Serendipità. L’incontro con Claudio Beghelli baciò un meriggio bolognese di tre anni fa, quando me ne stavo “pallido e assorto presso un rovente muro d’orto” in un bar coll’amico Giacomo Bracci, intento a erudirmi su complessi meccanismi monetari. Il discorso s’incrociò allo sguardo filosofico di Beghelli. Claudio non abbisogna di menzioni, i suoi lavori densi, talentuosi, ricchissimi per il teatro, gli studi cinematografici e i saggi sulla filosofia della cultura del prof.Giorgio Celli, oltre che quelli sulla poesia e drammaturgia di Vittorio Franceschi, gli sono valsi riconoscimenti essenziali, veri, all’infuori delle logiche della competizione. Non è forse questa la linfa che irrora la vita in uno spazio libero e partecipato, custodito nel profondo di ciascuno, al riparo dalle meschinità della società consumista e delle proprie sovrastrutture? Bologna, la città attraversata per molti anni dallo spirito del mondo, fu testimone anche del nostro secondo e ultimo incontro, alcuni mesi dopo, in occasione della presentazione del libro di Beghelli sulla Resistenza a Roma nel 1943-44. Ultimo al momento, poiché la già Dotta, Rossa e Grassa sarà presto teatro della nostra presentazione di Socialfemminismo. All’inizio di questo caldo mese di luglio, in vista della seconda edizione del saggio, gli ho domandato un breve parere così come avevo fatto con altri lettori autorevoli che ora ne impreziosiscono la sostanza. Lui si è immerso nel viaggio letterario facendo sbocciare una Prefazione che ha colto mirabilmente la linfa del saggio, con una vivida profondità che è stata magnificata dalla professoressa Margherita Torsiello nella serata del Festival dei Libri Meridionali dedicata a Socialfemminismo.

PREFAZIONE
“Il patriarcato capitalista o il capitalismo patriarcale” e il potere microfisico che da essi scaturisce (un potere, cioè, sovrapersonale, in grado di toccare la singola esistenza dell’individuo nel momento quotidiano, privato, e di lì irradiarsi, poi – come teorizzava Foucault -, fino a plasmare tanto le aggregazioni nucleari minime e i collettivi, quanto le grandi istituzioni di uno Stato), produce “una concezione proprietaria che non accetta l’indipendenza economica e psicologica della donna”.
Questo è l’assunto – storicamente radicato e riscontrabile – da cui Stefano Santachiara, giornalista di solida cultura e raro acume, prende le mosse per costruire la sua poderosa, sofisticata, meticolosa inchiesta, audace e scomoda, che affronta il tema della condizione femminile sul fronte europeo ed internazionale. In Socialfemminismo egli conduce un discorso a tutto tondo: indaga sia le forme più larvali e subdole, sottilmente ricattatorie, sia quelle palesi, di sfruttamento lavorativo e famigliare della donna; prende atto, con perizia radiografica, della cosificazione, più o meno esplicita e violenta, del suo corpo (troppo spesso ancora considerato ‘territorio’ e ‘oggetto’ di conflitti, di conquista, di sfruttamento e di dominio); ripercorre la storia delle lotte di liberazione ed emancipazione di stampo femminista; e giunge a formulare domande (e a proporre ipotesi di risposta) circa odierne, urgenti questioni quali, per fare un solo esempio, il diritto alla libera espressione della (sempre più frequentemente molteplice) identità sessuale della persona umana. Infine, Santachiara riporta alcuni “esempi virtuosi” di attivismo femminile: la Resistenza, il sindacalismo; le battaglie ecologiste per citarne solo alcuni.

Difficile collocare e definire univocamente un volume così stratificato, polimorfo e ramificato nelle sue argomentazioni. E’ un autentico, prezioso libro ‘civile’ (che potrebbe benissimo trovare un posto nobile tra i volumi scolastici, peraltro); è un saggio (confortato da precisi riferimenti filosofici, letterari e poetici) che coniuga storia, sociologia e politologia, scritto – direbbe Nietzsche – “in favore di un tempo venturo”. Ma il piglio e il ritmo della prosa, oltreché la potenza e l’ampiezza di respiro delle diverse narrazioni intersecate che lo compongono, ci permettono di leggere Socialfemminismo anche come un, pur complesso, doloroso, avvincente, quasi epico romanzo sul faticoso conseguimento, e l’esercizio, dei diritti inviolabili delle donne; mediante la rivendicazione dei quali, esse possono finalmente – per dirla con Kant – uscire dallo “stato di minorità” in cui certa società retrograda, paternalista, sessista e padronale vorrebbe tuttora relegarle.

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