I CALCIOPARDI, LA RECENSIONE SU LEFT

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Da LEFT AVVENIMENTI (18/10/2014)
I CALCIOPARDI
Il pallone e il controllo sociale, il tifo e il potere. Nel libro di Stefano Santachiara lo sport e la politica vanno a braccetto. Con risultati non esaltanti

di Emanuele Santi

Stefano Santachiara, in Calcio, carogne e gattopardi edito da Youcanprint offre un’analisi limpida e lineare della recente storia calcistica italiana che svela (spesso semplicemente ricordandoli) quelli che sono i mostri capaci, quasi fossero fiere dantesche, di irretire il gioco più bello del mondo svuotandolo del suo nobile significato. Ed è proprio sull’utilizzo che il potere fa del calcio come strumento di controllo dei fenomeni sociali che si vuole portare l’attenzione del lettore. Lo scopo è affrontare il rapporto tra calcio, politica e economia, anche quella mafiosa. L’autore articola il libro in sette capitoli. Partendo dalla Valenza sociale del football (non a caso nato in Inghilterra all’apice della rivoluzione industriale) vengono rievocate le lontane origini del gioco con la palla. Dal cinese Tsu-Chu al greco Epìskyros, dall’Harpastum dei legionari romani al calcio fiorentino del Rinascimento fino a una geniale citazione dal Re Lear di Shakespeare che attesta la notorietà di qualcosa di simile al calcio ancor prima del 1863, anno di nascita della Football Association. Dopodichè si passa a Dogmi reazionari, dove si racconta il pallone ai tempi del Duce rintracciando le linee d’ispirazione per tifoserie ancor oggi legate all’ideologia fascista: tutto merito della continuità tra la Repubblica di Salò e qualche presidente in auge nel (neanche tanto immediato) dopoguerra. Gli ingranaggi del sistema è dedicato al controllo sociale, al cosiddetto peggiorismo e al fenomeno del maschilismo ambientale. Il quarto: Da Maradona a Berlusconi piuttosto che mettere sullo stesso piano il genio di Lanùs e il tesserato n.1816 della P2, racconta le vicende politiche e finanziarie che garantirono i 13 miliardi pagati al Barcellona per portare el pibe de oro a Napoli e quelle giudiziarie che, l’anno dopo, accompagnarono il crack finanziario del Milan scongiurato dal passaggio di proprietà della società rossonera da Giussy Farina al Cavaliere. L’ultimo paragrafo del capitolo si intitola: Dell’Utri: calcio e Cosa nostra.Perfetto per introdurre il tomo successivo: Le mafie nel pallone in cui il protagonista non è soltanto Cosa nostra, spesso legata alla storia del Palermo, ma anche la ‘ndrangheta calabrese. L’industria del calcio individua le garanzie finanziarie e politiche di un sistema perfettamente concepito e architettato per essere controllo del fenomeno sociale. L’ultimo capitolo: Geopolitica calcistica espande l’analisi a livello internazionale con particolare attenzione al recente mondiale in Brasile e alle ragioni che hanno spinto la Fifa ad assegnare le due prossime edizioni alla Russia dello zar Putin e al ricchissimo Qatar, Paese la cui forma di Stato è ancora quella patrimoniale. Per chiudere, una considerazione finale sull’attuale presidente del Consiglio il quale, ancor peggio di Berlusconi, ha fatto ricorso a terminologia, linguaggio e comunicazione di derivazione calcistica, toccando il fondo con la proposta di “Daspo per i politici corrotti”. Ultimo sintomo, scrive Santachiara, del malcelato abuso che il potere fa del calcio.

Scanzi, il filo-renziano che “processa” Moretti

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Con toni provocatori che certo non favoriscono un dibattito sulle colonne del giornale, Andrea Scanzi scrive http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/27/pd-caro-nanni-moretti-dove-sei/1135443/ una lettera aperta a Nanni Moretti: ”Oggi sembri felice – o anche solo accondiscendente, che forse è peggio – per l’ascesa del primo “cazzaro” che passava. Odiavi Craxi, ma voti la sua brutta copia. Odiavi Berlusconi, ma sostieni il suo erede. E lo fai – immagino – perché lui non ha più la maglia dei “cattivi” ma indossa quella dei “buoni”: dei giusti, dei compagni, dei rinnovatori”. Puntualmente Libero riprende la notizia parlando di “sconforto scanziano per l’ex idolo”. Moretti non ha certo bisogno di difensori ma nessuno fa notare l’esercizio di disonestà intellettuale di un processo alle intenzioni nei confronti di chi non si è espresso pubblicamente, a meno di poteri paranormali esegetici rispetto al libero pensiero altrui. La verità, banalmente, è che il regista non ha mai appoggiato Renzi, anzi: nel febbraio 2013 dichiarò di votare Pier Luigi Bersani comprendendo in tempo i pericoli di una mancata chiara vittoria del Pd. Al contrario, quasi tutto l’universo mediatico attaccava Bersani quale simbolo dei vecchi partiti e scommetteva sul prode “rottamatore” della Casta, sostenuto dal gotha dell’industria e della finanza e con la partecipazione alla Leopolda (sfuggita a tv e giornali) dello stratega americano Micheal Leeden, falco della destra repubblicana. Il tifo di Andrea Scanzi era evidente durante la prima sfida a Bersani http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/28/corsa-a-ostacoli-del-povero-primariante/396147. Anche dopo il trionfo alle primarie del novembre 2013, naturalmente da “civatiano”, l’ex giornalista de La Stampa si diceva divertito e incuriosito da Renzi, che non è certo “un incubo antidemocratico”, e lo invitava a far cadere il governo Letta: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/09/renzi-stupiscici/806778/. Soltanto quando il “caro Matteo” (in questo caso, il tu, è appropriato) si è insediato a Palazzo Chigi, blindato fino al 2018, pian piano la stampa ha preso a criticarlo, con punte di attacchi ridicolmente ridondanti che si concentrano su gaffes, mancate promesse, scontri personali con imprenditori o politici a lui vicini, in modo tale da concedere il palco a posizioni non dissimili. Le questioni strutturali, ossia la politica economica di stampo turbo-liberista sotto l’egida delle tecnocrazie europee, in termini di riduzione dei diritti del lavoro e disossamento del sistema pubblico, non vengono affrontate nel merito ma lasciate in superficie, alimentando il classico divide et impera che mette in contrasto categorie e gruppi: giovani e anziani, italiani e stranieri, lavoratori privati e pubblici, dipendenti e partite Iva, precari e disoccupati.

Pur non conoscendo Moretti, ma da semplice osservatore presente alla “festa di protesta” dei Girotondi a piazza San Giovanni il 14 settembre 2002, ritengo che tanti cittadini mossi da sacrosanta indignazione nei confronti del berlusconismo imperante e dell’inerte opposizione di centrosinistra sui temi della giustizia, nel tempo abbiano perduto la speranza che il paese potesse voltare pagina. Dunque si sono “persi di vista” come accade anche ai movimenti animati dalle più nobili intenzioni, nei quali lo smarrimento sopravviene per carrierismi politici e carenza progettuale. Quella stagione di ritrovata passione civile rappresentava, oltre alla difesa dei principi di legalità, molto altro: l’impegno pacifista contro la guerra in Iraq, per una legislazione dei diritti civili, per la ricerca e la green economy, la difesa della sicurezza e del posto di lavoro richiesta dai 3 milioni stretti al Circo Massimo. Si trattava forse dell’ultimo appello per la rinascita di una nuova – vera – sinistra: Giovanni Berlinguer guidava il cosiddetto “Correntone” di minoranza Ds e Sergio Cofferati, secondo compagni e intellettuali come Moretti, avrebbe potuto guidare lo schieramento progressista. Invece al “cinese”, temuto dai poteri forti e tacciato di eccessivo radicalismo, fu affiancato il solito Romano Prodi per un presunto ticket che non si sarebbe mai concretizzato per via del dirottamento del segretario della Cgil alle amministrative di Bologna.

Nel frattempo si dipanava una sottile operazione mediatica di cancellazione di ogni battaglia per il progresso sociale, etichettata come “ideologica” secondo il Renzi style, e di appiattimento del malcontento crescente alla sola questione morale, un parametro che logicamente conduce allo sdoganamento di qualsiasi soggetto politico, foss’anche un reazionario clericale, purchè “onesto” e “nuovo”. Ad esempio Walter Veltroni, nel solco della pubblicistica dominante, ha esaltato la figura di Enrico Berlinguer per il rigore etico occultando di fatto l’impegno profuso dal segretario del Pci contro l’ingiustizia sociale. Matteo Renzi, che ne “I panni sporchi” e nei rari spazi concessi dai mezzi di informazione avevamo cercato di descrivere come il predestinato dei poteri forti e la prosecuzione del “veltronismo con altri mezzi”, ha consumato “l’omicidio politico” di quel che restava della sinistra politica. Che l’ultimo intervento di Moretti sia stato l’endorsement per Bersani, ovvero l’anima socialdemocratica del partito riorganizzatasi ora nella corrente di Gianni Cuperlo, non è dunque incoerente con lo sviluppo di tre governi di coabitazione privi di legittimazione elettorale e di reale sovranità nazionale. Nelle vuote grida del circuito mediatico, anche un silenzio può fare rumore.

La matematica della querela fantasma: nulla x nulla costa 10 milioni di vecchie lire

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L’ultima frontiera di Querelopoli è la causa fantasma che si trasforma in esoso dibattimento per un articolo non siglato in cui il querelante non è identificato. Il tutto alla modica cifra, a carico del giornalista privo di tutela legale e di contratto di lavoro dipendente, di 5mila euro di spese forensi, diconsi 10 milioni di vecchie lire. Interessante vero?
Il riassunto delle puntate precedenti lo trovate qui a Querelopoli, vi risparmio dunque la rapida successione di eventi che nel 2011-2012 hanno portato qualche problema al sottoscritto: le due minacce denunciate all’autorità giudiziaria, la chiusura del giornale L’Informazione (per accuse poi rivelatesi infondate, nate da un esposto anonimo che ha portato al blocco dei contributi per l’editoria e dunque alla morte del quotidiano nel gennaio 2012), la causa milionaria ai partecipanti alla puntata di Report sul “Sacco di Serra”, definita “intimidatoria” da Ossigeno, Odg e Fnsi (puntata del dicembre 2011, causa civile nel marzo 2012). Questa e altre querele stanno seguendo il loro iter, no problem: quando ho scelto di fare il giornalista sul serio ero consapevole che avrei pagato dei prezzi. Punto e a capo. Per quale ragione, dunque, l’ultima frontiera merita un racconto volante? Perchè non si parla di fatti da verificare, di danni d’immagine da riscontrare, di presunte lesioni della reputazione, insomma di questioni di merito a cui il giornalista può opporre, come per il momento è accaduto, la veridicità delle notizie, la continenza del linguaggio e la pubblica rilevanza. Anzi, spesso, nelle occasioni in cui sono stato querelato per inchieste pubblicate su L’Informazione dal 2007 e sul Fatto Quotidiano dal luglio 2009, non vi era neppure bisogno di difendersi poichè, come prevede la legge di fronte a palese infondatezza, la magistratura inquirente archiviava. Le rare volte che si è giunti in udienza preliminare, comunque con la tutela legale assicurata dall’editore, la sentenza è stata di non luogo a procedere.
La querela fantasma concerne un articolo del 7 novembre 2010, pubblicato da L’Informazione di Modena, nel quale si narra di un ufficiale dell’Accademia costretto a dormire in caserma dopo il divorzio dalla moglie che vive nell’ex tetto coniugale. L’articolo è di livello mediocre, peraltro inserito in un soppalco del giornale, senza particolare evidenza, uno di quelli che nelle redazioni si sfornano a getto continuo come i comunicati stampa per riempire 40 pagine quotidiane. Il pezzo, che non ricordo di aver scritto, è privo di firma e di sigla. Resta dunque un mistero come sia stata attribuita la paternità. Mi sono sentito rispondere che “sarà il dibattimento a stabilirla” come se non spettasse all’accusa l’onere della prova, in questo caso di trovare uno straccio d’indizio sull’autore della presunta diffamazione per un articolo che – è di immediata evidenza – non identifica minimamente la querelante: la donna (che ha precedenti penali, stando a quanto riferito in via informale a margine dell’udienza preliminare) resta ignota perchè non compaiono il nome, le iniziali, l’età, la residenza, la professione di lei e nessun elemento anche in relazione al marito graduato.
La querela, che in sede penale deve essere presentata entro 90 giorni e dunque era già stata depositata a fine 2010, langue per quasi tre anni nel cassetto della Procura di Cremona, provincia nella quale veniva stampato L’Informazione. Ad un certo punto, nell’estate del 2013, il sostituto procuratore la rende nota ai querelati, l’ufficiale dell’Accademia e il sottoscritto accusati di diffamazione a mezzo stampa, il direttore responsabile di omesso controllo. Coincidenza: apprendiamo della querela ricevendo l’avviso di garanzia assieme alla notifica dell’atto di chiusura delle indagini, nel luglio del 2013, quando L’Informazione è appena stata dichiarata fallita. Ergo: nessuna tutela legale. Nell’udienza preliminare del maggio 2014 il gup, nel giro di pochi minuti, non accorgendosi come il viceprocuratore onorario dell’assenza della sigla nell’articolo incriminato, né tantomeno scorrendo le poche righe per comprendere l’assoluta non identificabilità della querelante e dell’ex marito, rinvia tutti a giudizio. Il solerte avvocato cremonese assegnatomi d’ufficio, che prima dell’udienza preliminare non avevo avuto il piacere d’incontrare, presenta un preventivo per il dibattimento da 4mila euro più Iva e più le spese. Resta da capire come sia possibile applicare un tariffario “nella media” per un processo che lo vedrebbe impegnato a sbadigliare nel ripetere semplicemente:”L’articolo non è del mio assistito, in subordine, chiunque l’avesse scritto, non identifica nessuno”. Un collega precario che era rimasto privo di tutela dell’editore, mi ha riferito di aver speso 1000 euro per un dibattimento per diffamazione, vero, con tanto di produzione di documenti e testimoni. In questo caso, invece, voliamo oltre i 5mila euro chiesti dall’avvocato d’ufficio. L’obiezione di alcuni colleghi (vedi sempre Querelopoli) che beneficiano giustamente della tutela legale, è quella che ci sono tutti gli strumenti per avere giustizia. A parte il fatto che intanto devi pagare una cifra spropositata, una volta ottenuta la scontata assoluzione la strada di intentare causa per lite temeraria recuperando una parte dei soldi è impervia e poco battuta. Il risarcimento arriverebbe dopo molti anni e comunque previo nuovo versamento esoso al proprio avvocato: molto spesso, anche accogliendo un’istanza di risarcimento, il giudice civile compensa le spese legali, fifty – fifty. Dunque, a prescindere dalle manine occulte che possono aver sospinto questa indecenza, che certamente non cambierà di una virgola il mio modo di fare giornalista e di scrivere libri, è interessante valutare come talvolta per magia la giustizia diventi una scienza esatta: nulla moltiplicato per nulla uguale a 10 milioni.

“Calcio, carogne e gattopardi”: intervista dell’agenzia LaPresse

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La cronaca per LaPresse è di Elisabetta Graziani, già giornalista de La Stampa di Torino.

Milano (LaPresse) – Stefano Santachiara, giornalista del Fatto Quotidiano e già autore de ‘I panni sporchi della sinistra’, presenta alla libreria Coop statale in via Festa del Perdono a Milano il suo nuovo libro ‘Calcio, carogne e gattopardi’ che prende le mosse dai fatti di cronaca più recenti, come la presunta trattativa ‘stadio-mafia’ avvenuta all’Olimpico in occasione della Coppa Italia, per cercare le radici di un male antico, risalente addirittura al ‘panem et circenses’ dell’impero romano.

 Qual è la tesi di fondo di Calcio carogne e gattopardi?

“La strumentalizzazione del calcio da parte del potere finanziario e politico. In questo libro, attraverso una ricerca documentale e interviste di protagonisti e esperti, ho cercato di riannodare i fili sulle origini, le ragioni e gli effetti del fenomeno del football rompendo un tabù. Le cronache ci raccontano dei casi singoli, di scandali scommesse che si susseguono a ritmi tali che non fanno più notizia, mentre dietro ci sono ingenti altri interessi economici che passano per la Fifa, le televisioni, i grandi brand e i guadagni stratosferici dei calciatori. Inoltre credo sia giunto il momento di descrivere anche l’uso e l’abuso che il potere fa del gioco più bello del mondo: le carriere politiche, le infiltrazioni mafiose, e un uso più sottile dal punto di vista culturale: il calcio nella storia è stato usato per legittimare feroci dittature, basti pensare ai Mondiale della vergogna di Argentina, ma anche nelle democrazie per distogliere dalle questioni sociali”.

Il libro descrive la commistione tra poteri forti che si reggono a vicenda e la esemplifica nelle vicende di Berlusconi e Renzi. Non è un parallelismo forzato? Renzi, fino a prova contraria, non ha mai presieduto una squadra, non si è esposto a favore dei Mondiali e Cesare Prandelli si è dimesso dopo la sconfitta in Brasile.

“Sì, i cosiddetti poteri forti hanno trovato in Berlusconi ieri e in Renzi oggi i propri terminali, i rappresentanti di un coagulo di interessi diversi, nazionali e internazionali. Certamente nell’ascesa politica di Renzi non ha avuto un ruolo fondamentale il calcio, e la televisione privata, come fu per Berlusconi ma anche l’ex sindaco di Firenze ha saputo adoperare il sistema-calcio in modo piuttosto efficace: si è mostrato più volte in pubblico assieme all’allenatore della Nazionale Cesare Prandelli sfruttandone la popolarità trasversale per i tifosi-elettori”.

La parabola berlusconiana cominciò con il Mundialito, di che si tratta?

“Il Mundialito ha rappresentato il primo via libera alla prassi illegittima che poi l’oligopolista Berlusconi ha praticato in abbondanza grazie a Craxi e poi al centrosinistra: trasmettere a livello nazionale con le proprie televisioni malgrado sentenze della Corte costituzionale lo vietassero. Nel 1980, grazie al nulla osta della Rai e del governo Forlani, Canale 5 potè mandare in onda con il satellite il torneo amichevole disputato in Uruguay, paese all’epoca nelle mani di una giunta militare fascista che ospitava Licio Gelli.

Nel saggio, coadiuvato da autorevoli sociologi (il professor Elio Matassi e lo scrittore Andrea Ferreri), viene sviluppata un’analisi sul controllo sociale, adoperando anche la metafora di Fantozzi inebetito dal triplo oppiaceo soldi, tv, calcio e incapace di reagire ai soprusi della politica. Il paragone ricorda l’opinione di Grillo sulla maggioranza degli italiani, e in particolare su quelli che hanno scelto Renzi alle Europee, vale a dire che non sanno votare e sono un popolo di immaturi. E’ d’accordo? Secondo lei, in caso di nuove elezioni, se gli italiani optassero per il Pd dimostrerebbero cecità di fronte al ‘controllo sociale’?

“Non esiste un rapporto di causa-effetto tra il voto a questo o quel partito e il controllo sociale che il potere, economico e politico, esercitano attraverso il calcio. La metafora del prototipo dell’italiano ‘passivo’ che incarna il ragionier Fantozzi credo renda l’idea della condizione attuale, in relazione alla scarsa partecipazione alla vita democratica di un Paese in crisi economica, ma ancor di più sociale e di valori. Lo sport è sempre stato, sin dall’antichità, uno degli strumenti di intrattenimento delle masse, ma in tempi recenti, soprattutto nel combinato disposto con la pubblicità e i media, si è rivelato un’arma di dispersione rispetto ai problemi reali. Gaber già nel 1973 cantava dell’avvento dei tecnocrati mentre la gente parlava di calcio e Pasolini si concentrava sui messaggi martellanti dell’instrumentum regni”.

Ritornando al parallelo Renzi-Berlusconi, il cavaliere oggi è più attaccabile di un tempo, è stato in parte ‘scaricato’ anche da chi lo sosteneva sempre e comunque. In una parola: ha meno potere. Tuttavia è ancora l’indiscusso presidente onorario del Milan. A partire da questa sua parabola discendente e dalla tesi del libro, sono prevedibli dei cambiamenti nel mondo del calcio italiano?

“Sì. Berlusconi ha perso la leadership da che i poteri forti lo hanno scaricato nel 2011, dopo le pressanti richieste della Troika, quando è stato costretto a dimettersi e Napolitano ha nominato Monti senza passaggio elettorale, proprio come i successori. Dunque anche nel calcio qualcosa sta cambiando e cambierà. Il mio timore è che accada proprio come nella politica. Vale a dire una finta palingenesi, un rinnovamento solo di facciata che però consente al potere di perpetuarsi identico. Per esempio, in questo senso, la nomina di Tavecchio: un altro collezionista di incarichi. Sono ancora tutti lì, i vecchi nomi: un carrozzone che va avanti come prima”.

In ‘Calcio, carogne e gattopardi’ c’è un interessante accenno al maschilismo nel calcio e alla discriminazione nei confronti del mondo sportivo femminile, riportata alla cronaca dalle dichiarazioni di Tavecchio. Senza scadere in tesi uguali e contrarie, cosa comporterebbe secondo te un maggiore riconoscimento del ruolo della donna nel calcio?

“L’Italia sta perdendo l’occasione di fare come gli altri Paesi europei che associano le squadre femminili e quelle maschili. Questo all’estero vuol dire più spazio sui giornali e l’uso delle stesse strutture da parte di sportive e sportivi. Siamo indietro e lo dimostra anche lo scarso numero di dirigenti e presidenti donne. Si tratta di un fenomeno del tutto speculare alla società patriarcale e maschilista italiana che si riflette anche nel linguaggio sportivo sovente sessista”.

(Elisabetta Graziani)

L’intervista dell’agenzia Lapresse:http://www.lapresse.it/cronaca/calcio-carogne-e-gattopardi-il-nuovo-libro-di-santachiara-sui-poteri-forti-1.576227

“Calcio, carogne e gattopardi”: per il Fatto Quotidiano è complottismo, ma non spiega dove

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Ecco la recensione apparsa il 13 settembre sul Fatto Quotidiano, in un articolo non firmato:

Svelare “il malcelato abuso che il potere fa del calcio”. Questo l’ambizioso progetto di “Calcio, carogne e gattopardi” di Stefano Santachiara, un saggio sociologico, politico, storico e sportivo che tenta di rammendare ogni spunto di cronaca calcistica più o meno recente (dalla cessione di Baggio alla Juventus fino a Jenny a’ Carogna) per comporre la coperta sotto la quale il potere politico sfrutta l’amore del popolino per il pallone a proprio uso e consumo. Il saggio si snoda attraverso una lunga serie di aneddoti (alcuni gustosi, come quelli sulla Lazio “armata” di Chinaglia e Maestrelli) e riflessioni dal retrogusto ideologico (“L’interesse della borghesia a rendere popolare il calcio dipendeva dal fatto che la rivalità agonistica avrebbe sottratto energie e tempo al movimento operaio in lotta”; o parlando del futuro dell’Italia:”I bambini potranno ancora giocare con una palla di pezza, come avveniva nel dopoguerra”). La trama, seppur a tratti godibile, si smarrisce quando tenta di risolvere la complessità della storia in una palla che rotola e nel voler vedere un disegno superiore dietro ogni episodio, foss’anche un rigore non dato. Ma, nell’Italia raccontata da Santachiara, è vizio diffuso.

Questa è la mia replica, 20 righe inviate domenica 14 settembre:

Gentile direttore, ogni critica è legittima ma sono costretto a replicare alla mini-recensione di “Calcio, carogne e gattopardi” di sabato 13 settembre. Il passaggio di Baggio alla Juventus non c’azzecca con l’uso politico poiché si trova nel paragrafo dedicato all’antropologia del tifoso. Quanto alle riflessioni dal “retrogusto ideologico”, non soltanto la borghesia inglese promosse il football alla fine dell’Ottocento ma i ceti dominanti hanno adoperato nel tempo eventi calcistici per legittimare dittature (vd. Argentina 1978) e per distogliere i cittadini dalle questioni sociali. Lo scenario futuro di un’Italia impoverita in cui il calcio sarà uno dei pochi elementi a resistere non è la previsione di pericolosi sovversivi ma dell’ex presidente di Goldman Sachs Jim O’Neill. Nell’ultima riga mi si accusa di “tentare di risolvere la complessità della Storia in una palla che rotola” e di “voler vedere un disegno superiore dietro ogni episodio, foss’anche un rigore non dato”. Questa chiosa priva di fondamento tenta di screditare il lavoro di ricerca che mette in fila fatti documentati e li contestualizza nel periodo storico. Nella vana attesa che il recensore indichi quali tesi assurde avrei sostenuto, i lettori possono verificare chi dice il vero. Un’ultima considerazione: studiosi come Antonio Nicaso, che nel libro spiega la penetrazione delle cosche, avrebbero aperto un dibattito sull’abuso che il potere politico, finanziario e mafioso fanno del gioco più bello al mondo, soffermandosi anche sugli aspetti culturali dello strumento di distrazione di massa. Giorgio Gaber, che cantava l’avvento dei tecnocrati mentre l’Italia “parlava di calcio nei bar”, oggi verrebbe accusato di vedere la Spectre? A questo punto una domanda sorge spontanea: chi vuol vedere complottismi dove non esistono, ha forse la coda di paglia?

Link alla sinossi di Calcio, carogne e gattopardi

Al festival delle Storie l’essenza della vita

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Piccole impressioni a caldo da parte di un ospite che per la prima volta ha la ventura e l’onore di partecipare al Festival delle Storie nella Valle del Comino, un percorso unico in Italia, reso possibile solo dalla genialità e dalla tenacia dell’ideatore Vittorio Macioce e degli instancabili volontari, loro stessi artisti e professionisti. Questo viaggio culturale immerso in luoghi incontaminati della memoria e della natura, contamina generi e saperi, grandi autori, vite semplici e straordinarie. In questi paesi, noti per aver dato i natali a Cicerone ma anche a Vittorio De Sica e a Marcello Mastroianni, così lontani e così vicini, tra loro e nel mondo perchè ogni comunità ha un legame con una nazione diversa, s’alternano laboratori e dibattiti, escursioni e degustazioni, illustrazioni e proiezioni, pensieri e musiche che esprimono una miscela romantica e innovativa. Se dovessi consegnare un momento che riassuma queste sensazioni, troppo spesso perdute nella rincorsa dell’esistenza quotidiana, sceglierei il concerto di ieri sera di Susanna Bertuccioli, Marco Zurlo, Maria Martelli e Riccarco Zurlo, nella suggestiva cornice ai piedi dei boschi di Villa Latina, dove un’arpa carezzava le note napoletane e brasiliane al tramonto. Silenzi poetici e genuine tradizioni, ora dopo ora, si fondono col dinamismo newyorkese del festival, capace di reinventarsi in ogni momento, non solo per il carattere itinerante che associa ogni giorno ad un paese una carta dei tarocchi e il relativo intenso programma quotidiano, ma anche per effetto dell’alchimia imprevedibile dei tanti confronti, della loro libertà assoluta, delle continue interazioni tra ospiti e visitatori. Imprevedibilità che non fa certo rima con improvvisazione, poichè frutto del combinato disposto tra talento e passione civile che solo una sapiente pianificazione ed esperienza organizzativa possono elaborare. Il meglio della creatività italiana e i grandi artisti internazionali hanno alimentato la fiammella dell’interesse di tanti giovani, desiderosi di aprirsi alla conoscenza e all’innovazione. Come gli studenti del laboratorio di Scienze della Comunicazione dell’ateneo di Cassino, che hanno realizzato una mostra dedicata al progetto Guerrilla marketing, una serie di attività suggestive e ironiche da loro condotte, in modalità shock, per imporre all’agenda mediatica temi sociali dimenticati. Dalla sagoma disegnata a terra per inscenare “l’omicidio della cultura” alla rappresentazione di malati di ludopatia passando per il serpentone di tacchi rossi nell’ambito delle iniziative di sensibilizzazione contro il femminicidio, le azioni di “Guerrilla” hanno conquistato spazi sui media italiani e riconoscimenti internazionali. In questa settimana nella Valle del Comino pare che il tempo abbia levigato e conservato il meglio, come se l’avanguardia borbonica e lo spirito cosmopolita dei migranti sparsi per il mondo restituisse, con il Festival, vecchie e nuove storie, distillato dell’essenza della vita.

Link al Festival delle Storie

Calcio, carogne e gattopardi, intervista su “Liberi di scrivere”

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Dopo I panni sporchi della sinistra (Chiarelettere, 2013), scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti, Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta e corrispondente del Fatto Quotidiano, ha appena pubblicato Calcio, carogne e gattopardi, e-book (Google Play e Amazon, 2 luglio 2014), acquistabile anche in versione cartacea online e prenotandolo in libreria, un’indagine che scava su come il controllo sociale sia gestito dal potere attraverso il calcio. L’ha intervistato in esclusiva per noi Irma Loredana Galgano.

Ti sei premurato di scriverlo già nella prefazione che questo saggio non ha lo scopo di attaccare tout court il calcio, soprattutto nella parte relativa all’essere uno sport e come tale fondamentalmente educativo oltre che utile dal punto di vista fisico. Ma il calcio di cui si sente parlare quotidianamente non ha proprio nulla o quasi a che vedere con lo sport educativo e salutare.

Per preservare il calcio giocato non si può più ignorare l’uso e l’abuso che ne fa il potere: gli affari della Fifa e delle televisioni, dei grandi brand e dei campioni, i cui stipendi sono cresciuti più del 450% in 10 anni, sono uno schiaffo alla miseria e un danno alla collettività. Non solo per i tifosi consumatori e per lo Stato, che spende 45 milioni di euro in 12 mesi per garantire la sicurezza negli stadi e spalma per 23 anni i debiti col fisco dei club in rosso, sempre più spesso nelle mani delle banche. Ci sono profonde ragioni di immagine, consenso popolare e dunque di rapporti che il mondo del calcio garantisce in ambito finanziario, istituzionale, geopolitico. Cosa c’entra tutto questo con la magia della partita che si reinventa in eterno, quella dei campi di provincia dove si alimenta la forza inclusiva e la creatività poetica?

«Violenza degli ultras» e «Pervasività delle mafie». Eventi anche recenti hanno riportato in auge quella che è stata definita “trattativa stadio-mafia”. La «violenza degli ultras» ha una funzione sociale che per assurdo serve a mantenere l’ordine stabilito. Serve anche a consentire la «pervasività delle mafie»?

L’estrema destra è da tempo egemone nelle curve. Ha creato una struttura organizzata in cui la violenza preordinata è analoga ai raid a freddo dei black bloc infiltrati nelle manifestazioni di piazza. Il legame tra ultras e criminalità organizzata, come dimostrano le indagini della magistratura, non è infrequente. Il noto caso di Genny ‘a carogna’, capo ultrà napoletano e figlio di un boss del clan Misso che concede il permesso allo Stato di disputare la finale di Coppa Italia, dopo gli scontri che sono costati la vita a Ciro Esposito, è solo la punta di un iceberg. Lo studioso Antonio Nicaso, tra i maggiori esperti di mafie a livello mondiale, ha svelato in un’intervista esclusiva le trame occulte delle cosche che sono arrivate a controllare una trentina di società. Gli scopi sono quelli tradizionali, ossia la diversificazione del riciclaggio di denaro sporco, ma anche di legittimazione popolare tramite le strette di mano allo stadio e la visibilità televisiva. Gli scandali degli inchini ai boss durante le processioni di Oppido Mamertina e San Procopio ne sono l’ennesima conferma: le mafie, come ha spiegato Nicaso, acquisiscono il consenso non solo nell’economia, ma anche nella politica e negli ambienti religiosi. Per contrastare questa realtà inquietante sarebbero necessarie un’aggressione più efficace dei patrimoni mafiosi e un’opera di prevenzione culturale nei settori giovanili dove anche i genitori, con i baciamano ai boss, non sono esenti da colpe. Sul fronte delle società calcistiche servirebbero un monitoraggio più attento dei bilanci e delle transazioni estere, nonché punizioni severe delle pratiche corruttive dilaganti. La realtà ormai supera la fantasia: una cricca di slavi comprava decine di partite dei campionati di mezza Europa per alimentare dorate scommesse clandestine, un’agenzia di Singapore è riuscita a manipolare arbitraggi delle amichevoli prima del mondiale in Sudafrica, l’ex funzionario della Fifa Mohamed bin Hammam èaccusato di aver corrotto alcuni colleghi per pilotare l’assegnazione dei mondiali del 2022 al Qatar.

Nella tua opera definisci anche “maschilismo ambientale” quello del mondo del calcio…

Il sistema è oggettivamente omertoso, basti pensare all’omofobia e alla denuncia dell’allenatore Zeman, caduta nel vuoto, sull’uso del doping per “polli da allevamento”. Alle donne sono preclusi ruoli dirigenziali e tecnici di primo piano mentre il calcio femminile, su cui pesano pregiudizi sessisti, è ignorato da istituzioni e media. Eppure basterebbe seguire l’esempio di alcune nazioni come la Francia, che ha affiliato le squadre femminili ai club maschili, agevolandone la promozione. Comunque il calcio non è un’enclave regredita ma parte integrante di una società patriarcale ad alta ingerenza clericale nella quale, malgrado le donne ottengano risultati mediamente migliori nelle università e nel mondo del lavoro, non raggiungono i vertici di imprese e politica.

Il calcio è diventato ormai una potentissima “arma di distrazione di massa” impiegata indistintamente da tutti i governanti e il “tifo” assume sempre più i connotati di una malattia peggiore di quella di cui è omonimo. Senza dover arrivare ai circoli più estremisti, anche per strada, davanti ai bar, innumerevoli sono gli scontri tra tifosi che si lasciano facilmente “distrarre” pensando che sia importante un attacco, un goal, un rigore… che sia determinante il risultato di una partita. Ma determinante per chi? Basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per realizzare che nella vita delle persone, dei cittadini di ogni luogo non cambia proprio nulla e che se il calcio è veramente uno sport allora per “spirito sportivo” bisogna accettare col sorriso anche la sconfitta. Ma non è questo a muovere le redini…

In alcuni momenti storici cruciali il calcio è servito a legittimare feroci dittature, pensiamo ai mondiali della vergogna in Argentina del 1978 e due anni dopo al Mundialito, trasmesso da Canale 5 in Italia dall’Uruguay, un paese nelle mani di una giunta militare che ospitava Licio Gelli. Anche nelle democrazie occidentali il gioco più amato del mondo ha avuto un ruolo significativo. Sin dalla nascita del football, ai tempi della rivoluzione industriale inglese, il capitalismo ne promosse la diffusione per ridimensionare i conflitti sociali che si erano accesi nelle fabbriche, traslandoli in rivalità sportive e campanilistiche. Assieme ad autorevoli sociologi abbiamo ripercorso le origini, le ragioni e gli effetti di questo fenomeno di massa, unico nel suo genere perché coinvolge miliardi di persone in modo interclassista: dai manager della City ai minatori belgi, dagli impiegati di Tokyo alle favelas brasiliane. Si tratta di un esercito di elettori la cui coscienza e partecipazione democratica, in costante calo, è fondamentale.

In tempi recenti l’arma di distrazione di massa si è sviluppata mediante il combinato disposto tra la gaudente pubblicità, nella quale i campioni sono ricercati testimonial, i media generalisti capaci di inculcare modelli diseducativi, e il calcio parlato tra veline, sondaggi e polemiche artefatte. In questo ambito ci furono degli antesignani, naturalmente inascoltati: se Luigi Tenco e Pierpaolo Pasolini si occuparono in prevalenza degli aspetti strutturali del marketing e della disinformazione televisiva, Rino Gaetano cantava gli intrecci tra football, politica, potere economico e mediatico. Giorgio Gaber ne “La presa del potere” del 1972 prefigurava l’avvento dei tecnocrati mentre “la gente parlava di calcio nei bar”. Gli opinion maker di oggi, invece, estrapolano dall’immenso patrimonio di Gaber la strofa “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona” per appiattire la figura del segretario del Pci alla sola questione morale, occultandone la lotta contro l’ingiustizia sociale.

Terremoto in Irpinia del 1980 e Diego Armando Maradona. Si pensa di parlare di argomenti talmente distanti l’uno dall’altro che non si incontreranno mai, invece…

Alcuni eventi apparentemente sono privi di relazione se non vengono inseriti nel contesto storico attraverso i movimenti della società e le reazioni dei padroni del vapore. Il Napoli di Ferlaino a trazione democristiana, con l’acquisto di Maradona grazie all’intercessione del potente Vincenzo Scotti e alle banche, ha adempiuto a un compito di controllo sociale. Se la vittoria del Mundial in Spagna e l’apertura ai campioni stranieri cancellarono la cancrena emersa nel primo scandalo del calcioscommesse del 1980, l’euforia collettiva per le vittorie del Napoli ha contribuito al mantenimento dello status quo rispetto al pericolo dell’unico partito comunista d’occidente ancora forte malgrado l’isolamento internazionale, le Brigate rosse e l’infinita strategia della tensione. In altre parole le magie di Dieguito hanno fatto dimenticare la malagestione della ricostruzione dopo il terremoto e l’espansione della camorra, che trasse beneficio anche dai legami di Maradona col clan Giuliano di Forcella.

C’è un legame tra il calcio e chi detiene le redini del Paese?

Se osserviamo il calcio come una mappa vediamo che da Torino, vera capitale, detta legge l’onnipotente Juventus degli Agnelli, a Roma, dove vi era la longa manus di Andreotti e del banchiere Geronzi, a Milano il petroliere Moratti. Nel 1993 il presidente del Milan Silvio Berlusconi, reduce da trionfi calcistici italiani e internazionali, è stato individuato dai poteri forti come l’uomo di rottura per traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica che stava nascendo sotto i colpi delle stragi terroristico-mafiose e Mani Pulite. Il piduista Berlusconi ha sbarrato la strada alla coalizione dei Progressisti di Occhetto, una sinistra che non era ancora stata rieducata all’atlantismo, al liberismo, alle privatizzazioni di reti strategiche nazionali, alle tecnocrazie che hanno svuotato le sovranità economiche nazionali: l’involuzione etica e culturale arriverà con i governi Prodi e il Partito democratico. Matteo Renzi, epitaffio della sinistra, è sostenuto dagli stessi poteri forti che avevano supportato Berlusconi: i conservatori americani, la grande finanza, il Vaticano, con l’aggiunta degli stessi berlusconiani. Renzi è il premier più calcistico della storia: usa gerghi da bar dell’oratorio per raggiungere un ampio target elettorale, inoltre durante la sua ascesa si è fatto amico e ha sfruttato la popolarità di Cesare Prandelli. Il commissario tecnico della Nazionale, rassicurante e post democristiano, ha seguito l’esempio rinnovatore varando persino un codice etico, da lui stesso contravvenuto quando ha convocato in Brasile Chiellini nonostante fosse squalificato per una brutta gomitata durante Juve-Roma. Prandelli è intervenuto a “gamba tesa” in favore di Renzi più volte a cominciare dalla sua partecipazione alla Leopolda: in pochi hanno ricordato la valenza che hanno avuto i suoi endorsement alla vigilia delle ultime Europee e prima ancora durante le primarie del Pd. D’altronde i distratti giornali nostrani non si erano accorti neppure della presenza alla Leopolda di Micheal Leeden, noto stratega dei servizi segreti americani legato alla destra repubblicana. Prandelli è finito ad allenare in Turchia perché il carrozzone del calcio, nonostante tutto ancora imprevedibile nei risultati sul campo, alterna rapidamente gli attori funzionali al sistema. Renzi, invece, resta in modo pianificato nei minimi dettagli un uomo solo al comando, forte di una maggioranza parlamentare larghissima e dei media stesi a tappeto che ne rilanciano promesse e alibi.

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