Un porto d’armi non si nega a nessuno, neppure ai denunciati per stalking e ai pregiudicati per molestie sessuali. I casi limite sono paradigmatici delle falle nel meccanismo di diffusione di pistole e fucili, acquistabili in armeria o anche tramite Internet. Basta saper sparare, non essersi macchiati di reati considerati gravi – ma non lo sono forse le persecuzioni personali? – e presentare certificati di idoneità senza obbligo di visita presso uno psicologo. Il quadro è aggravato da campagne politico-mediatiche allarmistiche sull’aumento dei furti in appartamento che alimentano la percezione di insicurezza e la paura del diverso. Chi invita ad armarsi, nell’interesse dell’industria bellica e dei movimenti xenofobi, sostiene la tesi della deterrenza ma altro non fa che svalutare la vita umana, toccando livelli criminogeni quando legittima l’omicidio in difesa della “roba”. Basta scorrere il bollettino di stragi, delitti, suicidi e incidenti cagionati da chi maneggia pistole e fucili per comprendere la pericolosità sociale del fenomeno.

Il 15 aprile 2013 a Montebelluna Matteo Rossi, 37 anni, rappresentante di una ditta di materassi, uccide Denise Morello, commercialista di 23 anni che lo aveva lasciato dopo un anno di fidanzamento. Dal momento dell’addio, alla fine del 2012, Rossi inizia a dare segni di squilibrio mentale: tempesta la ragazza di telefonate e messaggi, la pedina sotto casa e al lavoro, compra il 25 gennaio un’intera pagina del Gazzettino per implorarla: «Questa follia per farti capire quanto sono pazzo di te, Denise. Tuo Matteo». La situazione diviene così pesante che Denise, d’accordo coi genitori a loro volta infastiditi da personaggi vicini allo stalker, procede alla denuncia. I carabinieri convocano il rappresentante in Caserma, gli intimano di lasciare in pace la giovane senza prendere provvedimenti. Anzi. Il 22 marzo Rossi ottiene dalla Questura il porto d’armi per uso sportivo. Si rivolge persino all’armeria di Montebelluna situata nelle vicinanze della casa dei Morello e la figlia del titolare, non riconoscendo “Matteo”, gli vende una Beretta modello Iver. A quel punto è solo questione di tempo per la messa in pratica del disegno criminale. Dopo tre settimane di calma apparente Rossi si apposta nel parcheggio antistante lo studio di commercialisti dove lavora Denise. Lei ha lasciato l’auto fuori perchè convinta che l’incubo fosse finito. “No, Matteo, non farlo” odono alcuni testimoni del vicino supermercato, ma è troppo tardi. Rossi esplode più colpi, l’ultimo dei quali alla nuca della ragazza, come un’esecuzione, poi si uccide.

La vicenda non sarebbe finita tragicamente, forse, se ci fosse stato scambio di informazioni fra uffici pubblici, ricettori della denuncia (carabinieri) e competenti al rilascio della licenza (Questura), se si fosse evitato di inseguire la retorica del modello americano. Le statistiche evidenziano come molestie, violenze e omicidi non sono commessi in maggioranza da stranieri e disadattati ma da ex mariti, fidanzati, parenti, colleghi di lavoro e spasimanti che non accettano l’abbandono, il rifiuto o semplicemente l’emancipazione di colei che stimano come un oggetto proprio. La storia di Denise sembra dare ragione a chi chiede da tempo, la Sinistra e l’Ordine dei medici, la visita obbligatoria dallo psicologo per il rilascio del porto d’armi.

Il secondo caso investe l’interpretabilità del testo unico di pubblica sicurezza sul diniego del porto d’armi per reati dolosi gravi contro la persona. Il tenente colonnello dell’Esercito Domenico Milidone, istruttore di tiro a segno presso l’Accademia militare di Modena oggi in pensione, è stato condannato in via definitiva per aver molestato sessualmente due giovani cadette nel 2003. Milidone è uno stimato ufficiale, per anni nella Commissione provinciale esplosivi, presidente dell’Academy Shooters Club di Modena, nonché range officer allo Shooting club di Bologna. Il contesto dell’Esercito è oggettivamente difficile per via dell’omertà cameratesca e del timore delle vittime di veder svanire ogni chance di carriera per cui hanno fatto sacrifici, il più delle volte lasciando la prospettiva della disoccupazione nel sottoproletariato del sud. Le due allieve dell’Accademia di Modena però hanno trovato il coraggio di denunciare alla magistratura le morbose attenzioni che l’istruttore di tiro a segno, Domenico Milidone, riservava loro durante le esercitazioni, anche davanti alle colleghe. Si tratta del primo caso accertato da quando, nel nuovo millennio, le soldatesse frequentano i corsi da ufficiali presso l’ente universitario militare voluto dai Savoia. Un’altra donna, la pm Stefania Mininni, ha raccolto le testimonianze delle due cadette ottenendo la condanna del tenente colonnello a due anni di pena con la sospensione condizionale, poi ridotti a 18 mesi in Appello e confermati in Cassazione. Il ministero della Difesa, dopo un trasferimento sul Tarvisio e a Firenze, ha congedato senza lode né infamia l’ufficiale poco gentiluomo e nessuno gli ha levato i ferri del mestiere. Milidone ha continuato a calcare i migliori poligoni di tiro rapido sportivo: nel 2011 si è piazzato quarto alla gara di pistola di grosso calibro al torneo ‘Sandra Pizzigati’ di Bologna, quattro anni dopo risulta ancora in pole position nel campionato italiano in Emilia Romagna.

1 novembre 2015
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