E’ fallita per la quarta volta la scalata della finanza ‘azzurra’ alla Banca popolare dell’Emilia Romagna, e grazie ad un ex magistrato. Dopo un’assemblea carica di tensione, accuse reciproche e due risse che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, sono naufragate nell’urna le attese dei sostenitori di Gianpiero Samorì, finanziere vicino a Marcello Dell’Utri. La partita infatti non si giocava sulla scontata conferma della lista uno di Piero Ferrari e del board di un istituto che lo sfidante vorrebbe ridisegnare a suon di acquisizioni, tagli al centro sud e ricapitalizzazioni miliardarie. Ma sullo scranno del consigliere riservato da quest’anno alla lista di minoranza, una posizione determinante per lanciare nuovi assalti e condizionare scelte cruciali: il potere del diritto di veto sugli affidamenti alle parti correlate (le società dei consiglieri) è enorme. Samorì ci puntava con forza ma la sua crescita si è fermata a 5mila voti, tremila in meno della lista capeggiata da Manfredi Luongo, già procuratore di Modena e Forlì-Cesena legato alla Popolare irpina e sceso in campo per difendere “le banche del sud”. Ieri l’ex magistrato era assente per un’indisposizione parsa di opportunità dopo le polemiche relative a Domenico Livio Trombone, sindaco revisore di Unipol e firmatario della sua lista. La Consob è stata già investita del sospetto di un patto occulto con la linea Maginot della governance, rinsaldata nell’ultimo triennio dall’entrata di Mario Zucchelli (presidente della holding Holmo che tramite Finsoe controlla Unipol) nel salotto buono dei big dell’alimentare (Cremonini, Fini, Amadori) e della finanza bianca.
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