Rinnovare il Pd, tenendolo unito, rottamatori e rottamandi insieme. Il progetto di Matteo Renzi, a 48 ore dal suo insediamento alla guida del Partito democratico guadagna consensi alla base e fa discutere i piani alti del Partito. Soprattutto perché da sottoscrivere c’è ancora l’accordo con Letta che detti l’agenda dei prossimi 12- 15 mesi. Ma è ben chiaro il monito che Renzi ha lanciato domenica 15 dicembre dal palco della Fiera di Milano: “Se alle prossime europee si va con risultati di governo balbettanti, la responsabilità non saranno né di Grillo, né di Berlusconi ma cadranno tutte sul Pd”, ha detto il neo segretario rivolgendosi soprattutto alla minoranza del partito, che è stata “premiata” con l’offerta della presidenza a Cuperlo, il “nemico” battuto sul campo alle primarie.
Quello che è certo, è che Renzi, prima ancora che con Grillo, con cui ha polemizzato dal minuto uno della sua presidenza, e con Berlusconi, deve ancora fare i conti con i suoi. Con la sinistra. Cadoinpiedi.it ha chiesto a Stefano Santachiara autore con Ferruccio Pinotti di I panni sporchi della Sinistra (Chiarelettere) di spiegare l’ascesa di Renzi e di mettere in evidenza le partite che il neosegretario deve giocare nei prossimi mesi.

Che sinistra si trova oggi in mano il nuovo segretario del Pd?
Una sinistra al culmine di una lunga involuzione antropologica, dal punto di vista etico e culturale. La causa di questo tramonto però non è il trionfo di Matteo Renzi, promotore di ricette di orientamento blairiano da lui definite “liberismo di sinistra”, ma del fallimento di un gruppo dirigente che ha smarrito i principi fondanti e l’attenzione per le classi sociali disagiate. Il partito post occhettiano ha condiviso la svendita del patrimonio pubblico e le norme che hanno precarizzato lavoro, ha finanziato sanità e scuole private prima ancora di fondersi con gli ex democristiani, infine si è piegato alla dottrina dell’ austerity sostenendo i governi Monti e Letta. Entrando nella stanza dei bottoni ha blandito il salotto buono e favorito spregiudicati finanzieri, dunque con quale credibilità, questa sinistra, avrebbe potuto fronteggiare il renzismo?
Quali sono i problemi più urgenti che deve affrontare?
I problemi prioritari sarebbero la disoccupazione, la ridefinizione degli accordi in Europa, la lotta alle mafie e alla corruzione. Tuttavia il Pd difficilmente si sottrarrà alle labirintiche discussioni su legge elettorale, riforme istituzionali e Imu. Vedremo se alla prova dei fatti il nuovo segretario Renzi saprà tradurre le fumose promesse in risposte ai precari, introduzione di criteri meritocratici e abbattimento di sprechi e privilegi di casta. Per il momento ha comunque un’occasione storica, quella di pensionare un apparato che ha contribuito al ventennio di Silvio Berlusconi sdoganando i conflitti d’interesse e le relazioni opache con il mondo della finanza, una nomenclatura che ha mutuato dal berlusconismo la modalità di gestione del potere.
È vero che questa sinistra ha perso la sua presunta superiorità morale?
La diversità del partito che fu di Enrico Berlinguer è un lontano ricordo. La sinistra moderna ha sviluppato sistemi che nulla hanno da invidiare al peggior Pentapartito. Le inchieste giudiziarie hanno scoperchiato casi di tangenti ingegnerizzate, speculazioni edilizie devastanti per il territorio, persino collusioni mafiose in un centro nevralgico come l’Emilia Romagna. Ne “I panni sporchi della sinistra” analizziamo anche le fondazioni politiche e gli esclusivi club internazionali che rischiano di diventare camere di compensazione, l’affarismo bipartisan sull’asse tra cooperative e Compagnia delle Opere, i vasi comunicanti tra partito e Mps, la sanità pubblica piegata a interessi particolari.
Quali sono i motivi dell’ostilità che una certa sinistra ha mostrato nei confronti di Renzi?
I sindacati per i progetti di deregulation del mercato del lavoro (Renzi ha appoggiato Marchionne e non considera un tabù l’articolo 18) e di valutazione dei dipendenti pubblici. L’establishment del Pd per il mero mantenimento dello status e di interessi che allignano fra i notabilati e le lobby di riferimento. Siamo però il Paese dei gattopardi, che in questa circostanza si sono già riposizionati salendo sul carro del vincitore: gli ex dalemiani Vincenzo De Luca e Nicola Latorre, Veltroni e Franceschini, persino Fassino. Ora sono tutti renziani.
Ci sono invece dei “poteri” dietro il successo di Renzi? Quali?
Sin dagli albori il nuovo segretario del Pd ha potuto contare sull’appoggio di big dell’industria e della finanza italiane, ma è benvoluto anche dal Vaticano e dai poteri atlantici. Il trait d’union è Marco Carrai, consigliere di amministrazione presso municipalizzate del Comune di Firenze, vicino all’Opus dei ed amico del “falco” americano Micheal Leeden, già consulente per il Sismi e implicato negli scandali Iran-Contra e Nigergate. Renzi poi non fa mistero dei rapporti con la galassia che ruota attorno a Silvio Berlusconi, dall’iniziale ghost writer Giorgio Gori ad Alfonso Signorini e Flavio Briatore. Tutto ciò non è sufficiente, come pure l’analoga capacità comunicativa, a spiegare la sua “scalata” del Pd. Cuperlo e Civati erano comunque candidati nuovi e di sostanza, dunque le ragioni del plebiscito per Renzi sono da ricercare nelle responsabilità politiche e morali della classe dirigente, che ha scritto l’epitaffio della sinistra in Italia.
Che ruolo ha avuto Napolitano nell’evoluzione dello scenario politico di questo ultimo anno che ha visto Renzi passare da sconfitto a vincitore? In molti accusano il presidente della Repubblica di avere travalicato i confini del suo ruolo.
E’ un dato oggettivo che la scelta di Giorgio Napolitano di non sciogliere le Camere dopo la caduta del governo Berlusconi, nel novembre 2011, abbia favorito due personaggi: il noto pregiudicato, che ha potuto risalire nei consensi grazie allo strapotere mediatico, e Matteo Renzi, che ha guadagnato il tempo necessario per proclamarsi sfidante di Bersani alle primarie dell’anno seguente. Non si può asserire che il capo dello Stato ne abbia scientemente agevolato l’ascesa, ma di certo nel marzo 2013 si è dimostrato inflessibile nei confronti di Bersani negandogli l’estrema chance di formare un governo di minoranza. Napolitano ha sempre concepito il ruolo in modo innovativo, intervenendo in modo meno chiassoso rispetto ad altri presidenti di rottura ma incidendo di più nelle dinamiche politiche tramite messaggi mirati, dissimulati in discorsi pieni di understatement, e in una moral suasion dai contorni indefiniti. Nell’ultimo anno ha di fatto esteso le prerogative presidenziali: prima affidando una sorta di incarico esplorativo collettivo a dieci saggi per creare le condizioni della nascita del governo Letta, poi venendo incoronato dagli stessi partiti per il secondo mandato. Giorgio Napolitano è il deus ex machina italiano, garante dei poteri forti nazionali ed atlantici, e sarà ancora il barometro dei movimenti nello scacchiere politico.

(Antonella Scutiero)

Link all’intervista di Cado in piedi