Booksitter recensisce ‘La purezza del serpente’

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La storia di un altro tempo è quella di Elena, la protagonista de La purezza del serpente, il romanzo di Stefano Santachiara, pubblicato per Amazon. 

Siamo nel 1918 e Elena è sposata a un uomo, per lei, ripugnante, Goffredo. Un uomo ricco e potente. È nelle stanze di una casa enorme, che inghiotte non solo i personaggi ma anche il lettore, che l’avventura di Elena prende il via scatenando una specie di tasselli componibili in un mosaico esteso nello spazio e nel tempo. Che spirito, Elena! 

Ci si ritrova catapultati in una dimensione quasi onirica, cosparsa di svolte e di incontri e di nuovi spazi da conquistare, di ostacoli da superare. È un vortice quello che apre Elena con la sua fuga. 

Dal punto di vista stilistico, troviamo una narrazione pastosa, le parole sono state scelte con cura, l’ipertesto è ricco e restituisce un tessuto che va al di là della storia immediata di Elena. 

Il fatto curioso, però, è la scelta di Stefano Santachiara di affidare La purezza del serpente non all’editoria tradizionale, bensì all’autopubblicazione

Stefano Santachiara non è affatto nuovo nel panorama editoriale italiano, le sue scelte — si deduce — erano più di una. Infatti, Santachiara è giornalista d’inchiesta, ha indagato sul malaffare pubblico e privato e sugli scempi edilizi e sulle collusioni mafiose in Emilia Romagna per varie testate. Penna de «il Fatto Quotidiano», le sue indagini sono state riprese poi da Report. Per Chiarelettere, ha publicato I panni sporchi della sinistra. 

Resta il fatto che, il suo romanzo lo ha affidato al colosso americano che, da qualche anno, è sbarcato anche nelle librerie fisiche. Un tempo, l’impossibilità di vendere attraverso la libreria rappresentava un punto a favore degli editori indipendenti nella lotta contro Amazon Publishing. 

Tuttavia, il fenomeno dell’autopubblicazione non è nuovo in Italia, ma, solitamente, veniva scelto da una determinata tipologia di narrativa, per lo più rosa, che si dimostrava essere anche danarosa, stando alle testimonianze di alcune scrittrici che con l’autupubblicazione hanno raggiunto un discreto successo di vendite. 

Negli Stati Uniti, per esempio, il fenomeno è così diffuso che autori come Jennifer L. Armentrout sono diventati casi editoriali. Di lei, Forbes ne parla come di una scrittrice di best-seller, un’impresa straordinaria, definendola come autrice ibrido, cioè che pubblica sia con le case editrici tradizionali sia in selfpublishing. I suoi libri autopubblicati sono rimasti nella top ten di Amazon, e non solo, per diverse settimane, un successo non ancora raggiunto dai romanzi pubblicati dalle grandi case editrici americane. (L’autrice, in italiano, è pubblicata da Nord Edizioni.)

In Italia, uno dei casi più sorprendenti è quello di Riccardo Bruni che nel 2016, con La notte delle falene, finisce allo Strega e poi pubblicato, l’anno dopo, da La nave di Teseo. 

E allora, chissà che la storia di Elena non si annoveri tra i prossimi casi sorprendenti.  

(Irina Francesconi Turcanu)

Link all’articolo di BOOKSITTER: la purezza del serpente – booksitter

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8 commenti

Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta

Non è retorica sostenere che la legislazione in materia di diffamazione sia un palliativo ai colpi inferti alla libertà di stampa. Il problema è connesso alla generale mancanza di volontà politica (e delle lobby di riferimento) di far funzionare la Giustizia, dunque di invertire la ratio di norme che producono il sovraccarico dei tribunali (l’editoriale di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera). Qui intendo occuparmi degli effetti devastanti che cause penali e civili possono avere sui giornalisti e sulla capitis deminùtio dei lettori, privati di notizie e inchieste di interesse pubblico. Il disegno di legge degli onorevoli Enrico Costa (Pdl) e Walter Verini (Pd), approvato il 2 agosto 2013 dalla Commissione Giustizia e tra pochi giorni in discussione alla Camera, vieta il carcere per i reati di ingiuria e diffamazione a mezzo stampa lasciando la competenza al giudice monocratico. Contemporaneamente però inasprisce le sanzioni pecuniarie: oggi l’articolo 595 del codice penale prevede in caso di condanna una reclusione da 6 mesi a 3 anni o in alternativa una multa non inferiore a 516 euro. La nuova norma introduce una pena pecuniaria sino a 10mila euro, che sale nelle forbice da 20 a 60mila euro se il reato è aggravato dalla consapevolezza dell’atto diffamatorio. Si tratta di una spada di Damocle sui bilanci delle piccole testate in evidente contrasto con la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che da tempo stigmatizza le sanzioni pecuniarie sproporzionate. Per quanto attiene all’informazione sul Web, ultimamente al centro dell’attenzione politica, è stata resa obbligatoria la rettifica per le testate registrate in tribunale, in termini decisamente tranchant per una materia così complessa: entro due giorni, senza commento, a prescindere dalla veridicità delle replica del presunto offeso  (la riflessione di Bruno Saetta sul sito Valigiablu). E pensare che la correzione, se declinata negli interessi di ambo le parti, potrebbe essere lo strumento per ridurre i contenziosi. Ad esempio, il legislatore potrebbe prevedere che la rettifica da parte del cronista, in caso di errore in buonafede, estingua la causa in partenza.
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