Socialfemminismo avanza malgrado la censura di quotidiani e periodici cartacei, i cui responsabili culturali debbono ancora rispondere alla comunicazione ufficiale via posta elettronica del battesimo nazionale del nuovo saggio. Un silenzio assoluto simultaneo che questi “colleghi” hanno ritenuto di dover reiterare dal 30 gennaio almeno sino al 19 aprile.
Il testo è stato presentato il 3 febbraio all’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Ferrara e il 3 marzo al reading plurale alla Casa Internazionale delle Donne di Roma con Genevieve Vaughan, Stefania Zucca, Laura Brennan, Alessandro Medici, moderatrice Elisabetta Calmanti.
Gli incontri vengono dispiegandosi a Gubbio (20 aprile, sezione del Partito Comunista), Perugia (22 aprile c/o Divino letture e dibattito con Laura Scanu, autrice de “Il dolore del tiglio”, conduce la giornalista del Corriere dell’Umbria Sonia Brugnoni) e il 16 maggio a Lecce in un confronto interdisciplinare organizzato dall’associazione Meticcia con la presidente del tribunale dei Minori dott.ssa Rizzo, la sostituta procuratrice Stefania Mininni, l’esperta di tratta dott.ssa Rielli, la psicoterapeuta Chiara Marangio, moderatrice Alessandra Lupo del Nuovo Quotidiano di Lecce.

Socialfemminismo cammina con la curiosità e lo spirito critico di lettrici e lettori che lo ordinano dalla Sicilia all’Alto Adige, dalla Sardegna al Giappone. Il testo, per cui è allo studio un progetto di ricerca fondi ai fini di una traduzione all’estero, è stato adottato dall’università Lumsa in relazione all’esame di Culture femminili nella società globale per la laurea in Progettazione e gestione dei servizi educativi e formativi.

L’unica recensione di Socialfemminismo, con intervista all’autore, è stata pubblicata il 18 marzo sulla 27esima Ora del Corriere della Sera http://27esimaora.corriere.it/17_marzo_18/socialfemminismo-saggio-santachiara-conosco-molti-uomini-che-vivono-femministi-ma-non-dicono-072bfebc-0bbe-11e7-82e2-a196460b7d5b.shtml

Di Barbara Bonomi Romagnoli

«È stato il socialfemminismo a mutare il corso della storia. Nel solco fecondo tracciato dalle prime intellettuali consapevoli e organizzate, il fiume della presa di coscienza costruttiva è sfociato nei movimenti di massa. L’antropologa Flora Tristan, nel limbo teorico fra l’utopia di Fourier e la scienza di Marx, sosteneva già l’unione dei proletari. Pare incredibile ma viene ricordata appena come la nonna di Paul Gauguin. Un secolo più tardi il femminismo è stato un asse portante del Sessantotto nel circolo virtuoso che ha spinto partiti e istituzioni europee alle grandi riforme sociali e civili»: così scrive Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta, nell’introduzione al suo recente volume Socialfemminismo. Rivoluzioni storiche delle donne, repressione e conservazione al maschile [Digital Press Edizioni, 2016].
Santachiara ripercorre la storia dell’umanità alla ricerca delle cause economiche e politiche della cultura sessista e con approccio multidisciplinare e internazionale restituisce storie di donne non sempre note nella cornice della grande storia.
Oltre 400 pagine scritte in chiave divulgativa, un intreccio di riflessioni, interviste e racconti per indagare sulle discriminazioni che le donne subiscono ma anche per restituire modelli alternativi agli stereotipi di genere, il tutto a partire da un’osservazione: «I maschi ai convegni sulla questione femminista si contano sulle dita di una mano, di norma tendono a banalizzare la critica dei rapporti di forza tra i sessi. Conosco diversi femministi, convinti intimamente ma assenti pubblicamente».
Allora Santachiara si mette in gioco in una impresa non facile, certamente in controtendenza, e sceglie per il suo libro un titolo, che ne è anche il contenuto, che può forse generare qualche confusione nell’epoca di internet e dei social network, soprattutto per i giovani non sempre avvezzi alla lettura dei classici politici.

È facile equivocare per un pubblico generalista, puoi spiegarlo con un paio di battute?
«I “social” hanno ormai eclissato il senso, l’etimo. Socialfemminismo potrebbe essere una risposta anche a questa inerzia. Il termine composto assume un significato che si rischiara nel percorso del testo, nel rapporto fra femminismi e socialismi, fra personale e politico».

Nella ricostruzione delle battaglie delle donne che fai emerge più il lato emancipazionista. Nei tanti esempi che porti sono rimasta perplessa di alcuni, ad esempio Giulia Bongiorno che non solo non è femminista. Perché questa scelta onnicomprensiva?
«Questa è una ricerca personale che ho ritenuto necessaria e giusta, una lettura soggettiva e non enciclopedica che volutamente evidenzia esperienze significative senza preclusioni di appartenenza, con una rottura della lettura schematica. D’altronde, senza scomodare le vette di Lou Salomè e Sibilla Aleramo, credo che non debbano esservi preclusioni, tutt* sono da coinvolgere nella dialettica arricchente, a prescindere dalle posizioni di partenza. Flavia Perina (già direttrice del Secolo d’Italia e giornalista del Fatto Quotidiano) non è stata forse accolta subito dal milieu progressista sul cammino delle lotte contro le disuguaglianze di genere? Bongiorno porta il suo contributo: ad esempio è perplessa sul linguaggio sessuato ma si è spesa in Parlamento per il doppio cognome. È una giurista molto preparata e tenace, come le magistrate che incidono nel reale della prevenzione della violenza maschilista».

In generale, a me sembra però che i riferimenti che tu proponi siano quasi tutti quelli di donne del femminismo degli anni Settanta, esponenti della cultura marxista o dei partiti classici – da Rossanda a Boccia, da Francescato a Muraro. Come mai non hai sentito l’esigenza di raccontare più a fondo cosa sta accadendo nelle nuove generazioni, considerando che molte si posizionano nella sinistra più radicale?
«Ho studiato, viaggiato, ascoltato femministe di tre generazioni, ho raccontato quelle che hanno fatto la storia e quelle che hanno continuato a lottare malgrado il riflusso dei movimenti, contro l’oppressione, lo sfruttamento e per la trasformazione della società. Penso di aver confrontato tante esperienze, le ho messe in connessione esplorando i molteplici aspetti umani (esistenziali, economici, politici, sociali, culturali in chiave interdisciplinare) per interrogarmi e interrogarci sui rapporti di forza tra i sessi nella società, sulle cause delle origini e della riproduzione del dominio patriarcale e sulle spinte necessarie al suo superamento. Continuerò a farlo, raccontando le nuove aggregazioni virtuose che stanno emergendo».

Nell’introduzione racconti che qualcuno ti ha detto «ma chi te lo fa fare?”, quali feedback stai avendo dal mondo dei femminismi?
«Buoni, il battesimo pubblico è stato alle Pari Opportunità del Comune di Ferrara e si prosegue nei sentieri fecondi e plurali dei femminismi. Ma in generale mi rivolgo a tutti, a cominciare dai troppi uomini che rifuggono il confronto, evitano di mettere in discussione i pregiudizi che ne condizionano le condotte, gli schemi sessisti, ma anche i bisogni e i desideri indotti».

Nel libro sei molto attento all’uso del linguaggio sessuato, lo fai normalmente anche nel tuo lavoro di giornalista d’inchiesta o hai cominciato lavorando a questo tema?
«Prima non utilizzavo la declinazione al femminile. Mentre lavoravo a questo saggio ho preso coscienza dell’importanza cruciale del linguaggio sessuato. Altre questioni invece le avevo ben presente e quando amiche femministe mi hanno reso edotto degli ultimi studi di genere di Judith Butler ho esclamato sorpreso: ma è ovvio, la differenza è biologica mentre le scelte culturali e intime dovrebbero essere autodeterminate, libere da ogni condizionamento».

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