Non sono solito utilizzare il blog per scrivere articoli. Per quelli sarebbe necessario tornare a vivere un giornale, sentire il ticchettio delle redazioni e il profumo della carta stampata, l’odore della strada, la collaborazione con gli inquirenti, l’incedere dello scoop. Che senso potrebbe avere riprendere ogni giorno notizie pur interessanti diffuse da agenzie, siti d’informazione, tv e quotidiani? Credo alla regola un po’ introversa e pragmatica che recita: “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia”. Sic rebus stantibus, possono bastare gli incontri pubblici e i social forum per far circolare informazioni nuove e spunti di riflessione di utilità collettiva che pratichino un foro nel muro di gomma mediatico e nell’oscurantismo ai danni di intellettuali (storici, economisti, giornalisti) disallineati. Non sarebbe neppure sincero pubblicare pensieri quotidiani, trovando a forza un argomento al giorno purchessìa: le cose, prima di raccontarle, occorre sentirle. Sono però necessarie alcune eccezioni, in presenza di occasioni “rivoluzionarie” che per forza progettuale e partecipazione democratica sviluppano un processo cognitivo attraverso comunità, movimenti e Politica. Uno di questi momenti si è rivelato il dibattito di sabato al teatro Ariosto di Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna “Repubblica delle idee”, un confronto senza filtro tra il direttore del quotidiano Ezio Mauro e la professoressa Mariana Mazzucato, economista inglese di origini italiane che insegna all’Università del Sussex. L’autrice del libro Lo stato innovatore (Laterza) ha esposto con intelligenza e coraggio dati empirici e concetti in grado di rovesciare la prospettiva da un punto di vista economico e innanzitutto culturale: Mazzucato ha postulato policy keynesiane innovative nelle quali lo Stato è lungimirante propulsore dell’economia nei settori qualificanti per il progresso reale della società e dell’ambiente. Il pubblico in platea ne è rimasto affascinato, coinvolto nel percorso di comprensione e diffusione delle idee che risulta la risposta implicita all’invito rivolto da Piketty (“Il Capitale del XXI”) agli accademici: saper interagire con gli studenti-cittadini estendendo l’orizzonte dei programmi didattici in una reciproca emancipazione, contaminazione e scoperta. Lo stesso direttore di Repubblica Ezio Mauro si è trovato (costretto dal sorprendente dibattito?) ad esprimere posizioni più progressiste rispetto alla linea del suo quotidiano e in generale del circuito politico-mediatico italiano, subalterno da molti anni all’esiziale austerity e al pensiero neoclassico delle tecnocrazie europee; solco in cui si inserisce la geometrica potenza distruttiva del “thatcheriano” governo Renzi sostenuto dai poteri forti, già all’opera nello smantellamento del welfare e dei diritti del lavoro tramite privatizzazioni, tagli sociali ed effetti del Jobs Act, il tutto abilmente dissimulato attraverso la tecnica della “light, ordinary and shock disinformation”.

Partiamo dunque dallo streaming on Twitter che ho realizzato sabato sera malgrado la difficoltà di connessione Internet, deciso sul momento al teatro Ariosto. Il padrone di casa Ezio Mauro ricorda come prima le disuguaglianze venissero “coperte da un insieme di cui facevano parte uomini e donne uniti da un orizzonte di crescita e sviluppo, una società dove funzionavano gli ammortizzatori sociali e si era dinanzi a un mercato del lavoro dinamico” mentre “adesso lo spread tra i ricchi e poveri è diventato lo spread tra i garantiti e gli esclusi. Ci sono persone che non trovano un lavoro ben oltre i 30 anni o altri che escono dal mercato del lavoro a 50-55 anni e scoprono che un impiego non possono trovarlo più. Ci sono pezzi di società che stanno naufragando nella crisi. E la democrazia non può permettersi l’esclusione. E’ la prima volta che ci troviamo di fronte a questa situazione”. Mariana Mazzuccato centra subito il punto della manipolazione lessicale attuata dai ceti dominanti in questi anni: ”Piano piano la parola pubblico è stata distrutta. A me non piace quando si parla di ‘esclusi’. E questo perché lascia immaginare un processo di redistribuzione delle risorse che lo determina”. Mauro, ricordando che in Italia “negli ultimi venti anni le disuguaglianze sono aumentate moltissimo a causa della politica”, rispolvera l’espressione cara a Rossana Rossanda del “trentennio glorioso” in riferimento alle conquiste sociali arrivate negli anni 70 dopo lunghe lotte di movimenti civili, sindacati e partiti di sinistra, sul modello Beveridge di welfare inglese e delle altre socialdemocrazie europee. Una svolta importante, perlomeno “lessicale”, come quelle di autorevoli esponenti del centrosinistra quali Prodi e D’Alema, che in recenti interviste hanno chiesto, tardivamente, di tornare a politiche anticicliche di impronta keynesiana. Il presidente della fondazione Italianieuropei ha aggiunto la necessità di eliminare differenze fiscali tra i paesi Ue https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/11/29/dalema-svolta-keynesiana-fuori-tempo-massimo/

Sul tema della detassazione fiscale, invocata costantemente e in varie forme in cambio di una netta riduzione di spesa pubblica, la Mazzucato chiarisce: ”La spinta che veramente traina l’investimento non sono i costi, ma se l’investimento viene fatto dove si è intravista una forte crescita futura. Ecco la grande domanda che dovrebbero porsi i politici: cosa crea queste nuove opportunità? Sono stati gli investimenti strategici, pubblici, ben mirati e con una visione quelli che hanno prodotto risultati”. E queste politiche anticicliche non dovrebbero essere rimedi congiunturali in fasi recessive, ma il meridiano di Greenwich di una visione di ampio respiro: ”Negli Stati Uniti la capital gain tax è scesa del 50% in 10 anni, però gli investimenti in Silicon valley non dipesero dalle tasse, ma dalle aspettative future”. Oggi “non c’è più coraggio, una missione da parte dello Stato. Ma anche quando avviene come negli Usa è poco visionario: tutto quello che è stile di vita, trattamenti diagnostici, consta di pochissima ricerca perchè si lavora nel mercato definito dall’industria, invece di ammettere che il mercato deve essere il risultato di un’interazione tra diversi attori, che devono possedere un ampio sguardo, soprattutto lo Stato proprio perchè non deve solo pensare al profitto”. E sempre a proposito della qualità delle imposte e della spesa pubblica, l’economista inglese fornisce un altro esempio: ”Glaxo chiede la detassazione dei profitti da brevetto quando invece occorre investire in ricerca statuale”. A Mauro che cita il “carrozzone dell’Iri” e ricorda come la interlocutrice “chieda allo Stato italiano di diventare innovatore, imprenditore, cosa che non ha mai fatto”, la Mazzucato risponde: “L’Iri, quando era pubblica, aveva manager esperti visionari e indipendenti dalla politica. Adesso stiamo distruggendo il pubblico, non va bene. Ora chi vuole andare a lavorare per lo Stato? Negli Usa ci sono i premi Nobel che lo fanno”. Il direttore di Repubblica a questo punto condivide: “Svalutare lo Stato concettualmente e culturalmente significa preparare la strada per un suo intervento non attivo”. La scrittrice prosegue nella sua analisi: ”La grande domanda che dovrebbero farsi i governi è individuare nuove aree di intervento. Per esempio l’ambiente, la questione demografica. Pensiamo alla Fiat che investe nell’ibrido negli Stati Uniti ma non in Italia. E invece le partnership tra pubblico e privato devono essere simbiotiche. Dobbiamo dividere i rischi e poi dividere anche i ricavi. Oggi i profitti sono alti ma gli investimenti sono bassi”. Un altro esempio, stavolta british: ”Il governo inglese aveva appaltato il sito ad un privato, divenne costoso e poco seguito. In seguito è tornato sui suoi passi affidandolo alla Bbc, è diventato innovativo, molto cool”.

Mauro si lancia contro l’austerity: “C’è anche la politica del rigore ma i tagli alla spesa non produrranno benefici, rischiano piuttosto di indebolire la parte più povera della popolazione”. Mazzucato: “Negli ultimi 20 anni in Italia non c’è stato un aumento di ricerca e sviluppo, così come non è aumentata la produttività. Prima della crisi il debito italiano era più basso di quello tedesco, il problema è quindi il rapporto tra debito e pil che invece non cresce”. E ancora, sulla concezione di fondo: ”Non bisogna soltanto socializzare il rischio, come lo Stato fa in Silicon valley, o in Brasile e Cina, ma anche socializzare i ricavi. Abbiamo fatto finta che i veri rischiatori fossero solo le imprese mentre lo Stato è solo “de-risking” ma anche questa è una parola bruttissima: tolto il rischio. No, si è preso il rischio!”. Quanto al Jobs act di Renzi “cambieranno fattori intorno alle diseguaglianza ma non aumenteranno certo gli investimenti. Era davvero un problema per l’Italia l’articolo 18? Anche statisticamente non è un impedimento: dato che scattava solo per le imprese sopra i 15 lavoratori, fino a queste modifiche avremmo dovuto vedere moltissime imprese in Italia con 12-13 lavoratori. La statistica è intorno a 3-4 lavoratori. Quindi, prima di fare queste “riforme”, bisognerebbe guardare i numeri, invece questi cambiamenti sono solo ideologici”. Mauro annuisce: “Noi adesso accettiamo che i diritti che nascono dal lavoro siano comprimibili. Come se questi diritti conquistati nei decenni non facciano parte della cifra stessa della nostra democrazia, di cui usufruiamo tutti. E su questo il leader della sinistra ha detto ben poco”. Il direttore di Repubblica conclude con l’ultimo screenshot: ”Il comunismo ha fallito ma oggi economisti avvertiti criticano il capitalismo”. La Mazzucato chiarisce ancora che “la concezione del mercato è da ripensare. Ad esempio: nelle telecomunicazioni il numero uno oggi è Huawei. Il mercato nasce dallo Stato, è il risultato di ciò che noi scegliamo”.
Le selezionate cronache di Repubblica riportano il commento finale del segretario della Fiom Maurizio Landini all’uscita del teatro: “Ne penso bene, certo. Peccato che si tratti di concetti che non esistono. Semplicemente sono estranei ai politici italiani”. Sarà. Forse è proprio da idee emancipate e ambiziose, come il “siate realisti, chiedete l’impossibile” degli anni ’70 o se si vuole il più moderno e politically correct “stay hungry, stay foolish”, che il progetto progressista dovrebbe ripartire nella parte resiliente e inclusiva che non si è perduta per le strade del carrierismo, dell’isolato snobismo o della miope divisione di questo ventennio d’involuzione culturale della sinistra italiana.