Left/Avvenimenti, intervista al fondatore di Mmt, Warren Mosler

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Le più recenti formulazioni della Modern Money Theory sono dell’economista post-keynesiano Warren Mosler, statunitense. Le leve per la crescita sono più spesa pubblica e meno tasse. Left gli ha chiesto come applicarle ai paesi dell’area Euro, ostaggio di rigidi paletti di bilancio e di una grave crisi economica e sociale. Non accende la speranza, leggere Mosler, dobbiamo avvisarvi. Sostiene che per rilanciare l’occupazione sarebbe necessario andare oltre al doppio del rapporto tra deficit e Pil ma che siamo in mano alla Germania, sì, e che questa, Merkel e Schaeuble, «ha un problema del tutto ideologico, persino filosofico».

La Modern Money Theory considera virtuoso il disavanzo pubblico volto al rilancio di produzioni qualitative, consumi e occupazione. Queste idee hanno influenzato il governo Obama…

Le nostre idee sono arrivate a Obama, quando sono stato candidato al Senato in Connecticut, nel 2010, proponendo una riduzione o un’eliminazione del cuneo fiscale. Del resto, la tassazione sulla busta paga è l’imposta più regressiva che abbiamo negli Usa e l’argomento è quindi efficace. Scrissi alcuni articoli e feci alcune apparizioni televisive, e Jamie Galbraith, consigliere di Obama, cominciò a riprendere i nostri contenuti pubblicamente. L’idea suscitò anche l’interesse dell’amministratore delegato della General Electric, Jeffrey Immelt, e poi quello di Troy Nash, un altro degli assistenti di Obama. E così il taglio del cuneo fiscale è diventato legge. Si tratta di un taglio minimo, del 2 per cento ma importante, anche perché è uno dei pochi provvedimenti bipartisan. Questa misura ha contribuito ad alimentare la crescita negli Stati Uniti, che ha subìto poi un sostanziale rallentamento nel momento in cui il governo ha voluto iniziare a ridurre il deficit pubblico.

Ecco, l’ossessione per il deficit. Nell’area Euro i trattati rendono difficili, se non impossibili gli investimenti e l’ampliamento del welfare. Pensa siano applicabili queste policy?

Se vi fosse la volontà politica, sì. Ma non ne vedo, al momento. Ed è un peccato, perché basterebbe decidere di aumentare il vincolo di rapporto col Pil dal 3 per cento all’8. Senza altre variazioni nella struttura delle istituzioni Ue, la disoccupazione diminuirebbe e la crescita potrebbe arrivare anche al 4 per cento.

Non è una strada che piace alla Germania, però.

La Germania ha un problema del tutto ideologico, persino filosofico.

I neoliberali sottolineano come Argentina e Brasile, che hanno aumentato la spesa sociale facendo uscire dalle povertà milioni di persone, abbiano però avuto contraccolpi economici. Cosa risponde?

Beh, facciamo un esempio. Se in una stanza fa molto freddo, puoi riscaldare l’ambiente con un termostato. Può capitare che diventi persino troppo caldo, e quindi si è costretti a far calare la temperatura. Può succedere quindi che vi sia qualche paese in cui si spende in maniera eccessiva, e spesso questo dipende dalla corruzione, soprattutto da quella del settore bancario. Ciò porta la valuta a svalutarsi, l’inflazione ad aumentare e i cittadini a pagare prezzi crescenti. Spesso non si tratta però di conseguenze delle politiche economiche, ma di caratteristiche di quei sistemi.

Economisti progressisti come Emiliano Brancaccio e Alessio Ferraro sottolineano la differenza tra un’uscita “da sinistra” dalla moneta unica e un’uscita “da destra”, come avvenne quando l’Italia abbandonò lo Sme privatizzando e contraendo i salari.

Gli intellettuali progressisti hanno a lungo visto nell’Unione europea una via maestra per il rifiuto delle politiche regressive di stampo nazionalista. Sfortunatamente chi governa oggi questa istituzione ha sviluppato un’agenda economica fortemente regressiva, di destra. Uscirne tuttavia significa esporsi, appunto, ad un alto rischio di crescita del nazionalismo. La sfida è capire quale fra tutte le possibili strade sia meno “di destra” rispetto alle altre.

E restando nell’eurozona lei cosa proporrebbe?

Se vi fosse la volontà politica di fare qualunque di diverso rispetto alle politiche attuali, allora bisognerebbe puntare ad incrementare il deficit. Le istituzioni europee credono che agire sui tassi di interesse migliori l’economia e che le riforme strutturali consentano di aumentare l’occupazione. Non è così.

Il direttore del Foglio Giuliano Ferrara ha rilanciato un’idea precedente ai Trattati: l’euro a due velocità.

Ancora una volta, credo manchi la volontà. I politici sono stati trasformati in esattori delle tasse: non hanno nessuna prospettiva economica.

E in Italia? Quali feedback state ricevendo in particolare dal presidente del Consiglio Matteo Renzi?

Non hanno nessun interesse, al governo sono totalmente passivi. Qualcuno mi ha chiesto quale politica economica abbia in mente Renzi: ho risposto che non ne ha una! E come lui, però, nessuno, in Europa. Manca la logica. Ad esempio: mettiamo che voi crediate realmente che in Grecia siano tutti pigri e nessuno abbia voglia di lavorare. Anche se voleste punirli, che senso ha creare politiche in cui gli stessi greci sono messi nelle condizioni di non poter più lavorare?

Un quadro a tinte fosche. Cosa prevede per il futuro?

Credo che il tasso di cambio dell’euro si rafforzerà molto e la Germania vedrà le esportazioni nette deteriorarsi. Non c’è nulla che siano in grado di fare. Sono impotenti. Sarà una distruzione della società fondata sulla deflazione e l’apprezzamento della valuta. Nei sei mesi scorsi l’euro è sceso temporaneamente, perché le banche centrali mondiali hanno reagito al Quantitative Easing e hanno iniziato a vendere grandi quantità di euro; questo processo però terminerà. Ora che l’euro tornerà a crescere, cosa faranno? Non gli resta nulla.

Left Avvenimenti (23 maggio 2015)

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Sinistra al bivio: modello Keynes o infinita terza via?

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Per l’Europa si aggira lo spettro della presa di coscienza collettiva dopo la rivoluzione democratica di Syriza, la cui affermazione elettorale restituisce dignità e speranza ad un popolo devastato che ha avuto la forza di non piegarsi ai ricatti del potere finanziario internazionale e delle tecnocrazie Ue. Mentre si resta in attesa di comprendere le prime mosse del governo di coalizione di Alexis Tsipras, anzichè entrare nell’indeterminato e spesso superfluo dibattito italiano sulle alleanze possibili, sovraccarico di calcoli personali e polemiche strumentali, intendo approfondire alcuni effetti dell’azione di governo negli Stati Uniti. Il grafico che troverete al link sottostante concerne l’andamento dei deficit e surplus nei settori economici (pubblico, privato, estero), è stato pubblicato dalla professoressa Stephanie Kelton, presidente del Dipartimento di Economia dell’università di Kansas City, cuore della Modern Money Theory. Kelton a fine anno è stata nominata chief economist della Commissione Finanze del Senato dal democratico Bernie Sanders, più volte accusato di ispirarsi a idee “socialiste”
https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/838905592822516/?type=1

Una strada innovativa per la rinascita di una nuova Sinistra, una volta elaborate specifiche analisi, sarebbe quella di sperimentare policy di matrice keynesiana come in parte ha già saputo dispiegare il presidente Obama. Lasciando da parte la peculiare condizione americana di negatività costante nella bilancia dei pagamenti, un elemento compatibile con il ruolo del dollaro di moneta mondiale di riferimento, si registra un surplus per imprese e cittadini dovuto ad una combinazione di fattori e passato attraverso fasi alterne: dal 2010 il deficit pubblico utilizzato per rilanciare l’economia dopo la crisi finanziaria è tornato a scendere sino all’odierno 2,8% del Pil, ma in precedenza aveva superato anche la vetta del 10%, dunque oltre il triplo di quanto oggi è consentito ai Paesi dell’Eurozona. Al netto delle fluttuazioni delle entrate fiscali correlate al fallimento delle imprese – fattore inesistente nell’area Euro poichè i Patti di stabilità impongono agli Stati di ricaricare la pressioni tributaria sul resto dei contribuenti – l’amministrazione Obama si è contraddistinta per una politica espansiva non solo di emergenza, andando dunque al di là del successo del Quantitative Easing. L’influenza da parte del mondo accademico keynesiano americano, ad esempio di James Galbraith, è stata decisiva al fine di orientare l’aumento degli investimenti pubblici e della spesa sociale. Riforme fondamentali come la rivoluzione copernicana sanitaria che sta cercando di allineare gli Usa a livelli di civiltà europei e avanzata troppo gradualmente per la forte opposizione delle lobby assicurative e dei repubblicani al Congresso, sono servite a migliorare le condizioni di vita di una fascia consistente di cittadini. Secondo alcuni osservatori ciò è ancora insufficiente ma la nomina della postkeynesiana Kelton è un ulteriore segnale positivo verso il progresso sociale. Tornando al grafico, si nota come lo stesso governo Bush avesse promosso una politica di spesa, differente però per quantità e qualità, ottenuta cioè attraverso l’incremento della spesa militare e la detassazione dei ceti abbienti, sul modello della Supply side in voga ai tempi della Reaganeconomics.
E’ l’ora, è l’ora, dunque, per un’inversione di rotta nella Sinistra europea?  Con l’affermazione di Syriza in Grecia i partiti progressisti potrebbero trovare gli strumenti e il coraggio necessari per interrompere quell’involuzione antropologica e progettuale che li trascina da oltre un ventennio nella subalternità al capitalismo globalizzato e finanziario, che ne ha trasfigurato l’identità al punto da cancellare il lessico fondativo: la lotta contro l’ingiustizia sociale e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la pace, i diritti universali, l’ambiente. L’ortodossia dell’austerity si è dipanata con geometrica potenza anche e soprattutto per mezzo della cosiddetta “Terza via” di Clinton, Blair e dei tanti emuli. Si tratta di usurpatori del vocabolo “riformismo”, che fu coniato per definire l’avanzamento sociale nel trentennio glorioso legato al modello europeo uscito dal dopoguerra e rafforzato dalla spinta propulsiva di movimenti, sindacati e partiti di sinistra sull’onda del ’68. Questi reazionari dell’economia travestiti da riformisti, da un lato hanno imposto un veteroliberismo che ha precarizzato e impoverito i lavoratori, dall’altro hanno ingabbiato i popoli nel progetto neoclassico di un’area di nonStati, l’Eurozona, retta da una tecnocrazia a-democratica che ha privato i governi della possibilità di progettare il futuro in termini di crescita economica, sociale ed eco-compatibile. L’operazione è filata liscia anche grazie alla manipolazione delle informazioni, dunque del sapere condiviso, attraverso il predominio nel mondo accademico e il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. Il mainstream ha così potuto spacciare assiomi per leggi matematiche, propugnando sintesi prive di dati empirici senza che gli oppositori ufficiali, di comodo o disinformati, opponessero alcuna antitesi. Se è vero che assumono un’incidenza negativa sui conti pubblici e privati fenomeni criminali come la corruzione, l’economia mafiosa e il mercato nero, si compie un esercizio di disonestà intellettuale nel valutare il sistema capitalista, una volta depurato da tali sacche d’illegalità, come un creatore ricchezza e un riequilibratore delle terribili sperequazioni sociali; allo stesso modo la deformante ottica neoclassica bilanciocentrica inserisce alla voce “costo” ogni elemento del sistema pubblico (sanità, istruzione, innovazione, riqualificazione ambientale) e i diritti dei lavoratori privati, degenerati sino al modello di precarizzazione permanente disegnato dal Jobs Act. Per anni, alle singole voci di sinistra alternativa disseminate dal big bang della caduta del Muro e alla minoranza di economisti di area neokeynesiana sono stati negati quegli spazi democratici propedeutici alla diffusione dei risultati dei loro studi. In particolare questi ultimi ritengono cruciale la comprensione del circolo virtuoso dei consumi e delle produzioni innescato dalle politiche anticicliche di investimento pubblico e sostegno ai salari. Nell’alveo atlantico il vento liberista ha preso a spirare negli anni ’80 in modo distruttivo sul vecchio continente, il primo ministro inglese Thatcher rappresentava quasi un ariete con le parole d’ordine “Tina” (“There is no alternative”) con cui aveva vinto la resistenza delle Trade Unions e ridotto le tasse sui grandi capitali. I baluardi sociali occidentali, da tempo allontanatisi dai regimi autoritari dell’Est europa, erano il primo governo Mitterrand (prima della marcia indietro sulle nazionalizzazioni) e il Pci sino alla morte del segretario Enrico Berlinguer. I comunisti non erano soltanto al fianco dei sindacati e dei lavoratori ma avevano concepito chiaramente i rischi del Sistema monetario europeo, come denunciò sin dal 1978, anche in relazione alla vocazione egemonica tedesca, l’allora “ministro degli Esteri” del partito Giorgio Napolitano. Al crepuscolo del “secolo breve” il riflusso è stato rapido, forse neppure le cancellerie del Nord e i capitalisti transnazionali avevano previsto che quasi nessuno, a sinistra, si sarebbe opposto ai piani di destrutturazione del pubblico e delle questioni sociali connesse all’indebolimento dei paesi del Sud attraverso la leva monetaria. Fausto Bertinotti, contraddicendo le posizioni espresse in precedenza da Rifondazione Comunista, ha accettato supinamente il Trattato di Maastricht e l’ingresso nell’Unione monetaria europea. Dopo il periodo di Mani Pulite nuove campagne antiCasta, meglio se in presenza di specifici scandali, hanno ammantato di moralismo il rigore bilanciofobico, elevando a operazioni moderne le svendite di asset fondamentali e di servizi pubblici, financo monopoli naturali quali i trasporti. Come si evince dai dati tabellari, nel periodo della presidenza Clinton sono peggiorate le condizioni di vita della middle e della working class attraverso tagli di spesa e maggiori imposte; in un secondo tempo il premier democratico, piuttosto che rafforzare i salari e il welfare, ha intrapreso la strada preferita dalle élite finanziarie e industriali: incentivare il credito con misure straordinarie come l’abolizione dello Steagall Glass Act, la norma che aveva introdotto Franklin Roosevelt per distinguere tra banche commerciali e d’affari. Sembra una coazione a ripetere. La concessione dei prestiti alle banche al tasso di interesse simbolico dell’1% attraverso i “piani di rifinanziamento a lungo termine” (Ltro e TLtro) stabiliti dalla Bce negli anno scorsi rispondono a questa logica. Basti pensare alla risolutezza con cui il presidente del Consiglio italiano Mario Monti, una sorta di “commissario” insediatosi dopo le dimissioni di Berlusconi caldeggiate dalla Troika nel 2011, ha applicato la deroga “bancaria” alla spending review: mentre la scure dei tagli colpiva inesorabile, scavando un’ingiustizia incolmabile per alcuni gruppi sociali come gli esodati, Monti finanziava il Monte dei Paschi in crisi. Il governo tecnico ha proceduto spedito anche nell’approvazione degli esiziali fiscal compact e pareggio di bilancio, votati dal Parlamento unito fatta eccezione per le significative critiche di economisti eterodossi quali Stefano Fassina della minoranza Pd e Paolo Cirino Pomicino, già ministro della corrente di sinistra della Dc. La presunta panacea del Quantitative Easing, ossia l’acquisto per 1140 miliardi di euro in 19 mesi di titoli di Stato che si trovano in pancia agli istituti di credito privati (scaricando per l’80% il risk sharing sulle banche centrali nazionali), fornirà nuova liquidità alle banche. I problemi non mancano di certo, considerata anche la bocciatura di 15 istituti da parte della Bce e della Eba all’esito degli stress test, ma le banche possiedono discreti margini: la ragione dei mancati trasferimenti di gran parte degli attivi all’economia reale dipende principalmente dalla carenza di domanda. D’altronde il purpose della Bce è sempre lo stesso per statuto: il QE funzionerà se riuscirà a portare l’inflazione verso l’obiettivo prefissato, indipendentemente da sviluppo, livelli occupazionali e salariali. Ciò significa che non possono bastare saltuarie spinte espansive se perdura il quadro recessivo attuale. Resta sullo sfondo la questione che divide gli economisti sugli effetti di un possibile abbandono dell’euro. Emiliano Brancaccio, nell’intervista concessa a Giacomo Russo Spena su Micromega del 15 gennaio, conferma che si dovrebbe valutare l’uscita “da sinistra”. Secondo molti no-euro tendenza Salvini e Le Pen la questione è secondaria, ma si tratta di una posizione strumentale. Studi di Act (Agire, costruire, trasformare) e libri come quello di Alessio Ferraro “L’Europa tradita dall’euroliberismo” evidenziano le diverse modalità ricordando l’esperienza italiana dell’uscita da un sistema di cambi fissi qual era lo Sme, ma “da destra”. Quando l’Italia fece il passo nel 1992 e il deprezzamento della lira ridiede giustamente fiato alle esportazioni, il premier Amato svalutò anche il lavoro terminando l’opera avviata da Craxi di eliminazione della Scala mobile. Il successore Ciampi, già protagonista alla guida di Bankitalia del “divorzio” dal ministero del Tesoro nel 1981, proseguì con la privatizzazione di aziende pubbliche e delle banche di interesse nazionale. L’uscita o l’estromissione di un Paese dall’euro, paventata a proposito di un mancato accordo sulla rinegoziazione del debito greco, è considerata giuridicamente impossibile senza modifica dei trattati, ciò malgrado siano stati presentati diversi ricorsi alla Corte costituzionale tedesca per ottenere il recesso unilaterale della Germania sin dai tempi di Maastricht in caso di sforamento dell’ inflazione. Per quanto il cammino della scissione monetaria risulti irto di ostacoli, è comunque più velleitaria la realizzazione del sogno del padre nobile Altiero Spinelli: l’Unione europea politica che eserciti un ruolo di pianificazione dell’economia. A tal fine, oltrechè recuperare un rapporto diretto tra governanti e governati che oggi votano un Europarlamento privo di potere esecutivo e legislativo, occorrerebbe ridisegnare una banca centrale a funzione pubblica e solidale sul modello della Fed americana, nonchè una politica fiscale volta al riequilibrio delle partite correnti tra gli Stati. Inoltre, sempre in un’ottica progressista, sarebbe auspicabile l’avvio di politiche di contrasto al dumping salariale e a quello fiscale che alimentano facili e immensi profitti di speculatori e multinazionali accrescendo le disuguaglianze intracontinentali. Alla luce di questo quadro appare chiaro che la scossa potrebbe arrivare da una nuova stagione di contaminazione positiva tra il rigore e il coraggio delle analisi degli intellettuali, l’impegno civile di sindacati e movimenti declinati attraverso la diffusione della verità sperimentale in continua evoluzione. Le politiche redistributive fiscali cui fa riferimento Thomas Piketty nell’imponente lavoro statistico de “Il Capitale del XXI secolo” sono dunque complementari alla idee innovative della professoressa Mariana Mazzucato, che rovescia la prospettiva innanzitutto da un punto di vista culturale, propugnando uno Stato motore di concorrenza virtuosa e investitore nei settori qualitativi in ambito tecnologico, sociale e ambientale: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/12/06/articolo-di-newspedia-sinistra-riparta-da-mazzucato-e-piketty/

Sul Romanzo: “Se ha senso distinguere tra destra e sinistra? Sì, lottare contro le ingiustizie sarebbe ancor più necessario”

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Stefano Santachiara è un giornalista d’inchiesta. Dal 2009 è corrispondente de «Il fatto quotidiano». La sua inchiesta sui rapporti tra ‘ndrangheta e Pd al Nord, nel comune appenninico di Serramazzoni, è stata ripresa anche dalla trasmissione televisiva Report. È autore, insieme al giornalista Ferruccio Pinotti, de I panni sporchi della sinistra, edito da Chiarelettere. Ha acconsentito a rispondere alle nostre domande e a dedicarci un po’ del suo tempo per parlare del libro, delle inchieste da cui ha avuto origine ma anche di se stesso.

Dalle tue dichiarazioni sembri avere un’idea molto precisa di quello che è o sarebbe il ruolo di un giornalista. In teoria persone come te dovrebbero lavorare fianco a fianco con la magistratura e le istituzioni ed essere loro di supporto nelle indagini; invece, nella maggior parte dei casi siete chiamati in causa dall’altra parte della barricata, ovvero come imputati. Cosa ti spinge a non tirarti indietro e a mantenere la determinazione per andare avanti?

La passione per il lavoro e il fatto che nella vita non riesco a restare indifferente alle ingiustizie. In generale l’informazione libera è fondamentale per una democrazia, non solo nel supporto alle indagini penali ma in tutte le sfere della società perché, svelando gli inganni del potere, rende maggiormente consapevoli i cittadini. Se i mass media svolgessero fino in fondo il loro diritto-dovere di informare sarebbero l’antidoto a molti soprusi e lo stimolo per una policy votata al bene collettivo.

Senza allontanarci troppo e senza addentrarci nei particolari, diciamo solamente che in Italia di giornalisti d’inchiesta come te se ne contano pochi. Sono i colleghi che preferiscono tarparsi le ali per ragioni di comodo? O è il pubblico che richiede a gran voce e preferisce notizie di gossip, curiosità, sport e altro? È il sistema che non funziona? Trent’anni di tv commerciale, riviste di pettegolezzo, film e produzioni da “panettone” hanno compiuto un vero e proprio lavaggio del cervello e la gente non ha più gli strumenti o la forza per reagire?

I fattori che hai citato sono concatenati. Esistono buone dosi di conformismo che sfociano nel servilismo, ma la condotta del singolo giornalista è influenzata in modo decisivo dal sistema, costituito da editori impuri, legati a interessi in altri settori e ai contributi di partitico conio. Come denunciò Pier Paolo Pasolini già prima della deriva berlusconiana, le tv generaliste si erano innestate come instrumentum regni dei poteri economici internazionali e dei rispettivi referenti politico-istituzionali. Il meccanismo è semplice: l’intrattenimento promuove una subcultura intrisa di modelli consumistici e superficiali; i fatti sono sottoposti a censure e manipolazioni sofisticate alternate a improvvisi messaggi di shock disinformation, propedeutici allo smantellamento del senso di giustizia e delle conquiste sociali.

Nella sezione “bio” del tuo sito personale si legge «vinto il concorso per un posto di impiegato in Comune, abbandonai presto per senso d’inutilità». Non vogliamo certo intendere che tutti gli impiegati comunali siano inutili, ma incuriosisce questa tua affermazione.

Mi rendo conto che questa affermazione possa essere associata ai cliché che generalizzano malvezzi presenti nel pubblico impiego. In realtà la frase traduce semplicemente la mia sensazione di allora, cioè di non potermi esprimere in quel ruolo incasellato. Voglio sottolineare che ogni funzione pubblica è importante e una corretta comunicazione dovrebbe trattare casi specifici di sprechi e inefficienze senza alimentare, con disonestà intellettuale, campagne per privatizzare beni e servizi.

A conclusione di un lavoro di studio e indagine durato due anni da parte tua e del collega Ferruccio Pinotti, la casa editrice Chiarelettere ha pubblicato, a novembre 2013, I panni sporchi della sinistra. A marzo 2014 il libro è giunto alla quinta edizione. Un lavoro editoriale importante, pungente, rischioso per certi versi. Sei soddisfatto del risultato che ha portato o sta portando il tuo impegno?

Sì, cinque edizioni sono un ottimo risultato. La molla che spinge a continuare nelle presentazioni del libro e nei dibattiti con intellettuali e magistrati è l’interazione, non solo con i relatori ma anche con i cittadini; una mescolanza che mi arricchisce ogni giorno di più.

Si sono lette molte critiche al contenuto de I panni sporchi della sinistra. In particolare viene considerato un azzardo riferire sui trascorsi di Giorgio Napolitano e sulla sua possibile appartenenza alla massoneria, basandosi anche sulle dichiarazioni di una fonte che ha preferito rimanere anonima. Il punto è che non è tale per te e per Pinotti. È presumibile che abbiate svolto accurate indagini per verificare le fonti prima di citarle. È corretto?

Certo, abbiamo vagliato documenti e testimonianze. Le critiche si sono concentrate su aspetti secondari anziché sulle nuove chiavi di lettura e sugli scoop: il luogotenente di D’Alema a Gallipoli, Flavio Fasano, in rapporti con un boss della Sacra Corona Unita, la condanna alla Corte dei Conti dello storico tesoriere Ds Ugo Sposetti, pedina cruciale nei rapporti col centrodestra. Ricordi quando Gazebo sorprese Sposetti e la quintessenza del berlusconismo, Denis Verdini, nella Galleria Sordi alla vigilia dell’accordo sulle larghe intese per il governo Letta? Altre verità scomode, ignote all’opinione pubblica, sono le persecuzioni politico-giudiziarie ai danni di magistrati che hanno reso concreto l’articolo 3 della Costituzione, come Clementina Forleo (gip di Milano sulle scalate bancarie) e Desireè Digeronimo (pm antimafia di Bari che ha anche scoperto la Sanitopoli pugliese). Mentre Berlusconi e altri possono essere giustamente sviscerati sotto ogni aspetto (ma non pagano con la detenzione per i crimini commessi), the other side of the moon evidentemente no. Le ruote dentate del sistema, basato su una ricattabilità reciproca, a raggiera, prevedono che oltre una certa soglia non sia consentito andare: i rari magistrati e giornalisti che lo fanno incidendo nei gangli della geopolitica, della finanza e dei poteri occulti ne pagano le conseguenze. Mi scuso per la digressione. Tornando alla tua domanda specifica, l’ipotesi dell’appartenenza di Napolitano alla massoneria atlantica, avanzata dai Maestri Gioele Magaldi del Grande Oriente Democratico e Giuliano Di Bernardo della Gran Loggia regolare d’Italia, credo sia interessante se inserita all’interno di un’analisi storica sull’ascesa dell’attuale capo dello Stato. Napolitano, di stirpe partenopea liberale, figlio di un avvocato massone, è stato nel tempo burocrate comunista fedele a Togliatti e a Mosca, collaterale a Craxi e a Berlusconi, garante degli ambienti atlantici e barometro delle tecnocrazie legate a doppio filo ai poteri finanziari. La comprensione degli avvenimenti è facilitata se lo scrittore realizza un compendio dei cursus honorum dei maggiorenti democratici, soliti alle agiografie, e riannoda i fili tra scandali giudiziari, conflitti d’interesse, rapporti tra partito e banche, cointeressenze che stanno alla base di politiche subalterne al berlusconismo e al liberismo sfrenato. Ritenevamo necessario decodificare le ragioni profonde dell’involuzione antropologica della sinistra, deprivata nel corso di un trentennio del patrimonio di idee e di etica civile.

In teoria non costituisce reato l’appartenenza a una setta o loggia. Perché allora, secondo te, in tanti stentano ad ammettere la loro fratellanza o l’ipotesi del loro coinvolgimento con la massoneria?

Perché essere associati a gruppi ontologicamente opachi è un fatto negativo, anche soltanto in termini di immagine. Al di là della questione penale che esiste nel caso di logge illegali come fu la P2 di Gelli, esistono tanti livelli di massoneria che operano in contesti ed epoche molto diversi tra loro, ma quanto condizionino i destini dei governi e delle economie transnazionali non è misurabile per la conoscenza ancora troppo parziale di questi fenomeni. Un discorso analogo vale per i club esclusivi internazionali che rendono noti gli elenchi degli ospiti ma non certo il contenuto delle tavole rotonde che si sviluppano tra banchieri, capitani d’industria e di finanza, manager, giornalisti selezionatissimi. Gli stessi protagonisti della vita pubblica dei rispettivi Paesi, poi, si ritrovano nei governi e nei salotti televisivi a dettare i temi dell’agenda mediatica tra i quali, putacaso, campeggiano i dogmi dell’austerity. Tutto il contrario della trasparenza e della deontologia.

Leggendo I panni sporchi della sinistra e riflettendo sui fatti e sui dati riportati, correlandoli alla contemporanea attività parlamentare e di governo, sembra quasi che la dicitura “di sinistra” o “di destra” sia solamente un escamotage per dividere il popolo, separarlo in tanti piccoli gruppi contrapposti l’un l’altro. I guelfi e i ghibellini del terzo millennio. E mentre le persone si azzuffano per difendere i rispettivi leader, questi stringono fra di loro larghe intese. Non sarebbe meglio abbandonare queste etichettature e concentrarsi sui fatti, sulle azioni concrete? Che siano queste fatte da uomini che si definiscono di destra o di sinistra alla fine non conta; ciò di cui deve importare e che deve contare è la sostanza.

Sono d’accordo che si debba valutare il lavoro svolto e non l’appartenenza, dietro il cui paravento si perpetrano le scelte più deteriori, effetto anche del consociativismo. La differenza di valori tra destra, centro e sinistra però ha ancora senso. In Italia non esiste più una sinistra (sia essa rossa, verde, socialista o keynesiana) che ponga come meridiano di Greenwich la giustizia sociale, le reali pari opportunità, la tutela dell’ambiente e del tessuto produttivo italiano, la laicità come forma mentis. Basti pensare alla lunga stagione di svendita di reti strategiche nazionali e servizi locali, alla precarizzazione del lavoro, al finanziamento delle scuole private e alla demeritocrazia patita da donne di talento, all’assenza di una qualsiasi progettualità Politica con la p maiuscola. Secondo la professoressa Mariana Mazzucato, docente di Economia all’Università del Sussex, lo Stato dovrebbe tornare a orientare l’economia, concorrendo in modo virtuoso con i privati e investendo in ricerche sperimentali, grazie alle quali, come insegna il modello della Silicon Valley, possono venire sviluppati prodotti innovativi. Invece si è lasciato che il capitalismo globalizzato continuasse a far leva sul gap di diritti e salari (altri, Usa e Cina compresi, hanno posto dazi doganali ad hoc per l’interesse nazionale) e che le industrie italiane, dato che anche le più illuminate non vivono per la gloria, trovassero più conveniente la rendita finanziaria. Non solo: queste maschere politiche, che hanno campato tra corruttele e familismo amorale, sono arrivate a svendere il futuro, sottoscrivendo accordi suicidi come il fiscal compact, che si traduce in un cappio al collo da 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni. l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio accelererà la spirale di macelleria sociale e di contrazione delle risorse per settori come la cultura, che sono il traino delle società evolute. Il pareggio in bilancio è stato inserito in una Carta costituzionale vincolata all’ordinamento europeo dopo un rapido iter, nel dicembre 2012, col consenso politico e col silenzio mediatico generale, poco dopo il premier Monti firmò il Trattato del Fiscal Compact. Per questa somma di ragioni la sinistra di D’Alema, Veltroni e altri emuli del blairismo si è scritta da sola l’epitaffio, permettendo a Renzi di scalare il partito e di proseguire, sotto le mentite spoglie del rinnovamento, i dettami della Troika. D’altronde Renzi, come descriviamo nel libro, è prescelto da poteri fortissimi: la galassia ruotante attorno a Berlusconi, il mondo clericale da cui discende, la destra americana dello stratega repubblicano Micheal Leeden presente alla Leopolda, il gotha dell’industria e della finanza che lo sostiene sin dal principio.

Stai lavorando già a qualche nuovo progetto?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Ciao!

(Intervista di Irma Loredana Galgano)

Link a Sul Romanzo.

No women, no party

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La questione femminile resta un nodo irrisolto nella sinistra italiana. Le ragioni che andremo a sviscerare sono molteplici e complesse ma il dato storico ineludibile è che dopo la stagione delle conquiste sociali e civili non si è realizzato un processo di concreto avvicinamento alla parità di genere nella società e nella politica. Gli stessi eredi del Pci sembrano aver smarrito gran parte di quell’impegno per le donne che ha visto intrecciarsi almeno tre generazioni nei grandi fermenti politico – culturali del Novecento, dal ruolo decisivo delle partigiane nella Resistenza e nell’assemblea costituente ai movimenti femministi, ecologisti e pacificisti.
Sin dalla nascita il Partito Democratico ha introdotto regole che garantiscono un incremento della presenza rosa, ultima delle quali il doppio voto alle primarie del 2012. Le parlamentari della XVII legislatura hanno dunque raggiunto la percentuale del 37,9%. Tuttavia l’applicazione di principi come meritocrazia e pari opportunità, enunciati sovente con ridondante ipocrisia, mal si concilia con la logica delle quote rosa e viene annichilita dal meccanismo che consente al Sistema la vera cooptazione: la legge elettorale meglio nota come Porcellum che ha eliminato il voto di preferenza e affidato al vertice dei partiti la scelta dei candidati da mandare in Parlamento. Naturalmente la selezione delle classi dirigenti non penalizza solo donne ma anche uomini meritevoli. Il Potere in genere, nel settore privato e in quello della pubblica amministrazione, favorisce o al contrario ostacola in modo sofisticato i percorsi personali secondo precisi schemi che rispondono alla propria convenienza, sia essa il mantenimento dello status quo o un riformismo gattopardico. Premesso ciò, resta il fatto che nessuna esponente politica della sinistra italiana ha mai avuto un ruolo apicale come invece avviene regolarmente da anni nel mondo. Nel 2006 le ministre dei Ds nel governo Prodi erano soltanto 3: la dalemiana Livia Turco alla Salute, la veltroniana Giovanna Melandri a Sport e politiche giovanili, l’ex occhettiana Barbara Pollastrini alle Pari opportunità. Nell’esecutivo di Enrico Letta sono rimaste tre dopo le dimissioni dal ministero dello Sport di Josefa Idem in seguito alla scoperta di irregolarità fiscali: dell’area collocabile grossomodo a sinistra troviamo il ministro degli Esteri Emma Bonino , all’Integrazione il medico oculista Cecyle Kyenge e all’Istruzione Maria Chiara Carrozza, ex rettore della scuola Sant’Anna di Pisa dove molti anni prima conseguì il dottorato di ricerca (Diritto delle comunità europee) il giovane Letta.
Per restare solo in Europa il premier della Danimarca è la socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt, in Islanda è Johanna Sigurdardottir, lesbica dichiarata; in Finlandia è stata presidente della Repubblica dal 2000 al 2012 Tarja Kaarina Halonen mentre Mari Kiviniemi era a capo di un governo con 12 donne ministri su 20; in Irlanda negli anni ’90 si sono succedute le presidenti Mary McAleese e Mary Robinson. In Francia non è stata una sorpresa quella di Sègolène Royal, nel 2007 candidata del Psf all’Eliseo contro il vincente Nicolas Sarkozy. Infatti sedici anni prima la socialista Edith Cresson, già ministro dell’Agricoltura e del Commercio estero, fu nominata primo ministro dal presidente della Repubblica François Mitterrand. Nella tradizionalista Spagna il governo Zapatero del 2008 era composto in maggioranza da donne, anche in ministeri chiave: Economia e Finanze per la vicepresidente Elena Salgado Méndez, Sviluppo a Magdalena Álvarez Arza, Scienza e Innovazione a Cristina Garmendia Mendizábal, Sanità e in seguito Esteri per Trinidad Jiménez García-Herrera. Il dicastero dell’Economia è rosa anche in Danimarca, Austria, Finlandia e Lituania. In Inghilterra il sottosegretario all’Europa Caroline Flint si dimise nel 2009 accusando l’allora premier laburista Gordon Brown:”Parecchie che formano il governo, me inclusa, sono state da te trattate come poco più che donne-vetrina. Non voglio più far parte del governo con una responsabilità solo marginale”. Il gesto sarebbe impensabile in Italia, dove pure le ministre sono relegate a ruoli di seconda o terza fascia. Resta esclusivamente maschile, oltre alla presidenza del Consiglio, il motore decisivo per la politica industriale: il ministero dell’Economia. La differenza con le altre democrazie occidentali si conferma notevole all’europarlamento: nel 2009 l’Italia risulta ventiquattresima sui 27 Paesi Ue per rappresentanza femminile a Bruxelles con 17 elette su un totale di 72. E pensare che è stata proprio un’italiana, Lara Comi del Pdl, ad ottenere il riconoscimento del Mep Awards 2012 come migliore deputata nel settore del mercato interno e della protezione dei consumatori. Nel Belpaese su venti Regioni esistono due sole governatrici, in Umbria Catiuscia Marini e in Friuli Venezia Giulia Deborah Serracchiani , la giovane candidata che alle Europee era stata in grado di battere in preferenze Berlusconi senza poi trovare spazio a livello nazionale. Le donne sindaco sono soltanto 884 su 8mila Comuni e un terzo delle giunte non ha neppure un assessore del gentil sesso. Per quanto attiene ai partiti si è già detto della Francia ma anche in Germana il Spd, che punta su Peter Steinbruck nella sfida alla cancelliera Angela Merkel, annovera la vicepresidente del partito Hannelore Kraft, governatrice dell’importante regione della Renania settentrionale-Vestfalia, e la segreteria generale Andrea Nahles. Dal 2012 i Verdi sono guidati da Claudia Roth mentre nel Linke, partito creato da Oscar Lafontaine, prosegue la coabitazione della giovane presidente Katja Kipping con l’esperto Bernd Riexinger. In Italia nessuna donna ha potuto guidare un partito di sinistra ad eccezione di Grazia Francescato, eletta presidente dei Verdi nel 1999 al posto del dimissionario Luigi Manconi, reduce dall’1,8% alle Europee. La forza elettorale e dunque il potere di incidere del partito italiano, con percentuali in media tra il 2 e il 3%, è nettamente inferiore ai Verdi tedeschi che viaggiano sul 15%. In ogni caso Francescato, fondatrice nel 1973 della rivista femminista Effe, scrittrice e presidente del Wwf, diede una spinta innovativa partecipando ai movimenti no global in occasione del vertice del Wto di Seattle, prima del famigerato G8 di Genova del 2001. Soppiantata in un baleno da Alfonso Pecoraro Scanio, è stata ripescata 8 anni dopo per far rinascere gli ambientalisti rimasti fuori dal Parlamento. In seguito Grazia Francescato, che dal 2003 al 2006 è stata contemporaneamente consigliere comunale di Villa San Giovanni in Italia (Reggio Calabria) e portavoce femminile dei Verdi europei, è entrata nel coordinamento nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà.
Il Sistema può contare anche sullo scudo della frammentazione di ruoli e incarichi che impedisce di attribuire specifiche responsabilità, un circolo vizioso che è padre e figlio della società italiana. Le statistiche confermano che le donne, pur ottenendo risultati migliori nelle scuole e sul lavoro, raramente accedono a posti dirigenziali. Il Global Gender Gap Report 2012, rapporto pubblicato dal World Economic Forum che misura il divario tra i sessi in termini di pari opportunità, colloca l’Italia al 80° posto su 134 nazioni prese in esame. In media nel nostro Paese le ragazze laureate sono sessanta su cento, dunque sopra il 58,5 e il 58% di Stati Uniti e Regno Unito. Già nel 1998 superavano i maschi con un rapporto di 56 a 44 per cento. La differenza retributiva è notevole: secondo una rielaborazione del Sole 24 Ore2 sui dati It-Silc (European Statistics on Income and Living Conditions) del 2008 la presenza femminile nel top management era soltanto il 10% e nei consigli di amministrazione delle società quotate il 6%. La legge del luglio 2011 sul terzo di quote rosa obbligatorie nei cda, proposta da Alessia Mosca (Pd) e Lella Golfo (Pdl), perlomeno ha invertito la tendenza. L’anno seguente l’Unione europea ha calcolato una crescita delle consigliere nelle quotate italiane sino all’11%, dato comunque al di sotto della media, pari al 15,8%. Anche la questione morale si interseca con quella femminile: dirigenti, funzionarie e professioniste nei guai con la giustizia sono infinitamente meno rispetto ai pari grado uomini.
Sulle relazioni sociali e professionali esercitano da sempre una fondamentale influenza le tradizioni e la religione nell’ambito del rapporto tra Stato e Vaticano. E’ impresa ardua rivoluzionare il punto di vista di una realtà patriarcale e nepotista che affida al maschio il ruolo di erede e “cacciatore” e alla donna, prevalentemente, quello di angelo del focolare. In Inghilterra, Germania e nei paesi scandinavi, ad esempio, lo Stato supporta in modo incisivo non solo la maternità ma anche la paternità, scelta che è sinonimo di una visione moderna della reciprocità nelle responsabilità familiari. In Italia i provvedimenti concreti latitano in termini di rafforzamento del welfare attraverso offerte di asili nido, servizi alle famiglie, o deducibilità dei costi per baby sitter e badanti. Anzi, il dilagante precariato di contratti a termine o parasubordinati mette a rischio le tutele per la maternità che si davano per acquisite. In forma più o meno latente sopravvivono stereotipi sul timore della gravidanza e sulla minore affidabilità delle lavoratrici, peggio se esteticamente gradevoli, quand’anche sovrastino oggettivamente i colleghi. L’altra faccia della medaglia sono le carriere-lampo in cambio di favori sessuali al capo. Gli stessi fattori sono applicabili ad una politica in cui l’aberrazione berlusconiana, ossia il casting di giovani prive di esperienza selezionate per l’aspetto e le frequentazioni, non viene adeguatamente contrastata. Le manifestazioni in difesa della dignità della donna sono scoppiate soltanto quando i festini con il Bunga Bunga e l’inserimento di ‘favorite’ come Nicole Minetti nei consigli regionali hanno fatto traboccare il vaso della sopportazione. Tuttavia il livello di assuefazione alla cultura consumistica della ‘femmina oggetto’ propinata nel tempo dai media berlusconiani non può essere l’unica spiegazione di una lenta e progressiva involuzione.
L’impegno civile delle donne è storicamente dimostrato dal numero di volontarie che si sono spese per la polis. Ciò malgrado le scarse possibilità di carriera e persino di autonomia, se consideriamo un partito accentratore e tradizionalista come il Pci in cui erano graditi i matrimoni interni alla ‘ecclesia rossa’. Eppure le attiviste hanno lasciato il segno negli anni della contestazione, arrivando a superare la metà più uno degli iscritti nella dotta e rossa Bologna. Nel 2011 le iscritte democratiche sul territorio risultano soltanto il 21% del totale. La spiegazione risiede anche nel disincanto nei confronti di un partito che ha smarrito la propria identità. Nell’eterogeneo Pd convivono posizioni agli antipodi, dalla cattolicissima Rosy Bindi ad Anna Paola Concia, deputata in prima linea per l’estensione dei diritti civili. In questo quadro si avverte l’assenza di spazi politicamente vitali per pioniere in grado di rovesciare la prospettiva. Nel 1968 la anarco-comunista Rossana Rossanda sfidò il Politburo sovietico e l’ancora irregimentato partito italiano denunciando i crimini del socialismo reale e pagando il fio della radiazione. Quel casus belli, parte integrante di un rapporto irrisolto di odio-amore coi compagni, contribuì a orientarli, assieme ai movimenti femministi e ai Radicali, verso importanti conquiste per via referendaria: la legge sul divorzio del 1974 e quella sull’aborto di sette anni dopo. Con il tempo quella partecipazione che rende autentica una democrazia si è progressivamente spenta, come se oltre alla spinta propulsiva del Pci si fossero esaurite anche le lotte per una completa emancipazione. Lidia Menapace, partigiana cattolica, fondatrice del Manifesto e protagonista dei movimenti degli anni ’70, è un esempio della mancata valorizzazione del talento e delle tematiche femminili. Nonostante ripetuti appelli e raccolte di firme, l’intellettuale che insegnava il rigore nell’uso di un linguaggio sessuato e antimilitarista, rimase esclusa per decenni dal Parlamento. Solo nel 2006, a 82 anni, Menapace fu candidata ed eletta con Rifondazione Comunista. Le idee pacifiste le costarono subito la guida della Commissione Difesa al Senato in favore di Sergio De Gregorio, il dipietrista saltato a pagamento sul carro del berlusconismo. Tutt’altro excursus è quello che ha portato la socialista Fernanda Contri a diventare giudice della Corte costituzionale, nominata dal presidente Scalfaro nel 1996. Avvocato civilista, vicinissima a Giuliano Amato, Contri fu segretaria generale sotto la sua presidenza del Consiglio nel periodo delle stragi mafiose. Infatti diciotto anni dopo è stata chiamata a testimoniare dai pm di Caltanissetta su due incontri avvenuti il 22 luglio e il 28 dicembre 1992 tra l’ufficiale del Ros Mario Mori e Vito Ciancimino: ”Non erano ancora stati celebrati i funerali di Paolo (Borsellino, nda) e Mori mi disse che stavano sviluppando importanti investigazioni, precisando che stava incontrando Vito Ciancimino (…) Mori mi confermò che stava incontrando Ciancimino, aggiungendo ‘mi sono fatto un’idea che Ciancimino è il capo o uno dei capi della mafia”. Le capacità della Contri sono unanimemente riconosciute: partecipava a commissioni ministeriali in materia di ordinamento giudiziario, diritto per i minori e di famiglia, è stata ministro degli affari sociali, poi membro laico del Csm in quota Psi e del gruppo di saggi del Consiglio d’Europa sui diritti umani.
La porta sbarrata della stanza dei bottoni nei confronti delle intellettuali progressiste, ambientaliste, laiche – in una parola anticonformiste – ha profonde radici storiche e culturali. In Francia risale al 1791, sull’onda della rivoluzione, la prima dichiarazione dei diritti della donna, in Inghilterra la letteratura vittoriana offrì occasioni significative di emancipazione, anticipatrici dei salotti politici. Il fatto che nel nostro Paese, ancora nel Novecento, fossero rari gli esempi di donne nelle arti e nelle professioni la dice lunga sull’arretratezza della società italiana, dovuta a vari fattori tra cui la povertà e l’analfabetismo diffuso, le differenze linguistiche e la tardiva unificazione. Paradossalmente, pure se emarginate nel Ventennio antidemocratico e ‘machista’, le partigiane nella Resistenza riuscirono a sviluppare le loro potenzialità, rompendo l’abituale isolamento dalla vita pubblica e politica. Gli storici calcolano 30mila donne impegnate come staffette e direttamente nella guerriglia contro i nazifascisti; furono l’àncora di salvezza per la Liberazione e al contempo la linfa per l’affermazione della parità di genere nella Carta Costituzionale, conquistando posti di comando senza doverli chiedere ai compagni. La partigiana Teresa Mattei venne eletta a 25 anni all’Assemblea Costituente nelle fila del Pci per cui ha svolto un ruolo di primo piano nella lotta per i diritti delle donne, fra l’altro ideando la festa dell’8 marzo. Gisella Floreanini nel 1944 fu il commissario per l’assistenza e i collegamenti con le organizzazioni di massa durante i quaranta giorni della Repubblica dell’Ossola (Piemonte), poi presidente del Comitato di Liberazione nazionale di Novara e infine parlamentare del Pci; Camilla Ravera, dirigente dell’Unione Donne Italiane, nel 1982 è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sandro Pertini. La partigiana cattolica Tina Anselmi è stata invece la prima donna ministro, con deleghe al Lavoro e poi alla Sanità a fine anni ’70, autrice di riforme come la legge per le pari opportunità e l’istituzione del Servizio sanitario nazionale. Anselmi, che ha donato alla democrazia italiana il fondamentale lavoro alla guida della Commissione parlamentare sulla loggia massonica P2, è stata candidata nel 1992 a presidente della Repubblica ma senza concrete chances. Anche il nome di Nilde Iotti risuonava velleitariamente nella rosa di aspiranti al Colle. Nella scomoda condizione di compagna clandestina di Palmiro Togliatti, Iotti venne elevata a icona con un perfido sottinteso maschilista che la rendeva inimitabile, dunque irraggiungibile, dalle giovani compagne: membro della Commissione incaricata della stesura della Costituzione, in Parlamento dal dopoguerra per mezzo secolo, primo presidente della Camera dal 1979 al 1992. In quell’anno che segna lo spartiacque con la cosiddetta Seconda Repubblica Nilde Iotti è stata la candidata al Quirinale più votata al quarto, settimo e ottavo scrutinio con un massimo di 256 consensi dei grandi elettori, ma i partiti avevano già deciso che il presidente della Repubblica sarebbe stato Oscar Luigi Scalfaro. Vent’anni dopo lo scranno istituzionale più alto riservato ad una donna di sinistra, nella fattispecie a Laura Boldrini, è di nuovo la terza carica dello Stato. Al di là dei numeri di deputate e senatrici in aumento pesano alcune scelte simboliche. In Calabria, ad esempio, non sono state candidate giovani amministratrici democratiche nel mirino della ‘Ndrangheta: Elisabetta Tripodi, sindaco di Rosarno, e l’ex prima cittadina di Monasterace Maria Carmela Lanzetta, intimidite con incendi dolosi e minacce di morte. L’allora segretario Bersani ha citato ad esempio Lanzetta nella disfida televisiva con Matteo Renzi ma al momento di compilare le liste il Pd non ha trovato posto per nessuna delle amministratrici. Quale miglior simbolo di cambiamento sarebbe stata la candidatura di chi ha sacrificato la propria serenità per difendere il territorio, devastato dall’abusivismo e dalle speculazioni edilizie delle cosche?

Testi (Coop Nordest): “Riaccendiamo la voglia di sinistra”

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REGGIO EMILIA – Mentre si vivacizza il dibattito attorno ai candidati alla segreteria, crescono le adesioni alla Nuova sinistra Ds. Ne parliamo con chi è stato fra i primi firmatari della mozione Due: Renzo Testi, presidente di Coop consumatori Nordest e già sindaco di Correggio dal 1963 al 1976.
Come nasce «Nuova sinistra»?
«Negli ultimi tempi tante persone anche nostri elettori hanno perso fiducia nella politica intesa come impegno e partecipazione, finendo col rinchiudersi sempre più nel privato. Per riaccendere una speranza occorre ridare senso e identità ad una sinistra che rischia di smarrire i suoi connotati originari. E di non saper dispiegare un pensiero critico così come una reale politica di cambiamento».
Come immagina i Ds del 2000?
«In tre parole: associazione, progetto, società. Un partito federalista dove pesino sempre più gli iscritti e meno gli apparati, capace di elaborare un progetto di trasformazione della società e di ridurre il fossato tra governanti e governati».
Oggi invece…?
«D’Alema e Veltroni tendono a far prevalere la Realpolitik, sacrificando tematiche sociali e programmi in nome di governabilità e accordi di schieramento. La disaffezione dei cittadini è l’inevitabile conseguenza dell’appiattimento della Sinistra su posizioni centriste e moderate».
Da cosa ripartire per riaccendere la voglia di sinistra?
«Dalla riattualizzazione di valori come giustizia sociale, pace, solidarietà, propri del socialismo italiano ed europeo, di cui il riformismo emiliano è stato parte significativa. Credo nello sviluppo di una economia sociale che possa coniugare efficienza e solidarietà sul modello cooperativo, introducendo nel liberismo un concetto di responsabilità sociale ed ambientale. Inoltre, in periodi di attacchi alla magistratura e del cosiddetto “processo giusto”, diventa irrinunciabile la questione morale. Quanto una politica per la pace in Europa, intesa come unione dei popoli più che delle monete».
Lei firmò con don Dossetti l’appello per il cessate il fuoco nella ex Jugoslavia…
«Occorre dare maggiore autorevolezza e capacità di intervento all’Onu, che non dovrà più essere scavalcato dalla Nato per decisioni riguardanti le sovranità di popoli e paesi. Bisogna andare verso un governo mondiale che possa legittimamente assumere l’ingerenza in difesa dei diritti umani».
L’abiura del comunismo da parte di Veltroni?
«Un’abiura non necessaria e comunque sbagliata. Perché si finisce con l’accomunare in modo semplicistico Est europeo e tradizione comunista italiana, che i conti col passato li ha già fatti, in cui gli errori sono di gran lunga inferiori ai meriti. Due su tutti: il decisivo apporto nella lotta di Resistenza e le battaglie democratiche del dopoguerra per le riforme e i diritti dei lavoratori».
Com’è stata accolta la mozione dalla maggioranza?
«Non cerchiamo contrapposizioni ma di riaprire un dibattito interno sui contenuti, un confronto che qualcuno sta cercando di spostare sul toto segretario».
Tra Marchi e Masini, quale candidato appoggerete?
«E’ prematuro indicare preferenze. Non si può trasformare la discussione nei congressi di base di un referendum o plebiscito per la scelta del segretario. Personalmente sosterrò il candidato che al congresso provinciale esprima programmi condivisibili e si impegni per attuare un cambiamento del gruppo dirigente e del modo di far politica».
Stefano Santachiara
Gazzetta di Reggio