Per comprendere l’indagine che coinvolge anche il segretario regionale del Pd Stefano Bonaccini occorre riavvolgere il nastro sino al faccia a faccia di 8 anni fa tra due gestori di pubblici esercizi che incrociano interessi e destini. Da una parte i soci di Sdps (acronimo di ‘società di perfetti sconosciuti’) Massimiliano Bertoli e Claudio Brancucci, rispettivamente organizzatore di eventi musicali finanziato dal Comune di Modena e barista d’esperienza titolare anche di un’armeria in centro; dall’altra Tina Mascaro, combattiva esercente di Rossano Calabro concessionaria dell’edicola e della birreria nel parco intitolato ad Enzo Ferrari. E’ la chiave del Pm Enrico Stefani per datare l’inizio del presunto quinquennio di favoritismi dell’ufficio patrimonio del Comune alla Sdps nell’inchiesta che vede oggi indagati per abuso d’ufficio il leader dalemiano Bonaccini, assessore a Modena dal 1999 al 2006, il suo sostituto Antonino Marino, i due dirigenti Mario Scianti e Giulia Severi. Nel maggio 2003 la barista calabrese, già costretta a lasciare per morosità (dovuta agli ammanchi della sua contabile, Lorena Teneggi, poi condannata a 3 anni per truffa e appropriazione indebita) il chiosco del parco Amendola in favore di Brancucci, attende l’esito del ricorso al Tar contro il provvedimento di sfratto dalla birreria del Ferrari. Stavolta però con l’inconsueta motivazione di “carenze igieniche”.

Quando i rivali si recano a farle visita, spalleggiati dal geometra dell’ufficio patrimonio Michele D’Andretta, Mascaro sistema un registratore sotto il tavolino: ”Loro sono venuti qua primo per conoscerti, secondo per vedere com’è il loro prossimo posto di lavoro – esordisce D’Andretta – con loro è un bel po’ che stiamo parlando di questa faccenda, però mi hanno detto: andare a trovare la Mascaro per fare una partita a chiacchiere senza avere niente in mano non ha mica senso”. Un atteggiamento che secondo gli inquirenti dimostra già il pre-accordo e non lesina pressioni per indurre la donna a lasciare il campo. Con riferimento ai giudici amministrativi: “Hanno già la relazione perché qualcuno gli è andato a dire che la cosa deve essere fatta molto velocemente. Chi? Il signor sindaco del Comune di Modena (il senatore Pd Giuliano Barbolini, nda)”. Subito dopo il geometra: ”Nel momento che vinci il ricorso non cantare vittoria perché qui sarà una messa da morto tutti i giorni. Sono incaricato dal mio capo settore a venire qua a romperti”. Tutto al fine di persuadere la concessionaria a cedere subito le attrezzature e la licenza lasciando “l’estate” ai non ancora subentrati di Sdps. Alle proposte di Bertoli, la donna replica: ”Lo sapete che la concessione è solo esclusivamente mia e non posso darla via?”. A questo punto l’imprenditore cita l’assessore: “Quello lì – dice – è un problema che dovrò risolvere col tuo amico Bonaccini”. Mascaro: “Semmai è tuo amico, ma lui che interessi ha su questo punto?”. Risposta: ”Credo nessuno, l’ho conosciuto adesso perché dovevo partecipare al bando”. Interviene D’Andretta: ”Ma mica c’era Bonaccini prima, Ennio Cottafavi era il mio assessore, volete parlare di soldi, di accordi commerciali”. La donna, riassume la polizia giudiziaria nel brogliaccio, sottolinea come il chiosco sia troppo piccolo per loro. Ma Bertoli replica immediatamente: ”Abbiamo già… (incomprensibile, n.d.r.) il progetto”. La calabrese domanda: ”Anche questo sempre con la collaborazione di Bonaccini?”. L’imprenditore risponde: ”No, questa qua è un’idea nostra”. Di nuovo il geometra D’Andretta: ”Ce l’hai con Bonaccini, dai lascialo perdere che proprio non c’entra niente il Comune… (pausa) Io la cifra gliel’ho già detta, lui mi ha detto se io ero matto, se eri stata tu o se ero stato io a consigliarti quelle cifre?”. Poi la conversazione si perde in mille calcoli fino ad una proposta complessiva da “50 milioni” di lire che la donna rifiuta. In un’altra occasione il geometra le si rivolge con un sibillino “salvati almeno l’edicola”. I nastri vengono ritrovati in un cassetto dopo l’omicidio di Tina Mascaro, massacrata con violenti colpi alla testa la sera del primo febbraio 2007 nel suo baretto di via Uccelliera, riaperto dopo vent’anni al fine di non perdere la licenza. Nessuno degli indagati, va sottolineato, è mai stato sfiorato da alcun sospetto di coinvolgimento nel delitto (l’unico imputato, il pregiudicato Corrado Corni, è stato assolto in corte d’assise). Le trascrizioni confluiscono nel processo per concussione a carico di D’Andretta, assolto in via definitiva perché considerato dallo stesso Pm un mero esecutore di ordini superiori. Dalla deposizione del geometra: “Non mi sono mai occupato di bandi e assegnazioni, quando le lamentele dell’utenza per i servizi igienici arrivavano all’orecchio dell’assessore, lui le riportava al dirigente del settore che a sua volta mandava me, il fesso di turno, tra l’incudine e il martello. Tina esagerava a dire che il Comune ce l’aveva con lei ma in trent’anni non ho mai visto allontanare un concessionario con la forza”. Il collegio, rigettando in marzo le richieste di ascoltare Bonaccini, Marino, Scianti e Severi come testimoni della concussione (non provata), li ha considerati imputabili di reato connesso. La turbata libertà degli incanti (reato prescritto salvo rinuncia delle difese) vede indagati i due imprenditori con Bonaccini e Scianti, il dirigente accusato dal collaboratore della Mascaro, Elmaz Bityqi, di essersi presentato più volte con il sottoposto D’Andretta (ma il capo settore non compare nelle registrazioni) e di aver offerto fino a 175mila euro di liquidazione. Scianti, presente nel giugno 2003 allo sfratto della donna eseguito dalle forze dell’ordine, firma la prima concessione alla Sdps dopo una gara ufficiosa (non è esposta sull’albo pretorio online, a differenza di quelle del 1998 in cui l’offerta della Mascaro prevale su diversi concorrenti) che l’amministrazione garantisce regolare. Non tutte le persone citate nelle intercettazioni sono ora sottoposte ad indagini. Il Pm Enrico Stefani non ha trovato riscontro circa le pressioni al Tar attribuite da D’Andretta all’allora sindaco di Modena, il senatore Pd Giuliano Barbolini, che dunque resta fuori dalla vicenda. L’abuso d’ufficio patrimoniale, considerato una sorta di continuazione del trattamento di favore a Sdps, viene ipotizzato per i quattro mancati testi dopo l’acquisizione dell’ultimo rinnovo della concessione del chiosco del parco Ferrari il 12 marzo 2008 (della durata di 16 mesi e retrodatato alla scadenza del 25 luglio 2007), una determina che riassume le insolvenze per oltre 10mila euro, il rientro solo parziale dei debiti nonostante dilazioni e lo sconto immotivato del 15% sul canone annuo di 16mila euro, considerato già sottostimato rispetto al valore della birreria. Intanto Stefano Bonaccini, intervenendo l’altra sera alla festa del partito ad Argelato, ha ribadito di essere a disposizione della magistratura “perché abbiamo fiducia nel loro lavoro, non lo delegittimiamo”. Il segretario regionale del Pd ha apprezzato le “parole del procuratore Vito Zincani che non vuole strumentalizzazioni politiche” e, nel merito della vicenda, ha assicurato “di non aver mai frequentato” gli imprenditori di Sdps. Contrariamente a quanto gli inquirenti desumono dalle registrazioni e da altri elementi, anche Massimiliano Bertoli ha negato di conoscere Bonaccini: “Neanche sapevo chi fosse – ha affermato– io non ho avuto nessuna intesa preventiva col Comune, tantomeno con Bonaccini. In quel momento avere un chiosco al parco Ferrari non è che fosse un affare sicuro: era un ricettacolo di tossici e spacciatori, tra l’altro non c’erano avvisaglie di progetti di riqualificazione. Solo dopo la nostra gestione nel giro di due anni siamo riusciti a trasformare la zona, facendo avvicinare anche le famiglie”. Infatti l’ex chioschetto della Mascaro si trasformò nella movida estiva del parco (oggetto tuttora di progetti ambiziosi come una maxi-piscina e insediamenti commerciali) grazie all’allargamento dei locali e ai concerti estivi per cui lo stesso Bertoli, una volta uscito da Sdps nel 2006, in veste di presidente dell’associazione ‘D’accordo’ ha ricevuto 62mila euro di fondi comunali. Bertoli continua ad occuparsi delle attività musicali nel chiosco, affidato alla società “La Mandragola” di Carmine Ferrarese, a pochi metri dall’edicola del figlio di Tina, Max Mascaro. I carabinieri stanno compiendo accertamenti anche su un’altra vicenda, che non chiama in causa gli indagati ma è di poco successiva allo sfratto. Alla fine del 2003 la Mascaro aveva montato una tenda nell’area di pertinenza della sua edicola nello spicchio del parco tra via Emilia e viale Autodromo, con l’intenzione di farvi nascere un nuovo chiosco. I vigili urbani, riscontrata l’assenza di autorizzazione, sequestrarono la tensostruttura dando origine ad un procedimento penale per abuso edilizio, danneggiamento e invasione di suolo comunale. Ma il parco era di proprietà del Demanio, che solo in seguito ha ceduto (il preliminare di permuta è del 2005) l’area al Comune di Modena. Il sindaco-avvocato Giorgio Pighi, all’epoca fuori dall’agone politico, di recente ha dichiarato che non furono gli agenti della municipale a parlare di invasione di suolo comunale. Ad oggi dunque resta ignota la manina che denunciò un fatto smentibile con un controllo catastale o una telefonata a Roma, passibile di incriminazione per calunnia. Di certo la Procura retta allora da Manfredi Luongo, assegnato il fascicolo al Pm Claudia Ferretti, ha tenuto alla sbarra per 3 anni la Mascaro e il collaboratore fino alla scontata triplice assoluzione del 26 gennaio 2007. Le motivazioni della sentenza ora sono state acquisite nella nuova inchiesta dalla polizia giudiziaria: ”Si è infatti accertato che all’epoca dei fatti – scrive il giudice Donatella Donati – la porzione di terreno ove vennero costruite le opere oggetto di processo era di proprietà del Demanio statale e non del Comune di Modena e che Mascaro aveva versato somme allo Stato quale concessionaria del bene.

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