Scanzi, il filo-renziano che “processa” Moretti

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Con toni provocatori che certo non favoriscono un dibattito sulle colonne del giornale, Andrea Scanzi scrive http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/27/pd-caro-nanni-moretti-dove-sei/1135443/ una lettera aperta a Nanni Moretti: ”Oggi sembri felice – o anche solo accondiscendente, che forse è peggio – per l’ascesa del primo “cazzaro” che passava. Odiavi Craxi, ma voti la sua brutta copia. Odiavi Berlusconi, ma sostieni il suo erede. E lo fai – immagino – perché lui non ha più la maglia dei “cattivi” ma indossa quella dei “buoni”: dei giusti, dei compagni, dei rinnovatori”. Puntualmente Libero riprende la notizia parlando di “sconforto scanziano per l’ex idolo”. Moretti non ha certo bisogno di difensori ma nessuno fa notare l’esercizio di disonestà intellettuale di un processo alle intenzioni nei confronti di chi non si è espresso pubblicamente, a meno di poteri paranormali esegetici rispetto al libero pensiero altrui. La verità, banalmente, è che il regista non ha mai appoggiato Renzi, anzi: nel febbraio 2013 dichiarò di votare Pier Luigi Bersani comprendendo in tempo i pericoli di una mancata chiara vittoria del Pd. Al contrario, quasi tutto l’universo mediatico attaccava Bersani quale simbolo dei vecchi partiti e scommetteva sul prode “rottamatore” della Casta, sostenuto dal gotha dell’industria e della finanza e con la partecipazione alla Leopolda (sfuggita a tv e giornali) dello stratega americano Micheal Leeden, falco della destra repubblicana. Il tifo di Andrea Scanzi era evidente durante la prima sfida a Bersani http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/28/corsa-a-ostacoli-del-povero-primariante/396147. Anche dopo il trionfo alle primarie del novembre 2013, naturalmente da “civatiano”, l’ex giornalista de La Stampa si diceva divertito e incuriosito da Renzi, che non è certo “un incubo antidemocratico”, e lo invitava a far cadere il governo Letta: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/09/renzi-stupiscici/806778/. Soltanto quando il “caro Matteo” (in questo caso, il tu, è appropriato) si è insediato a Palazzo Chigi, blindato fino al 2018, pian piano la stampa ha preso a criticarlo, con punte di attacchi ridicolmente ridondanti che si concentrano su gaffes, mancate promesse, scontri personali con imprenditori o politici a lui vicini, in modo tale da concedere il palco a posizioni non dissimili. Le questioni strutturali, ossia la politica economica di stampo turbo-liberista sotto l’egida delle tecnocrazie europee, in termini di riduzione dei diritti del lavoro e disossamento del sistema pubblico, non vengono affrontate nel merito ma lasciate in superficie, alimentando il classico divide et impera che mette in contrasto categorie e gruppi: giovani e anziani, italiani e stranieri, lavoratori privati e pubblici, dipendenti e partite Iva, precari e disoccupati.

Pur non conoscendo Moretti, ma da semplice osservatore presente alla “festa di protesta” dei Girotondi a piazza San Giovanni il 14 settembre 2002, ritengo che tanti cittadini mossi da sacrosanta indignazione nei confronti del berlusconismo imperante e dell’inerte opposizione di centrosinistra sui temi della giustizia, nel tempo abbiano perduto la speranza che il paese potesse voltare pagina. Dunque si sono “persi di vista” come accade anche ai movimenti animati dalle più nobili intenzioni, nei quali lo smarrimento sopravviene per carrierismi politici e carenza progettuale. Quella stagione di ritrovata passione civile rappresentava, oltre alla difesa dei principi di legalità, molto altro: l’impegno pacifista contro la guerra in Iraq, per una legislazione dei diritti civili, per la ricerca e la green economy, la difesa della sicurezza e del posto di lavoro richiesta dai 3 milioni stretti al Circo Massimo. Si trattava forse dell’ultimo appello per la rinascita di una nuova – vera – sinistra: Giovanni Berlinguer guidava il cosiddetto “Correntone” di minoranza Ds e Sergio Cofferati, secondo compagni e intellettuali come Moretti, avrebbe potuto guidare lo schieramento progressista. Invece al “cinese”, temuto dai poteri forti e tacciato di eccessivo radicalismo, fu affiancato il solito Romano Prodi per un presunto ticket che non si sarebbe mai concretizzato per via del dirottamento del segretario della Cgil alle amministrative di Bologna.

Nel frattempo si dipanava una sottile operazione mediatica di cancellazione di ogni battaglia per il progresso sociale, etichettata come “ideologica” secondo il Renzi style, e di appiattimento del malcontento crescente alla sola questione morale, un parametro che logicamente conduce allo sdoganamento di qualsiasi soggetto politico, foss’anche un reazionario clericale, purchè “onesto” e “nuovo”. Ad esempio Walter Veltroni, nel solco della pubblicistica dominante, ha esaltato la figura di Enrico Berlinguer per il rigore etico occultando di fatto l’impegno profuso dal segretario del Pci contro l’ingiustizia sociale. Matteo Renzi, che ne “I panni sporchi” e nei rari spazi concessi dai mezzi di informazione avevamo cercato di descrivere come il predestinato dei poteri forti e la prosecuzione del “veltronismo con altri mezzi”, ha consumato “l’omicidio politico” di quel che restava della sinistra politica. Che l’ultimo intervento di Moretti sia stato l’endorsement per Bersani, ovvero l’anima socialdemocratica del partito riorganizzatasi ora nella corrente di Gianni Cuperlo, non è dunque incoerente con lo sviluppo di tre governi di coabitazione privi di legittimazione elettorale e di reale sovranità nazionale. Nelle vuote grida del circuito mediatico, anche un silenzio può fare rumore.

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Il libro “I panni sporchi della sinistra”: intervista di Affaritaliani

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Dalle amicizie pericolose di Bersani a quelle di D’Alema, dalle innovazioni ambigue di Renzi alle ombre dell’Ilva su Vendola. Fino al “nuovo compromesso storico” di Enrico Letta e ai segreti di Giorgio Napolitano. Non risparmia nessuno “I panni sporchi della sinistra”, il libro di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara (edito da Chiarelettere”) che mette a nudo le magagne del centrosinistra. Un lavoro importante e “lungo due anni”, come ha spiegato Santachiara intervistato da Affaritaliani.it, nel quale i due autori raccolgono e analizzano una serie di inchieste giudiziarie che riguardano, a vario titolo, il mondo della sinistra. Dalla galassia Bersani di Penati, Pronzato e Veronesi alla vicenda di Flavio Fasano, referente di D’Alema invischiato in una storia di mafia. Dallo scandalo Ilva al caso Unipol, passando per i trasferimenti di due magistrate, Clementina Forleo e Desirée Digeronimo (intervistata lo scorso settembre da Affari), che avevano indagato sulle responsabilità di importanti esponenti politici di sinistra. Pinotti e Santachiara ricostruiscono con dovizia di particolari tutta una serie di vicende, grandi e piccole, note e sconosciute, che offrono un ritratto impietoso di una sinistra che ha subìto “una mutazione genetica”. Il libro si apre con un esplosivo capitolo su Giorgio Napolitano, del quale vengono indicati i rapporti (o presunti tali) con Berlusconi, la massoneria, la Cia e i poteri atlantici. Un capitolo del quale Affari pubblica un estratto e che certamente farà molto discutere.

Stefano Santachiara, com’è nato il libro “I panni sporchi della sinistra”?

Mi sono occupato a lungo di cronaca giudiziaria per L’Informazione, un giornale emiliano, e tuttora come corrispondente del Fatto Quotidiano. E’ così che mi sono imbattuto in casi di malaffare, speculazioni edilizie, tangenti mascherate da reti di favori incrociati, rapporti con la criminalità organizzata. Spesso in queste vicende era coinvolto il centrosinistra. A Serramazzoni, in provincia di Modena, ho raccontato le prime contiguità acclarate tra ‘ndrangheta e Pd al nord, proprio nell’Emilia “rossa”. Quando L’Informazione ha chiuso i battenti nel febbraio 2012 ho sentito Ferruccio Pinotti e insieme abbiamo deciso di realizzare un libro-inchiesta: oltre ai casi giudiziari che riteniamo cruciali, abbiamo scavato sui centri nevralgici del “Potere democratico”, studiato documenti impolverati e inediti, raccolto nuove testimonianze. Man mano che si componeva il mosaico abbiamo effettuato collegamenti che ci consentono di analizzare la mutazione antropologica, etica e culturale, del partito erede del Pci di Berlinguer.

Il libro si apre con una serie di frasi di leader del Pd. Frasi che fino ad alcuni anni fa sembravano possibili da attribuire solo a politici del centrodestra. In che modo si è venuta a creare questa mutazione da voi definita “genetica”?

Questa mutazione è evidente, la si evince da molti aspetti a partire dalle politiche economiche. Ormai il Pd, sia nella classe dirigente che si perpetua da un ventennio sia nel nuovismo di Renzi, ha la stella polare più vicino al mondo della finanza che non a quello dei lavoratori. La sinistra moderna, non soltanto per la fusione con gli ex democristiani, ha cambiato visione di società mettendo in soffitta le prospettive del socialismo europeo e anche quelle keynesiane: per sommi capi possiamo ricordare che ha privatizzato reti strategiche nazionali, aperto al precariato con la legge Treu, ha appoggiato guerre della Nato, non si è prodigata per estendere i diritti civili, ha finanziato le scuole private invece di rilanciare l’istruzione pubblica e riportare la cultura (senza scomodare l’egemonia di gramsciana memoria) al centro dell’azione politica, infine si è allineata alla “dottrina” dell’ austerity imposta dall’Europa dei tecnocrati. In questo contesto ha sdoganato comportamenti come i conflitti d’interesse– anche propri, non soltanto quello noto di Berlusconi – e le opache relazioni con il potere economico e bancario tradendo i principi morali e di giustizia sociale che avevano animato la sinistra del passato.

La cosiddetta superiorità morale della sinistra non esiste più?

Sulla base delle inchieste giornalistiche condotte in questi anni e del quadro organico che abbiamo assemblato ci siamo persuasi che, nei fatti, questa diversità non esiste più.

La struttura del vostro libro sembra suggerire che il padre di questa mutazione della sinistra sia Giorgio Napolitano. È così?

Napolitano è un garante dei poteri forti. È il comunista borghese collaterale al Psi di Craxi e favorevole, già negli anni Ottanta, ai rapporti con Berlusconi. Trovo significativa una sua frase, pronunciata quando si insediò al ministro degli Interni nel primo governo di centrosinistra della Seconda Repubblica, nel 1996. “Non sono venuto qui per aprire gli armadi del Viminale”, disse Napolitano facendo intendere di non voler indagare sui tanti segreti italiani irrisolti. Una dichiarazione che è tutta un programma.

Nel libro viene citata tra l’altro una fonte anonima che sostiene l’appartenenza di Napolitano alla massoneria…

L’appartenenza di Napolitano alla massoneria non è provata. E’ l’opinione della nostra fonte, noto avvocato figlio di un esponente del Pci, il quale riconduce le famiglie Amendola e Napolitano, interpreti della corrente di pensiero partenopea “comunista e liberale”, alla massoneria atlantica. Anche l’ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Giuliano Di Bernardo, ipotizza per il presidente della Repubblica l’affiliazione ad ambienti massonici atlantici. Ma siamo nell’ambito delle opinioni. E’ invece emerso da un documento datato 1974, l’Executive Intelligence Review, che Giorgio Amendola, il mentore di Napolitano, era legato alla Cia. Napolitano fu il primo dirigente comunista ad essere invitato negli Stati Uniti. Andò in visita negli Usa al posto di Berlinguer, a tenere confererenze nelle università più prestigiose: proprio nei giorni del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Un episodio che chiarisce quanto Napolitano fosse, sino da allora, il più affidabile per i poteri atlantici e che spiega almeno in parte la sua ascesa.

Insomma, Napolitano grimaldello degli Usa per portare il Pci a posizioni più allineate al potere atlantico?

Napolitano ha saputo muoversi perfettamente. A livello pubblico e ufficiale è sempre stato fedele al partito, sostenendo la causa di Togliatti persino nella difesa dell’invasione sovietica di Budapest nel 1956, poi come “ministro degli Esteri” del Pci. In maniera sommersa ha coltivato relazioni dall’altra parte della barricata, accreditandosi a più livelli di potere, italiani e internazionali.

Alla luce di quello che scrivete nel libro sui rapporti tra Napolitano e Berlusconi ritieni credibile che tra i due ci fosse stato un accordo su un qualche tipo di salvacondotto giudiziario per il leader del centrodestra?

I rapporti tra Berlusconi e Napolitano vengono da lontano,dai tempi della Milano da bere, quando la corrente migliorista del Pci spingeva per lo spostamento del baricentro dalle posizioni di Berlinguer a quelle di Craxi. Il rampante Berlusconi finanziava il settimanale della corrente migliorista, Il Moderno. Negli anni Napolitano si è confermato uomo del dialogo nei confronti di Berlusconi, contro il quale non ha mai espresso posizioni fortemente critiche. Ha promulgato senza rinvio lodi e leggi ad personam che sono stati poi bocciati dalla Corte Costituzionale, in queste settimane ha parlato di amnistia proprio dopo la condanna definitiva di Berlusconi per frode fiscale nel processo Mediaset.

Nel libro parlate anche delle magagne di tutti gli altri attuali leader della sinistra. In particolare delle amicizie sbagliate, o quantomeno pericolose, di Bersani e D’Alema. Per quanto riguarda i rapporti di forza sembra venir fuori che D’Alema è la serie A e Bersani è la serie B. E’ così?

La frase su serie A e serie B è riferita a una fase del Penati gate. A un certo punto Di Caterina, prima finanziatore del partito e poi teste d’accusa nel processo a Penati, fa riferimento a un affare immobiliare senza rilievo penale. Un affare che vorrebbe Di Caterina ma che si sblocca solo quando palesa il proprio interessamento la società Milano Pace del salentino Roberto De Santis, imprenditore che si autodefinisce “fratello minore di D’Alema”. La galassia dei dalemiani è molto composita e ben presente anche nel campo degli affari. Nel libro parliamo anche della vicenda di Flavio Fasano, dimenticata dai quotidiani nazionali. Fasano era il referente di D’Alema nel quartier generale di Gallipoli: da sindaco gli ha organizzato regate e incontri decisivi come il pranzo con l’allora segretario del Ppi Rocco Buttiglione che nel 1994 creò le condizioni per il ribaltone del governo Berlusconi poi affossato dalla Lega di Bossi. Un uomo di fiducia, insomma. Ecco, nel 2008 si è scoperto che Fasano aveva rapporti con Rosario Padovano, un boss della Sacra Corona Unita di cui era stato avvocato anni addietro. Da una telefonata intercettata emerge che Fasano gli dispensava consigli pochi giorni dopo che Padovano aveva fatto uccidere il fratello. Non bisogna esagerare definendo Fasano come il “Dell’Utri di D’Alema” però la vicinanza di un suo fedelissimo ad un capomafia è un fatto poco noto…

Nel libro raccontate le vicende di due magistrate, Clementina Forleo e Desirée Digeronimo (vedi l’intervista di Affaritaliani.it al pm Digeronimo, ndr). Entrambe, dopo aver lambito D’Alema e Vendola con le loro inchieste su Unipol e sulla Sanitopoli pugliese, sono state trasferite per “incompatibilità ambientale”. Questo significa che in alcune procure chi indaga su leader politici di sinistra viene isolato e punito?

Di certo vi è stata una degenerazione, mi riferisco al peso improprio che le correnti della magistratura hanno assunto in seno ad Anm e Csm, che in alcuni casi hanno trasferito, punito e isolato i magistrati non allineati. Se da un lato si è manifestato un atteggiamento demeritocratico e doppiopesista dall’altro però non si può affermare come fa Berlusconi che siano tutte toghe rosse o che la magistratura sia eterodiretta dalla politica. Preferisco restare ai due casi specifici. Quando il Tar ha annullato il provvedimento di trasferimento della Forleo a Cremona deciso dal Csm, l’Anm ha criticato la sentenza. Eppure il sindacato delle toghe, ogni volta che Berlusconi attacca i giudici, ribadisce giustamente che le sentenze vanno rispettate. Nel procedimento sulla scalata di Unipol a Bnl D’Alema e Latorre potevano essere indagati per concorso in aggiotaggio, ma nonostante le indicazioni del gip Forleo sulla base delle loro scottanti telefonate con Consorte i pm di Milano non lo hanno fatto… Quanto al secondo caso, il sostituto procuratore di Bari Digeronimo – che ha scoperto il marcio di un sistema sanitario regionale piegato a interessi partitici e affaristici – è stata attaccata da Vendola pubblicamente, in stile berlusconiano, senza ricevere appoggio alcuno. Pochi mesi fa è finita nel mirino del Csm per aver segnalato insieme al collega Francesco Bretone i rapporti di amicizia tra la sorella di Vendola e Susanna De Felice, cioè il gup che ha assolto il governatore della Puglia nel processo relativo alla nomina di un direttore sanitario grazie alla riapertura dei termini del concorso. Il Csm ha ottenuto il trasferimento della Digeronimo accusandola di conflittualità con i colleghi, la stessa accusa mossa a suo tempo alla Forleo: condizioni fisiologiche in ogni ufficio e slegate dall’attività giurisdizionale.

Al di là del caso di Serramazzoni, sembra che l’interesse del Pd riguardo i temi dell’antimafia sia piuttosto basso. È così?

È così e la prova la si è avuta nella scelta dei candidati per le elezioni del 2013. In Calabria sono state escluse sindache antimafia come Caterina Girasole, Elisabetta Tripodi e Maria Carmela Lanzetta. In Emilia è stato dimenticato Roberto Adani, ripetutamente minacciato per aver denunciato presenze mafiose e colletti sporchi. Nando Dalla Chiesa non è stato più ricandidato dal 2006. Malgrado i proclami elettorali c’è scarsa attenzione su questi temi. In questi giorni si parla tanto dei “signori delle tessere” e sembra quasi che ci sia una guerra tra loro e i maggiorenti del Pd. Ma non è così: i “signori delle tessere” sono stati candidati dai leader nei listini bloccati per una precisa strategia che ha invece escluso chi ha rischiato la pelle combattendo le cosche.

Una volta si pensava che le mafie fossero politicamente orientate a destra. Oggi guardano anche a sinistra?

Anche se la maggioranza di casi riguarda ancora il centrodestra, come abbiamo visto si registrano le prime collusioni mafiose dei democratici.

(intervista di Lorenzo Lamperti)

Link all’intervista di Affaritaliani

“I panni sporchi della sinistra”, la recensione de linkiesta

1 commento

Dopo Tangentopoli il potere politico tutto, di centrodestra e centrosinistra, […]
non si è affatto preoccupato di prendere provvedimenti per contenere la corruzione, ma semplicemente di contrastare e rendere più difficili i processi. Il centrodestra lo ha fatto in modo talmente spudorato da risultare vergognoso […]. Ma il centrosinistra ha dimostrato abilità più sottili […]: cose passate in silenzio, senza il clamore delle leggi ad personam, ma che hanno reso più difficile contrastare i fenomeni. (Piercamillo Davigo)

Questo è uno dei “pretesti” con cui Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara aprono l’ultima pubblicazione di Chiarelettere, I panni sporchi della sinistra. «Corruzione, relazioni ambigue, scelte incomprensibili, patti col nemico, strategie autolesionistiche. Le contraddizioni si addensano come tante nubi oscure sulla crisi del centrosinistra. La mancata vittoria della coalizione guidata da Pier Luigi Bersani alle elezioni politiche del febbraio 2013 è figlia di una classe dirigente incapace di rispondere ai bisogni del suo popolo e del Paese. Le primarie sembravano aver cancellato, nell’espace d’un matin, gli errori e le pesanti vicende giudiziarie che hanno coinvolto e coinvolgono uomini chiave della gauche nostrana», spiegano gli autori nell’introduzione, e particolarmente interessante dalla lettura del libro risultano essere proprio quelle inchieste giudiziarie che hanno coinvolto gli uomini del Partito democratico e più in generale della parte sinistra dell’arco parlamentare. Anche su questo versante, scrivono Pinotti e Santachiara, «il Pd pare privilegiare l’interpretazione “berlusconiana” del consenso elettorale, posto a lavacro onnicomprensivo della questione etica: l’esclusione di amministratori antimafia diviene l’altra faccia della medaglia di signori delle tessere e indagati che si arroccano nuovamente in parlamento».
Nelle 400 pagine de I panni sporchi della sinistra italiana non mancano infatti pagine dedicate al lavoro delle procure nei confronti di esponenti del Partito democratico e della sinistra italiana, che si intersecano inevitabilmente con le guerre intestine interne al partito. Una prima vicenda riguarda l’attuale sindaco di Roma, Ignazio Marino, che, per il pm di Crotone Pierpaolo Bruni avrebbe «avuto la strada sbarrata al Sant’Orsola (ospedale di Bologna, ndr) per essersi contrapposto all’onorevole Luigi Bersani nella corsa all’elezione di segretario del Pd».
A Bologna – scrivono Pinotti e Santachiara – la procura chiede e ottiene l’archiviazione del procedimento per l’assenza di una violazione di legge o regolamento, ma il quadro che emerge è sconfortante: «Nonostante i medici abbiano negato, nelle telefonate intercettate i riferimenti sono indubbi e tracciano un desolante quadro di sudditanza politica delle scelte anche imprenditoriali di un’azienda ospedaliera di primaria importanza». Insomma, la corsa alle primarie del luglio 2009 sarebbe costata al senatore Ignazio Marino, chirurgo specialista nei trapianti di fegato, l’ingresso all’ospedale Sant’Orsola Malpighi di Bologna nonostante un preaccordo datato fine aprile.
Allo stesso modo il libro ricorda le indagini che hanno portato l’attuale segretario regionale del Pd in Emilia Romagna e coordinatore della campagna di Matteo Renzi per le primarie, Stefano Bonaccini. Abuso d’ufficio e turbativa d’asta le accuse con una sentenza che arriverà dieci giorni prima delle primarie del Partito democratico. Sempre in terra emiliana c’è un’altra indagine, che sarebbe stata tenuta “in freezer” fino alla fine del 2012, che riguarda la storica assistente personale di Pier Luigi Bersani, Zoia Veronesi, convocata dal pm bolognese Giuseppe Di Giorgio come persona indagata per truffa aggravata ai danni della Regione Emilia Romagna. Da Bologna le carte passano per competenza a Roma e sotto la lente di ingrandimento ci finisce un conto corrente cointestato di Veronesi e Bersani, che ancora oggi imbarazza l’ex leader del Pd.
Sul versante giudiziario Pinotti e Santachiara fanno pochi sconti e mettono nero su bianco casi spesso confinati alle sole cronache locali o specializzati. Su tutti i legami tra gli uomini del partito e la criminalità organizzata. Ancora poco noto è il caso di Serramazzoni, comune in provincia di Modena, «il primo caso di rapporti tra mafia e politica, e in particolare col Pd, accertato in Emilia Romagna», che viene ben sviscerato dagli autori del libro così come i rapporti poco chiari con la criminalità organizzata pugliese e Flavio Fasano, ex sindaco democrat di Gallipoli e uomo forte di Massimo d’Alema, arrestato nel 2010 per corruzione. “L’inchiesta nasce dall’inchiesta del Ros dei Carabinieri collegata all’omicidio del capo clan della Sacra Corona Unita, Salvatore Padovano, detto «Nino Bomba», ucciso dal fratello Rosario, che appena tre giorni dopo l’omicidio venne sorpreso dal Ros al telefono proprio con l’ex sindaco Fasano”.
E se a “stupire” sono le indagini che si fanno, su altri versanti sono quelle che non si fanno o che si fermano. I due giornalisti citano i casi delle azioni Milano-Serravalle, le vicissitudini del gip Clementina Forleo e Digeronimo, che più volte hanno incrociato uomini importanti della sinistra nelle loro indagini, da D’Alema a Vendola, per poi chiudere sul caso Mps: «Dallo scoppio dello scandalo comunque è tutta la nomenclatura del Pd a prendere le distanze pubblicamente dal “groviglio” senese, che non ha più nulla di armonioso. Potrebbe trattarsi di un atteggiamento gattopardesco o di una mossa per prendere tempo, in attesa che su questa vicenda, così come sul sostegno dei Ds alla scalata di Unipol a Bnl, cali l’oblio. La sinistra ha cambiato identità e valori, si occupa più di banche che di fabbriche, ma obbedisce ancora al motto delle vignette satiriche di Guareschi: “Contrordine, compagni”».

(Luca Rinaldi)

Link alla recensione de linkiesta

Querelopoli, il silenzio regna sovrano

8 commenti

Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta

Non è retorica sostenere che la legislazione in materia di diffamazione sia un palliativo ai colpi inferti alla libertà di stampa. Il problema è connesso alla generale mancanza di volontà politica (e delle lobby di riferimento) di far funzionare la Giustizia, dunque di invertire la ratio di norme che producono il sovraccarico dei tribunali (l’editoriale di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera). Qui intendo occuparmi degli effetti devastanti che cause penali e civili possono avere sui giornalisti e sulla capitis deminùtio dei lettori, privati di notizie e inchieste di interesse pubblico. Il disegno di legge degli onorevoli Enrico Costa (Pdl) e Walter Verini (Pd), approvato il 2 agosto 2013 dalla Commissione Giustizia e tra pochi giorni in discussione alla Camera, vieta il carcere per i reati di ingiuria e diffamazione a mezzo stampa lasciando la competenza al giudice monocratico. Contemporaneamente però inasprisce le sanzioni pecuniarie: oggi l’articolo 595 del codice penale prevede in caso di condanna una reclusione da 6 mesi a 3 anni o in alternativa una multa non inferiore a 516 euro. La nuova norma introduce una pena pecuniaria sino a 10mila euro, che sale nelle forbice da 20 a 60mila euro se il reato è aggravato dalla consapevolezza dell’atto diffamatorio. Si tratta di una spada di Damocle sui bilanci delle piccole testate in evidente contrasto con la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che da tempo stigmatizza le sanzioni pecuniarie sproporzionate. Per quanto attiene all’informazione sul Web, ultimamente al centro dell’attenzione politica, è stata resa obbligatoria la rettifica per le testate registrate in tribunale, in termini decisamente tranchant per una materia così complessa: entro due giorni, senza commento, a prescindere dalla veridicità delle replica del presunto offeso  (la riflessione di Bruno Saetta sul sito Valigiablu). E pensare che la correzione, se declinata negli interessi di ambo le parti, potrebbe essere lo strumento per ridurre i contenziosi. Ad esempio, il legislatore potrebbe prevedere che la rettifica da parte del cronista, in caso di errore in buonafede, estingua la causa in partenza.
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