L’orizzonte dei poteri che sostengono Renzi sin dalla prima ora (occultato grazie ai distratti media che ora ripetono critiche e libri-solletico come un mantra, lavacri per le coscienze) è quello del capitalismo neoclassico (globalizzato, finanziarizzato e mendace persino rispetto ai valori fondanti della concorrenza per via di monopoli nei servizi privatizzati e oligopoli delle corporation) con tendenze reazionarie a restringere gli spazi democratici. La strategia dissimula abilmente la forza socialmente distruttiva delle politiche di stampo thatcheriano di guerra al sindacato e al sistema pubblico, attraverso un altro livello strutturale, quello culturale: la lenta involuzione democratica dell’elettorato, nella forma dell’archetipo americano, senza la quale la prima forza non potrebbe dispiegarsi appieno. Della “questione democratica” tratta l’articolo di Newspedia dedicato a due analisi a caldo del (non) voto alle regionali del 23 novembre: la mia e quella di Alessandro Gilioli de L’Espresso, autore della locuzione che farà storia: http://www.newspedia.it/renzi-lanalfabeta-della-democrazia/:

DA NEWSPEDIA:

Un analfabeta della democrazia”. Così viene definito Matteo Renzi da web opinion maker di area progressista quali Alessandro Gilioli de “L’Espresso” e Stefano Santachiara de “Il Fatto Quotidiano”.

Il premier infatti ha festeggiato la vittoria del Pd in Calabria e in Emilia Romagna giudicando l’aumento dell’astensionismo, che ha fatto registrare un record negativo nella regione rossa, una “questione secondaria”.

Nell’oceano di valutazioni e chiavi di lettura, condite spesso da vuote polemiche post-elettorali, si segnala per chiarezza la riflessione di Gilioli pubblicata sul suo blog a poche ore dal voto:

“Se il centrodestra e il centrosinistra sono ormai indistinguibili per proposta politica; se a sinistra del centrosinistra non c’è niente, come rappresentanza; se a destra del centrodestra c’è invece Salvini; e se infine il Movimento 5 Stelle da un anno e mezzo corre come un criceto sulla ruota; beh, francamente, se accade tutto questo non mi pare questa gran sorpresona il fatto che in pochi abbiano voglia di andare a votare. Specie in una situazione di prolungatissima crisi economica e di candidati locali eccitanti come benzodiazepine. Altrettanto poco stupefacente mi pare che poi tra i pochi andati alle urne prevalga la riserva indiana di quelli che voterebbero Pci-Ds-Pd anche se il suo leader fosse Dudù; e che infine l’unico “vincente” sia il leader che più si è caratterizzato mediaticamente negli ultimi mesi, cioè appunto Salvini, uno con una proposta politica che è sicuramente del cazzo ma dirompente e comprensibile anche per il mio ortolano: no agli immigrati, no all’euro, una sola aliquota fiscale al 15 per cento”.

Gilioli, scusandosi per il giudizio tranchant e il linguaggio, spiega poi che “quello su esposto non è commento meno semplificatorio di quello del nostro premier, che ieri sera ha esultato per aver «asfaltato» e «azzerato» gli avversari: e chissà se non capisce o fa finta di non capire come stanno le cose, e chissà se farà i caroselli anche quando il Pd avrà il 60 per cento del 20 per cento degli italiani. Cioè, di questo passo, tra un paio d’anni”.

Poche ore dopo Gilioli coniava la locuzione che farà storia: Renzi è un “analfabeta della democrazia”.

Anche Stefano Santachiara ha messo il dito nella piaga del crollo dei votanti con la consueta analisi corrosiva, stavolta non sul suo blog ma scrivendo a caldo nella notte elettorale sulla pagina pubblica di Facebook:

“Ciò che si va delineando chiaramente è il disegno dei poteri forti che hanno sostenuto Renzi fino alla presa del Pd e del governo assieme ai media, i quali inneggiavano alla rottamazione “anticasta” ben sapendo le intenzioni del boy scout di colpire con forza sistema pubblico e sindacati. Soltanto ora che Renzi si trova blindato a Palazzo Chigi sino al 2018 codesti miseri figuri, editori e direttori, riservano al premier critiche-solletico sul solito piano del moralismo (“Onesti sì-onesti no” potrebbero cantare al posto della “Terra dei cachi” di Elio) per continuare a depistare, magari implementando la fiction con i redividi spauracchi dei Salvini e alimentando le polemiche tra categorie, generazioni e comunità: tutto l’armamentario della distrazione di massa per occultare la questione strutturale economica e sociale, e dunque prosciugare spazi e consensi delle forze che cercano di far rinascere la Sinistra”.

Se il voto si presenta come “l’ultimo dileggio del network che è riuscito a inculcare modelli di individualismo e disimpegno anche in una regione sapida di generosità pragmatica”, la responsabilità secondo Santachiara è innanzitutto della classe dirigente a livello nazionale e regionale, la cui lenta e arida regressione progettuale e di etica civile era stata descritta in modo organico nel libro che ha scritto per Chiarelettere e giunto alla quinta edizione, “I panni sporchi della sinistra”. L’orizzonte di un Pd coinvolto in troppi scandali, tra i quali il primo legame tra partito e ‘Ndrangheta al nord nel lontano 2011 svelato dal giornalista d’inchiesta e sempre minimizzato da politica e media, è diventato quello dell’interesse particolare: “privatizzazioni di asset strategici e servizi locali, riduzione dei diritti del lavoro, rinuncia a qualsiasi politica redistributiva delle ricchezze, tagli a sanità, istruzione e al sistema di welfare, penalizzazione demeritocratica e maschilista di amministratori capaci, assenza di policy keynesiane e innovative. Per questa somma di ragioni la geometrica potenza dei padroni del vapore, ossia i mille volti del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, nell’ambito dell’asfissiante Patto Atlantico e dell’esiziale austerity europea, hanno trovato una resistenza sempre più fragile nell’attuazione del progetto di sempre: la trasformazione degli eredi del Pci di Enrico Berlinguer in un partito liquido in perfetto stile americano, sempre più eterodiretto e sovrapponibile alla Leopolda dei lobbisti. Gli sforzi per spiegare per tempo come i poteri forti, occulti ma evidenti, avessero “messo lì” Renzi (parafrasando il recente outing di Marchionne) sono risultati vani: i rari intellettuali disallineati e liberi, presenti anche in diversi quotidiani, non trovano spazi democratici sulle televisioni generaliste”. L’analisi si chiude con un consiglio alla lettura di un articolo, scritto 6 mesi fa dalla fondatrice de Il Manifesto Luciana Castellina, in cui si sottolineava l’americanizzazione del Pd di Renzi:” Forte astensione perchè una fetta larga della popolazione è tagliata fuori dal processo politico inteso come partecipazione attiva e dunque è disinteressata al voto; assenza di partiti che non siano comitati elettorali; personalizzazione della struttura presidenziale”. E’ per questo che Matteo Renzi, ha chiosato Santachiara rispondendo ad alcuni lettori, è un “analfabeta della democrazia, consapevole di esserlo”.