Grecia, Italia, mondo. Su Left il ritratto di Christine Lagarde e la funzione storica del Fmi

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Il destino della Grecia e dell’ Europa fino a ieri dipendeva soprattutto da una signora dei primati: la direttrice del fondo monetario internazionale Christine Lagarde. Oggi il governo ellenico oppone la democrazia del referendum alla tecnocrazia dei memorandum e non poteva rappresentarsi più chiaramente la dicotomia tra élite finanziaria e popolo, stremato da cinque anni di austerity che sono valsi 106 miliardi di euro di tagli di spesa pubblica. Sino a quando Tsipras ha detto “ no “ al nuovo ricatto della Troika, la parabola della liberista Lagarde, ex ministro dell’ Economia francese e potente avvocato, era un inno all’ efficienza nella conservazione. La rottura del negoziato sul debito greco è arrivata mentre toccava a lei indossare la maschera dell’ intransigenza al posto della Germania, che poi ha confermato l’ asse mediante l’ inopportuno intervento del presidente dell’ Europarlamento Martin Schulz. Ed è significativo che le prese di distanza dalla Lagarde provengano dalla Francia. Facendo autocritica, il socialista Dominique Strauss- Kahn, suo predecessore al Fmi e coautore del programma di prestiti, ha chiesto una massiccia riduzione del debito greco: 222 miliardi di crediti ripartiti tra Fondo europeo di stabilità finanziaria, Stati, Bce e appunto Fmi, che ne vanta 24 miliardi compresa la rata da 1,6 scaduta a giugno. Da tempo i tecnici legati a Strauss- Kahn vanno denunciando le previsioni errate su crescita e sostenibilità debitoria; Olivier Blanchard, capo economico del Fondo fino a maggio, concordava con i keynesiani sulla necessità di policy espansive. E non si tratta solo di mettere in discussione Lagarde, ma la stessa funzione del Fmi, creato nel dopoguerra per il riequilibrio delle bilance dei pagamenti e la stabilità valutaria, ma presto divenuto gestore delle crisi finanziarie degli Stati, imponendo privatizzazioni, nuove tasse, tagli e controriforme sul diritto del lavoro. Oggi però, il ruolo di Lagarde è effettivamente geostrategico anche per via della riforma dell’ Fmi, dove Russia, India e Cina detengono assieme circa la metà dei diritti speciali di prelievo degli Stati Uniti. E c’è chi, crisi greca permettendo, per il suo ruolo profetizza la candidatura di Lagarde all’ Eliseo nel 2017. Sarebbe la chiusura del cerchio di Giotto di una carriera d’oro.

Christine nasce nel 1956 a Parigi, figlia di un professore di inglese e di una maestra di liceo che le permettono di finire le superiori al college femminile Holton- Arms School di Bethesda, Washington. Tornata in Francia alla fine degli anni Settanta, non si appassiona ai movimenti civili come i coetanei ma resta concentrata sullo studio e sul nuoto sincronizzato, che pratica a livello agonistico. Nel 1982 sposa l’ analista finanziario Wilfred Lagarde, da cui sceglie di prendere il cognome e avrà due figli. Dopo la laurea in Legge e un master in Scienze politiche, Lagarde prosegue la staffetta con gli States entrando nello studio Baker&McKenzie, gruppo di Chicago con collaboratori in 35 Paesi. Nel 1999 ne assumerà la presidenza.

Alla politica si affaccia durante uno stage post laurea per il deputato William Cohen, eletto coi repubblicani ma poi segretario della Difesa del presidente Bill Clinton. E se il percorso di Christine è analogo a quello della moglie e neocandidata Hillary, l’altra corporate lawyer più influente del pianeta, lo è soltanto a livello professionale. Prima di aderire all’ Ump di Nicolas Sarkozy, Lagarde si trovava più a sinistra dei Clinton: nel 1981 votò Francois Mitterand. Ma è stato un attimo. E forse aveva soltanto previsto la marcia indietro del presidente socialista rispetto al programma di nazionalizzazioni e di riduzione dell’ orario di lavoro a parità di salario. L’ascesa avviene col governo di centro- destra, ed è merito del primo ministro Dominique De Villepin, che nel 2005 la sceglie per il Commercio estero. Con François Fillon, Lagarde passa al dicastero dell’ Agricoltura e nel 2007 è la prima ministra donna di Economia e Finanze. Il plauso unanime del mainstream per l’ opera di risanamento del bilancio pubblico la rende la candidata giusta al momento giusto per il Fmi, quando Strauss- Kahn nel 2011 viene travolto dalle accuse di violenza sessuale (da cui poi sarà assolto). Su Lagarde invece c’è solo l’ombra di un’ inchiesta per negligenza aperta dalla Corte di giustizia in riferimento a 403 milioni pagati dallo Stato francese a Bernard Tapie. I magistrati considerano anomala la scelta di affidare a un arbitrato privato il verdetto sul contenzioso che opponeva l’uomo d’affari marsigliese e la banca Credit Lyonnais, per la consulenza nella cessione del marchio Adidas. Tapie era un frequentatore dell’ Eliseo ai tempi di Sarkozy, il cui legame con Lagarde ha fatto il giro del mondo dopo la pubblicazione dei bigliettini di lei, improntati alla fedeltà assoluta: “ Se mi usi “, gli scriveva in una lettera trovata in casa sua, in bozza, dagli investigatori, “ ho bisogno di te come guida e come sostegno: senza guida, rischio di essere inefficace; senza sostegno, rischio di essere poco credibile “.

Di francese, Madame le Directeur indossa l’eleganza ma non l’accento, del resto la chiamano l’ Americaine per la padronanza dell’inglese o forse per l’abilità nel nuoto tra gli squali della finanza. Christine Lagarde ha due figli e due ex mariti, incontra una settimana al mese il compagno marsigliese Xavier Giocanti, è vegetariana e fa attività fisica ogni giorno. Una vita sincronizzata, da tecnica. Quando fa politica esprime punti di vista interessanti, come la valutazione dei benefici per l’economia che deriverebbero da una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ma in un film, più che un’affermata femminista sarebbe l’eroina hollywodiana che fornisce l’ alibi al sistema patriarcale. Perchè le dichiarazioni con cui Lagarde invoca detassazioni per la crescita e celebra gli studi sulle disuguaglianze cozzano con i trattati europei, i patti di stabilità dell’ Eurozona e le ristrutturazioni del debito pubblico in cambio di “riforme” neoliberali, in Grecia come altrove. Se nelle interviste va ripetendo che “bisogna”mantenere il passo nella riduzione della spesa pubblica”, all’inaugurazione dell’anno scolastico alla Bocconi Lagarde ha immancabilmente elogiato il Jobs act di Renzi: “Serve a migliorare il mercato del lavoro”.

(4 giugno 2015)

“La degenerazione morale e culturale della sinistra”. Intervista al Corriere del Ticino

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«I panni sporchi della sinistra. I segreti di Napolitano e gli affari del Pd». Un libro-inchiesta di Stefano Santachiara, corrispondente de «il Fatto Quotidiano», e di Ferruccio Pinotti, giornalista del Corriere della Sera, nel quale emerge una sinistra che ruba, inquina e specula. Abbiamo rivolto alcune domande a Stefano Santachiara.

Nel vostro libro rimproverate a Giorgio Napolitano di essere intervenuto nella vita politica italiana ben oltre i limiti fissati dalla Costituzione. Nel caso della mancata nomina del nuovo capo dello Stato da parte del Parlamento, Napolitano non ha mostrato senso di responsabilità mettendosi a disposizione per un altro mandato?

«Non giudichiamo le intenzioni di Napolitano ma alcune prassi irrituali. Dopo le dimissioni di Berlusconi il capo dello Stato ha persuaso destra e sinistra a sostenere il tecnocrate Monti; con il pareggio elettorale dell’anno scorso ha inventato una sorta di pre-incarico collettivo, delegando a dieci saggi la stesura di una bozza di riforme istituzionali che creasse le condizioni per le ampie intese. Napolitano ha accettato il secondo mandato per l’assenza di un candidato unitario al sesto scrutinio. Si sarebbe potuto proseguire come avvenuto in passato (il socialdemocratico Giuseppe Saragat nel 1964 fu eletto alla 21.esima votazione), con nuovi candidati opposti al costituzionalista Stefano Rodotà indicato dal M5S».

Matteo Renzi vuole rappresentare il nuovo che avanza, ma così nuovo, considerati gli anni di militanza politica anche in altri schieramenti, non è. Un più rapido ricambio della classe politica potrebbe portare dei benefici al Paese?

«È il punto cruciale. Renzi è giovane anagraficamente ma neppure le moderne tecniche di comunicazione possono celare il suo tatticismo doroteo. Vedremo se manderà in pensione i dirigenti ex comunisti e democristiani che sono in politica da un trentennio benchè corresponsabili di una vera e propria degenerazione morale: accordi occulti con l’avversario Berlusconi, corruzione e inquinamento, commistione tra pubblico e privato, partito e banche. È come se la sinistra avesse sacrificato la Weltanschauung sull’altare del potere».

Visto quanto avvenuto in altri Paesi europei, si può dire che la metamorfosi della sinistra rappresenti un percorso obbligato. In cosa si differenzia il percorso compiuto dalla sinistra italiana, rispetto alle socialdemocrazie europee?

«Le socialdemocrazie europee hanno subìto l’influenza del liberismo e i dogmi dell’austerity. A differenza dell’Italia, però, la Francia ha sforato unilateralmente i vincoli UE sul rapporto deficit/PIL e nessuna nazione ha privatizzato reti strategiche. La subalternità culturale della sinistra italiana si desume anche dal silenzio sepolcrale che cala su iniziative come il referendum 1:12 sui salari dei manager tenutosi in Svizzera».

Mentre si discute di riforma elettorale, diversi politici italiani tessono le lodi del bipolarismo. Ma un sistema di voto che favorisca il bipolarismo riuscirà a unire la sinistra italiana che non solo ha visto a più riprese SEL e PD su posizioni distinte, ma anche un PD diviso al suo interno?

«Le divisioni sono talmente profonde che il PD non si è iscritto al PSE. SEL è un partito in crisi, il segretario Vendola ha perso appeal per alcuni scandali scoppiati nella regione di cui è presidente, la Puglia, dove le nomine della Sanità pubblica erano ripartite secondo logiche clientelari».

Enrico Letta e Matteo Renzi, posizioni diverse in uno stesso partito. Se il tandem si romperà sarà la fine di quella sinistra poco esaltante che emerge dal vostro libro?

«Letta è paragonato ad Andreotti per le capacità mediatorie e il ruolo di parafulmine rispetto alla pressione fiscale e ai tagli pubblici; Renzi può continuare a criticare l’immobilismo del Governo e a lanciare proposte come il job act. Eppure le sintonie sono molte: premier e segretario PD provengono dalla tradizione democristiana, sono liberisti e in rapporto con la galassia berlusconiana. Per queste ragioni, malgrado il dualismo alimentato dai media, ritengo poco probabile uno scontro che potrebbe provocare l’implosione del PD».

(Osvaldo Migotto)

Link all’articolo del Corriere del Ticino