Nuovi libri di uomini sulle donne: Cazzullo e Ercolani scelgono il rosa, io il rosso

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Dieci giorni fa avevo anticipato l’uscita di “Socialfemminismo”, il mio nuovo saggio pronto da quattro mesi e certificato da due, solo ai fini di tutela del copyright in attesa della pubblicazione. Nel cimentarmi in una divertente opera di sinossi comparativa intendo richiamare l’attenzione sull’aspetto cromatico, nel senso semiotico del futuro (roseo) e del genere femminile, tratto distintivo dei libri scritti dagli uomini e dedicati alle donne, compresi gli ultimi due di Aldo Cazzullo e Paolo Ercolani. Il primo, “Le donne erediteranno la terra”, muove da una tesi che sentiamo ripetere ciclicamente dal mainstream: il nostro secolo vedrà il “sorpasso della femmina sul maschio”. A sostegno il giornalista del Corriere della Sera cita i molti paesi “in cui la rivoluzione è un fatto compiuto: i due leader più importanti degli ultimi decenni, Margaret Thatcher e Angela Merkel, sono donne; Londra nell’ora più difficile si affida a Theresa May; e Hillary Clinton è la prima donna ad affacciarsi sulla soglia della Casa Bianca. (Persino l’arrembante destra populista si affida alle donne: Marine e Marion Le Pen in Francia, Frauke Petry in Germania, Beata Szydlo premier in Polonia)”. Certo, scrive Cazzullo, le ingiustizie e i pregiudizi non sono finiti, l’Italia è più indietro, ma le donne fanno “le astronaute, il sindaco della capitale, il presidente della Camera, il numero 2 del governo, i direttori delle principali carceri, gli amministratori o i presidenti delle grandi case editrici: tutti sostantivi che dovremo abituarci a declinare al femminile”.

La questione è ovviamente ampia, complessa e multidisciplinare. Innanzitutto segnalo i meri dati statistici del predominio strutturale: le donne sono appena il 4,8% degli amministratori delegati delle prime cinquecento aziende statunitensi per fatturato (Lista Fortune) mentre è di sesso maschile il 97% dei miliardari (Forbes), la metà delle dirigenti dichiara di avere poca fiducia nelle prospettive professionali (Institute of leadership and management), le donne in Europa sono mediamente poco più del 20% nei consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate (in Italia hanno raggiunto il 25,5% grazie alla legge sulle quote rosa); le imprenditrici stanno guadagnando terreno nei comparti più dinamici come il digitale, i servizi, l’agroalimentare e il turismo ma le aziende femminili in Italia nel 65,5% dei casi sono individuali e nel 94,2% non superano i cinque dipendenti. Il gap salariale europeo è del 16,3% (CE), il sex typing ancora diffuso (Eurofond) e la maternità penalizza sopra tutto il Belpaese. Il pensiero egemone patriarcale e clericale che si manifesta in modo risibile con i Fertility day e le Sentinelle in piedi, in realtà molto più efficace nella reiterazione di modelli impliciti, séguita a inculcare il ruolo preassegnato di madre angelo del focolare: solo il 57,8% delle italiane con un figlio lavora, il 50,9 con due e il 35% con tre figli (Global Gender Gap Index). Dunque le donne (il 47,3% ha un impiego contro il 65,3% dei maschi ma i contratti femminili sono più flessibili: un terzo rispetto al 24% della media Ocse) sono ancor più vittime della precarizzazione, aggravata dal Jobs Act del governo Renzi, con una punta dell’iceberg dello sfruttamento di stampo ottocentesco che si chiama caporalato. In Socialfemminismo tratto il caso della dirigente dell’Istat Linda Laura Sabbadini ma anche storie di ordinario mobbing, licenziamento e discriminazione ai danni delle lavoratrici invisibili. Ad esempio, nel 2008 un’operaia straniera dipendente di una ditta tessile di Carpi venne accusata di emettere cattivi odori e poi licenziata in tronco per aver osato rispondere al padrone. Tre anni dopo la giudice Carla Ponterio ha decretato l’illegittimità del licenziamento e ordinato al datore di lavoro di risarcire la magliaia con sei stipendi ma lei, revocato il permesso di soggiorno in ossequio alla legge Bossi-Fini, ormai si trovava all’estero.

Quanto all’importanza che Cazzullo conferisce alle donne nella politica e nella pubblica amministrazione, è d’uopo discernere tra le cooptate aderenti ai piani della governamentalità neoliberale patriarcale e le poche che sono riuscite da posizioni di vertice a battersi contro le diseguaglianze sociali e tra i sessi. La presidente del Brasile Dilma Rousseff, sviluppatrice di policy che hanno fatto uscire dalla povertà e dall’analfabetismo milioni di persone, è stata oggetto di compagne mediatiche, attacchi spionistici e infine destituita per irregolarità di bilancio senza essere sfiorata da inchieste della magistratura. La presidente del Parlamento greco Zoe Konstantopoulou, ferma oppositrice dei ricatti della troika e contraria al cedimento del premier Tsipras alla logica dei memoranda, ha subìto una crescente aggressione mediatica pregna di misoginia. Molte altre restano all’opposizione o comunque prive di importanti facoltà decisionali. Sono preparate, colte, acute, pugnaci come le ragazze che a scuola, nei percorsi universitari e nella libera intraprésa ottengono risultati mediamente migliori rispetto a noi uomini. In Italia le donne non hanno mai guidato un partito di sinistra, nessuna è assurta alla presidenza della Repubblica e a quella del Consiglio, al ministero dell’Economia, alla guida della Corte costituzionale e alla vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura malgrado le magistrate abbiano superato i colleghi.
In Le donne erediteranno la terra (Mondadori, pp.228, 17 euro, ebook 9,99) Cazzullo parla delle ingiustizie storiche e dei lenti passi avanti legislativi che ritrovate anche nel mio libro, continuando a vaticinare il cambiamento: ”Quando dico in pubblico che il futuro appartiene alle donne, gli uomini annuiscono: alcuni angosciati o ancora speranzosi di allontanare quel doloroso momento; altri sollevati al pensiero di lasciare fatiche e responsabilità in mani migliori”. Invero, le uniche fatiche che la stragrande maggioranza dei maschi è sempre lieta di lasciare sono quelle domestiche. Anche quando – e storicamente avvenne prima in Unione sovietica che in occidente – le donne hanno avuto accesso a ruoli prestigiosi, vincendo ostacoli oggettivi e svilimento pubblico, il fardello è rimasto. All’interno della coppia la cura dei figli, della dimora e dei genitori anziani è scaricata quasi sempre su di lei (Ocse: un’italiana dedica 36 ore settimanali alle faccende di casa contro le 14 dei connazionali, in Danimarca il gap è di tre ore, in Cina di otto) e tale compito gratuito non cala neppure in termini generali giacché va colmando la costante riduzione dei servizi sociali nelle democrazie europee. Non solo mancano politiche per la reciprocità delle responsabilità familiari e genitoriali ma è rimossa dal dibattito la pericolosa china sociale: un milione e 100 mila bambini italiani sono sotto la soglia di povertà (Istat), crescere un figlio dalla nascita ai 18 anni costa in media 171mila euro per una famiglia con un reddito di 34mila euro annui (Federconsumatori), nel 2016 le persone che hanno rinunciato alle cure risultano 11 milioni mentre la spesa sanitaria privata tocca i 34 miliardi e 500 milioni di euro (Censis-Rbm). E’ la massa delle donne, quella che non gode dei privilegi alto borghesi, la prima a pagare, anche per il boicottaggio della legge 194 messo in atto dal 70% del personale medico.
L’infarinata di dati è utile a comprendere la realtà per come essa è e non come vorremmo che fosse. Naturalmente, per scrostare un’oppressione plurimillenaria fondata sulla riproduzione di codici, monoteismi, modelli culturali maschilisti, è necessario molto altro lavoro. Hic et nunc, perché i femminicidi sono il drammatico effetto di pratiche misogine. Dall’apparato statuale è doveroso attendersi un impegno concreto e assiduo, vale a dire risorse adeguate ai centri antiviolenza, contrasto culturale vero a pubblicità, dichiarazioni e consuetudini sessiste, educazione al rispetto e alle differenze. Dal mondo del giornalismo, se non analisi serie sulle cause sociali dei femminicidi, esigiamo il minimo sindacale di deontologia. Ad esempio, l’Ordine dovrebbe intervenire quando i cronisti scrivono “raptus di gelosia o di follia” di ex partner (i più colpevoli percentualmente), espressioni con cui si concedono attenuanti (a priori e spesso infondate) ai criminali e si alimentano i peggiori stereotipi; per non parlare dell’uso ripugnante di “baby squillo” al posto di “bambina nelle mani lorde di pedofili”.
L’evoluzione umana passa per esempi pubblici e privati ma anche dallo sforzo autonomo di coscienza critica costruttiva. Ciascuno, nella propria quotidianità, è chiamato a interrogare e interrogarsi nell’opera plurale, studiando e comparando i contesti, nello spazio e nel tempo. Ho avuto la ventura di farlo durante le ricerche e i viaggi, nella raccolta di documenti e testimonianze. Per il momento soffermiamoci su quella che pare essere la ricaduta ineluttabile nel binarismo di genere. Nella sinossi del suo libro inserito su Amazon il 20 settembre, Cazzullo scrive: ”Le donne erediteranno la terra perché sono più dotate per affrontare l’epoca grandiosa e terribile che ci è data in sorte. Perché sanno sacrificarsi, guardare lontano, prendersi cura; ed è il momento di prendersi cura della terra e dell’uomo, che non sono immortali”.
Ben poco ci è dato in sorte, dal momento che le società e le diverse classi sociali sono determinate storicamente dallo sviluppo delle produzioni e dalla gestione di governi, tecnica e ricchezze. Il punto da sottolineare nella cornucopia di qualità che Cazzullo – in questo caso il termine è opportuno – dà “in sorte” alle femmine, è la consueta cacofonica generalizzazione di genere, condita da un ottimismo che rischia di sopire lo spirito critico. Come se le une e le altre non differissero alla base per formazione culturale, censo e lignaggio. Come se la diversità biologica dei sessi imprigionasse le femmine in predeterminate scelte di vita, secondo pretese attitudini a “cura e sacrificio”. Nel mondo pochi sono a conoscenza dei Matriarcal studies, ricerche antropologiche che dimostrano l’esistenza di comunità ginecocentriche a diverse latitudini. Qualcuno in più discute dei Gender studies, ma sempre a margine del discorso pubblico e sovente per mistificarne il messaggio a fini denigratori. Se politica e accademia, saggistica e pubblicistica ignorano le analisi alternative, il patriarcato capitalista avrà sempre buon gioco nel narrarsi immanente e sempiterno. Eppure gli atti di parresia che sparigliano la microfisica del Potere sono semplici. Judith Butler, mutuando la teoria del linguaggio come sistema preesistente (Ferdinand de Saussure) e della produzione incessante della norma autorigenerantesi (Michel Foucault) decostruisce il binarismo di genere. La differenza tra i sessi è soltanto biologica mentre le scelte culturali e intime vi prescindono, perché “non ci sono una natura femminile e un’altra maschile ma recite ripetute e obbligate dai codici dominanti”. E’ lo sviluppo delle molteplici lotte per l’autodeterminazione che le donne hanno intrecciato e saldato a quelle universali per l’uguaglianza nelle libertà. Con le pioniere e in forma sempre più organizzata, da Flora Tristan e le comunarde alle grandi compagne del secolo breve: socialiste, Mujeres libres, partigiane, protagoniste del decennio che sconvolse il mondo all’acme dei trenta gloriosi. Le sovrastrutture sistemiche, così come diffondono incrollabile fiducia nella tecnologia e nel mercato, asseriscono l’anacronismo e la perdita di senso di Femminismo e Socialismo. Ma non possono impedirne la rinascita, inevitabile finché ci saranno ingiustizia e sfruttamento.
Cazzullo, tra i più stimati intervistatori del Corriere – gli ultimi dialoghi sono quelli con Massimo D’Alema e Laura Boldrini – un paio di mesi fa aveva chiesto alle lettrici di scrivere pareri per ultimare il suo libro. Alcune si sono dette gelose dei successi di una vincente nello sport come Valentina Vezzali. La chiosa è contro “cialtroni e millantatori” che invidiano il talento di chi ce l’ha fatta: ”Ma perché essere ostili verso chi ha cresciuto figli e ha vinto le medaglie olimpiche? Cosa c’è più bello del ricordo di una madre fatto vivere nel tempo attraverso le generazioni?”.

Paolo Ercolani, docente di Filosofia e giornalista, ha pubblicato in giugno Contro le donne (pp.318, euro 17,50) per tipi Marsilio, editore attento alle tematiche dell’area progressista che fa riferimento a Giuliano Ferrara (David Allegranti, The Boy; Annalisa Chirico, Siamo tutti puttane, 2014). Nel suo libro a copertina rosa, Ercolani stigmatizza luoghi comuni, pratiche e teorie maschiliste di filosofi classici e moderni ma nel bel mezzo dell’esercizio di citazionismo prende di mira il femminismo. L’aspetto è colto magistralmente da Daniela Monti, autrice della recensione per il Corriere (http://www.corriere.it/cultura/16_giugno_07/paolo-ercolani-contro-le-donne-saggio-marsilio-b8cd6d12-2cd6-11e6-b303-a777738cf73e.shtml). Infatti Ercolani afferma che “una parte del femminismo ha finito con il cadere in un errore paradossalmente “misogino”: ossia profetizzare e lavorare per la costruzione di un soggetto umano asessuato, al di là delle categorie di maschile e femminile”. Queste posizioni, a suo avviso, “rappresentano il sintomo evidente di quello che sembra un ripiego dettato dall’impossibilità o incapacità di pervenire a una soggettività femminile piena e in grado di interagire in termini (ritenuti) di parità dialettica con l’essere maschile”. Socialfemminismo https://www.amazon.it/SocialFemminismo-contribuito-Storia-censurate-scritta-ebook/dp/B01LZH4NMN

Il saggio di Bagnai, l’intervista di Fassina, significati di ri-evoluzione

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Pratica il dubbio ogni volta che l’agire collettivo contrasta col tuo sforzo di essere libero”. Le parole di Pietro Ingrao, ad oggi, mi suscitano riflessioni sul valore dell’evoluzione personale. Nell’introdurre l’intervista di Stefano Fassina su Left Avvenimenti del 19 settembre 2015 vorrei premettere che non sono un economista, quindi ho cercato di snodare il percorso cognitivo secondo una logica etimologicamente essenzialista, laicamente scettica. Con colpevole ritardo, sto studiando gli scritti del professor Alberto Bagnai, l’econometrista che da anni sta cercando di spiegare agli italiani la nocività dell’Unione monetaria europea. “L’Italia può farcela”, secondo saggio di successo dopo Il Tramonto dell’euro, è un compendio di dati statistici, rigorose analisi, aneddoti che limitando al necessario il tecnicismo chiariscono i passaggi chiave. In sostanza avvalorano convinzioni maturate anche in coloro i quali per lavoro si occupano d’altro (dalle inchieste giudiziarie alla geopolitica) favorendo la comprensione delle dinamiche della struttura macroeconomica. Ad esempio Bagnai rende intellegibili i meccanismi con cui la gabbia dell’aggancio valutario fornisce al capitalismo finanziario una serie di strumenti per massimizzare i profitti e riprodursi al Potere, accrescendo le disuguaglianze. Nella fattispecie l’Euro favorisce le esportazioni tedesche impedendo la rivalutazione del marco a fronte di un surplus commerciale della Germania e, simmetricamente, penalizza i paesi con deficit di partite correnti che in un sistema di tasso di cambio variabile avrebbero beneficiato della svalutazione competitiva. La Bce, affidata a tecnocrati indipendenti, è perno di un’architettura istituzionale che assieme agli organi esecutivi (Consiglio d’Europa e Commissione) ha svuotato le facoltà decisionali dei popoli nell’interesse delle elitè finanziarie. Bagnai spiega in che modo la massa monetaria, causa o effetto dell’inflazione a seconda delle teorie economiche, venga comunque determinata dalle banche private che prestano a imprese e cittadini il denaro ricevuto dalla Centrale in ragione della domanda (e dalle garanzie) dei clienti. Ragion per cui non c’è Quantitative Easing che possa incidere se manca la fiducia e la spirale di recessione non si arresta. Il mandato della Bce a mantenere costante l’inflazione, che secondo l’autore è anche lo scopo della Uem, ha ragioni opposte alla presunta ossessione storica della Germania per il rincaro dei prezzi. Scorrendo il testo, colpisce il parallelo inquietante con l’avvento del nazismo, che attecchì su masse di lavoratori disoccupati e impoveriti non per l’eccesso di inflazione ma per via delle politiche di austerity con cui la Repubblica di Weimar rispose alla crisi di Wall Street del 1929. Cosa vi ricorda?

In breve. L’inflazione è legata alla domanda aggregata e dunque alla buona salute delle fasce medio-basse (piccole partite Iva, salariati, pensionati e fruitori del welfare state) mentre è temuta dal capitalismo finanziario (istituti di credito, shadow banking, imprese quotate) che desidera mantenere stabile il valore del denaro investito in mutui, obbligazioni, prestiti a lungo termine. Per smontare l’argomento secondo cui pensionati e lavoratori dipendenti avrebbero lo stesso problema delle grandi banche, a parte l’evidente sproporzione delle somme, Bagnai esemplifica una situazione sempre più comune, quella di genitori che adoperano i rimborsi previdenziali per sostenere i figli rimasti senza lavoro per la perdurante recessione legata alla carenza di domanda.

De “L’Italia può farcela” condivido le principali analisi geopolitiche, la cui rilevanza oggettiva è resa ancor più evidente dalla fatwa del sistema (oltrechè del provincialismo piccolo borghese) che non consegna mai, neppure per sbaglio, “una goccia di vita e di bellezza” (Camillo Langone, collega cattolico liberale, dunque ai miei antipodi). Il significante incide nell’evoluzione collettiva non in base al complesso di idee di chi lo esprime ma al significato che fa emergere in trasparenza e all’utilità sociale. In altre parole, si può essere in disaccordo su molte questioni ma se l’interlocutore ti arricchisce su un tema cruciale, non va ignorato. L’unica precondizione è il rispetto umano e ambientale. Primum vivere, deinde philosophari: si prenda per metonimia la vexata quaestio di vantaggi e limiti del linguaggio e della comunicazione nell’èra digitale, asettico involucro di un dato momento del progresso. La dialettica sterile su aspetti nozionistici e superflui distrae i lettori dallo studio di fenomeni e relative gerarchie (Romàn Jakobson) secondo priorità e principi proporzionali volti al confronto inclusivo.

La perdita di potere operativo e di democrazia degli Stati dell’Eurozona è ultratrentennale. In Italia nel 1981 si consuma il divorzio fra ministero del Tesoro e Bankitalia, sancito da uno scambio epistolare privato tra il ministro Beniamino Andreatta e il governatore Carlo Azeglio Ciampi. Da quel momento la banca centrale italiana non fu più tenuta a finanziare lo Stato sottoscrivendo titoli pubblici non allocati sul mercato, ciò ha consentito ai prestatori privati di esercitare una crescente pressione al rialzo di tasso di interesse di Bot e Cct incrementando il debito pubblico ben più dei famigerati livelli di corruzione e sprechi. Ma il punto è che andrebbe stimato come problema cruciale il debito privato verso l’estero e non quello pubblico. Il secondo, dopo la crisi finanziaria legata al crac Lehman Brothers, è stato elevato dalle sovrastrutture a incubo assoluto perchè i creditori, in particolare le banche di Germania e Scandinavia, dovevano rientrare delle esposizioni nei confronti di imprese e famiglie. La troika ha permesso il salvataggio di istituti di credito del nord Europa e di Mps ma si guarda bene dal valutare una ristrutturazione del debito pubblico della Grecia nei confronti di Bce, Fmi e delle banche, benchè sia stato dichiarato insostenibile da Premi Nobel e dirigenti del Fondo monetario. La mobilitazione per il referendum ellenico contro il memorandum e l’evidenza di una recessione europea che dura da 8 anni e sta investendo i tedeschi, ha almeno acceso i fari sull’inganno dei trattati. Da tempo Usa e Giappone, per citare due potenze, si portano dietro debiti pubblici notevoli per sviluppare policy espansive che in Eurozona sono off limits, salvo per la Germania che nel 1993 violò il rapporto del 3% previsto da Maastrich continuando a garantire sussidi ai lavoratori colpiti dalla politica dei mini-job del governo Spd di Schoreder.

Il debito privato, di cui nessuno si occupa, in Italia è cresciuto in particolare dal 1996 al 2007 a causa del deficit nella bilancia dei pagamenti e alla svalutazione del lavoro dovuta alla moneta unica e corroborata dalle leggi Treu e Biagi. Il concetto si comprende bene osservando Stato e cittadini alla stregua di vasi comunicanti: il deficit statuale equivale a risorse versate a persone fisiche sotto forma di stipendi, welfare, sussidi, consulenze professionali e a quelle giuridiche in appalti, investimenti, incentivi e detassazioni. L’iniezione di domanda, e non di offerta bancaria, rappresenta una virtuosa politica anticiclica rispetto alla pratiche organiche deflattive. Naturalmente sarebbe deleterio se la spesa pubblica fosse destinata soprattutto al capitalismo finanziario, come avvenuto anche di recente col salvataggio di svariate banche secondo il principio del “too big to fail”. Al contrario, coniugando le teorie postkeynesiane ad una tassazione progressiva (periodica patrimoniale secondo la proposta di Thomas Piketty) si porrebbero le basi per un’azione di vera redistribuzione sociale. Ogni proposta però va a cozzare nella gabbia dei non-Stati della zona Euro che impedisce policy di crescita e/o progresso, provocando il calo di import e export, quindi accresce l’indebitamento dei ceti medio-bassi attraverso la disoccupazione e il precariato, reso permanente in Italia dalla contestuale approvazione del Jobs Act. E cosa provoca il disagio sociale, con la complicità di un circuito politico-comunicativo che fomenta le guerre tra poveri e penalizza ogni eventuale rinascita di autentica Sinistra, se non la crescita di movimenti populisti e xenofobi?

L’escatologia del potere economico che governa il mondo attraverso le proprie sovrastrutture istituzionali, tecnologiche, culturali e mediatiche (il concetto di governamentalità neoliberale da “La ragione del mondo” di Pierre Dardot e Christian Laval) è sempre la medesima: sfuggire alla sovrapproduzione trovando nuovi sbocchi per occupare risorse, mercati e sfruttare lavoratori con meno diritti. Ma c’è una nuova chiave del successo che connota il capitalismo finanziario rispetto a quello industriale: la trasformazione dei cittadini (salariati/consumatori) in debitori. Alberto Bagnai, Vladimiro Giacchè, Emiliano Brancaccio, lo storico dell’economia Alessio Ferraro (autore de “L’Europa tradita dall’euroliberismo”) sono stati emarginati dal dibattito generalista per aver sfidato il monismo euroliberista, edificato più di un trentennio orsono. Da quando si sono accavallati eventi storici centrali come la crisi dell’Unione Sovietica, l’avvento di Thatcher e Reagan e l’integrazione monetaria nello Sme, i centri di diffusione del sapere hanno negato spazi a economisti eterodossi come Federico Caffè e Augusto Graziani. Gli ultimi baluardi politici furono il Psf fino alla retromarcia di Mitterrand e il Pci, contrario per bocca di Napolitano alle condizioni di ingresso nello sistema monetario europeo https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/943548042358270

Ora neppure il fallimento dell’austerity, stanti gli attuali rapporti di forza, porterà al mutamento dei trattati che auspica la “sinistra europea” di Fassina, Varoufakis e Lafontaine. Secondo Massimo D’Alema, che ha denunciato la mancanza di proposta del Pse, si dovrebbe andare nella direzione di un’integrazione politica in vista di “un’armonizzazione delle politiche fiscali e sociali, una mutualizzazione del debito”. Tuttavia il progetto, se mai dovesse superare la ferma opposizione di Germania e paesi scandinavi, potrebbe essere il grimaldello dei conservatori per deprivare ulteriormente gli Stati dell’area Euro e implementare le “riforme”, intese nel mistificante significato attuale di tagli pubblici e del lavoro, opposte dunque al modello sociale europeo delle trente glorieuses. Considerati tecniche e scopi della governamentalità neoliberale, se si vuole radicare un’alternativa forse occorre ripartire dall’analisi della società e dei conflitti sociali, tenendo in considerazione il contributo di economisti capaci di riprendere il filo dello sviluppo di una teoria socialista di governo. Rossana Rossanda (Quando si pensava in grande, 2013) ricorda un concetto caduto nell’oblio e su cui convergevano le diagnosi di Marx e Keynes: “La totale divergenza di interessi fra capitale e lavoro”. Per citare l’esempio più lampante, gli Stati Uniti, che mai si sono dotati di dottrine rigoriste, hanno visto crescere dagli anni ’70 la disuguaglianza sociale senza soluzione di continuità (L”Italia può farcela”, tabella di statistica 27, pag.201). Un altro mito da sfatare pertiene al carattere salvifico dell’afflusso dei capitali internazionali, che la nostra stampa invoca dolgendosi di burocrazia, lentezza dei processi, corruzione e mafia. Eppure i fondi di investimento e le multinazionali, che nel mondo vanno trovando dumping salariale e fiscale, puntano ai rami d’azienda pubblici e privati poiché recepiscono know-how e brand di qualità. A prescindere dal fatto che i posti di lavoro ereditati dalle international companies non di rado si riducono o sono esposti a ricatti come nel caso di Electrolux, il Prodotto nazionale lordo italiano cala per il trasferimento dei profitti all’estero. Bagnai sostiene che tali investimenti hanno una logica in un paese povero alla ricerca di finanziamenti e competenze, come fu la Cina negli anni ’80, il cui Pil valeva come il nord Italia. Fra l’altro la Repubblica popolare sin dai tempi di Mao seppe valorizzare settori diversi per aree e innovazione, a differenza della pianificazione dell’Unione sovietica che somiglia ai rigidi vincoli comuni dell’Eurozona.

Un punto di rottura nei confronti della sinistra ancillare al pensiero neoliberale è rappresentato da Jeremy Corbyn (http://www.left.it/2015/09/11/jeremy-corbyn-labour/). E’ interessante osservare come gli attacchi contro il nuovo segretario del Labour si stiano diradando negli altri paesi. Il Potere sa brandire l’arma del silenzio per evitare contraccolpi in una fase in cui l’energia propositiva di Corbyn potrebbe favorire la rinascita internazionale della Sinistra. Intanto spuntano gli esegeti, cowboy democratici che vantano collaborazioni con Aspen Italia e interpretano in chiave moderata il suo punto di vista.

Le tecniche di persuasione sono molteplici. I paladini della moralità pubblica, sedicenti progressisti, sono adusi a mescolare allarmi per i diritti acquisiti e messaggi in cui invitano a riformarli. Si pensi alle campagne del Fatto Quotidiano in difesa dei sindacati che però sono da cambiare (Landini dixit), o al botta e risposta tutto in famiglia (renziana) fra il finanziere Davide Serra che vorrebbe abolire diritto di sciopero e Oscar Farinetti che ne fa un problema di tempistica. Il circuito politico-mediatico-finanziario apre di continuo varchi alle “riforme” su pensioni, scuola, sanità. Pensate che Eugenio Scalfari, come poi Walter Veltroni, si sia speso casualmente per appiattire la figura di Enrico Berlinguer alla sola questione morale, dimenticando che il segretario del Pci era un comunista in lotta contro l’ingiustizia sociale? Nel tempo il fondatore di Repubblica si è confermato un fedele sostenitore dei tecnocrati (da Ciampi a Padoa Schioppa per finire a Monti e Draghi) che in questi anni hanno contribuito a ridurre gli spazi di politica e democrazia.

Sponda Corriere della Sera. Gian Antonio Stella, altro simbolo dell’anticastismo militante, scrive nell’incipit dell’articolo del 24 settembre dedicato all’eccesso di procedimenti contro ospedali e operatori, che i “medici più battaglieri contro l’andazzo della cause giudiziarie agli ospedali” sono favorevoli alla decisione della ministra Lorenzin di “porre limiti all’abuso dilagante di prestazioni, radiografie, analisi e farmaci”. Il soggetto è autorevole, noto per scrupolosità e moderazione, dunque sdogana meglio di chiunque altro l’accettazione dei tagli alla sanità. Lo stesso vale per le strutture e le aziende pubbliche sfiorate da inchieste della magistratura, che i cultori dell’austerity puritana vorrebbero privatizzare in nome del Dio mercato, riequilibratore e purificatore. Peccato che gli interessi del funzionario corrotto e del corruttore siano privati e che gli introiti delle cessioni siano risibili, sottolinea Stefano Fassina, a fronte di una “perdita di capacità industriali e di dividendi preziosi per il bilancio dello Stato”.

 

Trasferiamoci ora alle discipline giuridiche e investigative, per le quali vige analoga unità di misura della materia economica: correttezza delle fonti e dei dati di verità sperimentale. Nel sistema non sono rare le condotte al confine tra la sciatteria deduttiva, l’omissione e il depistaggio. Inoltre sarebbe bene distinguere i professionisti dell’antimafia e dell’antiterrorismo  (da Saviano in giù: https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/929078330471908 ) da quei colleghi che associano al metodo del riscontro il coraggio della ricerca abduttiva, scoprendo tasselli sulle pagine oscure italiane pur non lavorando per i principali giornali italiani: da Simona Zecchi a Paolo Cucchiarelli e Stefania Limiti, da Andrea Carancini a Luca Rinaldi, Enrico Ruffino e Ines Macchiarola.

Ai pionieri che contribuiscono a rovesciare la prospettiva multi o unidisciplinare (economica, politica, culturale, investigativa, quest’ultima naturalmente più rischiosa), sono riservate intimidazioni anonime e accuse di “complottismo” prive di fondamento, mentre il mainstream interviene rapidamente con atti e analisi per anticipare o almeno affiancare chi sta proponendo all’opinione pubblica una formulazione sgradita. I rapidi riposizionamenti rispetto a inchieste importanti, o contro l’euroliberismo, vanno dunque soppesati, annotando quando e dove. Aderendo a interessi privati forti, i mezzi di comunicazione di massa non lasciano al caso la rottura di un tabù importante, senza calcolare pro e contro.

L’interrogativo centrale dovrebbe riguardare il come, quando e perchè si trascende. E’ una buona cartina di tornasole, non per stabilire chi taglia prima il traguardo dello scoop né per additare erronee valutazioni (chi non ne fa?), ma per comprendere la presenza o l’assenza della qualità fondamentale in ogni campo dell’esistenza: l’onestà intellettuale. Ciascuno segue un percorso di predisposizioni genotipiche, interiorizzazione ambientale, possibilità economiche, studi ed esperienze. Allora come si concepisce l’elemento più importante, risalendo alle direttrici che dal background conducono l’individuo ad una data espansione culturale? Mettendo in relazione scritti e azioni, mutamenti e crescita, e verificando se essa sia votata alla ricerca e alla diffusione delle priorità conoscitive o si sperda su elementi distraenti. Quale credibilità può avere, ad esempio, chi si indigna periodicamente paventando la fine della democrazia per un voto contingentato in Parlamento e non ha mai speso un titolo contro il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio in Costituzione? Ieri ho dialogato con un agricoltore sulla peculiarità della vite nei periodi di secca, sul fatto che lo sviluppo del vino eccellente è garantito da un’adeguata azione collettiva di difesa dei chicchi. Lo ritengo più interessante di tanti esperti eno-politologi: (https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/09/29/scanzi-il-filo-renziano-che-processa-moretti/).

Per decostruire l’egemonia subculturale e risalire alla sorgente è sufficiente un collage di vecchi articoli e dichiarazioni. Se in prima e nelle pagine economiche si detta una linea a favore del governo Monti e della cancelliera Merkel non ci può lavare la coscienza ospitando qualche articolo interno contro l’austerity e giustificandosi ex post con l’ignoranza in materia. Un bel tacer, non fu mai scritto. Se si attaccano idee e partiti progressisti palesando sostegno a Matteo Renzi come se fosse sceso dalla Luna, è possibile poi contestarlo dal minuto dopo che è asceso al governo? Le inchieste sul Pd sono sacrosante, quando fatte per tempo: ne “I panni sporchi della Sinistra” (Chiarelettere, 2013) inserii un capitolo dedicato ai legami opachi fra l’allora sindaco fiorentino al gotha della finanza che ne appoggiava l’imminente scalata a Pd e governo.

Dopo il quando, il perchè. Quali ragioni spingono un soggetto al rovesciamento di prospettiva? Che non si debba mai smettere di studiare è un dato acquisito, ma diventa più difficile dispiegare il processo cognitivo in presenza di una rimessa in discussione dei propri convincimenti. Chi cambia parametri e idee lo fa per convenienza o segue coerentemente la propria evoluzione? Inutile dire che i primi casi sono la stragrande maggioranza: la Storia è scritta dai vincitori e dagli opportunisti, ma le donne (soprattutto) e gli uomini che hanno contribuito al progresso umano e ambientale si sono superati senza tema di fallire, nel microcosmo quotidiano e nelle leggi scientifiche. Oggi come ieri la governamentalità neoliberale teme la rinascita della Sinistra autentica, quel luogo di idee e prassi che può germogliare quando si è in grado di riconoscere “l’ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo (lettera di Ernesto Che Guevara alle figlie). Nihil novum sub sole, così come la dinamica dell’infiltrazione che il Potere attua ogni qualvolta si affaccia il rischio di una lotta vera contro l’ingiustizia sociale. Occorre chiedersi però la ragione per cui statisti come Boldrini e D’Alema, sindaci come Marino e alcune forze come Sel finiscano nel mirino di campagne e di attenzioni di stampo poliziesco. Lo stesso vale per economisti, intellettuali, giornalisti. Il Potere censura e, ove non può incidere direttamente e stima che la misura sia colma, attua condizionamenti di vario genere. Metafora militare: se si intende resistere all’”invasione della Polonia” (Woody Allen), rectius alle truppe di Bismark a Parigi nel 1870, occorre audacia, chiarezza e unità comunarda, interna ed esterna. Solo in tal caso il Potere sarà fermato alla Baia dei Porci. Prima di lasciarvi all’articolo di Left, rimetto in fila i sassolini lasciati sul mio scalcagnato blog a euro 0: prima e dopo “la morte di Dio”, per adoperare l’allegoria della psicanalista russa Lou Salomè nella quale “i credenti” suscitavano pena e simpatia, e i falsi ripugnanza. Ciascuno può applicarla alla propria esperienza, che ha un ante, nel mio caso Gazzetta di Modena e di Reggio, Modenaradiocity, le battaglie su L’Informazione di Modena e il caso Mascaro per il quale inizio a subire minacce, le inchieste su corruzione e mafia per Il Fatto Quotidiano; e un un post: il self publishing di Calcio, carogne e gattopardi, la partecipazione al Festival delle Storie di Vittorio Macioce, l’appassionante collaborazione con Left che va dallo Speciale ‘Ndrangheta in Emilia all’eterno patriarcato, dalla funzione storica di Rosy Bindi e quella di mister Goldman Claudio Costamagna, dal ritratto della direttrice del Fmi Christine Lagarde all’ intervista a Jamie Galbraith, dal ruolo cruciale di Spd e Martin Schulz al ritorno al futuro del Labour. Infine il network “sabaudo-ulivista” che ruota attorno a Farinetti: https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/950316641681410/?type=3&permPage=1

E ora l’intervista a Stefano Fassina

E’ la rottura di un tabù nella famiglia politica progressista. Forze alla sinistra del Pse ma con esperienza di governo progettano alla luce del sole un’alternativa all’euro. E mentre nel Regno Unito Jeremy Corbyn vinceva le primarie del Labour mettendo in soffitta la Terza Via, uno accanto all’altro di questo discutevano Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, il leader del Front de Gauche Jean Luc Mélenchon, il fondatore della Die Linke Oscar Lafontaine.

Fassina, partiamo da Corbyn. A suo avviso può contribuire alla rinascita della sinistra dopo un trentennio di subalternità alla dottrina neoliberale?

Non guardiamo a Corbyn come un potenziale Papa straniero ma la sua vittoria indica un risveglio culturale e politico. Con una coincidenza straordinaria è emerso mentre a Parigi parti significative della sinistra europea per la prima volta prospettano un’alternativa all’euro. Con Corbyn, che ha la fortuna di non stare nell’Eurozona, dobbiamo ricostruire insieme le condizioni di un protagonismo politico del Lavoro.

Chi si pone in modo autentico in lotta contro le disugliaglianze subisce attacchi pesanti da parte del capitalismo finanziario e delle sue sovrastrutture…

La guerra che è stata fatta alla Grecia ne è la conferma. L’obbiettivo è quello di dimostrare che non esiste alternativa, l’offensiva è stata a livello mediatico, accademico, politico e sociale.

Cosa rappresenta la vostra sinistra europea?

Il nostro progetto non è l’embrione di un altro soggetto politico ma l’avvio di una discussione che comprende la Linke, il Fronte de Gauche, Podemos, la sinistra greca. Ora, con Mélenchon, già al fianco di Mitterrand e ministro, gli ex ministri Varoufakis e Lafontaine, mettiamo sul tavolo un nodo decisivo per una sinistra di governo nel segno dell’alternativa al liberismo.

Lafontaine uscì dal governo Schoreder in dissenso con la Spd che si stava piegando all’austerity insita nell’Eurozona. Perchè lei non ha rotto col Pd ai tempi del Fiscal Compact?

Dissi che era un errore sul piano economico. Ma era prima delle elezioni (francesi, tedesche, italiane e infine europee) e con la vittoria nostra e delle forze socialiste. puntavamo a recuperare in un vero bilancio europeo i margini di manovra persi a livello nazionale. Poi abbiamo visto com’è andata a finire: l’inesistenza delle condizioni politiche per correggere in modo radicale i trattati. Non a caso la proposta di lavorare a un Piano B arriva ora anche per Lafontaine, Varoufakis e Melanchon dopo le sconfitte e, da ultimo il vertice europeo del 13 luglio: il golpe finanziario della troika in Grecia.

Nel piano A vi prefiggete una modifica radicale dei patti di stabilità che hanno impoverito i popoli dell’area euro. In che modo, coi rapporti di forza attuali, potrete incidere sui governi?

Alla luce dei clamorosi fallimenti dell’agenda liberista e dei trattati. Dopo 8 anni di svalutazione del lavoro e pesante austerity, l’Eurozona è l’unica area al mondo che ancora non ha recuperato il livello del Pil del 2007 mentre i debiti pubblici sono aumentati dal 65 al 95%. Di fronte all’oggettivo fallimento del mercantilismo liberista imposto dalla Germania è dovuta intervenire in modo emergenziale la Bce. C’è una sofferenza economica e sociale che si traduce in adesione sempre più ampia a movimenti nazionalisti e xenofobi. In questo contesto è ridicolo continuare con la retorica degli Stati Uniti d’Europa. Mettere in campo un piano B vuol dire provare a incidere su quei rapporti di forza.

In cosa consiste tecnicamente il piano B per l’Eurexit?

Varoufakis in Grecia ideò un sistema di pagamento attraverso i debiti-crediti fiscali dei cittadini ma il piano B può essere articolato in modalità diverse a seconda delle situazioni: moneta parallela, accordo monetario analogo allo Sme, moneta comune che si affianca alle monete nazionali, uscita dall’euro, ma in primo luogo ricostruzione di un controllo democratico sulla Banca centrale. Gli aspetti tecnici sono rilevanti e saranno discussi ma il dato politico è che per la prima volta forze di sinistra che non vengono dal minoritarismo hanno messo sul tavolo un’alternativa all’euro, in totale discontinuità rispetto agli ultimi trent’anni della sinistra subalterna al neoliberismo.

La battaglia per la modifica dei trattati si fa anche attraverso il piano B: consente ad un governo nelle condizioni di ricatto cui è stato sottoposto l’esecutivo di Tsipras, di avere un’altra strada difficile, accidentata, ma percorribile.

D’Alema ha denunciato l’involuzione della socialdemocrazia europea. E’ possibile un rovesciamento di prospettiva nel Pse?

Soltanto se c’è competizione con una sinistra alternativa al liberismo. Ad esempio la presenza di Podemos in Spagna ha portato il Psoe su posizioni meno subalterne ai conservatori. Bisogna affermare un’altra linea mettendo in campo un’opzione che raccoglie consenso. Ma è improbabile un cambiamento visti i segni profondi di subalternità nella famiglia socialista, da Hollande alla Spd al Pd.

Il suo giudizio negativo su Jobs Act, Buona Scuola, privatizzazioni, tagli pubblici è noto. Cosa salva del governo Renzi?

La nuova legge sugli ecoreati. Altro, di rilevante, non mi viene in mente

I progressisti italiani sono frammentati per sigle e contenuti. Si costituirà mai un grande partito della sinistra?

Vedo uno spazio potenziale molto ampio. Quando in Emilia Romagna vota il 37% degli elettori, in Toscana il 48% e cresce il M5Stelle, significa che una parte rilevante del popolo Pd ha abbandonato il Pd ma non trova risposte. Serve dunque una proposta di governo, credibile, una prospettiva alternativa come il piano B.

Se foste al governo, quali priorità nelle policy?

Un rilancio di investimenti pubblici innovativi su una strategia politica industriale per rivalutare il lavoro, per uno sviluppo sostenibile. Eviteremmo di firmare trattati che aggraveranno le condizioni di lavoratori e consumatori come il Tttp, lavoreremmo per inserire regole ai movimenti di capitali.


 

 

Corbyn, the Socialist who envisages the future

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Does Jeremy Corbyn embody a nostalgic swan song or the rebirth of the left? The dilemma fills progressives with enthusiasm and anguish, burned by the hard experience of Syriza in Greece. Whether he marks a return to the past or to the future, the candidate of the radical left in the primary elections of Labour is already a change of perspective. Just look at the litmus test of the media to understand how Corbyn is the most feared political by conservative chancelleries, financial capitalism and social democrats subordinated to the neoliberal dogma of austerity. The syllogisms that he is related to are coarse but pervasive: Corbyn is an idealistic utopian because has no government experience, he is anachronistic in his request to overcome monarchy, his pacifism is not aligned to NATO, and according to the Prime Minister Cameron he would jeopardize safety the United Kingdom. Solidarity with Palestine cost him the label of anti-Semite, he is considered too soft on the IRA and Putin’s Russia and especially Eurosceptic, but Corbyn the Socialist is against all forms of nationalism. On the other hand, he subordinates the presence in the EU to a reform of the Treaties, an adjustment of trade imbalances and the protection of social rights and the environment.

Tony Blair uses all the means to accuse the political suicide of Labour: “If he is in the hearts of voters, they should do a heart transplant.” To this not-so-British kind of sarcasm, which fits the style of his pupil Matteo Renzi, obsessed with owls and envious opponents, the Labour candidate opposes the disasters of Blairism: the crimes of the Iraq war, tax favors to lobbies of the City, privatizations that extended to water and ambulances, the detachment from the union, the elimination of social housing despite the high cost of living.

Like a fresh breath in a stagnant political world or a bolt from the blue depending on your point of view, Corbyn breaks the mold, even in terms of aesthetics with respect to the cool leadership of good tailoring, TV-like make up and jolly complacency that seems to express the concept of victory/power at any cost, including the loss of any value. His marxist trade unionist white beard is the result of the rise of Blair (“It’s my form of dissent,” he claimed), his disillusioned attitude and a serene 1968-like background, his look neglected as a periphery militant is coupled with his choice of consumer awareness (and “thrifty” by definition). As a cyclist, a “cycling grandfather” who has no car. Corbyn, born 66 years ago in Chippenham, Wiltshire village, was educated by middle class parents who had fallen in love during the Spanish Civil War: David, an electrical engineer, and Naomi, a math teacher, fought as volunteers for the Republic against General Francisco Franco. Jeremys commitment to trade unions began at 18 the National Union, having completed his studies at the North London Polytechnic, whereas his political career begins seven years later. This is when he brought the instances of the London Haringey underclass to the local Council. In the meantime, the experience of working in a pig farm marked him so much that he would become a vegetarian.

Corbyn has led his battles inside and outside of the Parliament, where he has been sitting since 1983, securing his votes in the stronghold of Islington, the poorest district of London. The following year, he was arrested during a demonstration outside the embassy of South Africa against apartheid, but he continued to fight for rights and peace as in the Vietnam era. He helped migrants and refugees, and he began talks with separatists in Northern Ireland and the Argentineans during the Falklands War. In the drawer, he keeps the photo of Che Guevara, as if he wanted to recall the need to defend the oppressed and denounce old and new forms of fascism. In 1998, as a member of the Commission on Civil Rights, blamed Margaret Thatcher for the tea she had with Augusto Pinochet, “one of the greatest killers of this century. Threats arrived promptly but they did not scare him. International issues will continue to deal with producing various writings including Problems of OTAN, the book published last year by Spokesman with contributions ranging from Tsipras to the Soviet dissidents Roy and Zhores Medvedev. Corbyn has three children and has been married three times: with the companion of party Jane Chapman, with the exiled Chilean Claudia Bracchita and with the Mexican Laura Alvarez, who imports Fairtrade products.

In his staff there are long-time companions, as he can count on the support of the largest unions, Unite and Unison, and the grand old man of Labour, the former deputy Lord Prescott. For the first His brother Piers Corbyn, a Marxist meteorologist who believes that global warming is a hoax, went out publicly for the first time to support him. Jeremy has his feet firmly on the ground, he is considered a Bennitein the field – in the sense of a follower of the Republican Tony Benn, the late minister in the Wilson and Callaghan governments who advocated basic activism but always loyal to the party. “The Company”, as the Italian Bersani would call Pd, even though in the end, his dissent was much smoother. In fact, while remaining in the majority, Corbyn voted over 500 times against the Blair government in the Commons. Bersani, who replaced Veltroni “the American, is more similar to Ed Miliband, a leader with a Social Democratic imprinting, who by the way respects the Blairite Third Way. Above all, the elections held after the respective failures in the two countries had opposite outcomes: the Democratic Party has swerved to the right with Renzi, whereas the left is reviving in the UK.

Surveys that forecast an advantage for Corbyn say he is appreciated by under 30 voters as well, thus not only by the working class. How did old-style socialism became so appealing? Perhaps because he aims at lowering tuition fees (British ones are among the most expensive in the world) and guarantee a minimum wage, thereby redistributing wealth through new taxes on corporations. The bearded candidate would like a welfare state that is not only efficient but also inclusive. He cares for public school so much that his second wifes plan to enroll their child at Queen Elizabeths grammar school would be among the reasons for their divorce, according to the Guardian: Corbyn has proposed to extend the model pioneered by Labour in Islington, where there has been an increase in the teaching staff and the technological equipment in schools: “I will continue to support the needs of the students, so that they can go to college or university, thus being able to exploit all their opportunities in the best possible way. “

The Quantitative Easing for the People proposal, advanced by his advisor Richard Murphy, is studied by Post-Keynesian experts. The proposal encompasses a direct support to public businesses and infrastructure by the Bank of England, instead of providing liquidity to private banks. No to finance, yes to the public economy, in case the clause IV, which committed Labour to the nationalization of industry, will be re-introduced after it was abolished by Blair in 1994. The plans of Corbyn entail railways and postal services, the revival of mining sector demolished by Thatcher, investment in social housing and innovative sectors, which place the Greenwich meridian back on the concept of forward-looking social and progress. So the laboratory in an advanced western country, free from the budget straitjacket of Eurozone, could include the progressive taxation à la Piketty and the deficits for growth advocated by Modern Money Theory.

It is not a coincidence that Corbyn said he was close to Bernie Sanders, the socialist who dares to challenge Hillary Clinton in the Democratic Partys primary election with the support of Mmt, and the youth movement that animates Podemos in Spain. Besides, what is culturally more revolutionary than a fight against injustice that restarts from the bottom, house by house and street by street? The internal rivals within the Labour Party discuss about chasing the center in order to conquer moderate voters. Instead, Corbyn loves to speak clearly, in an essential and incisive way, believing that the return to the origins can fill the vacuum of values ​​and electoral populism which is being filled by UKIPs Nigel Farage (and by Le Pen in France and Salvini and Grillo in Italy). Will the “cycling grandfather” give impetus and courage to a new social and political bloc of the European left, also in the Social Democrat area, starting from the needs of the weakest?§

Stefano Santachiara (translation by Giacomo Bracci)
LEFT AVVENIMENTI (http://www.left.it/2015/09/02/jeremy-corbyn/)

Left: Corbyn, il socialista che guarda al futuro

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Barba bianca, bicicletta e nazionalizzazioni

 

Jeremy Corbyn incarna un nostalgico canto del cigno o la rinascita della sinistra? Il dilemma entusiasma e angoscia i progressisti, scottati dalla difficile esperienza di Syriza in Grecia. Che si tratti di ritorno al passato o al futuro, il candidato della sinistra radicale alle primarie Labour rappresenta già il rovesciamento di prospettiva. Basta osservare la cartina di tornasole del mirino mediatico per comprendere come Corbyn sia il politico più temuto da cancellerie conservatrici, capitalismo finanziario, socialdemocrazie subalterne ai dogmi dell’austerity neoliberale. I sillogismi di cui è oggetto sono grossolani ma pervasivi: Corbyn è un idealista utopico perché privo di esperienza di governo, anacronista nella richiesta di superamento della monarchia, il suo pacifismo non allineato alla Nato, a detta del premier Cameron, metterebbe a rischio la sicurezza del Regno Unito; la solidarietà con la Palestina gli costa l’etichetta di antisemita, è considerato troppo morbido con l’Ira e la Russia di Putin e soprattutto euroscettico, ma il socialista Corbyn è contro ogni nazionalismo, semmai subordina la presenza nell’Unione alla riforma dei trattati, dal riequilibrio delle bilance commerciali alla tutela di diritti sociali e ambiente. Tony Blair usa ogni mezzo per accusarlo del suicidio politico del Labour: «Se è nel cuore degli elettori, essi dovrebbero fare un trapianto cardiaco». Al sarcasmo poco british, che è la cifra dell’emulo Matteo Renzi, allucinato da gufi e rosiconi, il candidato laburista oppone i disastri del blairismo: i crimini della guerra in Iraq, i favori fiscali alle lobby della City, le privatizzazioni che non hanno risparmiato l’acqua e le ambulanze, il distacco dal sindacato, l’eliminazione dell’edilizia popolare malgrado il caro vita.

Come una ventata in un mondo politico stagnante o un fulmine a ciel sereno a seconda dei punti di vista, Corbyn rompe gli schemi, persino a livello estetico rispetto alle cool leadership di buona sartoria, trucco televisivo e sicumera gaudente che sembra esprimere il concetto di vittoria/potere ad ogni costo, perdita dei valori compresa. La barba bianca da sindacalista marxista è frutto dell’ascesa di Blair («È la mia forma di dissenso», rivendicò), l’aria disillusa e serena un retroterra sessantottino, il look trascurato da militante di periferia fa il paio con la sua scelta di consumatore consapevole (e «parsimonioso» per sua stessa definizione) e di ciclista, un “nonno in bicicletta” che non possiede automobile. Corbyn, nato 66 anni fa a Chippenham, paesino del Wiltshire, è stato educato da genitori borghesi che si erano innamorati durante la guerra civile in Spagna: David, ingegnere elettronico, e Naomi, insegnante di Matematica, combattevano volontari per la Repubblica contro il generale Francisco Franco. L’impegno sindacale di Jeremy inizia a 18 anni alla National Union, terminati gli studi al North London Polytechnic, l’avventura politica sette anni dopo, quando porta nel locale Council le istanze del sottoproletariato londinese di Haringey. Nel mezzo anche l’esperienza lavorativa in una fattoria di maiali che lo segna al punto da diventare vegetariano. Corbyn conduce le battaglie dentro e fuori il Parlamento, dove siede dal 1983, consolidando i voti nella roccaforte di Islington, il quartiere più povero di Londra. L’anno seguente viene arrestato durante una manifestazione contro l’apartheid davanti all’ambasciata sudafricana, ma continua a lottare per i diritti e la pace come all’epoca del Vietnam. Aiuta migranti e rifugiati, dialoga con gli indipendentisti nordirlandesi e gli argentini in occasione della guerra delle Falkland. Nel cassetto conserva la foto di Che Guevara, quasi a ricordare la necessità di sostenere i popoli oppressi e denunciare fascismi vecchi e nuovi. Nel 1998, da membro della Commissione sui diritti civili, biasima Margareth Thatcher per il tè concesso ad Augusto Pinochet, «uno dei grandi assassini di questo secolo». Le minacce arrivano puntuali ma non lo spaventano. Di questioni internazionali continuerà ad occuparsi producendo vari scritti tra cui “Problems of Nato”, libro edito l’anno scorso da Spokesman con contributi che vanno da Tsipras ai dissidenti sovietici Roy e Zhores Medvedev. Corbyn ha tre figli e si è sposato tre volte: con la compagna di partito Jane Chapman, con l’esule cilena Claudia Bracchita e con la messicana Laura Alvarez, che importa prodotti equo-solidali. Nel suo staff ci sono compagni di lungo corso, può contare sul sostegno dei sindacati più importanti, Unite e Unison, del grande vecchio del Labour, l’ex vicepremier Lord Prescott. Per la prima volta si è speso pubblicamente anche il fratello Piers Corbyn, marxista e meterologo, convinto che il riscaldamento globale sia una bufala. Jeremy ha i piedi ben piantati a terra, nell’ambiente è considerato un “Bennite”, nel senso di seguace del repubblicano Tony Benn, compianto ministro nei governi Wilson e Callaghan, assertore dell’attivismo di base ma sempre leale al partito. «La Ditta», la chiamerebbe il nostro Bersani che però, alla fine, esprime molto meno il dissenso: pur rimanendo in maggioranza, Corbyn ha votato ben 500 volte ai Commons contro il governo Blair. Bersani, subentrato a Veltroni “l’americano”, presenta più analogie con Ed Miliband, leader uscente di impronta socialdemocratica ma sempre fedele alla Terza Via blairiana. Soprattutto, la svolta dopo gli insuccessi elettorali è opposta: Dai sondaggi che danno Corbyn in vantaggio spicca il gradimento degli under 30, non sil Pd ha sterzato a destra con Renzi, nel Regno Unito sta rinascendo la Sinistra.


Dai sondaggi che danno Corbyn in vantaggio spicca il gradimento degli under 30, non soltanto della working class. Com’è possibile che il socialismo 
agè faccia presa? Forse perché intende abbassare le rette universitarie fra le più care al mondo e garantire un salario minimo, redistribuendo le ricchezze mediante nuove imposte alle multinazionali. Il candidato barbuto vorrebbe un welfare state non solo efficiente ma inclusivo. Alla scuola pubblica tiene talmente che, secondo il Guardian, tra i motivi del divorzio con la seconda moglie ci sarebbe stata l’intenzione di iscrivere il figlio alla Queen Elizabeth’s grammar school: non sia mai. Corbyn ha proposto di estendere il modello sperimentato dal Labour a Islington, dove si è registrato un aumento del corpo docente e delle dotazioni tecnologiche nelle scuole: ”Continuerò a sostenere i bisogni degli studenti, affinchè possano andare al college o all’università, sfruttando al meglio tutte le opportunità”. È materia per esperti post keynesiani la proposta di “people’s Quantitative easing”, avanzata dal consigliere Richard Murphy, secondo cui la Bank of England dovrebbe sostenere direttamente imprese e opere pubbliche anzichè fornire liquidità alle banche private. Stop alla finanza, sì all’economia di Stato, se dovesse andare in porto la reintroduzione della clausola IV che impegnava il Labour alla nazionalizzazione dell’industria, abolita da Blair nel 1994. Nei piani di Corbyn ci sono ferrovie e poste, il rilancio del settore estrattivo demolito dalla Thatcher, gli investimenti in edilizia popolare e settori innovativi riposizionano il meridiano di Greenwich sul concetto di progresso sociale e lungimirante. Dunque il laboratorio in un Paese occidentale avanzato, libero dalle gabbie di bilancio dell’Eurozona, potrebbe integrare la tassazione progressiva periodica à la Piketty e i deficit per la crescita propugnati dalla Modern Money Theory. Non a caso Corbyn si è detto vicino a Bernie Sanders, il socialista che osa sfidare Hillary Clinton alle primarie dem con l’appoggio di Mmt, e al movimento giovanile che anima Podemos in Spagna. D’altronde cos’è più culturalmente rivoluzionario di una lotta all’ingiustizia che riparta dal basso, casa per casa e strada per strada, come usava ai tempi del Pci di Berlinguer? I rivali interni al Labour discettano di rincorse al centro per conquistare l’elettorato moderato, Corbyn invece ama parlar chiaro, essenziale e incisivo, convinto che il ritorno alle origini possa colmare il vuoto valoriale ed elettorale riempito dal populismo dell’Ukip di Nigel Farage, così in Francia dai Le Pen e in Italia da Salvini e Grillo. Il “nonno in bicicletta” darà spinta propulsiva e coraggio ad un nuovo blocco sociale e politico della Sinistra europea, anche nell’alveo socialdemocratico, ripartendo dalle esigenze dei più deboli?

Hillary e le altre nel sistema patriarcale. La Sinistra riparta dalla questione femminile

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Hillary Clinton corre per la successione a Barack Obama. E tutti a salutare quella che potrebbe essere (ma forse no, finendo per consegnare il governo alla destra americana) la prima donna alla guida degli Usa. E’ quasi una panacea per la questione femminile, Hillary, e poco importa se ciò avvenga sulla scia del marito Bill e col sostegno delle lobby di Wall Street. Il valore è simbolico. Per le classi dominanti sono da celebrare le donne che acquisiscono, in perfetta continuità politica, ruoli storicamente appannaggio degli uomini. Fu su Margareth Thatcher che i conservatori puntarono per piegare le Unions e prosciugare il welfare state inglese, la cancelliera Angela Merkel è la depositaria del SuperEs dell’ area Euro, per non parlare di Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale.

Anche in Italia, con Matteo Renzi, è così. Quante volte ha sventolato, il premier, le sue otto ministre, l’”altra metà del Consiglio dei ministri”. Le italiane non hanno mai avuto accesso alla presidenza della Repubblica e del Consiglio, al ministero dell’ Economia, alla guida della Corte costituzionale, ma vuoi mettere il passo in avanti? Le governatrici oggi sono Debora Serracchiani e Catiuscia Marini, questa ricandidata in Umbria nella tornata amministrativa che vede in pista altre due renziane: in Veneto l’europarlamentare Alessandea “ ladylike “ Moretti e in Liguria l’assessore alla Protezione civile Raffaella Paita, vincitrice delle contestate primarie contro Sergio Cofferati e indagata per la mancata allerta dell’ alluvione di Genova. E così la presenza femminile distrae anche dai problemi etici, su cui il partito di Renzi non ha certo “ cambiato verso “ candidando in Campania Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio.

E chissà poi perché, nonostante governatrici e ministre, il Belpaese è al 69esimo posto nel Global gender gap report,la classifica del World economic forum che intreccia quattro parametri: politica, economia, salute e scuola. Per l’aspettativa di vita e l’istruzione la situazione è quasi in equilibrio, ma il divario resta netto nel mondo del lavoro: gli uomini sono il 71 per cento dei dirigenti contro il 29 delle donne e, in media, guadagnano 2.000 euro in più all’anno.

Scatena spesso il sarcasmo di avversari ed ex alleati di coalizione, la presidente della Camera Laura Boldrini quando si impegna per la diffusione del linguaggio sessuato e denuncia le pubblicità che mercificano il corpo o insistono con gli stereotipi di genere. Pensate che gli attacchi anche violenti che subisce la terza carica dello Stato dipendano dal suo supposto carattere ieratico? E se invece contassero qualcosa i meccanismi con cui le élite finanziarie selezionano lo streaming di informazioni per l’ Homo consumens– per usare l’espressione coniata da Zygmunt Bauman? Se Hollywood spesso riproduce in forme edulcorate l’archetipo patriarcale, la televisione, qui appesantita dalla degenerazione berlusconiana, si conferma formidabile vettore di modelli diseducativi. La subcultura sessista si nutre poi di fenomeni nazionalpopolari come il calcio: basti pensare alla ghettizzazione del football femminile e alla notiziabilità delle atlete che finiscono nelle fotogallery dei più grandi siti di informazione quasi esclusivamente per fattori estetici.

Le statistiche danno ragione a Laura Boldrini. Secondo un’indagine Ocse ( Programme for international student Assessment 2015 ) ancora oggi le italiane in media svolgono lavori casalinghi per 6,7 ore al giorno contro le 3 degli uomini. La ricerca sottolinea quanto le ragazze di 15 anni ottengano già risultati migliori dei coetanei in abilità di lettura ( con un punteggio di 510 contro 464) e scientifica ( 490 a 488 ), ma di questo capitale umano si può fare a meno, se la legge Fornero, ad esempio, applicata e non modificata, cementa (tra le altre cose) lo squilibrio nelle responsabilità familiari. Il ministro del governo Monti ( una donna, ma al solito non progressista ) ha introdotto, per il padre il congedo parentale obbligatorio. Ma è di un giorno nei primi cinque mesi dalla nascita del figlio, allungabile fino a tre, sottraendoli però al monte-giorni della madre. In Norvegia, Paese pioniere vent’anni fa, il congedo parentale è di quarantasei settimane a stipendio pieno, di cui dodici riservate al padre. Siamo in ritardo anche nel potenziamento di asili nido pubblici, nella deducibilità dei costi per baby sitter e badanti. E certo non aiuta la parità, la precarizzazione permanente del Jobs Act.

C’è poi il mondo delle imprese. In Europa, secondo i dati della Commissione, la presenza femminile delle Spa in cinque anni è aumentata dall’ 11,9 al 20,2 per cento. Ad alzare la media sono la Norvegia, che ha raggiunto il 40, la Francia e la Finlandia che sono al 25. Spagna e Portogallo, invece, la abbassano, restando sotto il 10 per cento. L’Italia fa registrare un dignitoso 23 per cento, e lo fa grazie alla legge firmata dalle deputate Lella Golfo( Pdl) e Alessia Mosca(Pd) che stabilisce l’obbligo del minimo di un quinto di donne nei cda al primo rinnovo, un terzo per i due seguenti. Si sono anche dimezzate ( al 7,9 per cento contro il 16,2 del 2010) le consigliere legate da rapporti di parentela con uomini di potere: figlie di,mogli di, cugine di.

Le donne in politica sono di più ma la riduzione del gap di genere si è realizzata per mezzo delle quote. Il Pd, ad esempio, ha introdotto il doppio voto di genere alle primarie, portando in Parlamento il 37,9 per cento di deputate e senatrici. Il sistema però consta di una gabbia che perpetua nomine correntocratiche e capilista bloccati nelle liste elettorali, le donne( come gli uomini) vengono cooptate solo se aderenti a un preciso schema in grado di assorbirle e, ove possibile, strumentalizzarle. I piccoli avanzamenti sono rivendicati da un marketing padronale che vuole significare la concessione dall’alto di un diritto naturale sancito in Costituzione. Matteo Renzi, sin da quando amministrava Firenze, compie scelte simboliche che il presenzialismo mediatico gli permette di capitalizzare. Prima di lui però la sinistra non ha certo fatto meglio, perché ha conosciuto una sola leader di partito, Grazia Francescato dei Verdi. Già fondatrice di Effe, presidente del Wwf e animatrice del movimento new global, Francescato ereditò una base elettorale minima. In Germania- tanto per fare un paragone – gli ambientalisti e la Die Linke, guidati da Claudia Roth e Katja Kipping in coabitazione con pari grado uomini, superano entrambi l’8 per cento. In Francia, la socialista Ségolène Royal nel 2007 contese l’ Eliseo a Sarkozy e l’anno seguente sfiorò la segreteria del partito per una manciata di voti.

Nel Regno Unito, in vista delle politiche del 7 maggio, si è saldata una nuova alleanza tra donne: Natalie Bennett, leader dei Verdi, Nicola Sturgeon, premier scozzese a capo dello Scottish national party, e la gallese Leanne Wood del Plaid Cymru. Al termine del confronto televisivo dedicato alle opposizioni, le tre candidate si sono abbracciate sul podio della Bbc. La scena, tra l’isolamento di Nigel Farage dell’ Ukip, all’estrema destra, e lo stupore del laburista Ed Miliband, è emblematica quanto il significato politico. Si tratta infatti di progressiste under 50 che hanno vincolato l’eventuale sostegno a Miliband ad una mutazione della linea del Labour dopo un ventennio di Terza via blairiana: il ritorno a sinistra. In Italia, a contendere una leadership, sono state Rosy Bindi nel 2007 contro il “creatore” del Pd Walter Veltroni, e Laura Puppato, altra moderata cattolica, con chances di vittoria perfino minori, stretta nel 2012 tra Matteo Renzi, Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Bruno Tabacci.

Di Maria Elena Boschi si dice che governi ogni riunione ma è perché “ quando parla lei tutti sanno che a parlare è Renzi” confida a Left un membro dello staff di palazzo Chigi. Le donne-soprattutto se portatrici di valori progressisti- faticano non poco, nelle stanze dei bottoni. Almeno secondo la scrittrice e deputata del Pd Michela Marzano, direttrice del Dipartimento di Scienze sociali alla Sorbona e insegnante alla Descartes, che si è scontrata con un muro trasversale, quando ha proposto i diritti delle coppie omosessuali e la legge sul doppio cognome dei figli. L’esperienza parlamentare ha traumatizzato Marzano, che ha deciso di non ricandidarsi: “ Non ci si ascolta in aula e nemmeno durante le riunioni di partito. Ogni tipo di investitura risente dell’obbligo della fedeltà, di avere truppe nel contado, armi di scambio a disposizione”.

Cerchiamo però di andare alla radice del problema. La “ governamentalità neoliberale “, prendendo in prestito la formula di Pierre Dardot e Christian Laval, autori de La nuova ragione del mondo”, presuppone il controllo di tre blocchi distinti e interdipendenti: l’ economia, la politica e i centri di diffusione del sapere. Dal momento che l’egemonia culturale è la pre-condizione, occorre interrogarsi sul meccanismo che regola le discriminazioni di genere così come si sono indagati le ingiustizie sociali e il razzismo. Non molti, ad esempio, sono consapevoli dell’esistenza di antiche società matriarcali.

L’ epica classica è ricca di venerazioni politeiste varianti della “ Dea Madre” e numerosi reperti testimoniano la centralità delle donne nelle pacifiche comunità che vivevano di orticoltura e piccola cacciagione. Eppure è stato contrabbandato lo schema totalizzante che relega la femmina all’altruismo della cura e attribuisce al maschio le grandi imprese. Sul cacciatore che erige polis e fortezze per difendersi e conquistare, Rousseau diceva che la genesi dell’oppressione umana risale alla fase primordiale della divisione delle terre e del lavoro. Il sistema patriarcale, supportato dalle religioni monoteiste del “ Dio Padre “, ha consolidato usi e linguaggio in codici e istituzioni che privarono le donne delle libertà sessuali, economiche e sociali. Non è difficile comprendere come tale contesto abbia favorito feroci persecuzioni in nome di religioni e superstizioni, in particolare nel Medioevo, e pratiche che affliggono ancora milioni di cittadine: mutilazioni genitali nell’Africa subsahariana, in condizioni aggravate da malnutrizione e malattie; lapidazioni delle adultere in Paesi governati da fondamentalisti islamici; in India spose-bambine e abusi sulle donne appartenenti a sottocaste.

Alla base delle sopraffazioni, più dell’indigenza economica, vi è l’oscurantismo. Lo si evince anche scorrendo gli occidentalissimi verbali di stupri, molestie e maltrattamenti domestici, o dall’ascolto di processi per femminicidio: il più delle volte lui reagisce all’emancipazione , quando lei si ribella o reclama semplicemente la propria indipendenza. Il fil rouge della violenza, dunque, riporta sempre all’egemonia che nei millenni ha garantito i rapporti di potere. Ben sapendo che il diritto del più forte diventa legge duratura se associa al controllo degli eserciti quello delle conoscenze.

Biologi e genetisti, preservando il mito di Adamo ed Eva, hanno ignorato la primigenia del cromosoma X rispetto al maschile Y; scienziati si sono ricoperti di ridicolo affermando l’inferiorità dell’intelligenza femminile per via della minor ampiezza cranica; psicanalisti come Sigmund Freud hanno teorizzato l’ invidia del pene. Ma la Storia diffonde il punto di vista dei vincitori. E, in ogni parte del globo, sono stati sviliti gli importanti contributi che le donne, malgrado le costrizioni, hanno donato al progresso umano e ambientale. Il socialista inglese William Thompson, nel 1825, pagò con l’ostracismo l’invito alla ribellione femminile: “ La vostra schiavitù ha incatenato l’uomo all’ignoranza e ai vizi del dispotismo, così la vostra liberazione lo ricompenserà con il sapere, la libertà e la felicità”.

Non è un caso che le riforme progressiste si siano ottenute in peculiari dimensioni di vuoti di potere provocati da guerre o rivolgimenti economici. Durante la Rivoluzione francese la girondina Olympe De Gouges, poi uccisa dai giacobini, diede alle stampe la Dichiarazione dei diritti della donna. Un’altra breccia fu aperta nel Risorgimento, mentre si faceva l’Italia a dispetto del potere temporale della Chiesa. Nel 1861, prima che John Stuart Mill avanzasse la proposta del diritto di voto, il deputato mazziniano Salvatore Morelli scrisse La donna e la scienza considerate come soli mezzi atti a risolvere il problema dell’avvenire. Democrazia reale, scuole normali per studentesse, divorzio, doppio cognome dei figli, tutela della prole illegittima: un sasso nello stagno,anche se i disegni di legge di Morelli vennero tutti bocciati, salvo la norma che riconosce alle donne la facoltà di testimoniare nei procedimenti civili. Il diritto di voto, anziché il suffragio universale maschile del governo Giolitti- ridicolo ossimoro elevato a illuminato liberalismo- fu imposto soltanto con la Liberazione. Durante la Resistenza le partigiane, 30.000 tra staffette e guerrigliere, ruppero l’abituale esclusione dalla vita pubblica partecipando alla fase costituente. Le energie sono andate via via sprigionandosi quando la contaminazione tra movimento femminista e sessantottino, sospingendo sindacati e partiti di sinistra, ha contribuito al “ trentennio glorioso “: il servizio sanitario nazionale, l’obbligo scolastico a quattordici anni, lo Statuto dei lavoratori che prevede il divieto di licenziare le dipendenti incinte. La lotta per la parità ha permesso la diffusione della contraccezione, l’accesso alle funzioni pubbliche, le leggi su divorzio e aborto, la cancellazione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore normati dal codice fascista. L’ interazione si fondava sul comune convincimento che la libertà socio-economica fosse legata al percorso di emancipazione sessuale. E da qui dovrebbe ripartire la sinistra, coinvolgendo le donne che oggi forniscono visioni alternative in tanti campi della società. Il meccanismo dovrebbe essere opposto a quello della comunicazione mainstream che, alternando generici allarmi e impennate d’ottimismo, confina la questione femminile a mero calcolo di quote rosa. Il timore è sempre lo stesso: che donne e uomini si affranchino costruendo nuovi rapporti di spazio e tempo liberati, secondo i bisogni naturali di salute, consumo consapevole,conoscenza e creatività votate al benessere collettivo.

Left Avvenimenti (25 aprile 2015)