Con toni provocatori che certo non favoriscono un dibattito sulle colonne del giornale, Andrea Scanzi scrive http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/27/pd-caro-nanni-moretti-dove-sei/1135443/ una lettera aperta a Nanni Moretti: ”Oggi sembri felice – o anche solo accondiscendente, che forse è peggio – per l’ascesa del primo “cazzaro” che passava. Odiavi Craxi, ma voti la sua brutta copia. Odiavi Berlusconi, ma sostieni il suo erede. E lo fai – immagino – perché lui non ha più la maglia dei “cattivi” ma indossa quella dei “buoni”: dei giusti, dei compagni, dei rinnovatori”. Puntualmente Libero riprende la notizia parlando di “sconforto scanziano per l’ex idolo”. Moretti non ha certo bisogno di difensori ma nessuno fa notare l’esercizio di disonestà intellettuale di un processo alle intenzioni nei confronti di chi non si è espresso pubblicamente, a meno di poteri paranormali esegetici rispetto al libero pensiero altrui. La verità, banalmente, è che il regista non ha mai appoggiato Renzi, anzi: nel febbraio 2013 dichiarò di votare Pier Luigi Bersani comprendendo in tempo i pericoli di una mancata chiara vittoria del Pd. Al contrario, quasi tutto l’universo mediatico attaccava Bersani quale simbolo dei vecchi partiti e scommetteva sul prode “rottamatore” della Casta, sostenuto dal gotha dell’industria e della finanza e con la partecipazione alla Leopolda (sfuggita a tv e giornali) dello stratega americano Micheal Leeden, falco della destra repubblicana. Il tifo di Andrea Scanzi era evidente durante la prima sfida a Bersani http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/28/corsa-a-ostacoli-del-povero-primariante/396147. Anche dopo il trionfo alle primarie del novembre 2013, naturalmente da “civatiano”, l’ex giornalista de La Stampa si diceva divertito e incuriosito da Renzi, che non è certo “un incubo antidemocratico”, e lo invitava a far cadere il governo Letta: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/09/renzi-stupiscici/806778/. Soltanto quando il “caro Matteo” (in questo caso, il tu, è appropriato) si è insediato a Palazzo Chigi, blindato fino al 2018, pian piano la stampa ha preso a criticarlo, con punte di attacchi ridicolmente ridondanti che si concentrano su gaffes, mancate promesse, scontri personali con imprenditori o politici a lui vicini, in modo tale da concedere il palco a posizioni non dissimili. Le questioni strutturali, ossia la politica economica di stampo turbo-liberista sotto l’egida delle tecnocrazie europee, in termini di riduzione dei diritti del lavoro e disossamento del sistema pubblico, non vengono affrontate nel merito ma lasciate in superficie, alimentando il classico divide et impera che mette in contrasto categorie e gruppi: giovani e anziani, italiani e stranieri, lavoratori privati e pubblici, dipendenti e partite Iva, precari e disoccupati.

Pur non conoscendo Moretti, ma da semplice osservatore presente alla “festa di protesta” dei Girotondi a piazza San Giovanni il 14 settembre 2002, ritengo che tanti cittadini mossi da sacrosanta indignazione nei confronti del berlusconismo imperante e dell’inerte opposizione di centrosinistra sui temi della giustizia, nel tempo abbiano perduto la speranza che il paese potesse voltare pagina. Dunque si sono “persi di vista” come accade anche ai movimenti animati dalle più nobili intenzioni, nei quali lo smarrimento sopravviene per carrierismi politici e carenza progettuale. Quella stagione di ritrovata passione civile rappresentava, oltre alla difesa dei principi di legalità, molto altro: l’impegno pacifista contro la guerra in Iraq, per una legislazione dei diritti civili, per la ricerca e la green economy, la difesa della sicurezza e del posto di lavoro richiesta dai 3 milioni stretti al Circo Massimo. Si trattava forse dell’ultimo appello per la rinascita di una nuova – vera – sinistra: Giovanni Berlinguer guidava il cosiddetto “Correntone” di minoranza Ds e Sergio Cofferati, secondo compagni e intellettuali come Moretti, avrebbe potuto guidare lo schieramento progressista. Invece al “cinese”, temuto dai poteri forti e tacciato di eccessivo radicalismo, fu affiancato il solito Romano Prodi per un presunto ticket che non si sarebbe mai concretizzato per via del dirottamento del segretario della Cgil alle amministrative di Bologna.

Nel frattempo si dipanava una sottile operazione mediatica di cancellazione di ogni battaglia per il progresso sociale, etichettata come “ideologica” secondo il Renzi style, e di appiattimento del malcontento crescente alla sola questione morale, un parametro che logicamente conduce allo sdoganamento di qualsiasi soggetto politico, foss’anche un reazionario clericale, purchè “onesto” e “nuovo”. Ad esempio Walter Veltroni, nel solco della pubblicistica dominante, ha esaltato la figura di Enrico Berlinguer per il rigore etico occultando di fatto l’impegno profuso dal segretario del Pci contro l’ingiustizia sociale. Matteo Renzi, che ne “I panni sporchi” e nei rari spazi concessi dai mezzi di informazione avevamo cercato di descrivere come il predestinato dei poteri forti e la prosecuzione del “veltronismo con altri mezzi”, ha consumato “l’omicidio politico” di quel che restava della sinistra politica. Che l’ultimo intervento di Moretti sia stato l’endorsement per Bersani, ovvero l’anima socialdemocratica del partito riorganizzatasi ora nella corrente di Gianni Cuperlo, non è dunque incoerente con lo sviluppo di tre governi di coabitazione privi di legittimazione elettorale e di reale sovranità nazionale. Nelle vuote grida del circuito mediatico, anche un silenzio può fare rumore.