Nuovi libri di uomini sulle donne: Cazzullo e Ercolani scelgono il rosa, io il rosso

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Dieci giorni fa avevo anticipato l’uscita di “Socialfemminismo”, il mio nuovo saggio pronto da quattro mesi e certificato da due, solo ai fini di tutela del copyright in attesa della pubblicazione. Nel cimentarmi in una divertente opera di sinossi comparativa intendo richiamare l’attenzione sull’aspetto cromatico, nel senso semiotico del futuro (roseo) e del genere femminile, tratto distintivo dei libri scritti dagli uomini e dedicati alle donne, compresi gli ultimi due di Aldo Cazzullo e Paolo Ercolani. Il primo, “Le donne erediteranno la terra”, muove da una tesi che sentiamo ripetere ciclicamente dal mainstream: il nostro secolo vedrà il “sorpasso della femmina sul maschio”. A sostegno il giornalista del Corriere della Sera cita i molti paesi “in cui la rivoluzione è un fatto compiuto: i due leader più importanti degli ultimi decenni, Margaret Thatcher e Angela Merkel, sono donne; Londra nell’ora più difficile si affida a Theresa May; e Hillary Clinton è la prima donna ad affacciarsi sulla soglia della Casa Bianca. (Persino l’arrembante destra populista si affida alle donne: Marine e Marion Le Pen in Francia, Frauke Petry in Germania, Beata Szydlo premier in Polonia)”. Certo, scrive Cazzullo, le ingiustizie e i pregiudizi non sono finiti, l’Italia è più indietro, ma le donne fanno “le astronaute, il sindaco della capitale, il presidente della Camera, il numero 2 del governo, i direttori delle principali carceri, gli amministratori o i presidenti delle grandi case editrici: tutti sostantivi che dovremo abituarci a declinare al femminile”.

La questione è ovviamente ampia, complessa e multidisciplinare. Innanzitutto segnalo i meri dati statistici del predominio strutturale: le donne sono appena il 4,8% degli amministratori delegati delle prime cinquecento aziende statunitensi per fatturato (Lista Fortune) mentre è di sesso maschile il 97% dei miliardari (Forbes), la metà delle dirigenti dichiara di avere poca fiducia nelle prospettive professionali (Institute of leadership and management), le donne in Europa sono mediamente poco più del 20% nei consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate (in Italia hanno raggiunto il 25,5% grazie alla legge sulle quote rosa); le imprenditrici stanno guadagnando terreno nei comparti più dinamici come il digitale, i servizi, l’agroalimentare e il turismo ma le aziende femminili in Italia nel 65,5% dei casi sono individuali e nel 94,2% non superano i cinque dipendenti. Il gap salariale europeo è del 16,3% (CE), il sex typing ancora diffuso (Eurofond) e la maternità penalizza sopra tutto il Belpaese. Il pensiero egemone patriarcale e clericale che si manifesta in modo risibile con i Fertility day e le Sentinelle in piedi, in realtà molto più efficace nella reiterazione di modelli impliciti, séguita a inculcare il ruolo preassegnato di madre angelo del focolare: solo il 57,8% delle italiane con un figlio lavora, il 50,9 con due e il 35% con tre figli (Global Gender Gap Index). Dunque le donne (il 47,3% ha un impiego contro il 65,3% dei maschi ma i contratti femminili sono più flessibili: un terzo rispetto al 24% della media Ocse) sono ancor più vittime della precarizzazione, aggravata dal Jobs Act del governo Renzi, con una punta dell’iceberg dello sfruttamento di stampo ottocentesco che si chiama caporalato. In Socialfemminismo tratto il caso della dirigente dell’Istat Linda Laura Sabbadini ma anche storie di ordinario mobbing, licenziamento e discriminazione ai danni delle lavoratrici invisibili. Ad esempio, nel 2008 un’operaia straniera dipendente di una ditta tessile di Carpi venne accusata di emettere cattivi odori e poi licenziata in tronco per aver osato rispondere al padrone. Tre anni dopo la giudice Carla Ponterio ha decretato l’illegittimità del licenziamento e ordinato al datore di lavoro di risarcire la magliaia con sei stipendi ma lei, revocato il permesso di soggiorno in ossequio alla legge Bossi-Fini, ormai si trovava all’estero.

Quanto all’importanza che Cazzullo conferisce alle donne nella politica e nella pubblica amministrazione, è d’uopo discernere tra le cooptate aderenti ai piani della governamentalità neoliberale patriarcale e le poche che sono riuscite da posizioni di vertice a battersi contro le diseguaglianze sociali e tra i sessi. La presidente del Brasile Dilma Rousseff, sviluppatrice di policy che hanno fatto uscire dalla povertà e dall’analfabetismo milioni di persone, è stata oggetto di compagne mediatiche, attacchi spionistici e infine destituita per irregolarità di bilancio senza essere sfiorata da inchieste della magistratura. La presidente del Parlamento greco Zoe Konstantopoulou, ferma oppositrice dei ricatti della troika e contraria al cedimento del premier Tsipras alla logica dei memoranda, ha subìto una crescente aggressione mediatica pregna di misoginia. Molte altre restano all’opposizione o comunque prive di importanti facoltà decisionali. Sono preparate, colte, acute, pugnaci come le ragazze che a scuola, nei percorsi universitari e nella libera intraprésa ottengono risultati mediamente migliori rispetto a noi uomini. In Italia le donne non hanno mai guidato un partito di sinistra, nessuna è assurta alla presidenza della Repubblica e a quella del Consiglio, al ministero dell’Economia, alla guida della Corte costituzionale e alla vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura malgrado le magistrate abbiano superato i colleghi.
In Le donne erediteranno la terra (Mondadori, pp.228, 17 euro, ebook 9,99) Cazzullo parla delle ingiustizie storiche e dei lenti passi avanti legislativi che ritrovate anche nel mio libro, continuando a vaticinare il cambiamento: ”Quando dico in pubblico che il futuro appartiene alle donne, gli uomini annuiscono: alcuni angosciati o ancora speranzosi di allontanare quel doloroso momento; altri sollevati al pensiero di lasciare fatiche e responsabilità in mani migliori”. Invero, le uniche fatiche che la stragrande maggioranza dei maschi è sempre lieta di lasciare sono quelle domestiche. Anche quando – e storicamente avvenne prima in Unione sovietica che in occidente – le donne hanno avuto accesso a ruoli prestigiosi, vincendo ostacoli oggettivi e svilimento pubblico, il fardello è rimasto. All’interno della coppia la cura dei figli, della dimora e dei genitori anziani è scaricata quasi sempre su di lei (Ocse: un’italiana dedica 36 ore settimanali alle faccende di casa contro le 14 dei connazionali, in Danimarca il gap è di tre ore, in Cina di otto) e tale compito gratuito non cala neppure in termini generali giacché va colmando la costante riduzione dei servizi sociali nelle democrazie europee. Non solo mancano politiche per la reciprocità delle responsabilità familiari e genitoriali ma è rimossa dal dibattito la pericolosa china sociale: un milione e 100 mila bambini italiani sono sotto la soglia di povertà (Istat), crescere un figlio dalla nascita ai 18 anni costa in media 171mila euro per una famiglia con un reddito di 34mila euro annui (Federconsumatori), nel 2016 le persone che hanno rinunciato alle cure risultano 11 milioni mentre la spesa sanitaria privata tocca i 34 miliardi e 500 milioni di euro (Censis-Rbm). E’ la massa delle donne, quella che non gode dei privilegi alto borghesi, la prima a pagare, anche per il boicottaggio della legge 194 messo in atto dal 70% del personale medico.
L’infarinata di dati è utile a comprendere la realtà per come essa è e non come vorremmo che fosse. Naturalmente, per scrostare un’oppressione plurimillenaria fondata sulla riproduzione di codici, monoteismi, modelli culturali maschilisti, è necessario molto altro lavoro. Hic et nunc, perché i femminicidi sono il drammatico effetto di pratiche misogine. Dall’apparato statuale è doveroso attendersi un impegno concreto e assiduo, vale a dire risorse adeguate ai centri antiviolenza, contrasto culturale vero a pubblicità, dichiarazioni e consuetudini sessiste, educazione al rispetto e alle differenze. Dal mondo del giornalismo, se non analisi serie sulle cause sociali dei femminicidi, esigiamo il minimo sindacale di deontologia. Ad esempio, l’Ordine dovrebbe intervenire quando i cronisti scrivono “raptus di gelosia o di follia” di ex partner (i più colpevoli percentualmente), espressioni con cui si concedono attenuanti (a priori e spesso infondate) ai criminali e si alimentano i peggiori stereotipi; per non parlare dell’uso ripugnante di “baby squillo” al posto di “bambina nelle mani lorde di pedofili”.
L’evoluzione umana passa per esempi pubblici e privati ma anche dallo sforzo autonomo di coscienza critica costruttiva. Ciascuno, nella propria quotidianità, è chiamato a interrogare e interrogarsi nell’opera plurale, studiando e comparando i contesti, nello spazio e nel tempo. Ho avuto la ventura di farlo durante le ricerche e i viaggi, nella raccolta di documenti e testimonianze. Per il momento soffermiamoci su quella che pare essere la ricaduta ineluttabile nel binarismo di genere. Nella sinossi del suo libro inserito su Amazon il 20 settembre, Cazzullo scrive: ”Le donne erediteranno la terra perché sono più dotate per affrontare l’epoca grandiosa e terribile che ci è data in sorte. Perché sanno sacrificarsi, guardare lontano, prendersi cura; ed è il momento di prendersi cura della terra e dell’uomo, che non sono immortali”.
Ben poco ci è dato in sorte, dal momento che le società e le diverse classi sociali sono determinate storicamente dallo sviluppo delle produzioni e dalla gestione di governi, tecnica e ricchezze. Il punto da sottolineare nella cornucopia di qualità che Cazzullo – in questo caso il termine è opportuno – dà “in sorte” alle femmine, è la consueta cacofonica generalizzazione di genere, condita da un ottimismo che rischia di sopire lo spirito critico. Come se le une e le altre non differissero alla base per formazione culturale, censo e lignaggio. Come se la diversità biologica dei sessi imprigionasse le femmine in predeterminate scelte di vita, secondo pretese attitudini a “cura e sacrificio”. Nel mondo pochi sono a conoscenza dei Matriarcal studies, ricerche antropologiche che dimostrano l’esistenza di comunità ginecocentriche a diverse latitudini. Qualcuno in più discute dei Gender studies, ma sempre a margine del discorso pubblico e sovente per mistificarne il messaggio a fini denigratori. Se politica e accademia, saggistica e pubblicistica ignorano le analisi alternative, il patriarcato capitalista avrà sempre buon gioco nel narrarsi immanente e sempiterno. Eppure gli atti di parresia che sparigliano la microfisica del Potere sono semplici. Judith Butler, mutuando la teoria del linguaggio come sistema preesistente (Ferdinand de Saussure) e della produzione incessante della norma autorigenerantesi (Michel Foucault) decostruisce il binarismo di genere. La differenza tra i sessi è soltanto biologica mentre le scelte culturali e intime vi prescindono, perché “non ci sono una natura femminile e un’altra maschile ma recite ripetute e obbligate dai codici dominanti”. E’ lo sviluppo delle molteplici lotte per l’autodeterminazione che le donne hanno intrecciato e saldato a quelle universali per l’uguaglianza nelle libertà. Con le pioniere e in forma sempre più organizzata, da Flora Tristan e le comunarde alle grandi compagne del secolo breve: socialiste, Mujeres libres, partigiane, protagoniste del decennio che sconvolse il mondo all’acme dei trenta gloriosi. Le sovrastrutture sistemiche, così come diffondono incrollabile fiducia nella tecnologia e nel mercato, asseriscono l’anacronismo e la perdita di senso di Femminismo e Socialismo. Ma non possono impedirne la rinascita, inevitabile finché ci saranno ingiustizia e sfruttamento.
Cazzullo, tra i più stimati intervistatori del Corriere – gli ultimi dialoghi sono quelli con Massimo D’Alema e Laura Boldrini – un paio di mesi fa aveva chiesto alle lettrici di scrivere pareri per ultimare il suo libro. Alcune si sono dette gelose dei successi di una vincente nello sport come Valentina Vezzali. La chiosa è contro “cialtroni e millantatori” che invidiano il talento di chi ce l’ha fatta: ”Ma perché essere ostili verso chi ha cresciuto figli e ha vinto le medaglie olimpiche? Cosa c’è più bello del ricordo di una madre fatto vivere nel tempo attraverso le generazioni?”.

Paolo Ercolani, docente di Filosofia e giornalista, ha pubblicato in giugno Contro le donne (pp.318, euro 17,50) per tipi Marsilio, editore attento alle tematiche dell’area progressista che fa riferimento a Giuliano Ferrara (David Allegranti, The Boy; Annalisa Chirico, Siamo tutti puttane, 2014). Nel suo libro a copertina rosa, Ercolani stigmatizza luoghi comuni, pratiche e teorie maschiliste di filosofi classici e moderni ma nel bel mezzo dell’esercizio di citazionismo prende di mira il femminismo. L’aspetto è colto magistralmente da Daniela Monti, autrice della recensione per il Corriere (http://www.corriere.it/cultura/16_giugno_07/paolo-ercolani-contro-le-donne-saggio-marsilio-b8cd6d12-2cd6-11e6-b303-a777738cf73e.shtml). Infatti Ercolani afferma che “una parte del femminismo ha finito con il cadere in un errore paradossalmente “misogino”: ossia profetizzare e lavorare per la costruzione di un soggetto umano asessuato, al di là delle categorie di maschile e femminile”. Queste posizioni, a suo avviso, “rappresentano il sintomo evidente di quello che sembra un ripiego dettato dall’impossibilità o incapacità di pervenire a una soggettività femminile piena e in grado di interagire in termini (ritenuti) di parità dialettica con l’essere maschile”. Socialfemminismo https://www.amazon.it/SocialFemminismo-contribuito-Storia-censurate-scritta-ebook/dp/B01LZH4NMN

LEFT, la funzione storica della Spd di Schulz

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Da quel Kapò che lo trasformò in martire iconoclasta di Silvio Berlusconi, per Martin Schulz è stata un’ascesa continua sino alla presidenza dell’Europarlamento. Oggi però tocca a lui difendersi dall’accusa di conflitto d’interessi, quelli della Germania anteposti ai paesi che rappresenta. In occasione del referendum greco infatti Schulz ha perduto l’immagine super partes: prima del voto, schierandosi nel tentativo di far cadere il governo Tsipras, e poi annunciando un drammatico “piano di aiuti umanitari per pensionati, bambini, gente comune”. Gli interventi dipendono da interessi economici ed elettorali ma sono innanzitutto volti ad impedire ogni progetto alternativo di Europa. La Spd, il più antico partito socialdemocratico, perlomeno dalla caduta del Muro adempie alla funzione storica di legittimare l’involuzione antropologica della sinistra. Schulz, pur privo di esperienza di governo, incarna il Cerbero dell’austerity e il Caronte della terza via neoliberale che si è consolidata nelle larghe intese in Germania, Italia e soprattutto in Eurozona. Secondo la logica della governamentalità neoliberale il capitalismo finanziario apolide adopera trattati, patti di stabilità e prestiti per imporre tagli sociali, tasse e privatizzazioni. Il fronte che vi si oppone da sinistra ora si sta allargando dopo l’affermazione di Syriza e la crescita di Podemos in Spagna. Ben si comprende dunque come la richiesta di dimissioni di Schulz avanzata da 9 europarlamentari di Gue/Ngl assuma un valore intrinseco al di là della parzialità del presidente. Discorso analogo per le posizioni di chi, nel milieu socialdemocratico, sta rimettendo al centro la Politica. Massimo D’Alema ha definito il piano di prestiti ad Atene un favore alle banche creditrici, denunciando il rischio di una “compressione di salari, consumi e diritti dei lavoratori” qualora l’Unione non si dotasse di nuovi meccanismi. E’ presto per parlare di rinascita della Weltanschauung di sinistra ma queste analisi colgono il mainstream in contropiede, per usare il gergo calcistico caro a Schulz e al fedele Renzi.

Nato nel 1955 a Hehlrath, paesino della Vestfalia al confine con Olanda e Belgio, Martin non è un semplice tifoso del Colonia ma un calciatore che ha appeso le scarpette al chiodo dopo un infortunio al ginocchio. Studente modello e poliglotta, dopo il ginnasio Schulz gestisce una libreria. I testi che predilige, vale a dire i saggi dello storico Eric Hobsbawm e Il Gattopardo, danno il senso di una realpolitik che forse interiorizza già in famiglia. Il retroterra di sinistra è quello del padre Paul, poliziotto e figlio di un minatore, mentre la madre Clara fonda la sezione locale della Cdu. Martin Schulz, ultimo di cinque figli, aderisce alla Spd appena maggiorenne e a 31 anni viene eletto sindaco di Würselen, 40mila abitanti nella Renania settentrionale. A Strasburgo entra nel 1994, lavora dietro le quinte nelle commissioni su diritti dell’uomo, libertà civili e affari interni fintanto che, nove anni dopo, assurge a vittima della nota gaffe di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, colto nel vivo dell’oligopolio televisivo e delle amicizie mafiose, suggerisce il collega tedesco “per il ruolo di Kapò in un film sui campi di concentramento nazisti”. La zuffa fa sparire dall’aula il dibattito su globalizzazione e ingiustizie sociali; in Italia, nello stesso periodo, la lotta della Cgil di Cofferati contro l’abolizione dell’articolo 18 viene occultata dalla questione morale. Mentre Schulz sale dalla presidenza del gruppo Spd a quella dei socialisti europei, in Germania l’esecutivo di Gerhard Schröder si scontra coi sindacati per l’introduzione dei mini-job, lavori precari e pagati al massimo 450 euro al mese. Le produzioni qualitative e le esportazioni, già favorite dal cambio del marco, crescono sull’onda di investimenti anche in settori come la green economy. La chiave di volta che manca al resto dell’Eurozona risponde al nome di KfW, banca pubblica tenuta fuori dal perimetro del bilancio federale.

Schulz bolla di estremismo chiunque osi mettere in discussione il sistema e si muove come un Giano bifronte. In patria la postura è quella del rigore intransigente, come se gli eurocrati non avessero chiuso un occhio sui trucchi contabili della Grecia all’epoca dell’ingresso nella moneta unica. Schulz mostra il volto dialogante nel Belpaese, dove è insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce, difendendo l’operato del dimissionario governo Monti “che non ha colpa nella crisi odierna” e del successore Enrico Letta. Le affinità elettive comunque sono quelle con Matteo Renzi. Nel marzo 2007 il presidente della Provincia di Firenze respinse l’invito di Schulz nella famiglia socialista europea: ”La costruzione del percorso internazionale del Pd richiede pazienza e collaborazione, non certo annessioni e abiure”. Pare una vita precedente. Sette anni dopo Renzi cambia verso completando la trasmigrazione dei centristi seduti sui banchi di Ppe e liberali. Nel febbraio 2014, mentre la Direzione Pd sta per dare il benservito al premier Letta, il rottamatore annuncia il matrimonio con il Pse. Al Congresso di Roma il gruppo dei socialisti aggiunge la denominazione democratici su proposta della renziana Federica Mogherini e candida Schulz alla presidenza della Commissione. La vittoria dei popolari alle Europee però premia Jean Claude Juncker, che da neocommissario lancia un piano di investimenti ancora da decifrare. In nome del contrasto ai “populismi” Ppe e Pse cementano l’alleanza rinnovando Schulz alla presidenza. Il guardiano della tecnocrazia, nel libro Il Gigante incatenato, si dice solidale verso i Pigs, ammettendo l’aumento della disoccupazione e l’inefficacia della spending review. Intanto celebra le riforme di Renzi “dall’amministrazione alle riforme costituzionali, dal sistema giudiziario alle istituzioni”, e continua a vagheggiare investimenti extra-bilancio per l’Italia. L’interpretazione del good cop con la bad cop Merkel prosegue fino a quando il referendum greco rimette in discussione tutto, compresa l’idea di Europa.

(Left Avvenimenti, 18 luglio 2015)

Left/Avvenimenti, intervista al fondatore di Mmt, Warren Mosler

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Le più recenti formulazioni della Modern Money Theory sono dell’economista post-keynesiano Warren Mosler, statunitense. Le leve per la crescita sono più spesa pubblica e meno tasse. Left gli ha chiesto come applicarle ai paesi dell’area Euro, ostaggio di rigidi paletti di bilancio e di una grave crisi economica e sociale. Non accende la speranza, leggere Mosler, dobbiamo avvisarvi. Sostiene che per rilanciare l’occupazione sarebbe necessario andare oltre al doppio del rapporto tra deficit e Pil ma che siamo in mano alla Germania, sì, e che questa, Merkel e Schaeuble, «ha un problema del tutto ideologico, persino filosofico».

La Modern Money Theory considera virtuoso il disavanzo pubblico volto al rilancio di produzioni qualitative, consumi e occupazione. Queste idee hanno influenzato il governo Obama…

Le nostre idee sono arrivate a Obama, quando sono stato candidato al Senato in Connecticut, nel 2010, proponendo una riduzione o un’eliminazione del cuneo fiscale. Del resto, la tassazione sulla busta paga è l’imposta più regressiva che abbiamo negli Usa e l’argomento è quindi efficace. Scrissi alcuni articoli e feci alcune apparizioni televisive, e Jamie Galbraith, consigliere di Obama, cominciò a riprendere i nostri contenuti pubblicamente. L’idea suscitò anche l’interesse dell’amministratore delegato della General Electric, Jeffrey Immelt, e poi quello di Troy Nash, un altro degli assistenti di Obama. E così il taglio del cuneo fiscale è diventato legge. Si tratta di un taglio minimo, del 2 per cento ma importante, anche perché è uno dei pochi provvedimenti bipartisan. Questa misura ha contribuito ad alimentare la crescita negli Stati Uniti, che ha subìto poi un sostanziale rallentamento nel momento in cui il governo ha voluto iniziare a ridurre il deficit pubblico.

Ecco, l’ossessione per il deficit. Nell’area Euro i trattati rendono difficili, se non impossibili gli investimenti e l’ampliamento del welfare. Pensa siano applicabili queste policy?

Se vi fosse la volontà politica, sì. Ma non ne vedo, al momento. Ed è un peccato, perché basterebbe decidere di aumentare il vincolo di rapporto col Pil dal 3 per cento all’8. Senza altre variazioni nella struttura delle istituzioni Ue, la disoccupazione diminuirebbe e la crescita potrebbe arrivare anche al 4 per cento.

Non è una strada che piace alla Germania, però.

La Germania ha un problema del tutto ideologico, persino filosofico.

I neoliberali sottolineano come Argentina e Brasile, che hanno aumentato la spesa sociale facendo uscire dalle povertà milioni di persone, abbiano però avuto contraccolpi economici. Cosa risponde?

Beh, facciamo un esempio. Se in una stanza fa molto freddo, puoi riscaldare l’ambiente con un termostato. Può capitare che diventi persino troppo caldo, e quindi si è costretti a far calare la temperatura. Può succedere quindi che vi sia qualche paese in cui si spende in maniera eccessiva, e spesso questo dipende dalla corruzione, soprattutto da quella del settore bancario. Ciò porta la valuta a svalutarsi, l’inflazione ad aumentare e i cittadini a pagare prezzi crescenti. Spesso non si tratta però di conseguenze delle politiche economiche, ma di caratteristiche di quei sistemi.

Economisti progressisti come Emiliano Brancaccio e Alessio Ferraro sottolineano la differenza tra un’uscita “da sinistra” dalla moneta unica e un’uscita “da destra”, come avvenne quando l’Italia abbandonò lo Sme privatizzando e contraendo i salari.

Gli intellettuali progressisti hanno a lungo visto nell’Unione europea una via maestra per il rifiuto delle politiche regressive di stampo nazionalista. Sfortunatamente chi governa oggi questa istituzione ha sviluppato un’agenda economica fortemente regressiva, di destra. Uscirne tuttavia significa esporsi, appunto, ad un alto rischio di crescita del nazionalismo. La sfida è capire quale fra tutte le possibili strade sia meno “di destra” rispetto alle altre.

E restando nell’eurozona lei cosa proporrebbe?

Se vi fosse la volontà politica di fare qualunque di diverso rispetto alle politiche attuali, allora bisognerebbe puntare ad incrementare il deficit. Le istituzioni europee credono che agire sui tassi di interesse migliori l’economia e che le riforme strutturali consentano di aumentare l’occupazione. Non è così.

Il direttore del Foglio Giuliano Ferrara ha rilanciato un’idea precedente ai Trattati: l’euro a due velocità.

Ancora una volta, credo manchi la volontà. I politici sono stati trasformati in esattori delle tasse: non hanno nessuna prospettiva economica.

E in Italia? Quali feedback state ricevendo in particolare dal presidente del Consiglio Matteo Renzi?

Non hanno nessun interesse, al governo sono totalmente passivi. Qualcuno mi ha chiesto quale politica economica abbia in mente Renzi: ho risposto che non ne ha una! E come lui, però, nessuno, in Europa. Manca la logica. Ad esempio: mettiamo che voi crediate realmente che in Grecia siano tutti pigri e nessuno abbia voglia di lavorare. Anche se voleste punirli, che senso ha creare politiche in cui gli stessi greci sono messi nelle condizioni di non poter più lavorare?

Un quadro a tinte fosche. Cosa prevede per il futuro?

Credo che il tasso di cambio dell’euro si rafforzerà molto e la Germania vedrà le esportazioni nette deteriorarsi. Non c’è nulla che siano in grado di fare. Sono impotenti. Sarà una distruzione della società fondata sulla deflazione e l’apprezzamento della valuta. Nei sei mesi scorsi l’euro è sceso temporaneamente, perché le banche centrali mondiali hanno reagito al Quantitative Easing e hanno iniziato a vendere grandi quantità di euro; questo processo però terminerà. Ora che l’euro tornerà a crescere, cosa faranno? Non gli resta nulla.

Left Avvenimenti (23 maggio 2015)

No women, no party

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La questione femminile resta un nodo irrisolto nella sinistra italiana. Le ragioni che andremo a sviscerare sono molteplici e complesse ma il dato storico ineludibile è che dopo la stagione delle conquiste sociali e civili non si è realizzato un processo di concreto avvicinamento alla parità di genere nella società e nella politica. Gli stessi eredi del Pci sembrano aver smarrito gran parte di quell’impegno per le donne che ha visto intrecciarsi almeno tre generazioni nei grandi fermenti politico – culturali del Novecento, dal ruolo decisivo delle partigiane nella Resistenza e nell’assemblea costituente ai movimenti femministi, ecologisti e pacificisti.
Sin dalla nascita il Partito Democratico ha introdotto regole che garantiscono un incremento della presenza rosa, ultima delle quali il doppio voto alle primarie del 2012. Le parlamentari della XVII legislatura hanno dunque raggiunto la percentuale del 37,9%. Tuttavia l’applicazione di principi come meritocrazia e pari opportunità, enunciati sovente con ridondante ipocrisia, mal si concilia con la logica delle quote rosa e viene annichilita dal meccanismo che consente al Sistema la vera cooptazione: la legge elettorale meglio nota come Porcellum che ha eliminato il voto di preferenza e affidato al vertice dei partiti la scelta dei candidati da mandare in Parlamento. Naturalmente la selezione delle classi dirigenti non penalizza solo donne ma anche uomini meritevoli. Il Potere in genere, nel settore privato e in quello della pubblica amministrazione, favorisce o al contrario ostacola in modo sofisticato i percorsi personali secondo precisi schemi che rispondono alla propria convenienza, sia essa il mantenimento dello status quo o un riformismo gattopardico. Premesso ciò, resta il fatto che nessuna esponente politica della sinistra italiana ha mai avuto un ruolo apicale come invece avviene regolarmente da anni nel mondo. Nel 2006 le ministre dei Ds nel governo Prodi erano soltanto 3: la dalemiana Livia Turco alla Salute, la veltroniana Giovanna Melandri a Sport e politiche giovanili, l’ex occhettiana Barbara Pollastrini alle Pari opportunità. Nell’esecutivo di Enrico Letta sono rimaste tre dopo le dimissioni dal ministero dello Sport di Josefa Idem in seguito alla scoperta di irregolarità fiscali: dell’area collocabile grossomodo a sinistra troviamo il ministro degli Esteri Emma Bonino , all’Integrazione il medico oculista Cecyle Kyenge e all’Istruzione Maria Chiara Carrozza, ex rettore della scuola Sant’Anna di Pisa dove molti anni prima conseguì il dottorato di ricerca (Diritto delle comunità europee) il giovane Letta.
Per restare solo in Europa il premier della Danimarca è la socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt, in Islanda è Johanna Sigurdardottir, lesbica dichiarata; in Finlandia è stata presidente della Repubblica dal 2000 al 2012 Tarja Kaarina Halonen mentre Mari Kiviniemi era a capo di un governo con 12 donne ministri su 20; in Irlanda negli anni ’90 si sono succedute le presidenti Mary McAleese e Mary Robinson. In Francia non è stata una sorpresa quella di Sègolène Royal, nel 2007 candidata del Psf all’Eliseo contro il vincente Nicolas Sarkozy. Infatti sedici anni prima la socialista Edith Cresson, già ministro dell’Agricoltura e del Commercio estero, fu nominata primo ministro dal presidente della Repubblica François Mitterrand. Nella tradizionalista Spagna il governo Zapatero del 2008 era composto in maggioranza da donne, anche in ministeri chiave: Economia e Finanze per la vicepresidente Elena Salgado Méndez, Sviluppo a Magdalena Álvarez Arza, Scienza e Innovazione a Cristina Garmendia Mendizábal, Sanità e in seguito Esteri per Trinidad Jiménez García-Herrera. Il dicastero dell’Economia è rosa anche in Danimarca, Austria, Finlandia e Lituania. In Inghilterra il sottosegretario all’Europa Caroline Flint si dimise nel 2009 accusando l’allora premier laburista Gordon Brown:”Parecchie che formano il governo, me inclusa, sono state da te trattate come poco più che donne-vetrina. Non voglio più far parte del governo con una responsabilità solo marginale”. Il gesto sarebbe impensabile in Italia, dove pure le ministre sono relegate a ruoli di seconda o terza fascia. Resta esclusivamente maschile, oltre alla presidenza del Consiglio, il motore decisivo per la politica industriale: il ministero dell’Economia. La differenza con le altre democrazie occidentali si conferma notevole all’europarlamento: nel 2009 l’Italia risulta ventiquattresima sui 27 Paesi Ue per rappresentanza femminile a Bruxelles con 17 elette su un totale di 72. E pensare che è stata proprio un’italiana, Lara Comi del Pdl, ad ottenere il riconoscimento del Mep Awards 2012 come migliore deputata nel settore del mercato interno e della protezione dei consumatori. Nel Belpaese su venti Regioni esistono due sole governatrici, in Umbria Catiuscia Marini e in Friuli Venezia Giulia Deborah Serracchiani , la giovane candidata che alle Europee era stata in grado di battere in preferenze Berlusconi senza poi trovare spazio a livello nazionale. Le donne sindaco sono soltanto 884 su 8mila Comuni e un terzo delle giunte non ha neppure un assessore del gentil sesso. Per quanto attiene ai partiti si è già detto della Francia ma anche in Germana il Spd, che punta su Peter Steinbruck nella sfida alla cancelliera Angela Merkel, annovera la vicepresidente del partito Hannelore Kraft, governatrice dell’importante regione della Renania settentrionale-Vestfalia, e la segreteria generale Andrea Nahles. Dal 2012 i Verdi sono guidati da Claudia Roth mentre nel Linke, partito creato da Oscar Lafontaine, prosegue la coabitazione della giovane presidente Katja Kipping con l’esperto Bernd Riexinger. In Italia nessuna donna ha potuto guidare un partito di sinistra ad eccezione di Grazia Francescato, eletta presidente dei Verdi nel 1999 al posto del dimissionario Luigi Manconi, reduce dall’1,8% alle Europee. La forza elettorale e dunque il potere di incidere del partito italiano, con percentuali in media tra il 2 e il 3%, è nettamente inferiore ai Verdi tedeschi che viaggiano sul 15%. In ogni caso Francescato, fondatrice nel 1973 della rivista femminista Effe, scrittrice e presidente del Wwf, diede una spinta innovativa partecipando ai movimenti no global in occasione del vertice del Wto di Seattle, prima del famigerato G8 di Genova del 2001. Soppiantata in un baleno da Alfonso Pecoraro Scanio, è stata ripescata 8 anni dopo per far rinascere gli ambientalisti rimasti fuori dal Parlamento. In seguito Grazia Francescato, che dal 2003 al 2006 è stata contemporaneamente consigliere comunale di Villa San Giovanni in Italia (Reggio Calabria) e portavoce femminile dei Verdi europei, è entrata nel coordinamento nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà.
Il Sistema può contare anche sullo scudo della frammentazione di ruoli e incarichi che impedisce di attribuire specifiche responsabilità, un circolo vizioso che è padre e figlio della società italiana. Le statistiche confermano che le donne, pur ottenendo risultati migliori nelle scuole e sul lavoro, raramente accedono a posti dirigenziali. Il Global Gender Gap Report 2012, rapporto pubblicato dal World Economic Forum che misura il divario tra i sessi in termini di pari opportunità, colloca l’Italia al 80° posto su 134 nazioni prese in esame. In media nel nostro Paese le ragazze laureate sono sessanta su cento, dunque sopra il 58,5 e il 58% di Stati Uniti e Regno Unito. Già nel 1998 superavano i maschi con un rapporto di 56 a 44 per cento. La differenza retributiva è notevole: secondo una rielaborazione del Sole 24 Ore2 sui dati It-Silc (European Statistics on Income and Living Conditions) del 2008 la presenza femminile nel top management era soltanto il 10% e nei consigli di amministrazione delle società quotate il 6%. La legge del luglio 2011 sul terzo di quote rosa obbligatorie nei cda, proposta da Alessia Mosca (Pd) e Lella Golfo (Pdl), perlomeno ha invertito la tendenza. L’anno seguente l’Unione europea ha calcolato una crescita delle consigliere nelle quotate italiane sino all’11%, dato comunque al di sotto della media, pari al 15,8%. Anche la questione morale si interseca con quella femminile: dirigenti, funzionarie e professioniste nei guai con la giustizia sono infinitamente meno rispetto ai pari grado uomini.
Sulle relazioni sociali e professionali esercitano da sempre una fondamentale influenza le tradizioni e la religione nell’ambito del rapporto tra Stato e Vaticano. E’ impresa ardua rivoluzionare il punto di vista di una realtà patriarcale e nepotista che affida al maschio il ruolo di erede e “cacciatore” e alla donna, prevalentemente, quello di angelo del focolare. In Inghilterra, Germania e nei paesi scandinavi, ad esempio, lo Stato supporta in modo incisivo non solo la maternità ma anche la paternità, scelta che è sinonimo di una visione moderna della reciprocità nelle responsabilità familiari. In Italia i provvedimenti concreti latitano in termini di rafforzamento del welfare attraverso offerte di asili nido, servizi alle famiglie, o deducibilità dei costi per baby sitter e badanti. Anzi, il dilagante precariato di contratti a termine o parasubordinati mette a rischio le tutele per la maternità che si davano per acquisite. In forma più o meno latente sopravvivono stereotipi sul timore della gravidanza e sulla minore affidabilità delle lavoratrici, peggio se esteticamente gradevoli, quand’anche sovrastino oggettivamente i colleghi. L’altra faccia della medaglia sono le carriere-lampo in cambio di favori sessuali al capo. Gli stessi fattori sono applicabili ad una politica in cui l’aberrazione berlusconiana, ossia il casting di giovani prive di esperienza selezionate per l’aspetto e le frequentazioni, non viene adeguatamente contrastata. Le manifestazioni in difesa della dignità della donna sono scoppiate soltanto quando i festini con il Bunga Bunga e l’inserimento di ‘favorite’ come Nicole Minetti nei consigli regionali hanno fatto traboccare il vaso della sopportazione. Tuttavia il livello di assuefazione alla cultura consumistica della ‘femmina oggetto’ propinata nel tempo dai media berlusconiani non può essere l’unica spiegazione di una lenta e progressiva involuzione.
L’impegno civile delle donne è storicamente dimostrato dal numero di volontarie che si sono spese per la polis. Ciò malgrado le scarse possibilità di carriera e persino di autonomia, se consideriamo un partito accentratore e tradizionalista come il Pci in cui erano graditi i matrimoni interni alla ‘ecclesia rossa’. Eppure le attiviste hanno lasciato il segno negli anni della contestazione, arrivando a superare la metà più uno degli iscritti nella dotta e rossa Bologna. Nel 2011 le iscritte democratiche sul territorio risultano soltanto il 21% del totale. La spiegazione risiede anche nel disincanto nei confronti di un partito che ha smarrito la propria identità. Nell’eterogeneo Pd convivono posizioni agli antipodi, dalla cattolicissima Rosy Bindi ad Anna Paola Concia, deputata in prima linea per l’estensione dei diritti civili. In questo quadro si avverte l’assenza di spazi politicamente vitali per pioniere in grado di rovesciare la prospettiva. Nel 1968 la anarco-comunista Rossana Rossanda sfidò il Politburo sovietico e l’ancora irregimentato partito italiano denunciando i crimini del socialismo reale e pagando il fio della radiazione. Quel casus belli, parte integrante di un rapporto irrisolto di odio-amore coi compagni, contribuì a orientarli, assieme ai movimenti femministi e ai Radicali, verso importanti conquiste per via referendaria: la legge sul divorzio del 1974 e quella sull’aborto di sette anni dopo. Con il tempo quella partecipazione che rende autentica una democrazia si è progressivamente spenta, come se oltre alla spinta propulsiva del Pci si fossero esaurite anche le lotte per una completa emancipazione. Lidia Menapace, partigiana cattolica, fondatrice del Manifesto e protagonista dei movimenti degli anni ’70, è un esempio della mancata valorizzazione del talento e delle tematiche femminili. Nonostante ripetuti appelli e raccolte di firme, l’intellettuale che insegnava il rigore nell’uso di un linguaggio sessuato e antimilitarista, rimase esclusa per decenni dal Parlamento. Solo nel 2006, a 82 anni, Menapace fu candidata ed eletta con Rifondazione Comunista. Le idee pacifiste le costarono subito la guida della Commissione Difesa al Senato in favore di Sergio De Gregorio, il dipietrista saltato a pagamento sul carro del berlusconismo. Tutt’altro excursus è quello che ha portato la socialista Fernanda Contri a diventare giudice della Corte costituzionale, nominata dal presidente Scalfaro nel 1996. Avvocato civilista, vicinissima a Giuliano Amato, Contri fu segretaria generale sotto la sua presidenza del Consiglio nel periodo delle stragi mafiose. Infatti diciotto anni dopo è stata chiamata a testimoniare dai pm di Caltanissetta su due incontri avvenuti il 22 luglio e il 28 dicembre 1992 tra l’ufficiale del Ros Mario Mori e Vito Ciancimino: ”Non erano ancora stati celebrati i funerali di Paolo (Borsellino, nda) e Mori mi disse che stavano sviluppando importanti investigazioni, precisando che stava incontrando Vito Ciancimino (…) Mori mi confermò che stava incontrando Ciancimino, aggiungendo ‘mi sono fatto un’idea che Ciancimino è il capo o uno dei capi della mafia”. Le capacità della Contri sono unanimemente riconosciute: partecipava a commissioni ministeriali in materia di ordinamento giudiziario, diritto per i minori e di famiglia, è stata ministro degli affari sociali, poi membro laico del Csm in quota Psi e del gruppo di saggi del Consiglio d’Europa sui diritti umani.
La porta sbarrata della stanza dei bottoni nei confronti delle intellettuali progressiste, ambientaliste, laiche – in una parola anticonformiste – ha profonde radici storiche e culturali. In Francia risale al 1791, sull’onda della rivoluzione, la prima dichiarazione dei diritti della donna, in Inghilterra la letteratura vittoriana offrì occasioni significative di emancipazione, anticipatrici dei salotti politici. Il fatto che nel nostro Paese, ancora nel Novecento, fossero rari gli esempi di donne nelle arti e nelle professioni la dice lunga sull’arretratezza della società italiana, dovuta a vari fattori tra cui la povertà e l’analfabetismo diffuso, le differenze linguistiche e la tardiva unificazione. Paradossalmente, pure se emarginate nel Ventennio antidemocratico e ‘machista’, le partigiane nella Resistenza riuscirono a sviluppare le loro potenzialità, rompendo l’abituale isolamento dalla vita pubblica e politica. Gli storici calcolano 30mila donne impegnate come staffette e direttamente nella guerriglia contro i nazifascisti; furono l’àncora di salvezza per la Liberazione e al contempo la linfa per l’affermazione della parità di genere nella Carta Costituzionale, conquistando posti di comando senza doverli chiedere ai compagni. La partigiana Teresa Mattei venne eletta a 25 anni all’Assemblea Costituente nelle fila del Pci per cui ha svolto un ruolo di primo piano nella lotta per i diritti delle donne, fra l’altro ideando la festa dell’8 marzo. Gisella Floreanini nel 1944 fu il commissario per l’assistenza e i collegamenti con le organizzazioni di massa durante i quaranta giorni della Repubblica dell’Ossola (Piemonte), poi presidente del Comitato di Liberazione nazionale di Novara e infine parlamentare del Pci; Camilla Ravera, dirigente dell’Unione Donne Italiane, nel 1982 è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sandro Pertini. La partigiana cattolica Tina Anselmi è stata invece la prima donna ministro, con deleghe al Lavoro e poi alla Sanità a fine anni ’70, autrice di riforme come la legge per le pari opportunità e l’istituzione del Servizio sanitario nazionale. Anselmi, che ha donato alla democrazia italiana il fondamentale lavoro alla guida della Commissione parlamentare sulla loggia massonica P2, è stata candidata nel 1992 a presidente della Repubblica ma senza concrete chances. Anche il nome di Nilde Iotti risuonava velleitariamente nella rosa di aspiranti al Colle. Nella scomoda condizione di compagna clandestina di Palmiro Togliatti, Iotti venne elevata a icona con un perfido sottinteso maschilista che la rendeva inimitabile, dunque irraggiungibile, dalle giovani compagne: membro della Commissione incaricata della stesura della Costituzione, in Parlamento dal dopoguerra per mezzo secolo, primo presidente della Camera dal 1979 al 1992. In quell’anno che segna lo spartiacque con la cosiddetta Seconda Repubblica Nilde Iotti è stata la candidata al Quirinale più votata al quarto, settimo e ottavo scrutinio con un massimo di 256 consensi dei grandi elettori, ma i partiti avevano già deciso che il presidente della Repubblica sarebbe stato Oscar Luigi Scalfaro. Vent’anni dopo lo scranno istituzionale più alto riservato ad una donna di sinistra, nella fattispecie a Laura Boldrini, è di nuovo la terza carica dello Stato. Al di là dei numeri di deputate e senatrici in aumento pesano alcune scelte simboliche. In Calabria, ad esempio, non sono state candidate giovani amministratrici democratiche nel mirino della ‘Ndrangheta: Elisabetta Tripodi, sindaco di Rosarno, e l’ex prima cittadina di Monasterace Maria Carmela Lanzetta, intimidite con incendi dolosi e minacce di morte. L’allora segretario Bersani ha citato ad esempio Lanzetta nella disfida televisiva con Matteo Renzi ma al momento di compilare le liste il Pd non ha trovato posto per nessuna delle amministratrici. Quale miglior simbolo di cambiamento sarebbe stata la candidatura di chi ha sacrificato la propria serenità per difendere il territorio, devastato dall’abusivismo e dalle speculazioni edilizie delle cosche?