LEFT, la funzione storica della Spd di Schulz

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Da quel Kapò che lo trasformò in martire iconoclasta di Silvio Berlusconi, per Martin Schulz è stata un’ascesa continua sino alla presidenza dell’Europarlamento. Oggi però tocca a lui difendersi dall’accusa di conflitto d’interessi, quelli della Germania anteposti ai paesi che rappresenta. In occasione del referendum greco infatti Schulz ha perduto l’immagine super partes: prima del voto, schierandosi nel tentativo di far cadere il governo Tsipras, e poi annunciando un drammatico “piano di aiuti umanitari per pensionati, bambini, gente comune”. Gli interventi dipendono da interessi economici ed elettorali ma sono innanzitutto volti ad impedire ogni progetto alternativo di Europa. La Spd, il più antico partito socialdemocratico, perlomeno dalla caduta del Muro adempie alla funzione storica di legittimare l’involuzione antropologica della sinistra. Schulz, pur privo di esperienza di governo, incarna il Cerbero dell’austerity e il Caronte della terza via neoliberale che si è consolidata nelle larghe intese in Germania, Italia e soprattutto in Eurozona. Secondo la logica della governamentalità neoliberale il capitalismo finanziario apolide adopera trattati, patti di stabilità e prestiti per imporre tagli sociali, tasse e privatizzazioni. Il fronte che vi si oppone da sinistra ora si sta allargando dopo l’affermazione di Syriza e la crescita di Podemos in Spagna. Ben si comprende dunque come la richiesta di dimissioni di Schulz avanzata da 9 europarlamentari di Gue/Ngl assuma un valore intrinseco al di là della parzialità del presidente. Discorso analogo per le posizioni di chi, nel milieu socialdemocratico, sta rimettendo al centro la Politica. Massimo D’Alema ha definito il piano di prestiti ad Atene un favore alle banche creditrici, denunciando il rischio di una “compressione di salari, consumi e diritti dei lavoratori” qualora l’Unione non si dotasse di nuovi meccanismi. E’ presto per parlare di rinascita della Weltanschauung di sinistra ma queste analisi colgono il mainstream in contropiede, per usare il gergo calcistico caro a Schulz e al fedele Renzi.

Nato nel 1955 a Hehlrath, paesino della Vestfalia al confine con Olanda e Belgio, Martin non è un semplice tifoso del Colonia ma un calciatore che ha appeso le scarpette al chiodo dopo un infortunio al ginocchio. Studente modello e poliglotta, dopo il ginnasio Schulz gestisce una libreria. I testi che predilige, vale a dire i saggi dello storico Eric Hobsbawm e Il Gattopardo, danno il senso di una realpolitik che forse interiorizza già in famiglia. Il retroterra di sinistra è quello del padre Paul, poliziotto e figlio di un minatore, mentre la madre Clara fonda la sezione locale della Cdu. Martin Schulz, ultimo di cinque figli, aderisce alla Spd appena maggiorenne e a 31 anni viene eletto sindaco di Würselen, 40mila abitanti nella Renania settentrionale. A Strasburgo entra nel 1994, lavora dietro le quinte nelle commissioni su diritti dell’uomo, libertà civili e affari interni fintanto che, nove anni dopo, assurge a vittima della nota gaffe di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, colto nel vivo dell’oligopolio televisivo e delle amicizie mafiose, suggerisce il collega tedesco “per il ruolo di Kapò in un film sui campi di concentramento nazisti”. La zuffa fa sparire dall’aula il dibattito su globalizzazione e ingiustizie sociali; in Italia, nello stesso periodo, la lotta della Cgil di Cofferati contro l’abolizione dell’articolo 18 viene occultata dalla questione morale. Mentre Schulz sale dalla presidenza del gruppo Spd a quella dei socialisti europei, in Germania l’esecutivo di Gerhard Schröder si scontra coi sindacati per l’introduzione dei mini-job, lavori precari e pagati al massimo 450 euro al mese. Le produzioni qualitative e le esportazioni, già favorite dal cambio del marco, crescono sull’onda di investimenti anche in settori come la green economy. La chiave di volta che manca al resto dell’Eurozona risponde al nome di KfW, banca pubblica tenuta fuori dal perimetro del bilancio federale.

Schulz bolla di estremismo chiunque osi mettere in discussione il sistema e si muove come un Giano bifronte. In patria la postura è quella del rigore intransigente, come se gli eurocrati non avessero chiuso un occhio sui trucchi contabili della Grecia all’epoca dell’ingresso nella moneta unica. Schulz mostra il volto dialogante nel Belpaese, dove è insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce, difendendo l’operato del dimissionario governo Monti “che non ha colpa nella crisi odierna” e del successore Enrico Letta. Le affinità elettive comunque sono quelle con Matteo Renzi. Nel marzo 2007 il presidente della Provincia di Firenze respinse l’invito di Schulz nella famiglia socialista europea: ”La costruzione del percorso internazionale del Pd richiede pazienza e collaborazione, non certo annessioni e abiure”. Pare una vita precedente. Sette anni dopo Renzi cambia verso completando la trasmigrazione dei centristi seduti sui banchi di Ppe e liberali. Nel febbraio 2014, mentre la Direzione Pd sta per dare il benservito al premier Letta, il rottamatore annuncia il matrimonio con il Pse. Al Congresso di Roma il gruppo dei socialisti aggiunge la denominazione democratici su proposta della renziana Federica Mogherini e candida Schulz alla presidenza della Commissione. La vittoria dei popolari alle Europee però premia Jean Claude Juncker, che da neocommissario lancia un piano di investimenti ancora da decifrare. In nome del contrasto ai “populismi” Ppe e Pse cementano l’alleanza rinnovando Schulz alla presidenza. Il guardiano della tecnocrazia, nel libro Il Gigante incatenato, si dice solidale verso i Pigs, ammettendo l’aumento della disoccupazione e l’inefficacia della spending review. Intanto celebra le riforme di Renzi “dall’amministrazione alle riforme costituzionali, dal sistema giudiziario alle istituzioni”, e continua a vagheggiare investimenti extra-bilancio per l’Italia. L’interpretazione del good cop con la bad cop Merkel prosegue fino a quando il referendum greco rimette in discussione tutto, compresa l’idea di Europa.

(Left Avvenimenti, 18 luglio 2015)

Socialismo e keynesismo: l’anti-Schulz è D’Alema? Su Left intervista a Galbraith e ritratto del presidente dell’Europarlamento

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Sul nuovo numero di Left Avvenimenti ho avuto la ventura di occuparmi di una questione cruciale per la possibile rinascita della Sinistra. La introduco attingendo dall’attualità di “Quando si pensava in grande”, l’ultimo libro di Rossana Rossanda: “Le idee di Karl Marx e di John Maynard Keynes avevano in comune il riconoscimento di una divergenza totale di interessi tra capitale e lavoro. Marx ne derivava la necessità di una rivoluzione e Lenin l’aveva realizzata, unitamente ad altre motivazioni (“pace e terra”) nel corso della Grande guerra, mentre dopo il secondo conflitto mondiale, e certo anche in conseguenza della forza dell’Urss, Keynes proponeva un compromesso tra le due parti sociali con una mediazione dello Stato (…) Certo sono sotto la sua egida i Paesi che gli Usa devono aiutare nella ricostruzione dell’Europa, e questa si accompagna a una crescita politica e sindacale della sinistra, che preoccupa le cancellerie occidentali più che la minaccia, mai realmente consistente, di un’espansione territoriale sovietica”.

La prima pagina di Left è dedicata a Keynes (con approfondimenti degli economisti Guido Iodice e Giacomo Bracci), i miei due lavori sono un’intervista a James Galbraith, consigliere di Barack Obama e Yanis Varoufakis, e un articolo sulla funzione storica di Martin Schulz, guardiano delle tecnocrazie che incarna la lunga involuzione della socialdemocrazia europea. Secondo la logica della governamentalità liberale il capitalismo finanziario apolide adopera unione monetaria, patti di stabilità e prestiti per imporre tagli sociali, tasse e privatizzazioni. Il fronte che vi si oppone da sinistra ora si sta allargando dopo l’affermazione di Syriza e la crescita di Podemos in Spagna. Ben si comprende dunque come la richiesta di dimissioni di Schulz avanzata da 9 europarlamentari di Gue/Ngl assuma un valore intrinseco al di là della parzialità del presidente. Allo stesso modo, ai fini di una rinascita della Sinistra, sono da prendere in considerazione gli sforzi di chi all’interno della socialdemocrazia europea cerca di rimettere al centro la Politica.  A questo punto ritengo utile una breve riflessione su Massimo D’Alema, uno dei pochi leader nazionali a non essere transitato per banche d’affari del calibro di Goldman Sachs, nelle cui fila si sono distinti Prodi, Draghi, Monti, Gianni Letta e Claudio Costamagna, a cui Renzi ha affidato la Cassa depositi e prestiti (https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/914569461922795/?type=1&theater). Come i lettori di questo blog sanno, ne “I Panni sporchi della sinistra” indagai e descrissi interessi e gesta di alcuni personaggi che hanno collaborato con il presidente di ItalianiEuropei, peraltro portando alla luce fatti incredibilmente sconosciuti: ad esempio il legame tra l’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano e il boss della Sacra Corona Unita Rosario Padovano. Continuo anche a sostenere, come nel libro pubblicato da Chiarelettere, che D’Alema abbia compiuto scelte discutibili nel merito progettuale e nella tattica politica, mentre la sua onestà fattuale e intellettuale non è mai stata in discussione. Ciò malgrado le sparate telefoniche di Nicola Latorre o le autocollocazioni nell’orbita dalemiana di alcuni soggetti coinvolti in inchieste giudiziarie. La premessa è d’obbligo per chi ritiene erroneamente il giornalismo una prosecuzione della politica con altri mezzi, fatta di tifoserie per convenienza o convinzione ideologica, dunque sintetizzabile nelle sdrucciolevole categoria della coerenza rispetto a giudizi personali che invece si vanno formando e calibrando nel tempo. Nel mestiere di scrivere, e nella vita, la verità assoluta non esiste, almeno per coloro i quali la conoscenza non aderisce ad un episteme dogmatico ma si coglie sull’albero delle continue scoperte, nel quale i frutti sono la conferma o la contraddizione dei passi precedenti. La verità è sperimentale e in continuo superamento attraverso l’empirico sperimentale (induttivo non universale) stratificato per tentativi anche coraggiosi di genere abduttivo, teorie e prassi assumono un valore in relazione alla sostanza e non alla persona che le ha elaborate. La capacità di incidere di D’Alema è oggettiva e risalta nel mare magnum della vacua retorica conformista che è la cifra del post-moderno. Le analisi sono andate dispiegandosi dalla “svolta keynesiana” https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/11/29/dalema-svolta-keynesiana-fuori-tempo-massimo/ al recente intervento con cui ha definito il piano di prestiti della troika alla Grecia un “favore alle banche creditrici” denunciando il rischio di una “compressione di salari, consumi e diritti dei lavoratori” qualora l’Unione monetaria non si dotasse di nuovi meccanismi. Di questi temi cruciali è scevro il dibattito pubblico, sarei felice di essere confutato dalla realtà ma fino ad oggi tv e quotidiani si sono concentrati su scontri di stampo personale, nazionalistico, estetico e morale. Certamente non manca chi propugna l’edificazione di una nuova Unione monetaria denunciando il “tradimento” del progetto originario, ma sulle orme del non plus ultra Eugenio Scalfari il progetto degli aspiranti architetti resta generico e superficiale. L’eccezione è rappresentata da Michele Salvati e dal suo esplicito coming out attraverso il quale ha auspicato una guida continentale autorevole che possa imporre, e non più solo consigliare come nel caso della Grecia (sic), tagli sociali: http://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2015/07/la-lezione-greca-credere-nei-consigli-arrivati-da-bruxelles-salvati.pdf
Questi argomenti li trovate sul numero in edicola di Left Avvenimenti e nell’intervista concessa oggi da Massimo D’Alema a L’Unità. Nel dialogo sul giornale fondato da Antonio Gramsci, colui che ne fu il direttore evoca l’eurocomunismo del suo maestro, Enrico Berlinguer, per delineare un giudizio positivo sull’operato di Alexis Tsipras: il presidente del Consiglio greco, secondo D’Alema, possiede una matrice “eurocomunista”. Rispondendo ad un quesito sulle risposte nazionaliste dei paesi più poveri, spiega: “Il cittadino ha già difficoltà a incidere sulle scelte del proprio comune, figuriamoci su quelle europee, viste e sentite come lontanissime. Il punto dunque sta proprio lì. Nella necessità di un processo di integrazione a cui dare un’anima. C’è bisogno  di grandi soggetti politici che se ne facciano portatori, che in modo non retorico incarnino questa idea della democrazia che rompa i confini nazionali”. L’intervistatore insiste con quattro domande che sembrano cercare una legittimazione della linea di Martin Schulz:”Il socialismo europeo aveva imposto il tema della crescita in maniera molto chiara”. L’ex segretario dei Ds risponde che “se ne discute da mesi, ma ancora non si sa con chiarezza come sarà finanziato il piano Juncker“. In seguito ribadisce:”Non possiamo andare avanti così, senza un forte potere Politico, un’area dell’Euro in cui si realizzi una progressiva armonizzazione delle politiche fiscali e sociali, condizioni di competività alla pari, meccanismi di trasferimento di risorse dalle aree più ricche a quelle più deboli”. Sul perchè sia mancata l’azione politica D’Alema chiarisce: “Dovete rivolgere la domanda al leader del Pse, non a me”. Di questo aspetto fondamentale ci occupiamo su Left. La socialdemocrazia europea saprà rinascere con la propria Weltanshauung? Schulz incarna l’involuzione della sinistra europea, il Caronte che ha saputo consolidare la terza via di Blair, Clinton e Scrhoeder nelle alleanze di governo con i conservatori secondo la rotta di un simbolico meridiano di Greenwich: Ue, Germania e Italia. Nell’intervista transoceanica invece James Galbraith descrive i disastri della troika che rifiuta di «riconoscere i fallimenti precedenti» e cerca di «distruggere il governo greco eletto». A suo avviso anche un accordo migliorativo sul debito non basterebbe, per la crescita economica e sociale è necessario costruire un’Unione europea che possa sviluppare investimenti pubblici e inserisca nuovi meccanismi di protezione sociale. Buona lettura

Coalizione sociale: la discesa in campo di Landini tra sindacato, etica e potere mediatico

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Merita un approfondimento la questione dell’autocandidatura di Maurizio Landini a leader di un’aggregazione auspicata da tempo a Sinistra. Il segretario della Fiom è certamente una risorsa importante per la difesa dei diritti dei metalmeccanici e il punto di osservazione peculiare ma non vanno eluse alcune anomalie nella forma e nella sostanza della sua proposta. Nella trasmissione “in mezz’ora” di domenica 15 marzo il segretario del principale sindacato delle tute blu ha delineato “un’aggregazione con una funzione politica per battere le iniziative di governo e Confindustria” per poi negare l’intenzione di creare un partito e aggiungere: ”Io faccio il sindacalista e la coalizione sociale parte dal sindacato, voglio che si riformi il sindacato”. Il tema del rapporto tra organizzazioni sindacali e partiti politici è antico, la legittimità di cambiare ruolo sacrosanta ma la posta in gioco impone di sviluppare una serie di considerazioni senza filtro. La “coalizione sociale” in nuce rappresenta un fatto nuovo, forse storico, malgrado germogli tardivamente e su radici popolari meno solide delle primavere di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna. Nel paese che conobbe il più grande e democratico partito comunista dell’Occidente la rinascita di una Sinistra alternativa, plurale e inclusiva forse non potrebbe influenzare nell’immediato l’azione del governo Renzi ma determinare, questo sì, una rivoluzione copernicana nel lungo periodo. La contaminazione sperimentale tra forze sociali, intellettuali e partitiche che si pongano come chiaro orizzonte non soltanto la fine della crisi economica ma l’inveramento di un progresso sociale e ambientale interromperebbe il riflusso italiano ed europeo, la subalternità dell’area socialdemocratica alla dottrina capitalista neoliberale che prosegue inesorabile dal crollo del Muro di Berlino, una sorta di effetto Big Bang sui partiti storici, sempre più frammentati e impotenti. In ragione di queste considerazioni, sarebbe esiziale se l’entusiasmo per il progetto e l’avversione nei confronti delle critiche aprioristiche inducessero a sorvolare su teoria e prassi entro cui è maturata la scelta di Maurizio Landini di lanciare la “coalizione sociale”. Il limbo entro cui prende le mosse l’iniziativa è oggettivamente portatore di ambiguità, sul piano personale poiché lascia aperta la possibilità dell’ingresso in politica e la corsa di Landini alla segreteria confederale della Cgil. Ma anche la dimensione strategica non è chiara, per quanto sia positiva ogni proposta di condivisione dell’impegno civile che il segretario della Fiom ha già proposto a Libera, Emergency e Arci. L’ex direttore de l’Unità Peppino Caldarola, dopo quella del Pd, paventa la perdita anche del sindacato: ”Vuoi vedere che questo sarà un altro terreno che la sinistra lascia e che verrà occupato da cattolici più o meno adulti. Poi non lamentatevi se anche nel mondo confederale verrà fuori un Renzi”.

Quale lavoro?

Quanto al merito delle proposte di Landini che insistono sulla centralità del “lavoro” le perplessità degli osservatori più lincei si concentrano sull’aspetto cruciale della trasformazione del sistema produttivo, sempre meno fordista, e delle nuove disuguaglianze generate dal moderno capitalismo. Lo sfruttamento non si realizza più soltanto all’interno dei tradizionali luoghi di lavoro ma nelle multinazionali e nelle variegate morfologie produttive e commerciali, a domicilio e online, attraverso le quali vengono aggirati a norma di legge diritti e presidi sindacali. Continuano a crescere gruppi di cittadini che un tempo si sarebbero inscritti nella categoria del sottoproletariato: precari, free lance, disoccupati, esodati dalla legge Fornero, studenti in difficoltà, pensionati sociali. Secondo i dati Istat oggi in Italia i poveri sono 10 milioni e nessuno, sia detto impietosamente, ha ancora studiato una proposta organica di ampliamento del welfare, magari prendendo a modello i paesi europei più avanzati. Nel contesto globalizzato, ricorda il caporedattore de L’Espresso.it Alessandro Gilioli sul suo blogil conflitto è tra il 95-99 per cento di persone che si trovano nelle condizioni produttive più diversificate e strampalate (ma tutte fuori dall’élite economico-politica- finanziaria) e il restante 1-5 per cento, che è appunto costituito dall’élite economico-politica- finanziaria. Mi auguro fortemente che Landini – o chi lo aiuta ad analizzare i processi e ad elaborare le strategie – di questa mutazione epocale sia conscio” (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/03/15/lelite-e-gli-altri-nel-2015/)

La massimizzazione dei profitti passa ancora dalla “divergenza totale di interessi tra capitale e lavoro”, espressione di Rossana Rossanda che ben sintetizza i rapporti tra le classi sociali, ma anche per nuove e molteplici forme di deprivazione del risparmio dei cittadini, lavoratori e non. Il grumo di interessi dei ceti borghesi dominanti trova sbocchi per la vendita delle proprie merci (beni, servizi o prodotti finanziari) non più nelle guerre imperialiste e colonialiste (cifr. L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg) ma per mezzo di una strategica gestione dei fenomeni di globalizzazione. Il termine gestione è basilare per comprendere che l’economia non è faccenda soltanto di mercati. Secondo Pierre Dardot e Christian Larval, seguaci di Michel Foucault e autori de La nuova ragione del mondo (Derive Approdi 2013), i sempiterni fini della “governamentalità neoliberale” si concretizzano in modo apparentemente innocuo attraverso le modifiche dell’architettura istituzionale degli Stati e delle loro politiche monetarie. Dunque l’economia governa, in modo sempre più diretto senza adeguati contrappesi votati all’interesse collettivo. Negli anni ’90 il capitalismo finanziario impose, in cambio dei prestiti di Banca mondiale e Fmi, nuove privatizzazioni e tagli dello Stato sociale nei paesi emergenti del Sudest asiatico e del Sudamerica i cui governi avevano compiuto la scelta di agganciare le monete locali al dollaro, provocando la crisi delle esportazioni e il crollo della bilancia dei pagamenti. La partenogenesi della cessione di sovranità degli Stati nell’area Euro è databile con l’ingresso nello Sme e si è dipanata mediante la serie di trattati che circoscrivono la gabbia attuale. Mondo accademico, mezzi di comunicazione di massa e le stesse sinistre, salvo la resistenza del Pci all’ingresso nello Sme per bocca di Giorgio Napolitano che prefigurava già l’attuale condizione germanocentrica, hanno instillato la necessità di cedere sovranità statuale. Lungi dalla concezione federalista e solidale di Altero Spinelli, oggi l’Unione monetaria è sprovvista di una guida politica eletta, una banca a funzione pubblica sul modello della Fed, un’armonizzazione fiscale che riequilibri i dislivelli e contrasti i fenomeni di dumping intra-europei fiscali, salariali e sociali.

Etica e sociale

E’ senz’altro lodevole l’impegno di Landini in difesa della sicurezza sui luoghi di lavoro. Il 16 aprile 2011 ha definito “una sentenza storica” la condanna dei vertici della Thyssen Krupp a pene detentive per l’incidente sul lavoro nella fabbrica di Torino che ha causato la morte di sette operai, processo in cui la Fiom si era costituita parte civile. Per quanto riguarda l’Ilva di Taranto Landini si è distinto dagli altri rappresentati sindacali che criticavano il sequestro della aree a freddo dell’acciaieria disposto dal gip Patrizia Todisco: ”Non abbiamo ritenuto utile scioperare contro la magistratura non solo perché è sbagliato ma perché le leggi, la loro applicazione, la difesa di un lavoro con diritti e quindi con una sua dignità, sono l’obiettivo su cui tutte le forze dovrebbero convergere e lavorare” .Se nei casi specifici il segretario della Fiom ha compiuto le scelte opportune, da leader della “coalizione sociale” dovrebbe considerare che la Politica non s’esaurisce nel concetto di legalità, minimo comun denominatore degli individui perbene, siano liberali, conservatori, socialisti o comunisti, ma abbraccia il quadro organico delle condizioni economiche e sociali, compreso lo sviluppo del settore acciaio, fondamentale per la politica industriale di un Paese.

Secondo Landini, si legge sul Fatto Quotidiano, la coalizione sociale è “un soggetto che in prospettiva punta a offrire in collaborazione con associazioni come Libera e ong come Emergency servizi indispensabili che stanno diventando troppo costosi, come le cure mediche. Seppur pronunciato in buonafede e in riferimento alla meritoria opera dell’associazione presieduta da Gino Strada, il concetto delle “cure mediche troppo costose” risulta pernicioso, poiché coincide con il mantra di certi poteri finanziari che vorrebbero privatizzare la Sanità, settore individuato come nuova terra di conquista. L’ amministrazione Obama, influenzata da visioni economiche ispirate al keynesismo (fra cui si segnala la radicale proposta della Modern Money Theory) sta conducendo gli Stati Uniti a livelli di civiltà europei: dal 2010 al 2012 la spesa per la Sanità pubblica è aumentata in media del 2,5%, più di quella privata e del Pil, che nello stesso periodo è cresciuto del 2,2% Al completamento della riforma, si calcola che la copertura sanitaria sarà estesa a 30 milioni di americani. Al contrario in Italia Mario Monti, l’ex premier gradito alle tecnocrazie europee già commissario Ue e consulente di Goldman Sachs, dichiarava nel novembre 2012:”La sostenibilità futura del Servizio sanitario nazionale potrebbe non essere garantita”. Un altro fattore di affinità, molto meno preoccupante, è la lotta alla corruzione, che il segretario della Fiom ha definito “più importante che abolire l’articolo 18 per far ripartire l’economia”. Giudizio condivisibile, tuttavia si tratta di ambiti completamente diversi. Nei discorsi accalorati di Landini spesse volte occorrono queste traslazioni concettuali che suscitano l’indignazione dell’ascoltatore senza affrontare i fattori separatamente e approfonditamente. Una questione culturale previene però l’aspetto formale e metodologico. Il sistema capitalista, anche se venisse depurato da una percentuale di sacche d’illegalità, non muterà la propria escatologia, non si farà cioè promotore dell’ armonia sociale e del benessere comune. Esemplificando, la Sinistra italiana si sofferma sul contrasto all’evasione fiscale e timidamente propone tassazioni patrimoniali una tantum mentre in Francia esiste già un’imposta progressiva e periodica sui capitali sul modello della proposta di Thomas Piketty che ricomprende redditi societari, da brevetti, la rendita fondiaria e la ricchezza finanziaria. D’altronde gli allarmi per piaghe come evasione e corruzione giungono sovente da soggetti del calibro del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e dallo stesso Mario Monti, rappresentanti di quella bilanciofobia responsabile dell’impoverimento della classe media. Le petulanti campagne antiCasta contro gli sprechi della politica e delle amministrazioni si associano più o meno implicitamente a editoriali favorevoli alla privatizzazione di reti strategiche, servizi e beni pubblici, meglio se contestuali a scandali giudiziari, problemi funzionali, o semplicemente oggetto di ricorrenti concezioni antiscientifiche. Lo si può riscontrare nella chiusura degli Opg, la cui logica basagliana di scaricare su famiglie e società i malati psichici si fonda sul teoria di deriva destinale inscritta nella subcultura di Heidegger. Lo ha ricordato efficacemente Massimo Fagioli su Left Avvenimenti del 28 febbraio 2015:”http://www.scuolanticoli.com/page_Massimo_Fagioli_02.htm .

A fine novembre, a Reggio Emilia, Maurizio Landini ha assistito ad un confronto senza filtro tra il direttore de La Repubblica Ezio Mauro e la professoressa Mariana Mazzucato, una delle poche studiose in grado di rovesciare la prospettiva da un punto di vista culturale, spiegando l’inconsistenza della teoria bilanciofobica che considera lo Stato alla stregua di un azienda o di una famiglia. Mazzucato postula policy innovative nelle quali il sistema pubblico è lungimirante propulsore dell’economia nei settori qualificanti per il progresso reale della società e dell’ambiente. La stessa amministrazione Obama, grazie ai consiglieri postkeynesiani della Mmt, ha aumentato gli investimenti pubblici raggiungendo il 10% del deficit rispetto al Pil, oltre il triplo del consentito nell’area euro. Al termine dell’incontro della Mazzucato Landini ha commentato: Ne penso bene, certo. Peccato che si tratti di concetti che non esistono. Semplicemente sono estranei ai politici italiani”. Sarà. Non è forse da idee emancipate e ambiziose, come il “siate realisti, chiedete l’impossibile” degli anni ’70 o se si vuole il più moderno e politically correct“stay hungry, stay foolish”, che il progetto progressista potrebbe ripartire nella parte resiliente e inclusiva che non si è perduta per le strade del carrierismo, dell’isolato snobismo o della miope divisione? (https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/12/02/mazzucato-la-forza-delle-idee-al-servizio-del-progresso-della-societa/)

Il potere mediatico

Maurizio Landini ha un rapporto particolare con l’immagine. Chi si è occupato del servizio d’ordine per il sindacato e i partiti ha ricordato come fossero fuori luogo le sue urla ai poliziotti durante gli scontri coi lavoratori delle acciaierie di Terni, per di più in favor di telecamera. Landini è frequentemente ospite di trasmissioni televisive da quando nel luglio 2010 ascese a segretario del principale sindacato dei metalmeccanici in luogo di Gianni Rinaldini, tuttora suo mentore. In questi anni il leader della Fiom ha condotto battaglie in fabbrica e nei tribunali civili contro i vertici della Fiat ma queste, assieme alle altre vertenze dei metalmeccanici, non motivano a sufficienza una tale sovraesposizione mediatica. Maurizio Landini, ad esempio, è stato ospite ad Annozero nelle seguenti date: 24 novembre 2011, 19 gennaio 2012, 1 marzo 2012, 29 marzo 2012, 17 maggio 2012, 15 novembre 2012, 17 gennaio 2013, 25 aprile 2013, 10 ottobre 2013, 21 novembre 2013, 9 gennaio 2014, 27 marzo 2014, 1 maggio 2014, 23 ottobre 2014, (Announo) 13 novembre 2014, 22 gennaio 2015.

Anche a destra non mancano esempi di presenzialismi che hanno aperto il varco al salto dal sindacato alla politica. E’ celebre il caso dell’ex governatrice del Lazio Renata Polverini, prezzemolina a Ballarò quando vestiva ancora i panni di segretaria dell’Ugl. Mutatis mutandis, a Sergio Cofferati nel 2002 non venne riservato analogo spazio televisivo nonostante fosse il segretario della Cgil che portò in piazza al Circo Massimo 3 milioni di persone contrarie all’abolizione dell’articolo 18. Malgrado il grande seguito e il fatto che da più parti, compreso l’animatore dei Girotondi Nanni Moretti, venisse indicato il nome di Cofferati come nuovo leader di una Sinistra sconfitta e succube del berlusconismo imperante, il “cinese” fu espunto dalla politica nazionale. Cofferati, che venne prima affiancato a Prodi e poi dirottato a Bologna, scontò non solo l’ostracismo del moderatismo ulivista ma l’ostilità personale di chi avrebbe potuto sostenerlo come D’Alema, con cui ebbe un teso confronto televisivo proprio a Ballarò.

Lo stesso processo di isolamento ha riguardato la spinta propulsiva della Modern Monetary Theory nel campo dell’Economia politica. Per anni, alle singole voci di sinistra radicale e alla minoranza di economisti di area postkeynesiana sono stati negati quegli spazi democratici propedeutici alla diffusione dei risultati dei loro studi. Solo di recente, dopo un breve collegamento a Otto e mezzo su La7, Mariana Mazzucato è stata intervistata nel programma Rai di Riccardo Iacona ‘Presa Diretta’. Se il pioniere dei no-euro Alberto Bagnai si sta ritagliando momenti mediatici, restano ancora off-limits economisti eterodossi come i marxisti Emiliano Brancaccio, Marco Veronese Passarella e Vladimiro Giacchè, i post-keynesiani come Sergio Cesaratto e Gennaro Zezza. E oltre ai tanti nomi del presente, vale la pena segnalare come sia andato dimenticato anche il pensiero dei grandi nomi dell’accademia italiana come Piero Sraffa, Federico Caffè, Paolo Sylos Labini, Augusto Graziani e Pierangelo Garegnani. L’egemonia culturale della scuola di Chicago, nel mondo accademico e nell’agenda politica occidentale, si è affermata nella seconda metà degli anni ’70, mentre nell’Est Europa iniziava a spirare la crisi del Socialismo reale, ad ovest la resistenza ‘ democratica’ era rappresentata da Pci e dai socialisti francesi mentre il premier inglese Thatcher lanciava il suo distruttivo “Tina” (There is no alternative) piegando le Trade Unions, riducendo le tutele sociali e detassando i ceti abbienti. Il Potere, come sintetizzato mirabilmente da Michel Foucault, esercita un controllo diretto o indiretto sulle fonti del sapere, nei luoghi di detenzione, nelle scuole e dunque nel circuito mediatico, il cui apogeo pervasivo è rappresentato dalla televisione (cifr. Pier Paolo Pasolini e Noam Chomsky). Va da sé che il sistema della comunicazione incida nella selezione dei contenuti attraverso processi di manipolazione e con particolare attenzione al linguaggio. La parola “pubblico”, lo ricordava Mazzucato nel dibattito succitato, ha assunto nel tempo un’accezione negativa, legata a scandali e sprechi. Le misure di austerity, strumento distruttivo della governamentalità neoliberale, vengono definite “riforme”, termine che invece era stato coniato per esprimere il progresso sociale ottenuto sull’onda dei movimenti del ’68 e grazie all’impegno di Pci e Psi.

Renzi è il prototipo politico di questo genere di comunicazione, abile ad appropriarsi di espressioni per modificarne il senso, certamente innovatore nell’uso dei social network ma anche presenzialista in televisione. E’ interessante valutare la triangolazione polemica tra Marchionne, Renzi e Landini. L’amministratore delegato di Fca, al pari del gotha dell’industria e della finanza, ha sostenuto e sostiene Matteo Renzi. Da notare però che nei mesi decisivi, prima della scalata del Pd e del governo dell’allora sindaco di Firenze, si rese protagonista di un improvviso botta e risposta, sussiegoso e teatrale. Dopo alcune critiche di Renzi sui mancati investimenti della Casa torinese, nell’ottobre 2012 Marchionne definì l’ex boy scout di Rignano sull’Arno la “brutta copia di Obama che pensa di essere Obama” e “sindaco di una piccola città”, quest’ultima dichiarazione smentita due anni dopo dalla agenzie di stampa perchè frutto di un “equivoco”. Agli occhi dell’opinione pubblica Renzi è sempre stato il nemico numero due di Landini, dopo Marchionne. Eppure il sindaco fiorentino e il sindacalista reggiano hanno tradito una certa sintonia, non solo quando sono stati immortalati in atteggiamenti confidenziali e amichevoli. Il 29 agosto 2014, sul Corriere della Sera, il segretario della Fiom ha ufficializzato un’apertura di credito: “La forza di Renzi sta nel consenso che ha saputo cogliere perché, dopo 20 anni di governi che non hanno affrontato i veri problemi, lui ha incarnato per la gente il cambiamento. Ho apprezzato la scelta degli 80 euro, che va confermata, e la tassazione delle rendite finanziarie. Non mi è piaciuta l’estensione dei contratti a termine e non mi convince molto la riforma istituzionale e elettorale”. Riavvolgendo il filo, il percorso di Landini è quasi simultaneo a quello di Renzi. Mentre il sindaco di Firenze organizzava alla Leopolda, a partire dal 2010, anno dopo anno, il congresso fai da te alternativo a quello del partito con cui ha gettato le basi per la scalata del Pd al grido della “rottamazione” della classe dirigente, il segretario della Fiom duellava sulle reti televisive col convitato di pietra Marchionne e con chiunque gli capitasse a tiro. Le rispettive epopee televisive si sono nutrite di polemiche forti. D’altronde la regola cardinale del marketing, “purchè se ne parli”, aderisce alla logica degli opposti che in politica si attraggono: l’attacco reciproco espande lo spazio offerto dai media ai contendenti. La tesi secondo la quale certe polemiche “fanno auditel” non pare tuttavia sufficiente a spiegare la ragione di ostracismi speculari al presenzialismo esasperato. Landini è stato paragonato a Salvini per i toni accesi e le argomentazioni semplici, oltre che per la felpa. Il retroterra culturale e la credibilità dell’esperienza sindacale di Landini sono naturalmente distanti dal mondo del leader della Lega nord ma Salvini, come già Grillo, continua a riempire il vuoto politico-mediatico a Sinistra. La chiave di volta è la miscela di populismo e benaltrismo che consiste nel denunciare le ingiustizie sociali reali senza alcuna analisi concreta, mescolandole e motivandole con fenomeni diversi che alimentano “guerre tra poveri”, non senza elementi di razzismo, omofobia, misoginia e quant’altro decadimento civile. Resta dunque da chiedersi perchè, mentre questi soggetti che si dipingono anti-sistema campeggiano su video, radio e giornali, anche nella campagna per le Europee del maggio 2014 sono state ridotte al lumicino le presenze de “L’Altra Europa” di Tsipras. La coalizione non aveva ancora vinto le politiche in Grecia e gli omologhi italiani non potevano far pesare precedenti consultazioni elettorali, ma dal punto di vista giornalistico la rivoluzione culturale di Syriza doveva essere già considerata il fenomeno europeo che avrebbe aperto scenari di possibile emancipazione dall’austerity strumentale alla governamentalità neoliberale. Forse a Landini, in caso di candidatura, toccherà lo stesso trattamento. O forse no.

Sinistra al bivio: modello Keynes o infinita terza via?

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Per l’Europa si aggira lo spettro della presa di coscienza collettiva dopo la rivoluzione democratica di Syriza, la cui affermazione elettorale restituisce dignità e speranza ad un popolo devastato che ha avuto la forza di non piegarsi ai ricatti del potere finanziario internazionale e delle tecnocrazie Ue. Mentre si resta in attesa di comprendere le prime mosse del governo di coalizione di Alexis Tsipras, anzichè entrare nell’indeterminato e spesso superfluo dibattito italiano sulle alleanze possibili, sovraccarico di calcoli personali e polemiche strumentali, intendo approfondire alcuni effetti dell’azione di governo negli Stati Uniti. Il grafico che troverete al link sottostante concerne l’andamento dei deficit e surplus nei settori economici (pubblico, privato, estero), è stato pubblicato dalla professoressa Stephanie Kelton, presidente del Dipartimento di Economia dell’università di Kansas City, cuore della Modern Money Theory. Kelton a fine anno è stata nominata chief economist della Commissione Finanze del Senato dal democratico Bernie Sanders, più volte accusato di ispirarsi a idee “socialiste”
https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/838905592822516/?type=1

Una strada innovativa per la rinascita di una nuova Sinistra, una volta elaborate specifiche analisi, sarebbe quella di sperimentare policy di matrice keynesiana come in parte ha già saputo dispiegare il presidente Obama. Lasciando da parte la peculiare condizione americana di negatività costante nella bilancia dei pagamenti, un elemento compatibile con il ruolo del dollaro di moneta mondiale di riferimento, si registra un surplus per imprese e cittadini dovuto ad una combinazione di fattori e passato attraverso fasi alterne: dal 2010 il deficit pubblico utilizzato per rilanciare l’economia dopo la crisi finanziaria è tornato a scendere sino all’odierno 2,8% del Pil, ma in precedenza aveva superato anche la vetta del 10%, dunque oltre il triplo di quanto oggi è consentito ai Paesi dell’Eurozona. Al netto delle fluttuazioni delle entrate fiscali correlate al fallimento delle imprese – fattore inesistente nell’area Euro poichè i Patti di stabilità impongono agli Stati di ricaricare la pressioni tributaria sul resto dei contribuenti – l’amministrazione Obama si è contraddistinta per una politica espansiva non solo di emergenza, andando dunque al di là del successo del Quantitative Easing. L’influenza da parte del mondo accademico keynesiano americano, ad esempio di James Galbraith, è stata decisiva al fine di orientare l’aumento degli investimenti pubblici e della spesa sociale. Riforme fondamentali come la rivoluzione copernicana sanitaria che sta cercando di allineare gli Usa a livelli di civiltà europei e avanzata troppo gradualmente per la forte opposizione delle lobby assicurative e dei repubblicani al Congresso, sono servite a migliorare le condizioni di vita di una fascia consistente di cittadini. Secondo alcuni osservatori ciò è ancora insufficiente ma la nomina della postkeynesiana Kelton è un ulteriore segnale positivo verso il progresso sociale. Tornando al grafico, si nota come lo stesso governo Bush avesse promosso una politica di spesa, differente però per quantità e qualità, ottenuta cioè attraverso l’incremento della spesa militare e la detassazione dei ceti abbienti, sul modello della Supply side in voga ai tempi della Reaganeconomics.
E’ l’ora, è l’ora, dunque, per un’inversione di rotta nella Sinistra europea?  Con l’affermazione di Syriza in Grecia i partiti progressisti potrebbero trovare gli strumenti e il coraggio necessari per interrompere quell’involuzione antropologica e progettuale che li trascina da oltre un ventennio nella subalternità al capitalismo globalizzato e finanziario, che ne ha trasfigurato l’identità al punto da cancellare il lessico fondativo: la lotta contro l’ingiustizia sociale e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la pace, i diritti universali, l’ambiente. L’ortodossia dell’austerity si è dipanata con geometrica potenza anche e soprattutto per mezzo della cosiddetta “Terza via” di Clinton, Blair e dei tanti emuli. Si tratta di usurpatori del vocabolo “riformismo”, che fu coniato per definire l’avanzamento sociale nel trentennio glorioso legato al modello europeo uscito dal dopoguerra e rafforzato dalla spinta propulsiva di movimenti, sindacati e partiti di sinistra sull’onda del ’68. Questi reazionari dell’economia travestiti da riformisti, da un lato hanno imposto un veteroliberismo che ha precarizzato e impoverito i lavoratori, dall’altro hanno ingabbiato i popoli nel progetto neoclassico di un’area di nonStati, l’Eurozona, retta da una tecnocrazia a-democratica che ha privato i governi della possibilità di progettare il futuro in termini di crescita economica, sociale ed eco-compatibile. L’operazione è filata liscia anche grazie alla manipolazione delle informazioni, dunque del sapere condiviso, attraverso il predominio nel mondo accademico e il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. Il mainstream ha così potuto spacciare assiomi per leggi matematiche, propugnando sintesi prive di dati empirici senza che gli oppositori ufficiali, di comodo o disinformati, opponessero alcuna antitesi. Se è vero che assumono un’incidenza negativa sui conti pubblici e privati fenomeni criminali come la corruzione, l’economia mafiosa e il mercato nero, si compie un esercizio di disonestà intellettuale nel valutare il sistema capitalista, una volta depurato da tali sacche d’illegalità, come un creatore ricchezza e un riequilibratore delle terribili sperequazioni sociali; allo stesso modo la deformante ottica neoclassica bilanciocentrica inserisce alla voce “costo” ogni elemento del sistema pubblico (sanità, istruzione, innovazione, riqualificazione ambientale) e i diritti dei lavoratori privati, degenerati sino al modello di precarizzazione permanente disegnato dal Jobs Act. Per anni, alle singole voci di sinistra alternativa disseminate dal big bang della caduta del Muro e alla minoranza di economisti di area neokeynesiana sono stati negati quegli spazi democratici propedeutici alla diffusione dei risultati dei loro studi. In particolare questi ultimi ritengono cruciale la comprensione del circolo virtuoso dei consumi e delle produzioni innescato dalle politiche anticicliche di investimento pubblico e sostegno ai salari. Nell’alveo atlantico il vento liberista ha preso a spirare negli anni ’80 in modo distruttivo sul vecchio continente, il primo ministro inglese Thatcher rappresentava quasi un ariete con le parole d’ordine “Tina” (“There is no alternative”) con cui aveva vinto la resistenza delle Trade Unions e ridotto le tasse sui grandi capitali. I baluardi sociali occidentali, da tempo allontanatisi dai regimi autoritari dell’Est europa, erano il primo governo Mitterrand (prima della marcia indietro sulle nazionalizzazioni) e il Pci sino alla morte del segretario Enrico Berlinguer. I comunisti non erano soltanto al fianco dei sindacati e dei lavoratori ma avevano concepito chiaramente i rischi del Sistema monetario europeo, come denunciò sin dal 1978, anche in relazione alla vocazione egemonica tedesca, l’allora “ministro degli Esteri” del partito Giorgio Napolitano. Al crepuscolo del “secolo breve” il riflusso è stato rapido, forse neppure le cancellerie del Nord e i capitalisti transnazionali avevano previsto che quasi nessuno, a sinistra, si sarebbe opposto ai piani di destrutturazione del pubblico e delle questioni sociali connesse all’indebolimento dei paesi del Sud attraverso la leva monetaria. Fausto Bertinotti, contraddicendo le posizioni espresse in precedenza da Rifondazione Comunista, ha accettato supinamente il Trattato di Maastricht e l’ingresso nell’Unione monetaria europea. Dopo il periodo di Mani Pulite nuove campagne antiCasta, meglio se in presenza di specifici scandali, hanno ammantato di moralismo il rigore bilanciofobico, elevando a operazioni moderne le svendite di asset fondamentali e di servizi pubblici, financo monopoli naturali quali i trasporti. Come si evince dai dati tabellari, nel periodo della presidenza Clinton sono peggiorate le condizioni di vita della middle e della working class attraverso tagli di spesa e maggiori imposte; in un secondo tempo il premier democratico, piuttosto che rafforzare i salari e il welfare, ha intrapreso la strada preferita dalle élite finanziarie e industriali: incentivare il credito con misure straordinarie come l’abolizione dello Steagall Glass Act, la norma che aveva introdotto Franklin Roosevelt per distinguere tra banche commerciali e d’affari. Sembra una coazione a ripetere. La concessione dei prestiti alle banche al tasso di interesse simbolico dell’1% attraverso i “piani di rifinanziamento a lungo termine” (Ltro e TLtro) stabiliti dalla Bce negli anno scorsi rispondono a questa logica. Basti pensare alla risolutezza con cui il presidente del Consiglio italiano Mario Monti, una sorta di “commissario” insediatosi dopo le dimissioni di Berlusconi caldeggiate dalla Troika nel 2011, ha applicato la deroga “bancaria” alla spending review: mentre la scure dei tagli colpiva inesorabile, scavando un’ingiustizia incolmabile per alcuni gruppi sociali come gli esodati, Monti finanziava il Monte dei Paschi in crisi. Il governo tecnico ha proceduto spedito anche nell’approvazione degli esiziali fiscal compact e pareggio di bilancio, votati dal Parlamento unito fatta eccezione per le significative critiche di economisti eterodossi quali Stefano Fassina della minoranza Pd e Paolo Cirino Pomicino, già ministro della corrente di sinistra della Dc. La presunta panacea del Quantitative Easing, ossia l’acquisto per 1140 miliardi di euro in 19 mesi di titoli di Stato che si trovano in pancia agli istituti di credito privati (scaricando per l’80% il risk sharing sulle banche centrali nazionali), fornirà nuova liquidità alle banche. I problemi non mancano di certo, considerata anche la bocciatura di 15 istituti da parte della Bce e della Eba all’esito degli stress test, ma le banche possiedono discreti margini: la ragione dei mancati trasferimenti di gran parte degli attivi all’economia reale dipende principalmente dalla carenza di domanda. D’altronde il purpose della Bce è sempre lo stesso per statuto: il QE funzionerà se riuscirà a portare l’inflazione verso l’obiettivo prefissato, indipendentemente da sviluppo, livelli occupazionali e salariali. Ciò significa che non possono bastare saltuarie spinte espansive se perdura il quadro recessivo attuale. Resta sullo sfondo la questione che divide gli economisti sugli effetti di un possibile abbandono dell’euro. Emiliano Brancaccio, nell’intervista concessa a Giacomo Russo Spena su Micromega del 15 gennaio, conferma che si dovrebbe valutare l’uscita “da sinistra”. Secondo molti no-euro tendenza Salvini e Le Pen la questione è secondaria, ma si tratta di una posizione strumentale. Studi di Act (Agire, costruire, trasformare) e libri come quello di Alessio Ferraro “L’Europa tradita dall’euroliberismo” evidenziano le diverse modalità ricordando l’esperienza italiana dell’uscita da un sistema di cambi fissi qual era lo Sme, ma “da destra”. Quando l’Italia fece il passo nel 1992 e il deprezzamento della lira ridiede giustamente fiato alle esportazioni, il premier Amato svalutò anche il lavoro terminando l’opera avviata da Craxi di eliminazione della Scala mobile. Il successore Ciampi, già protagonista alla guida di Bankitalia del “divorzio” dal ministero del Tesoro nel 1981, proseguì con la privatizzazione di aziende pubbliche e delle banche di interesse nazionale. L’uscita o l’estromissione di un Paese dall’euro, paventata a proposito di un mancato accordo sulla rinegoziazione del debito greco, è considerata giuridicamente impossibile senza modifica dei trattati, ciò malgrado siano stati presentati diversi ricorsi alla Corte costituzionale tedesca per ottenere il recesso unilaterale della Germania sin dai tempi di Maastricht in caso di sforamento dell’ inflazione. Per quanto il cammino della scissione monetaria risulti irto di ostacoli, è comunque più velleitaria la realizzazione del sogno del padre nobile Altiero Spinelli: l’Unione europea politica che eserciti un ruolo di pianificazione dell’economia. A tal fine, oltrechè recuperare un rapporto diretto tra governanti e governati che oggi votano un Europarlamento privo di potere esecutivo e legislativo, occorrerebbe ridisegnare una banca centrale a funzione pubblica e solidale sul modello della Fed americana, nonchè una politica fiscale volta al riequilibrio delle partite correnti tra gli Stati. Inoltre, sempre in un’ottica progressista, sarebbe auspicabile l’avvio di politiche di contrasto al dumping salariale e a quello fiscale che alimentano facili e immensi profitti di speculatori e multinazionali accrescendo le disuguaglianze intracontinentali. Alla luce di questo quadro appare chiaro che la scossa potrebbe arrivare da una nuova stagione di contaminazione positiva tra il rigore e il coraggio delle analisi degli intellettuali, l’impegno civile di sindacati e movimenti declinati attraverso la diffusione della verità sperimentale in continua evoluzione. Le politiche redistributive fiscali cui fa riferimento Thomas Piketty nell’imponente lavoro statistico de “Il Capitale del XXI secolo” sono dunque complementari alla idee innovative della professoressa Mariana Mazzucato, che rovescia la prospettiva innanzitutto da un punto di vista culturale, propugnando uno Stato motore di concorrenza virtuosa e investitore nei settori qualitativi in ambito tecnologico, sociale e ambientale: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/12/06/articolo-di-newspedia-sinistra-riparta-da-mazzucato-e-piketty/