Il mio nuovo saggio si intitola Socialfemminismo. E’ frutto di un anno e mezzo di studi, ricerche, testimonianze, interviste: pronto da circa 4 mesi, inviato via posta elettronica come definitivo 2 mesi fa. Non è stato semplice, per il concatenarsi di problemi diversi ma il risultato è raggiunto. Purtroppo Socialfemminismo non ha ancora trovato un editore. Il che è alquanto sorprendente. Non perché l’autore sia migliore di altri ma a onor d’oggettività, avendo esordito con il successo del libro d’inchiesta “I panni sporchi della Sinistra” (non ho i dati aggiornati ma questi erano dopo i primi mesi del 2014: quattro ristampe di Chiarelettere, in classifica top 10 su La Lettura, quindicimila copie vendute http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/i-panni-sporchi-della-sinistra-9788861904279.php), secondo la logica della libera concorrenza riceverebbe qualche proposta. Invece, della ventina di editori contattati, nessuno, anche chi esprimeva iniziale interesse, ha fornito una risposta nel merito. E allora, semplicemente, chiediamoci perché Socialfemminismo non s’ha da divulgare o l’autore Santachiara non dovrebbe lavorare. Il tempo darà a ciascuno la possibilità di formarsi un’idea sui possibili motivi praticando il metodo abduttivo, ovverosia muovere dai dati certi (le esperienze passate e il valore di questo nuovo studio) per sviluppare via via ipotesi e dubbi. 
Dal sistema mediatico uscii cinque anni fa dopo alcuni fatti che cito per ordine d’importanza: le minacce di ambienti legati alla polizia segreta italiana, poiché partendo da un omicidio del 2007 a Modena ho compreso in maniera autodidatta meccanismi sistemici fino ai livelli più alti; la puntata di Report del dicembre 2011 sul primo caso scoperto al nord di rapporti fra Pd e ‘ndrangheta, costatami una causa civile da un milione di euro della durata di cinque anni; la chiusura improvvisa nel gennaio 2012 – per una falsa accusa che bloccò i contributi per l’editoria – del giornale L’Informazione di Modena per cui lavoravo come cronista di giudiziaria; l’interruzione decisa dal sottoscritto della corrispondenza a suon di scoop per Il Fatto Quotidiano, per la semplice ragione che non si tratta del “giornale senza padrini e padroni” o della “voce delle Procure” ma di altro che ho compreso nel tempo. Sono ben lieto di vivere con poco cercando di fare l’unica cosa che mi riesce: indagare oltre le verità di comodo, conoscere, agire pluralmente, raccontare il vero sperimentale nei pochi spazi di libertà consentiti. Come nei momenti più duri, come dei messaggi in bottiglia.
Chiudo, e passo.

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