Sul nuovo numero di Left Avvenimenti ho avuto la ventura di occuparmi di una questione cruciale per la possibile rinascita della Sinistra. La introduco attingendo dall’attualità di “Quando si pensava in grande”, l’ultimo libro di Rossana Rossanda: “Le idee di Karl Marx e di John Maynard Keynes avevano in comune il riconoscimento di una divergenza totale di interessi tra capitale e lavoro. Marx ne derivava la necessità di una rivoluzione e Lenin l’aveva realizzata, unitamente ad altre motivazioni (“pace e terra”) nel corso della Grande guerra, mentre dopo il secondo conflitto mondiale, e certo anche in conseguenza della forza dell’Urss, Keynes proponeva un compromesso tra le due parti sociali con una mediazione dello Stato (…) Certo sono sotto la sua egida i Paesi che gli Usa devono aiutare nella ricostruzione dell’Europa, e questa si accompagna a una crescita politica e sindacale della sinistra, che preoccupa le cancellerie occidentali più che la minaccia, mai realmente consistente, di un’espansione territoriale sovietica”.

La prima pagina di Left è dedicata a Keynes (con approfondimenti degli economisti Guido Iodice e Giacomo Bracci), i miei due lavori sono un’intervista a James Galbraith, consigliere di Barack Obama e Yanis Varoufakis, e un articolo sulla funzione storica di Martin Schulz, guardiano delle tecnocrazie che incarna la lunga involuzione della socialdemocrazia europea. Secondo la logica della governamentalità liberale il capitalismo finanziario apolide adopera unione monetaria, patti di stabilità e prestiti per imporre tagli sociali, tasse e privatizzazioni. Il fronte che vi si oppone da sinistra ora si sta allargando dopo l’affermazione di Syriza e la crescita di Podemos in Spagna. Ben si comprende dunque come la richiesta di dimissioni di Schulz avanzata da 9 europarlamentari di Gue/Ngl assuma un valore intrinseco al di là della parzialità del presidente. Allo stesso modo, ai fini di una rinascita della Sinistra, sono da prendere in considerazione gli sforzi di chi all’interno della socialdemocrazia europea cerca di rimettere al centro la Politica.  A questo punto ritengo utile una breve riflessione su Massimo D’Alema, uno dei pochi leader nazionali a non essere transitato per banche d’affari del calibro di Goldman Sachs, nelle cui fila si sono distinti Prodi, Draghi, Monti, Gianni Letta e Claudio Costamagna, a cui Renzi ha affidato la Cassa depositi e prestiti (https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/914569461922795/?type=1&theater). Come i lettori di questo blog sanno, ne “I Panni sporchi della sinistra” indagai e descrissi interessi e gesta di alcuni personaggi che hanno collaborato con il presidente di ItalianiEuropei, peraltro portando alla luce fatti incredibilmente sconosciuti: ad esempio il legame tra l’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano e il boss della Sacra Corona Unita Rosario Padovano. Continuo anche a sostenere, come nel libro pubblicato da Chiarelettere, che D’Alema abbia compiuto scelte discutibili nel merito progettuale e nella tattica politica, mentre la sua onestà fattuale e intellettuale non è mai stata in discussione. Ciò malgrado le sparate telefoniche di Nicola Latorre o le autocollocazioni nell’orbita dalemiana di alcuni soggetti coinvolti in inchieste giudiziarie. La premessa è d’obbligo per chi ritiene erroneamente il giornalismo una prosecuzione della politica con altri mezzi, fatta di tifoserie per convenienza o convinzione ideologica, dunque sintetizzabile nelle sdrucciolevole categoria della coerenza rispetto a giudizi personali che invece si vanno formando e calibrando nel tempo. Nel mestiere di scrivere, e nella vita, la verità assoluta non esiste, almeno per coloro i quali la conoscenza non aderisce ad un episteme dogmatico ma si coglie sull’albero delle continue scoperte, nel quale i frutti sono la conferma o la contraddizione dei passi precedenti. La verità è sperimentale e in continuo superamento attraverso l’empirico sperimentale (induttivo non universale) stratificato per tentativi anche coraggiosi di genere abduttivo, teorie e prassi assumono un valore in relazione alla sostanza e non alla persona che le ha elaborate. La capacità di incidere di D’Alema è oggettiva e risalta nel mare magnum della vacua retorica conformista che è la cifra del post-moderno. Le analisi sono andate dispiegandosi dalla “svolta keynesiana” https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/11/29/dalema-svolta-keynesiana-fuori-tempo-massimo/ al recente intervento con cui ha definito il piano di prestiti della troika alla Grecia un “favore alle banche creditrici” denunciando il rischio di una “compressione di salari, consumi e diritti dei lavoratori” qualora l’Unione monetaria non si dotasse di nuovi meccanismi. Di questi temi cruciali è scevro il dibattito pubblico, sarei felice di essere confutato dalla realtà ma fino ad oggi tv e quotidiani si sono concentrati su scontri di stampo personale, nazionalistico, estetico e morale. Certamente non manca chi propugna l’edificazione di una nuova Unione monetaria denunciando il “tradimento” del progetto originario, ma sulle orme del non plus ultra Eugenio Scalfari il progetto degli aspiranti architetti resta generico e superficiale. L’eccezione è rappresentata da Michele Salvati e dal suo esplicito coming out attraverso il quale ha auspicato una guida continentale autorevole che possa imporre, e non più solo consigliare come nel caso della Grecia (sic), tagli sociali: http://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2015/07/la-lezione-greca-credere-nei-consigli-arrivati-da-bruxelles-salvati.pdf
Questi argomenti li trovate sul numero in edicola di Left Avvenimenti e nell’intervista concessa oggi da Massimo D’Alema a L’Unità. Nel dialogo sul giornale fondato da Antonio Gramsci, colui che ne fu il direttore evoca l’eurocomunismo del suo maestro, Enrico Berlinguer, per delineare un giudizio positivo sull’operato di Alexis Tsipras: il presidente del Consiglio greco, secondo D’Alema, possiede una matrice “eurocomunista”. Rispondendo ad un quesito sulle risposte nazionaliste dei paesi più poveri, spiega: “Il cittadino ha già difficoltà a incidere sulle scelte del proprio comune, figuriamoci su quelle europee, viste e sentite come lontanissime. Il punto dunque sta proprio lì. Nella necessità di un processo di integrazione a cui dare un’anima. C’è bisogno  di grandi soggetti politici che se ne facciano portatori, che in modo non retorico incarnino questa idea della democrazia che rompa i confini nazionali”. L’intervistatore insiste con quattro domande che sembrano cercare una legittimazione della linea di Martin Schulz:”Il socialismo europeo aveva imposto il tema della crescita in maniera molto chiara”. L’ex segretario dei Ds risponde che “se ne discute da mesi, ma ancora non si sa con chiarezza come sarà finanziato il piano Juncker“. In seguito ribadisce:”Non possiamo andare avanti così, senza un forte potere Politico, un’area dell’Euro in cui si realizzi una progressiva armonizzazione delle politiche fiscali e sociali, condizioni di competività alla pari, meccanismi di trasferimento di risorse dalle aree più ricche a quelle più deboli”. Sul perchè sia mancata l’azione politica D’Alema chiarisce: “Dovete rivolgere la domanda al leader del Pse, non a me”. Di questo aspetto fondamentale ci occupiamo su Left. La socialdemocrazia europea saprà rinascere con la propria Weltanshauung? Schulz incarna l’involuzione della sinistra europea, il Caronte che ha saputo consolidare la terza via di Blair, Clinton e Scrhoeder nelle alleanze di governo con i conservatori secondo la rotta di un simbolico meridiano di Greenwich: Ue, Germania e Italia. Nell’intervista transoceanica invece James Galbraith descrive i disastri della troika che rifiuta di «riconoscere i fallimenti precedenti» e cerca di «distruggere il governo greco eletto». A suo avviso anche un accordo migliorativo sul debito non basterebbe, per la crescita economica e sociale è necessario costruire un’Unione europea che possa sviluppare investimenti pubblici e inserisca nuovi meccanismi di protezione sociale. Buona lettura