“Consigliai la Quercia a Veltroni, che prese l’idea avviando la deriva neoliberista americana”

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La svolta della Bolognina è questione in sospeso da un quarto di secolo. Lo dimostra il fatto che la scomparsa di Pietro Ingrao induce i protagonisti di quel passaggio storico a riaffrontare il nodo irrisolto dell’orizzonte della Sinistra. Le ragioni della ferma contrarietà di Ingrao al cambio del nome del Pci fanno discutere oggi più di allora, al punto che il segretario Achille Occhetto, per la prima volta, ha ammesso che la svolta potrebbe aver agevolato la deriva neoliberista. Un singolare episodio ci consegna un tassello del mosaico in decostruzione nel 1989, quando il dibattito critico italiano, scosso dalla repressione di Tienanmen, coinvolgeva i dirigenti e l’intellighénzia diffusa in sezioni, piazze e circoli comunisti. Francesco Martelloni, studioso di storia contemporanea ed esponente della sinistra del Pci nella sezione Gramsci di Lecce, scrisse una lettera a Walter Veltroni alla vigilia del congresso che avrebbe condotto alla Bolognina. Lo storico salentino, di area berlingueriana, proponeva al capo dell’organizzazione del Pci una trasformazione senza strappi alle radici, cambiando il nome in Partito Comunista Libertario e inserendo un nuovo simbolo: l’albero della libertà. L’ipotesi di ripartire da sinistra restò nei cassetti di Botteghe Oscure ma fece presa l’idea dell’elemento floreale, che Occhetto attribuì poi ai “consulenti grafici di Veltroni”. Tuttavia è alquanto improbabile una coincidenza fra creativi. Nella missiva Martelloni suggeriva di mettere al centro “l’albero della libertà della rivoluzione francese, nonché della Repubblica partenopea e di quelle giacobine del ‘99”. Occhetto, presentando il nuovo simbolo, adoperò un’espressione simile: ”L’albero della libertà accompagnò la rivoluzione francese e fu piantato ovunque, in tutte le piazze dei paesi d’Europa”. Francesco Martelloni, redattore della rivista ‘Itinerari di ricerca storica’, faceva riferimento agli scritti degli anni ’60 di Galvano della Volpe, nei quali il filosofo marxista critico prospettava il superamento della III Internazionale per realizzare, in un sistema di libertà e garanzie, la socialdemocrazia dinamica contrapposta a quella statica di Bad Godesberg. Appare evidente l’analogia con l’attualità della rinascita di una Sinistra che sappia rovesciare la linea della Spd, ultimo stadio della trentennale subalternità all’euroliberismo. I passi salienti della lettera di Martelloni delineavano “la rottura con ogni cultura autoritaria e violenta” e “il recupero dell’ispirazione originaria dell’equivalenza tra comunismo e libertà”; la soppressione di falce e martello giacchè “oggi troppo angustamente rappresentativi di sole figure economico-sociali e professionali del proto-capitalismo” ma conservando “l’insopprimibile” bandiera rossa.

Malgrado Enrico Berlinguer avesse chiarito l’esaurimento della spinta propulsiva dell’Urss, Occhetto e il gruppo dirigente optarono per il cupio dissolvi del più grande e democratico partito comunista d’Occidente, sotterrandolo ai piedi della Quercia. Come se avessero dovuto pagare per prassi altrui – le dittature dell’Est e il craxismo – rifiutarono di inserire il termine socialista o laburista, come chiesto dai miglioristi di Giorgio Napolitano, e di accogliere le analisi di Pietro Ingrao contro la rinuncia esplicita alla lotta anticapitalista. Massimo D’Alema non ha mai fatto mistero delle perplessità sulla modalità del passaggio, senza però dispiegare un pensiero critico organico. Achille Occhetto ancora nel 2013 (da ‘I panni sporchi della Sinistra’) identificava gli scopi della svolta nei concetti di “questione morale”, “apertura alla società civile” e “contaminazione con le migliori forze liberal democratiche e cattoliche progressiste”. Ora, intervistato dall’agenzia Dire nel giorno dei funerali di Ingrao, il creatore del Pds compie una parziale autocritica: ”non ho capito in tempo i rischi degenerativi che ci potevano essere nella svolta”; sottolineando poi: “se Ingrao l’avesse appoggiata ci avrebbe probabilmente aiutato a farla meglio e più a sinistra”. Dopo la sconfitta contro Berlusconi nel 1994, si è consumata l’involuzione antropologica che lega significante e significato. Il Pds post occhettiano cancellò prima la denominazione di partito (Ds) e poi di sinistra (Pd) mentre i governi dell’Ulivo, aderendo ai dogmi della Terza via di Clinton, Blair e Schröder, praticavano la svalutazione del lavoro e del ruolo del pubblico. Veltroni fu il più esplicito nell’abiura (“si poteva stare nel Pci senza essere comunisti”) e in nome del modello Democrat preparò il terreno per la fusione con la Margherita nel partito liquido. Il Pd di Matteo Renzi, come ha ricordato Luciana Castellina sul Manifesto, ha chiuso il cerchio dell’americanizzazione: “partito personalizzato e ridotto a comitato elettorale”, “scarsa partecipazione e forte astensionismo”. Renzi è quindi la prosecuzione del veltronismo con altri mezzi, vale a dire il nuovismo anagrafico dissimulante l’origine democristiana e il gotha della finanza che l’ha sostenuto nella scalata a partito e Palazzo Chigi. Le affinità sono emerse in specie sui temi del lavoro, dall’appoggio a Sergio Marchionne sui contratti aziendali alla critica ai “santuari del no” come l’articolo 18. In modo più efficace di Renzi, l’ex compagno Walter ha appiattito la figura di Berlinguer alla questione morale, dimenticandosi della lotta del segretario del Pci contro l’ingiustizia sociale. Veltroni non ha mai risposto alla lettera di Martelloni. Lo studioso, dopo una parentesi in Rifondazione, ha lasciato la politica attiva: “Un quarto di secolo fa, credevo fosse ancora utile in Italia un partito comunista rinnovato, democratico, libertario e “liberale”. Invece già la svolta della Bolognina, senza definiti e solidi confini politico-culturali, segnava l’avvio della deriva neoliberista e “americaneggiante”. L’ultima segreteria seria fu quella del nobile Natta. Poi sono cominciate le chiacchiere, le capriole e le stranezze finalizzate a quella prima, grave, rottamazione”.

Left Avvenimenti, 12 ottobre 2015

 

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Sul Romanzo: “Se ha senso distinguere tra destra e sinistra? Sì, lottare contro le ingiustizie sarebbe ancor più necessario”

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Stefano Santachiara è un giornalista d’inchiesta. Dal 2009 è corrispondente de «Il fatto quotidiano». La sua inchiesta sui rapporti tra ‘ndrangheta e Pd al Nord, nel comune appenninico di Serramazzoni, è stata ripresa anche dalla trasmissione televisiva Report. È autore, insieme al giornalista Ferruccio Pinotti, de I panni sporchi della sinistra, edito da Chiarelettere. Ha acconsentito a rispondere alle nostre domande e a dedicarci un po’ del suo tempo per parlare del libro, delle inchieste da cui ha avuto origine ma anche di se stesso.

Dalle tue dichiarazioni sembri avere un’idea molto precisa di quello che è o sarebbe il ruolo di un giornalista. In teoria persone come te dovrebbero lavorare fianco a fianco con la magistratura e le istituzioni ed essere loro di supporto nelle indagini; invece, nella maggior parte dei casi siete chiamati in causa dall’altra parte della barricata, ovvero come imputati. Cosa ti spinge a non tirarti indietro e a mantenere la determinazione per andare avanti?

La passione per il lavoro e il fatto che nella vita non riesco a restare indifferente alle ingiustizie. In generale l’informazione libera è fondamentale per una democrazia, non solo nel supporto alle indagini penali ma in tutte le sfere della società perché, svelando gli inganni del potere, rende maggiormente consapevoli i cittadini. Se i mass media svolgessero fino in fondo il loro diritto-dovere di informare sarebbero l’antidoto a molti soprusi e lo stimolo per una policy votata al bene collettivo.

Senza allontanarci troppo e senza addentrarci nei particolari, diciamo solamente che in Italia di giornalisti d’inchiesta come te se ne contano pochi. Sono i colleghi che preferiscono tarparsi le ali per ragioni di comodo? O è il pubblico che richiede a gran voce e preferisce notizie di gossip, curiosità, sport e altro? È il sistema che non funziona? Trent’anni di tv commerciale, riviste di pettegolezzo, film e produzioni da “panettone” hanno compiuto un vero e proprio lavaggio del cervello e la gente non ha più gli strumenti o la forza per reagire?

I fattori che hai citato sono concatenati. Esistono buone dosi di conformismo che sfociano nel servilismo, ma la condotta del singolo giornalista è influenzata in modo decisivo dal sistema, costituito da editori impuri, legati a interessi in altri settori e ai contributi di partitico conio. Come denunciò Pier Paolo Pasolini già prima della deriva berlusconiana, le tv generaliste si erano innestate come instrumentum regni dei poteri economici internazionali e dei rispettivi referenti politico-istituzionali. Il meccanismo è semplice: l’intrattenimento promuove una subcultura intrisa di modelli consumistici e superficiali; i fatti sono sottoposti a censure e manipolazioni sofisticate alternate a improvvisi messaggi di shock disinformation, propedeutici allo smantellamento del senso di giustizia e delle conquiste sociali.

Nella sezione “bio” del tuo sito personale si legge «vinto il concorso per un posto di impiegato in Comune, abbandonai presto per senso d’inutilità». Non vogliamo certo intendere che tutti gli impiegati comunali siano inutili, ma incuriosisce questa tua affermazione.

Mi rendo conto che questa affermazione possa essere associata ai cliché che generalizzano malvezzi presenti nel pubblico impiego. In realtà la frase traduce semplicemente la mia sensazione di allora, cioè di non potermi esprimere in quel ruolo incasellato. Voglio sottolineare che ogni funzione pubblica è importante e una corretta comunicazione dovrebbe trattare casi specifici di sprechi e inefficienze senza alimentare, con disonestà intellettuale, campagne per privatizzare beni e servizi.

A conclusione di un lavoro di studio e indagine durato due anni da parte tua e del collega Ferruccio Pinotti, la casa editrice Chiarelettere ha pubblicato, a novembre 2013, I panni sporchi della sinistra. A marzo 2014 il libro è giunto alla quinta edizione. Un lavoro editoriale importante, pungente, rischioso per certi versi. Sei soddisfatto del risultato che ha portato o sta portando il tuo impegno?

Sì, cinque edizioni sono un ottimo risultato. La molla che spinge a continuare nelle presentazioni del libro e nei dibattiti con intellettuali e magistrati è l’interazione, non solo con i relatori ma anche con i cittadini; una mescolanza che mi arricchisce ogni giorno di più.

Si sono lette molte critiche al contenuto de I panni sporchi della sinistra. In particolare viene considerato un azzardo riferire sui trascorsi di Giorgio Napolitano e sulla sua possibile appartenenza alla massoneria, basandosi anche sulle dichiarazioni di una fonte che ha preferito rimanere anonima. Il punto è che non è tale per te e per Pinotti. È presumibile che abbiate svolto accurate indagini per verificare le fonti prima di citarle. È corretto?

Certo, abbiamo vagliato documenti e testimonianze. Le critiche si sono concentrate su aspetti secondari anziché sulle nuove chiavi di lettura e sugli scoop: il luogotenente di D’Alema a Gallipoli, Flavio Fasano, in rapporti con un boss della Sacra Corona Unita, la condanna alla Corte dei Conti dello storico tesoriere Ds Ugo Sposetti, pedina cruciale nei rapporti col centrodestra. Ricordi quando Gazebo sorprese Sposetti e la quintessenza del berlusconismo, Denis Verdini, nella Galleria Sordi alla vigilia dell’accordo sulle larghe intese per il governo Letta? Altre verità scomode, ignote all’opinione pubblica, sono le persecuzioni politico-giudiziarie ai danni di magistrati che hanno reso concreto l’articolo 3 della Costituzione, come Clementina Forleo (gip di Milano sulle scalate bancarie) e Desireè Digeronimo (pm antimafia di Bari che ha anche scoperto la Sanitopoli pugliese). Mentre Berlusconi e altri possono essere giustamente sviscerati sotto ogni aspetto (ma non pagano con la detenzione per i crimini commessi), the other side of the moon evidentemente no. Le ruote dentate del sistema, basato su una ricattabilità reciproca, a raggiera, prevedono che oltre una certa soglia non sia consentito andare: i rari magistrati e giornalisti che lo fanno incidendo nei gangli della geopolitica, della finanza e dei poteri occulti ne pagano le conseguenze. Mi scuso per la digressione. Tornando alla tua domanda specifica, l’ipotesi dell’appartenenza di Napolitano alla massoneria atlantica, avanzata dai Maestri Gioele Magaldi del Grande Oriente Democratico e Giuliano Di Bernardo della Gran Loggia regolare d’Italia, credo sia interessante se inserita all’interno di un’analisi storica sull’ascesa dell’attuale capo dello Stato. Napolitano, di stirpe partenopea liberale, figlio di un avvocato massone, è stato nel tempo burocrate comunista fedele a Togliatti e a Mosca, collaterale a Craxi e a Berlusconi, garante degli ambienti atlantici e barometro delle tecnocrazie legate a doppio filo ai poteri finanziari. La comprensione degli avvenimenti è facilitata se lo scrittore realizza un compendio dei cursus honorum dei maggiorenti democratici, soliti alle agiografie, e riannoda i fili tra scandali giudiziari, conflitti d’interesse, rapporti tra partito e banche, cointeressenze che stanno alla base di politiche subalterne al berlusconismo e al liberismo sfrenato. Ritenevamo necessario decodificare le ragioni profonde dell’involuzione antropologica della sinistra, deprivata nel corso di un trentennio del patrimonio di idee e di etica civile.

In teoria non costituisce reato l’appartenenza a una setta o loggia. Perché allora, secondo te, in tanti stentano ad ammettere la loro fratellanza o l’ipotesi del loro coinvolgimento con la massoneria?

Perché essere associati a gruppi ontologicamente opachi è un fatto negativo, anche soltanto in termini di immagine. Al di là della questione penale che esiste nel caso di logge illegali come fu la P2 di Gelli, esistono tanti livelli di massoneria che operano in contesti ed epoche molto diversi tra loro, ma quanto condizionino i destini dei governi e delle economie transnazionali non è misurabile per la conoscenza ancora troppo parziale di questi fenomeni. Un discorso analogo vale per i club esclusivi internazionali che rendono noti gli elenchi degli ospiti ma non certo il contenuto delle tavole rotonde che si sviluppano tra banchieri, capitani d’industria e di finanza, manager, giornalisti selezionatissimi. Gli stessi protagonisti della vita pubblica dei rispettivi Paesi, poi, si ritrovano nei governi e nei salotti televisivi a dettare i temi dell’agenda mediatica tra i quali, putacaso, campeggiano i dogmi dell’austerity. Tutto il contrario della trasparenza e della deontologia.

Leggendo I panni sporchi della sinistra e riflettendo sui fatti e sui dati riportati, correlandoli alla contemporanea attività parlamentare e di governo, sembra quasi che la dicitura “di sinistra” o “di destra” sia solamente un escamotage per dividere il popolo, separarlo in tanti piccoli gruppi contrapposti l’un l’altro. I guelfi e i ghibellini del terzo millennio. E mentre le persone si azzuffano per difendere i rispettivi leader, questi stringono fra di loro larghe intese. Non sarebbe meglio abbandonare queste etichettature e concentrarsi sui fatti, sulle azioni concrete? Che siano queste fatte da uomini che si definiscono di destra o di sinistra alla fine non conta; ciò di cui deve importare e che deve contare è la sostanza.

Sono d’accordo che si debba valutare il lavoro svolto e non l’appartenenza, dietro il cui paravento si perpetrano le scelte più deteriori, effetto anche del consociativismo. La differenza di valori tra destra, centro e sinistra però ha ancora senso. In Italia non esiste più una sinistra (sia essa rossa, verde, socialista o keynesiana) che ponga come meridiano di Greenwich la giustizia sociale, le reali pari opportunità, la tutela dell’ambiente e del tessuto produttivo italiano, la laicità come forma mentis. Basti pensare alla lunga stagione di svendita di reti strategiche nazionali e servizi locali, alla precarizzazione del lavoro, al finanziamento delle scuole private e alla demeritocrazia patita da donne di talento, all’assenza di una qualsiasi progettualità Politica con la p maiuscola. Secondo la professoressa Mariana Mazzucato, docente di Economia all’Università del Sussex, lo Stato dovrebbe tornare a orientare l’economia, concorrendo in modo virtuoso con i privati e investendo in ricerche sperimentali, grazie alle quali, come insegna il modello della Silicon Valley, possono venire sviluppati prodotti innovativi. Invece si è lasciato che il capitalismo globalizzato continuasse a far leva sul gap di diritti e salari (altri, Usa e Cina compresi, hanno posto dazi doganali ad hoc per l’interesse nazionale) e che le industrie italiane, dato che anche le più illuminate non vivono per la gloria, trovassero più conveniente la rendita finanziaria. Non solo: queste maschere politiche, che hanno campato tra corruttele e familismo amorale, sono arrivate a svendere il futuro, sottoscrivendo accordi suicidi come il fiscal compact, che si traduce in un cappio al collo da 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni. l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio accelererà la spirale di macelleria sociale e di contrazione delle risorse per settori come la cultura, che sono il traino delle società evolute. Il pareggio in bilancio è stato inserito in una Carta costituzionale vincolata all’ordinamento europeo dopo un rapido iter, nel dicembre 2012, col consenso politico e col silenzio mediatico generale, poco dopo il premier Monti firmò il Trattato del Fiscal Compact. Per questa somma di ragioni la sinistra di D’Alema, Veltroni e altri emuli del blairismo si è scritta da sola l’epitaffio, permettendo a Renzi di scalare il partito e di proseguire, sotto le mentite spoglie del rinnovamento, i dettami della Troika. D’altronde Renzi, come descriviamo nel libro, è prescelto da poteri fortissimi: la galassia ruotante attorno a Berlusconi, il mondo clericale da cui discende, la destra americana dello stratega repubblicano Micheal Leeden presente alla Leopolda, il gotha dell’industria e della finanza che lo sostiene sin dal principio.

Stai lavorando già a qualche nuovo progetto?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Ciao!

(Intervista di Irma Loredana Galgano)

Link a Sul Romanzo.

La “shock disinformation” che sdogana il peggiorismo/2

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Ringraziando i commenti al precedente post e i blog che l’hanno ripreso, ne approfitto per rispondere a Democraziaradicalpopolare di Gioele Magaldi, Gran Maestro del Grande Oriente Democratico, nel cui sito compare la recensione al mini-saggio.
Il confronto dialettico è il sale della democrazia, ormai assente nell’Italia dei tre livelli di “light, ordinary e shock disinformation”. Dunque rispetto i giudizi e le critiche anche più dure a cui rispondo nel modo seguente.
TESTO CONTESTATO: “Il filosofo Salvatore Veca coniò il termine migliorista per descrivere la corrente comunista che non cercava di abbattere il capitalismo con la violenza ma di migliorarlo, quella di Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano, un’area che negli anni ’80, al contrario, ha esemplificato la degenerazione morale della sinistra: collaterale al corrotto Psi di Craxi, finanziata tramite il settimanale Il Moderno dalle società del piduista Berlusconi. Lo scopo che si prefiggevano ontologicamente i miglioristi si era invece realizzato nel periodo di massimo sviluppo economico del Paese, negli anni ’70, in virtù del compromesso storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer…”

DEMOCRAZIARADICALPOPOLARE: Dobbiamo osservare che, al di là degli opportunismi di Napolitano ed altri (transitati concretamente da posizioni di bovino asservimento all’URSS che invadeva l’Ungheria nel 1956 a prospettive di dialogo ambiguamente socialdemocratico negli anni ‘70 – senza che potesse legittimamente definirsi tale, visto che i miglioristi permanevano nel PCI, un partito comunista – con l’establishment occidentale, per terminare in anni recenti con un nuovo acritico appecoronamento al pensiero unico neoliberista che egemonizza attualmente le istituzioni euro-tecnocratiche), il cosiddetto migliorismo aveva effettivamente il merito programmatico di volersi emancipare dall’orizzonte costitutivamente anti-capitalistico e rivoluzionario in senso marxiano del Comunismo italiano, europeo ed internazionale.
Inoltre, liquidare la storia del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi e dei suoi rapporti con gli ambienti miglioristi della “destra” PCI come coincidente con la “degenerazione morale della sinistra”, appare alquanto ingeneroso e superficiale.Gli anni ’80 saranno stati anche anni di esagerate tangenti e corruzioni (le stesse che avevano caratterizzato la storia italiana dal 1861 al Ventennio fascista- regime corrotto come pochi altri, checché ne pensino gli stralunati nostalgici del Duce e della mitologia in camicia nera- e poi dal Secondo Dopoguerra agli anni ’70; le stesse che sono connaturate ad ogni società industriale complessa, e che costituiscono anzitutto un problema di legalità e ordine pubblico, da arginare e prevenire mediante lungimiranti disposizioni legislative e prassi amministrative di controlli incrociati, non certo mediante “giaculatorie moralistiche”), ma furono anche un momento di straordinaria prosperità economica, di ampliamento pluralistico e modernizzazione del sistema mediatico sia entro la TV di Stato che oltre il monopolio RAI (pur con l’anomalia gradualmente realizzatasi dell’oligopolio privato berlusconiano), di consolidamento di un sistema repubblicano più maturo, forte e consapevole (dopo gli anni di piombo, con annessi e connessi) nel segno della democrazia dei partiti e delle correnti (essenziali al grado di pluralismo interno ai partiti stessi, anche se oggi va di moda demonizzarle), di progressiva emancipazione del PCI (dopo la morte di Berlinguer nel 1984 e l’avvento al potere di Gorbaciov in URSS nel 1985) dalle sue fisime di presunta “superiorità morale” e dalle sue ipocrite crociate contro la “democrazia liberale capitalista e imperialista”, magari nel segno del berlingueriano “eurocomunismo” austero e anti-consumista… (ricordiamo che Enrico Berlinguer pronunciò nel gennaio 1977 due importanti discorsi in “elogio dell’austerità”, raccolti e pubblicati nel 2010 da una casa editrice che si chiama significativamente Edizioni dell’Asino…: cfr. Enrico Berlinguer, La via dell’austerità. Per un nuovo modello di sviluppo, Edizioni dell’Asino, Roma 2010.) Quanto al “compromesso storico” di Berlinguer e Moro (vero precursore del consociativismo attuale benedetto dal Quirinale di Giorgio Napolitano), esso fu un poderoso e subdolo strumento per continuare a bloccare e a stabilizzare il sistema repubblicano italiano nel segno di una mancata dialettica tra forze alternative compiutamente democratiche. Il “compromesso storico” consentì il malinteso dell’”eurocomunismo” (formula ambigua e insensata che tanto piaceva a Enrico Berlinguer, ma che era priva di seria consistenza ideologica e politica entro un orizzonte democratico, liberale e libertario, incompatibile con qualunque prospettica comunista, europea o internazionale), ritardò l’evoluzione del PCI verso forme limpide e mature di socialdemocrazia, cristallizzò l’egemonia sulle istituzioni italiane della DC, impedì la prospettiva di una alternativa progressista che potesse portare al governo insieme PSI (+ altri partiti di centro-sinistra come PSDI, PRI, PR, etc.) e un PCI tramutato in qualcosa di diverso e migliore da sé.

MIA RISPOSTA ORA: Premessa. In un articolo siffatto, equivalente a 8 pagine Word scritte lunedì 3 marzo, ho necessariamente sintetizzato alcuni passaggi concentrandomi sugli aspetti che ritengo cruciali. Entrando nel merito, spiego subito che il migliorismo “non cercava di abbattere il capitalismo con la violenza ma di migliorarlo”, dunque era uno sbocco evolutivo fisiologico, condivisibile sic et simpliciter, aggiungendo che “lo scopo che si prefiggevano ontologicamente i miglioristi si era invece realizzato nel periodo di massimo sviluppo economico del Paese, negli anni ’70, in virtù del compromesso storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer…”. La frase però continuava con “…ma prima ancora per effetto della leale collaborazione tra il predecessore Luigi Longo e il presidente dell’Eni Enrico Mattei, vero pioniere della pubblica innovazione e della crescita sistemica nazionale. Tra molte ombre e vizi endemici (clientelismo, familismo amorale, malaffare e sprechi a livello politico-amministrativo) lo Stato italiano seppe declinare in senso progressista la propria rivoluzione industriale, sospinto da diverse istanze, soprattutto la presa di coscienza giovanile nel 1968 e la crescita elettorale del Pci”. Dunque parliamo di uno sviluppo che contempli anche il professo sociale. In questa differenza enorme risiede la risposta alle obiezioni seguenti, ad esempio relativamente alla modernizzazione del Paese attraverso le televisioni generaliste. A mio avviso questi mezzi di comunicazione di massa sono instrumentum regni del Sistema, adoperati cioè per inculcare modelli superficiali e distraenti in una cittadinanza maggiormente consapevole e politicamente attiva. Mi riferisco all’uso deformante di un settore peculiare per l’informazione e dunque basilare per la democrazia partecipata, non certo allo strumento in sè che come ogni innovazione tecnologica è un fattore positivo. Nota: il concetto di austerità-sobrietà espresso da Berlinguer per denunciare le storture del consumismo non ha nulla a che vedere con la dottrina dell’austerity imposta da tecnocrati privi di legittimazione elettorale.

TESTO: “Malgrado le differenze di condizioni economiche e storico-culturali di un popolo che ha conosciuto tardive unificazione, alfabetizzazione e democratizzazione, nell’ Italia del boom hanno avuto un ruolo analogo le forze sindacali, il movimentismo studentesco, il femminismo, i comunisti e alcuni intellettuali d’avanguardia. Il risultato di questo combinato disposto con la nuova coscienza delle classi lavoratrici, solidificatosi non senza difficili mediazioni tra i diversi strati della politica e dell’imprenditoria illuminata, è stato appunto il progresso sociale: l’obbligo scolastico fino a 14 anni, i diritti civili, il Servizio sanitario nazionale, l’evoluzione del Diritto finalmente depurato da disparità di genere, lo Statuto dei lavoratori e la Scala mobile, il meccanismo di automatico adeguamento dei salari all’inflazione…”

DPR: Ora, sarebbe più equo e rigoroso, sul piano storico, riconoscere che per il progresso dei diritti civili in Italia la parte del leone l’hanno recitata i radicali, i socialisti e altri esponenti del mondo laico e democratico, non certo i vertici comunisti, originariamente indifferenti se non ostili a quelli che percepivano come “fisime borghesi, lontane dalla sensibilità del proletariato”…
E anche sugli altri progressi sociali ed economici citati da Santachiara, parrebbe improprio disconoscere – accanto a quello dei “comunisti” – il ruolo dei socialisti, dei socialdemocratici, di svariate componenti della sinistra democratica laica e cattolica molto attive sia all’esterno che all’interno dei sindacati. Per quel che concerne le critiche che Santachiara rivolge successivamente ai governi del pentapartito (dunque con DC, PSDI, PRI e PLI, oltre che con il PSI) guidati da Craxi e Amato (esecutivi del 1984 e del 1992) in riferimento all’abolizione della scala mobile, la questione rimane controversa sulla bontà o meno di quello specifico meccanismo di adeguamento del lavoro salariato (non sul principio in sé di tutelare sempre il potere d’acquisto dei salari, almeno per Noi che lo condividiamo), ma occorre anche notare che se nel 1984 anziché un pentapartito con la DC e il PLI avesse governato ad esempio un quadripartito con PSI, PSDI, PRI e un Partito della Sinistra già emancipato dalle ubbie comuniste e però saldo nella tutela dei ceti più deboli, magari anche la legislazione sul lavoro avrebbe risentito positivamente di una tale situazione…

RISPOSTA: Ammetto l’errore. Tra le spinte esogene dell’evoluzione della società italiana hanno avuto un ruolo importante anche i socialisti pre-craxiani e i radicali. Per quanto concerne la scala mobile permangono obiezioni pertinenti, ad esempio sull’effetto spirale relativo all’inflazione, ma il presidente Obama, benchè limitatamente ad alcuni settori pubblici, ha intrapreso questo percorso per rilanciare i consumi.

TESTO: “Lo scatto in avanti per il bene comune assume ancor più valore nel contesto storico in cui è maturato: l’emancipazione dell’Europa dallo strapotere degli Stati Uniti, tornati al 25% della ricchezza mondiale come negli anni ’20, e dunque indotti dal governo Nixon a svincolare le riserve auree dall’emissione del dollaro, il cui valore era legato fino al 1971 a quello dell’oro, e nei due anni successivi ad un rapporto di cambio fisso con tutte le valute mondiali; nella sfera geopolitica il gendarme del mondo, reduce da insuccessi politici e militari a Cuba e in Vietnam, fresco complice del golpe de estado del generale Augusto Pinochet in Cile, osservava con crescente preoccupazione, come d’altra parte l’Unione sovietica, l’anomalia italiana condizionata dall’unico partito “comunista democratico” che viaggiava oltre il 30% dei consensi, nel crocevia mediterraneo tra i blocchi della guerra fredda anche per lo snodo con il mondo arabo”

DPR: E qui ci permettiamo di osservare che se effettivamente in Cile la nera ombra dei “massoni neoaristocratici e reazionari” (copyright GOD) guidati da Henry Kissinger ed altri produsse la barbarie del regime di Pinochet e se nel Vietnam furono compiute nefandezze da tutte le parti in causa, almeno a Cuba saremmo stati (e ancora saremmo) lieti di vedere affermata una democrazia liberale sostanziale, lontana sia dal modello dispotico di Fulgencio Batista (fino al 1959) che dalla successiva dittatura dinastica pseudo-comunista della Famiglia Castro. Inoltre, ogni qual volta si evochino gli USA, sarebbe apprezzabile rammentare che se l’Italia e altre nazioni europee hanno potuto compiere negli anni ’60 e ’70 “uno scatto in avanti per il bene comune”, ciò è dovuto proprio al fatto che gli Stati Uniti hanno protetto le nazioni occidentali del Vecchio Continente prima dalla barbarie nazi-fascista e poi da quella sovietica, per di più implementando – a partire dal Piano Marshall – un fondamentale supporto economico e finanziario per la ripresa industriale e commerciale dei territori europei. Infine, ci si permetta di osservare che un qualunque Partito Comunista (compreso il PCI), fintanto che sia rimasto tale e non sia evoluto in senso compiutamente socialista riformista- abbandonando il massimalismo palingenetico della sua dottrina- può anche presentarsi come “democratico” tatticamente, in previsione di una rivoluzione futuribile che i tempi ancora non consentono, ma la sua weltanschauung strategica di fondo (comprensiva di lotta classista alla borghesia, abbattimento del capitalismo, annullamento della proprietà privata dei mezzi di produzione, dittatura del proletariato, formazione di una burocrazia di Stato onnipotente, unica interprete autorizzata di una presunta volontà generale e di un bene popolare astratto) rimane incompatibile con una organizzazione sociale libera, pluralista e democratica.

RISPOSTA: Non ho mai negato i fondamentali meriti degli Stati Uniti nella storia del Novecento ed è un bene che a seguito delle Politiche del 1948 l’Italia non sia finita nell’orbita del Patto di Varsavia giacchè avremmo perduto libertà e democrazia. E’ altrettanto scontato concordare sui crimini dell’Unione sovietica e della dittatura cubana ma non colgo il nesso con la ricostruzione del periodo storico preso in esame. Passando all’argomento successivo, mi chiedo perchè considerare il massimalismo palingenetico come una condizione permanente, almeno fintanto che non si è realizzata la svolta, forse tardiva, dell’ultimo segretario del Pci e primo del Pds Achille Occhetto. Secondo questa interpretazione, manichea e superficiale, non sarebbe possibile neppure descrivere quella mutazione antropologica di cui trattiamo nel libro I panni sporchi della sinistra.
Da un punto di vista storico, se ogni cambiamento concreto dettato da forze e soggetti diversi fosse da assimilare come un fattore ininfluente rispetto ai principi originari – quelli deteriori, ossia antidemocratici- della dottrina comunista, diverrebbe inutile qualsiasi analisi, anche sull’involuzione di etica civile e progettuale della sinistra italiana. In altri termini, nel caso specifico, come si possono ignorare le scelte democratiche e gli strappi che Enrico Berlinguer ha faticosamente maturato e consumato rispetto all’Unione sovietica, attribuendo dunque ai comunisti italiani tout court una visione di fondo ancorata all’ “annullamento della proprietà privata e all’instaurazione della dittatura del proletariato”?

TESTO: “Con la scomparsa di condottieri come Moro e Berlinguer l’involuzione della sinistra, della politica italiana e della società ha subìto un’ impressionante accelerazione. I keynesiani forniscono una chiave di lettura importante sul “divorzio” tra ministero del Tesoro e Bankitalia. Nel 1981, per volere del governatore Carlo Azeglio Ciampi e del ministro Beniamino Andreatta, mentore di Prodi, Enrico Letta e tuttora stella polare di Renzi, la banca centrale non poté più presentarsi come acquirente di prima istanza di Bot e Cct, consentendo agli istituti di credito di stabilire il prezzo del rendimento dei titoli di Stato, ovvero tassi d’interesse favorevoli per i loro bilanci e dannosi per i conti pubblici, in modo esponenziale e permanente. Il mutamento ha prodotto una buona fetta dell’indebitamento dello Stato italiano, soggetto inoltre, sempre per la mancata protezione di Bankitalia, all’assalto degli speculatori stranieri che nel 1992 costrinsero l’Italia a svalutare uscendo dal sistema monetario europeo.”

DPR: Tutto giusto e sacrosanto quello che viene osservato a proposito del divorzio (truffaldino, ai danni dell’interesse generale) tra Ministero del Tesoro e Bankitalia. Meno pregevole e condivisibile definire “Moro e Berlinguer” (pace all’anima loro) condottieri schierati contro l’involuzione della sinistra italiana o assimilarne la lezione a quella di due baluardi della visione keynesiana della società. Proprio Beniamino Andreatta deve la sua ascesa politica sin dagli anni ‘60 ad Aldo Moro (di cui fu autorevole consigliere economico) e il Berlinguer eurocomunista, anti-capitalista, anti-consumista ed elogiatore della via dell’austerità ha pochissimo in comune con quel sincero democratico e liberale progressista che fu John Maynard Keynes (difensore del libero mercato in armonia complementare con un ruolo stabilizzatore e regolatore dei poteri pubblici) appartenente a quel Liberal Party britannico che con il Rapporto Beveridge “sulla sicurezza sociale e i servizi connessi” (1942) tracciò la via maestra di ogni moderno sistema di welfare. Dalla stessa fucina democristiana morotea e andreattiana venne quel Romano Prodi cui giustamente Santachiara imputa la cattiva privatizzazione di molte aziende dell’IRI.

RISPOSTA: Anche Moro e Berlinguer hanno commesso errori. Apprezzo gli scritti di Keynes, che non ho associato a protagonisti del mini-saggio, leggo con attenzione gli studiosi che diffondono tale policy rispetto al ruolo decisivo dei poteri pubblici nell’ambito di un’economia ovviamente (repetita juvant) di libero mercato.

Potere, sinistra e media: la “shock disinformation” che sdogana il peggiorismo

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Coloro i quali, per formazione culturale o predispozione, non appartengono alla categoria degli economisti che primeggiano nei media generalisti, nelle università e nei consessi esclusivi – talvolta contemporaneamente – potranno rilevare la particolare natura dei progetti di Matteo Renzi e le sofisticate tecniche di comunicazione di massa con cui si stanno dispiegando. Non possedendo il completo ventaglio di elementi per una valutazione approfondita delle infinite variabili insite nelle politiche economiche e monetarie, consiglio la lettura di studiosi di ogni orientamento per accrescere la propria consapevolezza. Credo però che ognuno debba infischiarsene della conditio sine qua non degli addetti ai lavori e possa contribuire al dibattito condividendo il proprio patrimonio di competenze, siano essere storiche, giuridiche, scientifiche o umanistiche. Sotto l’aspetto dell’informazione il veteroblairismo del giovine premier, terzo esemplare della tecnocrazia priva di legittimazione elettorale, è abilmente occultato sotto una miscela pirotecnica di annunci, finte provocazioni, specchietti per le allodole. Soltanto analizzando questa sfera fondamentale è possibile sviluppare un ragionamento compiuto sul vero obbiettivo di questa nuova generazione della politica con la p minuscola, la cui debolezza rispetto al potere economico affonda le radici nella mutazione antropologica e culturale, oltrechè di etica civile, della sinistra italiana. Cercheremo dunque di far emergere l’inaccessibile chiave di volta di tale strategia multilevel “light, ordinary and shock disinformation”, propedeutica allo “sdoganamento del peggiorismo”. Con la seconda locuzione intendo riferirmi al pensiero di Achille Occhetto, che di recente ha descritto l’attuale Pd come l’alchimia tra il “peggio delle tradizioni della Dc e del Pci”.
Il filosofo Salvatore Veca coniò il termine migliorista per descrivere la corrente comunista che non cercava di abbattere il capitalismo con la violenza ma di migliorarlo, quella di Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano, un’area che negli anni ’80, al contrario, ha esemplificato la degenerazione morale della sinistra: collaterale al corrotto Psi di Craxi, finanziata tramite il settimanale Il Moderno dalle società del piduista Berlusconi. Lo scopo che si prefiggevano ontologicamente i miglioristi si era invece realizzato nel periodo di massimo sviluppo economico del Paese, negli anni ’70, in virtù del compromesso storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, ma prima ancora per effetto della leale collaborazione tra il predecessore Luigi Longo e il presidente dell’Eni Enrico Mattei, vero pioniere della pubblica innovazione e della crescita sistemica nazionale. Tra molte ombre e vizi endemici (clientelismo, familismo amorale, malaffare e sprechi a livello politico-amministrativo) lo Stato italiano seppe declinare in senso progressista la propria rivoluzione industriale, sospinto da diverse istanze, soprattutto la presa di coscienza giovanile nel 1968 e la crescita elettorale del Pci. In questo senso ci soccorre la ricostruzione di Noam Chomsky in Sistemi di potere (Ponte alle Grazie, 2013), nella misura in cui, secondo il linguista e politologo americano, le spinte endogene delle forze migliori della società favorirono il New Deal di Roosevelt. Malgrado le differenze di condizioni economiche e storico-culturali di un popolo che ha conosciuto tardive unificazione, alfabetizzazione e democratizzazione, nell’ Italia del boom hanno avuto un ruolo analogo le forze sindacali, il movimentismo studentesco, il femminismo, i partiti di sinistra e alcuni intellettuali d’avanguardia. Il risultato di questo combinato disposto con la nuova coscienza delle classi lavoratrici, solidificatosi non senza difficili mediazioni tra i diversi strati della politica e dell’imprenditoria illuminata, è stato appunto il progresso sociale: l’obbligo scolastico fino a 14 anni, i diritti civili, il Servizio sanitario nazionale, l’evoluzione del Diritto finalmente depurato da disparità di genere, lo Statuto dei lavoratori e la Scala mobile, il meccanismo di automatico adeguamento dei salari all’inflazione abbattuto dal Pentapartito dei governi Craxi e Amato, che ora il presidente Usa Barack Obama sta introducendo in alcune categorie del pubblico impiego. Il sistema italiano di tutele, in vigore nelle nazioni più progredite, si inserisce nel solco costituzionale dei diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione qualificata e all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Non a caso incarna il male assoluto per le forze delle reazione, non solo in ambito culturale e dunque di stampo clerico-fascista, ma soprattutto per il potere economico-finanziario. Lo scatto in avanti per il bene comune assume ancor più valore nel contesto storico in cui è maturato: l’emancipazione dell’Europa dallo strapotere degli Stati Uniti, tornati al 25% della ricchezza mondiale come negli anni ’20, e dunque indotti dal governo Nixon a svincolare le riserve auree dall’emissione del dollaro, il cui valore era legato fino al 1971 a quello dell’oro, e nei due anni successivi ad un rapporto di cambio fisso con tutte le valute mondiali; nella sfera geopolitica il gendarme del mondo, reduce da insuccessi politici e militari a Cuba e in Vietnam, fresco complice del golpe de estado del generale Augusto Pinochet in Cile, osservava con crescente preoccupazione, come d’altra parte l’Unione sovietica, l’anomalia italiana condizionata dall’unico partito “comunista democratico” che viaggiava oltre il 30% dei consensi, nel crocevia mediterraneo tra i blocchi della guerra fredda anche per lo snodo con il mondo arabo. Dal 1969 il nostro Paese è stato ostaggio della strategia della tensione, di terrorismi e mafie legati anche a poteri politico-istituzionali-militari dalle origini indefinite, opportunamente dimenticati dalla grande stampa che li banalizza ancora sbrigativamente come “deviati” (consiglio la lettura dei libri di Paolo Cucchiarelli “La strage di piazza Fontana” e di Stefania Limiti “Il doppio livello”), dunque è incapace di restituire giustizia e verità alle sue vittime. Per comprendere i meccanismi di selezione della classe dirigente italiana valga un esempio per tutti. Giorgio Napolitano fu accreditato come primo dirigente del Pci a tenere university lectures negli Stati Uniti, il viaggio fu concordato nel febbraio 1978 e si svolse durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro. Al netto di quello che la nuova verità giudiziaria potrà accertare e delle dichiarazioni su presunte responsabilità dei defunti Andreotti e Cossiga da parte del giudice Ferdinando Imposimato che si era occupato del caso, si può concordare che ci trovammo nella condizione di un vero e proprio colpo di Stato, dopo diversi altri falliti o inscenati per indurre i governi a svolte autoritarie. Il rapimento del presidente della Dc che già era scampato 4 anni prima alla strage del treno Italicus per un provvidenziale contrattempo, è stato eseguito dalle Brigate Rosse con una “geometrica potenza” tale da venire considerata dagli osservatori come parte di un piano noto alle Intelligence di mezzo mondo, quantomeno non ostacolato a livelli molto più alti. A ‘Re Giorgio’ non si può imputare null’altro che una questione di opportunità per la scelta, fortemente simbolica, di non rientrare in Italia in quei giorni terribili. Di certo la sua ascesa è inarrestabile: da ex burocrate favorevole persino all’invasione dell’Ungheria ad ambasciatore del Pci nel mondo, Napolitano salì alla presidenza della Camera sotto le bombe di Milano e Roma nel biennio nero della trattativa Stato-mafia e di Tangentopoli, poi si è trasferito al Viminale nel primo governo Prodi, dichiarando alla vigilia dell’insediamento di non avere alcuna intenzione “di aprire armadi”. Superfluo dunque ricordare, nel due mandati al Colle, le affinità del capo dello Stato con Berlusconi, fenomeno che come ogni raider politico di successo è stato prima sostenuto convintamente dai poteri forti e poi in parte scaricato, e il nodo gordiano delle prassi anomale di King George rispetto alle prerogative costituzionali. Nel 2001 Henry Kissinger confermerà in una pubblica cerimonia quanto i media conoscevano ma hanno sempre ignorato: ”Napolitano is my favourite communist”.
Con la scomparsa di condottieri come Moro e Berlinguer l’involuzione della sinistra, della politica italiana e della società ha subìto un’ impressionante accelerazione. I keynesiani forniscono una chiave di lettura importante sul “divorzio” tra ministero del Tesoro e Bankitalia. Nel 1981, per volere del governatore Carlo Azeglio Ciampi e del ministro Beniamino Andreatta, mentore di Prodi, Enrico Letta e tuttora stella polare di Renzi, la banca centrale non potè più presentarsi come acquirente di prima istanza di Bot e Cct, consentendo agli istituti di credito di stabilire il prezzo del rendimento dei titoli di Stato, ovvero tassi d’interesse favorevoli per i loro bilanci e dannosi per i conti pubblici, in modo esponenziale e permanente. Il mutamento ha prodotto una buona fetta dell’indebitamento dello Stato italiano, soggetto inoltre, sempre per la mancata protezione di Bankitalia, all’assalto degli speculatori stranieri che nel 1992 costrinsero l’Italia a svalutare uscendo dal sistema monetario europeo. La direzione unilateralmente intrapresa, quella della perdita di sovranità monetaria, risale al 1979 con l’adesione acritica allo Sme (ad eccezione di Napolitano, che all’epoca prefigurò il rischio di una regia germanocentrica) e all’Ecu, la moneta virtuale embrione dell’Euro, e passa per apposite riforme strutturali dei governi tecnici e di centrosinistra. Il professor Romano Prodi, tuttora celebrato come salvatore della patria e iconizzato dal leader della minoranza della sedicente sinistra del Pd, Pippo Civati, si era già distinto negli anni ’80 come dominus dell’Iri e manager preposto alla cessione di comparti significativi: Italsider fu venduta ai Riva previo creazione di una bad company per scaricare sulla collettività i debiti pregressi dell’acciaieria, l’agroalimentare Sme alla Cir di Carlo De Benedetti, Cirio finì nelle grinfie del finanziere Sergio Cragnotti, la casa automobilistica Alfa Romeo fagocitata dall’onnipotente Fiat. La nuova tornata, due lustri dopo, ha visto il passaggio di Autostrade alla holding della famiglia Benetton, la Telecom controllata prima dalla Ifi degli Agnelli e poi, sotto il governo D’Alema, scalata a debito dai capitani coraggiosi Roberto Colannino e Chicco Gnutti con il concorso esterno del superconsulente Gianni Consorte di Unipol. Si tratta di uno scenario nemmeno immaginabile nelle altre nazioni europee, sia a guida socialista che conservatrice: gli Stati non aderenti all’euro governano l’economia con banche centrali autonome, svalutano la moneta per favorire le esportazioni, sono privi di vincoli rispetto al debito pubblico e al disavanzo annuale, che sempre secondo i keynesiani rappresenta un fattore di salubrità per una comunità. Secondo questa concezione, se il denaro non viene adoperato dai governi per ridurre il deficit ma speso per investimenti cresce la ricchezza privata dei cittadini e delle imprese. All’interno dell’eurozona inoltre nessun governo si è mai sognato di privatizzare asset nazionali. Ancora nel 2007 l’ Italia partoriva nuovi progetti che restano blindati sul tavolo delle riforme auspicabili, l’allora vicesegretario del Pd Enrico Letta difatti invocava la cessione di quote di “Enel, Eni e Finmeccanica”. Persino gli Usa, che pure hanno una concezione anti-solidaristica dell’amministrazione, sono spesso ricorsi al protezionismo con dazi doganali ad hoc, hanno sviluppato politiche economiche statali con la leva della banca centrale e per effetto di una forte vocazione imperialista, sebbene oggi la perfetta macchina militare, a causa dell’indebolimento del dollaro e del debito pubblico nei confronti di Giappone e Cina, non riesca più ad assicurare l’assoluto dominio nelle aree ad alta intensità energetica nel Sudamerica e nel Medio Oriente. La ricerca e l’innovazione promossa dalla Casa Bianca favorisce da sempre le start up incarnando lo spirito non già del miracolo americano ma di qualsiasi realtà evoluta, che concepisce lo Stato come reale timone che alimenta, in costante confronto con la società civile, la propria Weltanschauung, elaborando progetti che possano fornire alternative e competizione vera, antidoto agli oligopoli. Al contrario un Paese senza sovranità monetaria e guida Politica come l’Italia, in balia delle disposizioni cogenti della troika, proseguirà con gli aumenti di imposizione fiscale e i tagli di risorse pubbliche in una spirale che riduce i consumi e le produzioni toccando vette di disoccupazione e pauperismo.
Onde evitare il dibattito vero, ossia fino a che punto la pubblica amministrazione debba spingersi nell’economia, i media autoctoni agitano lo spettro del debito pubblico dimenticando che si tratta di un male comune a potenze come gli Usa e il Giappone, e suggerendo per l’Italia “derubata e colpita al cuore” palliativi da malato terminale. La lotta agli sprechi e all’ evasione fiscale, alla corruzione e alle mafie darebbe certamente risultati tangibili ove ci fosse la volontà politica finora mancata: una efficace gestione dei beni confiscati che troppo spesso ritornano nelle mani dei boss, l’assenza del reato di autoriciclaggio introdotto nelle scorse settimane persino nella Repubblica di San Marino; la corruzione tra privati e il traffico d’influenze previsti dalla legge Severino sono reati non perseguibili poiché con pene da 1 a 3 anni non consentono intercettazioni, il falso in bilancio e l’abuso d’ufficio restano depenalizzati, reati ambientali e abusi edilizi si risolvono con semplici oblazioni, per la frode fiscale non si finisce in carcere neppure se reo-confessi di ruberie miliardarie. Il problema è che questa discussione nell’alveo dell’ indignazione mediatica e delle dichiarazioni d’intenti politiche non ha mai prodotto risultati per evidenti molteplici interessi, non soltanto le collusioni mafiose e le lobby parlamentari di indagati e avvocati, ma per ragioni storiche più profonde: le quattro organizzazioni criminali sono cresciute negli anni grazie a quelle cointeressenze affaristiche e strategiche. Su piani diversi ma con una logica non dissimile, certamente aggravata dalla deriva morale del berlusconismo, è spiegabile l’inerzia della classe politica, talvolta anche dopo l’intervento della magistratura, rispetto agli sperperi (vitalizi d’oro, consulenze dorate, stipendi record) relativi a cricche burocratiche che non sono sottoposte a spoil system, al clientelismo demeritocratico e ai fiumi di denaro legati a fenomeni di corruzione sempre più ingegnerizzati.
Naturalmente è sacrosanto insistere nelle denunce di ogni commistione, immoralità e reato, nell’impegno civico per l’educazione alla legalità, ma da tempo si sarebbero dovute affrontare le ragioni essenziali della crisi italiana. Roberto Saviano ha lanciato la consueta evergreen question per consentire a Renzi di fornire pronte promesse law and order, ma perlomeno non si è spinto oltre. Sul Corriere della Sera del 3 marzo 2014, in un editoriale intitolato “Le cause politiche della descrescita”, Ernesto Galli della Loggia si sofferma su quelle che considera le conseguenze negative molto importanti: ”L’espansione caotica e costosa dello Stato sociale, i sussidi indiscriminati alle imprese, il peggioramento della qualità dell’istruzione e della Pubblica amministrazione a causa di concessioni permissiviste dall’alto e pansindacalismi e agitazioni democraticiste dal basso (…)”.Additare l’eccesso di spesa sociale come causa dell’indebitamento pubblico è un esercizio di disonestà intellettuale se si evita di riferirsi ai fenomeni corruttivi, alle svendite di comparti fondamentali, agli alti tassi d’interesse dei titoli di Stato che le banche private hanno sfruttato dagli anni ’80. E soprattutto alla stretta dei vincoli europei. Basti considerare le conseguenze nefaste del pareggio in bilancio, introdotto in Costituzione nel luglio 2012, in sordina e con voto bipartisan dunque, senza neppure dover manomettere l’articolo 138 della suprema Carta. Si tratta del fiscal compact, che per riportare il debito pubblico italiano al 60% del Pil si manifesta come un cappio al collo da 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi venti. Ergo, volenti o nolenti, i governi non potranno favorire lo sviluppo attraverso riduzioni fiscali del costo del lavoro e incentivi che Confindustria e le altre associazioni di categoria continuano a chiedere, concentrandosi sulla macelleria sociale. In sostanza, la subalternità culturale della classe dirigente italiana, e il centrosinistra mutato antropologicamente più ancora del pregiudicato Berlusconi, continuerà a seguire pedissequamente i diktat della grande finanza che non ha più una sede ma è internazionale. I proclami per l’uscita dall’euro, un pass-through le cui conseguenze negative sui movimenti di capitali e sui salari in relazione al nuovo tasso di cambio sono oggetto di complessi studi scientifici, favoriranno le ali nazionaliste dello scacchiere europeo ma rappresentano vacua retorica. I componenti della troika, ossia Fmi, Commissione Europea e Bce, parimenti al Consiglio d’Europa, sono costituiti da tecnocrati nominati dai governi, personalità di grande competenza ma prive di legittimazione popolare, tuttavia in larga parte appartenenti alle classi dominanti, aristocrazie moderne che si confrontano presso club esclusivi per banchieri, manager, boiardi di Stato, giornalisti selezionatissimi. Nessuno invece spiega che l’unico organo democraticamente eletto, il Parlamento Ue, è privo dei poteri legislativo ed esecutivo.
Torniamo dunque al tema dell’informazione, che fino all’altro ieri non aveva mai pronunciato sulle tv e i giornali nazionali le due parole magiche, “fiscal compact”, mentre oggi c’è grande fibrillazione per il rinnovo, pressochè ininfluente, dell’europarlamento. Negli ultimi anni stampa e Pd lancia (Renzi) in resta hanno avallato i progetti tayloristi dell’ad Fiat Sergio Marchionne e continuato a ripetere ossessivamente la necessità di privatizzare reti strategiche nazionali e locali: con la perdita delle prime si impedirà qualunque policy innovativa e progressista, con gli oligopoli misti delle multiutility si sedimenterà ulteriormente il profitto finanziario in beni e servizi pubblici. Eppure i disastri provocati nell’ossatura della piccola-media impresa e in termini di sperequazioni dei redditi erano visibili molti anni prima della crisi del 2008, fatta coincidere con il crac della Lehman Brothers. Come non notare che l’abolizione dello Steagall act voluta da Bill Clinton aveva eliminato in modo criminogeno la separazione tra banche d’affari e di risparmio, aprendo il varco ai piani d’investimento a rischio che hanno rovinato milioni di risparmiatori nel vortice dei derivati, il moderno gioco d’azzardo su titoli sottostanti? Wolfang Goethe nel 1830, scriveva: ”Vuoi moneta di zecca? Ecco la banca. E se non c’è, basta scavare un po’. Coppe e collane si vendono all’asta e la carta moneta subito ammortizzata fa vergogna all’incredulo che di noi se la ride”(Mefistofele, Faust II). Onde evitare di affrontare il merito delle questioni il mainstream ha propugnato assiomi indimostrati sull’efficienza del capitalismo finanziario, assunti neppure filosofici o ideologici ma psicologici: di fronte al contrarsi di salari, diritti del lavoro, investimenti pubblici in scuola e ricerca, il mercato finanziario sarà grato e dunque si spenderà per la collettività. Neppure Adam Smith era mai giunto a sostenere tanto. Difatti qualificava i mercanti inglesi dell’età vittoriana come i “principali architetti” della politica economica, non certo disinteressati creatori di benessere. Soltanto di recente dunque, di fronte alla protesta popolare per l’impoverimento delle classi medie e all’impegno di soggetti come il M5s e di Tsipras in Grecia, l’agenda mediatica ha concesso piccoli spazi di democrazia partecipata.
L’agenda politica, secondo il parlamentare Pd Corradino Mineo intervistato oggi nella trasmissione “Un giorno da Pecora”, sarà dettata da Matteo Renzi ancora a lungo. Il terzo premier nominato senza passare dalle elezioni né da un dibattito parlamentare che motivasse la sfiducia, possiede quello spago che mancava ai predecessori Monti e Letta invisi all’opinione pubblica: ben congegnate traiettorie mediatiche lo hanno ammantato di nuovismo e decisionismo, nondimeno caricato di una buona dote di alibi preconfezionati (il Ncd di Alfano, le burocrazie eterne, la sinistra interna, ect). Ai fini dell’esito positivo della congiura di palazzo che ha destituito Enrico “stai sereno” Letta, è stata decisivo lo “scoop” nel libro di Frieadman sugli incontri informali di Napolitano per sostituire Berlusconi con Monti nell’estate del 2011. Re Giorgio, che come abbiamo visto è il garante supremo degli interessi dei poteri forti atlantici, vaticani e finanziari, si è orientato come un barometro sulle condizioni meteorologiche favorevoli a Renzi, dischiudendogli le porte di palazzo Chigi dopo una votazione democratica che in altri tempi si sarebbe definita bulgara. Sarà un caso ma la scelta di non indire nuove elezioni dopo la caduta di Berlusconi nel novembre 2011 favorì, oltre al Cavaliere al minimo storico nei sondaggi, lo stesso rampante fiorentino. Il quale ha avuto tutto il tempo di preparare la sua campagna elettorale permanente per le primarie di fine 2012 contro il segretario Bersani, arrivato all’appuntamento con le Politiche del febbraio 2013 con lo scandalo Mps sul groppone. Lo stupore minimizzatorio degli osservatori per il recente endorsement del Fmi al Jobs act di Renzi appare surreale per il risaputo orientamento liberista del premier, in prima fila nell’ostentare deferenza ai sacerdoti dell’austerity mescolati ad elogi ai padri nobili dell’Europa come De Gasperi, Altiero Spinelli e Adenauer. Domenica 2 marzo il “compagno Matteo”, per lanciare “la sfida dell’education e della cultura”, ha citato l’esempio delle banche che “finanziarono gli artisti del Rinascimento”, esempio classico di paleocapitalismo elitario anglossassone. Puro afflato filantropico, amnesia temporanea per il profitto e lo spread tra borghesia finanziaria e ceti disagiati, o riverniciatina d’immagine veteroblairiana che consentirà di rilanciare la tesi tecnocratica dominante del cut-cut-cut per “il bene delle nuove generazioni”? Renzi pronunciato questo discorso in occasione dell’ingresso nel Partito socialista europeo del Pd, descritto da alcuni osservatori più realisti del re come l’ennesima medaglia del sindaco di Firenze. Un eccesso che ha costretto il fondatore del Pds Occhetto a ricordare come il partito fosse entrato nella famiglia socialista europea sotto la sua guida. Altro aspetto significativo è il ringraziamento che Renzi, sedicente rottamatore della vecchia classe dirigente dei Ds, ha inteso tributare pubblicamente a Bersani, D’Alema e Fassino, peraltro già degnamente rappresentati nella direzione del partito e nei ruoli di sottogoverno. Che si tratti di un’abile mossa tattica nei confronti di chi sta evidentemente trattando nuovi posti di potere, poco importa. Questa somma di ragioni induce a ritenere che le supposte richieste renziane di modificare i patti di stabilità, amplificate dagli esegeti bocconiani della prima ora e dai più frizzanti presenzialisti televisivi, non rappresentino altro che banali depistaggi informativi. Nel libro scritto con Ferruccio Pinotti per Chiarelettere, I panni sporchi della sinistra, abbiamo dedicato alcune pagine all’ascesa di Renzi, all’epoca ancora sindaco di Firenze e sfidante di Bersani alla segreteria democratica. Più che sulla variopinta galassia di cantanti, sportivi e scrittori ci siamo concentrati sui sostenitori di peso: il gotha dell’industria e della finanza, compresa la galassia berlusconiana di Giorgio Gori, Flavio Briatore, Fedele Confalonieri. Prima di rendere noti i finanziatori della fondazione Big Bang era stata una cena di autofinanziamento promossa da Davide Serra, golden boy della finanza a lungo all’opposizione nel colosso Generali e ideatore dell’hedge fund Algebris Investments Ltd, a svelare gli aficionados. Alla cena erano presenti imprenditori del calibro di Claudio Costamagna, presidente di Impregilo, Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, banchieri come Flavio Valeri di Deutsche Bank e Carlo Salvatori di Lazard Italia, ex Unipol, Intesa e Unicredit. All’uscita Guido Roberto Vitale, già presidente Lazard, regalò lo screenshot: «Renzi è l’unico uomo di sinistra che non ha letto Marx e per questo è da stimare”. Non abbiamo esitato a rivelare l’occhiuta presenza del potere atlantico per il tramite di Micheal Leeden, falco repubblicano stratega dei servizi segreti, che unisce virtualmente il deus ex machina della politica italiana Giorgio Napolitano e il nuovo predestinato Matteo Renzi. Anche se c’è chi parla di viaggi transoceanici precedenti alla visita privata del sindaco di Firenze alla residenza di Berlusconi ad Arcore, Leeden si sarebbe avvicinato alla galassia renziana tramite il costruttore Marco Carrai, consigliere presso alcune ex municipalizzate che vanta buoni agganci negli Usa e in Israele, oltre che legami con l’Opus Dei. Leeden, presente alla Leopolda, pareva un fantasma per tv e stampa italiane benchè personaggio di una certa fama: trent’anni orsono, lo stimato consulente dei servizi italiani, prima di venire coinvolto (e scagionato) negli scandali Iran-contra e Niger-gate, si interessò dell’individuazione di Napolitano come l’affidabile nella fila del Pci. “I panni sporchi” ha dunque lanciato alcuni sassi nel silente stagno mediatico: scoop come la condanna alla Corte dei conti dello storico tesoriere Ds Ugo Sposetti, notizie confinate nelle cronache locali come il legame tra il luogotenente di D’Alema, l’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano, e il capomafia della Sacra Corona Unita Rosario Padovano, le vicende censurate dei procedimenti trattati da magistrati scomodi come Clementina Forleo e Desireè Digeronimo sono rimasti “pezzi unici”. Eppure sono state vendute svariate migliaia di copie e gruppi di cittadini partecipano con passione alle presentazioni, sia quelle organizzate dagli attivisti del M5S sia ai dibattiti con colleghi come Antonello Cresti del Manifesto, o con l’autore di tre libri su Mps Raffaele Ascheri, o ancora “banditi” che da anni non danno tregua alle cosche come Christian Abbondanza della Casa della legalità. Forse qualche conduttore tv e quotidiano del salotto buono lo avrà sfogliato distrattamente, ad esempio potrebbe non essere stata una coincidenza la scelta del settimanale di Repubblica, Il Venerdì, di dedicare ai rapporti tra Napolitano e il mondo anglosassone la prima pagina del 13 dicembre 2013 Link all’operazione de Il venerdì.
Il meccanismo della shock disinformation è invisibile per effetto di un’oliata dissimulazione posta su tre livelli, vere e proprie ruote dentate sincronizzate: l’occupazione della comunicazione generalista con aspetti sovrastrutturali grazie a decine di figuranti entrati talmente bene nei rispettivi ruoli da rendere perfettamente credibili gli scontri polemici; la censura e, ove questa fosse impossibile, la minimizzazione e la manipolazione delle verità scomode; al terzo livello la shock disinformation. Il piatto centrale al desco dei manovratori del Risiko comunicativo, finalizzato allo sdoganamento del peggiorismo, è il terzo livello. Citiamo ad esempio la polemica di fine 2012 tra il finanziere Davide Serra e l’allora segretario del Pd Bersani, sulla società del primo operante con “base alla Cayman” contrapposta alla nomenklatura che stava boccheggiando con lo scoppio di scandali come Mps. Il quesito che s’insinuava in lettori ed elettori non era facilmente percepibile ma poneva di fatto sulla bilancia due realtà fino a qualche anno fa, a sinistra, incompatibili: sono più abietti i paradisi fiscali, la finanza speculativa, le grandi lobby che scaleranno e poi sosterranno (american trasparency) il partito della fu sinistra o i costi esorbitanti della Casta pubblica, il voluminoso rimborso pubblico ai partiti e ai giornali che infatti Renzi propone di abolire tout court sfruttando le proposte del Movimento 5 Stelle? Lo stesso Serra, quando il mese scorso la Elettrolux ha annunciato l’intenzione di chiudere lo stabilimento friulano se non avesse dimezzato i salari, ha ribadito la concezione classica dei liberisti del capitalismo finanziario globalizzato. In un tweet, poi bacchettato da Gad Lerner, ha legittimato la sparata della multinazionale svedese definendola razionale: “Costo del lavoro per azienda e triplo dopo oneri sociali. Per salvare lavoro deve abbassare 40% stipendi”. Il messaggio della shock disinformation deve essere esplosivo per incrinare i retaggi delle conquiste sociali, anche se è lo stesso concetto che sentiamo ripetere nelle università e nella pubblicistica da un trentennio a questa parte. Privato è bello, anche se la produzione delocalizza, se l’industria si finanziarizza, se l’economia reale si trasferisce da beni e servizi a giochi borsistici e holding transazionali mentre le banche conducono il percorso inverso e perverso: prestando denaro creato dal nulla a famiglie, imprese e Stati realizzano strozzinaggio legalizzato. Quando la real competition, poiché la vera concorrenza nel mercato è fattore positivo, aggrava le condizioni dei “creatori di denaro” ecco subentrare gli aiuti della Bce e degli Stati: dopo il regalo della patrimonializzazione di Bankitalia posseduta da istituti privati che potranno vendere le quote eccedenti il 3%, ora il governatore Ignazio Visco suggerisce di creare una bad bank per rilevare i mutui subprime, i crediti difficilmente esigibili, delle banche private. Non è arduo prevedere che presto sarà la sanità pubblica a venire aggredita. Il sistema economico-finanziario promuove sottili campagne che amplificano i problemi del pubblico e occultano quelli oggettivamente maggiori dei network privati. Le catto-privatizzazioni o esternalizzazioni per interessi endogeni ed esogeni, dalla clinica locale alla multinazionale del farmaco, sono favorite dalla spending review che gli organismi internazionali impongono agli Stati, i quali a loro volta obbligano le Regioni a “razionalizzare” anche il numero dei posti letto. Dunque la difesa della sanità e degli ospedali pubblici da parte di pochi coraggiosi amministratori locali è una battaglia di civiltà.
A questo punto mi ricollego ad una tesi di Pier Paolo Pasolini, la cui visione si è dimostrata anticipatrice e neorealista, nel senso della capacità di rendere intellegibile un dato momento storico. Stiamo parlando di un intellettuale che allora incideva nella carne viva del Potere con i suoi ragionamenti profondi ed emancipati (usurpati ancora oggi, giocoforza senza citazione), scomodo poiché consentiva ai lettori del primo quotidiano italiano di sublimare concetti nobili, intrisi di grande logica e pragmaticità. Ad esempio il poeta, che pure non ha mai risparmiato sacrosanta irriverenza alle falsità clericali, considerava più pericolose le mode fintamente trasgressive e realmente nichiliste, indotte dalla società consumistica. In sostanza le critiche del ribellismo all’ipocrisia (il pubblico pudore che è il dazio pagato dal vizio alla virtù) di sinistra, sindacati o della stessa religione cristiana, in definitiva della struttura che ha idealmente valore pubblico, erano e sono utili alle forze politico-mediatiche capitaliste per inculcare modelli privi di etica civile. E’ ovviamente importante fare emergere malaffare, incoerenze e liturgie insensate per migliorare questi aspetti, gravi ma sovrastrutturali, ma lo è di più progettare una società migliore, classica o/e innovatrice, votata al bene collettivo e ambientale. Invece la geometrica potenza dei poteri forti amplifica mediante le apposite maschere politiche (panem et circenses) quegli aspetti negativi, dovuti alla natura predatoria e meschina dei singoli, con lo scopo malcelato di svilire e delegittimare i principi di uguaglianza e solidarietà da sempre nel mirino. Degli sdoganatori del peggiorismo.

“La degenerazione morale e culturale della sinistra”. Intervista al Corriere del Ticino

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«I panni sporchi della sinistra. I segreti di Napolitano e gli affari del Pd». Un libro-inchiesta di Stefano Santachiara, corrispondente de «il Fatto Quotidiano», e di Ferruccio Pinotti, giornalista del Corriere della Sera, nel quale emerge una sinistra che ruba, inquina e specula. Abbiamo rivolto alcune domande a Stefano Santachiara.

Nel vostro libro rimproverate a Giorgio Napolitano di essere intervenuto nella vita politica italiana ben oltre i limiti fissati dalla Costituzione. Nel caso della mancata nomina del nuovo capo dello Stato da parte del Parlamento, Napolitano non ha mostrato senso di responsabilità mettendosi a disposizione per un altro mandato?

«Non giudichiamo le intenzioni di Napolitano ma alcune prassi irrituali. Dopo le dimissioni di Berlusconi il capo dello Stato ha persuaso destra e sinistra a sostenere il tecnocrate Monti; con il pareggio elettorale dell’anno scorso ha inventato una sorta di pre-incarico collettivo, delegando a dieci saggi la stesura di una bozza di riforme istituzionali che creasse le condizioni per le ampie intese. Napolitano ha accettato il secondo mandato per l’assenza di un candidato unitario al sesto scrutinio. Si sarebbe potuto proseguire come avvenuto in passato (il socialdemocratico Giuseppe Saragat nel 1964 fu eletto alla 21.esima votazione), con nuovi candidati opposti al costituzionalista Stefano Rodotà indicato dal M5S».

Matteo Renzi vuole rappresentare il nuovo che avanza, ma così nuovo, considerati gli anni di militanza politica anche in altri schieramenti, non è. Un più rapido ricambio della classe politica potrebbe portare dei benefici al Paese?

«È il punto cruciale. Renzi è giovane anagraficamente ma neppure le moderne tecniche di comunicazione possono celare il suo tatticismo doroteo. Vedremo se manderà in pensione i dirigenti ex comunisti e democristiani che sono in politica da un trentennio benchè corresponsabili di una vera e propria degenerazione morale: accordi occulti con l’avversario Berlusconi, corruzione e inquinamento, commistione tra pubblico e privato, partito e banche. È come se la sinistra avesse sacrificato la Weltanschauung sull’altare del potere».

Visto quanto avvenuto in altri Paesi europei, si può dire che la metamorfosi della sinistra rappresenti un percorso obbligato. In cosa si differenzia il percorso compiuto dalla sinistra italiana, rispetto alle socialdemocrazie europee?

«Le socialdemocrazie europee hanno subìto l’influenza del liberismo e i dogmi dell’austerity. A differenza dell’Italia, però, la Francia ha sforato unilateralmente i vincoli UE sul rapporto deficit/PIL e nessuna nazione ha privatizzato reti strategiche. La subalternità culturale della sinistra italiana si desume anche dal silenzio sepolcrale che cala su iniziative come il referendum 1:12 sui salari dei manager tenutosi in Svizzera».

Mentre si discute di riforma elettorale, diversi politici italiani tessono le lodi del bipolarismo. Ma un sistema di voto che favorisca il bipolarismo riuscirà a unire la sinistra italiana che non solo ha visto a più riprese SEL e PD su posizioni distinte, ma anche un PD diviso al suo interno?

«Le divisioni sono talmente profonde che il PD non si è iscritto al PSE. SEL è un partito in crisi, il segretario Vendola ha perso appeal per alcuni scandali scoppiati nella regione di cui è presidente, la Puglia, dove le nomine della Sanità pubblica erano ripartite secondo logiche clientelari».

Enrico Letta e Matteo Renzi, posizioni diverse in uno stesso partito. Se il tandem si romperà sarà la fine di quella sinistra poco esaltante che emerge dal vostro libro?

«Letta è paragonato ad Andreotti per le capacità mediatorie e il ruolo di parafulmine rispetto alla pressione fiscale e ai tagli pubblici; Renzi può continuare a criticare l’immobilismo del Governo e a lanciare proposte come il job act. Eppure le sintonie sono molte: premier e segretario PD provengono dalla tradizione democristiana, sono liberisti e in rapporto con la galassia berlusconiana. Per queste ragioni, malgrado il dualismo alimentato dai media, ritengo poco probabile uno scontro che potrebbe provocare l’implosione del PD».

(Osvaldo Migotto)

Link all’articolo del Corriere del Ticino

“The dirty clothes of the italian left wing party” The La Voce di New York interview

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An interview with Stefano Santachiara, co-author with Ferruccio Pinotti, of the journalistic investigative book on the transformation of the major Italian political party.
“I admit it: we could and should have done more and better. We underestimated the
viscosity of the collusive customs that are dominant in our country, even in the
intellectual environment. The point is that a civil, ethical and political culture can’t be
established with articles, seminars and refined books. It must come from a common reason, a shared value”.
Salvatore Veca’s explanations can be found in the book “I panni sporchi della Sinistra – I segreti di Napolitano e gli affari sporchi del PD” (in English: “The dirty clothes of the left wing party – Napolitano’s secrets and the dirty affairs of the Democratic Party”) by Ferruccio Pinotti and Stefano Santachiara (Chiarelettere, 2013 pp 382), a book that maybe encompasses the most valuable synthesis of this transformation phenomenon. As the book goes on, it offers a low-key interpretation of the situation, especially targeting the electors of this political party whom, at every defeat or after every incomprehensible action, ask themselves: why?
Meanwhile Silvio Berlusconi, in the evening of November 27, was expelled from the Parliament after a long, lengthy agony, as a result of the application of the Severino law.
“Ousted” – “Voted out” – “Expelled”: International newspapers, especially the anglosaxon ones have reported the decision taken by the Italian Parliament using the most variegated terminology. The rupture, then, was not year 2011, when the “technicians” took office, but November 27, 2013.
Reading “I panni sporchi della Sinistra – I segreti di Napolitano e gli affari sporchi del PD” by Ferruccio Pinotti and Stefano Santachiara is like raising the semi-dark veil which still today covers those schemes and games that we never managed to unveil. The interview with one of the authors, Stefano Santachiara, an inquiry journalist and collaborator for the newspaper “Il Fatto Quotidiano”, aims at clarifying the scope of the book and most of all sheds a light on a story that is still mostly unknown: the inquiries of which very little is said, the collusions, and the endemic sin that brought to the anthropological transformation of a party that was founded to be something different.
In your book there is a full analysis of several happenings that concern the Democratic Party, starting from the time when it was symbolically represented by Berlinguer’s person, and then going through the lives and deeds of some of the key exponents. Why did you feel the necessity, the urgency, to reconstruct the framework of the center-left wing? Did you feel that the press was lacking in reporting the ambiguous, corruption affairs in which the party is involved?
I believe there was the necessity to reconstruct an organic picture of the party, that would be useful to understand the reasons of the involution of the Italian left wing, both in terms of political program and culture. The publishing industry, despite the frequent polemics inside and outside the PD, induces the reader in believing the contrary, and has treated in a superficial and sometimes neglectful way the various events that affect the nerve centers of the System. I am not just talking about the well-known cases, but also about the several judiciary and journalistic inquiries on opaque relationships, conflicts of interests, and the sophisticated means that also the democrats use to finalize businesses and grow their power.
In light of the new government majority, after the desertion of Forza Italia and the very recent expulsion of Silvio Berlusconi from the Parliament, can the figure of Giorgio Napolitano be interpreted differently from the way you described it in its various aspects (from “migliorista” [ belonging to a reformist subgroup of the former Communist Party] to “atlantista” [tied to Atlantic powers], and finally evidently in sync with Silvio Berlusconi)?
The relationship between Napolitano and Berlusconi has seen phases of explicit syntony alternated with tactic estrangements. We must take into account that the leader of the re-estabilished Forza Italia is not defeated: on one side a law (the former Cirielli law) protects him from all risks of being imprisoned; on the other side he will try to become Prime Minister again without going through the elections, which he will carry on anyway in an even more self-pitying fashion. Also, the hypothesis of an act of grace from the President of the Republic cannot be excluded, unless there really aren’t the prerequisites to grant grace, as the latter has stated. In every case, when the situation will evolve in a negative way for Berlusconi who, as every human phenomenon is destined to disappear, Napolitano will act as a barometer. “King George” is the supreme warrantor of the Atlantic power; he is well-liked by the Vatican and is double-linked to the Italian left wing of the Second Republic. Indeed, it must not be forgotten that the “Berlusconism”, the proprietorial and shoddy management of the institutions that has penetrated the country with its moral ruins, has created a far larger system. Just to stay on the topic of justice, in its 7 years of government, the left wing – as we have explained in our book – has not trashed any of the “laws of shame” but has ended up creating their owns. The governments of the “technicians” have put in place measures of “social butchery” by applying the austerity doctrine and by privatizing strategic sectors of the State. The modern left wing has tried to enter the parlor and has developed relationships with unscrupulous financial experts. Napolitano has observed these phases on a due distance, but has always played and will continue playing a primary role in the geopolitical arena.
In the detailed and would say new biography of the President of the Republic there are several historic happenings that have been eluded by the most, such as the one of the escape of the former representative of the P2 Licio Gelli, just when Napolitano Minister of Internal Affairs in 1998. Another event of those years (1997) is the audition of the justice collaborator Carmine Schiavone before the Parliament Commission of Inquiry on waste recycling, an inquiry that was advertised only after the removal of the State Secret. These essential information have been kept secret for almost 20 years. Is this still due to the need to guarantee an equilibrium in the country?
This is the emblem of a country that is content with pieces of truth, often convenient truth. It is evident that truth is hidden at many levels because the mass of powers that manage the destines of this country does not allow that the conditions to bring light to these obscure seasons are created, by applying also the strategy of tension commendably described by Pier Paolo Pasolini. Furthermore Italian media, addressed by impure publishers with different interests but connected to each other, have reduced inquiry journalism to the bones. Just to give an idea of the current “dispersion” and “repression” strategy, it is enough to notice that while the Kennedy family is still venerated, our own “JFK”, Aldo Moro, has been forgotten already from a long time.
You compare Aldo Moro to JFK in terms of changing potentiality, for the major change that the first tried to apply with the attention strategy that then culminated in the historical compromise. However, Moro put together that “strategy” just because – being him a great political strategist – he understood that it was not possible anymore to isolate a party that was gaining ever more popularity in the country. In reality, the strategy only aimed at a normalization, a control that the Italian Communist Party (PCI), after the initial due caution, accepted with significant consensus just to stay in the parlor of power. In my opinion, even here in Italy, Moro is not looked at under an objective light. What do you think about it?
I share your interpretation, also considering the role of bastion that the DC (Democrazia Cristiana – in English, Christian Democracy, Moro’s party) undertook in the International scenario and the natural pretension towards the Cold War politics. I believe that the person of Moro has become an icon, which has been however removed in many crucial aspects.
Another key figure of the “cold fusion” between left wing and former DC representatives, to quote Achille Occhetto whom you interviewed in your book, is Luciano Violante who has lived his political life after an admirable career as a magistrate with perfect balance. The apex of this balance seems to be the so called “negotiation” between State and Mafia (for which Napolitano was asked to give his testimony as a witness along the trial hearings), that sees him as a protagonist with late depositions on his role in those years (92-93). Violante, as you report in the book, had adopted a very cautious position on Berlusconi’s decadence from Parliament. What happened this time? Is this new balance being formed and how?
I believe that everybody is still waiting. Violante’s movements must be observed with great attention because we are talking of a chameleonic person that has lived the most delicate phases of the Italian contemporary history. After having investigated on the military coup by Edoardo Sogno, Violante was entitled as consultant of the Ministry of Justice in the Andreotti government of national solidarity. In the role of President of the Anti-Mafia Parliament Commission he has been depicted as the fist accuser of the “Divo Giulio” (Divine Giulio) at the time of the inquiry carried out by the Prosecutor of Palermo Giancarlo Caselli. In that phase, as you reminded me, Violante had a very ambiguous behavior when the audition of Vito Ciancimino before the Commission did not take place, and was also ambiguous about the conversations with the general officer Mario Mori, that Violante made public 16 years later only. I am pretty sure that the 2002 confession about an under-the-table agreement with Berlusconi for the intangibility of Mediaset can represent some sort of message to decode, typical of political groups who share secrets.
In the chapter Mafia nella roccaforte rossa [“Mafia in the red headquarters” in English] on the Serramazzoni case ( a town in Emilia Romagna involved in the judiciary inquiry opened in 2011 on a possible collusion between Mafia and politics), you state that this is the “first” verified case about relationships between Mafia and politics in which the PD is formally involved: what do you mean by first verified case?
Actually it’s the first case in Northern Italy about an administration led by the PD. Regardless of the outcome of the trial (the charges are: corruption and collusive tendering of some works in the Apennine region), the relationships between the PD major of Serramazzoni Luigi Ralenti and the former detainee Rocco Baglio from Gioia Tauro have already been verified. According to the prosecution, the Mafia boss won the contracts with one hand and with the other set arsons, and sent to other contractors animal heads, an unmistakable Mafia symbol. Even if collusion events are more numerous in the centre-right wing – starting from the founder of Forza Italia Marcello dell’Utri who was convicted for involvement in criminal association, the growing international enterprise of the “Mafia Ltd.” involves the left wing as well, and not only in the South.
Your description of the role of the PD women is particularly interesting and shows that despite various claims and a few recent representative designations (and of course apart from some great women of the past like Nilde Iotti and Tina Anselmi) they don’t seem to find a relevant role and power in the party. Left aside what you report in the book chapter “Women in PD”, can you explain us why this is so?
The reasons must be found in the cultural retardation of the patriarchal society influenced by the Vatican. The left wing, even if with its chauvinist unwritten dogma, has allowed women to conquer fundamental roles and rights throughout the ‘900. The fact that the driving force is now aground, and today the PD acts just as the other Italian political parties, could be connected to the entrance in the rooms of power and the conception of power which implies co-optation, in alignment with criteria which are not meritocratic. Nevertheless, there are examples of women who stand out for the courage and rigor they apply in their analysis and proposals; great administrators who challenge the Mafia, as we tell in our book.

(Simona Zecchi). English version by Marina Melchionda, translation collaborator: Giacomo Bracci, a scholar economist

Stefano Santachiara, investigative journalist, is a collaborator of “Il Fatto Quotidiano” since 2009.
Ferruccio Pinotti writes for “Corriere della Sera” and has authored many inquiry books on strong powers.

Link all’articolo de La Voce di New York

L’analisi di Vittorio Macioce. “L’oro (politico) di Napolitano e I panni sporchi della sinistra”

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Nel 1953 non c’era neppure la Rai, ma l’onorevole Giorgio Napolitano sì. Aveva ventotto anni e un posto a Montecitorio come deputato del Pci, accanto a Giorgio Amendola. I due non avevano solo in comune il nome, la laurea in giurisprudenza, la passione per la politica economica, un padre liberale e antifascista, il comunismo borghese, l’idea che la rivoluzione può attendere, ma soprattutto il talento di fare rete. L’oro di Napolitano viene da qui. Oro come patrimonio umano, culturale e politico. Nessuno come lui. Nessuno come Re Giorgio. E’ uno straordinario superstite della storia. Ha detto sì a Togliatti, seppellito i morti di Budapest, cavalcato il miracolo economico, scavallato il primo centrosinistra di Fanfani, sopportato il ’68, sorriso a Berlinguer, dialogato con Moro, strappato con Mosca sull’eurocomunismo, stretto la mano a Kissinger, parlottato con Craxi, fatto un passo più in là quando è caduto il muro a Berlino, regalato una pacca sulla spalla di Occhetto, si è indignato in silenzio per tangentopoli, ha accompagnato la crescita di D’Alema e Veltroni, parlottato anche con Berlusconi, poi ha atteso con calma che si aprisse un varco per il Quirinale e una volta entrato ha disegnato la sua ragnatela, per poi dettare i tempi della politica, fino a dire sì sommessamente per amor di patria a un bis unico e imprevisto. La longevità di Napolitano, la sua capacità di resistere e sopravvivere, non è un regalo divino. E’ il senso della sua carriera. Il vecchio Nap incarna i destini e le metamorfosi della sinistra italiana. E’ ciò che rimane dopo la selezione della specie. E’ il gene non recessivo, quello che la natura ha scelto di conservare sacrificando il bene e il male del Pci e dei suoi cespugli. Non è la perfezione. E’ l’adattamento della specie. Non sorprendetevi se in Renzi, innesto coraggioso tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, troverete, insieme ad altre cose, anche aspetti napoletaniani. Il salto genetico e culturale è avvenuto anche grazie alla resistenza dei miglioristi. Senza l’ultimo di loro non ci sarebbe stato il passaggio.
Tracce interessanti di questo percorso li trovate in un” saggio inchiesta” di due giornalisti con l’istinto da cani randagi, cani sciolti, con le loro idee e forse i sogni di una sinistra meno ipocrita, che non verranno mai invitati a partecipare a una messa solenne di qualche quotidiano santuario. Si chiamano Francesco Pinotti e Stefano Santachiara. Tutti e due molto bravi a smascherare interessi e clientele di chi vive di res publica. I panni sporchi della sinistra (Chiare lettere, pagg. 382, euro 13,90). Ecco il titolo del libro. Sfogliate. Il primo protagonista, il patriarca, è proprio lui, il due volte presidente delle repubblica, il Quirinale al quadrato. La corazza di Napolitano è una “tela di rapporti avvolgenti”. La Mosca di Gorbaciov, per esempio. L’ex deputato parmigiano, Gianni Cervetti (molto vicino a Giorgio), fautore dell’alleanza coi craxiani nel laboratorio di Milano, ha ricordato in un suo libro l’esistenza di “una sorta di patrimonio di riserva costituito da investimenti in titoli e preziosi. In vari ambienti circolava la voce secondo la quale un consistente accordo commerciale di gas nell’Unione sovietica avrebbe garantito negli anni a venire a diversi partiti, tra cui il nostro, una percentuale sulla quantità effettivamente importata, grazie ai buoni uffici per firmare l’accordo alle migliori condizioni”. La tesi di Pinotti e Santachiara è che Napolitano si trova negli incroci più importanti della politica italiana e straniera. E’ l’americano del Pci e sarà l’americano anche dopo. Piace a Washington e rassicura l’Europa. E’ nelle trattative che contano e si muove per affinita e “fratellanza”. Non chiude la porta a Berlusconi e cerca sempre il dialogo e la strada più tranquilla anche quando c’è da sporcarsi le mani con la real politik. Non ci sono reati e non ci sono neppure giudizi morali. C’è però il segreto della resistenza e della grande abilità politica di Napolitano. Nel suo carattere si riconosce il lavoro e la tessitura di quest’uomo della prima repubblica a cui il destino ha affidato il difficile compito di disegnare la terza. E’ il segno di una continuità che segna il futuro dell’Italia. Se si vuole è anche interessante la storia pubblica del libro di Pinotti e Santachiara, perché la sinistra che conta continua a leggerlo con fastidio, quando non riesce o non può ignorarlo. E’ la costante di una cultura che non ha mai amato fare i conti con la propria storia, preferendo rifugiarsi nella fede della questione morale e nell’orgoglio di una diversità antropologica che negli anni lascia il segno indelebile di una benda sugli occhi. Può capitare così che il Venerdì di Repubblica dedichi un lungo servizio ai rapporti tra Napolitano e i poteri forti britannici senza citare il saggio di Pinotti e Santachiara, almeno per fare il paragone con l’ingresso trionfale di Napolitano nelle stanze che contano a Washington. Poco male. I panni sporchi della sinistra è un libro eretico. Non solo per Napolitano, ma per tutti i protagonisti che incontra e racconta. E’ il silenzio come maledizione, come dannazione della memoria. Di ciò che va dimenticato non si deve parlare. Non tanto. Non troppo. Soprattutto senza scandalo. Eppure è in questi panni sporchi che ristagna il nostro futuro. E’ da lì che ripartiremo. Non c’è che rassegnarsi. Moriremo napodemocristiani.

(Vittorio Macioce)

Link all’articolo de Il Giornale

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