Left/Avvenimenti, intervista al fondatore di Mmt, Warren Mosler

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Le più recenti formulazioni della Modern Money Theory sono dell’economista post-keynesiano Warren Mosler, statunitense. Le leve per la crescita sono più spesa pubblica e meno tasse. Left gli ha chiesto come applicarle ai paesi dell’area Euro, ostaggio di rigidi paletti di bilancio e di una grave crisi economica e sociale. Non accende la speranza, leggere Mosler, dobbiamo avvisarvi. Sostiene che per rilanciare l’occupazione sarebbe necessario andare oltre al doppio del rapporto tra deficit e Pil ma che siamo in mano alla Germania, sì, e che questa, Merkel e Schaeuble, «ha un problema del tutto ideologico, persino filosofico».

La Modern Money Theory considera virtuoso il disavanzo pubblico volto al rilancio di produzioni qualitative, consumi e occupazione. Queste idee hanno influenzato il governo Obama…

Le nostre idee sono arrivate a Obama, quando sono stato candidato al Senato in Connecticut, nel 2010, proponendo una riduzione o un’eliminazione del cuneo fiscale. Del resto, la tassazione sulla busta paga è l’imposta più regressiva che abbiamo negli Usa e l’argomento è quindi efficace. Scrissi alcuni articoli e feci alcune apparizioni televisive, e Jamie Galbraith, consigliere di Obama, cominciò a riprendere i nostri contenuti pubblicamente. L’idea suscitò anche l’interesse dell’amministratore delegato della General Electric, Jeffrey Immelt, e poi quello di Troy Nash, un altro degli assistenti di Obama. E così il taglio del cuneo fiscale è diventato legge. Si tratta di un taglio minimo, del 2 per cento ma importante, anche perché è uno dei pochi provvedimenti bipartisan. Questa misura ha contribuito ad alimentare la crescita negli Stati Uniti, che ha subìto poi un sostanziale rallentamento nel momento in cui il governo ha voluto iniziare a ridurre il deficit pubblico.

Ecco, l’ossessione per il deficit. Nell’area Euro i trattati rendono difficili, se non impossibili gli investimenti e l’ampliamento del welfare. Pensa siano applicabili queste policy?

Se vi fosse la volontà politica, sì. Ma non ne vedo, al momento. Ed è un peccato, perché basterebbe decidere di aumentare il vincolo di rapporto col Pil dal 3 per cento all’8. Senza altre variazioni nella struttura delle istituzioni Ue, la disoccupazione diminuirebbe e la crescita potrebbe arrivare anche al 4 per cento.

Non è una strada che piace alla Germania, però.

La Germania ha un problema del tutto ideologico, persino filosofico.

I neoliberali sottolineano come Argentina e Brasile, che hanno aumentato la spesa sociale facendo uscire dalle povertà milioni di persone, abbiano però avuto contraccolpi economici. Cosa risponde?

Beh, facciamo un esempio. Se in una stanza fa molto freddo, puoi riscaldare l’ambiente con un termostato. Può capitare che diventi persino troppo caldo, e quindi si è costretti a far calare la temperatura. Può succedere quindi che vi sia qualche paese in cui si spende in maniera eccessiva, e spesso questo dipende dalla corruzione, soprattutto da quella del settore bancario. Ciò porta la valuta a svalutarsi, l’inflazione ad aumentare e i cittadini a pagare prezzi crescenti. Spesso non si tratta però di conseguenze delle politiche economiche, ma di caratteristiche di quei sistemi.

Economisti progressisti come Emiliano Brancaccio e Alessio Ferraro sottolineano la differenza tra un’uscita “da sinistra” dalla moneta unica e un’uscita “da destra”, come avvenne quando l’Italia abbandonò lo Sme privatizzando e contraendo i salari.

Gli intellettuali progressisti hanno a lungo visto nell’Unione europea una via maestra per il rifiuto delle politiche regressive di stampo nazionalista. Sfortunatamente chi governa oggi questa istituzione ha sviluppato un’agenda economica fortemente regressiva, di destra. Uscirne tuttavia significa esporsi, appunto, ad un alto rischio di crescita del nazionalismo. La sfida è capire quale fra tutte le possibili strade sia meno “di destra” rispetto alle altre.

E restando nell’eurozona lei cosa proporrebbe?

Se vi fosse la volontà politica di fare qualunque di diverso rispetto alle politiche attuali, allora bisognerebbe puntare ad incrementare il deficit. Le istituzioni europee credono che agire sui tassi di interesse migliori l’economia e che le riforme strutturali consentano di aumentare l’occupazione. Non è così.

Il direttore del Foglio Giuliano Ferrara ha rilanciato un’idea precedente ai Trattati: l’euro a due velocità.

Ancora una volta, credo manchi la volontà. I politici sono stati trasformati in esattori delle tasse: non hanno nessuna prospettiva economica.

E in Italia? Quali feedback state ricevendo in particolare dal presidente del Consiglio Matteo Renzi?

Non hanno nessun interesse, al governo sono totalmente passivi. Qualcuno mi ha chiesto quale politica economica abbia in mente Renzi: ho risposto che non ne ha una! E come lui, però, nessuno, in Europa. Manca la logica. Ad esempio: mettiamo che voi crediate realmente che in Grecia siano tutti pigri e nessuno abbia voglia di lavorare. Anche se voleste punirli, che senso ha creare politiche in cui gli stessi greci sono messi nelle condizioni di non poter più lavorare?

Un quadro a tinte fosche. Cosa prevede per il futuro?

Credo che il tasso di cambio dell’euro si rafforzerà molto e la Germania vedrà le esportazioni nette deteriorarsi. Non c’è nulla che siano in grado di fare. Sono impotenti. Sarà una distruzione della società fondata sulla deflazione e l’apprezzamento della valuta. Nei sei mesi scorsi l’euro è sceso temporaneamente, perché le banche centrali mondiali hanno reagito al Quantitative Easing e hanno iniziato a vendere grandi quantità di euro; questo processo però terminerà. Ora che l’euro tornerà a crescere, cosa faranno? Non gli resta nulla.

Left Avvenimenti (23 maggio 2015)

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Articolo di Newspedia: “Sinistra riparta da Mazzucato e Piketty”

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Thomas Piketty e Mariana Mazzucato delineano due policy complementari che i progressisti farebbero bene a raccogliere per la rinascita di una vera e unita Sinistra. Proprio al fine di concretizzare l’avanzamento umano e ambientale, il contenitore futuro de “La Cosa” che in Italia ancora non c’è dovrebbe essere coraggioso e inclusivo, considerando le diverse competenze, gli errori e la storia di ciascuno. E dunque non potrà prescindere da contributi intellettuali importanti, neppure da personaggi discussi come Massimo D’Alema.

E’ questa l’analisi di Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta che nel giro di un anno ha pubblicato due libri ad alta valenza sociale: “I panni sporchi della sinistra” (con Ferruccio Pinotti, per Chiarelettere, per mesi in cima alle classifiche) e “Calcio, carogne e gattopardi”, pamphlet autoprodotto che suscita un interesse crescente nel pubblico e nella critica. In un incontro tenutosi il 2 dicembre a Modena, nel palazzo storico che si affaccia sulla torre Ghirlandina, l’autore ha presentato l’ultima opera assieme a Michele De Lucia, voce storica di Radioradicale e tra i primi giornalisti a denunciare la degenerazione della sinistra italiana e gliaccordi occulti con “l’avversario” Silvio Berlusconi: nel libro “Il Baratto” (Kaos, 2008) e “Il Berluschino”(Kaos), fresco di pubblicazione e incentrato sulla figura del premier Matteo Renzi. La serata ha visto la partecipazione attiva del pubblico e del variegato parterre de roi: daLegambiente a Libertà e Giustizia, dal segretario modenese di Sel Gianni Monaco all’economista Emilio Costantini, ex analista della Cbs a Sydney. A margine dell’incontro Santachiara, noto per aver scoperto nel 2011 il primo caso di legami tra la mafia e il Pd di governo al nord, si è soffermato sul dibattito in corso relativo alle questioni socio-economiche di un Paese in crisi permanente.

Nei giorni scorsi aveva commentato la “svolta keynesiana” di Massimo D’Alema, a seguito diun’intervista concessa al Corriere della Sera in cui l’ex premier proponeva di ripartire dagli investimenti pubblici e di abolire il gap fiscale tra i paesi dell’Unione europea. Pur sottolineando il ripensamento tardivo e l’autocritica “poco approfondita” sui danni cagionati dai governi di centrosinistra, Santachiara ha apprezzato lo sforzo eterodosso con il quale D’Alema ha inteso sfidare i dogmi dell’austerity e del liberismo imposti dalle Tecnocrazie:

“Una voce autorevole si frappone al percorso di continuità gattopardesca che unisce in un simbolico fil rouge i premier Monti, Letta e Renzi, non legittimati dalle elezioni politiche. In particolare – ha continuato – questo governo di maschere procede come un caterpillar di stampo “thatcheriano”, sostenuto da poteri finanziari italiani e internazionali, nell’opera di smantellamento delle reti pubbliche sfuggite alle svendite passate, del sistema di welfare e di diritti del lavoro. La china discendente impoverirà altri gruppi della classe media e getterà nella disperazione le fasce deboli, alle prese con minori protezioni sociali e, malgrado la fase recessiva, con la crescita di tariffe dei meno efficienti servizi locali per effetto degli oligopoli di società miste pubblico-privato che sublimano la rendita finanziaria. Il tutto è abilmente dissimulato dalla tecnica della “light, ordinary and shock disinformation”: i media sono corresponsabili della deriva a-democratica renziana con i suoi frutti avvelenati del disimpegno civile e dell’astensionismo elettorale, non solo per l’occultamento di notizie fondamentali quali i reali effetti dei trattati europei che hanno reso l’Italia schiava dei Patti di stabilità e dei relativi costi esiziali della cosiddetta “austerity”, ma anche perchè hanno adoperato scandali di mafia e corruzione, presenti sia nel pubblico che nel privato e naturalmente da debellare, al fine implicito di destrutturare comparti e servizi statuali”.

Massimo D’Alema, che di alcune campagne è stato vittima negli anni passati, ha citato ad esempio proprio Thomas Piketty e Mariana Mazzucato, autori dei bestseller “Il Capitale del XXI secolo”(Bompiani) e “Lo Stato innovatore”(Laterza), i quali, secondo Santachiara, dovrebbero essere i principali cardini nell’orizzonte della nuova sinistra.

Il giornalista d’inchiesta rilegge “le tesi di Francois Mitterrand sui due socialismi: l’uno solidale e l’altro creatore di avanzamento sociale. In questo solco di grande ispirazione progettuale (esulando dunque dal giudizio complessivo sul presidente Mitterrand, nella misura dei rapporti tra partiti di sinistra e della retromarcia dopo il promettente avvio all’Eliseo in tema di nazionalizzazioni e sostegno ai lavoratori) vanno inquadrate le politiche redistributive che Piketty vorrebbe dispiegare attraverso la leva fiscale progressiva e qualitativa contro le rendite. Lo studio del filosofo ed economista francese è importante – sottolinea Santachiara – ma necessita di un lavoro complementare poiché in ogni squadra, se vogliamo usare una metafora semplice, la fase della difesa e del contropiede andrebbe sempre associata a quella dell’attacco. All’impegno di tipo fiscale per ridurre le sperequazioni di patrimoni e redditi nel mercato attuale, è quindi fondamentale associare le policy postulate dalla professoressa Mariana Mazzucato sullo Stato innovatore, un sistema pubblico capace di sospingere, e di disegnare ex novo, settori economici che migliorino la qualità della società e dell’ambiente, investendo in modo lungimirante e coraggioso. Non a caso Mazzucato fa riferimento agli insegnamenti di John Maynard Keynes sulla domanda e la necessità di aumentare la spesa sociale, ma anche alle teorie di Joseph Schumpeter sul risk”.

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Stefano Santachiara ha ricordato un altro dibattito cui aveva assistito pochi giorni prima sempre in Emilia Romagna, regione che grazie al pragmatismo riformista del Pci seppe costruire un sistema di welfare d’avanguardia. Al teatro Ariosto di Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna “La Repubblica delle idee” Mazzucato ha dialogato col direttore di Repubblica Ezio Mauro esponendo “dati empirici e concetti in grado di rovesciare la prospettiva da un punto di vista economico e innanzitutto culturale”.

Il percorso di comprensione e diffusione delle idee che ha affascinato il pubblico, secondo l’autore de “I panni sporchi della sinistra”, rappresenta un simbolico feedback, trattandosi della “risposta implicita all’invito rivolto da Piketty agli accademici: saper interagire con gli studenti-cittadini estendendo l’orizzonte dei programmi didattici in una reciproca emancipazione, contaminazione e scoperta”.

All’incontro di Reggio era presente in platea anche il segretario della Fiom e probabile futuro leader di sinistra Maurizio Landini: “Peccato che si tratti di concetti che non esistono – ha detto Landini – semplicemente sono estranei ai politici italiani”. Il commento di Santachiara sul blog è significativo:

”Sarà. Forse è proprio da idee emancipate e ambiziose, come il “siate realisti, chiedete l’impossibile” degli anni ’70 o se si vuole il più moderno e politically correct “stay hungry, stay foolish”, che il progetto progressista dovrebbe ripartire nella parte resiliente e inclusiva che non si è perduta nelle strade del carrierismo, dell’isolato snobismo o della miope divisione come in questo ventennio d’involuzione culturale della sinistra italiana”.

Movimenti, sindacati, partiti, intellettuali come Mazzucato e Piketty, saranno in grado di unire le complementari forze?

(Annalisa Rossi)

http://www.newspedia.it/stefano-santachiara-sinistra-riparta-da-piketty-e-mazzucato/
L’articolo è stato ripreso anche da http://www.scenariglobali.it/politica/745-stefano-santachiara-sinistra-riparta-da-piketty-e-mazzucato.html

Mazzucato, la forza delle idee al servizio del progresso della società

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Non sono solito utilizzare il blog per scrivere articoli. Per quelli sarebbe necessario tornare a vivere un giornale, sentire il ticchettio delle redazioni e il profumo della carta stampata, l’odore della strada, la collaborazione con gli inquirenti, l’incedere dello scoop. Che senso potrebbe avere riprendere ogni giorno notizie pur interessanti diffuse da agenzie, siti d’informazione, tv e quotidiani? Credo alla regola un po’ introversa e pragmatica che recita: “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia”. Sic rebus stantibus, possono bastare gli incontri pubblici e i social forum per far circolare informazioni nuove e spunti di riflessione di utilità collettiva che pratichino un foro nel muro di gomma mediatico e nell’oscurantismo ai danni di intellettuali (storici, economisti, giornalisti) disallineati. Non sarebbe neppure sincero pubblicare pensieri quotidiani, trovando a forza un argomento al giorno purchessìa: le cose, prima di raccontarle, occorre sentirle. Sono però necessarie alcune eccezioni, in presenza di occasioni “rivoluzionarie” che per forza progettuale e partecipazione democratica sviluppano un processo cognitivo attraverso comunità, movimenti e Politica. Uno di questi momenti si è rivelato il dibattito di sabato al teatro Ariosto di Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna “Repubblica delle idee”, un confronto senza filtro tra il direttore del quotidiano Ezio Mauro e la professoressa Mariana Mazzucato, economista inglese di origini italiane che insegna all’Università del Sussex. L’autrice del libro Lo stato innovatore (Laterza) ha esposto con intelligenza e coraggio dati empirici e concetti in grado di rovesciare la prospettiva da un punto di vista economico e innanzitutto culturale: Mazzucato ha postulato policy keynesiane innovative nelle quali lo Stato è lungimirante propulsore dell’economia nei settori qualificanti per il progresso reale della società e dell’ambiente. Il pubblico in platea ne è rimasto affascinato, coinvolto nel percorso di comprensione e diffusione delle idee che risulta la risposta implicita all’invito rivolto da Piketty (“Il Capitale del XXI”) agli accademici: saper interagire con gli studenti-cittadini estendendo l’orizzonte dei programmi didattici in una reciproca emancipazione, contaminazione e scoperta. Lo stesso direttore di Repubblica Ezio Mauro si è trovato (costretto dal sorprendente dibattito?) ad esprimere posizioni più progressiste rispetto alla linea del suo quotidiano e in generale del circuito politico-mediatico italiano, subalterno da molti anni all’esiziale austerity e al pensiero neoclassico delle tecnocrazie europee; solco in cui si inserisce la geometrica potenza distruttiva del “thatcheriano” governo Renzi sostenuto dai poteri forti, già all’opera nello smantellamento del welfare e dei diritti del lavoro tramite privatizzazioni, tagli sociali ed effetti del Jobs Act, il tutto abilmente dissimulato attraverso la tecnica della “light, ordinary and shock disinformation”.

Partiamo dunque dallo streaming on Twitter che ho realizzato sabato sera malgrado la difficoltà di connessione Internet, deciso sul momento al teatro Ariosto. Il padrone di casa Ezio Mauro ricorda come prima le disuguaglianze venissero “coperte da un insieme di cui facevano parte uomini e donne uniti da un orizzonte di crescita e sviluppo, una società dove funzionavano gli ammortizzatori sociali e si era dinanzi a un mercato del lavoro dinamico” mentre “adesso lo spread tra i ricchi e poveri è diventato lo spread tra i garantiti e gli esclusi. Ci sono persone che non trovano un lavoro ben oltre i 30 anni o altri che escono dal mercato del lavoro a 50-55 anni e scoprono che un impiego non possono trovarlo più. Ci sono pezzi di società che stanno naufragando nella crisi. E la democrazia non può permettersi l’esclusione. E’ la prima volta che ci troviamo di fronte a questa situazione”. Mariana Mazzuccato centra subito il punto della manipolazione lessicale attuata dai ceti dominanti in questi anni: ”Piano piano la parola pubblico è stata distrutta. A me non piace quando si parla di ‘esclusi’. E questo perché lascia immaginare un processo di redistribuzione delle risorse che lo determina”. Mauro, ricordando che in Italia “negli ultimi venti anni le disuguaglianze sono aumentate moltissimo a causa della politica”, rispolvera l’espressione cara a Rossana Rossanda del “trentennio glorioso” in riferimento alle conquiste sociali arrivate negli anni 70 dopo lunghe lotte di movimenti civili, sindacati e partiti di sinistra, sul modello Beveridge di welfare inglese e delle altre socialdemocrazie europee. Una svolta importante, perlomeno “lessicale”, come quelle di autorevoli esponenti del centrosinistra quali Prodi e D’Alema, che in recenti interviste hanno chiesto, tardivamente, di tornare a politiche anticicliche di impronta keynesiana. Il presidente della fondazione Italianieuropei ha aggiunto la necessità di eliminare differenze fiscali tra i paesi Ue https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/11/29/dalema-svolta-keynesiana-fuori-tempo-massimo/

Sul tema della detassazione fiscale, invocata costantemente e in varie forme in cambio di una netta riduzione di spesa pubblica, la Mazzucato chiarisce: ”La spinta che veramente traina l’investimento non sono i costi, ma se l’investimento viene fatto dove si è intravista una forte crescita futura. Ecco la grande domanda che dovrebbero porsi i politici: cosa crea queste nuove opportunità? Sono stati gli investimenti strategici, pubblici, ben mirati e con una visione quelli che hanno prodotto risultati”. E queste politiche anticicliche non dovrebbero essere rimedi congiunturali in fasi recessive, ma il meridiano di Greenwich di una visione di ampio respiro: ”Negli Stati Uniti la capital gain tax è scesa del 50% in 10 anni, però gli investimenti in Silicon valley non dipesero dalle tasse, ma dalle aspettative future”. Oggi “non c’è più coraggio, una missione da parte dello Stato. Ma anche quando avviene come negli Usa è poco visionario: tutto quello che è stile di vita, trattamenti diagnostici, consta di pochissima ricerca perchè si lavora nel mercato definito dall’industria, invece di ammettere che il mercato deve essere il risultato di un’interazione tra diversi attori, che devono possedere un ampio sguardo, soprattutto lo Stato proprio perchè non deve solo pensare al profitto”. E sempre a proposito della qualità delle imposte e della spesa pubblica, l’economista inglese fornisce un altro esempio: ”Glaxo chiede la detassazione dei profitti da brevetto quando invece occorre investire in ricerca statuale”. A Mauro che cita il “carrozzone dell’Iri” e ricorda come la interlocutrice “chieda allo Stato italiano di diventare innovatore, imprenditore, cosa che non ha mai fatto”, la Mazzucato risponde: “L’Iri, quando era pubblica, aveva manager esperti visionari e indipendenti dalla politica. Adesso stiamo distruggendo il pubblico, non va bene. Ora chi vuole andare a lavorare per lo Stato? Negli Usa ci sono i premi Nobel che lo fanno”. Il direttore di Repubblica a questo punto condivide: “Svalutare lo Stato concettualmente e culturalmente significa preparare la strada per un suo intervento non attivo”. La scrittrice prosegue nella sua analisi: ”La grande domanda che dovrebbero farsi i governi è individuare nuove aree di intervento. Per esempio l’ambiente, la questione demografica. Pensiamo alla Fiat che investe nell’ibrido negli Stati Uniti ma non in Italia. E invece le partnership tra pubblico e privato devono essere simbiotiche. Dobbiamo dividere i rischi e poi dividere anche i ricavi. Oggi i profitti sono alti ma gli investimenti sono bassi”. Un altro esempio, stavolta british: ”Il governo inglese aveva appaltato il sito ad un privato, divenne costoso e poco seguito. In seguito è tornato sui suoi passi affidandolo alla Bbc, è diventato innovativo, molto cool”.

Mauro si lancia contro l’austerity: “C’è anche la politica del rigore ma i tagli alla spesa non produrranno benefici, rischiano piuttosto di indebolire la parte più povera della popolazione”. Mazzucato: “Negli ultimi 20 anni in Italia non c’è stato un aumento di ricerca e sviluppo, così come non è aumentata la produttività. Prima della crisi il debito italiano era più basso di quello tedesco, il problema è quindi il rapporto tra debito e pil che invece non cresce”. E ancora, sulla concezione di fondo: ”Non bisogna soltanto socializzare il rischio, come lo Stato fa in Silicon valley, o in Brasile e Cina, ma anche socializzare i ricavi. Abbiamo fatto finta che i veri rischiatori fossero solo le imprese mentre lo Stato è solo “de-risking” ma anche questa è una parola bruttissima: tolto il rischio. No, si è preso il rischio!”. Quanto al Jobs act di Renzi “cambieranno fattori intorno alle diseguaglianza ma non aumenteranno certo gli investimenti. Era davvero un problema per l’Italia l’articolo 18? Anche statisticamente non è un impedimento: dato che scattava solo per le imprese sopra i 15 lavoratori, fino a queste modifiche avremmo dovuto vedere moltissime imprese in Italia con 12-13 lavoratori. La statistica è intorno a 3-4 lavoratori. Quindi, prima di fare queste “riforme”, bisognerebbe guardare i numeri, invece questi cambiamenti sono solo ideologici”. Mauro annuisce: “Noi adesso accettiamo che i diritti che nascono dal lavoro siano comprimibili. Come se questi diritti conquistati nei decenni non facciano parte della cifra stessa della nostra democrazia, di cui usufruiamo tutti. E su questo il leader della sinistra ha detto ben poco”. Il direttore di Repubblica conclude con l’ultimo screenshot: ”Il comunismo ha fallito ma oggi economisti avvertiti criticano il capitalismo”. La Mazzucato chiarisce ancora che “la concezione del mercato è da ripensare. Ad esempio: nelle telecomunicazioni il numero uno oggi è Huawei. Il mercato nasce dallo Stato, è il risultato di ciò che noi scegliamo”.
Le selezionate cronache di Repubblica riportano il commento finale del segretario della Fiom Maurizio Landini all’uscita del teatro: “Ne penso bene, certo. Peccato che si tratti di concetti che non esistono. Semplicemente sono estranei ai politici italiani”. Sarà. Forse è proprio da idee emancipate e ambiziose, come il “siate realisti, chiedete l’impossibile” degli anni ’70 o se si vuole il più moderno e politically correct “stay hungry, stay foolish”, che il progetto progressista dovrebbe ripartire nella parte resiliente e inclusiva che non si è perduta per le strade del carrierismo, dell’isolato snobismo o della miope divisione di questo ventennio d’involuzione culturale della sinistra italiana.

Potere, sinistra e media: la “shock disinformation” che sdogana il peggiorismo

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Coloro i quali, per formazione culturale o predispozione, non appartengono alla categoria degli economisti che primeggiano nei media generalisti, nelle università e nei consessi esclusivi – talvolta contemporaneamente – potranno rilevare la particolare natura dei progetti di Matteo Renzi e le sofisticate tecniche di comunicazione di massa con cui si stanno dispiegando. Non possedendo il completo ventaglio di elementi per una valutazione approfondita delle infinite variabili insite nelle politiche economiche e monetarie, consiglio la lettura di studiosi di ogni orientamento per accrescere la propria consapevolezza. Credo però che ognuno debba infischiarsene della conditio sine qua non degli addetti ai lavori e possa contribuire al dibattito condividendo il proprio patrimonio di competenze, siano essere storiche, giuridiche, scientifiche o umanistiche. Sotto l’aspetto dell’informazione il veteroblairismo del giovine premier, terzo esemplare della tecnocrazia priva di legittimazione elettorale, è abilmente occultato sotto una miscela pirotecnica di annunci, finte provocazioni, specchietti per le allodole. Soltanto analizzando questa sfera fondamentale è possibile sviluppare un ragionamento compiuto sul vero obbiettivo di questa nuova generazione della politica con la p minuscola, la cui debolezza rispetto al potere economico affonda le radici nella mutazione antropologica e culturale, oltrechè di etica civile, della sinistra italiana. Cercheremo dunque di far emergere l’inaccessibile chiave di volta di tale strategia multilevel “light, ordinary and shock disinformation”, propedeutica allo “sdoganamento del peggiorismo”. Con la seconda locuzione intendo riferirmi al pensiero di Achille Occhetto, che di recente ha descritto l’attuale Pd come l’alchimia tra il “peggio delle tradizioni della Dc e del Pci”.
Il filosofo Salvatore Veca coniò il termine migliorista per descrivere la corrente comunista che non cercava di abbattere il capitalismo con la violenza ma di migliorarlo, quella di Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano, un’area che negli anni ’80, al contrario, ha esemplificato la degenerazione morale della sinistra: collaterale al corrotto Psi di Craxi, finanziata tramite il settimanale Il Moderno dalle società del piduista Berlusconi. Lo scopo che si prefiggevano ontologicamente i miglioristi si era invece realizzato nel periodo di massimo sviluppo economico del Paese, negli anni ’70, in virtù del compromesso storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, ma prima ancora per effetto della leale collaborazione tra il predecessore Luigi Longo e il presidente dell’Eni Enrico Mattei, vero pioniere della pubblica innovazione e della crescita sistemica nazionale. Tra molte ombre e vizi endemici (clientelismo, familismo amorale, malaffare e sprechi a livello politico-amministrativo) lo Stato italiano seppe declinare in senso progressista la propria rivoluzione industriale, sospinto da diverse istanze, soprattutto la presa di coscienza giovanile nel 1968 e la crescita elettorale del Pci. In questo senso ci soccorre la ricostruzione di Noam Chomsky in Sistemi di potere (Ponte alle Grazie, 2013), nella misura in cui, secondo il linguista e politologo americano, le spinte endogene delle forze migliori della società favorirono il New Deal di Roosevelt. Malgrado le differenze di condizioni economiche e storico-culturali di un popolo che ha conosciuto tardive unificazione, alfabetizzazione e democratizzazione, nell’ Italia del boom hanno avuto un ruolo analogo le forze sindacali, il movimentismo studentesco, il femminismo, i partiti di sinistra e alcuni intellettuali d’avanguardia. Il risultato di questo combinato disposto con la nuova coscienza delle classi lavoratrici, solidificatosi non senza difficili mediazioni tra i diversi strati della politica e dell’imprenditoria illuminata, è stato appunto il progresso sociale: l’obbligo scolastico fino a 14 anni, i diritti civili, il Servizio sanitario nazionale, l’evoluzione del Diritto finalmente depurato da disparità di genere, lo Statuto dei lavoratori e la Scala mobile, il meccanismo di automatico adeguamento dei salari all’inflazione abbattuto dal Pentapartito dei governi Craxi e Amato, che ora il presidente Usa Barack Obama sta introducendo in alcune categorie del pubblico impiego. Il sistema italiano di tutele, in vigore nelle nazioni più progredite, si inserisce nel solco costituzionale dei diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione qualificata e all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Non a caso incarna il male assoluto per le forze delle reazione, non solo in ambito culturale e dunque di stampo clerico-fascista, ma soprattutto per il potere economico-finanziario. Lo scatto in avanti per il bene comune assume ancor più valore nel contesto storico in cui è maturato: l’emancipazione dell’Europa dallo strapotere degli Stati Uniti, tornati al 25% della ricchezza mondiale come negli anni ’20, e dunque indotti dal governo Nixon a svincolare le riserve auree dall’emissione del dollaro, il cui valore era legato fino al 1971 a quello dell’oro, e nei due anni successivi ad un rapporto di cambio fisso con tutte le valute mondiali; nella sfera geopolitica il gendarme del mondo, reduce da insuccessi politici e militari a Cuba e in Vietnam, fresco complice del golpe de estado del generale Augusto Pinochet in Cile, osservava con crescente preoccupazione, come d’altra parte l’Unione sovietica, l’anomalia italiana condizionata dall’unico partito “comunista democratico” che viaggiava oltre il 30% dei consensi, nel crocevia mediterraneo tra i blocchi della guerra fredda anche per lo snodo con il mondo arabo. Dal 1969 il nostro Paese è stato ostaggio della strategia della tensione, di terrorismi e mafie legati anche a poteri politico-istituzionali-militari dalle origini indefinite, opportunamente dimenticati dalla grande stampa che li banalizza ancora sbrigativamente come “deviati” (consiglio la lettura dei libri di Paolo Cucchiarelli “La strage di piazza Fontana” e di Stefania Limiti “Il doppio livello”), dunque è incapace di restituire giustizia e verità alle sue vittime. Per comprendere i meccanismi di selezione della classe dirigente italiana valga un esempio per tutti. Giorgio Napolitano fu accreditato come primo dirigente del Pci a tenere university lectures negli Stati Uniti, il viaggio fu concordato nel febbraio 1978 e si svolse durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro. Al netto di quello che la nuova verità giudiziaria potrà accertare e delle dichiarazioni su presunte responsabilità dei defunti Andreotti e Cossiga da parte del giudice Ferdinando Imposimato che si era occupato del caso, si può concordare che ci trovammo nella condizione di un vero e proprio colpo di Stato, dopo diversi altri falliti o inscenati per indurre i governi a svolte autoritarie. Il rapimento del presidente della Dc che già era scampato 4 anni prima alla strage del treno Italicus per un provvidenziale contrattempo, è stato eseguito dalle Brigate Rosse con una “geometrica potenza” tale da venire considerata dagli osservatori come parte di un piano noto alle Intelligence di mezzo mondo, quantomeno non ostacolato a livelli molto più alti. A ‘Re Giorgio’ non si può imputare null’altro che una questione di opportunità per la scelta, fortemente simbolica, di non rientrare in Italia in quei giorni terribili. Di certo la sua ascesa è inarrestabile: da ex burocrate favorevole persino all’invasione dell’Ungheria ad ambasciatore del Pci nel mondo, Napolitano salì alla presidenza della Camera sotto le bombe di Milano e Roma nel biennio nero della trattativa Stato-mafia e di Tangentopoli, poi si è trasferito al Viminale nel primo governo Prodi, dichiarando alla vigilia dell’insediamento di non avere alcuna intenzione “di aprire armadi”. Superfluo dunque ricordare, nel due mandati al Colle, le affinità del capo dello Stato con Berlusconi, fenomeno che come ogni raider politico di successo è stato prima sostenuto convintamente dai poteri forti e poi in parte scaricato, e il nodo gordiano delle prassi anomale di King George rispetto alle prerogative costituzionali. Nel 2001 Henry Kissinger confermerà in una pubblica cerimonia quanto i media conoscevano ma hanno sempre ignorato: ”Napolitano is my favourite communist”.
Con la scomparsa di condottieri come Moro e Berlinguer l’involuzione della sinistra, della politica italiana e della società ha subìto un’ impressionante accelerazione. I keynesiani forniscono una chiave di lettura importante sul “divorzio” tra ministero del Tesoro e Bankitalia. Nel 1981, per volere del governatore Carlo Azeglio Ciampi e del ministro Beniamino Andreatta, mentore di Prodi, Enrico Letta e tuttora stella polare di Renzi, la banca centrale non potè più presentarsi come acquirente di prima istanza di Bot e Cct, consentendo agli istituti di credito di stabilire il prezzo del rendimento dei titoli di Stato, ovvero tassi d’interesse favorevoli per i loro bilanci e dannosi per i conti pubblici, in modo esponenziale e permanente. Il mutamento ha prodotto una buona fetta dell’indebitamento dello Stato italiano, soggetto inoltre, sempre per la mancata protezione di Bankitalia, all’assalto degli speculatori stranieri che nel 1992 costrinsero l’Italia a svalutare uscendo dal sistema monetario europeo. La direzione unilateralmente intrapresa, quella della perdita di sovranità monetaria, risale al 1979 con l’adesione acritica allo Sme (ad eccezione di Napolitano, che all’epoca prefigurò il rischio di una regia germanocentrica) e all’Ecu, la moneta virtuale embrione dell’Euro, e passa per apposite riforme strutturali dei governi tecnici e di centrosinistra. Il professor Romano Prodi, tuttora celebrato come salvatore della patria e iconizzato dal leader della minoranza della sedicente sinistra del Pd, Pippo Civati, si era già distinto negli anni ’80 come dominus dell’Iri e manager preposto alla cessione di comparti significativi: Italsider fu venduta ai Riva previo creazione di una bad company per scaricare sulla collettività i debiti pregressi dell’acciaieria, l’agroalimentare Sme alla Cir di Carlo De Benedetti, Cirio finì nelle grinfie del finanziere Sergio Cragnotti, la casa automobilistica Alfa Romeo fagocitata dall’onnipotente Fiat. La nuova tornata, due lustri dopo, ha visto il passaggio di Autostrade alla holding della famiglia Benetton, la Telecom controllata prima dalla Ifi degli Agnelli e poi, sotto il governo D’Alema, scalata a debito dai capitani coraggiosi Roberto Colannino e Chicco Gnutti con il concorso esterno del superconsulente Gianni Consorte di Unipol. Si tratta di uno scenario nemmeno immaginabile nelle altre nazioni europee, sia a guida socialista che conservatrice: gli Stati non aderenti all’euro governano l’economia con banche centrali autonome, svalutano la moneta per favorire le esportazioni, sono privi di vincoli rispetto al debito pubblico e al disavanzo annuale, che sempre secondo i keynesiani rappresenta un fattore di salubrità per una comunità. Secondo questa concezione, se il denaro non viene adoperato dai governi per ridurre il deficit ma speso per investimenti cresce la ricchezza privata dei cittadini e delle imprese. All’interno dell’eurozona inoltre nessun governo si è mai sognato di privatizzare asset nazionali. Ancora nel 2007 l’ Italia partoriva nuovi progetti che restano blindati sul tavolo delle riforme auspicabili, l’allora vicesegretario del Pd Enrico Letta difatti invocava la cessione di quote di “Enel, Eni e Finmeccanica”. Persino gli Usa, che pure hanno una concezione anti-solidaristica dell’amministrazione, sono spesso ricorsi al protezionismo con dazi doganali ad hoc, hanno sviluppato politiche economiche statali con la leva della banca centrale e per effetto di una forte vocazione imperialista, sebbene oggi la perfetta macchina militare, a causa dell’indebolimento del dollaro e del debito pubblico nei confronti di Giappone e Cina, non riesca più ad assicurare l’assoluto dominio nelle aree ad alta intensità energetica nel Sudamerica e nel Medio Oriente. La ricerca e l’innovazione promossa dalla Casa Bianca favorisce da sempre le start up incarnando lo spirito non già del miracolo americano ma di qualsiasi realtà evoluta, che concepisce lo Stato come reale timone che alimenta, in costante confronto con la società civile, la propria Weltanschauung, elaborando progetti che possano fornire alternative e competizione vera, antidoto agli oligopoli. Al contrario un Paese senza sovranità monetaria e guida Politica come l’Italia, in balia delle disposizioni cogenti della troika, proseguirà con gli aumenti di imposizione fiscale e i tagli di risorse pubbliche in una spirale che riduce i consumi e le produzioni toccando vette di disoccupazione e pauperismo.
Onde evitare il dibattito vero, ossia fino a che punto la pubblica amministrazione debba spingersi nell’economia, i media autoctoni agitano lo spettro del debito pubblico dimenticando che si tratta di un male comune a potenze come gli Usa e il Giappone, e suggerendo per l’Italia “derubata e colpita al cuore” palliativi da malato terminale. La lotta agli sprechi e all’ evasione fiscale, alla corruzione e alle mafie darebbe certamente risultati tangibili ove ci fosse la volontà politica finora mancata: una efficace gestione dei beni confiscati che troppo spesso ritornano nelle mani dei boss, l’assenza del reato di autoriciclaggio introdotto nelle scorse settimane persino nella Repubblica di San Marino; la corruzione tra privati e il traffico d’influenze previsti dalla legge Severino sono reati non perseguibili poiché con pene da 1 a 3 anni non consentono intercettazioni, il falso in bilancio e l’abuso d’ufficio restano depenalizzati, reati ambientali e abusi edilizi si risolvono con semplici oblazioni, per la frode fiscale non si finisce in carcere neppure se reo-confessi di ruberie miliardarie. Il problema è che questa discussione nell’alveo dell’ indignazione mediatica e delle dichiarazioni d’intenti politiche non ha mai prodotto risultati per evidenti molteplici interessi, non soltanto le collusioni mafiose e le lobby parlamentari di indagati e avvocati, ma per ragioni storiche più profonde: le quattro organizzazioni criminali sono cresciute negli anni grazie a quelle cointeressenze affaristiche e strategiche. Su piani diversi ma con una logica non dissimile, certamente aggravata dalla deriva morale del berlusconismo, è spiegabile l’inerzia della classe politica, talvolta anche dopo l’intervento della magistratura, rispetto agli sperperi (vitalizi d’oro, consulenze dorate, stipendi record) relativi a cricche burocratiche che non sono sottoposte a spoil system, al clientelismo demeritocratico e ai fiumi di denaro legati a fenomeni di corruzione sempre più ingegnerizzati.
Naturalmente è sacrosanto insistere nelle denunce di ogni commistione, immoralità e reato, nell’impegno civico per l’educazione alla legalità, ma da tempo si sarebbero dovute affrontare le ragioni essenziali della crisi italiana. Roberto Saviano ha lanciato la consueta evergreen question per consentire a Renzi di fornire pronte promesse law and order, ma perlomeno non si è spinto oltre. Sul Corriere della Sera del 3 marzo 2014, in un editoriale intitolato “Le cause politiche della descrescita”, Ernesto Galli della Loggia si sofferma su quelle che considera le conseguenze negative molto importanti: ”L’espansione caotica e costosa dello Stato sociale, i sussidi indiscriminati alle imprese, il peggioramento della qualità dell’istruzione e della Pubblica amministrazione a causa di concessioni permissiviste dall’alto e pansindacalismi e agitazioni democraticiste dal basso (…)”.Additare l’eccesso di spesa sociale come causa dell’indebitamento pubblico è un esercizio di disonestà intellettuale se si evita di riferirsi ai fenomeni corruttivi, alle svendite di comparti fondamentali, agli alti tassi d’interesse dei titoli di Stato che le banche private hanno sfruttato dagli anni ’80. E soprattutto alla stretta dei vincoli europei. Basti considerare le conseguenze nefaste del pareggio in bilancio, introdotto in Costituzione nel luglio 2012, in sordina e con voto bipartisan dunque, senza neppure dover manomettere l’articolo 138 della suprema Carta. Si tratta del fiscal compact, che per riportare il debito pubblico italiano al 60% del Pil si manifesta come un cappio al collo da 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi venti. Ergo, volenti o nolenti, i governi non potranno favorire lo sviluppo attraverso riduzioni fiscali del costo del lavoro e incentivi che Confindustria e le altre associazioni di categoria continuano a chiedere, concentrandosi sulla macelleria sociale. In sostanza, la subalternità culturale della classe dirigente italiana, e il centrosinistra mutato antropologicamente più ancora del pregiudicato Berlusconi, continuerà a seguire pedissequamente i diktat della grande finanza che non ha più una sede ma è internazionale. I proclami per l’uscita dall’euro, un pass-through le cui conseguenze negative sui movimenti di capitali e sui salari in relazione al nuovo tasso di cambio sono oggetto di complessi studi scientifici, favoriranno le ali nazionaliste dello scacchiere europeo ma rappresentano vacua retorica. I componenti della troika, ossia Fmi, Commissione Europea e Bce, parimenti al Consiglio d’Europa, sono costituiti da tecnocrati nominati dai governi, personalità di grande competenza ma prive di legittimazione popolare, tuttavia in larga parte appartenenti alle classi dominanti, aristocrazie moderne che si confrontano presso club esclusivi per banchieri, manager, boiardi di Stato, giornalisti selezionatissimi. Nessuno invece spiega che l’unico organo democraticamente eletto, il Parlamento Ue, è privo dei poteri legislativo ed esecutivo.
Torniamo dunque al tema dell’informazione, che fino all’altro ieri non aveva mai pronunciato sulle tv e i giornali nazionali le due parole magiche, “fiscal compact”, mentre oggi c’è grande fibrillazione per il rinnovo, pressochè ininfluente, dell’europarlamento. Negli ultimi anni stampa e Pd lancia (Renzi) in resta hanno avallato i progetti tayloristi dell’ad Fiat Sergio Marchionne e continuato a ripetere ossessivamente la necessità di privatizzare reti strategiche nazionali e locali: con la perdita delle prime si impedirà qualunque policy innovativa e progressista, con gli oligopoli misti delle multiutility si sedimenterà ulteriormente il profitto finanziario in beni e servizi pubblici. Eppure i disastri provocati nell’ossatura della piccola-media impresa e in termini di sperequazioni dei redditi erano visibili molti anni prima della crisi del 2008, fatta coincidere con il crac della Lehman Brothers. Come non notare che l’abolizione dello Steagall act voluta da Bill Clinton aveva eliminato in modo criminogeno la separazione tra banche d’affari e di risparmio, aprendo il varco ai piani d’investimento a rischio che hanno rovinato milioni di risparmiatori nel vortice dei derivati, il moderno gioco d’azzardo su titoli sottostanti? Wolfang Goethe nel 1830, scriveva: ”Vuoi moneta di zecca? Ecco la banca. E se non c’è, basta scavare un po’. Coppe e collane si vendono all’asta e la carta moneta subito ammortizzata fa vergogna all’incredulo che di noi se la ride”(Mefistofele, Faust II). Onde evitare di affrontare il merito delle questioni il mainstream ha propugnato assiomi indimostrati sull’efficienza del capitalismo finanziario, assunti neppure filosofici o ideologici ma psicologici: di fronte al contrarsi di salari, diritti del lavoro, investimenti pubblici in scuola e ricerca, il mercato finanziario sarà grato e dunque si spenderà per la collettività. Neppure Adam Smith era mai giunto a sostenere tanto. Difatti qualificava i mercanti inglesi dell’età vittoriana come i “principali architetti” della politica economica, non certo disinteressati creatori di benessere. Soltanto di recente dunque, di fronte alla protesta popolare per l’impoverimento delle classi medie e all’impegno di soggetti come il M5s e di Tsipras in Grecia, l’agenda mediatica ha concesso piccoli spazi di democrazia partecipata.
L’agenda politica, secondo il parlamentare Pd Corradino Mineo intervistato oggi nella trasmissione “Un giorno da Pecora”, sarà dettata da Matteo Renzi ancora a lungo. Il terzo premier nominato senza passare dalle elezioni né da un dibattito parlamentare che motivasse la sfiducia, possiede quello spago che mancava ai predecessori Monti e Letta invisi all’opinione pubblica: ben congegnate traiettorie mediatiche lo hanno ammantato di nuovismo e decisionismo, nondimeno caricato di una buona dote di alibi preconfezionati (il Ncd di Alfano, le burocrazie eterne, la sinistra interna, ect). Ai fini dell’esito positivo della congiura di palazzo che ha destituito Enrico “stai sereno” Letta, è stata decisivo lo “scoop” nel libro di Frieadman sugli incontri informali di Napolitano per sostituire Berlusconi con Monti nell’estate del 2011. Re Giorgio, che come abbiamo visto è il garante supremo degli interessi dei poteri forti atlantici, vaticani e finanziari, si è orientato come un barometro sulle condizioni meteorologiche favorevoli a Renzi, dischiudendogli le porte di palazzo Chigi dopo una votazione democratica che in altri tempi si sarebbe definita bulgara. Sarà un caso ma la scelta di non indire nuove elezioni dopo la caduta di Berlusconi nel novembre 2011 favorì, oltre al Cavaliere al minimo storico nei sondaggi, lo stesso rampante fiorentino. Il quale ha avuto tutto il tempo di preparare la sua campagna elettorale permanente per le primarie di fine 2012 contro il segretario Bersani, arrivato all’appuntamento con le Politiche del febbraio 2013 con lo scandalo Mps sul groppone. Lo stupore minimizzatorio degli osservatori per il recente endorsement del Fmi al Jobs act di Renzi appare surreale per il risaputo orientamento liberista del premier, in prima fila nell’ostentare deferenza ai sacerdoti dell’austerity mescolati ad elogi ai padri nobili dell’Europa come De Gasperi, Altiero Spinelli e Adenauer. Domenica 2 marzo il “compagno Matteo”, per lanciare “la sfida dell’education e della cultura”, ha citato l’esempio delle banche che “finanziarono gli artisti del Rinascimento”, esempio classico di paleocapitalismo elitario anglossassone. Puro afflato filantropico, amnesia temporanea per il profitto e lo spread tra borghesia finanziaria e ceti disagiati, o riverniciatina d’immagine veteroblairiana che consentirà di rilanciare la tesi tecnocratica dominante del cut-cut-cut per “il bene delle nuove generazioni”? Renzi pronunciato questo discorso in occasione dell’ingresso nel Partito socialista europeo del Pd, descritto da alcuni osservatori più realisti del re come l’ennesima medaglia del sindaco di Firenze. Un eccesso che ha costretto il fondatore del Pds Occhetto a ricordare come il partito fosse entrato nella famiglia socialista europea sotto la sua guida. Altro aspetto significativo è il ringraziamento che Renzi, sedicente rottamatore della vecchia classe dirigente dei Ds, ha inteso tributare pubblicamente a Bersani, D’Alema e Fassino, peraltro già degnamente rappresentati nella direzione del partito e nei ruoli di sottogoverno. Che si tratti di un’abile mossa tattica nei confronti di chi sta evidentemente trattando nuovi posti di potere, poco importa. Questa somma di ragioni induce a ritenere che le supposte richieste renziane di modificare i patti di stabilità, amplificate dagli esegeti bocconiani della prima ora e dai più frizzanti presenzialisti televisivi, non rappresentino altro che banali depistaggi informativi. Nel libro scritto con Ferruccio Pinotti per Chiarelettere, I panni sporchi della sinistra, abbiamo dedicato alcune pagine all’ascesa di Renzi, all’epoca ancora sindaco di Firenze e sfidante di Bersani alla segreteria democratica. Più che sulla variopinta galassia di cantanti, sportivi e scrittori ci siamo concentrati sui sostenitori di peso: il gotha dell’industria e della finanza, compresa la galassia berlusconiana di Giorgio Gori, Flavio Briatore, Fedele Confalonieri. Prima di rendere noti i finanziatori della fondazione Big Bang era stata una cena di autofinanziamento promossa da Davide Serra, golden boy della finanza a lungo all’opposizione nel colosso Generali e ideatore dell’hedge fund Algebris Investments Ltd, a svelare gli aficionados. Alla cena erano presenti imprenditori del calibro di Claudio Costamagna, presidente di Impregilo, Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, banchieri come Flavio Valeri di Deutsche Bank e Carlo Salvatori di Lazard Italia, ex Unipol, Intesa e Unicredit. All’uscita Guido Roberto Vitale, già presidente Lazard, regalò lo screenshot: «Renzi è l’unico uomo di sinistra che non ha letto Marx e per questo è da stimare”. Non abbiamo esitato a rivelare l’occhiuta presenza del potere atlantico per il tramite di Micheal Leeden, falco repubblicano stratega dei servizi segreti, che unisce virtualmente il deus ex machina della politica italiana Giorgio Napolitano e il nuovo predestinato Matteo Renzi. Anche se c’è chi parla di viaggi transoceanici precedenti alla visita privata del sindaco di Firenze alla residenza di Berlusconi ad Arcore, Leeden si sarebbe avvicinato alla galassia renziana tramite il costruttore Marco Carrai, consigliere presso alcune ex municipalizzate che vanta buoni agganci negli Usa e in Israele, oltre che legami con l’Opus Dei. Leeden, presente alla Leopolda, pareva un fantasma per tv e stampa italiane benchè personaggio di una certa fama: trent’anni orsono, lo stimato consulente dei servizi italiani, prima di venire coinvolto (e scagionato) negli scandali Iran-contra e Niger-gate, si interessò dell’individuazione di Napolitano come l’affidabile nella fila del Pci. “I panni sporchi” ha dunque lanciato alcuni sassi nel silente stagno mediatico: scoop come la condanna alla Corte dei conti dello storico tesoriere Ds Ugo Sposetti, notizie confinate nelle cronache locali come il legame tra il luogotenente di D’Alema, l’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano, e il capomafia della Sacra Corona Unita Rosario Padovano, le vicende censurate dei procedimenti trattati da magistrati scomodi come Clementina Forleo e Desireè Digeronimo sono rimasti “pezzi unici”. Eppure sono state vendute svariate migliaia di copie e gruppi di cittadini partecipano con passione alle presentazioni, sia quelle organizzate dagli attivisti del M5S sia ai dibattiti con colleghi come Antonello Cresti del Manifesto, o con l’autore di tre libri su Mps Raffaele Ascheri, o ancora “banditi” che da anni non danno tregua alle cosche come Christian Abbondanza della Casa della legalità. Forse qualche conduttore tv e quotidiano del salotto buono lo avrà sfogliato distrattamente, ad esempio potrebbe non essere stata una coincidenza la scelta del settimanale di Repubblica, Il Venerdì, di dedicare ai rapporti tra Napolitano e il mondo anglosassone la prima pagina del 13 dicembre 2013 Link all’operazione de Il venerdì.
Il meccanismo della shock disinformation è invisibile per effetto di un’oliata dissimulazione posta su tre livelli, vere e proprie ruote dentate sincronizzate: l’occupazione della comunicazione generalista con aspetti sovrastrutturali grazie a decine di figuranti entrati talmente bene nei rispettivi ruoli da rendere perfettamente credibili gli scontri polemici; la censura e, ove questa fosse impossibile, la minimizzazione e la manipolazione delle verità scomode; al terzo livello la shock disinformation. Il piatto centrale al desco dei manovratori del Risiko comunicativo, finalizzato allo sdoganamento del peggiorismo, è il terzo livello. Citiamo ad esempio la polemica di fine 2012 tra il finanziere Davide Serra e l’allora segretario del Pd Bersani, sulla società del primo operante con “base alla Cayman” contrapposta alla nomenklatura che stava boccheggiando con lo scoppio di scandali come Mps. Il quesito che s’insinuava in lettori ed elettori non era facilmente percepibile ma poneva di fatto sulla bilancia due realtà fino a qualche anno fa, a sinistra, incompatibili: sono più abietti i paradisi fiscali, la finanza speculativa, le grandi lobby che scaleranno e poi sosterranno (american trasparency) il partito della fu sinistra o i costi esorbitanti della Casta pubblica, il voluminoso rimborso pubblico ai partiti e ai giornali che infatti Renzi propone di abolire tout court sfruttando le proposte del Movimento 5 Stelle? Lo stesso Serra, quando il mese scorso la Elettrolux ha annunciato l’intenzione di chiudere lo stabilimento friulano se non avesse dimezzato i salari, ha ribadito la concezione classica dei liberisti del capitalismo finanziario globalizzato. In un tweet, poi bacchettato da Gad Lerner, ha legittimato la sparata della multinazionale svedese definendola razionale: “Costo del lavoro per azienda e triplo dopo oneri sociali. Per salvare lavoro deve abbassare 40% stipendi”. Il messaggio della shock disinformation deve essere esplosivo per incrinare i retaggi delle conquiste sociali, anche se è lo stesso concetto che sentiamo ripetere nelle università e nella pubblicistica da un trentennio a questa parte. Privato è bello, anche se la produzione delocalizza, se l’industria si finanziarizza, se l’economia reale si trasferisce da beni e servizi a giochi borsistici e holding transazionali mentre le banche conducono il percorso inverso e perverso: prestando denaro creato dal nulla a famiglie, imprese e Stati realizzano strozzinaggio legalizzato. Quando la real competition, poiché la vera concorrenza nel mercato è fattore positivo, aggrava le condizioni dei “creatori di denaro” ecco subentrare gli aiuti della Bce e degli Stati: dopo il regalo della patrimonializzazione di Bankitalia posseduta da istituti privati che potranno vendere le quote eccedenti il 3%, ora il governatore Ignazio Visco suggerisce di creare una bad bank per rilevare i mutui subprime, i crediti difficilmente esigibili, delle banche private. Non è arduo prevedere che presto sarà la sanità pubblica a venire aggredita. Il sistema economico-finanziario promuove sottili campagne che amplificano i problemi del pubblico e occultano quelli oggettivamente maggiori dei network privati. Le catto-privatizzazioni o esternalizzazioni per interessi endogeni ed esogeni, dalla clinica locale alla multinazionale del farmaco, sono favorite dalla spending review che gli organismi internazionali impongono agli Stati, i quali a loro volta obbligano le Regioni a “razionalizzare” anche il numero dei posti letto. Dunque la difesa della sanità e degli ospedali pubblici da parte di pochi coraggiosi amministratori locali è una battaglia di civiltà.
A questo punto mi ricollego ad una tesi di Pier Paolo Pasolini, la cui visione si è dimostrata anticipatrice e neorealista, nel senso della capacità di rendere intellegibile un dato momento storico. Stiamo parlando di un intellettuale che allora incideva nella carne viva del Potere con i suoi ragionamenti profondi ed emancipati (usurpati ancora oggi, giocoforza senza citazione), scomodo poiché consentiva ai lettori del primo quotidiano italiano di sublimare concetti nobili, intrisi di grande logica e pragmaticità. Ad esempio il poeta, che pure non ha mai risparmiato sacrosanta irriverenza alle falsità clericali, considerava più pericolose le mode fintamente trasgressive e realmente nichiliste, indotte dalla società consumistica. In sostanza le critiche del ribellismo all’ipocrisia (il pubblico pudore che è il dazio pagato dal vizio alla virtù) di sinistra, sindacati o della stessa religione cristiana, in definitiva della struttura che ha idealmente valore pubblico, erano e sono utili alle forze politico-mediatiche capitaliste per inculcare modelli privi di etica civile. E’ ovviamente importante fare emergere malaffare, incoerenze e liturgie insensate per migliorare questi aspetti, gravi ma sovrastrutturali, ma lo è di più progettare una società migliore, classica o/e innovatrice, votata al bene collettivo e ambientale. Invece la geometrica potenza dei poteri forti amplifica mediante le apposite maschere politiche (panem et circenses) quegli aspetti negativi, dovuti alla natura predatoria e meschina dei singoli, con lo scopo malcelato di svilire e delegittimare i principi di uguaglianza e solidarietà da sempre nel mirino. Degli sdoganatori del peggiorismo.