Dopo Tangentopoli il potere politico tutto, di centrodestra e centrosinistra, […]
non si è affatto preoccupato di prendere provvedimenti per contenere la corruzione, ma semplicemente di contrastare e rendere più difficili i processi. Il centrodestra lo ha fatto in modo talmente spudorato da risultare vergognoso […]. Ma il centrosinistra ha dimostrato abilità più sottili […]: cose passate in silenzio, senza il clamore delle leggi ad personam, ma che hanno reso più difficile contrastare i fenomeni. (Piercamillo Davigo)

Questo è uno dei “pretesti” con cui Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara aprono l’ultima pubblicazione di Chiarelettere, I panni sporchi della sinistra. «Corruzione, relazioni ambigue, scelte incomprensibili, patti col nemico, strategie autolesionistiche. Le contraddizioni si addensano come tante nubi oscure sulla crisi del centrosinistra. La mancata vittoria della coalizione guidata da Pier Luigi Bersani alle elezioni politiche del febbraio 2013 è figlia di una classe dirigente incapace di rispondere ai bisogni del suo popolo e del Paese. Le primarie sembravano aver cancellato, nell’espace d’un matin, gli errori e le pesanti vicende giudiziarie che hanno coinvolto e coinvolgono uomini chiave della gauche nostrana», spiegano gli autori nell’introduzione, e particolarmente interessante dalla lettura del libro risultano essere proprio quelle inchieste giudiziarie che hanno coinvolto gli uomini del Partito democratico e più in generale della parte sinistra dell’arco parlamentare. Anche su questo versante, scrivono Pinotti e Santachiara, «il Pd pare privilegiare l’interpretazione “berlusconiana” del consenso elettorale, posto a lavacro onnicomprensivo della questione etica: l’esclusione di amministratori antimafia diviene l’altra faccia della medaglia di signori delle tessere e indagati che si arroccano nuovamente in parlamento».
Nelle 400 pagine de I panni sporchi della sinistra italiana non mancano infatti pagine dedicate al lavoro delle procure nei confronti di esponenti del Partito democratico e della sinistra italiana, che si intersecano inevitabilmente con le guerre intestine interne al partito. Una prima vicenda riguarda l’attuale sindaco di Roma, Ignazio Marino, che, per il pm di Crotone Pierpaolo Bruni avrebbe «avuto la strada sbarrata al Sant’Orsola (ospedale di Bologna, ndr) per essersi contrapposto all’onorevole Luigi Bersani nella corsa all’elezione di segretario del Pd».
A Bologna – scrivono Pinotti e Santachiara – la procura chiede e ottiene l’archiviazione del procedimento per l’assenza di una violazione di legge o regolamento, ma il quadro che emerge è sconfortante: «Nonostante i medici abbiano negato, nelle telefonate intercettate i riferimenti sono indubbi e tracciano un desolante quadro di sudditanza politica delle scelte anche imprenditoriali di un’azienda ospedaliera di primaria importanza». Insomma, la corsa alle primarie del luglio 2009 sarebbe costata al senatore Ignazio Marino, chirurgo specialista nei trapianti di fegato, l’ingresso all’ospedale Sant’Orsola Malpighi di Bologna nonostante un preaccordo datato fine aprile.
Allo stesso modo il libro ricorda le indagini che hanno portato l’attuale segretario regionale del Pd in Emilia Romagna e coordinatore della campagna di Matteo Renzi per le primarie, Stefano Bonaccini. Abuso d’ufficio e turbativa d’asta le accuse con una sentenza che arriverà dieci giorni prima delle primarie del Partito democratico. Sempre in terra emiliana c’è un’altra indagine, che sarebbe stata tenuta “in freezer” fino alla fine del 2012, che riguarda la storica assistente personale di Pier Luigi Bersani, Zoia Veronesi, convocata dal pm bolognese Giuseppe Di Giorgio come persona indagata per truffa aggravata ai danni della Regione Emilia Romagna. Da Bologna le carte passano per competenza a Roma e sotto la lente di ingrandimento ci finisce un conto corrente cointestato di Veronesi e Bersani, che ancora oggi imbarazza l’ex leader del Pd.
Sul versante giudiziario Pinotti e Santachiara fanno pochi sconti e mettono nero su bianco casi spesso confinati alle sole cronache locali o specializzati. Su tutti i legami tra gli uomini del partito e la criminalità organizzata. Ancora poco noto è il caso di Serramazzoni, comune in provincia di Modena, «il primo caso di rapporti tra mafia e politica, e in particolare col Pd, accertato in Emilia Romagna», che viene ben sviscerato dagli autori del libro così come i rapporti poco chiari con la criminalità organizzata pugliese e Flavio Fasano, ex sindaco democrat di Gallipoli e uomo forte di Massimo d’Alema, arrestato nel 2010 per corruzione. “L’inchiesta nasce dall’inchiesta del Ros dei Carabinieri collegata all’omicidio del capo clan della Sacra Corona Unita, Salvatore Padovano, detto «Nino Bomba», ucciso dal fratello Rosario, che appena tre giorni dopo l’omicidio venne sorpreso dal Ros al telefono proprio con l’ex sindaco Fasano”.
E se a “stupire” sono le indagini che si fanno, su altri versanti sono quelle che non si fanno o che si fermano. I due giornalisti citano i casi delle azioni Milano-Serravalle, le vicissitudini del gip Clementina Forleo e Digeronimo, che più volte hanno incrociato uomini importanti della sinistra nelle loro indagini, da D’Alema a Vendola, per poi chiudere sul caso Mps: «Dallo scoppio dello scandalo comunque è tutta la nomenclatura del Pd a prendere le distanze pubblicamente dal “groviglio” senese, che non ha più nulla di armonioso. Potrebbe trattarsi di un atteggiamento gattopardesco o di una mossa per prendere tempo, in attesa che su questa vicenda, così come sul sostegno dei Ds alla scalata di Unipol a Bnl, cali l’oblio. La sinistra ha cambiato identità e valori, si occupa più di banche che di fabbriche, ma obbedisce ancora al motto delle vignette satiriche di Guareschi: “Contrordine, compagni”».

(Luca Rinaldi)

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