I CALCIOPARDI, LA RECENSIONE SU LEFT

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Da LEFT AVVENIMENTI (18/10/2014)
I CALCIOPARDI
Il pallone e il controllo sociale, il tifo e il potere. Nel libro di Stefano Santachiara lo sport e la politica vanno a braccetto. Con risultati non esaltanti

di Emanuele Santi

Stefano Santachiara, in Calcio, carogne e gattopardi edito da Youcanprint offre un’analisi limpida e lineare della recente storia calcistica italiana che svela (spesso semplicemente ricordandoli) quelli che sono i mostri capaci, quasi fossero fiere dantesche, di irretire il gioco più bello del mondo svuotandolo del suo nobile significato. Ed è proprio sull’utilizzo che il potere fa del calcio come strumento di controllo dei fenomeni sociali che si vuole portare l’attenzione del lettore. Lo scopo è affrontare il rapporto tra calcio, politica e economia, anche quella mafiosa. L’autore articola il libro in sette capitoli. Partendo dalla Valenza sociale del football (non a caso nato in Inghilterra all’apice della rivoluzione industriale) vengono rievocate le lontane origini del gioco con la palla. Dal cinese Tsu-Chu al greco Epìskyros, dall’Harpastum dei legionari romani al calcio fiorentino del Rinascimento fino a una geniale citazione dal Re Lear di Shakespeare che attesta la notorietà di qualcosa di simile al calcio ancor prima del 1863, anno di nascita della Football Association. Dopodichè si passa a Dogmi reazionari, dove si racconta il pallone ai tempi del Duce rintracciando le linee d’ispirazione per tifoserie ancor oggi legate all’ideologia fascista: tutto merito della continuità tra la Repubblica di Salò e qualche presidente in auge nel (neanche tanto immediato) dopoguerra. Gli ingranaggi del sistema è dedicato al controllo sociale, al cosiddetto peggiorismo e al fenomeno del maschilismo ambientale. Il quarto: Da Maradona a Berlusconi piuttosto che mettere sullo stesso piano il genio di Lanùs e il tesserato n.1816 della P2, racconta le vicende politiche e finanziarie che garantirono i 13 miliardi pagati al Barcellona per portare el pibe de oro a Napoli e quelle giudiziarie che, l’anno dopo, accompagnarono il crack finanziario del Milan scongiurato dal passaggio di proprietà della società rossonera da Giussy Farina al Cavaliere. L’ultimo paragrafo del capitolo si intitola: Dell’Utri: calcio e Cosa nostra.Perfetto per introdurre il tomo successivo: Le mafie nel pallone in cui il protagonista non è soltanto Cosa nostra, spesso legata alla storia del Palermo, ma anche la ‘ndrangheta calabrese. L’industria del calcio individua le garanzie finanziarie e politiche di un sistema perfettamente concepito e architettato per essere controllo del fenomeno sociale. L’ultimo capitolo: Geopolitica calcistica espande l’analisi a livello internazionale con particolare attenzione al recente mondiale in Brasile e alle ragioni che hanno spinto la Fifa ad assegnare le due prossime edizioni alla Russia dello zar Putin e al ricchissimo Qatar, Paese la cui forma di Stato è ancora quella patrimoniale. Per chiudere, una considerazione finale sull’attuale presidente del Consiglio il quale, ancor peggio di Berlusconi, ha fatto ricorso a terminologia, linguaggio e comunicazione di derivazione calcistica, toccando il fondo con la proposta di “Daspo per i politici corrotti”. Ultimo sintomo, scrive Santachiara, del malcelato abuso che il potere fa del calcio.

“Calcio, carogne e gattopardi”: intervista dell’agenzia LaPresse

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La cronaca per LaPresse è di Elisabetta Graziani, già giornalista de La Stampa di Torino.

Milano (LaPresse) – Stefano Santachiara, giornalista del Fatto Quotidiano e già autore de ‘I panni sporchi della sinistra’, presenta alla libreria Coop statale in via Festa del Perdono a Milano il suo nuovo libro ‘Calcio, carogne e gattopardi’ che prende le mosse dai fatti di cronaca più recenti, come la presunta trattativa ‘stadio-mafia’ avvenuta all’Olimpico in occasione della Coppa Italia, per cercare le radici di un male antico, risalente addirittura al ‘panem et circenses’ dell’impero romano.

 Qual è la tesi di fondo di Calcio carogne e gattopardi?

“La strumentalizzazione del calcio da parte del potere finanziario e politico. In questo libro, attraverso una ricerca documentale e interviste di protagonisti e esperti, ho cercato di riannodare i fili sulle origini, le ragioni e gli effetti del fenomeno del football rompendo un tabù. Le cronache ci raccontano dei casi singoli, di scandali scommesse che si susseguono a ritmi tali che non fanno più notizia, mentre dietro ci sono ingenti altri interessi economici che passano per la Fifa, le televisioni, i grandi brand e i guadagni stratosferici dei calciatori. Inoltre credo sia giunto il momento di descrivere anche l’uso e l’abuso che il potere fa del gioco più bello del mondo: le carriere politiche, le infiltrazioni mafiose, e un uso più sottile dal punto di vista culturale: il calcio nella storia è stato usato per legittimare feroci dittature, basti pensare ai Mondiale della vergogna di Argentina, ma anche nelle democrazie per distogliere dalle questioni sociali”.

Il libro descrive la commistione tra poteri forti che si reggono a vicenda e la esemplifica nelle vicende di Berlusconi e Renzi. Non è un parallelismo forzato? Renzi, fino a prova contraria, non ha mai presieduto una squadra, non si è esposto a favore dei Mondiali e Cesare Prandelli si è dimesso dopo la sconfitta in Brasile.

“Sì, i cosiddetti poteri forti hanno trovato in Berlusconi ieri e in Renzi oggi i propri terminali, i rappresentanti di un coagulo di interessi diversi, nazionali e internazionali. Certamente nell’ascesa politica di Renzi non ha avuto un ruolo fondamentale il calcio, e la televisione privata, come fu per Berlusconi ma anche l’ex sindaco di Firenze ha saputo adoperare il sistema-calcio in modo piuttosto efficace: si è mostrato più volte in pubblico assieme all’allenatore della Nazionale Cesare Prandelli sfruttandone la popolarità trasversale per i tifosi-elettori”.

La parabola berlusconiana cominciò con il Mundialito, di che si tratta?

“Il Mundialito ha rappresentato il primo via libera alla prassi illegittima che poi l’oligopolista Berlusconi ha praticato in abbondanza grazie a Craxi e poi al centrosinistra: trasmettere a livello nazionale con le proprie televisioni malgrado sentenze della Corte costituzionale lo vietassero. Nel 1980, grazie al nulla osta della Rai e del governo Forlani, Canale 5 potè mandare in onda con il satellite il torneo amichevole disputato in Uruguay, paese all’epoca nelle mani di una giunta militare fascista che ospitava Licio Gelli.

Nel saggio, coadiuvato da autorevoli sociologi (il professor Elio Matassi e lo scrittore Andrea Ferreri), viene sviluppata un’analisi sul controllo sociale, adoperando anche la metafora di Fantozzi inebetito dal triplo oppiaceo soldi, tv, calcio e incapace di reagire ai soprusi della politica. Il paragone ricorda l’opinione di Grillo sulla maggioranza degli italiani, e in particolare su quelli che hanno scelto Renzi alle Europee, vale a dire che non sanno votare e sono un popolo di immaturi. E’ d’accordo? Secondo lei, in caso di nuove elezioni, se gli italiani optassero per il Pd dimostrerebbero cecità di fronte al ‘controllo sociale’?

“Non esiste un rapporto di causa-effetto tra il voto a questo o quel partito e il controllo sociale che il potere, economico e politico, esercitano attraverso il calcio. La metafora del prototipo dell’italiano ‘passivo’ che incarna il ragionier Fantozzi credo renda l’idea della condizione attuale, in relazione alla scarsa partecipazione alla vita democratica di un Paese in crisi economica, ma ancor di più sociale e di valori. Lo sport è sempre stato, sin dall’antichità, uno degli strumenti di intrattenimento delle masse, ma in tempi recenti, soprattutto nel combinato disposto con la pubblicità e i media, si è rivelato un’arma di dispersione rispetto ai problemi reali. Gaber già nel 1973 cantava dell’avvento dei tecnocrati mentre la gente parlava di calcio e Pasolini si concentrava sui messaggi martellanti dell’instrumentum regni”.

Ritornando al parallelo Renzi-Berlusconi, il cavaliere oggi è più attaccabile di un tempo, è stato in parte ‘scaricato’ anche da chi lo sosteneva sempre e comunque. In una parola: ha meno potere. Tuttavia è ancora l’indiscusso presidente onorario del Milan. A partire da questa sua parabola discendente e dalla tesi del libro, sono prevedibli dei cambiamenti nel mondo del calcio italiano?

“Sì. Berlusconi ha perso la leadership da che i poteri forti lo hanno scaricato nel 2011, dopo le pressanti richieste della Troika, quando è stato costretto a dimettersi e Napolitano ha nominato Monti senza passaggio elettorale, proprio come i successori. Dunque anche nel calcio qualcosa sta cambiando e cambierà. Il mio timore è che accada proprio come nella politica. Vale a dire una finta palingenesi, un rinnovamento solo di facciata che però consente al potere di perpetuarsi identico. Per esempio, in questo senso, la nomina di Tavecchio: un altro collezionista di incarichi. Sono ancora tutti lì, i vecchi nomi: un carrozzone che va avanti come prima”.

In ‘Calcio, carogne e gattopardi’ c’è un interessante accenno al maschilismo nel calcio e alla discriminazione nei confronti del mondo sportivo femminile, riportata alla cronaca dalle dichiarazioni di Tavecchio. Senza scadere in tesi uguali e contrarie, cosa comporterebbe secondo te un maggiore riconoscimento del ruolo della donna nel calcio?

“L’Italia sta perdendo l’occasione di fare come gli altri Paesi europei che associano le squadre femminili e quelle maschili. Questo all’estero vuol dire più spazio sui giornali e l’uso delle stesse strutture da parte di sportive e sportivi. Siamo indietro e lo dimostra anche lo scarso numero di dirigenti e presidenti donne. Si tratta di un fenomeno del tutto speculare alla società patriarcale e maschilista italiana che si riflette anche nel linguaggio sportivo sovente sessista”.

(Elisabetta Graziani)

L’intervista dell’agenzia Lapresse:http://www.lapresse.it/cronaca/calcio-carogne-e-gattopardi-il-nuovo-libro-di-santachiara-sui-poteri-forti-1.576227

“Calcio, carogne e gattopardi”: per il Fatto Quotidiano è complottismo, ma non spiega dove

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Ecco la recensione apparsa il 13 settembre sul Fatto Quotidiano, in un articolo non firmato:

Svelare “il malcelato abuso che il potere fa del calcio”. Questo l’ambizioso progetto di “Calcio, carogne e gattopardi” di Stefano Santachiara, un saggio sociologico, politico, storico e sportivo che tenta di rammendare ogni spunto di cronaca calcistica più o meno recente (dalla cessione di Baggio alla Juventus fino a Jenny a’ Carogna) per comporre la coperta sotto la quale il potere politico sfrutta l’amore del popolino per il pallone a proprio uso e consumo. Il saggio si snoda attraverso una lunga serie di aneddoti (alcuni gustosi, come quelli sulla Lazio “armata” di Chinaglia e Maestrelli) e riflessioni dal retrogusto ideologico (“L’interesse della borghesia a rendere popolare il calcio dipendeva dal fatto che la rivalità agonistica avrebbe sottratto energie e tempo al movimento operaio in lotta”; o parlando del futuro dell’Italia:”I bambini potranno ancora giocare con una palla di pezza, come avveniva nel dopoguerra”). La trama, seppur a tratti godibile, si smarrisce quando tenta di risolvere la complessità della storia in una palla che rotola e nel voler vedere un disegno superiore dietro ogni episodio, foss’anche un rigore non dato. Ma, nell’Italia raccontata da Santachiara, è vizio diffuso.

Questa è la mia replica, 20 righe inviate domenica 14 settembre:

Gentile direttore, ogni critica è legittima ma sono costretto a replicare alla mini-recensione di “Calcio, carogne e gattopardi” di sabato 13 settembre. Il passaggio di Baggio alla Juventus non c’azzecca con l’uso politico poiché si trova nel paragrafo dedicato all’antropologia del tifoso. Quanto alle riflessioni dal “retrogusto ideologico”, non soltanto la borghesia inglese promosse il football alla fine dell’Ottocento ma i ceti dominanti hanno adoperato nel tempo eventi calcistici per legittimare dittature (vd. Argentina 1978) e per distogliere i cittadini dalle questioni sociali. Lo scenario futuro di un’Italia impoverita in cui il calcio sarà uno dei pochi elementi a resistere non è la previsione di pericolosi sovversivi ma dell’ex presidente di Goldman Sachs Jim O’Neill. Nell’ultima riga mi si accusa di “tentare di risolvere la complessità della Storia in una palla che rotola” e di “voler vedere un disegno superiore dietro ogni episodio, foss’anche un rigore non dato”. Questa chiosa priva di fondamento tenta di screditare il lavoro di ricerca che mette in fila fatti documentati e li contestualizza nel periodo storico. Nella vana attesa che il recensore indichi quali tesi assurde avrei sostenuto, i lettori possono verificare chi dice il vero. Un’ultima considerazione: studiosi come Antonio Nicaso, che nel libro spiega la penetrazione delle cosche, avrebbero aperto un dibattito sull’abuso che il potere politico, finanziario e mafioso fanno del gioco più bello al mondo, soffermandosi anche sugli aspetti culturali dello strumento di distrazione di massa. Giorgio Gaber, che cantava l’avvento dei tecnocrati mentre l’Italia “parlava di calcio nei bar”, oggi verrebbe accusato di vedere la Spectre? A questo punto una domanda sorge spontanea: chi vuol vedere complottismi dove non esistono, ha forse la coda di paglia?

Link alla sinossi di Calcio, carogne e gattopardi

Il nuovo libro: “Calcio, carogne e gattopardi”

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E’ uscito il mio nuovo libro “Calcio, carogne e gattopardi”, in versione e-book (2 luglio 2014, su Amazon e Google Play) e cartaceo, prenotabile online e in libreria.

Anticipo qui la sinossi:

Il business dei contestati Mondiali in Brasile ingrassa la Fifa e i brand player, i manager e i procuratori, le tv e i grandi marchi per miliardi di tifosi-consumatori. Mentre tutti giocano a fare i Re Mida, le società di football sono in rosso per pagare premi e stipendi lievitati per effetto della liberalizzazione della legge Bosman e della perdita del senso del limite. Come nell’economia reale, le banche sono decisive per vita, morte e miracoli dei club di cui vantano crediti e controllano cospicue quote. Le inchieste fanno emergere illegalità di ogni genere, dalle partite truccate legate alle scommesse clandestine a una presunta corruzione per assegnare i Mondiali del 2022 in Qatar, dove in pochi mesi si è raggiunto un numero spaventoso di morti nei cantieri degli stadi. La situazione deve avere superato la soglia di tolleranza ultraterrena, se persino Papa Francesco ha sottolineato come gli affari ormai rischino di inquinare tutto. In un’Italia sempre più impoverita, schiava dell’austerity europea e della grande finanza, lo Stato permette alle società calcistiche di spalmare i debiti col fisco e spende 45 milioni di euro a stagione per garantire gli stadi da ultras violenti e tollerati, ricettacolo di nostalgici di estrema destra e infiltrati a servizio delle mafie. Lo studioso Antonio Nicaso spiega in un’intervista esclusiva i modi operandi delle cosche, almeno una trentina, che adoperano il calcio per attività di riciclaggio e per aumentare il consenso sociale. La questione infatti va affrontata sul piano economico ma anche culturale, se l’omertà del sistema scoraggia le denunce delle tante patologie, dal doping all’omofobia, per non parlare della ghettizzazione del calcio femminile e del sessismo che affonda le radici in una società ad alta ingerenza clericale. Il gioco resta il più amato del pianeta ma la televisivizzazione della partita, che si dilata tra moviole, sondaggi e veline, infarcita di messaggi buonisti dei vip e di polemiche artefatte, rappresenta una moderna arma di distrazione di massa. In alcuni momenti storici cruciali gli eventi calcistici sono stati adoperati per legittimare feroci dittature ma anche per distogliere tempo ed energie dalle rivendicazioni sociali. In Italia gli operai tifano la Juventus dei padroni della Fiat, il Napoli di Maradona fece dimenticare le ruberie democristiane del dopo terremoto in Irpinia, Silvio Berlusconi infilò tre scudetti consecutivi prima di scendere in politica e fermare i Progressisti di Occhetto, una sinistra che non era stata ancora rieducata all’atlantismo e al liberismo delle tecnocrazie. Gli stessi poteri forti che si schierarono per l’anticomunista Berlusconi nel passaggio alla Seconda Repubblica oggi sostengono Matteo Renzi contro i vecchi partiti, i sindacati e il sistema pubblico. Mentre scalava il Pd di Bersani e il governo del Paese, l’allora sindaco di Firenze si faceva amico del tecnico Cesare Prandelli, beneficiando dell’immagine e della popolarità dell’allenatore della Nazionale. Ma se Prandelli si è dimesso dopo la bruciante eliminazione ai Mondiali, il neo premier Renzi resta saldo al timone sulle ali di un’ampia maggioranza parlamentare ed elettorale, silenziosa e post democristiana. Sarà un nuovo ventennio di calcio, carogne e gattopardi?

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