Socialfemminismo tra filosofia e inchiesta, dialoghi con Sossio Giametta e Mario Carparelli

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Tricase, 8 giugno. L’associazione Meditenere e la libreria Marescritto, nel primo appuntamento della rassegna culturale Labirinti del Pensiero, organizzano presso la Chiesa dei diavoli un incontro tra Filosofia e Inchiesta. In occasione della presentazione del saggio “Socialfemminismo”, Stefano Santachiara dialoga con Sossio Giametta, autore nell’ultimo anno di “Il Dio lontano”, “I tre centauri” e “Introduzione a Nietzsche”. Modera l’incontro il filosofo Mario Carparelli, studioso di Giulio Cesare Vanini.

La crisi della nostra civiltà
Carparelli introduce alle grandi questioni che attraversano il decadimento morale e materiale dei pilastri dell’Occidente ricordando le gravi contraddizioni del capitalismo e della religione che si intrecciano nell’opera di Santachiara e nel pensiero di Giametta. Al massimo interprete di Friedrich Nietzsche, spesso indicato come colui che ha preannunciato con largo anticipo il tramonto della civiltà occidentale, Carparelli chiede di produrre una spiegazione filosofica e biologica della crisi. La risposta si dischiude a partire da tre citazioni. Giambattista Vico: “Gli uomini non possono conoscere la natura perché è fatta da Dio ma possono conoscere la storia perché è fatta dagli uomini”. Hegel: ”La filosofia è il proprio tempo appreso in pensieri”. Goethe: “Ogni individuo è un organo del suo secolo che agisce per lo più inconsapevolmente”. Giametta assume gli ultimi due concetti che conferiscono allo Zeitgest il principio attivo, “non è l’uomo che fa la storia ma è la Storia che fa l’Uomo”, per riflettere sulla profondità di Nietzsche: ”Egli aveva maturato la convinzione di essere il pensatore più indipendente e inattuale della sua epoca ma non si è reso conto che la sua filosofia era il suo tempo appreso in pensieri. In altri termini Nietzsche non è altro che attualità e storia che ha trasposto verso la Grecia arcaica ma è l’incarnazione inconsapevole della crisi, perché la crisi europea avanzata si irradiava in tutte le attività umane: nell’agorà, nella religione, nell’economia, nel diritto e quindi nella filosofia. Nietzsche passeggiava sulle colline, lungo i laghi e prendeva appunti, reputava che non fosse possibile cambiare il mondo con la politica, nel suo percorso assolutamente solitario, antipolitico, filosofico è arrivato a determinati risultati poiché per lui la logica non funzionava se non in senso antropomorfico. Ha detto che “la logica è una macchina autoaffermativa che rende pensabile quello che non lo è”. La realtà è una X, da Copernico in poi l’uomo scivola al centro verso una X, cioè la realtà è inafferrabile e inconoscibile. La logica funziona in base a cose uguali e nella natura non c’è niente di eguale. Nietzsche ha trasformato la filosofia che è contemplazione della realtà, di cui l’uomo è una parte, in moralismo, ossia in studio dell’uomo sull’uomo immerso in ciò che è altro dall’uomo. Questo è il primo dei tre aspetti che costituiscono la crisi europea che lui ha risolto in questo modo, con una rivoluzione copernicana. La verità quindi non esiste, è l’errore di cui una certa specie ha bisogno per sopravvivere. Secondo Nietzsche l’essenza dell’essere umano è quella che aveva già definito Baruch Spinoza, da lui elevato a personale precursore: “Lo sforzo di conservare ed eventualmente potenziare il proprio essere”. Qual è dunque il criterio della filosofia? “Nella sua visione, è valida quella filosofia che aiuta i forti, i grandi, i nobili della natura che vengono costantemente avversati dai mediocri del loro evo, tanti e furbi. I nobili sono destinati a soccombere anche se a mio avviso vi sono stati esempi che confutano questa prospettiva. Nel discorso del filosofo tedesco c’è la negazione della responsabilità, del libero arbitrio, l’esaltazione della dura legge naturale della sopraffazione, persino della schiavitù. Questa serie di disvalori che sono frutto delle ricerche solitarie di Nietzsche coincidono esattamente coi disvalori della crisi europea. Non si tratta tuttavia di un miracolo. Se noi infatti consideriamo che quando la crisi avanza si irradia in tutte le attività umane, ciò rappresenta una conseguenza logica”.
Articolando una riflessione sulla questione teologica, Mario Carparelli sottolinea tra le scoperte filosofiche di Sossio Giametta quella di “Nietzsche come genio religioso, un genio alla stregua di Martin Lutero” la cui magnificenza si esplica al culmine di un processo lungo cinque secoli scatenato dalla decadenza della Chiesa cattolica. Il filosofo partenopeo rende onore “ai grandi pensatori italiani che hanno cercato di sostituire Dio con la Natura e la teologia con la filosofia. A monte delle terribili guerre di religione c’è stata anche questa guerra filosofica che è stata pagata cara dagli italiani. Sono loro gli iniziatori della civiltà moderna che si distingue dal Medioevo per la ribellione nei confronti della religione e l’esaltazione della laicità e della secolarizzazione. Spinoza ha proseguito nel solco tracciato scrivendo un potente sistema geometrico che ha rovesciato addirittura l’ordine teocratico in Europa. Potete quindi immaginare gli insulti e gli attacchi subìti anche un secolo dopo la morte da parte delle autorità religiose e di quelle affini”. Si discorre di critica biblica e trattato politico-teologico tracciando il filo storico attraverso un altro eminente eretico, Ludwig Feuerbach, per il quale “non è Dio che crea l’uomo ma è l’essere umano che crea Dio attingendo alle più grandi facoltà e trasferendole al Padreterno”. Secondo Giametta il salto qualitativo, l’approdo finale all’epoca moderna si manifesta precipuamente con Nietzsche, che “a differenza di Spinoza non aveva l’ideale dell’amor Dei intellectualis e con la sua potenza poetica ha portato al calor bianco questa rivoluzione laica: ha predicato contro l’immortalità la vita caduca però ricca di senso, infinito ed eternità, ha predicato contro l’anima il corpo, di cui lo spirito è l’araldo e il compagno, ha predicato contro i cieli la terra e quindi ha compiuto questo processo di cinque secoli di eversione della religione e affermazione della religione laica”. Accanto a Giordano Bruno, si ritiene doveroso inserire l’umanista Pietro Pomponazzi, il filosofo naturalista Domenico Telesio, il domenicano Tommaso Campanella, la cui utopia pacifica quasi contempera, nelle pagine di Socialfemminismo, l’impossibile rivolta armata della comunità di frà Dolcino e Margherita. E’ d’uopo soffermarsi sul portato di Giulio Cesare Vanini, emerso negli ultimi anni grazie ai libri di Mario Carparelli http://www.crisi-philosophy.com/docenti/87-mario-carparelli.html e nel quale Giametta riconosce il tratto costitutivo del vero immanentista: “Nel Medioevo Erasmo da Rotterdam e Thomas Moore sono rimasti dentro la religione cattolica. I francesi hanno avuto una reazione scettica ma hanno mantenuto l’impianto generale della Chiesa cattolica con la scusa che l’uomo è troppo piccolo per poter giudicare. Montaigne fu il più scettico ma i seguaci non sono usciti dalla religione, non hanno retto allo spettacolo della Natura disabitata da Dio. La Francia storicamente ha tanti titoli di dote ma non può andar fiera della scommessa di Pascal: “Anche se non vediamo Dio nella natura scommettiamo e viviamo secondo i comandamenti della Chiesa, se non è vero non ci rimettiamo niente, se è vero ci guadagniamo tutto”. I grandi filosofi italiani invece sono usciti, si sono opposti alla religione venendo incarcerati e mandati al rogo. Sono loro gli eroi, i veri iniziatori dell’età moderna. Giordano Bruno si è permesso di ergersi a confronto di Gesù Cristo, in quella fase di primo Rinascimento ci fu un’ipostasi dell’uomo (la convinzione che potesse dominare la realtà intera, espressa ad esempio da Pico della Mirandola). Giulio Cesare Vanini l’ha calmierata, ha avuto questo lato di correzione nei confronti di un’esaltazione esagerata dell’uomo ma senza far parte dello scetticismo. Vanini infatti ha detto cose molto chiare e positive: è stato prima di Nietzsche il filosofo immanentista”.
A precisa domanda sull’evoluzione della crisi occidentale, Giametta fa riferimento alle intuizioni quattrocentesche di Pomponazzi, argomenti poi dispiegati ex professo da Oswald Spengler: ”Le diverse civiltà sono organismi condizionati dalle circostanze storiche e geografiche ma seguono sopra tutto una propria legge interna, secondo la quale nascono ricche di vitalità, si sviluppano e arrivano all’acme della loro potenza, dopodiché comincia la parabola discendente. Tutto quello che esiste è destinato a perire, ragion per cui i cristiani all’origine erano martirizzati dai pagani ma hanno vinto; però dopo 1500 anni questo movimento aveva realizzato tutte le sue potenzialità intrinseche. E’ una legge generale. Prendiamo il movimento artistico italiano, che è durato vari secoli: iniziato con Giotto, che conservava comunque elementi gotici, ha aperto la via; quando i movimenti sono vitali si moltiplicano e si diversificano: scuola fiorentina, scuola veneziana, umbra, ferrarese, eccetera. Così anche la Chiesa nel periodo di potenza medievale ha creato nuovi ordini (benedettini, francescani e decine di altri), come l’antica Grecia che quando è stata conquistata dai romani ha continuato a diffondersi in particolare grazie a Cicerone e Seneca, ma alla fine non aveva più valori da esportare, da rinnovare”. Dunque anche la decadenza della civiltà occidentale non è cagionata da epifenomeni come s’intende nel sentimento comune: “La corruzione non è la causa ma l’effetto della crisi. La vera fine è il compimento di tutte le cose. L’Europa aveva conquistato il mondo agendo come organismo multicefalo ma con la seconda guerra mondiale è finito il suo primato politico, quindi è inutile pensare che l’Europa possa rimettersi in piedi, è come sperare che un vecchio ridiventi giovane”.
In seguito Carparelli trasferisce la discussione sull’altra sponda atlantica, ricordando che Socialfemminismo è stato scritto mentre il popolo americano sceglieva tra Donald Trump e Hillary Clinton, considerata vincente da molti osservatori. “Quanto sarebbero cambiate le cose se le elezioni fossero andate diversamente?” La premessa dell’autore, che condivide l’impostazione di Giametta relativa alla subalternità dell’Europa rispetto agli Stati Uniti nell’Occidente capitalistico, investe lo scarso livello di partecipazione democratica e dunque le limitate facoltà di incidere dal basso sul funzionamento di un sistema che non concede reali alternative politiche :”La weltanschauung di Trump atterrisce il resto del mondo poiché intrisa di elementi di razzismo e misoginia, le sue politiche si stanno anche rivelando un condensato di demagogia spicciola e schizofrenia destabilizzante, per cui è ragionevole continuare a ritenere che Hillary Clinton sarebbe stata un problema minore per gli americani e sullo scacchiere mondiale. Tuttavia resto convinto che nella sostanza delle diseguaglianze sociali e tra i sessi sarebbe cambiato poco. Clinton ha le carte in regola per la pratica di governo, non essendo la classica first lady ma una donna che ha saputo vincere le tradizionali avversità maschiliste nel campo professionale forense arrivando a scalare la classifica degli studi legali più influenti, una donna che ha accumulato esperienza politica in autonomia. Nella sostanza delle politiche sociali però non si è mai discostata dal percorso del marito ed ex presidente Bill, espressione significativa del patriarcato capitalista americano. D’altronde, malgrado lo spauracchio di Trump, era necessario registrare il sostegno dell’Arabia Saudita e di importanti banche d’affari alla Clinton foundation, fattori che i mass media dequalificano a dettagli trascurabili. Quanto al fatto che giungeva alla candidatura sulla scia del coniuge, non va dimenticato che in occasione del caso Lewinsky aveva giurato sulla fedeltà di Bill Clinton, salvo poi perdonarlo. E anche da questo punto di vista Hillary aderisce alla morale occidentale”.

Donne di progresso
La conversazione si spande nel progresso sociale e umano donato dalle donne, ancorché cadute nell’oblio della storiografia ufficiale, o perseguitate e uccise dall’Inquisizione. Santachiara narra le femministe nei vari contesti spazio temporali: le combattenti curde di oggi, le partigiane di ieri, le tabacchine che scioperavano per i diritti al sud e le mondine al nord, le tante lotte contro lo sfruttamento. Merita di riflettere sul concetto di “proletaria del proletariato” che ha attraversato compagne come Anna Kuliscioff, Camilla Ravera e nella prima metà dell’Ottocento Flora Tristan, essenziale e incisiva antropologa sociale che analizzava criticamente i rapporti di forza. “Il marito operaio, derubato del plusvalore nel ciclo produttivo, rientra a casa e sfoga le proprie frustrazioni sulla compagna, vessata due volte: dal sistema capitalista e dall’uomo che beneficiano del suo lavoro domestico gratuito”. Santachiara distingue Tristan da scrittori coevi spesso conformisti e ignavi: “Ha pubblicato straordinarie inchieste giornalistiche sulla disumanità delle industrie inglesi e francesi, perché parlava con gli operai e non degli operai, suggeriva soluzioni sociopolitiche avanzate ma è tuttora misconosciuta dalla storiografia https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=955947484542728&id=100003824569215&hc_location=ufi Breton non potrà che omaggiare Flora Tristan, “meteora che traccia un solco scintillante nel firmamento dello spirito”.
“La civiltà occidentale, grazie alle spinte socialfemministe e alle importanti trasformazioni degli ultimi due secoli, ha infine concesso la parità formale alle donne evolvendo rispetto ad altre realtà drammatiche (si pensi alle 200 milioni di ragazze sottoposte a mutilazioni genitali, alle spose bambine in India, ai fondamentalisti islamici ma anche alle schiavizzazioni della tratta nel cuore dell’Europa) però siamo lontani dall’effettiva applicazione pratica. Ciò scaturisce da un dominio maschile senza soluzione di continuità nell’economia, nei governi e nei centri del sapere”. Carparelli definisce l’approccio di Santachiara sine ire et studio, libero da ideologie e pregiudizi nel senso più alto filosoficamente, e gli domanda quale metodo ha adottato per scrivere il saggio: ”Ho iniziato partendo dall’esperienza maturata nella cronaca giudiziaria, nella prospettiva di indagare sulle molteplici cause originarie della cultura sessista e della sopraffazione maschile che affonda le radici nel sentimento di possesso, costruzione comune a molte culture e religioni che si è andata affermando attraverso le consuetudini, poi la scrittura, i codici e le leggi. Secondo Friedrich Engels la sconfitta storica della donna fu determinata dalla prima divisione del lavoro e di accumulazione dei beni da parte dell’uomo nella fase della pastorizia. Altre ipotesi accreditano un ruolo decisivo all’avanzamento tecnico, (ad esempio secondo Gaston Bachelard la scoperta del bronzo e quindi l’uso delle armi di metallo e l’intensificazione dell’agricoltura). Tuttavia, come pure la presa d’atto di Levi Strauss sullo “scambio delle donne” da parte dei mariti che è la conseguenza dell’ancestrale senso di proprietà, queste teorie sono insufficienti a spiegare la complessità dei processi storici. Lo fa notare molto bene Simone de Beauvoir quando ricorda che il solo strumento metallico non può aver rovesciato i rapporti di forza né il determinismo economico può bastare poiché inquadra la donna alla stregua della classe lavoratrice oppressa mentre il legame di convivenza e di emotività tra i sessi non rende possibile una sopraffazione assoluta né una ribellione, un conflitto sociale per come lo conosciamo nelle categorie marxiane. I frammenti archeologici ricavati dal periodo preistorico come le statuette di Venere ritrovate a distanza di tempo e spazio e raffiguranti una sorta di Grande Madre, o i primi disegni rupestri in maggioranza femminili, non permettono di completare il mosaico ma ci inducono a riflettere su cambiamenti reali. Lasciamo da parte la suggestione bachofeniana del Matriarcato che un’evoluzione di stampo darwiniano e unilineare avrebbe provveduto a sostituire col patriarcato, tesi priva di fondamento. Valutiamo però le moderne ricerche di antropologhe quali Heide Abendroth che hanno illuminato comunità matricentriche, dove la donna è al centro del clan familiare e della vita sociale poiché le sono riconosciuti ruoli autorevoli come quello della sciamana in Oriente o della sacerdotessa nella civiltà indoeuropea. La religione è elemento cruciale perché ci aiuta a comprendere la trasformazione graduale, dal politeismo al monoteismo del Padre, padrone e Padreterno che rappresenta il tratto distintivo della cultura occidentale. E qui ritorna la modernità del pensiero di Nietzsche sulle contraddizioni della nostra civiltà: le falsità, le iniquità, l’aridità, l’incapacità di riformarsi e d’inventare un oltre. Hannah Arendt ha ripreso le categorie nietzschiane nella misura in cui discerne tra forze attive e reattive: le prime sono la libera volontà, il giudizio riflettente, l’azione plurale; le seconde sono la mera contemplazione, il lavoro alienante e l’interesse meschino. Arendt si riferiva in particolare al genio istantaneo che audacemente trascende gli schemi e crea, agli artisti che non fanno chiacchiere ma agiscono compiendo le imprese che fanno la Storia”.
Giametta: ”Hannah Arendt effettivamente ha saputo cogliere il Pensiero. D’altronde attraverso Heidegger, che con Nietzsche ha perso il duello filosofico, certamente altre intellettuali hanno avuto la possibilità di attingere alle sue grandi idee…
Santachiara: ”Le donne di progresso sono attraversate dal miglior spirito di Nietzsche, da quell’amore per l’essenza delle cose, per la difesa del lavoro, della terra e dei diritti umani che rappresentano lo sprone a superare l’insipienza indotta, gli svantaggi e tutte le asperità che scaturiscono dall’egemonia maschile e capitalista. A proposito di “agenti plurali” vorrei parlarvi di Aleksandra Kollontaj, prima ministra femminista della Storia. Dopo la Rivoluzione, in qualità di commissaria del popolo per l’assistenza sociale, era impegnata nelle campagne di alfabetizzazione nel vasto territorio russo, comprese le zone rurali dominate dal fanatismo islamico. I progetti integrati con le Zhenotdel (commissioni femminili del Pcus) hanno prodotto riforme storiche: il divorzio, la liberalizzazione dell’aborto, la parità tra coniugi, l’istituzione di mense e lavanderie pubbliche affinché si decostruisse il modello unico di famiglia e venisse ridisegnata finalmente l’atavica preassegnazione dei ruoli del maschio e della femmina in termini di cura, incombenze domestiche, tipologie lavorative. Nel volgere di un paio d’anni però Kollontaj assiste al tradimento dei principi socialisti e democratici. La ‘cuoca di Trotsky’ non ha mai avuto accesso alla stanza dei bottoni, le donne restano come gli operai ai margini rispetto alla burocrazia che in poco tempo instaura un regime totalitario. Con la tecnica del promoveatur ut amoveatur, l’ex commissaria viene spedita all’estero in qualità di ambasciatrice dell’Urss. In questa sede però vorrei focalizzarmi sull’idea che Kollontaj ha dell’amore, un fattore sociopsicologico che eleva alla dimensione pubblica, sottraendolo alla logica comune e naturalmente all’ontologia. Il rapporto di coppia nella morale cattolica e borghese è fondato sul possesso esclusivista dell’uomo e sull’ipocrisia dei rapporti extraconiugali. Nel pensiero filosofico di Kollontaj sussume la speranza che possa diffondersi un eros alato. Badate bene, non si tratta di una banale poliandria, cioè ella non pone limiti numerici e di orientamento sessuale ma il punto è un altro: l’amore risveglia in tutti noi le migliori qualità, la voglia di migliorare, sviluppa quindi la sensibilità, la comprensione, la solidarietà, la grazia poetica del reale, la meraviglia per tutto ciò che è. Secondo Kollontaj il risveglio qualitativo, questa sublimazione dell’umano quando è innamorato, non deve rivolgersi solamente alla sfera privata e bilaterale del partner ma può andare al di là di baci e carezze e arrivare alla comunità attraverso la creatività e l’attività”.
Giametta: ”L’eros è il tuffo nella grandezza della specie dell’uomo”.
Carparelli ricorda che lo sguardo di Sossio Giametta si è concentrato sul capitolo di Socialfemminismo dedicato alla connessione tra filosofia e psicanalisi, con protagonista Lou Salomè, donna amata da Nietzsche senza essere ricambiato.
Giametta: ”Ho assaportato vari punti di questo testo, anzitutto come studioso di Nietzsche ho approfondito ‘Salomè, volontà di potenza’. Ho notato uno stile molto robusto, pregno di cose e non di vuote parole. L’autore mi ha colpito per la penetrazione profonda nel reale e anche per l’equanimità di esposizione, merce piuttosto rara nel nostro tempo, perché non vi è alcun fanatismo né contro né a favore, si tratta di un’ esposizione vera di tutte le qualità sia positive che negative di Lou Salomè che restituiscono al discorso pubblico un grande esempio di lotta per la libertà della donna. Questa lotta le va riconosciuta, sebbene si sia comportata anche in malo modo infliggendo sofferenze a molti dei protagonisti della cultura del suo tempo, facendo quasi suicidare Nietzsche. Il quale tuttavia ha riconosciuto che era “diventato maturo per lo Zarathustra”, la sua opera più importante, solo per il contatto avuto con Lou Salomè. Evidentemente questo innamoramento ha scosso le sue potenzialità nascoste di tipo poetico, veramente alte, al di sopra di sue altre splendide opere aforistiche in cui lui ha seguito Voltaire come illuminista. Poi, improvvisamente, ha partorito questo capolavoro. Per una specie di principio di Pascal, la passione sfortunata che Nietzsche ha avuto per Lou Salomè ha agito in senso creativo, spingendolo a creare la sua massima opera. A Stefano Santachiara vanno i miei complimenti perché questo è un gran libro, molto robusto e ricchissimo di cose essenziali”.
Santachiara:” Ringrazio per la lode, oltre che per questa dialettica così arricchente”.
Pausa. Si assiste alla lettura di un passo di Socialfemminismo (pag.255) tratto da Così parlò Zarathustra. Le altitudini poetiche di Nietzsche per Lou Salomè.
A margine delle risposte ai diversi interventi del pubblico che protraggono la serata facendo tramontare il sole dietro la Chiesa dei Diavoli, gli autori si concedono un ulteriore scambio sulla figura di Salomè: individualista, forse cinica, certamente libertaria. Per Santachiara “la grande filosofa non è femminista nominalmente ma di fatto con la propria vita trascendente, nella quale incarna l’oltredonna; Salomè non crede e non pratica l’obbligo di maternità e tutte le leggi generalissime che il patriarcato usa per fissare le funzioni della donna ma è convinta che la capacità procreatrice nobiliti il femmineo rispetto al maschile, in termini di sensibilità, forza interiore, vorace curiosità gaudente di conoscenza disinteressata. Di fatto rivendica la superiorità muliebre. L’uomo infatti è più bisognoso e meno autonomo, persegue sempre uno scopo, foss’anche politicamente nobile, o una passione che lo travolge come nel caso degli innamorati di Lou, ingravidati delle loro opere laddove trasformano la sofferenza in sovrumana energia creativa”. Nell’eros, secondo Salomè, “la sintonia dell’irruzione onirica e della richiesta concreta nei confronti dell’altro fa dell’amato poco più di un frammento del reale, eppure ha la potenza della ricerca della pienezza originaria”. La sincerità nei rapporti, sin dall’etica del De Amicitia, è sempre fondamento di ogni relazione umana: ”L’amico è colui che ci protegge dal perdere la nostra solitudine, perfino colui che ci protegge l’uno dall’altro”. Giametta concorda che la filosofa nietzschana divenne anche una grande psicanalista, come riconobbe lo stesso Sigmund Freud. Salomè, in un carteggio con la figlia Anna Freud, annota: ”Il solo peccato è quello di essere disonesti con la propria natura”. Lacan adopererà il concetto per affermare che “il soggetto si perde solo se tradisce il proprio desiderio”.

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Socialfemminismo, confronto fra esponenti della giustizia e del sociale

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Lecce, 16 maggio 2017, by Officine culturali Ergot, cronaca del GTconfronto interdisciplinare organizzato dall’associazione Meticcia in occasione della presentazione di Socialfemminismo (immagini: https://www.facebook.com/Socialfemminismo/?notif_t=page_fan&notif_id=1495439440775175. Il dibattito, condotto dalla giornalista del Nuovo Quotidiano di Lecce Alessandra Lupo, si è sviluppato con l’interazione fra l’autore, le magistrate Maria Cristina Rizzo e Stefania Mininni e le psicologhe Ines Rielli e Chiara Marangio.
Di seguito gli interventi audio registrati (dal minuto 70 alla conclusione)

Maria Cristina Rizzo, procuratrice del tribunale dei minori di Lecce, ricorda l’ingresso delle donne per effetto della riforma del ministro della Giustizia Aldo Moro: “Le pioniere del primo concorso del ’65 sono andate in pensione proprio l’anno scorso. Io sono entrata in magistratura a 24 anni, ho già alle spalle quasi 31 anni di anzianità. Ero la terza donna nel tribunale di Taranto, entrai sola in un mondo di uomini. Da allora tante cose sono cambiate, nel 2015 siamo diventate la maggioranza perché nei concorsi abbiamo continuato a superare gli uomini. Ma la strada è ancora fortemente in salita. Sono diventata primo procuratore dei minorenni sette anni fa, quando noi donne eravamo il 10% nei ruoli apicali. Procuratore per i minorenni, così preferiamo definirci, poichè il nostro è un servizio per i minorenni. Siamo arrivate a ruoli apicali con lotte “corpo a corpo”. Uomini, amici hanno fatto ricorso contro di me in tutti i gradi giudiziari possibili: Tar, Consiglio di Stato, persino Corte costituzionale. Gli ostacoli frapposti sulla carriera delle donne sono tantissimi e gli uomini usano anche il pettegolezzo. “Ma non ha le capacità di un uomo, non avrà la resistenza” avevano cominciato a dire.
In questo libro si affronta anche questo tema con l’approccio emico che mette a confronto tutte le competenze, culture, sensibilità. Mi sono appassionata per la professionalità oggettiva e la vivacità della scrittura, che rendendo agevole la lettura mi ha fatto riflettere nella vicendevole comprensione per usare le parole dell’autore. Mi scuso se non sono testuale ma il senso è quello: “vicendevole comprensione necessaria per affrontare le sfide del nostro tempo in una società in continua trasformazione”. Anche per vincere la battaglia per la tutela delle vittime dobbiamo usare la professionalità, non le chiacchiere e l’apparenza, gli interventi di facciata, invece la professionalità è quella che ci salva dalle morti annunciate, dal femminicidio, questa problematica che Santachiara affronta in materia competente. Si vede che non ha solo passeggiato nelle aule giudiziarie perchè coglie il senso pieno della tragedia che si verifica quando le donne arrivano ad un passo dalla morte. Molte le abbiamo tra virgolette “salvate” quando abbiamo fatto il nostro dovere fino in fondo, con le indagini svolte per tempo. Perciò facciamo appello alla coscienza civica, ci curiamo di spiegare nelle scuole e negli incontri pubblici l’importanza della segnalazione: gli insegnanti e tutti i pubblici ufficiali, gli incaricati di pubblico servizio devono smetterla di sottovalutare, minimizzare, tormentandosi se è vero o falso. Ad esempio l’insegnante non deve fare verifiche ascoltando i minori perché, anche se a fin di bene, quello si chiama inquinamento probatorio. A volte hanno timore di segnalare un innocente ma devono sapere che egli non viene messo alla gogna. Le indagini sono svolte nella massima riservatezza, col dovuto tatto, però senza trascurare che invece una violenza venga portata al suo esito letale proprio per disattenzione, sottovalutazione, indifferenza, ignoranza. E pregiudizio, presente anche nelle persone di elevata cultura, un pregiudizio del quale bisogna svestirsi. La lettura di Socialfemminismo ha rivelato un autore pulito che ha scritto privandosi dei vestiti della società, del preconcetto, dell’immagine precostituita mettendosi nei panni della vittima, vivendo con lei la ricerca della verità e della giustizia, anche sostenendo le indagini come ha spiegato poc’anzi la dottoressa Stefania Mininni(il caso più pericoloso, l’omicidio di Tina Mascaro, nda).  Il rispetto di cui scrive è quello della donna, della parità effettiva, della vittima. In sostanza il rispetto significa anche svolgere le indagini, non bisogna mai lasciare da sole le vittime caricando sulle loro spalle tutta la responsabilità dell’accusa. E’ troppo forte, troppo grave da portare avanti. Usiamo la massima professionalità disponendo accertamenti su telefonini, computer, acquisendo fazzoletti di materiale organico che può servire, e partendo anche dall’ipotesi che la donna menta ricerchiamo la prova oggettiva. Insomma, rafforziamo le indagini oltre la parola della donna e poi non lasciamola sola. La solidarietà non dev’essere parola morta ma parola concreta che si deve sostanziare di servizi sociali, forze dell’ordine, magistratura, centri antiviolenza, consultori efficienti, vicini di casa che non si girino dall’altra parte. Colgo l’occasione per ripetere l’importanza della denuncia per tempo. Le segnalazioni arrivano troppo tardi, ciò significa partire male. Tutti coloro che hanno notizia devono segnalare ai servizi quando si tratta di disagio, alle forze dell’ordine quando captano la presenza di un reato. Poi starà a noi stabilire se di reato non si tratta e che magari si necessita di un sostegno psicologico che richiede un intervento preventivo. Con la dottoressa Mininni, con la quale abbiamo sviluppato in questi anni una collaborazione molto efficace, abbiamo scoperchiato molti casi, anche di incesto, che si aveva finanche paura di nominare. Ci veniva detto che erano solo fantasie. Siamo andate ad acclarare che i padri avevano generato due figli, non uno solo, con la propria figlia. La difesa allora non ha più potuto parlare di “fantasie”. Tali questioni vanno affrontate con coraggio e condivisione, tutti debbono collaborare a livello multidisciplinare facendo rete con psicologi e pedagogisti. Anche per quanto riguarda la tratta, l’abbiamo sempre più riscontrata fra le minorenni nigeriane: purtroppo sono così abituate a vendere il corpo che non riusciamo ad aiutarle adeguatamente, tentano in ogni modo la fuga, anche di passare per maggiorenni, pur di rientrare sulla strada. Per comprendere bisogna essere scevri da pregiudizi, dobbiamo andare a leggere queste situazioni in un processo più ampio, cosi come quando vediamo le minorenni italiane che parlano da donne vissute, leggere, dobbiamo riflettere sul fatto che alcune espressioni scaturiscono dai danni della società e dell’educazione, ovvero di uomini e donne disattenti. Dobbiamo metterci a disposizione, ci vuole pazienza, metodo, comprensione, un nuovo modo di ascoltare, di mettersi in gioco. Questo libro ci aiuta perché fa riflettere. Vorrei dire tante altre cose, ho riflettuto anch’io sulle 2900 partigiane torturate che hanno pagato con la vita, messe al muro. Sulle donne uccise dalla religione. Io sono cattolica, praticante, mi ha molto colpito la ricostruzione storica fatta benissimo in cui ci ricorda l’Inquisizione, le streghe poste sotto attenzione, uccise sul rogo. La violenza di genere cosmica mi viene da dire, alla quale noi dobbiamo porre fine, non in una lotta contrapposta fra generi ma costruendo insieme questo percorso di riscatto”.

Ines Rielli, psicologa, esperta di tratta e violenza: ”Il libro mi è piaciuto molto, lo ritengo utile e necessario. Utile perchè offre un panorama del silenzio delle donne e dell’oppressione delle donne, compendiato in un volume; necessario perchè che io sappia in Italia non c’è. In 21 anni ho insegnato all’università varie discipline, da femminista mi ponevo sempre il problema di trovare i libri di testo che avessero un taglio di genere. Per fortuna quando facevo Psicologia della devianza c’era Tamar Picht, quando ho fatto Psicologia dei gruppi e delle organizzazioni c’era Silvia Gherardi con i suoi splendidi libri come ‘All’ombra della maschilità’, “Donna per fortuna, uomo per destino’. Quando però mi chiedevano del femminismo “ma io vorrei sapere qualcosa di più, da dove posso cominciare?”. La prima risposta era semplice: “parti da te”. “Si, ma di libri”? E io mi ricordavo quello che dice sempre Daniela Pellegrini: ”Non si va a scuola di femminismo”. Dopodichè quella magari diceva “prof ma io devo fare la tesi”. E allora se il taglio è storico abbiamo i libri delle storiche, se il taglio è filosofico abbiamo quelli delle filosofe, se il taglio è politico le tante politiche ma qui troviamo un panorama immediatamente fruibile e utile da cui partire per approfondire. Adesso saprei cosa rispondere: direi parti da te, mettiti in ascolto con te stessa in relazione con le altre donne e poi comincia dal libro di Stefano Santachiara e da lì andremo per la nostra strada. E’ un libro sul silenzio e l’oppressione delle donne scritto da un uomo. Ricordo anni fa una conferenza con Stefano Ciccone, che tanti anni fa ha fondato un gruppo di uomini (Maschile plurale) che affrontano la propria virilità che è riconosciuta all’origine della violenza maschile, un dato di riconoscimento molto importante. In una conferenza casualmente lui disse le stesse identiche cose che io andavo ripetutamente dicendo, in genere producendo un silenzio agghiacciante. Quando Ciccone ha detto “la violenza sulle donne non è un problema delle donne ma della sessualità maschile, gli uomini devono rivedere la concezione di virilità e delle sessualità e bisogna fare dei gruppi con gli uomini” ha ottenuto applausi a scena aperta. La parola maschile è sempre più autorevole e legittimata a parlare. Io lo dissi a Stefano in conferenza: ”Quando fate le vostre riunioni riflettete anche sul fatto di non sostituirvi mai alle donne nelle vostre parole, nei vostri scritti. E allora cosa possiamo essere? Potete solo essere una comunità legittimante e ascoltante”. Ho sempre pensato che noi donne dobbiamo riflettere su quei meccanismi inconsapevoli di complicità col maschile. Le donne non devono mai delegare la loro parola, neanche quando ci sono questi bravi femministi. Il femminista ha sempre più ragione della femminista, però serve perché consente una lettura a un pubblico che magari non ci leggerebbe mai. Riguardo alla tratta, io cito sempre l’espressione di una nostra donna nigeriana che urlando al cielo diceva: “Cristo mi hai fatta nascere nera, povera e prostituta. Nella prossima voglio nascere principessa”. E’ vero, se il maschio italiano torna a casa e ha sempre la moglie con cui se la può prendere, le donne prostituite e nere sono quelle contro cui tutti se la possono prendere, tant’è che se ne muore qualcuna nessuno ne parla, tranne le amiche che condividono su Facebook, ci provano. Ma se avessero rapito 200 americane che cosa sarebbe successo? Ne hanno liberate 82, tutte le altre? Io sono rimasta agghiacciata a vedere le foto di quelle donne. Donatella lo sa, abbiamo portato avanti una collaborazione molto bella, abbiamo avuto un asilo politico che non era un’operazione certo facile. Il capitalismo ha due obbiettivi: lo sfruttamento e il controllo dei corpi, per le organizzazioni che lo sostengono nulla è più insopportabile della libertà, soprattutto della libertà femminile. I meccanismi di controllo dei corpi, sia di migranti maschi sfruttati nelle industrie, nei campi e nella nostra economia sommersa, che i corpi delle donne che servono a soddisfare gli appetiti sessuali dei nostri maschi, sono corpi controllati. Noi operatori sociali dobbiamo stare attenti a non diventare complici, dobbiamo smascherare in ogni occasione gli organismi che privano la libertà. Questo è il criterio che dobbiamo avere: “Stiamo limitando in qualche modo la libertà e l’autodeterminazione di questa donna?” Difficilmente diranno di si, ma succede… se si diventa un’organizzazione a sostegno del controllo dei corpi migranti, allora qualsiasi finanziamento va bene. L’indicatore è sempre la libertà della persona. Per me che ho creato le prime casa rifugio vere a indirizzo segreto dove le persone avevano le chiavi, le donne vivevano come qualsiasi studentessa universitaria, quella è la libertà. C’erano regole di condivisione dell’appartamento come non disturbare, non fumare, se rientri tardi ci avverti, ma sempre nella libertà. Molte donne scappano perché si sentono chiuse, alcune per aver visto mezza volta la sede del centro antiviolenza ci hanno raggiunte. Non so come ma le abbiamo trovate fuori dalla porta. Nigeriane che hanno vissuto quel traffico infernale, che hanno passato il Niger, il Burkina e poi la Libia, sono arrivate qui sui nostri scafi, si sono messe in contatto con altre donne nigeriane, hanno fatto la strada e poi arrivano e si sentono chiuse. Non si può uscire, entrare, telefonare. Questo è il controllo dei corpi. Quindi non mi sorprende che la minorenne dica di essere maggiorenne perchè proprio stamattina una donna mi ha detto “ma io preferisco andare alla Caritas e vendere accendini piuttosto che andare in un posto dove lascio il cellulare e non posso uscire”. Questo vuol dire infantilizzare, togliere anche l’orgoglio del sogno che comunque hanno avuto di affrontare l’inferno per garantire una vita migliore a chi è rimasto in patria. Quindi secondo me le organizzazioni femministe devono presidiare e controllare sempre le libertà, l’autodeterminazione delle donne e dei migranti, e non trasformarsi mai in complici del controllo sociale. Anche il femminismo, lo ricorda nel libro citando Nancy Fraser, è stato ”ancella del capitalismo”. Cerchiamo noi che abbiamo questo pensiero, questa cultura e sensibilità, di individuare le sacche di controllo e di non renderci complici”.

Chiara Marangio, psicoterapeuta dell’associazione Meticcia :”Questa presentazione nasce dalla necessità personale e gruppale di confrontarsi con il maschile. Meticcia fa parte della Casa delle Donne che rivendica lo spazio di un ascolto e uno scambio femminile, però nelle esperienze individuali e associative questo scambio plurale ha a che fare in generale con le persone, anche con gli uomini. Nella nostra crescita ci siamo sempre confrontate sentendo quasi fisiologicamente il bisogno di aprire e di condurre quella che noi amiamo chiamare rivoluzione culturale (che coglie varie tematiche), e farla passare attraverso un’interazione e integrazione fra i generi: nessuna battaglia può essere vinta a nostro avviso oggi se si tratta come un tema speciale, esclusivo ma anche escludente di altri gruppi e collettivi. Al di fuori della necessità dentro Meticcia di confrontarsi con gli uomini, questa cosa è emersa anche attraverso le interazioni con altri collettivi che ci sono fratelli con i quali trattiamo di precarietà migrante e altre questioni; e negli stessi collettivi come quello di Bari, al Bread and roses con cui abbiamo avuto molti contatti negli ultimi anni, in realtà la necessità di cominciare a parlare di questioni di genere e di femminile è venuta dagli uomini, che si sono resi conto di aver rimandato per tanto tempo questa questione come se fosse sempre meno urgente o come se fosse da relegare e delegare ad un tessuto prettamente femminile. Io personalmente ma rappresentando anche il pensiero di Ilaria Fiorio (Associazione Meticcia e Casa delle Donne di Lecce) credo nella congiunzione delle cause, nella congiunzione umana al di fuori del genere. Cioè trattare questioni di genere deve servire a superare la questione di genere, cosi come parlare di violenza, di vittime dev’essere il punto di partenza per superare la condizione della vittima; quindi favorire un processo di autodeterminazione e di emancipazione di quella persona che diventa agente della propria esistenza. E’ l’aspetto che riguarda il mio lavoro ma non solo perché in realtà quello che viene fuori oggi è questo: ognuno ha la propria responsabilità umana nell’autodeterminazione di sé e anche nello stimolare, nel rendersi partecipe di un processo emancipativo collettivo, anche se nel proprio piccolo. Il lavoro che ho la fortuna di fare è proprio quello di favorire l’ascolto della mia rabbia femminile, ma non solo femminile, e di convogliarla per far sì che la vittima che è di fronte a me possa in qualche modo attraverso lo scambio e la relazione umana riconoscere le proprie risorse e le risorse territoriali a disposizione nel contesto. Qui c’è il punto di congiunzione tra le lotte femministe, le lotte in generale per la determinazione di un diritto, gli aspetti di quanto la politica entri nel sociale, quanto la mente di una persona sia sociale e riporti sempre in qualche modo l’influenza e la sintesi del clima che viene fuori. Il saggio intanto mi ha fatto scoprire una serie di figure che non conoscevo. Ad esempio Camilla Ravera. Io sono quasi fanatica del pensiero gramsciano, ho letto di tutto e non mi basta mai, eppure questo personaggio mi è sempre sfuggito. Probabilmente il modo con cui questo nome è stato tracciato nella storia era da comparsa, perciò anch’io non me ne sono accorta. Ho questo dubbio. Il rischio nella grande storia è sempre di fare delle donne delle comparse, o ometterle, oppure trattarle come tema speciale della debolezza, della vulnerabilità della vittima mentre invece Socialfemminismo parla sì di molte perdite, di molti soggiogamenti ma tratta anche di molte lotte, congiunzioni che vengono da lontano e sono qui vicino, che riguardano noi. Il testo parte da personaggi di altri paesi, racconta contesti diversi, fa questi rimandi dal passato remoto al presente, dall’Italia all’Europa eccetera, eppure in ogni passaggio io ho sentito di riconoscermi, di riconoscere una minima parte di me in ognuna di quelle persone. Ed è quello che ci riporta al tema del meticciato, cioè a partire dalla differenza riconoscersi, specchiarsi nell’altro, indipendentemente dalla provenienza, dalla lingua e dai segni, dai comportamenti, o dal manifesto senso del diritto che si è molto diviso sul concetto della violenza relativa… La violenza è violenza perché sentita umanamente e questo è indipendente dai generi tra l’altro, però al di fuori dell’aspetto della violazione attraverso i corpi delle soggettività, e la violazione attraverso le soggettività di interi popoli, perché la guerra è anche questo, c’è anche il riconoscimento delle risorse della vittima, e attraverso il riconoscimento dell’umanità della vittima è molto più semplice avvicinare il mondo e riconoscerci in un mondo molto meticcio che sia un cluster di colori, fatto di molte sfumature. Il lavoro che faccio è andare a fondo nell’orrore, ho cominciato così per andare a cercare però l’umanità profonda, la bellezza, e finalmente col tempo soffermarmi sul mio modo di essere femminile e di trovare il femminile ovunque, compreso nel maschile”.

Dal pubblico interviene un uomo, che lavora come ingegnere informatico alla Ibm: ”Devo dire che forse le donne a volte non si rendono conto della violenza morale ai danni del maschio. Io mi sento vittima di violenza psicologica da parte della mia compagna. La differenza non è tanto la virilità ma il senso di possesso. Ho sempre distinto la gelosia, che è la paura di perdere l’affetto di una persona, dalla paura di perdere il controllo su una persona. Venne posta alla mia compagna la domanda: ”Tu preferiresti scoprire che tuo marito fa l’amore con te pensando a un’altra o che fa l’amore con un’altra pensando a te?”. Disse: ”Meglio con me pensando a un’altra”. Quindi voleva possedere fisicamente. Questa è vita reale. Insomma, bisogna dire a maschi e femmine che l’amore è una cosa e il possesso un’altra”.
Risposta di Stefano Santachiara: ”Ciascuno ha il proprio vissuto che va rispettato ma bisogna considerare il quadro d’assieme. Anche il senso di possesso manifestato in questo caso dalla moglie è comunque frutto di un sedimentato condizionamento che sussume nella concezione proprietaria dell’egemonia economica e culturale maschile, che permane nella civiltà occidentale per quanto siano state raggiunte le parità giuridiche e politiche formali. Il controllo del corpo dell’altra da sé nelle società patriarcali affonda in radici plurimillenarie, interreligiose e prereligiose. Pensiamo alle mutilazioni genitali femminili, questa barbara pratica che si calcola abbia colpito 200 milioni di donne, tramandata da un’antichissima usanza dell’Egitto che si è diffusa presso comunità cristiane copte e islamiche, o pensiamo alle spose bambine, al rito del Sati in India. Vi è una violenza fisica che è propria dell’uomo ma c’è una violenza strutturale e morale del maschilismo che svilisce la donna nei ruoli preassegnati a cominciare dalla famiglia e dal lavoro domestico gratuito mentre anche gli uomini dovrebbero occuparsi della cura e sentirla come propria; quando le donne sono entrate nel mondo del lavoro grazie alle spinte femministe e alle trasformazioni socio-economiche, sono state sfruttate dal capitalismo secondo il ricatto salariale al ribasso fra categorie subalterne. Oggi si toccano punte disumane nell’economia sommersa ma in generale la donna della classe lavoratrice, mutuando dalle citate Tristan e Ravera (“proletaria del proletariato”), è la precaria del precariato: viene penalizzata dalla maternità, dalle tipologie contrattuali, quindi dalla diseguaglianza salariale che ai ritmi attuali si calcola sarà appianata tra 118 anni, dal sex typing che relega le donne ai settori professionali meno prestigiosi. Le statistiche invece dimostrano la superiorità media delle ragazze a scuola e nelle università, vi sono numerosi studi anche sullo sviluppo e sulla migliore responsabilità sociale dell’impresa a gestione femminile, nella magistratura italiana i concorsi dall’ingresso nel 1965 ad oggi hanno visto prevalere le donne tanto che oggi sono la maggioranza. Non bisogna però creare false illusioni: i ruoli apicali restano maschili, e poco meritocratici, il soffitto di cristallo è irraggiungibile perche il sistema si preserva attraverso la gestione di ricchezze, tecnologie, conoscenze, governi. Tra le donne che accettano i modelli sistemici patriarcali rientrano anche coloro le quali hanno interiorizzato la logica del possesso anziché della libertà e dell’autodeterminazione”.

P.s. Date 30 dicembre 2018, 16 gennaio e febbraio 2019. Per aver indagato sul famoso caso Mascaro la polizia deviata italiana (soprattutto modenese ma non solo: ovunque mi muovo) continua a tenermi nel mirino: incidente stradale (19/12, da me riferito a tre amici: pubblico ufficiale, giornalista, presidente Consulta ambiente) a familiari (più furto nell’auto in data 16/1/2019) e a parenti (mia cugina in data febbraio 2019). Minacce di morte che purtroppo continueranno.