Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta

Un gruppo criminale legato alla ‘ndrangheta che era in grado di seminare il terrore tra gli imprenditori e al contempo di fagocitare appalti pubblici per 2 milioni e 700 mila euro a Serramazzoni, Comune dell’Appennino modenese sciolto nel luglio scorso dopo le dimissioni della Giunta. E’ quanto emerge nell’inchiesta del pm Claudia Natalini e della Guardia di Finanza che stamattina ha portato all’arresto di Rocco Antonio Baglio, ex soggiornante obbligato di Gioia Tauro, e dei conterranei Salvatore Guarda e Marcello Limongelli. Dunque non solo la Lombardia di centrodestra, dove la settimana scorsa è finito in manette per voto di scambio l’assessore regionale alla Casa Domenico Zambetti, ma anche l’Emilia rossa subisce una penetrazione mafiosa non priva di sponde politiche. Gli inquirenti modenesi non contestano l’aggravante dell’articolo 7 ai tre arrestati per associazione a delinquere finalizzata a vari reati, dall’estorsione all’incendio alla turbata libertà degli incanti, ma sottolineano come “le metodologie utilizzate dall’organizzazione erano quelle tipiche di stampo ‘ndranghetista, particolarmente efficaci e convincenti”. Il quadro ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare è composto da uno stillicidio di episodi: dalle minacce di provocare risse nei night club che non pagavano il pizzo all’invio della testa di un capretto adagiata lungo le scale di uno studio immobiliare che aveva osato sfidare gli interessi del sistema, da otto bossoli in busta chiusa di avvertimento per uno sgarro all’incendio dell’abitazione di un costruttore.
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