Per quasi un decennio la cosca degli Arena ha riciclato e investito miliardi sporchi tra l’Emilia e il Canton Ticino grazie a una cricca di colletti bianchi con coperture persino nella magistratura svizzera. Un sistema che si pensava così intoccabile da non esitare a rompere la strategia del silenzio, facendo saltare in aria con una bomba l’Agenzia delle Entrate di Sassuolo, per poi continuare a mafiare come nulla fosse. La potente ‘ndrina di Isola di Capo Rizzuto, nota per aver organizzato i brogli elettorali in favore dell’ex senatore Pdl Nicola Di Girolamo, aveva una colonia insospettabile nella motor valley. Società di informatica, titolari giovani e incensurati, Ferrari in garage, banche amiche. I figli del boss Francesco Gentile erano i supervisori dei re Mida del riciclaggio: l’imprenditore crotonese Paolo Pelaggi, titolare della Point One spa di Maranello, e il commercialista di Lugano Sergio Pezzatti, direttore della società delle Isole Vergini dedita alla moltiplicazione dei fondi neri.
L’inchiesta della Dda di Bologna condotta dal sostituto Elisabetta Melotti (poi promossa procuratore capo di Ancona) ha portato a sette arresti e 25 indagati a vario titolo di reimpiego di proventi illeciti con la finalità di favorire la cosca Arena, bancarotta, false fatture e maxi-frodi all’erario, a banche estere, società di factoring e persino ai danni di Sky tramite vendite abusive di decoder. Pelaggi è accusato anche dell’attentato del 26 luglio 2006 all’Agenzia delle Entrate, rea di aver disposto un accertamento su 700 mila euro di credito d’Iva della Point che poi risulterà aver evaso il fisco per 94 milioni di euro in tre anni. Un’intimidazione senza precedenti che ha tolto il sonno alla capitale mondiale della ceramica: uffici pubblici sventrati nella notte da un chilo di pentrite, cinque volte più potente del tritolo, e una raccomandata l’indomani al direttore per dirsi dispiaciuto e a disposizione “se servono macchinari”.
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