La nomina di Claudio Costamagna a presidente della Cassa depositi e prestiti rende ancor più evidente l’orizzonte di Matteo Renzi. Non tanto per il metodo padronale con cui ha silurato Franco Bassanini a Porta a Porta e stretto all’angolo Giuseppe Guzzetti, rappresentante delle 64 Fondazioni bancarie azioniste al 18,4%. La sostanza è la scelta di modificare il Dna del polmone creditizio controllato dal Tesoro, consegnandolo all’investment banker più stimato sui mercati anglofoni.

E pensare che Costamagna, nato a Milano nel 1956, anno in cui Enrico Cuccia fondava Mediobanca, s’iscrisse alla Bocconi quasi per caso. Dopo il liceo a Bruxelles, non fosse stato per i campionati nazionali di fioretto, vinti a 21 anni, sarebbe rimasto all’estero. Invece, con la laurea in economia aziendale è arrivata la prima esperienza in Citibank, nel periodo in cui Margaret Thatcher stava facendo di Londra la capitale della finanza. Dopo una parentesi in Montedison, a 32 anni Costamagna cura già i progetti di Goldman Sachs per le maggiori società tra le sponde dell’Atlantico. Cresce nella banca d’affari sino al 2006, quando lascia da presidente della divisione Europa, Medio Oriente e Africa. Se alla Bocconi diventa presidente della associazione ex alunni, in politica l’amicizia di lunga data è con Romano Prodi, anche se si fa notare pure ai congressi del Pds di Massimo D’Alema. Mister Costamagna è un ricercato advisor, Murdoch ci si affida per le trattative con Telecom di Trochetti Provera all’epoca del piano Rovati per lo scorporo della rete. Il cursus honorum pare infinito: artefice di importanti fusioni bancarie, su tutte i matrimoni tra Deutsche e Dresdner bank e tra Unicredito e Capitalia, pioniere di new business alla guida di società come Advanced Accelerator Applications, consigliere indipendente di Bulgari, Autogrill, DeA Capital, Virgin Group e Luxottica. Nel gioiello di Leonardo Del Vecchio lega con l’ad Andrea Guerra, poi approdato alla corte di Renzi.

D’ora in avanti Costamagna scriverà un’altra storia, quella della Cassa depositaria di 250 miliardi di euro di risparmi postali dedita allo sviluppo per lo Stato e le imprese. Cdp, che dal 2003 ha assunto lo status di Spa non quotata, vanta una miriade di partecipazioni per un bilancio consolidato che nel 2014 registra 402 miliardi di attivo. Il fumoso progetto di rendere più aggressiva la politica industriale dovrebbe comportare la modifica dello statuto nella parte in cui vieta di investire in aziende in perdita. Non a caso sul tavolo di Costamagna ci sono già le ipotesi di ingresso in colossi strategici come Ilva e Telecom. Renzi ha dato garanzie alle fondazioni di origine bancaria, le cui risorse votate al sociale e alla ricerca si sono assottigliate per l’aumento della quota d’imponibile dei dividendi nell’ultima finanziaria: diritto di recesso in 3 anni in caso di mancate entrate e deliberazioni a maggioranza qualificata. Fondazione #staiserena. Chi favoleggia di policy keynesiane o anche solo di un ritorno all’Iri, però, ragiona come se non esistessero i Patti di stabilità. Secondo Eurostat la Cassa, soltanto entrando nel fondo salva-imprese, rischia di finire nel perimetro del bilancio statale ingabbiato dall’austerity europea. Intanto i liberisti invocano la vendita delle quote di Cdp in sub-holding turistiche e agroalimentari, ex municipalizzate, persino in Eni ed Enel. E’ dunque questa, in definitiva, l’arcana mission?Non ci sono dubbi che Costamagna incarni lo spirito arrembante della rottamazione: oggi subentra al riformista Bassanini (già Psi e indipendente Pci), due anni fa ha aiutato Pietro Salini a spodestare i Gavio, costruttori vicini agli ex Ds, nella società nata dalla fusione con Impregilo. Si tratta del primo gruppo di costruzioni italiano, presieduto dallo schermidore milanese che tocca e trasforma tutto in oro. Altro che giglio magico. Renzi sceglie un Re Mida formatosi in Goldman Sachs, una delle banche d’affari oligopoliste note per l’uso spregiudicato di strumenti come derivati e swap. In Italia, con la public company newyorkese, hanno collaborato Prodi, Draghi, Gianni Letta e il bocconiano Mario Monti prima di salire a palazzo Chigi. Se negli anni ’80 Goldman aveva iniziato a prendere per mano i governi sulla via delle privatizzazioni, nel 2000 la sua filiale inglese “aiutò” il governo greco ad entrare nell’Eurozona consentendogli di escludere momentaneamente dal bilancio 2 miliardi e 800 mila di euro di debito pubblico.Esperti della merchant bank sono di casa alla Federal Reserve e nei governi Usa sin dai tempi della deregulation reaganiana. I Clinton non sono da meno: nel 1999 Bill abolì la distinzione tra banche commerciali e d’investimento, le quali oggi figurano tra i finanziatori di Hillary nella corsa alla Casabianca. Quando il nuovo presidente di Goldman Sachs, l’americano Jim O’Neill, ha definito interessante l’exploit del Movimento 5 Stelle, l’illustre ex Costamagna ne ha fatto l’esegesi: ”Jim voleva dire che il fenomeno Grillo esiste in tutti i paesi europei. La vera anomalia è Berlusconi”. D’altronde il mago della finanza insiste spesso sul dimagrimento dei costi statali: ”In Italia c’è uno spreco di denaro pubblico straordinario, bisogna mettere fine”. Anche sulla “riforma del lavoro” ha le idee chiare, analoghe a quelle dell’amico Sergio Marchionne e di Matteo Renzi. Nei giorni dell’insediamento del nuovo premier, intervistato da Lucia Annunziata, Costamagna diede il suo consiglio: ”Abolire la sicurezza del posto di lavoro creerebbe un aumento di produttività straordinario”. Ma il sostegno a Renzi non è una novità, nell’élite industriale e finanziaria.