Ecco la recensione apparsa il 13 settembre sul Fatto Quotidiano, in un articolo non firmato:

Svelare “il malcelato abuso che il potere fa del calcio”. Questo l’ambizioso progetto di “Calcio, carogne e gattopardi” di Stefano Santachiara, un saggio sociologico, politico, storico e sportivo che tenta di rammendare ogni spunto di cronaca calcistica più o meno recente (dalla cessione di Baggio alla Juventus fino a Jenny a’ Carogna) per comporre la coperta sotto la quale il potere politico sfrutta l’amore del popolino per il pallone a proprio uso e consumo. Il saggio si snoda attraverso una lunga serie di aneddoti (alcuni gustosi, come quelli sulla Lazio “armata” di Chinaglia e Maestrelli) e riflessioni dal retrogusto ideologico (“L’interesse della borghesia a rendere popolare il calcio dipendeva dal fatto che la rivalità agonistica avrebbe sottratto energie e tempo al movimento operaio in lotta”; o parlando del futuro dell’Italia:”I bambini potranno ancora giocare con una palla di pezza, come avveniva nel dopoguerra”). La trama, seppur a tratti godibile, si smarrisce quando tenta di risolvere la complessità della storia in una palla che rotola e nel voler vedere un disegno superiore dietro ogni episodio, foss’anche un rigore non dato. Ma, nell’Italia raccontata da Santachiara, è vizio diffuso.

Questa è la mia replica, 20 righe inviate domenica 14 settembre:

Gentile direttore, ogni critica è legittima ma sono costretto a replicare alla mini-recensione di “Calcio, carogne e gattopardi” di sabato 13 settembre. Il passaggio di Baggio alla Juventus non c’azzecca con l’uso politico poiché si trova nel paragrafo dedicato all’antropologia del tifoso. Quanto alle riflessioni dal “retrogusto ideologico”, non soltanto la borghesia inglese promosse il football alla fine dell’Ottocento ma i ceti dominanti hanno adoperato nel tempo eventi calcistici per legittimare dittature (vd. Argentina 1978) e per distogliere i cittadini dalle questioni sociali. Lo scenario futuro di un’Italia impoverita in cui il calcio sarà uno dei pochi elementi a resistere non è la previsione di pericolosi sovversivi ma dell’ex presidente di Goldman Sachs Jim O’Neill. Nell’ultima riga mi si accusa di “tentare di risolvere la complessità della Storia in una palla che rotola” e di “voler vedere un disegno superiore dietro ogni episodio, foss’anche un rigore non dato”. Questa chiosa priva di fondamento tenta di screditare il lavoro di ricerca che mette in fila fatti documentati e li contestualizza nel periodo storico. Nella vana attesa che il recensore indichi quali tesi assurde avrei sostenuto, i lettori possono verificare chi dice il vero. Un’ultima considerazione: studiosi come Antonio Nicaso, che nel libro spiega la penetrazione delle cosche, avrebbero aperto un dibattito sull’abuso che il potere politico, finanziario e mafioso fanno del gioco più bello al mondo, soffermandosi anche sugli aspetti culturali dello strumento di distrazione di massa. Giorgio Gaber, che cantava l’avvento dei tecnocrati mentre l’Italia “parlava di calcio nei bar”, oggi verrebbe accusato di vedere la Spectre? A questo punto una domanda sorge spontanea: chi vuol vedere complottismi dove non esistono, ha forse la coda di paglia?

Link alla sinossi di Calcio, carogne e gattopardi