Turbata libertà degli incanti e abuso d’ufficio. Sono i reati ipotizzati a carico del segretario del Pd dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini in relazione a concessioni di beni pubblici al tempo in cui ricopriva il ruolo di assessore del Comune di Modena con delega al patrimonio. Il leader democratico, eletto due anni fa con l’appoggio del segretario nazionale Pierluigi Bersani, avrebbe favorito l’ingresso e la permanenza della Sdps di Massimiliano Bertoli e Claudio Brancucci nel chiosco-birreria del parco Enzo Ferrari, polmone verde da tempo al centro di un ambizioso progetto di piscina e insediamenti commerciali. Secondo l’indagine del Pm Enrico Stefani e dei carabinieri la società modenese sarebbe subentrata grazie a un pre-accordo 8 anni fa, per poi non versare canoni di affitto per oltre diecimila euro e usufruire di sconti immotivati. Il reato di turbativa d’asta che vede indagati anche i due imprenditori è già estinto per prescrizione (a meno di un’improbabile rinuncia delle difese), ma non l’ abuso d’ufficio patrimoniale, contestato in concorso a Bonaccini, al suo successore Antonino Marino, ai dirigenti dell’ufficio Mario Scianti e Giulia Severi, firmataria dell’ultimo rinnovo a Sdps. Ora toccherà alla Corte dei Conti verificare il danno per mancati introiti diretti e assenza di altre offerte per quella che poi è diventata la miniera d’oro della ‘movida’ estiva. In serata sono arrivate le prime reazioni degli indagati che hanno confermato di aver ricevuto la comunicazione da parte dei carabinieri. Il segretario Bonaccini nega però si tratti di un avviso di garanzia, dicendo di avere la coscienza assolutamente tranquilla. Anche l’assessore Antonino marino afferma di non saperne nulla, “di una vicenda di cui non mi sono mai occupato, di cui non conosco le funzioni delle persone coinvolte e di cui non ho firmato alcun atto”.

La vicenda ha origine nel maggio 2003, quando la donna concessionaria del chiosco riceve alcune visite indesiderate. E’ Tina Mascaro, barista di Rossano Calabro già titolare della storica edicola di via Emilia all’angolo del parco, nota alle cronache perché uccisa da un assassino ancora senza nome il primo febbraio di quattro anni fa. Seduta al tavolino del bar, la calabrese registra le pressioni dei soci di Sdps e del geometra dell’ufficio patrimonio Michele D’Andretta per indurla a lasciare anzitempo il locale rispetto alla scadenza contrattuale in dicembre. Mascaro rifiuta le offerte che, secondo il suo collaboratore Bitiqy Elmaz, il dirigente Scianti avrebbe spinto fino a 175mila euro. Il geometra consiglia alla donna, già sfrattata nel 2000 per un mancato pagamento dal chiosco del parco Amendola (anche in quel caso poi gestito da Sdps con svariate insolvenze), “di salvarsi almeno l’edicola”. Circa l’atteso verdetto del Tar sullo sfratto dal Ferrari, disposto con la motivazione di ‘carenze igieniche’, afferma: “Nel momento che vinci il ricorso non cantare vittoria perché qui sarà una messa da morto tutti i giorni… Io sono incaricato dal mio capo settore a venire qua a romperti”. Ad un certo punto interviene Massimiliano Bertoli, socio di Sdps fino al 2006 e poi ricettore da presidente dell’associazione culturale ‘D’accordo’ di 62mila euro di finanziamenti comunali per le iniziative musicali. Grandi concerti anche nel chiosco degli ex soci. Bertoli – siamo sempre nel maggio 2003 – offre alla Mascaro di acquistare attrezzature e licenza di cui sono sprovvisti. Alla calabrese che ricorda come non sia possibile cedere la sua concessione, risponde: “Quello lì è un problema che dovrò risolvere col tuo amico Bonaccini”. Lei: “Semmai è il tuo amico”. Più avanti, sulle ipotesi di allargamento del chiosco, l’imprenditore accenna “abbiamo ..(incomp..) il progetto” e Mascaro risponde: “Anche questo. Sempre con la collaborazione di Bonaccini?” Bertoli:”No, questa qua è un’idea nostra”. Il 10 giugno le forze dell’ordine eseguono lo sfratto della barista calabrese, incatenatasi invano all’interno del locale. Sdps subentra il 25 luglio 2003, ottiene la licenza, più avanti arriva l’allargamento del locale e non paga l’affitto per oltre diecimila euro, beneficiando di rinvii e rateizzazioni. L’ufficio patrimonio, con determina della dirigente Severi del 12 marzo 2008, attesta il rientro parziale dei debiti “iscritti a ruolo dal 25 gennaio 2006″ senza specificare il quantum dell’insolvenza, concedendo altri 16 mesi di rinnovo (retrodatando dal luglio 2007, scadenza della concessione) con uno sconto del 15% sul canone annuo (13.727 euro contro 16.150) per il locale del parco Ferrari. Motivazione: “E’ da ridursi in quanto atto concessorio”. Il geometra D’Andretta, nel processo che lo ha visto assolvere nei mesi scorsi dall’accusa di concussione, si definisce un intermediario mandato dai capi, “il fesso di turno tra l’incudine e il martello”, con la Mascaro invisa all’amministrazione e in particolare all’assessore Bonaccini per i suoi atteggiamenti. Quali? “Allacciarsi alla corrente senza intestarsi l’utenza e i mancati pagamenti”, dovuti però alle truffe di Lorena Teneggi, contabile che si intasca le somme per i versamenti e svuota i conti correnti della calabrese mentre lei si trova all’ospedale, speronata da un’auto in uno strano incidente. Ma “in trent’anni di lavoro in Comune – conclude D’Andretta – non ho mai visto allontanare un concessionario con la forza: si trovavano soluzioni come il pagamento rateale”. Come avvenuto a più riprese, e secondo la Procura illecitamente, per Sdps. Due pesi e due misure rispetto alla Mascaro, la cui odissea prosegue. A fine 2003 i vigili sequestrano la tensostruttura montata a fianco della sua edicola, originando un procedimento penale per abuso edilizio, danneggiamento e invasione di suolo comunale. Peccato che il parco sia del Demanio, cui la calabrese paga regolare concessione (durata 99 anni) per la porzione di pertinenza dell’edicola. Il Comune acquista per 10 milioni di euro il Ferrari nel corso del processo, che termina il 26 gennaio 2007 con la scontata triplice assoluzione. Mascaro, che ha sempre sostenuto di essere l’ostacolo ad una speculazione immobiliare sull’area, il 30 gennaio si reca a Cesena dallo studio di avvocati Giacalone: “La signora ci portò richieste di tributi impugnate – deporrà poi la legale romagnola – altre carte coi timbri del Comune parevano irregolari, con puntini al posto delle date, non so come fosse riuscita ad averle. Ci disse di essere minacciata da alcuni comunali”. Nessuno degli attuali indagati per reati contro la pubblica amministrazione, va sottolineato, è mai stato sfiorato dal sospetto di un coinvolgimento nell’omicidio della donna. Massacrata con cinque violenti colpi alla testa la sera del primo febbraio 2007 nel suo baretto di via Uccelleria, riaperto dopo vent’anni di inattività per conservare la licenza. In quella stradina fitta di nebbia che conduce dalla via Emilia in aperta campagna, Tina attende l’esponente della lista civica d’opposizione Paolo Ballestrazzi, che l’aveva contattata poche ore prima per “vedere le carte” salvo poi disdire – riferirà al processo spiegando il tabulato con la sua telefonata – per l’imperdibile “Inter-Samp di Coppa Italia”. Per il Pm titolare dell’inchiesta Stefania Mininni l’assassino è Corrado Corni (assolto in appello), già in carcere a 17 anni per l’omicidio di una tabaccaia e all’uscita promosso agente capo dell’assicurazione Maeci con diversi clienti della Questura di Modena, coinvolto in ammanchi sulle polizze e solito girare armato di pistola, poi socio nel chiosco del parco Amendola della Mascaro, cui cercò di strappare la licenza chiedendo aiuto al geometra D’Andretta, salvo venire allontanato dalla donna nel 2000. Il Pm Mininni, al processo in applicazione distrettuale da Lecce dove nel frattempo si era trasferita, ha dovuto fare i conti con innumerevoli ostacoli durante le indagini: il ritrovamento del cadavere tre ore dopo il delitto coi vigili chiamati per “la musica alta nel bar” da vicini che avevano sentito urla strazianti senza curarsene, la presenza di tracce argentate che hanno fatto ritenere erroneamente un trofeo l’arma mai ritrovata (un utensile), lo stop alle intercettazioni disposto da un Gip che sostituiva il collega competente, suggerimenti non richiesti da parte di un investigatore privato e del vicepresidente regionale del Codacons Fabio Galli (indagato per falsa testimonianza e archiviato) che ha omesso di ricordare di aver preceduto l’imputato in sella alla Maeci, un’intrusione abusiva nel registro iscrizioni di reato da parte di una segretaria della Procura (fatto certo ma giunto ad archiviazione in quanto mai provata la violazione del segreto), una successiva fuga di notizie. Il processo si è chiuso con un verdetto chiaro: non ritenendo attendibile l’anziana che dichiarava di aver visto l’imputato scappare dal bar alle 21 con un utensile e la cartellina di Tina, la corte d’assise ha assolto Corni con formula piena. La sentenza non è stata appellata a Modena ma dalla procura generale di Bologna, che ora chiede di considerare attendibile la testimone alla luce anche delle intercettazioni, rigettate dall’assise modenese, in cui si mostra impaurita prima del balbettante incidente probatorio. Comunque andrà, restano il dolore e i debiti del figlio della donna uccisa, il 37enne Massimiliano Mascaro: multe, tributi e l’affitto pluriennale del garage contenente le attrezzature sgomberate dal chiosco, messe in carico ai calabresi. “Mia madre ha sempre lavorato onestamente ed è stata cacciata dai due parchi, non sappiamo chi l’ha uccisa e perché. Ad oggi – afferma – non abbiamo visto un euro né un biglietto di scuse. E pensare che è stata l’unica a Modena a far condannare la truffatrice Teneggi (3 anni di reclusione nel 2006 non scontati e senza risarcire un euro in quanto incinta e nullatenente, nda). Ma lo Stato non dovrebbe tutelare le vittime di reati?”. Ereditando la licenza dell’edicola della madre, Max ha sottoscritto il nuovo contratto col Comune, neoproprietario del parco Ferrari, che scade già l’anno prossimo. Nella nuova inchiesta dei carabinieri sarà passato alla lente anche il progetto di piscina e insediamenti commerciali nell’area verde contro il quale si stanno battendo residenti, associazioni come “Modena Attiva”, Sel e alcuni esponenti del Pd. Un dibattito che procede da mesi in un clima surreale, non per la serie sconfinata di modalità partecipative (referendum) e piste alternative (realizzare un labirinto nel parco) ma per la costante di non accennare mai, neppure per sbaglio, ai fatti oggetto delle indagini vecchie e nuove.

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