Da quel Kapò che lo trasformò in martire iconoclasta di Silvio Berlusconi, per Martin Schulz è stata un’ascesa continua sino alla presidenza dell’Europarlamento. Oggi però tocca a lui difendersi dall’accusa di conflitto d’interessi, quelli della Germania anteposti ai paesi che rappresenta. In occasione del referendum greco infatti Schulz ha perduto l’immagine super partes: prima del voto, schierandosi nel tentativo di far cadere il governo Tsipras, e poi annunciando un drammatico “piano di aiuti umanitari per pensionati, bambini, gente comune”. Gli interventi dipendono da interessi economici ed elettorali ma sono innanzitutto volti ad impedire ogni progetto alternativo di Europa. La Spd, il più antico partito socialdemocratico, perlomeno dalla caduta del Muro adempie alla funzione storica di legittimare l’involuzione antropologica della sinistra. Schulz, pur privo di esperienza di governo, incarna il Cerbero dell’austerity e il Caronte della terza via neoliberale che si è consolidata nelle larghe intese in Germania, Italia e soprattutto in Eurozona. Secondo la logica della governamentalità neoliberale il capitalismo finanziario apolide adopera trattati, patti di stabilità e prestiti per imporre tagli sociali, tasse e privatizzazioni. Il fronte che vi si oppone da sinistra ora si sta allargando dopo l’affermazione di Syriza e la crescita di Podemos in Spagna. Ben si comprende dunque come la richiesta di dimissioni di Schulz avanzata da 9 europarlamentari di Gue/Ngl assuma un valore intrinseco al di là della parzialità del presidente. Discorso analogo per le posizioni di chi, nel milieu socialdemocratico, sta rimettendo al centro la Politica. Massimo D’Alema ha definito il piano di prestiti ad Atene un favore alle banche creditrici, denunciando il rischio di una “compressione di salari, consumi e diritti dei lavoratori” qualora l’Unione non si dotasse di nuovi meccanismi. E’ presto per parlare di rinascita della Weltanschauung di sinistra ma queste analisi colgono il mainstream in contropiede, per usare il gergo calcistico caro a Schulz e al fedele Renzi.

Nato nel 1955 a Hehlrath, paesino della Vestfalia al confine con Olanda e Belgio, Martin non è un semplice tifoso del Colonia ma un calciatore che ha appeso le scarpette al chiodo dopo un infortunio al ginocchio. Studente modello e poliglotta, dopo il ginnasio Schulz gestisce una libreria. I testi che predilige, vale a dire i saggi dello storico Eric Hobsbawm e Il Gattopardo, danno il senso di una realpolitik che forse interiorizza già in famiglia. Il retroterra di sinistra è quello del padre Paul, poliziotto e figlio di un minatore, mentre la madre Clara fonda la sezione locale della Cdu. Martin Schulz, ultimo di cinque figli, aderisce alla Spd appena maggiorenne e a 31 anni viene eletto sindaco di Würselen, 40mila abitanti nella Renania settentrionale. A Strasburgo entra nel 1994, lavora dietro le quinte nelle commissioni su diritti dell’uomo, libertà civili e affari interni fintanto che, nove anni dopo, assurge a vittima della nota gaffe di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, colto nel vivo dell’oligopolio televisivo e delle amicizie mafiose, suggerisce il collega tedesco “per il ruolo di Kapò in un film sui campi di concentramento nazisti”. La zuffa fa sparire dall’aula il dibattito su globalizzazione e ingiustizie sociali; in Italia, nello stesso periodo, la lotta della Cgil di Cofferati contro l’abolizione dell’articolo 18 viene occultata dalla questione morale. Mentre Schulz sale dalla presidenza del gruppo Spd a quella dei socialisti europei, in Germania l’esecutivo di Gerhard Schröder si scontra coi sindacati per l’introduzione dei mini-job, lavori precari e pagati al massimo 450 euro al mese. Le produzioni qualitative e le esportazioni, già favorite dal cambio del marco, crescono sull’onda di investimenti anche in settori come la green economy. La chiave di volta che manca al resto dell’Eurozona risponde al nome di KfW, banca pubblica tenuta fuori dal perimetro del bilancio federale.

Schulz bolla di estremismo chiunque osi mettere in discussione il sistema e si muove come un Giano bifronte. In patria la postura è quella del rigore intransigente, come se gli eurocrati non avessero chiuso un occhio sui trucchi contabili della Grecia all’epoca dell’ingresso nella moneta unica. Schulz mostra il volto dialogante nel Belpaese, dove è insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce, difendendo l’operato del dimissionario governo Monti “che non ha colpa nella crisi odierna” e del successore Enrico Letta. Le affinità elettive comunque sono quelle con Matteo Renzi. Nel marzo 2007 il presidente della Provincia di Firenze respinse l’invito di Schulz nella famiglia socialista europea: ”La costruzione del percorso internazionale del Pd richiede pazienza e collaborazione, non certo annessioni e abiure”. Pare una vita precedente. Sette anni dopo Renzi cambia verso completando la trasmigrazione dei centristi seduti sui banchi di Ppe e liberali. Nel febbraio 2014, mentre la Direzione Pd sta per dare il benservito al premier Letta, il rottamatore annuncia il matrimonio con il Pse. Al Congresso di Roma il gruppo dei socialisti aggiunge la denominazione democratici su proposta della renziana Federica Mogherini e candida Schulz alla presidenza della Commissione. La vittoria dei popolari alle Europee però premia Jean Claude Juncker, che da neocommissario lancia un piano di investimenti ancora da decifrare. In nome del contrasto ai “populismi” Ppe e Pse cementano l’alleanza rinnovando Schulz alla presidenza. Il guardiano della tecnocrazia, nel libro Il Gigante incatenato, si dice solidale verso i Pigs, ammettendo l’aumento della disoccupazione e l’inefficacia della spending review. Intanto celebra le riforme di Renzi “dall’amministrazione alle riforme costituzionali, dal sistema giudiziario alle istituzioni”, e continua a vagheggiare investimenti extra-bilancio per l’Italia. L’interpretazione del good cop con la bad cop Merkel prosegue fino a quando il referendum greco rimette in discussione tutto, compresa l’idea di Europa.

(Left Avvenimenti, 18 luglio 2015)