Nuovi libri di uomini sulle donne: Cazzullo e Ercolani scelgono il rosa, io il rosso

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Dieci giorni fa avevo anticipato l’uscita di “Socialfemminismo”, il mio nuovo saggio pronto da quattro mesi e certificato da due, solo ai fini di tutela del copyright in attesa della pubblicazione. Nel cimentarmi in una divertente opera di sinossi comparativa intendo richiamare l’attenzione sull’aspetto cromatico, nel senso semiotico del futuro (roseo) e del genere femminile, tratto distintivo dei libri scritti dagli uomini e dedicati alle donne, compresi gli ultimi due di Aldo Cazzullo e Paolo Ercolani. Il primo, “Le donne erediteranno la terra”, muove da una tesi che sentiamo ripetere ciclicamente dal mainstream: il nostro secolo vedrà il “sorpasso della femmina sul maschio”. A sostegno il giornalista del Corriere della Sera cita i molti paesi “in cui la rivoluzione è un fatto compiuto: i due leader più importanti degli ultimi decenni, Margaret Thatcher e Angela Merkel, sono donne; Londra nell’ora più difficile si affida a Theresa May; e Hillary Clinton è la prima donna ad affacciarsi sulla soglia della Casa Bianca. (Persino l’arrembante destra populista si affida alle donne: Marine e Marion Le Pen in Francia, Frauke Petry in Germania, Beata Szydlo premier in Polonia)”. Certo, scrive Cazzullo, le ingiustizie e i pregiudizi non sono finiti, l’Italia è più indietro, ma le donne fanno “le astronaute, il sindaco della capitale, il presidente della Camera, il numero 2 del governo, i direttori delle principali carceri, gli amministratori o i presidenti delle grandi case editrici: tutti sostantivi che dovremo abituarci a declinare al femminile”.

La questione è ovviamente ampia, complessa e multidisciplinare. Innanzitutto segnalo i meri dati statistici del predominio strutturale: le donne sono appena il 4,8% degli amministratori delegati delle prime cinquecento aziende statunitensi per fatturato (Lista Fortune) mentre è di sesso maschile il 97% dei miliardari (Forbes), la metà delle dirigenti dichiara di avere poca fiducia nelle prospettive professionali (Institute of leadership and management), le donne in Europa sono mediamente poco più del 20% nei consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate (in Italia hanno raggiunto il 25,5% grazie alla legge sulle quote rosa); le imprenditrici stanno guadagnando terreno nei comparti più dinamici come il digitale, i servizi, l’agroalimentare e il turismo ma le aziende femminili in Italia nel 65,5% dei casi sono individuali e nel 94,2% non superano i cinque dipendenti. Il gap salariale europeo è del 16,3% (CE), il sex typing ancora diffuso (Eurofond) e la maternità penalizza sopra tutto il Belpaese. Il pensiero egemone patriarcale e clericale che si manifesta in modo risibile con i Fertility day e le Sentinelle in piedi, in realtà molto più efficace nella reiterazione di modelli impliciti, séguita a inculcare il ruolo preassegnato di madre angelo del focolare: solo il 57,8% delle italiane con un figlio lavora, il 50,9 con due e il 35% con tre figli (Global Gender Gap Index). Dunque le donne (il 47,3% ha un impiego contro il 65,3% dei maschi ma i contratti femminili sono più flessibili: un terzo rispetto al 24% della media Ocse) sono ancor più vittime della precarizzazione, aggravata dal Jobs Act del governo Renzi, con una punta dell’iceberg dello sfruttamento di stampo ottocentesco che si chiama caporalato. In Socialfemminismo tratto il caso della dirigente dell’Istat Linda Laura Sabbadini ma anche storie di ordinario mobbing, licenziamento e discriminazione ai danni delle lavoratrici invisibili. Ad esempio, nel 2008 un’operaia straniera dipendente di una ditta tessile di Carpi venne accusata di emettere cattivi odori e poi licenziata in tronco per aver osato rispondere al padrone. Tre anni dopo la giudice Carla Ponterio ha decretato l’illegittimità del licenziamento e ordinato al datore di lavoro di risarcire la magliaia con sei stipendi ma lei, revocato il permesso di soggiorno in ossequio alla legge Bossi-Fini, ormai si trovava all’estero.

Quanto all’importanza che Cazzullo conferisce alle donne nella politica e nella pubblica amministrazione, è d’uopo discernere tra le cooptate aderenti ai piani della governamentalità neoliberale patriarcale e le poche che sono riuscite da posizioni di vertice a battersi contro le diseguaglianze sociali e tra i sessi. La presidente del Brasile Dilma Rousseff, sviluppatrice di policy che hanno fatto uscire dalla povertà e dall’analfabetismo milioni di persone, è stata oggetto di compagne mediatiche, attacchi spionistici e infine destituita per irregolarità di bilancio senza essere sfiorata da inchieste della magistratura. La presidente del Parlamento greco Zoe Konstantopoulou, ferma oppositrice dei ricatti della troika e contraria al cedimento del premier Tsipras alla logica dei memoranda, ha subìto una crescente aggressione mediatica pregna di misoginia. Molte altre restano all’opposizione o comunque prive di importanti facoltà decisionali. Sono preparate, colte, acute, pugnaci come le ragazze che a scuola, nei percorsi universitari e nella libera intraprésa ottengono risultati mediamente migliori rispetto a noi uomini. In Italia le donne non hanno mai guidato un partito di sinistra, nessuna è assurta alla presidenza della Repubblica e a quella del Consiglio, al ministero dell’Economia, alla guida della Corte costituzionale e alla vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura malgrado le magistrate abbiano superato i colleghi.
In Le donne erediteranno la terra (Mondadori, pp.228, 17 euro, ebook 9,99) Cazzullo parla delle ingiustizie storiche e dei lenti passi avanti legislativi che ritrovate anche nel mio libro, continuando a vaticinare il cambiamento: ”Quando dico in pubblico che il futuro appartiene alle donne, gli uomini annuiscono: alcuni angosciati o ancora speranzosi di allontanare quel doloroso momento; altri sollevati al pensiero di lasciare fatiche e responsabilità in mani migliori”. Invero, le uniche fatiche che la stragrande maggioranza dei maschi è sempre lieta di lasciare sono quelle domestiche. Anche quando – e storicamente avvenne prima in Unione sovietica che in occidente – le donne hanno avuto accesso a ruoli prestigiosi, vincendo ostacoli oggettivi e svilimento pubblico, il fardello è rimasto. All’interno della coppia la cura dei figli, della dimora e dei genitori anziani è scaricata quasi sempre su di lei (Ocse: un’italiana dedica 36 ore settimanali alle faccende di casa contro le 14 dei connazionali, in Danimarca il gap è di tre ore, in Cina di otto) e tale compito gratuito non cala neppure in termini generali giacché va colmando la costante riduzione dei servizi sociali nelle democrazie europee. Non solo mancano politiche per la reciprocità delle responsabilità familiari e genitoriali ma è rimossa dal dibattito la pericolosa china sociale: un milione e 100 mila bambini italiani sono sotto la soglia di povertà (Istat), crescere un figlio dalla nascita ai 18 anni costa in media 171mila euro per una famiglia con un reddito di 34mila euro annui (Federconsumatori), nel 2016 le persone che hanno rinunciato alle cure risultano 11 milioni mentre la spesa sanitaria privata tocca i 34 miliardi e 500 milioni di euro (Censis-Rbm). E’ la massa delle donne, quella che non gode dei privilegi alto borghesi, la prima a pagare, anche per il boicottaggio della legge 194 messo in atto dal 70% del personale medico.
L’infarinata di dati è utile a comprendere la realtà per come essa è e non come vorremmo che fosse. Naturalmente, per scrostare un’oppressione plurimillenaria fondata sulla riproduzione di codici, monoteismi, modelli culturali maschilisti, è necessario molto altro lavoro. Hic et nunc, perché i femminicidi sono il drammatico effetto di pratiche misogine. Dall’apparato statuale è doveroso attendersi un impegno concreto e assiduo, vale a dire risorse adeguate ai centri antiviolenza, contrasto culturale vero a pubblicità, dichiarazioni e consuetudini sessiste, educazione al rispetto e alle differenze. Dal mondo del giornalismo, se non analisi serie sulle cause sociali dei femminicidi, esigiamo il minimo sindacale di deontologia. Ad esempio, l’Ordine dovrebbe intervenire quando i cronisti scrivono “raptus di gelosia o di follia” di ex partner (i più colpevoli percentualmente), espressioni con cui si concedono attenuanti (a priori e spesso infondate) ai criminali e si alimentano i peggiori stereotipi; per non parlare dell’uso ripugnante di “baby squillo” al posto di “bambina nelle mani lorde di pedofili”.
L’evoluzione umana passa per esempi pubblici e privati ma anche dallo sforzo autonomo di coscienza critica costruttiva. Ciascuno, nella propria quotidianità, è chiamato a interrogare e interrogarsi nell’opera plurale, studiando e comparando i contesti, nello spazio e nel tempo. Ho avuto la ventura di farlo durante le ricerche e i viaggi, nella raccolta di documenti e testimonianze. Per il momento soffermiamoci su quella che pare essere la ricaduta ineluttabile nel binarismo di genere. Nella sinossi del suo libro inserito su Amazon il 20 settembre, Cazzullo scrive: ”Le donne erediteranno la terra perché sono più dotate per affrontare l’epoca grandiosa e terribile che ci è data in sorte. Perché sanno sacrificarsi, guardare lontano, prendersi cura; ed è il momento di prendersi cura della terra e dell’uomo, che non sono immortali”.
Ben poco ci è dato in sorte, dal momento che le società e le diverse classi sociali sono determinate storicamente dallo sviluppo delle produzioni e dalla gestione di governi, tecnica e ricchezze. Il punto da sottolineare nella cornucopia di qualità che Cazzullo – in questo caso il termine è opportuno – dà “in sorte” alle femmine, è la consueta cacofonica generalizzazione di genere, condita da un ottimismo che rischia di sopire lo spirito critico. Come se le une e le altre non differissero alla base per formazione culturale, censo e lignaggio. Come se la diversità biologica dei sessi imprigionasse le femmine in predeterminate scelte di vita, secondo pretese attitudini a “cura e sacrificio”. Nel mondo pochi sono a conoscenza dei Matriarcal studies, ricerche antropologiche che dimostrano l’esistenza di comunità ginecocentriche a diverse latitudini. Qualcuno in più discute dei Gender studies, ma sempre a margine del discorso pubblico e sovente per mistificarne il messaggio a fini denigratori. Se politica e accademia, saggistica e pubblicistica ignorano le analisi alternative, il patriarcato capitalista avrà sempre buon gioco nel narrarsi immanente e sempiterno. Eppure gli atti di parresia che sparigliano la microfisica del Potere sono semplici. Judith Butler, mutuando la teoria del linguaggio come sistema preesistente (Ferdinand de Saussure) e della produzione incessante della norma autorigenerantesi (Michel Foucault) decostruisce il binarismo di genere. La differenza tra i sessi è soltanto biologica mentre le scelte culturali e intime vi prescindono, perché “non ci sono una natura femminile e un’altra maschile ma recite ripetute e obbligate dai codici dominanti”. E’ lo sviluppo delle molteplici lotte per l’autodeterminazione che le donne hanno intrecciato e saldato a quelle universali per l’uguaglianza nelle libertà. Con le pioniere e in forma sempre più organizzata, da Flora Tristan e le comunarde alle grandi compagne del secolo breve: socialiste, Mujeres libres, partigiane, protagoniste del decennio che sconvolse il mondo all’acme dei trenta gloriosi. Le sovrastrutture sistemiche, così come diffondono incrollabile fiducia nella tecnologia e nel mercato, asseriscono l’anacronismo e la perdita di senso di Femminismo e Socialismo. Ma non possono impedirne la rinascita, inevitabile finché ci saranno ingiustizia e sfruttamento.
Cazzullo, tra i più stimati intervistatori del Corriere – gli ultimi dialoghi sono quelli con Massimo D’Alema e Laura Boldrini – un paio di mesi fa aveva chiesto alle lettrici di scrivere pareri per ultimare il suo libro. Alcune si sono dette gelose dei successi di una vincente nello sport come Valentina Vezzali. La chiosa è contro “cialtroni e millantatori” che invidiano il talento di chi ce l’ha fatta: ”Ma perché essere ostili verso chi ha cresciuto figli e ha vinto le medaglie olimpiche? Cosa c’è più bello del ricordo di una madre fatto vivere nel tempo attraverso le generazioni?”.

Paolo Ercolani, docente di Filosofia e giornalista, ha pubblicato in giugno Contro le donne (pp.318, euro 17,50) per tipi Marsilio, editore attento alle tematiche dell’area progressista che fa riferimento a Giuliano Ferrara (David Allegranti, The Boy; Annalisa Chirico, Siamo tutti puttane, 2014). Nel suo libro a copertina rosa, Ercolani stigmatizza luoghi comuni, pratiche e teorie maschiliste di filosofi classici e moderni ma nel bel mezzo dell’esercizio di citazionismo prende di mira il femminismo. L’aspetto è colto magistralmente da Daniela Monti, autrice della recensione per il Corriere (http://www.corriere.it/cultura/16_giugno_07/paolo-ercolani-contro-le-donne-saggio-marsilio-b8cd6d12-2cd6-11e6-b303-a777738cf73e.shtml). Infatti Ercolani afferma che “una parte del femminismo ha finito con il cadere in un errore paradossalmente “misogino”: ossia profetizzare e lavorare per la costruzione di un soggetto umano asessuato, al di là delle categorie di maschile e femminile”. Queste posizioni, a suo avviso, “rappresentano il sintomo evidente di quello che sembra un ripiego dettato dall’impossibilità o incapacità di pervenire a una soggettività femminile piena e in grado di interagire in termini (ritenuti) di parità dialettica con l’essere maschile”. Socialfemminismo https://www.amazon.it/SocialFemminismo-contribuito-Storia-censurate-scritta-ebook/dp/B01LZH4NMN

Hillary e le altre nel sistema patriarcale. La Sinistra riparta dalla questione femminile

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Hillary Clinton corre per la successione a Barack Obama. E tutti a salutare quella che potrebbe essere (ma forse no, finendo per consegnare il governo alla destra americana) la prima donna alla guida degli Usa. E’ quasi una panacea per la questione femminile, Hillary, e poco importa se ciò avvenga sulla scia del marito Bill e col sostegno delle lobby di Wall Street. Il valore è simbolico. Per le classi dominanti sono da celebrare le donne che acquisiscono, in perfetta continuità politica, ruoli storicamente appannaggio degli uomini. Fu su Margareth Thatcher che i conservatori puntarono per piegare le Unions e prosciugare il welfare state inglese, la cancelliera Angela Merkel è la depositaria del SuperEs dell’ area Euro, per non parlare di Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale.

Anche in Italia, con Matteo Renzi, è così. Quante volte ha sventolato, il premier, le sue otto ministre, l’”altra metà del Consiglio dei ministri”. Le italiane non hanno mai avuto accesso alla presidenza della Repubblica e del Consiglio, al ministero dell’ Economia, alla guida della Corte costituzionale, ma vuoi mettere il passo in avanti? Le governatrici oggi sono Debora Serracchiani e Catiuscia Marini, questa ricandidata in Umbria nella tornata amministrativa che vede in pista altre due renziane: in Veneto l’europarlamentare Alessandea “ ladylike “ Moretti e in Liguria l’assessore alla Protezione civile Raffaella Paita, vincitrice delle contestate primarie contro Sergio Cofferati e indagata per la mancata allerta dell’ alluvione di Genova. E così la presenza femminile distrae anche dai problemi etici, su cui il partito di Renzi non ha certo “ cambiato verso “ candidando in Campania Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio.

E chissà poi perché, nonostante governatrici e ministre, il Belpaese è al 69esimo posto nel Global gender gap report,la classifica del World economic forum che intreccia quattro parametri: politica, economia, salute e scuola. Per l’aspettativa di vita e l’istruzione la situazione è quasi in equilibrio, ma il divario resta netto nel mondo del lavoro: gli uomini sono il 71 per cento dei dirigenti contro il 29 delle donne e, in media, guadagnano 2.000 euro in più all’anno.

Scatena spesso il sarcasmo di avversari ed ex alleati di coalizione, la presidente della Camera Laura Boldrini quando si impegna per la diffusione del linguaggio sessuato e denuncia le pubblicità che mercificano il corpo o insistono con gli stereotipi di genere. Pensate che gli attacchi anche violenti che subisce la terza carica dello Stato dipendano dal suo supposto carattere ieratico? E se invece contassero qualcosa i meccanismi con cui le élite finanziarie selezionano lo streaming di informazioni per l’ Homo consumens– per usare l’espressione coniata da Zygmunt Bauman? Se Hollywood spesso riproduce in forme edulcorate l’archetipo patriarcale, la televisione, qui appesantita dalla degenerazione berlusconiana, si conferma formidabile vettore di modelli diseducativi. La subcultura sessista si nutre poi di fenomeni nazionalpopolari come il calcio: basti pensare alla ghettizzazione del football femminile e alla notiziabilità delle atlete che finiscono nelle fotogallery dei più grandi siti di informazione quasi esclusivamente per fattori estetici.

Le statistiche danno ragione a Laura Boldrini. Secondo un’indagine Ocse ( Programme for international student Assessment 2015 ) ancora oggi le italiane in media svolgono lavori casalinghi per 6,7 ore al giorno contro le 3 degli uomini. La ricerca sottolinea quanto le ragazze di 15 anni ottengano già risultati migliori dei coetanei in abilità di lettura ( con un punteggio di 510 contro 464) e scientifica ( 490 a 488 ), ma di questo capitale umano si può fare a meno, se la legge Fornero, ad esempio, applicata e non modificata, cementa (tra le altre cose) lo squilibrio nelle responsabilità familiari. Il ministro del governo Monti ( una donna, ma al solito non progressista ) ha introdotto, per il padre il congedo parentale obbligatorio. Ma è di un giorno nei primi cinque mesi dalla nascita del figlio, allungabile fino a tre, sottraendoli però al monte-giorni della madre. In Norvegia, Paese pioniere vent’anni fa, il congedo parentale è di quarantasei settimane a stipendio pieno, di cui dodici riservate al padre. Siamo in ritardo anche nel potenziamento di asili nido pubblici, nella deducibilità dei costi per baby sitter e badanti. E certo non aiuta la parità, la precarizzazione permanente del Jobs Act.

C’è poi il mondo delle imprese. In Europa, secondo i dati della Commissione, la presenza femminile delle Spa in cinque anni è aumentata dall’ 11,9 al 20,2 per cento. Ad alzare la media sono la Norvegia, che ha raggiunto il 40, la Francia e la Finlandia che sono al 25. Spagna e Portogallo, invece, la abbassano, restando sotto il 10 per cento. L’Italia fa registrare un dignitoso 23 per cento, e lo fa grazie alla legge firmata dalle deputate Lella Golfo( Pdl) e Alessia Mosca(Pd) che stabilisce l’obbligo del minimo di un quinto di donne nei cda al primo rinnovo, un terzo per i due seguenti. Si sono anche dimezzate ( al 7,9 per cento contro il 16,2 del 2010) le consigliere legate da rapporti di parentela con uomini di potere: figlie di,mogli di, cugine di.

Le donne in politica sono di più ma la riduzione del gap di genere si è realizzata per mezzo delle quote. Il Pd, ad esempio, ha introdotto il doppio voto di genere alle primarie, portando in Parlamento il 37,9 per cento di deputate e senatrici. Il sistema però consta di una gabbia che perpetua nomine correntocratiche e capilista bloccati nelle liste elettorali, le donne( come gli uomini) vengono cooptate solo se aderenti a un preciso schema in grado di assorbirle e, ove possibile, strumentalizzarle. I piccoli avanzamenti sono rivendicati da un marketing padronale che vuole significare la concessione dall’alto di un diritto naturale sancito in Costituzione. Matteo Renzi, sin da quando amministrava Firenze, compie scelte simboliche che il presenzialismo mediatico gli permette di capitalizzare. Prima di lui però la sinistra non ha certo fatto meglio, perché ha conosciuto una sola leader di partito, Grazia Francescato dei Verdi. Già fondatrice di Effe, presidente del Wwf e animatrice del movimento new global, Francescato ereditò una base elettorale minima. In Germania- tanto per fare un paragone – gli ambientalisti e la Die Linke, guidati da Claudia Roth e Katja Kipping in coabitazione con pari grado uomini, superano entrambi l’8 per cento. In Francia, la socialista Ségolène Royal nel 2007 contese l’ Eliseo a Sarkozy e l’anno seguente sfiorò la segreteria del partito per una manciata di voti.

Nel Regno Unito, in vista delle politiche del 7 maggio, si è saldata una nuova alleanza tra donne: Natalie Bennett, leader dei Verdi, Nicola Sturgeon, premier scozzese a capo dello Scottish national party, e la gallese Leanne Wood del Plaid Cymru. Al termine del confronto televisivo dedicato alle opposizioni, le tre candidate si sono abbracciate sul podio della Bbc. La scena, tra l’isolamento di Nigel Farage dell’ Ukip, all’estrema destra, e lo stupore del laburista Ed Miliband, è emblematica quanto il significato politico. Si tratta infatti di progressiste under 50 che hanno vincolato l’eventuale sostegno a Miliband ad una mutazione della linea del Labour dopo un ventennio di Terza via blairiana: il ritorno a sinistra. In Italia, a contendere una leadership, sono state Rosy Bindi nel 2007 contro il “creatore” del Pd Walter Veltroni, e Laura Puppato, altra moderata cattolica, con chances di vittoria perfino minori, stretta nel 2012 tra Matteo Renzi, Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Bruno Tabacci.

Di Maria Elena Boschi si dice che governi ogni riunione ma è perché “ quando parla lei tutti sanno che a parlare è Renzi” confida a Left un membro dello staff di palazzo Chigi. Le donne-soprattutto se portatrici di valori progressisti- faticano non poco, nelle stanze dei bottoni. Almeno secondo la scrittrice e deputata del Pd Michela Marzano, direttrice del Dipartimento di Scienze sociali alla Sorbona e insegnante alla Descartes, che si è scontrata con un muro trasversale, quando ha proposto i diritti delle coppie omosessuali e la legge sul doppio cognome dei figli. L’esperienza parlamentare ha traumatizzato Marzano, che ha deciso di non ricandidarsi: “ Non ci si ascolta in aula e nemmeno durante le riunioni di partito. Ogni tipo di investitura risente dell’obbligo della fedeltà, di avere truppe nel contado, armi di scambio a disposizione”.

Cerchiamo però di andare alla radice del problema. La “ governamentalità neoliberale “, prendendo in prestito la formula di Pierre Dardot e Christian Laval, autori de La nuova ragione del mondo”, presuppone il controllo di tre blocchi distinti e interdipendenti: l’ economia, la politica e i centri di diffusione del sapere. Dal momento che l’egemonia culturale è la pre-condizione, occorre interrogarsi sul meccanismo che regola le discriminazioni di genere così come si sono indagati le ingiustizie sociali e il razzismo. Non molti, ad esempio, sono consapevoli dell’esistenza di antiche società matriarcali.

L’ epica classica è ricca di venerazioni politeiste varianti della “ Dea Madre” e numerosi reperti testimoniano la centralità delle donne nelle pacifiche comunità che vivevano di orticoltura e piccola cacciagione. Eppure è stato contrabbandato lo schema totalizzante che relega la femmina all’altruismo della cura e attribuisce al maschio le grandi imprese. Sul cacciatore che erige polis e fortezze per difendersi e conquistare, Rousseau diceva che la genesi dell’oppressione umana risale alla fase primordiale della divisione delle terre e del lavoro. Il sistema patriarcale, supportato dalle religioni monoteiste del “ Dio Padre “, ha consolidato usi e linguaggio in codici e istituzioni che privarono le donne delle libertà sessuali, economiche e sociali. Non è difficile comprendere come tale contesto abbia favorito feroci persecuzioni in nome di religioni e superstizioni, in particolare nel Medioevo, e pratiche che affliggono ancora milioni di cittadine: mutilazioni genitali nell’Africa subsahariana, in condizioni aggravate da malnutrizione e malattie; lapidazioni delle adultere in Paesi governati da fondamentalisti islamici; in India spose-bambine e abusi sulle donne appartenenti a sottocaste.

Alla base delle sopraffazioni, più dell’indigenza economica, vi è l’oscurantismo. Lo si evince anche scorrendo gli occidentalissimi verbali di stupri, molestie e maltrattamenti domestici, o dall’ascolto di processi per femminicidio: il più delle volte lui reagisce all’emancipazione , quando lei si ribella o reclama semplicemente la propria indipendenza. Il fil rouge della violenza, dunque, riporta sempre all’egemonia che nei millenni ha garantito i rapporti di potere. Ben sapendo che il diritto del più forte diventa legge duratura se associa al controllo degli eserciti quello delle conoscenze.

Biologi e genetisti, preservando il mito di Adamo ed Eva, hanno ignorato la primigenia del cromosoma X rispetto al maschile Y; scienziati si sono ricoperti di ridicolo affermando l’inferiorità dell’intelligenza femminile per via della minor ampiezza cranica; psicanalisti come Sigmund Freud hanno teorizzato l’ invidia del pene. Ma la Storia diffonde il punto di vista dei vincitori. E, in ogni parte del globo, sono stati sviliti gli importanti contributi che le donne, malgrado le costrizioni, hanno donato al progresso umano e ambientale. Il socialista inglese William Thompson, nel 1825, pagò con l’ostracismo l’invito alla ribellione femminile: “ La vostra schiavitù ha incatenato l’uomo all’ignoranza e ai vizi del dispotismo, così la vostra liberazione lo ricompenserà con il sapere, la libertà e la felicità”.

Non è un caso che le riforme progressiste si siano ottenute in peculiari dimensioni di vuoti di potere provocati da guerre o rivolgimenti economici. Durante la Rivoluzione francese la girondina Olympe De Gouges, poi uccisa dai giacobini, diede alle stampe la Dichiarazione dei diritti della donna. Un’altra breccia fu aperta nel Risorgimento, mentre si faceva l’Italia a dispetto del potere temporale della Chiesa. Nel 1861, prima che John Stuart Mill avanzasse la proposta del diritto di voto, il deputato mazziniano Salvatore Morelli scrisse La donna e la scienza considerate come soli mezzi atti a risolvere il problema dell’avvenire. Democrazia reale, scuole normali per studentesse, divorzio, doppio cognome dei figli, tutela della prole illegittima: un sasso nello stagno,anche se i disegni di legge di Morelli vennero tutti bocciati, salvo la norma che riconosce alle donne la facoltà di testimoniare nei procedimenti civili. Il diritto di voto, anziché il suffragio universale maschile del governo Giolitti- ridicolo ossimoro elevato a illuminato liberalismo- fu imposto soltanto con la Liberazione. Durante la Resistenza le partigiane, 30.000 tra staffette e guerrigliere, ruppero l’abituale esclusione dalla vita pubblica partecipando alla fase costituente. Le energie sono andate via via sprigionandosi quando la contaminazione tra movimento femminista e sessantottino, sospingendo sindacati e partiti di sinistra, ha contribuito al “ trentennio glorioso “: il servizio sanitario nazionale, l’obbligo scolastico a quattordici anni, lo Statuto dei lavoratori che prevede il divieto di licenziare le dipendenti incinte. La lotta per la parità ha permesso la diffusione della contraccezione, l’accesso alle funzioni pubbliche, le leggi su divorzio e aborto, la cancellazione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore normati dal codice fascista. L’ interazione si fondava sul comune convincimento che la libertà socio-economica fosse legata al percorso di emancipazione sessuale. E da qui dovrebbe ripartire la sinistra, coinvolgendo le donne che oggi forniscono visioni alternative in tanti campi della società. Il meccanismo dovrebbe essere opposto a quello della comunicazione mainstream che, alternando generici allarmi e impennate d’ottimismo, confina la questione femminile a mero calcolo di quote rosa. Il timore è sempre lo stesso: che donne e uomini si affranchino costruendo nuovi rapporti di spazio e tempo liberati, secondo i bisogni naturali di salute, consumo consapevole,conoscenza e creatività votate al benessere collettivo.

Left Avvenimenti (25 aprile 2015)

Galbraith & Kelton, la coppia di “gufi” che sposta a sinistra Obama

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Lui, James Galbraith, è il consigliere di Obama più a sinistra, talmente a sinistra da non comparire nella foto di governo. Lei, Stephanie Kelton, capo Dipartimento di Kansas City, è stata nominata due mesi fa chief economist della Commissione Bilancio su indicazione dell’unico senatore americano dichiaratamente socialista, Bernie Sanders, candidato della minoranza democrats alle primarie 2016 contro la superfavorita Hillary Clinton. Tanto Galbraith quanto Kelton gravitano attorno alla Modern Monetary Theory, scuola di pensiero che riattualizza John Maynard Keynes e si rifiuta di intendere il bilancio dello Stato alla stregua di quello di un’azienda o di una famiglia. Secondo la Mmt l’aumento della spesa pubblica è un elemento di progresso, perché alimenta il circolo di consumi e produzioni tendente alla piena occupazione.

Il padre di James Galbraith, John Kenneth, fu consigliere di Roosevelt ai tempi del New Deal e avanguardia della squadra di JFK: con la proposta di nazionalizzare le corporations si guadagnò l’accusa di bolscevismo. Galbraith jr, docente di Public Policy in Texas, ha collaborato alla Modest purposal ed è fonte inesauribile di ispirazione per Yanis Varoufakis (come raccontato da Left nel numero del 14 febbraio). Galbraith è uno dei consulenti di Varoufakis nella rinegoziazione del debito greco, snodo cruciale per la possibile emancipazione dai dogmi dell’austerity dell’Unione monetaria imposti dal mainstream neoliberale. I nemici, dunque, sono gli stessi del padre, che aveva previsto molte cose scrivendo il discorso inaugurale di Kennedy, il 20 gennaio 1961: «Nessuno deve negoziare sotto la morsa della paura. E nessuno deve aver paura di negoziare».

Anche grazie all’influenza del mondo accademico postkeynesiano Barack Obama ha orientato le politiche espansive oltre l’emergenziale Quantitative Easing, sistema adottato di recente dalla Bce per iniettare liquidità alle banche. Mariana Mazzucato, studiosa italo-americana autrice del libro The Entrepreneurial State, esprime un giudizio positivo: «Nel 2009 Obama mise in campo un piano di stimoli da 787 miliardi di dollari destinati all’innovazione verde e allo sviluppo di infrastrutture moderne. Ed in effetti, mentre la recessione europea continua, crescita e occupazione stanno tornando negli Stati Uniti».

Stephanie Kelton, appena insediata in Senato, ha elaborato un grafico dal quale emerge la diversità strutturale tra le politiche dei governi di Barack Obama e di Bill Clinton. Al netto della peculiare condizione di negatività della bilancia dei pagamenti, permessa dal predominio del dollaro, sotto l’attuale amministrazione si è registrato un surplus per imprese e cittadini, in parte legato ai maggiori investimenti pubblici. Il famigerato disavanzo dei conti dello Stato, incubo delle economie europee, nel 2009 è cresciuto fino al 10 per cento di Pil rispondendo alla crisi finanziaria con il progresso sociale. Riforme fondamentali come quella sanitaria, malgrado l’ostruzionismo dei repubblicani e delle lobby assicurative, stanno avvicinando gli Usa a livelli di welfare europei. Dal 2010 al 2012 la spesa per la Sanità pubblica è aumentata in media del 2,5%, più di quella privata e del Pil, che nello stesso periodo è cresciuto del 2,2%. Nell’ambito delle campagne per sensibilizzare i cittadini, nelle scorse settimane Obama ha realizzato un video divertente in cui invita a iscriversi al piano assicurativo entro la scadenza. Al completamento della riforma, si calcola che la copertura sanitaria sarà estesa a 30 milioni di americani. Nel periodo della presidenza Clinton, invece, middle e working class erano state colpite da tagli sociali e maggiori imposte. In un secondo tempo, l’ex premier democratico, piuttosto che rafforzare i salari e il welfare, intraprese la strada preferita dalle élite finanziarie e industriali: incentivò il credito con misure straordinarie come l’abolizione dello Steagall Glass Act, legge voluta da Roosevelt per distinguere tra banche commerciali e d’affari.

Per il giro della Modern Monetary Theory, Kelton ha coniato, non a caso, l’espressione «gufi del deficit», contrapposti ai bilanciofobici. Vi ricorda qualcosa? Matteo Renzi ne ha ribaltato il senso, ma l’espressione è la stessa. Così come, ancora dall’amministrazione Obama, Renzi ha preso il suo «jobs act», che lì è però un provvedimento sulle start-up e non una norma che trasforma anche l’ultimo contratto a tempo indeterminato in precariato permanente. È d’altronde noto che Renzi per le sue politiche preferisca seguire il solco della “Terza via” di Bill Clinton e Tony Blair, con cui i governi occidentali hanno ammantato di moderno efficientismo e rigore moralistico la contrazione dei salari e la precarizzazione del lavoro, nonché la privatizzazione di reti, servizi e beni pubblici.

L’alternativa è guardare ai gufi del deficit, sull’onda della resilienza di Syriza in Grecia, e a Mariana Mazzucato, di cui pure Renzi comprò il libro Lo Stato innovatore, ben attento a farsi fotografare alle casse della libreria. Mazzucato rovescia la prospettiva dal punto di vista culturale, postulando un sistema pubblico lungimirante, capace di sospingere e disegnare ex novo settori qualitativi come la green economy. Quando Kelton l’ha invitata via Twitter a combinare le rispettive intuizioni per cambiare «davvero la partita», Mazzucato ha rilanciato il mantra: «Investimenti strategici e Kelton». Un perfetto mix. La contaminazione sperimentale tra le sponde progressiste dell’Atlantico evoca i due socialismi soltanto teorizzati da Francois Mitterrand: l’uno solidale e l’altro creatore di avanzamento sociale. Le politiche redistributive tramite la leva fiscale contro le rendite, cui fa riferimento anche Thomas Piketty ne Il Capitale nel XXI secolo, possono dunque risultare complementari alle policy post-keynesiane dei “gufi del deficit” che sussurrano a Obama e alla Grecia.

Left Avvenimenti, 28 febbraio 2015 

Sinistra al bivio: modello Keynes o infinita terza via?

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Per l’Europa si aggira lo spettro della presa di coscienza collettiva dopo la rivoluzione democratica di Syriza, la cui affermazione elettorale restituisce dignità e speranza ad un popolo devastato che ha avuto la forza di non piegarsi ai ricatti del potere finanziario internazionale e delle tecnocrazie Ue. Mentre si resta in attesa di comprendere le prime mosse del governo di coalizione di Alexis Tsipras, anzichè entrare nell’indeterminato e spesso superfluo dibattito italiano sulle alleanze possibili, sovraccarico di calcoli personali e polemiche strumentali, intendo approfondire alcuni effetti dell’azione di governo negli Stati Uniti. Il grafico che troverete al link sottostante concerne l’andamento dei deficit e surplus nei settori economici (pubblico, privato, estero), è stato pubblicato dalla professoressa Stephanie Kelton, presidente del Dipartimento di Economia dell’università di Kansas City, cuore della Modern Money Theory. Kelton a fine anno è stata nominata chief economist della Commissione Finanze del Senato dal democratico Bernie Sanders, più volte accusato di ispirarsi a idee “socialiste”
https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/838905592822516/?type=1

Una strada innovativa per la rinascita di una nuova Sinistra, una volta elaborate specifiche analisi, sarebbe quella di sperimentare policy di matrice keynesiana come in parte ha già saputo dispiegare il presidente Obama. Lasciando da parte la peculiare condizione americana di negatività costante nella bilancia dei pagamenti, un elemento compatibile con il ruolo del dollaro di moneta mondiale di riferimento, si registra un surplus per imprese e cittadini dovuto ad una combinazione di fattori e passato attraverso fasi alterne: dal 2010 il deficit pubblico utilizzato per rilanciare l’economia dopo la crisi finanziaria è tornato a scendere sino all’odierno 2,8% del Pil, ma in precedenza aveva superato anche la vetta del 10%, dunque oltre il triplo di quanto oggi è consentito ai Paesi dell’Eurozona. Al netto delle fluttuazioni delle entrate fiscali correlate al fallimento delle imprese – fattore inesistente nell’area Euro poichè i Patti di stabilità impongono agli Stati di ricaricare la pressioni tributaria sul resto dei contribuenti – l’amministrazione Obama si è contraddistinta per una politica espansiva non solo di emergenza, andando dunque al di là del successo del Quantitative Easing. L’influenza da parte del mondo accademico keynesiano americano, ad esempio di James Galbraith, è stata decisiva al fine di orientare l’aumento degli investimenti pubblici e della spesa sociale. Riforme fondamentali come la rivoluzione copernicana sanitaria che sta cercando di allineare gli Usa a livelli di civiltà europei e avanzata troppo gradualmente per la forte opposizione delle lobby assicurative e dei repubblicani al Congresso, sono servite a migliorare le condizioni di vita di una fascia consistente di cittadini. Secondo alcuni osservatori ciò è ancora insufficiente ma la nomina della postkeynesiana Kelton è un ulteriore segnale positivo verso il progresso sociale. Tornando al grafico, si nota come lo stesso governo Bush avesse promosso una politica di spesa, differente però per quantità e qualità, ottenuta cioè attraverso l’incremento della spesa militare e la detassazione dei ceti abbienti, sul modello della Supply side in voga ai tempi della Reaganeconomics.
E’ l’ora, è l’ora, dunque, per un’inversione di rotta nella Sinistra europea?  Con l’affermazione di Syriza in Grecia i partiti progressisti potrebbero trovare gli strumenti e il coraggio necessari per interrompere quell’involuzione antropologica e progettuale che li trascina da oltre un ventennio nella subalternità al capitalismo globalizzato e finanziario, che ne ha trasfigurato l’identità al punto da cancellare il lessico fondativo: la lotta contro l’ingiustizia sociale e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la pace, i diritti universali, l’ambiente. L’ortodossia dell’austerity si è dipanata con geometrica potenza anche e soprattutto per mezzo della cosiddetta “Terza via” di Clinton, Blair e dei tanti emuli. Si tratta di usurpatori del vocabolo “riformismo”, che fu coniato per definire l’avanzamento sociale nel trentennio glorioso legato al modello europeo uscito dal dopoguerra e rafforzato dalla spinta propulsiva di movimenti, sindacati e partiti di sinistra sull’onda del ’68. Questi reazionari dell’economia travestiti da riformisti, da un lato hanno imposto un veteroliberismo che ha precarizzato e impoverito i lavoratori, dall’altro hanno ingabbiato i popoli nel progetto neoclassico di un’area di nonStati, l’Eurozona, retta da una tecnocrazia a-democratica che ha privato i governi della possibilità di progettare il futuro in termini di crescita economica, sociale ed eco-compatibile. L’operazione è filata liscia anche grazie alla manipolazione delle informazioni, dunque del sapere condiviso, attraverso il predominio nel mondo accademico e il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. Il mainstream ha così potuto spacciare assiomi per leggi matematiche, propugnando sintesi prive di dati empirici senza che gli oppositori ufficiali, di comodo o disinformati, opponessero alcuna antitesi. Se è vero che assumono un’incidenza negativa sui conti pubblici e privati fenomeni criminali come la corruzione, l’economia mafiosa e il mercato nero, si compie un esercizio di disonestà intellettuale nel valutare il sistema capitalista, una volta depurato da tali sacche d’illegalità, come un creatore ricchezza e un riequilibratore delle terribili sperequazioni sociali; allo stesso modo la deformante ottica neoclassica bilanciocentrica inserisce alla voce “costo” ogni elemento del sistema pubblico (sanità, istruzione, innovazione, riqualificazione ambientale) e i diritti dei lavoratori privati, degenerati sino al modello di precarizzazione permanente disegnato dal Jobs Act. Per anni, alle singole voci di sinistra alternativa disseminate dal big bang della caduta del Muro e alla minoranza di economisti di area neokeynesiana sono stati negati quegli spazi democratici propedeutici alla diffusione dei risultati dei loro studi. In particolare questi ultimi ritengono cruciale la comprensione del circolo virtuoso dei consumi e delle produzioni innescato dalle politiche anticicliche di investimento pubblico e sostegno ai salari. Nell’alveo atlantico il vento liberista ha preso a spirare negli anni ’80 in modo distruttivo sul vecchio continente, il primo ministro inglese Thatcher rappresentava quasi un ariete con le parole d’ordine “Tina” (“There is no alternative”) con cui aveva vinto la resistenza delle Trade Unions e ridotto le tasse sui grandi capitali. I baluardi sociali occidentali, da tempo allontanatisi dai regimi autoritari dell’Est europa, erano il primo governo Mitterrand (prima della marcia indietro sulle nazionalizzazioni) e il Pci sino alla morte del segretario Enrico Berlinguer. I comunisti non erano soltanto al fianco dei sindacati e dei lavoratori ma avevano concepito chiaramente i rischi del Sistema monetario europeo, come denunciò sin dal 1978, anche in relazione alla vocazione egemonica tedesca, l’allora “ministro degli Esteri” del partito Giorgio Napolitano. Al crepuscolo del “secolo breve” il riflusso è stato rapido, forse neppure le cancellerie del Nord e i capitalisti transnazionali avevano previsto che quasi nessuno, a sinistra, si sarebbe opposto ai piani di destrutturazione del pubblico e delle questioni sociali connesse all’indebolimento dei paesi del Sud attraverso la leva monetaria. Fausto Bertinotti, contraddicendo le posizioni espresse in precedenza da Rifondazione Comunista, ha accettato supinamente il Trattato di Maastricht e l’ingresso nell’Unione monetaria europea. Dopo il periodo di Mani Pulite nuove campagne antiCasta, meglio se in presenza di specifici scandali, hanno ammantato di moralismo il rigore bilanciofobico, elevando a operazioni moderne le svendite di asset fondamentali e di servizi pubblici, financo monopoli naturali quali i trasporti. Come si evince dai dati tabellari, nel periodo della presidenza Clinton sono peggiorate le condizioni di vita della middle e della working class attraverso tagli di spesa e maggiori imposte; in un secondo tempo il premier democratico, piuttosto che rafforzare i salari e il welfare, ha intrapreso la strada preferita dalle élite finanziarie e industriali: incentivare il credito con misure straordinarie come l’abolizione dello Steagall Glass Act, la norma che aveva introdotto Franklin Roosevelt per distinguere tra banche commerciali e d’affari. Sembra una coazione a ripetere. La concessione dei prestiti alle banche al tasso di interesse simbolico dell’1% attraverso i “piani di rifinanziamento a lungo termine” (Ltro e TLtro) stabiliti dalla Bce negli anno scorsi rispondono a questa logica. Basti pensare alla risolutezza con cui il presidente del Consiglio italiano Mario Monti, una sorta di “commissario” insediatosi dopo le dimissioni di Berlusconi caldeggiate dalla Troika nel 2011, ha applicato la deroga “bancaria” alla spending review: mentre la scure dei tagli colpiva inesorabile, scavando un’ingiustizia incolmabile per alcuni gruppi sociali come gli esodati, Monti finanziava il Monte dei Paschi in crisi. Il governo tecnico ha proceduto spedito anche nell’approvazione degli esiziali fiscal compact e pareggio di bilancio, votati dal Parlamento unito fatta eccezione per le significative critiche di economisti eterodossi quali Stefano Fassina della minoranza Pd e Paolo Cirino Pomicino, già ministro della corrente di sinistra della Dc. La presunta panacea del Quantitative Easing, ossia l’acquisto per 1140 miliardi di euro in 19 mesi di titoli di Stato che si trovano in pancia agli istituti di credito privati (scaricando per l’80% il risk sharing sulle banche centrali nazionali), fornirà nuova liquidità alle banche. I problemi non mancano di certo, considerata anche la bocciatura di 15 istituti da parte della Bce e della Eba all’esito degli stress test, ma le banche possiedono discreti margini: la ragione dei mancati trasferimenti di gran parte degli attivi all’economia reale dipende principalmente dalla carenza di domanda. D’altronde il purpose della Bce è sempre lo stesso per statuto: il QE funzionerà se riuscirà a portare l’inflazione verso l’obiettivo prefissato, indipendentemente da sviluppo, livelli occupazionali e salariali. Ciò significa che non possono bastare saltuarie spinte espansive se perdura il quadro recessivo attuale. Resta sullo sfondo la questione che divide gli economisti sugli effetti di un possibile abbandono dell’euro. Emiliano Brancaccio, nell’intervista concessa a Giacomo Russo Spena su Micromega del 15 gennaio, conferma che si dovrebbe valutare l’uscita “da sinistra”. Secondo molti no-euro tendenza Salvini e Le Pen la questione è secondaria, ma si tratta di una posizione strumentale. Studi di Act (Agire, costruire, trasformare) e libri come quello di Alessio Ferraro “L’Europa tradita dall’euroliberismo” evidenziano le diverse modalità ricordando l’esperienza italiana dell’uscita da un sistema di cambi fissi qual era lo Sme, ma “da destra”. Quando l’Italia fece il passo nel 1992 e il deprezzamento della lira ridiede giustamente fiato alle esportazioni, il premier Amato svalutò anche il lavoro terminando l’opera avviata da Craxi di eliminazione della Scala mobile. Il successore Ciampi, già protagonista alla guida di Bankitalia del “divorzio” dal ministero del Tesoro nel 1981, proseguì con la privatizzazione di aziende pubbliche e delle banche di interesse nazionale. L’uscita o l’estromissione di un Paese dall’euro, paventata a proposito di un mancato accordo sulla rinegoziazione del debito greco, è considerata giuridicamente impossibile senza modifica dei trattati, ciò malgrado siano stati presentati diversi ricorsi alla Corte costituzionale tedesca per ottenere il recesso unilaterale della Germania sin dai tempi di Maastricht in caso di sforamento dell’ inflazione. Per quanto il cammino della scissione monetaria risulti irto di ostacoli, è comunque più velleitaria la realizzazione del sogno del padre nobile Altiero Spinelli: l’Unione europea politica che eserciti un ruolo di pianificazione dell’economia. A tal fine, oltrechè recuperare un rapporto diretto tra governanti e governati che oggi votano un Europarlamento privo di potere esecutivo e legislativo, occorrerebbe ridisegnare una banca centrale a funzione pubblica e solidale sul modello della Fed americana, nonchè una politica fiscale volta al riequilibrio delle partite correnti tra gli Stati. Inoltre, sempre in un’ottica progressista, sarebbe auspicabile l’avvio di politiche di contrasto al dumping salariale e a quello fiscale che alimentano facili e immensi profitti di speculatori e multinazionali accrescendo le disuguaglianze intracontinentali. Alla luce di questo quadro appare chiaro che la scossa potrebbe arrivare da una nuova stagione di contaminazione positiva tra il rigore e il coraggio delle analisi degli intellettuali, l’impegno civile di sindacati e movimenti declinati attraverso la diffusione della verità sperimentale in continua evoluzione. Le politiche redistributive fiscali cui fa riferimento Thomas Piketty nell’imponente lavoro statistico de “Il Capitale del XXI secolo” sono dunque complementari alla idee innovative della professoressa Mariana Mazzucato, che rovescia la prospettiva innanzitutto da un punto di vista culturale, propugnando uno Stato motore di concorrenza virtuosa e investitore nei settori qualitativi in ambito tecnologico, sociale e ambientale: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/12/06/articolo-di-newspedia-sinistra-riparta-da-mazzucato-e-piketty/