata nel corso di un trentennio del patrimonio di idee e di etica civile.

In teoria non costituisce reato l’appartenenza a una setta o loggia. Perché allora, secondo te, in tanti stentano ad ammettere la loro fratellanza o l’ipotesi del loro coinvolgimento con la massoneria?

Perché essere associati a gruppi ontologicamente opachi è un fatto negativo, anche soltanto in termini di immagine. Al di là della questione penale che esiste nel caso di logge illegali come fu la P2 di Gelli, esistono tanti livelli di massoneria che operano in contesti ed epoche molto diversi tra loro, ma quanto condizionino i destini dei governi e delle economie transnazionali non è misurabile per la conoscenza ancora troppo parziale di questi fenomeni. Un discorso analogo vale per i club esclusivi internazionali che rendono noti gli elenchi degli ospiti ma non certo il contenuto delle tavole rotonde che si sviluppano tra banchieri, capitani d’industria e di finanza, manager, giornalisti selezionatissimi. Gli stessi protagonisti della vita pubblica dei rispettivi Paesi, poi, si ritrovano nei governi e nei salotti televisivi a dettare i temi dell’agenda mediatica tra i quali, putacaso, campeggiano i dogmi dell’austerity. Tutto il contrario della trasparenza e della deontologia.

Leggendo I panni sporchi della sinistra e riflettendo sui fatti e sui dati riportati, correlandoli alla contemporanea attività parlamentare e di governo, sembra quasi che la dicitura “di sinistra” o “di destra” sia solamente un escamotage per dividere il popolo, separarlo in tanti piccoli gruppi contrapposti l’un l’altro. I guelfi e i ghibellini del terzo millennio. E mentre le persone si azzuffano per difendere i rispettivi leader, questi stringono fra di loro larghe intese. Non sarebbe meglio abbandonare queste etichettature e concentrarsi sui fatti, sulle azioni concrete? Che siano queste fatte da uomini che si definiscono di destra o di sinistra alla fine non conta; ciò di cui deve importare e che deve contare è la sostanza.

Sono d’accordo che si debba valutare il lavoro svolto e non l’appartenenza, dietro il cui paravento si perpetrano le scelte più deteriori, effetto anche del consociativismo. La differenza di valori tra destra, centro e sinistra però ha ancora senso. In Italia non esiste più una sinistra (sia essa rossa, verde, socialista o keynesiana) che ponga come meridiano di Greenwich la giustizia sociale, le reali pari opportunità, la tutela dell’ambiente e del tessuto produttivo italiano, la laicità come forma mentis. Basti pensare alla lunga stagione di svendita di reti strategiche nazionali e servizi locali, alla precarizzazione del lavoro, al finanziamento delle scuole private e alla demeritocrazia patita da donne di talento, all’assenza di una qualsiasi progettualità Politica con la p maiuscola. Secondo la professoressa Mariana Mazzucato, docente di Economia all’Università del Sussex, lo Stato dovrebbe tornare a orientare l’economia, concorrendo in modo virtuoso con i privati e investendo in ricerche sperimentali, grazie alle quali, come insegna il modello della Silicon Valley, possono venire sviluppati prodotti innovativi. Invece si è lasciato che il capitalismo globalizzato continuasse a far leva sul gap di diritti e salari (altri, Usa e Cina compresi, hanno posto dazi doganali ad hoc per l’interesse nazionale) e che le industrie italiane, dato che anche le più illuminate non vivono per la gloria, trovassero più conveniente la rendita finanziaria. Non solo: queste maschere politiche, che hanno campato tra corruttele e familismo amorale, sono arrivate a svendere il futuro, sottoscrivendo accordi suicidi come il fiscal compact, che si traduce in un cappio al collo da 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni. l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio accelererà la spirale di macelleria sociale e di contrazione delle risorse per settori come la cultura, che sono il traino delle società evolute. Il pareggio in bilancio è stato inserito in una Carta costituzionale vincolata all’ordinamento europeo dopo un rapido iter, nel dicembre 2012, col consenso politico e col silenzio mediatico generale, poco dopo il premier Monti firmò il Trattato del Fiscal Compact. Per questa somma di ragioni la sinistra di D’Alema, Veltroni e altri emuli del blairismo si è scritta da sola l’epitaffio, permettendo a Renzi di scalare il partito e di proseguire, sotto le mentite spoglie del rinnovamento, i dettami della Troika. D’altronde Renzi, come descriviamo nel libro, è prescelto da poteri fortissimi: la galassia ruotante attorno a Berlusconi, il mondo clericale da cui discende, la destra americana dello stratega repubblicano Micheal Leeden presente alla Leopolda, il gotha dell’industria e della finanza che lo sostiene sin dal principio.

Stai lavorando già a qualche nuovo progetto?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Ciao!

(Intervista di Irma Loredana Galgano)

Link a Sul Romanzo.

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