La svolta della Bolognina è questione in sospeso da un quarto di secolo. Lo dimostra il fatto che la scomparsa di Pietro Ingrao induce i protagonisti di quel passaggio storico a riaffrontare il nodo irrisolto dell’orizzonte della Sinistra. Le ragioni della ferma contrarietà di Ingrao al cambio del nome del Pci fanno discutere oggi più di allora, al punto che il segretario Achille Occhetto, per la prima volta, ha ammesso che la svolta potrebbe aver agevolato la deriva neoliberista. Un singolare episodio ci consegna un tassello del mosaico in decostruzione nel 1989, quando il dibattito critico italiano, scosso dalla repressione di Tienanmen, coinvolgeva i dirigenti e l’intellighénzia diffusa in sezioni, piazze e circoli comunisti. Francesco Martelloni, studioso di storia contemporanea ed esponente della sinistra del Pci nella sezione Gramsci di Lecce, scrisse una lettera a Walter Veltroni alla vigilia del congresso che avrebbe condotto alla Bolognina. Lo storico salentino, di area berlingueriana, proponeva al capo dell’organizzazione del Pci una trasformazione senza strappi alle radici, cambiando il nome in Partito Comunista Libertario e inserendo un nuovo simbolo: l’albero della libertà. L’ipotesi di ripartire da sinistra restò nei cassetti di Botteghe Oscure ma fece presa l’idea dell’elemento floreale, che Occhetto attribuì poi ai “consulenti grafici di Veltroni”. Tuttavia è alquanto improbabile una coincidenza fra creativi. Nella missiva Martelloni suggeriva di mettere al centro “l’albero della libertà della rivoluzione francese, nonché della Repubblica partenopea e di quelle giacobine del ‘99”. Occhetto, presentando il nuovo simbolo, adoperò un’espressione simile: ”L’albero della libertà accompagnò la rivoluzione francese e fu piantato ovunque, in tutte le piazze dei paesi d’Europa”. Francesco Martelloni, redattore della rivista ‘Itinerari di ricerca storica’, faceva riferimento agli scritti degli anni ’60 di Galvano della Volpe, nei quali il filosofo marxista critico prospettava il superamento della III Internazionale per realizzare, in un sistema di libertà e garanzie, la socialdemocrazia dinamica contrapposta a quella statica di Bad Godesberg. Appare evidente l’analogia con l’attualità della rinascita di una Sinistra che sappia rovesciare la linea della Spd, ultimo stadio della trentennale subalternità all’euroliberismo. I passi salienti della lettera di Martelloni delineavano “la rottura con ogni cultura autoritaria e violenta” e “il recupero dell’ispirazione originaria dell’equivalenza tra comunismo e libertà”; la soppressione di falce e martello giacchè “oggi troppo angustamente rappresentativi di sole figure economico-sociali e professionali del proto-capitalismo” ma conservando “l’insopprimibile” bandiera rossa.

Malgrado Enrico Berlinguer avesse chiarito l’esaurimento della spinta propulsiva dell’Urss, Occhetto e il gruppo dirigente optarono per il cupio dissolvi del più grande e democratico partito comunista d’Occidente, sotterrandolo ai piedi della Quercia. Come se avessero dovuto pagare per prassi altrui – le dittature dell’Est e il craxismo – rifiutarono di inserire il termine socialista o laburista, come chiesto dai miglioristi di Giorgio Napolitano, e di accogliere le analisi di Pietro Ingrao contro la rinuncia esplicita alla lotta anticapitalista. Massimo D’Alema non ha mai fatto mistero delle perplessità sulla modalità del passaggio, senza però dispiegare un pensiero critico organico. Achille Occhetto ancora nel 2013 (da ‘I panni sporchi della Sinistra’) identificava gli scopi della svolta nei concetti di “questione morale”, “apertura alla società civile” e “contaminazione con le migliori forze liberal democratiche e cattoliche progressiste”. Ora, intervistato dall’agenzia Dire nel giorno dei funerali di Ingrao, il creatore del Pds compie una parziale autocritica: ”non ho capito in tempo i rischi degenerativi che ci potevano essere nella svolta”; sottolineando poi: “se Ingrao l’avesse appoggiata ci avrebbe probabilmente aiutato a farla meglio e più a sinistra”. Dopo la sconfitta contro Berlusconi nel 1994, si è consumata l’involuzione antropologica che lega significante e significato. Il Pds post occhettiano cancellò prima la denominazione di partito (Ds) e poi di sinistra (Pd) mentre i governi dell’Ulivo, aderendo ai dogmi della Terza via di Clinton, Blair e Schröder, praticavano la svalutazione del lavoro e del ruolo del pubblico. Veltroni fu il più esplicito nell’abiura (“si poteva stare nel Pci senza essere comunisti”) e in nome del modello Democrat preparò il terreno per la fusione con la Margherita nel partito liquido. Il Pd di Matteo Renzi, come ha ricordato Luciana Castellina sul Manifesto, ha chiuso il cerchio dell’americanizzazione: “partito personalizzato e ridotto a comitato elettorale”, “scarsa partecipazione e forte astensionismo”. Renzi è quindi la prosecuzione del veltronismo con altri mezzi, vale a dire il nuovismo anagrafico dissimulante l’origine democristiana e il gotha della finanza che l’ha sostenuto nella scalata a partito e Palazzo Chigi. Le affinità sono emerse in specie sui temi del lavoro, dall’appoggio a Sergio Marchionne sui contratti aziendali alla critica ai “santuari del no” come l’articolo 18. In modo più efficace di Renzi, l’ex compagno Walter ha appiattito la figura di Berlinguer alla questione morale, dimenticandosi della lotta del segretario del Pci contro l’ingiustizia sociale. Veltroni non ha mai risposto alla lettera di Martelloni. Lo studioso, dopo una parentesi in Rifondazione, ha lasciato la politica attiva: “Un quarto di secolo fa, credevo fosse ancora utile in Italia un partito comunista rinnovato, democratico, libertario e “liberale”. Invece già la svolta della Bolognina, senza definiti e solidi confini politico-culturali, segnava l’avvio della deriva neoliberista e “americaneggiante”. L’ultima segreteria seria fu quella del nobile Natta. Poi sono cominciate le chiacchiere, le capriole e le stranezze finalizzate a quella prima, grave, rottamazione”.

Left Avvenimenti, 12 ottobre 2015