Hillary e le altre nel sistema patriarcale. La Sinistra riparta dalla questione femminile

2 commenti

Hillary Clinton corre per la successione a Barack Obama. E tutti a salutare quella che potrebbe essere (ma forse no, finendo per consegnare il governo alla destra americana) la prima donna alla guida degli Usa. E’ quasi una panacea per la questione femminile, Hillary, e poco importa se ciò avvenga sulla scia del marito Bill e col sostegno delle lobby di Wall Street. Il valore è simbolico. Per le classi dominanti sono da celebrare le donne che acquisiscono, in perfetta continuità politica, ruoli storicamente appannaggio degli uomini. Fu su Margareth Thatcher che i conservatori puntarono per piegare le Unions e prosciugare il welfare state inglese, la cancelliera Angela Merkel è la depositaria del SuperEs dell’ area Euro, per non parlare di Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale.

Anche in Italia, con Matteo Renzi, è così. Quante volte ha sventolato, il premier, le sue otto ministre, l’”altra metà del Consiglio dei ministri”. Le italiane non hanno mai avuto accesso alla presidenza della Repubblica e del Consiglio, al ministero dell’ Economia, alla guida della Corte costituzionale, ma vuoi mettere il passo in avanti? Le governatrici oggi sono Debora Serracchiani e Catiuscia Marini, questa ricandidata in Umbria nella tornata amministrativa che vede in pista altre due renziane: in Veneto l’europarlamentare Alessandea “ ladylike “ Moretti e in Liguria l’assessore alla Protezione civile Raffaella Paita, vincitrice delle contestate primarie contro Sergio Cofferati e indagata per la mancata allerta dell’ alluvione di Genova. E così la presenza femminile distrae anche dai problemi etici, su cui il partito di Renzi non ha certo “ cambiato verso “ candidando in Campania Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio.

E chissà poi perché, nonostante governatrici e ministre, il Belpaese è al 69esimo posto nel Global gender gap report,la classifica del World economic forum che intreccia quattro parametri: politica, economia, salute e scuola. Per l’aspettativa di vita e l’istruzione la situazione è quasi in equilibrio, ma il divario resta netto nel mondo del lavoro: gli uomini sono il 71 per cento dei dirigenti contro il 29 delle donne e, in media, guadagnano 2.000 euro in più all’anno.

Scatena spesso il sarcasmo di avversari ed ex alleati di coalizione, la presidente della Camera Laura Boldrini quando si impegna per la diffusione del linguaggio sessuato e denuncia le pubblicità che mercificano il corpo o insistono con gli stereotipi di genere. Pensate che gli attacchi anche violenti che subisce la terza carica dello Stato dipendano dal suo supposto carattere ieratico? E se invece contassero qualcosa i meccanismi con cui le élite finanziarie selezionano lo streaming di informazioni per l’ Homo consumens– per usare l’espressione coniata da Zygmunt Bauman? Se Hollywood spesso riproduce in forme edulcorate l’archetipo patriarcale, la televisione, qui appesantita dalla degenerazione berlusconiana, si conferma formidabile vettore di modelli diseducativi. La subcultura sessista si nutre poi di fenomeni nazionalpopolari come il calcio: basti pensare alla ghettizzazione del football femminile e alla notiziabilità delle atlete che finiscono nelle fotogallery dei più grandi siti di informazione quasi esclusivamente per fattori estetici.

Le statistiche danno ragione a Laura Boldrini. Secondo un’indagine Ocse ( Programme for international student Assessment 2015 ) ancora oggi le italiane in media svolgono lavori casalinghi per 6,7 ore al giorno contro le 3 degli uomini. La ricerca sottolinea quanto le ragazze di 15 anni ottengano già risultati migliori dei coetanei in abilità di lettura ( con un punteggio di 510 contro 464) e scientifica ( 490 a 488 ), ma di questo capitale umano si può fare a meno, se la legge Fornero, ad esempio, applicata e non modificata, cementa (tra le altre cose) lo squilibrio nelle responsabilità familiari. Il ministro del governo Monti ( una donna, ma al solito non progressista ) ha introdotto, per il padre il congedo parentale obbligatorio. Ma è di un giorno nei primi cinque mesi dalla nascita del figlio, allungabile fino a tre, sottraendoli però al monte-giorni della madre. In Norvegia, Paese pioniere vent’anni fa, il congedo parentale è di quarantasei settimane a stipendio pieno, di cui dodici riservate al padre. Siamo in ritardo anche nel potenziamento di asili nido pubblici, nella deducibilità dei costi per baby sitter e badanti. E certo non aiuta la parità, la precarizzazione permanente del Jobs Act.

C’è poi il mondo delle imprese. In Europa, secondo i dati della Commissione, la presenza femminile delle Spa in cinque anni è aumentata dall’ 11,9 al 20,2 per cento. Ad alzare la media sono la Norvegia, che ha raggiunto il 40, la Francia e la Finlandia che sono al 25. Spagna e Portogallo, invece, la abbassano, restando sotto il 10 per cento. L’Italia fa registrare un dignitoso 23 per cento, e lo fa grazie alla legge firmata dalle deputate Lella Golfo( Pdl) e Alessia Mosca(Pd) che stabilisce l’obbligo del minimo di un quinto di donne nei cda al primo rinnovo, un terzo per i due seguenti. Si sono anche dimezzate ( al 7,9 per cento contro il 16,2 del 2010) le consigliere legate da rapporti di parentela con uomini di potere: figlie di,mogli di, cugine di.

Le donne in politica sono di più ma la riduzione del gap di genere si è realizzata per mezzo delle quote. Il Pd, ad esempio, ha introdotto il doppio voto di genere alle primarie, portando in Parlamento il 37,9 per cento di deputate e senatrici. Il sistema però consta di una gabbia che perpetua nomine correntocratiche e capilista bloccati nelle liste elettorali, le donne( come gli uomini) vengono cooptate solo se aderenti a un preciso schema in grado di assorbirle e, ove possibile, strumentalizzarle. I piccoli avanzamenti sono rivendicati da un marketing padronale che vuole significare la concessione dall’alto di un diritto naturale sancito in Costituzione. Matteo Renzi, sin da quando amministrava Firenze, compie scelte simboliche che il presenzialismo mediatico gli permette di capitalizzare. Prima di lui però la sinistra non ha certo fatto meglio, perché ha conosciuto una sola leader di partito, Grazia Francescato dei Verdi. Già fondatrice di Effe, presidente del Wwf e animatrice del movimento new global, Francescato ereditò una base elettorale minima. In Germania- tanto per fare un paragone – gli ambientalisti e la Die Linke, guidati da Claudia Roth e Katja Kipping in coabitazione con pari grado uomini, superano entrambi l’8 per cento. In Francia, la socialista Ségolène Royal nel 2007 contese l’ Eliseo a Sarkozy e l’anno seguente sfiorò la segreteria del partito per una manciata di voti.

Nel Regno Unito, in vista delle politiche del 7 maggio, si è saldata una nuova alleanza tra donne: Natalie Bennett, leader dei Verdi, Nicola Sturgeon, premier scozzese a capo dello Scottish national party, e la gallese Leanne Wood del Plaid Cymru. Al termine del confronto televisivo dedicato alle opposizioni, le tre candidate si sono abbracciate sul podio della Bbc. La scena, tra l’isolamento di Nigel Farage dell’ Ukip, all’estrema destra, e lo stupore del laburista Ed Miliband, è emblematica quanto il significato politico. Si tratta infatti di progressiste under 50 che hanno vincolato l’eventuale sostegno a Miliband ad una mutazione della linea del Labour dopo un ventennio di Terza via blairiana: il ritorno a sinistra. In Italia, a contendere una leadership, sono state Rosy Bindi nel 2007 contro il “creatore” del Pd Walter Veltroni, e Laura Puppato, altra moderata cattolica, con chances di vittoria perfino minori, stretta nel 2012 tra Matteo Renzi, Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Bruno Tabacci.

Di Maria Elena Boschi si dice che governi ogni riunione ma è perché “ quando parla lei tutti sanno che a parlare è Renzi” confida a Left un membro dello staff di palazzo Chigi. Le donne-soprattutto se portatrici di valori progressisti- faticano non poco, nelle stanze dei bottoni. Almeno secondo la scrittrice e deputata del Pd Michela Marzano, direttrice del Dipartimento di Scienze sociali alla Sorbona e insegnante alla Descartes, che si è scontrata con un muro trasversale, quando ha proposto i diritti delle coppie omosessuali e la legge sul doppio cognome dei figli. L’esperienza parlamentare ha traumatizzato Marzano, che ha deciso di non ricandidarsi: “ Non ci si ascolta in aula e nemmeno durante le riunioni di partito. Ogni tipo di investitura risente dell’obbligo della fedeltà, di avere truppe nel contado, armi di scambio a disposizione”.

Cerchiamo però di andare alla radice del problema. La “ governamentalità neoliberale “, prendendo in prestito la formula di Pierre Dardot e Christian Laval, autori de La nuova ragione del mondo”, presuppone il controllo di tre blocchi distinti e interdipendenti: l’ economia, la politica e i centri di diffusione del sapere. Dal momento che l’egemonia culturale è la pre-condizione, occorre interrogarsi sul meccanismo che regola le discriminazioni di genere così come si sono indagati le ingiustizie sociali e il razzismo. Non molti, ad esempio, sono consapevoli dell’esistenza di antiche società matriarcali.

L’ epica classica è ricca di venerazioni politeiste varianti della “ Dea Madre” e numerosi reperti testimoniano la centralità delle donne nelle pacifiche comunità che vivevano di orticoltura e piccola cacciagione. Eppure è stato contrabbandato lo schema totalizzante che relega la femmina all’altruismo della cura e attribuisce al maschio le grandi imprese. Sul cacciatore che erige polis e fortezze per difendersi e conquistare, Rousseau diceva che la genesi dell’oppressione umana risale alla fase primordiale della divisione delle terre e del lavoro. Il sistema patriarcale, supportato dalle religioni monoteiste del “ Dio Padre “, ha consolidato usi e linguaggio in codici e istituzioni che privarono le donne delle libertà sessuali, economiche e sociali. Non è difficile comprendere come tale contesto abbia favorito feroci persecuzioni in nome di religioni e superstizioni, in particolare nel Medioevo, e pratiche che affliggono ancora milioni di cittadine: mutilazioni genitali nell’Africa subsahariana, in condizioni aggravate da malnutrizione e malattie; lapidazioni delle adultere in Paesi governati da fondamentalisti islamici; in India spose-bambine e abusi sulle donne appartenenti a sottocaste.

Alla base delle sopraffazioni, più dell’indigenza economica, vi è l’oscurantismo. Lo si evince anche scorrendo gli occidentalissimi verbali di stupri, molestie e maltrattamenti domestici, o dall’ascolto di processi per femminicidio: il più delle volte lui reagisce all’emancipazione , quando lei si ribella o reclama semplicemente la propria indipendenza. Il fil rouge della violenza, dunque, riporta sempre all’egemonia che nei millenni ha garantito i rapporti di potere. Ben sapendo che il diritto del più forte diventa legge duratura se associa al controllo degli eserciti quello delle conoscenze.

Biologi e genetisti, preservando il mito di Adamo ed Eva, hanno ignorato la primigenia del cromosoma X rispetto al maschile Y; scienziati si sono ricoperti di ridicolo affermando l’inferiorità dell’intelligenza femminile per via della minor ampiezza cranica; psicanalisti come Sigmund Freud hanno teorizzato l’ invidia del pene. Ma la Storia diffonde il punto di vista dei vincitori. E, in ogni parte del globo, sono stati sviliti gli importanti contributi che le donne, malgrado le costrizioni, hanno donato al progresso umano e ambientale. Il socialista inglese William Thompson, nel 1825, pagò con l’ostracismo l’invito alla ribellione femminile: “ La vostra schiavitù ha incatenato l’uomo all’ignoranza e ai vizi del dispotismo, così la vostra liberazione lo ricompenserà con il sapere, la libertà e la felicità”.

Non è un caso che le riforme progressiste si siano ottenute in peculiari dimensioni di vuoti di potere provocati da guerre o rivolgimenti economici. Durante la Rivoluzione francese la girondina Olympe De Gouges, poi uccisa dai giacobini, diede alle stampe la Dichiarazione dei diritti della donna. Un’altra breccia fu aperta nel Risorgimento, mentre si faceva l’Italia a dispetto del potere temporale della Chiesa. Nel 1861, prima che John Stuart Mill avanzasse la proposta del diritto di voto, il deputato mazziniano Salvatore Morelli scrisse La donna e la scienza considerate come soli mezzi atti a risolvere il problema dell’avvenire. Democrazia reale, scuole normali per studentesse, divorzio, doppio cognome dei figli, tutela della prole illegittima: un sasso nello stagno,anche se i disegni di legge di Morelli vennero tutti bocciati, salvo la norma che riconosce alle donne la facoltà di testimoniare nei procedimenti civili. Il diritto di voto, anziché il suffragio universale maschile del governo Giolitti- ridicolo ossimoro elevato a illuminato liberalismo- fu imposto soltanto con la Liberazione. Durante la Resistenza le partigiane, 30.000 tra staffette e guerrigliere, ruppero l’abituale esclusione dalla vita pubblica partecipando alla fase costituente. Le energie sono andate via via sprigionandosi quando la contaminazione tra movimento femminista e sessantottino, sospingendo sindacati e partiti di sinistra, ha contribuito al “ trentennio glorioso “: il servizio sanitario nazionale, l’obbligo scolastico a quattordici anni, lo Statuto dei lavoratori che prevede il divieto di licenziare le dipendenti incinte. La lotta per la parità ha permesso la diffusione della contraccezione, l’accesso alle funzioni pubbliche, le leggi su divorzio e aborto, la cancellazione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore normati dal codice fascista. L’ interazione si fondava sul comune convincimento che la libertà socio-economica fosse legata al percorso di emancipazione sessuale. E da qui dovrebbe ripartire la sinistra, coinvolgendo le donne che oggi forniscono visioni alternative in tanti campi della società. Il meccanismo dovrebbe essere opposto a quello della comunicazione mainstream che, alternando generici allarmi e impennate d’ottimismo, confina la questione femminile a mero calcolo di quote rosa. Il timore è sempre lo stesso: che donne e uomini si affranchino costruendo nuovi rapporti di spazio e tempo liberati, secondo i bisogni naturali di salute, consumo consapevole,conoscenza e creatività votate al benessere collettivo.

Left Avvenimenti (25 aprile 2015)

No women, no party

18 commenti

La questione femminile resta un nodo irrisolto nella sinistra italiana. Le ragioni che andremo a sviscerare sono molteplici e complesse ma il dato storico ineludibile è che dopo la stagione delle conquiste sociali e civili non si è realizzato un processo di concreto avvicinamento alla parità di genere nella società e nella politica. Gli stessi eredi del Pci sembrano aver smarrito gran parte di quell’impegno per le donne che ha visto intrecciarsi almeno tre generazioni nei grandi fermenti politico – culturali del Novecento, dal ruolo decisivo delle partigiane nella Resistenza e nell’assemblea costituente ai movimenti femministi, ecologisti e pacificisti.
Sin dalla nascita il Partito Democratico ha introdotto regole che garantiscono un incremento della presenza rosa, ultima delle quali il doppio voto alle primarie del 2012. Le parlamentari della XVII legislatura hanno dunque raggiunto la percentuale del 37,9%. Tuttavia l’applicazione di principi come meritocrazia e pari opportunità, enunciati sovente con ridondante ipocrisia, mal si concilia con la logica delle quote rosa e viene annichilita dal meccanismo che consente al Sistema la vera cooptazione: la legge elettorale meglio nota come Porcellum che ha eliminato il voto di preferenza e affidato al vertice dei partiti la scelta dei candidati da mandare in Parlamento. Naturalmente la selezione delle classi dirigenti non penalizza solo donne ma anche uomini meritevoli. Il Potere in genere, nel settore privato e in quello della pubblica amministrazione, favorisce o al contrario ostacola in modo sofisticato i percorsi personali secondo precisi schemi che rispondono alla propria convenienza, sia essa il mantenimento dello status quo o un riformismo gattopardico. Premesso ciò, resta il fatto che nessuna esponente politica della sinistra italiana ha mai avuto un ruolo apicale come invece avviene regolarmente da anni nel mondo. Nel 2006 le ministre dei Ds nel governo Prodi erano soltanto 3: la dalemiana Livia Turco alla Salute, la veltroniana Giovanna Melandri a Sport e politiche giovanili, l’ex occhettiana Barbara Pollastrini alle Pari opportunità. Nell’esecutivo di Enrico Letta sono rimaste tre dopo le dimissioni dal ministero dello Sport di Josefa Idem in seguito alla scoperta di irregolarità fiscali: dell’area collocabile grossomodo a sinistra troviamo il ministro degli Esteri Emma Bonino , all’Integrazione il medico oculista Cecyle Kyenge e all’Istruzione Maria Chiara Carrozza, ex rettore della scuola Sant’Anna di Pisa dove molti anni prima conseguì il dottorato di ricerca (Diritto delle comunità europee) il giovane Letta.
Per restare solo in Europa il premier della Danimarca è la socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt, in Islanda è Johanna Sigurdardottir, lesbica dichiarata; in Finlandia è stata presidente della Repubblica dal 2000 al 2012 Tarja Kaarina Halonen mentre Mari Kiviniemi era a capo di un governo con 12 donne ministri su 20; in Irlanda negli anni ’90 si sono succedute le presidenti Mary McAleese e Mary Robinson. In Francia non è stata una sorpresa quella di Sègolène Royal, nel 2007 candidata del Psf all’Eliseo contro il vincente Nicolas Sarkozy. Infatti sedici anni prima la socialista Edith Cresson, già ministro dell’Agricoltura e del Commercio estero, fu nominata primo ministro dal presidente della Repubblica François Mitterrand. Nella tradizionalista Spagna il governo Zapatero del 2008 era composto in maggioranza da donne, anche in ministeri chiave: Economia e Finanze per la vicepresidente Elena Salgado Méndez, Sviluppo a Magdalena Álvarez Arza, Scienza e Innovazione a Cristina Garmendia Mendizábal, Sanità e in seguito Esteri per Trinidad Jiménez García-Herrera. Il dicastero dell’Economia è rosa anche in Danimarca, Austria, Finlandia e Lituania. In Inghilterra il sottosegretario all’Europa Caroline Flint si dimise nel 2009 accusando l’allora premier laburista Gordon Brown:”Parecchie che formano il governo, me inclusa, sono state da te trattate come poco più che donne-vetrina. Non voglio più far parte del governo con una responsabilità solo marginale”. Il gesto sarebbe impensabile in Italia, dove pure le ministre sono relegate a ruoli di seconda o terza fascia. Resta esclusivamente maschile, oltre alla presidenza del Consiglio, il motore decisivo per la politica industriale: il ministero dell’Economia. La differenza con le altre democrazie occidentali si conferma notevole all’europarlamento: nel 2009 l’Italia risulta ventiquattresima sui 27 Paesi Ue per rappresentanza femminile a Bruxelles con 17 elette su un totale di 72. E pensare che è stata proprio un’italiana, Lara Comi del Pdl, ad ottenere il riconoscimento del Mep Awards 2012 come migliore deputata nel settore del mercato interno e della protezione dei consumatori. Nel Belpaese su venti Regioni esistono due sole governatrici, in Umbria Catiuscia Marini e in Friuli Venezia Giulia Deborah Serracchiani , la giovane candidata che alle Europee era stata in grado di battere in preferenze Berlusconi senza poi trovare spazio a livello nazionale. Le donne sindaco sono soltanto 884 su 8mila Comuni e un terzo delle giunte non ha neppure un assessore del gentil sesso. Per quanto attiene ai partiti si è già detto della Francia ma anche in Germana il Spd, che punta su Peter Steinbruck nella sfida alla cancelliera Angela Merkel, annovera la vicepresidente del partito Hannelore Kraft, governatrice dell’importante regione della Renania settentrionale-Vestfalia, e la segreteria generale Andrea Nahles. Dal 2012 i Verdi sono guidati da Claudia Roth mentre nel Linke, partito creato da Oscar Lafontaine, prosegue la coabitazione della giovane presidente Katja Kipping con l’esperto Bernd Riexinger. In Italia nessuna donna ha potuto guidare un partito di sinistra ad eccezione di Grazia Francescato, eletta presidente dei Verdi nel 1999 al posto del dimissionario Luigi Manconi, reduce dall’1,8% alle Europee. La forza elettorale e dunque il potere di incidere del partito italiano, con percentuali in media tra il 2 e il 3%, è nettamente inferiore ai Verdi tedeschi che viaggiano sul 15%. In ogni caso Francescato, fondatrice nel 1973 della rivista femminista Effe, scrittrice e presidente del Wwf, diede una spinta innovativa partecipando ai movimenti no global in occasione del vertice del Wto di Seattle, prima del famigerato G8 di Genova del 2001. Soppiantata in un baleno da Alfonso Pecoraro Scanio, è stata ripescata 8 anni dopo per far rinascere gli ambientalisti rimasti fuori dal Parlamento. In seguito Grazia Francescato, che dal 2003 al 2006 è stata contemporaneamente consigliere comunale di Villa San Giovanni in Italia (Reggio Calabria) e portavoce femminile dei Verdi europei, è entrata nel coordinamento nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà.
Il Sistema può contare anche sullo scudo della frammentazione di ruoli e incarichi che impedisce di attribuire specifiche responsabilità, un circolo vizioso che è padre e figlio della società italiana. Le statistiche confermano che le donne, pur ottenendo risultati migliori nelle scuole e sul lavoro, raramente accedono a posti dirigenziali. Il Global Gender Gap Report 2012, rapporto pubblicato dal World Economic Forum che misura il divario tra i sessi in termini di pari opportunità, colloca l’Italia al 80° posto su 134 nazioni prese in esame. In media nel nostro Paese le ragazze laureate sono sessanta su cento, dunque sopra il 58,5 e il 58% di Stati Uniti e Regno Unito. Già nel 1998 superavano i maschi con un rapporto di 56 a 44 per cento. La differenza retributiva è notevole: secondo una rielaborazione del Sole 24 Ore2 sui dati It-Silc (European Statistics on Income and Living Conditions) del 2008 la presenza femminile nel top management era soltanto il 10% e nei consigli di amministrazione delle società quotate il 6%. La legge del luglio 2011 sul terzo di quote rosa obbligatorie nei cda, proposta da Alessia Mosca (Pd) e Lella Golfo (Pdl), perlomeno ha invertito la tendenza. L’anno seguente l’Unione europea ha calcolato una crescita delle consigliere nelle quotate italiane sino all’11%, dato comunque al di sotto della media, pari al 15,8%. Anche la questione morale si interseca con quella femminile: dirigenti, funzionarie e professioniste nei guai con la giustizia sono infinitamente meno rispetto ai pari grado uomini.
Sulle relazioni sociali e professionali esercitano da sempre una fondamentale influenza le tradizioni e la religione nell’ambito del rapporto tra Stato e Vaticano. E’ impresa ardua rivoluzionare il punto di vista di una realtà patriarcale e nepotista che affida al maschio il ruolo di erede e “cacciatore” e alla donna, prevalentemente, quello di angelo del focolare. In Inghilterra, Germania e nei paesi scandinavi, ad esempio, lo Stato supporta in modo incisivo non solo la maternità ma anche la paternità, scelta che è sinonimo di una visione moderna della reciprocità nelle responsabilità familiari. In Italia i provvedimenti concreti latitano in termini di rafforzamento del welfare attraverso offerte di asili nido, servizi alle famiglie, o deducibilità dei costi per baby sitter e badanti. Anzi, il dilagante precariato di contratti a termine o parasubordinati mette a rischio le tutele per la maternità che si davano per acquisite. In forma più o meno latente sopravvivono stereotipi sul timore della gravidanza e sulla minore affidabilità delle lavoratrici, peggio se esteticamente gradevoli, quand’anche sovrastino oggettivamente i colleghi. L’altra faccia della medaglia sono le carriere-lampo in cambio di favori sessuali al capo. Gli stessi fattori sono applicabili ad una politica in cui l’aberrazione berlusconiana, ossia il casting di giovani prive di esperienza selezionate per l’aspetto e le frequentazioni, non viene adeguatamente contrastata. Le manifestazioni in difesa della dignità della donna sono scoppiate soltanto quando i festini con il Bunga Bunga e l’inserimento di ‘favorite’ come Nicole Minetti nei consigli regionali hanno fatto traboccare il vaso della sopportazione. Tuttavia il livello di assuefazione alla cultura consumistica della ‘femmina oggetto’ propinata nel tempo dai media berlusconiani non può essere l’unica spiegazione di una lenta e progressiva involuzione.
L’impegno civile delle donne è storicamente dimostrato dal numero di volontarie che si sono spese per la polis. Ciò malgrado le scarse possibilità di carriera e persino di autonomia, se consideriamo un partito accentratore e tradizionalista come il Pci in cui erano graditi i matrimoni interni alla ‘ecclesia rossa’. Eppure le attiviste hanno lasciato il segno negli anni della contestazione, arrivando a superare la metà più uno degli iscritti nella dotta e rossa Bologna. Nel 2011 le iscritte democratiche sul territorio risultano soltanto il 21% del totale. La spiegazione risiede anche nel disincanto nei confronti di un partito che ha smarrito la propria identità. Nell’eterogeneo Pd convivono posizioni agli antipodi, dalla cattolicissima Rosy Bindi ad Anna Paola Concia, deputata in prima linea per l’estensione dei diritti civili. In questo quadro si avverte l’assenza di spazi politicamente vitali per pioniere in grado di rovesciare la prospettiva. Nel 1968 la anarco-comunista Rossana Rossanda sfidò il Politburo sovietico e l’ancora irregimentato partito italiano denunciando i crimini del socialismo reale e pagando il fio della radiazione. Quel casus belli, parte integrante di un rapporto irrisolto di odio-amore coi compagni, contribuì a orientarli, assieme ai movimenti femministi e ai Radicali, verso importanti conquiste per via referendaria: la legge sul divorzio del 1974 e quella sull’aborto di sette anni dopo. Con il tempo quella partecipazione che rende autentica una democrazia si è progressivamente spenta, come se oltre alla spinta propulsiva del Pci si fossero esaurite anche le lotte per una completa emancipazione. Lidia Menapace, partigiana cattolica, fondatrice del Manifesto e protagonista dei movimenti degli anni ’70, è un esempio della mancata valorizzazione del talento e delle tematiche femminili. Nonostante ripetuti appelli e raccolte di firme, l’intellettuale che insegnava il rigore nell’uso di un linguaggio sessuato e antimilitarista, rimase esclusa per decenni dal Parlamento. Solo nel 2006, a 82 anni, Menapace fu candidata ed eletta con Rifondazione Comunista. Le idee pacifiste le costarono subito la guida della Commissione Difesa al Senato in favore di Sergio De Gregorio, il dipietrista saltato a pagamento sul carro del berlusconismo. Tutt’altro excursus è quello che ha portato la socialista Fernanda Contri a diventare giudice della Corte costituzionale, nominata dal presidente Scalfaro nel 1996. Avvocato civilista, vicinissima a Giuliano Amato, Contri fu segretaria generale sotto la sua presidenza del Consiglio nel periodo delle stragi mafiose. Infatti diciotto anni dopo è stata chiamata a testimoniare dai pm di Caltanissetta su due incontri avvenuti il 22 luglio e il 28 dicembre 1992 tra l’ufficiale del Ros Mario Mori e Vito Ciancimino: ”Non erano ancora stati celebrati i funerali di Paolo (Borsellino, nda) e Mori mi disse che stavano sviluppando importanti investigazioni, precisando che stava incontrando Vito Ciancimino (…) Mori mi confermò che stava incontrando Ciancimino, aggiungendo ‘mi sono fatto un’idea che Ciancimino è il capo o uno dei capi della mafia”. Le capacità della Contri sono unanimemente riconosciute: partecipava a commissioni ministeriali in materia di ordinamento giudiziario, diritto per i minori e di famiglia, è stata ministro degli affari sociali, poi membro laico del Csm in quota Psi e del gruppo di saggi del Consiglio d’Europa sui diritti umani.
La porta sbarrata della stanza dei bottoni nei confronti delle intellettuali progressiste, ambientaliste, laiche – in una parola anticonformiste – ha profonde radici storiche e culturali. In Francia risale al 1791, sull’onda della rivoluzione, la prima dichiarazione dei diritti della donna, in Inghilterra la letteratura vittoriana offrì occasioni significative di emancipazione, anticipatrici dei salotti politici. Il fatto che nel nostro Paese, ancora nel Novecento, fossero rari gli esempi di donne nelle arti e nelle professioni la dice lunga sull’arretratezza della società italiana, dovuta a vari fattori tra cui la povertà e l’analfabetismo diffuso, le differenze linguistiche e la tardiva unificazione. Paradossalmente, pure se emarginate nel Ventennio antidemocratico e ‘machista’, le partigiane nella Resistenza riuscirono a sviluppare le loro potenzialità, rompendo l’abituale isolamento dalla vita pubblica e politica. Gli storici calcolano 30mila donne impegnate come staffette e direttamente nella guerriglia contro i nazifascisti; furono l’àncora di salvezza per la Liberazione e al contempo la linfa per l’affermazione della parità di genere nella Carta Costituzionale, conquistando posti di comando senza doverli chiedere ai compagni. La partigiana Teresa Mattei venne eletta a 25 anni all’Assemblea Costituente nelle fila del Pci per cui ha svolto un ruolo di primo piano nella lotta per i diritti delle donne, fra l’altro ideando la festa dell’8 marzo. Gisella Floreanini nel 1944 fu il commissario per l’assistenza e i collegamenti con le organizzazioni di massa durante i quaranta giorni della Repubblica dell’Ossola (Piemonte), poi presidente del Comitato di Liberazione nazionale di Novara e infine parlamentare del Pci; Camilla Ravera, dirigente dell’Unione Donne Italiane, nel 1982 è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sandro Pertini. La partigiana cattolica Tina Anselmi è stata invece la prima donna ministro, con deleghe al Lavoro e poi alla Sanità a fine anni ’70, autrice di riforme come la legge per le pari opportunità e l’istituzione del Servizio sanitario nazionale. Anselmi, che ha donato alla democrazia italiana il fondamentale lavoro alla guida della Commissione parlamentare sulla loggia massonica P2, è stata candidata nel 1992 a presidente della Repubblica ma senza concrete chances. Anche il nome di Nilde Iotti risuonava velleitariamente nella rosa di aspiranti al Colle. Nella scomoda condizione di compagna clandestina di Palmiro Togliatti, Iotti venne elevata a icona con un perfido sottinteso maschilista che la rendeva inimitabile, dunque irraggiungibile, dalle giovani compagne: membro della Commissione incaricata della stesura della Costituzione, in Parlamento dal dopoguerra per mezzo secolo, primo presidente della Camera dal 1979 al 1992. In quell’anno che segna lo spartiacque con la cosiddetta Seconda Repubblica Nilde Iotti è stata la candidata al Quirinale più votata al quarto, settimo e ottavo scrutinio con un massimo di 256 consensi dei grandi elettori, ma i partiti avevano già deciso che il presidente della Repubblica sarebbe stato Oscar Luigi Scalfaro. Vent’anni dopo lo scranno istituzionale più alto riservato ad una donna di sinistra, nella fattispecie a Laura Boldrini, è di nuovo la terza carica dello Stato. Al di là dei numeri di deputate e senatrici in aumento pesano alcune scelte simboliche. In Calabria, ad esempio, non sono state candidate giovani amministratrici democratiche nel mirino della ‘Ndrangheta: Elisabetta Tripodi, sindaco di Rosarno, e l’ex prima cittadina di Monasterace Maria Carmela Lanzetta, intimidite con incendi dolosi e minacce di morte. L’allora segretario Bersani ha citato ad esempio Lanzetta nella disfida televisiva con Matteo Renzi ma al momento di compilare le liste il Pd non ha trovato posto per nessuna delle amministratrici. Quale miglior simbolo di cambiamento sarebbe stata la candidatura di chi ha sacrificato la propria serenità per difendere il territorio, devastato dall’abusivismo e dalle speculazioni edilizie delle cosche?