Follow the money. Se tre indizi del solido legame fra la Lega e la partitocrazia, espressa da D’Alema, fanno una prova ci troviamo dinanzi a:

 – maxitangente Enimont, versata da Raul Gardini sia al Pds che alla Lega oltre al pentapartito, quando il Carroccio si spacciava per accanito oppositore della partitocrazia, mentre ne era l’unico baluardo sotto le mentite spoglie del finto rinnovamento

– inciucio ininterrotto: Commissione Bicamerale di D’Alema con Berlusconi e Lega, approvazione bipartisan di controriforme giudiziarie, il niet leghista all’autorizzazione richiesta dalla magistratura all’arresto di Previti e Dell’Utri, stimato pubblicamente da Nicola Latorre, e via seguitando fino alle attuali medesime posizioni di Salvini-centrodestra e centrosinistra su tagli ai privilegi degli onorevoli, prescrizione, intercettazioni, carcere agli evasori,  legge spazzacorrotti, contrarietà alla revoca delle concessioni autostradali ai Benetton.

– gli investimenti della Lega in Enel e Ilva, già finanziatrice nel 2013 della campagna elettorale del segretario Pd Bersani, nonché gli affari del gas, dagli incontri di Salvini a Mosca al gasdotto russo Tap nel Salento dalemiano.

– l’incrocio di interessi dei rappresentanti della partitocrazia, Lega e Berlusconi da un lato, centrosinistra all’altro, emersi nel 2005. Con le telefonate inerenti alla scalata bancaria di Unipol a Bnl, giudicata penalmente non rilevante, la brama di potere di D’Alema subisce un temporaneo freno. La pubblicazione delle conversazioni con l’amministratore delegato dell’assicurazione rossa, impegnato nell’assalto  alla Bnl con l’appoggio di finanzieri di area leghista come Gianpiero Fiorani, sono un macigno morale per D’Alema. Eppure nel 2006 “la volpe del tavoliere” cerca comunque, tramite una proposta di Piero Fassino sul Foglio di Giuliano Ferrara, l’uomo dell’Est e di Berlusconi, già craxiano e cossighiano,  di salire al Colle. La resistenza di Gianfranco Fini, che avrebbe denunciato innanzi all’elettorato di centrodestra l’ appoggio berlusconiano e leghista a D’Alema, risulta decisiva.

Nel gennaio 2022, e lo scrivo sin d’ora per primo nell’ottobre 2020, in occasione della prossima elezione del Presidente della Repubblica, in Parlamento non ci saranno Fini, estromesso e massacrato mediaticamente a suo tempo, gli ambientalisti, frammentati e  ininfluenti (in Germania i Verdi viaggiano dal 10 al 20%), progressisti o liberali realmente indipendenti. Il solo M5S, verosimilmente ridimensionato nelle urne, non potrà incidere e la partitocrazia avrà buon gioco a giustificare l’inciucio maximo. Tuttavia, se l’opinione pubblica conoscesse la vera storia degli scandali politico-bancari che ci apprestiamo a leggere, il Parlamento resterebbe prono a tutto pur di soddisfare l’ossessione di D’Alema per il Quirinale?

Le scalate bancarie incrociate targate Lega e Ds

Il 7 luglio 2005 l’amministratore delegato di Unipol Giovanni Consorte sta parlando al deputato Ds Nicola Latorre dell’accordo con Caltagirone e soci che favorisce la scalata del colosso assicurativo rosso alla Bnl. Improvvisamente passa il telefonino a D’Alema, a cui Consorte ricorda la dura necessità. Trovare i soldi: “Sto riunendo i cooperatori perché sono tutti gasati, entusiasti e… moralmente contenti, gli ho detto: ”Però dovete darmi dei soldi, non è che potete solo incoraggiarmi, perché il coraggio ce l’ho da solo”, no?”.
D’Alema: Di quanti soldi hai bisogno ancora?
Consorte: Non di tantissimo, di qualche centinaio di milioni di euro.
D’Alema: E dopodiché fate da soli?
Consorte: Sì- Unipol, cinque banche, quattro popolari e una banca svizzera
[…]. Ah no! C’è Hopa, anche Hopa ce lo fa. E andiamo avanti. Avremo il 70
per cento di Bnl […]. Secondo te, Massimo, ci possono rompere i coglioni a
quel punto?
D’Alema: No, no, no.
Consorte: Non credo proprio [ride].
D’Alema: Sì, qualcuno storcerà il naso, diranno che tu sei amico di Gnutti e
Fiorani, ma…
Consorte: Ma possono dire quello che vogliono, ma non è ver… cioè è vero
che sono amico, ma è anche vero che io faccio tutto da solo, non lo faccio
con…
D’Alema: Va bene. Vai avanti, vai!
Consorte: Massimo, noi ce la mettiamo tutta.
D’Alema: Facci sognare! Vai!
Consorte: No, anche perché se la facciamo abbiamo recuperato un pezzo di
storia, Massimo, perché la Bnl era nata come banca del mondo cooperativo,
eh!
D’Alema: E si chiama “del Lavoro”, quindi possiamo dimenticare?
Consorte: Guarda, ti dico, è da fare uno sforzo mostruoso, ma… vale la pena
a un anno dalle elezioni”.

Quando i contenuti delle telefonate filtrano sui giornali, il danno d’immagine e di credibilità per la sinistra è incalcolabile. “Beato quel popolo che non ha bisogno di Prodi” è la battuta sarcastica che circola in quegli anni ai piani alti dei Ds. Eppure. In questa sede è interessante notare come la scalata di Unipol a Bnl sostenuta dai dalemiani nel fatidico 2005 sia intrecciata alle operazioni finanziarie poste in essere da Gianpiero Fiorani, banchiere leghista doc, per mettere le mani su Antonveneta. Si tratta di una banca padovana che due anni dopo finisce al centro di trame finanziarie fra Mps e Banco di Santander, istituto vicino all’Opus dei che riceverà una cifra spropositata dai senesi. (Il collega Ferruccio Pinotti ha scritto in Opus dei segreta circa i legami fra certi mondi cattolici e D’Alema, insignito col titolo di viceconte in Vaticano nel 2006, notizia che però sarà divulgata solo 4 anni più tardi).
Fiorani fu il salvatore della Lega quando risolse il problema dei problemi del Carroccio: la Popolare Credieuronord, una piccola banca creata a dicembre 2000 per “ritrovare i valori tipici della creatività e della collaborazione del Nord”. A finanziarla, dopo una campagna a tappeto nelle sezioni del partito, è stato il popolo leghista. Ma già nel 2003 la banca del Carroccio è a un passo dal fallimento: il bilancio si chiude con 8 milioni di euro di perdite e 12 di sofferenze su 47 di impieghi. Nel cda siedono i sottosegretari leghisti del governo Berlusconi (2001): Maurizio Balocchi (Interni), Alberto Brambilla (Welfare), Stefano Stefani (Attività produttive), ma anche e soprattutto Giancarlo Giorgetti. Con Gianpiero Fiorani il Carroccio ha legami antichi: la scuola leghista di Varese e il prato di Pontida, quello che ogni anno riempie di bandiere verdi per i comizi di Bossi, sono stati acquistati con soldi della Popolare di Lodi per un totale, fra fidi e finanziamenti, di 10 milioni di euro, più un altro milione proveniente dalla Popolare di Crema, controllata dalla Lodi. Tutti soldi ottenuti offrendo in pegno la storica sede milanese del partito, il palazzo di via Bellerio. Operazioni regolari, ma sintomatiche di un rapporto preferenziale, che ora viene sfruttato a fondo per evitare il crac di Credieuronord. Fiorani riesce a tenere in piedi la banchetta con una complicata operazione finanziaria. In cambio, ottiene la retromarcia della Lega sul governatore. Il 3 febbraio 2005 Maroni comunica ufficialmente che la Lega non mette più in discussione il mandato a vita del governatore di Bankitalia Fazio. E’ la tomba della legge sul risparmio. Sarà Gianpiero Fiorani, davanti ai pm milanesi, a raccontare anche questo patto con la Lega: salvataggio della banca in cambio del salvataggio del governatore. La trattativa coi leghisti, racconterà ai magistrati, era cominciata già nel novembre 2004, con un incontro con Maroni: “Avvenne nel suo ufficio, c’erano anche Calderoli e Giorgetti (all’epoca presidente della Commissione Bilancio alla Camera e segretario della Lega, nda). Si parlò della posizione della Lega in merito al progetto sul ddl risparmio, fino a quel momento decisamente avverso nei confronti dei poteri del governatore su concorrenza bancaria e mandato a vita. […]. L’idea del salvataggio di Credieuronord da parte nostra nacqua da Brambilla, già sottosegretario al ministero del Lavoro e promotore finanziario di Bpl. Un sabato a Lodi incontrai lui e Giorgetti. Seppure non posi la questione in termini espliciti, era chiaro nei miei intendimenti che il salvataggio di Credieuronord si legava alla ricerca di un consenso della Lega: prima nei confronti dei progetti di Bpl, poi per modificare la posizione ostile della Lega nei confronti del governatore”. Pure Bankitalia dà l’imprimatur al salvataggio. Durante una telefonata tra il banchiere di Lodi e l’alto funzionario di Bankitalia, Angelo De Mattia, “la persona attraverso la quale Fazio gestiva i propri rapporti con gli esponenti di spicco dell’ambiente politico”, quest’ultimo si augura che l’operazione porti la Lega “quantomeno a non contrastare con noi”.(cfr. Mani Sporche, Marco Travaglio, Peter Gomez, Gianni Barbacetto). 

Ma torniamo ai rapporti fra mondo finanziario rosso e leghista. Gianni Consorte e il numero due di Unipol Ivano Sacchetti hanno un continuo scambio di favori con Gianpiero Fiorani. A volte sono affari personali o di mercato, ma Consorte, impegnato in prima persona accanto al tesoriere Ds Ugo Sposetti nella ristrutturazione dei debiti della Quercia, ottiene degli aiuti da Fiorani anche in operazioni che interessano direttamente il partito. Il 28 dicembre 2015, subito dopo l’arresto, l’ex banchiere di Lodi rivela che fu Consorte a chiedergli di dare una mano a un’immobiliare dei Ds vicina al tracollo, rilevando lo stabilimento milanese che ospitava la redazione e la tipografia de . ”Voglio segnalare un’ulteriore operazione con Consorte. Si tratta della società Beta immobiliare, dell’area diessina, società che era in grave crisi finanziaria ed era esposta anche nei confronti di Banca Popolare di Lodi. Consorte mi chiese di evitare che questa società arrivasse al fallimento. Fu così che trasformai il nostro credito nell’acquisto di un immobile in viale Fulvio Testi a Milano. L’operazione venne chiusa anche con l’intervento nella società Tosinvest che faceva capo agli Angelucci (ras della sanità privata ed editori di e del ,nda)”. Per quanto riguarda le scalate bancarie di Banca Popolare di Lodi ad Antonveneta e di Unipol a Bnl, contestuali e collegate anche a quella più velleitaria dell’immobiliarista romano Stefano Ricucci al gruppo Rcs, Fiorani lascia le impronte digitali a partire dal novembre 2004: tramite decine di prestanomi e di società offshore finanziati di nascosto con soldi della stessa Bpl, il banchiere lodigiano rastrella ingenti pacchetti di azioni Antonveneta. Poi, verso metà gennaio, viene affiancato nell’operazione da una serie di alleati che acquistano titoli su titoli: tra questi, oltre a Ricucci, il finanziere bresciano Emilio Gnutti e il duo Consorte-Sacchetti. La legge Draghi impone di dichiarare al mercato acquisti consistenti di azioni e di lanciare l’Offerta pubblica di acquisto quando, direttamente o indirettamente, si arriva al 30 per cento di una società. Invece, ancora ai primi di aprile, la Popolare di Lodi(nel frattempo ribattezzata Popolare Italiana) assicura nei suoi comunicati di non possedere “nè direttamente né indirettamente altre partecipazioni al capitale sociale di Antonveneta” oltre a quelle segnalate alla Consob. Fiorani e compagni sanno di avere il governatore Fazio dalla loro parte: nel 2006 Fazio si troverà imputato per concorso in aggiotaggio, con l’accusa di essersi impegnato con Fiorani a ostacolare i rivali della banca olandese Abn Amro ritardando il rilascio di autorizzazioni alla sua Opa su Antonveneta, per “consentire alla Banca Popolare di Lodi di proseguire il rastrellamento occulto delle azioni”. Inoltre, secondo i pm, Fazio in persona “nel corso di periodici incontri riservati”, esortò Fiorani e Boni a effettuare “acquisizioni indirette di partecipazione e la costituzione di patti occulti”. In quelle settimane concitate, in parallelo alla scalata ad Antonveneta, partono anche quella di Unipol a Bnl, in contrapposizione con l’Ops dei baschi di Bilbao, e quella di Ricucci alla Rcs. Ricucci, azionista della Bnl e alleato di Fiorani nell’arrembaggio ad Antonveneta, nell’aprile 2005 annuncia di aver superato il 5 per cento di Rcs Mediagroup, la società che controlla il . Le tre scalate sono condotte con gli stessi metodi dalle stesse persone, anche se con ruoli diversi. Al centro di tutto c’è un comitato d’affari composto da Ricucci, altri immobiliaristi romani come Danilo Coppola e Giuseppe Statuto, Fiorani, Consorte, Gnutti. La strategia è chiara. La notte del 12 luglio, quando Fiorani riceve l’ok da Fazio , Gnutti parla con un certo Ivano, probabilmente Sacchetti, riferendogli dell’autorizzazione. Ivano risponde che “Caltagirone ieri ha visto Berlusconi, ma soprattutto ha visto Letta ieri l’altro. Ha detto che c’era un po’ di preoccupazione”. Gnutti risponde: “Non c’è assolutamente preoccupazione. Ho detto a Berlusconi che a loro interessava molto appoggiare Gianpiero perché dall’altra parte stanno facendo quell’altra (Unipol-Bnl, nda). Per cui, per una questione di equilibrio, si fa una per una, quindi vado in appoggio anche di là. Berlusconi ha risposto va bene”. Il fatto è che, come rivelerà proprio Fiorani ai pm, Consorte ha addirittura un patto di mutuo soccorso con Gnutti, primio alleato di Fiorani nell’assalto alla Antonveneta, per sostenersi a vicenda anche nella scalata a Bnl. (ibidem)
Di Ricucci, odontotecnico di Zagarolo trasformatosi in immobiliarista vincente, poco si conosce, e resterà una meteora, nota più che altro per il suo flirt con Anna Falchi in quelli che metaforicamente si potrebbero definire “i quindici minuti di celebrità” di Wharol. Ma chi è Chicco Gnutti, un nome stampato anche nella memoria di Massimo D’Alema? Un finanziere particolare, collezionista di auto d’epoca. Figlio di un sarto, cresce nel quartiere Lamarmora, unica zona rossa della democristianissima Brescia. Sposato con una presidentessa di circoscrizione Ds, inizia vendendo avvolgimenti per motori elettrici, poi ha scoperto la finanza e il sistema per far soldi alla velocità della luce. La svolta per egli risale al 1999, con “la madre di tutte le scalate”: l’Opa su Telecom, la compagnia telefonica nazionale privatizzata due anni prima dal governo Prodi e controllata con una minuscola partecipazione dalla Ifi della famiglia Agnelli. Gnutti, con un gruppo di industriali bresciani suoi amici, si mette sulla scia del ragioniere mantovano Roberto Colaninno, un ex manager Olivetti di Carlo De Benedetti, protagonista del successo del secondo gestore telefonico italiano Omnitel e intenzionato ad acquisire il primo gruppo imprenditoriale del Paese. Nel febbraio 1999 Colaninno, Gnutti e centottanta imprenditori, ai quali poi si unisce l’Unipol di Consorte, lanciano l’assalto a Telecom attraverso la Bell, una società lussemburghese amministrata da Romano Binotto, ex braccio destro di Pino Berlini, cioè del manager che fino ai primi anni Novanta gestiva la cassa estera delle tangenti del gruppo Ferruzzi. Binotto fu protagonista non secondario, anche se mai indagato, della maxitangente Enimont, perché consegnò una valigia con 20 miliardi di lire in contanti a Sergio Cusani, ufficiale pagatore di Raul Gardini. Curiosità: la tangente al Pci-Pds è stata provata in sede processuale ma non è mai stato scoperto chi, ai piani alti di Botteghe Oscure, l’avesse ricevuta.

Ma torniamo al 1999. Al governo c’è Massimo D’Alema, con Pierluigi Bersani ministro dell’Industria e Vincenzo Visco alla Finanze. Poco prima del Natale ‘98 Colaninno espone il suo progetto a Bersani, che lo conduce a Palazzo Chigi a incontrare D’Alema. Il 7 gennaio 1999 Consorte acquista il 6 per cento di Bell e si siede al tavolo degli scalatori. L’Opa viene lanciata il 20 febbraio. Ventiquattr’ore prima, D’Alema scende pesantemente in campo in favore degli scalatori con il celebre elogio dei “capitani coraggiosi”: Colaninno, Gnutti, Consorte e compagnia Bell. La scalata si conclude dopo tre mesi di battaglia. Ma l’operazione trasforma Telecom in un castello di scatole cinesi. Al vertice c’è Hopa, la finanziaria bresciana di Gnutti e dei suoi soci. Hopa controlla Bell, che controlla Olivetti, che controlla la Tecnost, che ha la maggioranza della Telecom. Fra i fondatori della lussemburghese Bell risulta un misterioso Oak Fund (fondo Quercia), con sede alle Cayman, dietro al quale si celano capitali di proprietà ignota. Non appena i giornali scrivono che alla testa di Bell c’è Romano Binotto, la società cambia improvvisamente presidente: quello nuovo è Raffaello Lupi, noto fiscalista collaboratore del ministro Visco.(ibidem)

Piccola digressione: le Cayman torneranno nella storia della sinistra finanziaria. Nel 2012 Davide Serra, operante a Londra con società con sede alle Cayman e finanziatore di Matteo Renzi, farà un polverone sui media per una polemica con Bersani, all’epoca sfidante del suo beniamino: un “nuovista” inglese “caimano” che fa il paio col nuovista politico Renzi, a cui la burocratjia del Pd, cambiando le regole delle primarie (apertura del voto ai non iscritti al partito), stranamente spalanca le porte della vittoria.
Il silenzio risulta quasi omertoso, nel mondo politico, circa le relazioni fra la sinistra e il mondo finanziario, iniziate ufficialmente con lo scandalo del sostegno alla scalata di Unipol a Bnl incrociata a quella di stampo leghista di Fiorani. Sin d’allora D’Alema e Sposetti, il tesoriere Ds che due anni dopo, alla vigilia della fusione nel Pd, sarà artefice della blindatura dell’immenso patrimonio del partito in oltre cinquanta microfondazioni corrispondenti alle federazioni locali, hanno dettato la linea asserendo la legittimità di un dialogo col capitalismo moderno, anche a tv e stampa. Esemplificativo è il modo con cui il leader Massimo zittisce il conduttore della trasmissione , Giovanni Floris, reo di avergli chiesto lumi sulla telefonata del 14 luglio 2005, quando Consorte chiese a D’Alema di Vito Bonsignore, socio di Bnl, eurodeputato dell’Udc e affarista nel settore autostrade.

D’Alema: «Ho parlato con Bonsignore, che dice cosa deve fare, uscire o restare un anno… Se vi serve, resta… Evidentemente è interessato a latere in un tavolo politico». Consorte: «Chiaro, nessuno fa niente per niente».

Come premesso, D’Alema non sarà mai neppure indagato e l’iter giudiziario si concluderà con un’assoluzione per Consorte e gli altri imputati. Ma il punto è politico e morale. Floris non fa in tempo a domandare cosa sia quel tavolo politico a latere che D’Alema lo tronca: “Lei non si preoccupi”.

(Il video è stato rimosso da YouTube)

Uno dei pochi a rompere il muro di gomma, ancora una volta, è Achille Occhetto. Nel 2013, in un’intervista esclusiva a Santachiara e Pinotti (I Panni sporchi della sinistra, Chiarelettere), Occhetto commenta l’atteggiamento di D’Alema e del tesoriere dei Ds Sposetti notando una stranezza: “Sono gli stessi che hanno rimproverato a Renzi di aver dialogato con la grande finanza. E credo che Renzi sia stato molto ingenuo perchè probabilmente avrebbe potuto rispondere per le rime su questo terreno”. Effettivamente molto ingenuo, oppure la inimicizia con D’Alema diffusa in modo ridondante da partito e media si rivela una finzione? A ben guardare Renzi si presenta come il grande avversario, il “rottamatore” della volpe del tavoliere, ma non affonda mai il colpo sul tema più scomodo per D’Alema, il tabù per antonomasia, se è vero che da quel fatidico 2005 il leader Massimo attua la personale strategia della sommersione. Dopo la rinuncia temporanea ob torto collo al Quirinale si ritaglia un ruolo internazionale, sulla scia del più esperto Napolitano, indi ministro degli Esteri e presidente della fondazione dei partiti socialisti europei, e in Italia lascia spazio allo scalpitante Walter Veltroni, che con il Pd a “vocazione maggioritaria” nel 2008 provoca la caduta del premier Prodi e va a schiantarsi alle urne, prevedibilmente, contro Berlusconi e la sua corazzata mediatica. Medesimo destino, 13  anni prima, era “toccato in sorte” a Occhetto ma – fateci caso – mai a D’Alema, vero punto di riferimento dei gangli territoriali del partito sin dagli anni Ottanta, attento a non “bruciarsi” persino quando, da presidente del Consiglio subentrato a Prodi, nel 2000, preferì dimettersi prima dello scontro elettorale con Berlusconi adducendo il pretesto dell’arretramento alle regionali. Lo scopo è sempre lo stesso: evitare di “bruciarsi”, come candidato premier bocciato dagli italiani, nella scalata all’ambito Quirinale.

Uscito di scena Veltroni, D’Alema si sistema un passo dietro Pierluigi Bersani e preannuncia la caduta del governo Berlusconi paventando imminenti “scosse”. A  profezia avverata promuove, secondo quanto riportato da , la stagione del premier Mario Monti, poi lancia Bersani alle elezioni del 2013 contro i temuti Cinque Stelle, unico corpo estraneo al sistema. La tripartizione dei voti costringe la partitocrazia a svelarsi nuovamente attraverso governi Pd appoggiati a turno da pezzi di centrodestra. Con il celebre “stai sereno” all’indirizzo del capo del governo (provvisorio) Enrico Letta, Matteo Renzi sale a Palazzo Chigi per rappresentare la discontinuità, il rinnovamento, la fine della vecchia politica. Siffacendo, cerca di sgonfiare mediaticamente i pentastellati, emulati nei toni e nell’uso del digitale. Alla prova dei fatti, invero, il renzismo si rivela la prosecuzione della partitocrazia in altra forma: in estrema sintesi, la riduzione dei diritti dei lavoratori con l’abolizione dell’articolo 18 e il Jobs Act era stata inaugurata dal pacchetto Treu (governo D’Alema) così come il finanziamento alle scuole private e l’attenzione al mondo cattolico,  l’ossessiva difesa dei privilegi dei parlamentari, il tentativo di riformare la Costituzione, l’attacco alla magistratura che indaga sui colletti bianchi sono tutti cavalli di battaglia di D’Alema, Berlusconi, Bossi e di quel che resta del vecchio pentapartito. E, appunto, i rapporti tra politica e mondo economico. Non solo Benetton, Ilva, energia.

Anche e soprattutto la finanza. Ergo, come nota  giustamente Occhetto, Renzi non cita mai, egualmente a Salvini, Bossi e Berlusconi, Meloni e il resto della partitocrazia, le telefonate di D’Alema a sostegno della più famosa scalata bancaria, quella dell’assicurazione Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro. Le chiamate sono sparite, censurate, bandite dal discorso pubblico grazie alla partitocrazia tutta e al sistema mediatico che, fra l’altro, si regge sui contributi pubblici sanciti dal Parlamento. Nel merito del tabù Occhetto spiega che l’errore, nel dialogo con i poteri finanziari fu ovviamente quello “di assumere una posizione che contraddiceva uno dei principi fondamentali di un visione democratica e libera del mercato, cioè un’incursione di campo nelle regole. Gli arbitri non possono entrare in campo e giocare”.