Il francobollo “compilativo” del Manifesto col titolo sbagliato Social femminismo

Lascia un commento

Non hanno inteso addentrarsi nell’”ardita” sostanza, i colleghi del Manifesto che recensiscono Socialfemminismo cadendo in un paio di contraddizioni: https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/1312631255449945/?type=3&theater.
Qualora si intendesse ovviare all’evidenza della censura della cerchia mediatica, segnatamente nei confronti dei contenuti del libro e non verso l’autore (“I panni sporchi della Sinistra” due anni orsono ebbe una dozzina di recensioni approfondite), potrebbe bastare un migliaio di battute?
Sarò breve parimenti, senza dilungarmi sul tentativo di dequalificare il testo per mezzo dell’aggettivo “compilativo”, inconciliabile peraltro con la seguente definizione di “ricerca delle cause – storiche, economiche e simboliche in prospettiva marxista- del predominio maschile e della sopraffazione di genere”. Le selezionate referenze, con oltre mille note, sono il terreno fertile per sviluppare una visione critica del patriarcato e un’esplorazione interrogante che fanno di Socialfemminismo, a giudizio di chi come Grazia Francescato ha potuto leggerlo, un “saggio ricco di nuovi spunti e molto stimolante”. Dunque l’aggettivo usato dal Manifesto, nel quadro di un giornale votato giustamente alla divulgazione storica e alla riproduzione di nozioni, pare un esercizio autosatirico (proiezione, in psicanalisi) sopra tutto se si effettua una comparazione con il libro del vostro giornalista Paolo Ercolani, “Contro le donne”, costituito da un’elencazione di citazioni di filosofi.
La cartina di tornasole, sia detto con il robusto sorriso di chi andrà avanti nella lotta, è semplice: il saggio in oggetto si intitola Socialfemminismo, non Social femminismo come appare nella mini-recensione. Nella Biblioteca modenese che lo espone, ad esempio, si può notare a fianco la copertina del testo di Adriano Prosperi: sopra le sillabe Iden-, a capo tità: https://www.facebook.com/Socialfemminismo/photos/a.1723402637972820.1073741828.1723397034640047/1731968847116199/?type=3&theater
A ciascuno l’errore occorre, nel duplice senso di “capitare” e di “servire” a migliorarsi. Dallo scivolone semantico del Manifesto però si coglie il nesso causale fra post-verità e pre-giudizio: la “post-lettura” del libro, evidentemente non sfogliato molto oltre il succitato virgolettato dell’introduzione, quando compare per la prima volta il termine Socialfemminismo.

P.S: L’IRONIA PURTROPPO NON E’ SUFFICIENTE. SEGUENDO IL SUGGERIMENTO DI AMICI, PUBBLICO ALCUNI STRALCI (18 febbraio)

Pag.10 Introduzione, dove compare per la prima volta il termine Socialfemminismo (il virgolettato citato dal Manifesto si trova a pag.6)

(…) E’ scientificamente provato che il sesso femminile interpreti meglio il pensiero altrui, facilitando le risoluzioni dei conflitti. Ma anche in condizioni estreme le donne sanno gettare il cuore oltre l’ostacolo: oggi le guerrigliere e sindache curde sfidano il network del terrorismo islamico, ieri le Mujeres libres lottavano contro la Spagna franchista. Gli uomini ne disconoscono i meriti, non tollerano che le donne si dimostrino più intelligenti, intrepide, potenti. Quando le scoperte sono oggettive e pubbliche, sviliscono le scienziate nella sfera privata. Accadde pure a Marie Curie, dipinta dai giornali come una rovinafamiglie per via di una relazione extraconiugale. L’egiziana Ipazia, capace di intuire la rotazione della terra intorno al sole un millennio prima di Copernico, fu perseguitata, torturata e uccisa da un branco di estremisti cristiani. E chissà quante altre studiose, donne geniali di arti e mestieri riposano in una fossa comune dell’Inquisizione. E’ stato il Socialfemminismo a mutare il corso della Storia. Nel solco fecondo tracciato dalle prime intellettuali consapevoli e organizzate, il fiume della presa di coscienza costruttiva è sfociato nei movimenti di massa. L’antropologa Flora Tristan, nel limbo teorico fra l’utopia di Fourier e la scienza di Marx, sosteneva già l’unione dei proletari. Pare incredibile ma viene ricordata appena come la nonna di Paul Gauguin. Un secolo più tardi il femminismo è stato un asse portante del Sessantotto nel circolo virtuoso che ha spinto partiti e istituzioni europee alle grandi riforme sociali e civili (…)

P.16 Primo capitolo, caccia alle streghe
Duemila anni dopo Cristo le vite delle donne sono spezzate da privazioni, violenze, omicidi. Accade in tempo di guerra e di pace, per la carenza di acqua, cibo e medicinali, perché oggetto di azioni criminali tollerate o favorite dal contesto storico e culturale. Sin da bambine sono corpi di scambio: mutilate, usate, vendute, orfane del diritto all’istruzione, alla libertà, alla felicità. La scia di dolore non ha sesso ma chi determina nel bene e nel male lo sviluppo delle società? Per iniziare dalla più grande aberrazione dell’umanità, chi decide i conflitti militari legati a ragioni geopolitiche, al controllo di risorse energetiche e alimentari, agli affari dell’industria bellica e della ricostruzione? Uomini, ai posti di comando del capitalismo e dei governi. I centri di diffusione del sapere riescono a mascherare i motivi abietti della guerra: “scontro di civiltà”, “esportazione della democrazia”, “risposta al terrorismo internazionale”. La certezza distruttrice si narra volontà salvatrice, in particolare delle donne inermi, ostaggio di regimi misogini. Siffacendo, il mainstream mediatico riproduce la logica sessista dell’onore cavalleresco, oltremodo fuori luogo in riferimento a vili lanciatori di bombe, missili, armi batteriologiche devastanti per la popolazione civile. Perlomeno finché non sono subentrati i mezzi corazzati e l’aviazione, la maggioranza delle vittime si contava nella fanteria degli eserciti e nelle flotte navali. Fu così per la guerra di secessione americana, lo scontro russo giapponese, le trincee della grande guerra. Già nel corso del secondo conflitto mondiale la vita di donne e fanciulle era appesa al casuale filo dei bombardamenti. Eppure loro si gettavano tra le fiamme per salvare i feriti, sostituivano gli uomini nei campi e nelle officine dando vita a scioperi e sabotaggi, reggevano tutto il peso familiare sfamando anziani e bambini. (…) Segue testimonianza di Miriam Mafai sulla dimensione femminile durante l’autarchia e la guerra (…)
Come non bastasse, l’uomo si accanisce sulla donna per ragioni culturali. Stando al rapporto dell’Unicef, 200 milioni di cittadine di quaranta paesi, soprattutto africani ma anche asiatici, sono state sottoposte a mutilazioni genitali di tipo non terapeutico. Le brutali pratiche cambiano a seconda del gruppo etnico ma per tutti il fine è la tutela della verginità prima del matrimonio attraverso il calo del desiderio sessuale. La rimozione totale o parziale dei genitali esterni, effettuata con scarse precauzioni igieniche su bambine e neonate, comporta conseguenze devastanti: nell’immediato si possono verificare emorragie e trasmissioni di epatiti, tetano e Aids; in seguito dolori durante i rapporti sessuali, sterilità, incontinenza, depressione, calcolosi, tumori. La risoluzione dell’Onu contro le mutilazioni si deve alle caparbie opere di sensibilizzazione di Amnesty International e radicali, rilanciate nel 2016 al Festival internazionale del giornalismo di Perugia. Nell’intervista che mi ha concesso, Jaha Dukureh ha spiegato come la sua battaglia personale si sia tramutata in una grande lotta partecipata per la liberazione delle ragazze. Lei, che aveva subìto l’orribile pratica in Gambia e un matrimonio combinato a New York, è riuscita a scappare ad Atlanta dove vive con il secondo marito e i figli. Negli anni l’hanno sostenuta e la piattaforma per le petizioni on-line , presieduta da un’esperta di nuove tecnologie come Jennifer Dulski. Quando si è esposta, Dukureh ha scelto di non usare il suo nome: ”Temevo di essere ancora un’altra storia nei media, che magari l’avrebbero usata per poi passare ad altro, as usual. Gli amici mi dicevano sei pazza, non ce la farai a costringere l’amministrazione Obama a fare qualcosa. Le giornaliste mi hanno consigliato come trattare i vari media, ha suggerito il modo per farsi ascoltare dal governo senza passare per la burocrazia, con un’azione di lobbying, e finalmente nel novembre 2015 sono andata a incontrare il presidente”.

Pag. 20 in Tolleranza o convivenza
(…) La concessione è un atto compiuto dagli oppressori, come denunciavano negli anni ’60 i movimenti di sinistra e le femministe. La convivenza nell’uguaglianza è orizzontale e si puntella giorno per giorno, creando i presupposti di un multiculturalismo compiuto.
La complessità delle società umane, i cui strati si sono sedimentati secondo lo sviluppo economico e i flussi migratori, non consente soluzioni immediate. La questione teologica, ad esempio, necessita di una riflessione su due livelli, quello dei precetti delle Sacre Scritture e la loro applicazione pratica nei vari tessuti sociali (…) Nel discorso pubblico sovente si confondono dottrina e azioni, come se l’intendimento malcelato fosse quello di individuare nella religione musulmana il capro espiatorio della misoginia criminale e del terrorismo internazionale

Pag.26 in Femminicidi occidentali
(…) Si osservino le dinamiche di Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Sacra corona unita e Camorra. Le mafie non sono dedite solamente ai traffici criminali ma rappresentano uno strumento economico, culturale, politico e soprattutto di ordine sociale. Ad esempio i campieri, operanti nei latifondi siciliani dell’Italia Unita, erano incaricati di reprimere le rivendicazioni dei lavoratori. I mafiosi temono anche le donne ribelli, giacché spezzano le catene della gerarchia e dell’omertà. Se Graziella Campagna e Lea Garofalo furono assassinate per aver osato denunciare le cosche, la piccola Palmina Martinelli venne bruciata come una strega perché rifiutava di prostituirsi. Il silenzio non è soltanto quello dettato dalla paura di chi ha vissuto, si espande per via di un conformismo pavloviano che s’autolimita a priori nei percorsi di conoscenza. Chi ricorda i nomi di Margherita Clesceri, Vincenza Spina, Eleonora Moschetto e di Vincenza La Fata, morta all’età di 9 anni? Assieme ad altri dieci compagni, il Primo Maggio 1947 a Portella della Ginestra, furono crivellate dal gruppo di fuoco del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il movente è chiaro come il sole siciliano: lavoratrici e lavoratori stavano festeggiando la vittoria della sinistra unita alle elezioni per l’assemblea regionale . Un velo d’indifferenza s’è posato sulle ombre di quella che è stata considerata la prima strage di Stato del dopoguerra . Ci sono voluti 68 anni affinché un ministro della Giustizia, Andrea Orlando, rendesse omaggio alle vittime di Portella. Tra i martiri si dimenticano le cittadine dilaniate dalle bombe della strategia della tensione, le agenti di scorta, le magistrate come Francesca Morvillo, ammazzata con il marito Giovanni Falcone a Capaci, l’inviata del Tg3 Ilaria Alpi, uccisa in Somalia assieme all’operatore Miran Hrovatin. Talvolta gli autori materiali sono stati acciuffati, i mandanti restano ignoti (…) I primi cento produttori bellici, società pubbliche e private gestite da uomini, fatturano centinaia di miliardi di dollari, anche se il business non è stimabile con precisione per l’opacità delle transazioni politiche previste nel trattato sul commercio dell’Onu . Con massicce dosi d’ipocrisia la nostra società civile e religiosa – prodiga di richiami al valore della vita degli embrioni – chiude gli occhi al cospetto dei mercanti di morte. In Italia ammontano a un milione e centomila le pistole e i fucili detenuti legalmente per uso venatorio, sportivo e difesa personale . Per ottenere la licenza basta saper sparare, non essersi macchiati di gravi reati contro la persona e presentare certificati di idoneità senza obbligo di visita presso uno psicologo . Il circuito della comunicazione, alimentando la psicosi dei furti e dello straniero, sta spingendo l’Europa verso l’inemendabile modello americano. Ciò aumenta i rischi di sparatorie fra guardie improvvisate e ladri, ma anche quelli delle persone indifese: come negare l’aggravio di pericolosità di un uomo instabile che compra una pistola? (…)I drammi delle donne filtrano sui mass media in una zona franca del giornalismo che prende il nome di cronaca nera. Sono all’ordine del giorno l’aneddoto granguignolesco, la violazione della privacy dei protagonisti e persino dei minori. Il tutto è consegnato al lettore in modo abbastanza casuale, come fosse dettato dalla frettolosa raccolta di informazioni a ridosso del tragico fatto. Da un titolo enfatico o da un inciso stridente, invece, si può cogliere qualcosa di più meditato. La stampa sovente non si contenta di fomentare l’odio per il presunto femminicida ma lo indirizza dissennatamente verso interi gruppi sociali. La sete di vendetta investe anche i criminali occidentali di buona famiglia, in tal caso senza generalizzazioni nei confronti di una categoria. Si pensi ai mostri fascisti del Circeo: nessuno, com’è giusto, ha fatto ricadere la loro crudeltà inumana su tutta la destra italiana. Vi è però un altro aspetto da considerare. La melliflua costernazione per la vittima bella e indifesa, non di rado, è inframezzata da allusioni a imprudenze e da espressioni quali “omicidio passionale” e “raptus di gelosia”. Esse trasmettono – al solito senza fondamento probatorio – l’esasperazione del partner o la provocazione sessuale verso il maschio. Se l’attenzione è spostata sulla condotta della vittima si legittima implicitamente il ripugnante cliché secondo il quale “la donna se l’andava cercando”. Altrettanto inopportuno è l’uso della locuzione “gesto di follia” perché suggerisce un’attenuante penale al reo. La doppiezza, se possibile, è peggiore nell’uso delle foto di repertorio che riconducono le violenze sessuali a ragazze con magliette scollate e minigonne inguinali.
E’, più che lecito, doveroso articolare un’analisi sulle cause sociali dei femminicidi. Nelle corazzate mediatiche “manca, è contradditoria o insufficiente” (…) Nel 2010 Nosheen Butt, adolescente pakistana residente a Novi di Modena, è stata lapidata in giardino dal fratello perché aveva rifiutato un matrimonio combinato. L’anno precedente Giulia Galiotto, trentenne bancaria di Sassuolo, è stata massacrata con eguale ferocia dal marito. Marco Manzini, tecnico di sei anni più grande, non sopportava le uscite di Giulia con gli amici, temeva di perdere il controllo su di lei. Così ha studiato un piano nei minimi dettagli, recuperando una lettera scritta dalla moglie in un momento di sconforto al fine di simulare un suicidio. Dopo aver attirato Giulia in garage, l’ha colpita più volte con una grossa pietra, infine ha gettato il corpo martoriato da una scarpata. I carabinieri lo hanno scoperto per via di un orecchino caduto sul ciglio del burrone. Niente accomuna le storie di Nosheen e Giulia, differenti per età, provenienza, cultura, religione. Se non la violenza del maschio che si presume superiore e vorrebbe negare all’oggetto-femmina le libertà concesse agli uomini. E’ così debole e criminale da non riuscire ad accettare l’abbandono, il rifiuto, l’autodeterminazione. Com’è sperabile migliorare la situazione se ministri, accademici, direttori eludono il nesso fra maschilismo e violenza; se nella quotidianità molte persone non si espongono per quieto vivere? Minimizzare la battuta sessista e il disprezzo latente, l’offesa gratuita come il contatto insistente, per non parlare delle discriminazioni in ogni ambito, consolida la concezione più pericolosa. In Francia 17 ex ministre si sono ripromesse di denunciare anche il più lieve atteggiamento molesto cui assisteranno . Non è un passaggio semplice. Capita che il responsabile sia un collega, un conoscente, perfino un amico, ma il silenzio non è più tollerabile. Detto altrimenti, una società davvero civile combatterebbe seriamente le molestie, segnalandole senza ritardo alla magistratura e mettendo in circolo tutti gli impulsi culturali volti a prevenirle. E’ chiaro che non si tratta di sola educazione al rispetto e ai sentimenti nelle scuole ma di ridefinire il quadro per intiero: la storia, la politica, la vita rilette in chiavi alternative a quella androcentrica. Senza una profonda critica del sistema, in che modo si pensa di scrostare la misoginia di fondo cementata da leggi, culti e tradizioni?

Pag.39 in Gerarchia criminale
I diversi contesti sociali dei femminicidi sono spesso accomunati dallo sbilanciamento di potere e di ricchezza che caratterizza la relazione tra i sessi. Carnefice e vittima possono convivere o lavorare assieme, in ambienti malfamati o altolocati, ma la violenza psicofisica ha più possibilità di concretarsi in rapporto all’autorità che l’uomo esercita sulla donna subordinata: povera, precaria, isolata socialmente (…) La questione abbraccia tutta la sfera esistenziale. Si è tramandata acriticamente l’espressione “mestiere più antico del mondo” per definire l’attività delle “lucciole”, retaggio della peggior sopraffazione di genere. Se in Svezia, Norvegia e Islanda la legge almeno sanziona i clienti delle prostitute, quasi tutti i paesi accettano che un certo numero di donne sia noleggiabile. La morale corrente mette al bando la vittima invece dell’utilizzatore, unico grande generatore dell’offerta gestita dai criminali. Non esistono pene draconiane e sistemi repressivi che mettano in ginocchio gli sfruttatori. Le organizzazioni malavitose risorgono ad ogni operazione di polizia sostituendo le pedine finite nelle maglie della giustizia, cedendo spazi o mutando raggio d’azione. E gli introiti illegali che realizzano risultano di proporzioni ciclopiche . L’ipocrisia e il cinismo dilagano, non soltanto perché diversi uomini politici e religiosi – fustigatori pubblici dei costumi – risultano frequentatori abituali di prostitute. Vi è un problema più profondo di abitudine alla disumanità. A ben riflettere, quanti onesti cittadini si allarmano o provano pena per persone costrette a vendere il corpo in pessime condizioni igienico-sanitarie, a subire ricatti e violenze continue? I media non disdegnano di rappresentare le schiave come consenzienti, ninfomani o avide di denaro; sotto il naso dell’Ordine dei giornalisti c’è chi adopera il termine raccapricciante “baby-squillo” per descrivere bambine nelle mani lorde di pedofili. Sicché non possiamo sorprenderci se le prostitute restano oggetto di scherno, abbandonate nell’oscurità. Ci siamo dimenticati la poesia di Martin Niemöller sui nefasti effetti della mancata solidarietà: (…)
Una comunità imbelle metabolizza finanche le braccianti sfruttate da padroni senza scrupoli. In Italia le donne rappresentano circa il 10% dei 430.000 lavoratori della terra ostaggio del caporalato. L’impegno indefesso di Giuseppe Di Vittorio per assicurare un lavoro dignitoso ai braccianti sarebbe ancora necessario. Paola Clemente è morta a 49 anni, il 13 luglio 2015 ad Andria, mentre stava raccogliendo l’uva sotto un tendone a pochi chilometri dalle discoteche per turisti. E’ stata sepolta senza autopsia perché secondo il medico legale si è trattato di morte naturale e la notizia è trapelata solo all’inizio di agosto grazie alla denuncia del sindacato. Clemente lavorava da 15 anni. Di notte, prima che il gallo cantasse, lasciava la casa di San Giorgio Jonico per prendere l’autobus e faceva ritorno solo al tramonto, distrutta dalla fatica. Il suo compito consisteva nell’abbellire i grappoli d’uva, perciò saliva su una cassetta e restava tutto il tempo con le braccia tese e il capo rialzato a temperature insopportabili, fino ai quaranta gradi. Paola era la capofamiglia, senza i ventisette euro che guadagnava in una giornata non avrebbe potuto dar da mangiare ai bambini. Sono tante le storie raccolte dalla Flai Cgil di braccianti precettate all’alba e stipate su pullman ricolmi, malpagate per raccogliere frutta e verdura senza sosta, anche dodici ore al giorno. In quanto donne, rischiano di essere picchiate e stuprate. I caporali costringono i loro bambini a lavorare, come ai tempi della rivoluzione industriale . Di norma, la rappresentazione giornalistica delle “morti bianche” nel terzo millennio suscita indignazione. Ma lo spostamento dell’attenzione sulla dimensione emotiva della tragedia offusca la percezione della catena causale che ha determinato l’evento, lasciando sullo sfondo l’intensificazione dei ritmi di lavoro da cui scaturisce il plusvalore. Se il meccanismo capitalista finalizzato all’accumulazione della ricchezza fosse descritto con rigore, si paleserebbe il mendacio del mainstream circa le proprietà taumaturgiche della crescita della produttività del capitale fisso: nella fattispecie la meccanizzazione degli impianti per l’agricoltura. In altri termini, se le braccianti faticano sino allo stremo come i compagni, in assenza dei requisiti minimi di sicurezza, alloggiando in capannoni privi di servizi igienici ed energia, non siamo in presenza del racconto di un trisavolo, né di un caso a sé stante. E’ la punta dell’iceberg dello sfruttamento nel cuore dell’occidente.

P.43 in Governamentalità neoliberale
(…)L’onnipresenza reticolare del capitale e della sua ideologia si nutre di apposite distorsioni espressive. Non serve un manuale di sociosemiotica per comprendere come il medesimo schema della locuzione di George Orwell, “la guerra è pace” , si ritrovi nel capovolgimento di vocaboli quali “riforme”. Il progresso sociale, nella trama collettiva post moderna, assume l’esatto significato opposto: oggi si “riforma” con la riduzione della spesa pubblica, le privatizzazioni, la svalutazione del lavoro. La discorsività fuorviante introduce la sensibilità del mercato, la fiducia del risparmiatore, il benessere dovuto al Pil. Per non parlare degli anglicismi. Lo smart working nasconde il cottimo moderno e la spending review i tagli sociali che “l’Europa ci chiede” perché sola medicina in grado di guarire il paziente Stato dal morbo del debito pubblico . Il tutto, sempre tacendo il vero problema: la causa dell’immiserimento delle masse. Lo storico Giuseppe Vacca, a proposito della perdita di consistenza della sovranità in ambito europeo e dunque di iniziativa politica, sottolinea che sarebbe indispensabile “una narrazione del mondo attuale alternativa a quelle dominanti”. Il sistema rende poi irriconoscibile un altro cardine della propria sostenibilità economica: le diseguaglianze strutturali di genere. Allo scopo di perpetuare lo sfruttamento, i capitalisti ampliano la forza lavoro e creano concorrenza salariale al ribasso anche attraverso il lavoro femminile, in particolare nei settori terziario e manifatturiero. Il dislivello retributivo tra i sessi s’interseca all’imperituro modello gerarchico familiare. L’impiego sottopagato e vieppiù precario delle donne infatti si cumula alle zavorre domestiche che restano a loro carico. La maggioranza si prende gratuitamente le responsabilità di molti servizi sociali che nelle democrazie europee afferivano ad un più solido welfare state. Lo storytelling sistemico mira a impedire la presa di coscienza, quindi tinge di rosa il genere femminile mediante la produzione positiva delle consuetudini. Rappresenta cioè massaie splendide al rientro del marito, impiegate efficienti con biberon e pignatte, figlie che assistono genitori malati senza supporto dei servizi pubblici. Tutte intimamente gioiose. Le lavoratrici che lottano contro l’ingiustizia, non di rado, appaiono astiose e frustrate. L’indipendenza è vivamente sconsigliata. La pregnanza sociale di un maschilismo plurimillenario sèguita a inculcare presunte attitudini femminili, in famiglia e sul lavoro. Vi è un continuum sostanziale fra la primordiale governamentalità patriarcale e quella capitalista. Essa perciò si autodefinisce il migliore dei mondi possibili, sempiterna e senza alternative, riproducendo gli epistemi per mezzo dei quali domina il presente e ipoteca il futuro.

P.57 in Diseguaglianze concatenate
La “caduta dell’uomo dal suo trono” è un format alquanto illusorio. Le dissertazioni degli esperti si avviluppano tra psicologismo e costume, non senza sarcasmo su una supposta femminilizzazione dei maschi della nuova generazione. Nel concreto, però, si continuano a ostentare statistiche parziali e ingannevoli. Un caso scuola di arrampicata sugli specchi circa l’empowerment femminile riguarda l’aumento delle capofamiglia, donne che risultano uniche portatrici di reddito. In Italia sono 2 milioni e 400 mila ma il dato, passato dal 9,6 del 2008 al 12,9% del 2014, ha ben poco a che fare con i vaneggiati mutamenti di società e valori. L’uomo non fa il casalingo per dividere l’inedia e i compiti domestici ma perché arruolato nel crescente esercito dei disoccupati, effetto della recessione economica che colpisce sopra tutto il lavoro manuale. Il fatto che una buona percentuale di donne riesca a conservare l’impiego dipende in parte dalla competenza specifica e dalla peculiarità settoriale, giacché le lavoratrici si trovano in numero sempre maggiore nel terziario, comparto che non consente delocalizzazioni. La questione di fondo resta però l’interesse strutturale del capitalismo ad accrescere la forza lavoro e a mantenere il dislivello salariale tra i sessi (…) Le discriminazioni sul lavoro sono all’ordine del giorno. Le sentenze della magistratura raccontano storie di mobbing, demansionamenti, licenziamenti ingiustificati, mancati pagamenti di contributi e stipendi. Nel 2008 un’operaia straniera dipendente di una ditta tessile di Carpi è stata accusata di emettere cattivi odori e poi cacciata per aver osato rispondere al padrone. Tre anni dopo il tribunale civile ha decretato l’illegittimità del licenziamento e ordinato al datore di lavoro di versare un risarcimento pari a sei stipendi. La giudice Carla Ponterio ha scritto nella sentenza: ”E’ certo che la ricorrente fosse molto agitata in stato confusionale dopo l’aggressione da parte del titolare, tanto da suscitare la preoccupazione del responsabile del reparto. Il motivo del rimprovero appare non proprio meritevole di una così dura reazione ed anzi indegno se riferito, come non può del tutto escludersi, alla presunta ‘puzza’ emanata dalla lavoratrice. La ricorrente non ha offeso il datore di lavoro ma si è difesa ed ha risposto ad una modalità offensiva di rimprovero”. L’operaia però non si trovava più in Italia, travolta dalla legge Bossi-Fini che revoca il permesso di soggiorno agli stranieri disoccupati

Pag.64 in Narrazione e contratto di genere
(…) Posto che la nozione di famiglia sia univoca, le Sentinelle in piedi italiane o Les Veilleurs francesi non rappresentano altro che epifenomeni. Tali estremisti, veglianti “sulla tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna”, influiscono in misura residuale sull’ordine razionale delle persone dotate di spirito critico, dacché propugnano illogici pregiudizi. Lo slogan non aggiunge nulla, anzi potrebbe favorire l’emersione delle contraddizioni sistemiche danneggiando il patriarcato, il cui potere risiede nella riproduzione automatica dei precetti. Non è forse silenzioso e apparentemente coerente il modo con cui la società scoraggia le donne e gli uomini non rispondenti alla rigida divisione del genere? Il sesso femminile si sbatte ancora più del doppio di quello maschile tra fornelli, lavatrici, ferri da stiro, stendipanni e pulizie. La media differisce sensibilmente tra le nazioni industrializzate: un’italiana dedica 36 ore settimanali ai lavori domestici contro le 14 dei connazionali; in Danimarca il divario non supera le tre ore, in Cina si ferma a otto ore. Gli uomini pertanto possono ricorrere agli straordinari in ufficio mentre le donne rallentano il proprio ascensore sociale. Ancorché interdipendenti, sfera pubblica e privata sono asimmetriche. Numerosi studi si concentrano sulla priorità del “contratto di genere” che regola il rapporto di coppia rispetto alla parità sul lavoro. Foss’anche raggiunta quest’ultima, resterebbe la subalternità femminile all’interno del ménage familiare (…) Molti uomini non elaborano il semplice concetto per cui la differenza sessuale attiene al portato anatomico, biologico, genetico e cromosomico mentre le scelte – culturali e intime – sono strettamente personali. Forse perché il superamento del luogo comune comporterebbe un’ovvia presa d’atto nel rapporto di coppia: la donna non ha alcuna predisposizione alle incombenze domestiche e alla cura dei familiari. A costringerla, difatti, è l’ideologia predominante. In particolare sono le figlie femmine a caricarsi sulle spalle l’assistenza dei genitori malati. In Italia le persone affette da Alzheimer e incontinenza non hanno diritto all’assegno di accompagnamento di 512 euro mensili, che peraltro in modo iniquo prescinde dalle condizioni reddituali. Alcuni medici diagnosticano altre patologie per poter ricoverare i malati di Alzheimer, complessivamente seicentomila. Nemmeno quando lo Stato adempie alla propria funzione sociale attraverso un welfare più inclusivo, le donne sono sollevate dall’organizzazione delle cure. Spetta a loro altresì gestire i rapporti con una badante o con la residenza sanitaria privata per il parente non autosufficiente. L’antica truffa maschile si perpetua per mezzo di un dozzinale e fallace sillogismo: siccome la madre allatta, è di sua pertinenza tutto ciò che riguarda i figli; dato che lei trascorre più tempo a casa coi bambini, le toccano le faccende domestiche; in base ad una pretesa vocazione alla cura, la donna deve occuparsi dei genitori anziani. Una minoranza di uomini pretende tutto questo in modo coercitivo, la maggioranza silenziosa confida sul silenzio/assenso della partner.

Pag.67 in Predominio culturale
(…)La governamentalità patriarcale concede spazio soltanto agli individui assimilabili al sistema. Perciò combatte ogni possibile riforma, dal linguaggio sessuato al doppio cognome, e cancella il rovescio della medaglia della storia: quella fatta dalle donne. In Europa non sono inserite nei programmi didattici femministe socialiste e libertarie, partigiane, grandi letterate e scienziate che hanno raggiunto vette inafferabili per gli uomini. In Francia è ricordata Marie Curie, però non sono studiate importanti filosofe, psicanaliste, eroine della Rivoluzione. Laura De Micheli della Casa Internazionale delle Donne di Roma mi consegna un’efficace similitudine: ”Per noi è come un trauma cranico, uno shock che porta alla perdita di memoria. La sensazione di angoscia è la stessa che proviamo per la cancellazione della storia delle donne. Non sappiamo niente, ci hanno negato la memoria”.All’oblio selettivo fa da contraltare l’enfasi per i “grandi uomini”, la calcolata sovraesposizione di meriti prevalenti. Basti considerare imperialisti quali Giulio Cesare, Carlo Magno, Gengis Khan, Pizarro, Napoleone, Bismarck. La gloria, con cui si ornano le vittorie militari e il potere, relega in secondo piano le vittime e le sofferenze cagionate da guerre e sistema repressivo. Eccezion fatta per i genocidi del nazifascismo, forse perché di dimensioni spaventose e troppo recenti. Sul versante dell’epica, quasi complementare allo storicismo conservatore, fluisce un linguaggio figurato celebrativo. I protagonisti maschili sviluppano le imprese lungo direttrici ancestrali: guerra, viaggio, patria e famiglia. Nelle varie espressioni incarnano la saggezza di Pigmalione o di Albus Silente, la potenza di Hercules e poi quella di Rambo, l’astuzia intrepida di Ulisse e James Bond. Le narrazioni stanno cambiando, nel cinema e nei fumetti si sono affermate anche Wonderwoman e Lara Croft, ma il sessismo resta la regola. I ragazzi sono spinti all’emulazione dell’eroe, nei confronti del quale le femmine avvertono una combinazione emotiva di soggezione e fascino, proiettandola sulle figure maschili reali. Il circolo omologante inizia a interrompersi con la consapevolezza dei limiti e delle potenzialità di ciascuno. Per coltivare lo spirito critico, però, servono sforzo cognitivo autodidatta, esperienze alternative, simboli che travalichino i confini. Come l’intelligenza perseverante di Fabiola Gianotti, direttrice generale del Cern che ha scoperto il Bosone di Higgs, particella conferente la massa a elettroni e quark. Il 4 luglio 2012, a vent’anni dal suo ingresso al centro di Ginevra – dove lavora solo una donna su cinque uomini – Gianotti ha annunciato l’individuazione della particella subatomica teorizzata dal fisico belga Peter Higgs, dopo intensi studi sulle collisioni tra fasci di protoni. Si tratta di una svolta perché il meccanismo di Higgs entrò in funzione subito dopo il Big Bang. Inoltre gli esperimenti sono serviti a costruire acceleratori di particelle utilizzati in campo medico. Samantha Cristoforetti è l’astrofisica rimasta più a lungo nello spazio: dal 23 novembre 2014 all’11 giugno 2015. Classe 1977, Cristoforetti ha frequentato l’Accademia militare a Pozzuoli e conseguito una seconda laurea in scienze aeronautiche; nel 2008 ha superato tutti i test di selezione dell’Ente spaziale europeo raggiungendo l’Olimpo dei 10 prescelti su 8500 candidati. Dal lancio nella stazione di Baikonur, in Kazakistan, è iniziata la straordinaria avventura che Cristoforetti ha raccontato in diretta, tramite l’account Twitter @AstroSamantha. Nel corso della missione sono stati condotti centinaia di esperimenti scientifici, pure sugli stessi cosmonauti, utili alla ricerca medica. All’atterraggio, Samantha non ha perduto la curiosità gioiosa: ”Vorrei andare sulla Luna non per piantare una bandiera ma per espandere piano piano una presenza umana robusta” . Cristoforetti è stata nominata Cavaliere di Gran Croce, massima onoreficenza della Repubblica già attribuita alla grande astrofisica Margherita Hack. Non c’è da dubitare che le conquiste delle donne inneschino nuove spinte al progresso del genere umano. L’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano, primo comunista al Quirinale, ha inteso lanciare chiari segnali in tal senso proponendo il laticlavio a vita per Gianotti, che ha scelto di proseguire nella delicata attività di ricerca e divulgazione scientifica. Ma forse il momento più prezioso, nel quale il presidente della Repubblica ha rappresentato il miglior sentimento condiviso, è stata la commozione di Napolitano durante il saluto a Samantha Cristoforetti, collegata oltre le nuvole (….)

Pag.126 in Un primato ignoto
(…) Un rapporto del McKinsey Global Institute relativo a 95 Paesi, tenuto conto che l’universo femminile genera il 37% del Pil globale, fornisce la seguente simulazione: qualora i sessi lavorassero a parità di ore, salario e rappresentanza, il Prodotto interno lordo annuale incrementerebbe di 28 mila miliardi di dollari. Secondo una ricerca del Fondo monetario internazionale relativa alle imprese con almeno due membri al vertice, quando si sostituisce un manager uomo con una donna il reddito medio aumenta del 7,9% misurato sugli asset della società. Con una certa dose di ipocrisia, quindi, il tempio del capitalismo riconosce alla donna l’etimo latino: Domina. Se rispondessero al vero gli assiomi meritocratici dell’ortodossia neoliberale il “secondo sesso” dovrebbe trovarsi sulla punta della piramide. Passando invece dal principio generale al particulare dell’azienda, quante volte i capi scartano menti femminili argute e fluide solo perché non si tratta di maschi? Il potere e l’economia si nutrono di discriminazioni sessuali. L’uomo penalizza la donna approfittando degli impedimenti legati alla maternità ma anche attraverso un castello di pregiudizi allignati nei millenni. I risultati sono chiaramente visibili: la libertà e la disinvoltura di una ragazza vengono ancora associate ai “facili costumi”, sconcio ascensore sociale come la bellezza esteriore, a sua volta sinonimo di frivolezza. In molte occasioni, pertanto, una donna avvenente riceve lo stigma dell’oca a prescindere dalle capacità. Se invece ella è ritenuta priva di fascino subisce la segregazione opposta, secondo un criterio condizionato dal testosterone. La selezione estetica colpisce anche gli uomini ma è innegabile che l’endemico onere sociale della femmina sia quello di essere desiderabile. Le critiche immotivate nei confronti delle donne autorevoli de facto crescono, perfino negli ambienti progressisti, in proporzione alla riuscita professionale e alla visibilità pubblica. La moglie che percepisce più del marito è costretta a dissimularlo per non urtare la sensibilità del coniuge e degli astanti maschi. Per altro verso, la società tollera i bohémien ma reputa folli o pericolose le artiste che scelgono di vivere alla giornata. In ufficio suscita assai diffidenza la lavoratrice che sceglie di non essere madre e moglie. Dirigenti e colleghi spesso vìolano la privacy della single e della lesbica, allestiscono un processo alle intenzioni al termine del quale bollano l’anticonformista come una persona instabile o una bieca arrampicatrice. Si tratta di stolide convinzioni, usate dal misogino per emarginare le rivali e soprattutto le femministe, giudicate balorde e anacronistiche. Come se il movimento di liberazione delle donne fosse più vetusto del capitalismo e della società civile ottocentesca. Il patriarcato non tollera che la dialettica affondi nel nocciolo delle questioni, perciò, se ha deciso di ostacolare una donna, si sofferma su aspetti secondari e inopportuni allo scopo di minarne la credibilità e la serenità. Hic et nunc, ecco che diviene imprescindibile il quesito sulle origini della sopraffazione sociale e di genere. Come scavare nel tempo e nello spazio per avvicinarsi nel modo più rigoroso e aperto sia alle cause strutturali che a quelle razionali connesse? Smascherando il linguaggio mistificante e mettendo in discussione anche il proprio ordine razionale. L’abbandono delle tesi precostituite è conditio sine qua non. Parafrasando Osho Rajneesh, occorre lasciare lo stagno per cercare la sorgente: ”Potete trovare il sapere in uno studioso, un insegnante e in una persona consapevole; ma uno studioso è uno stagno, la persona consapevole è un pozzo” .

P.132 (…) Nell’opera di oscuramento di sperimentazioni e scoperte, il patriarcato è facilitato dall’imponderabile, ossia lo spazio indecifrato che consente di accreditare teorie indimostrate ma suggestive e verosimili. Basti osservare l’affresco preistorico, dove il cacciatore comanda per prestanza fisica e abilità, ed è responsabile del sostentamento collettivo con le attività di caccia e pesca. Di più, egli è il signore del fuoco e della ruota, dell’ascia di pietra e del tiro con l’arco. Secondo l’antropologo Sherwood Washburn “il nostro intelletto, i nostri interessi, le nostre emozioni, la nostra vita sociale: sono tutti, in un senso molto concreto, conseguenze evolutive dell’adattamento alla caccia”. Ciò perché “una scure o una lancia da impiegare con rapidità e con forza sono soggette a limitazioni tecniche molto diverse da quelle dei raschiatoi e dei bastoni per scavare, e può darsi benissimo che sia stato il tentativo di costruire armi efficienti, da maneggiare rapidamente, a produrre per la prima volta degli oggetti simmetrici”. . E’ forse questa sorta di intelligenza di guerra l’origine di ogni avanzamento? Di certo vi è soltanto che il cacciatore studiava le migrazioni degli animali, così come chi lavorava negli orti l’avvicendarsi delle stagioni. Non sappiamo neppure se sia stato un uomo oppure una donna a modulare le corde vocali emettendo la prima parola, evento che si sarebbe verificato tra i 100 e i 50 mila anni fa. Eppure nel discorso storiografico il dominio maschile è un totem inscalfibile. Si possono criticare le modalità del processo ma mai negarne lo sviluppo unilineare. Senza dubbio l’androcrazia s’impone con l’uso delle conoscenze e della tecnica, il cui progresso è la risposta alle necessità alimentari di comunità in crescita demografica. Da tali bisogni essenziali, legati a fattori climatici e geomorfologici, dipendono lo sviluppo differente delle società umane e i movimenti migratori (…)

Pag.158 in La cristianizzazione
(…) La punizione per la gravidanza interrotta è figlia del Cristianesimo. Se nella preistoria l’uomo non sapeva spiegarsi il fenomeno della nascita e giudicava il feto una sorta di appendice del corpo della madre, anche nel mondo classico l’aborto non era perseguito a meno che non ledesse l’interesse maschile. I Visigoti legittimano una pratica che sembra preludere alla caccia alle streghe: le prostitute vengono frustate sulla pubblica piazza e, all’acme della violenza, un incaricato recide loro il naso come marchio d’infamia. E’ dunque il combinato disposto tra machismo guerriero, codici romani e fanatismo religioso monoteista, a determinare la misoginia criminale che egemonizzerà un millennio e oltre? (…) Nel furore sessuofobico che altre religioni come l’Islam praticheranno a loro volta, la Chiesa s’inventa espedienti per coprire il viso, i capelli, il busto e le gambe. Forse il maschio subisce l’intelligenza della donna, potenza da neutralizzare nel presente e cancellare nella memoria storica; teme le insidie che promanano dalla sua bellezza luminosa? Quali che siano le ragioni psicologiche, l’uomo si nasconde dietro il paravento della strega per esecrare la femmina, isolarla, ucciderla. Sostanzialmente, più della concorrenza sul piano spirituale, il patriarcato teme un cambiamento dei rapporti di forza nella società. Il potere ecclesiastico fatica ad attecchire tra le campagne e le zone montuose, nella relativa pace delle quali si sono sedimentate tradizioni antiche e multiformi. Pronipoti di schiavi ora divenuti braccianti, pastori germanici, contadini italici abituati alla durezza del vivere stentano a riconoscere la validità del culto cristiano-cattolico. Le spiegazioni metafisiche, i precetti manichei fondati sul dualismo astratto tra Bene e Male sono meno credibili dell’aratro e del telaio, non si bevono come il latte né scaldano come la lana. San Benedetto da Norcia e San Francesco d’Assisi sono lì a testimoniare l’umiltà del lavoro quotidiano, l’importanza del buonsenso e della solidarietà concreta. Alcuni monaci e abbati sono sposati e il ruolo delle badesse si afferma socialmente. I commerci e le ricchezze si concentrano vieppiù nei castelli dei nobili e nei centri urbani dove crescono nuovi mercanti e usurai. Le trasformazioni tecniche però si configurano nel lavoro agreste: energia idraulica per i mulini, sistemi di irrigazione, introduzione del telaio a pedali al posto di quello verticale, filatoio in vece della canocchia. Nel secondo millennio le donne non rientrano ancora nelle categorie professionali e nell’amministrazione pubblica, purtuttavia si affermano nelle pratiche sociali. Le dottoresse, anche se inquadrate giuridicamente come infermiere, lavorano presso le nuove scuole di Salerno, Napoli e Bologna. Per la storia scritta dagli uomini non esistono ma sono loro, con artigiane e tessitrici, a incidere nel reale. Nel XIII secolo, dalle aree delle Fiandre e della Francia settentrionale, caratterizzate da uno sviluppo imponente della manifattura laniera, si diffondono una serie di agitazioni contro le tasse su cibo e bevande. In Italia, all’epoca dei ghelfi e dei ghibellini, continua a crescere il divario tra città e campagne, con particolare depauperamento dei contadini, oggetto di sfruttamento padronale e tartassati dai balzelli. La grande pestilenza del 1348 cagiona la morte di circa un terzo della popolazione europea. E’ in questa cornice che la Chiesa crea la questione delle streghe, alimenta e strumentalizza la credulità popolare per trovare un capro espiatorio dei mali del mondo. Il connubio fra tensioni sociali e contraddizioni teologiche investe gli ambienti religiosi agresti, frate Dolcino Tornielli e Margherita Boninsegna (…)

Pag.186 in Ribaltamento mistico
(…)Se le invasioni militari tracciano confini relativamente chiari, allo stato è impossibile decodificare quale sorta di colonialismo culturale interno abbia trasformato le società in senso patriarcale. Lo è per via dell’estrema complessità degli stimoli incessanti che mutano le comunità, benché circoscritte geograficamente. Lo stato di quiete non esiste, sottoposta com’è la dimensione umana alla polarizzazione di forze centripete e centrifughe che incidono sui percorsi materiali, percettivi e cognitivi di individui, nuclei familiari, gruppi. Il processo fluisce tramite una miscela spesso indistinguibile di evoluzioni e involuzioni; i frammenti si scompongono e si aggregano a seconda del metro di giudizio e del punto di osservazione. In buona sostanza, la storia è un groviglio di fonti dal tasso di attendibilità variabile. Ammesso e non concesso che le memorie siano tutte in buonafede, secondo la professoressa Cinzia Winterhalter le persone “non scartano i ricordi nemmeno in caso di evidenza contraria”, giacché sono ricostruzioni attive basate su schemi del presente: ”Le storie sono adattate fino a far coincidere notizie ed aspettative. L’oblio è un fenomeno normale che descrive la fase discendente di ogni processo mnemonico”. Se la pratica del dubbio si applica agli eventi più recenti, a maggior ragione dovrebbe accompagnare la storia antica. Al contrario, lo storytelling patriarcale si presenta granitico, scevro da incertezze ancorché privo di basi documentali. Ad esempio, nel XX secolo è ancora diffusa l’opinione che la dominazione maschile coincida con la scoperta del bronzo. Secondo Gaston Bachelard “[la scoperta] ha rivelato all’uomo la sua natura di creatore, nell’esperienza di un lavoro duro e produttivo; domina la natura, non la paventa più, di fronte alle resistenze vinte ha l’audacia di intendersi come attività autonoma, di compiersi nella propria singolarità” . La logica è approssimativa, come rammenta Simone De Beauvoir: ”Se il rapporto originario dell’uomo con i suoi simili fosse esclusivamente un rapporto di amicizia, non si saprebbe spiegare alcun tipo di asservimento: tale fenomeno è una conseguenza dell’imperialismo insito nella coscienza umana, che cerca di realizzare nell’oggetto la propria sovranità. Se non ci fosse in essa la categoria originaria dell’Altro e un’originaria pretesa al predominio sull’Altro, la scoperta dello strumento di bronzo non avrebbe provocato l’oppressione della donna”. Secondo De Beauvoir, anche la teoria della sopraffazione originaria dovuta alla proprietà privata degli armenti sconta un’insufficienza. Il limite del materialismo di Engels, a suo avviso, sta nell’aver valutato la donna alla stregua della classe operaia, mentre la peculiare condizione è causata “dalla comunanza di vita e di interessi che la rende solidale con l’uomo e per la complicità ch’egli trova in lei; nessun desiderio di rivoluzione la possiede, non vuole abolirsi come sesso: chiede soltanto che siano eliminate talune conseguenze della differenza sessuale”. Effettivamente non si comprende la ragione per cui la donna, a fronte di progressi tecnici, avrebbe dovuto cedere la gestione di una serie di attività: cure mediche, creazione di attrezzi finalizzati alla lavorazione di legni, pellami, tuberi; raccolta di cibo per ripartirlo e conservarlo in una prima gestione dell’economia. Pratiche che lubrificano lo sviluppo di capacità mnemoniche e di calcolo. E allora come e perché il maschio, nell’ombra preistorica che lega ferinità e pensiero, ha sottomesso la femmina? C’è chi ha cercato di rispondere al quesito (…)

Pag.199 in La complessità della storia
(…) Sul rapporto armonico che lega la donna alla natura, concepita invece come antagonista dall’uomo, vi è un’ampia letteratura. Ma alcuni dati sono inconfutabili. Ad esempio, quando lo psichiatra Massimo Fagioli definisce le forme d’arte del Paleolitico “espressione della creatività femminile”, si basa sugli studi dell’archeologo Dean Snow, docente della Pennsylvania State University. Per condurre un’analisi probante su otto grotte al confine tra Francia e Spagna, datate tra i 40.000 e i 32.000 anni fa, il professore americano si è avvalso del biologo britannico John Manning. I suoi esami relativi a trentadue stencil hanno evidenziato come tre quarti delle impronte fossero di piccole dimensioni, dunque femminili. Anche i disegni di bisonti, cavalli e mammut non erano appannaggio del maschio, forse perché riti propiziatori e bilanci della caccia. Numerose statuette femminili di un periodo che si estende per 40mila anni dal Paleolitico al Neolitico e oltre, sono affiorate sul Nilo, in molti siti europei ma anche in estremo oriente. I manufatti rappresentano donne diverse: madri, prosperose di seno e fianchi, giovani longilinee, sedute o in piedi, a braccia conserte o con le mani alzate. E’ opinione condivisa che siano divinità pagane varianti di una Grande Madre, archetipo inconscio collettivo della dea che racchiude i misteri del creato, non soltanto le mestruazioni, la gravidanza, la nascita e la trasformazione del sangue in latte (…)

Pag 207 in Da Creta agli Etruschi
(…) La leggenda vuole che Tanaquil, quando il consorte viene ucciso da una congiura, trasporti subito il corpo in casa. Quindi, inaugurando la grande tradizione delle arringhe pubbliche, si affacci alla finestra per raccontare al popolo che Tarquinio era rimasto ferito in un attentato e perciò aveva nominato reggente il genero Servio Tullio. Se il primo sarà ricordato per il Circo Massimo, l’urbanistica e le opere di bonifica, il secondo dedica spazi al culto del femmineo, erigendo il tempio di Diana sull’Aventino, quello di Mater Matuta e della dea Fortuna al Foro Boario. Nelle iscrizioni funerarie etrusche e nei vasellami pregiati si trova il nome individuale e quello di famiglia della donna, a differenza dei Romani che delle femmine indicano solo la gens di appartenenza. Su uno splendido vaso di Capua del V secolo a.C. si legge: ”Io sono il vaso di Velthura Venel”. Un sepolcro di Tarquinia riferisce di una magistrata: ”Il giudice Ramtha è stata moglie di Larth Spitus, è morta a 72 anni, ha generato 3 figli”. Gli studiosi convengono che le etrusche fossero libere di gestire l’economia e ricoprire ruoli autorevoli nell’ordine sociale (…) Il tempio fatto costruire dai Tarquini a Roma, dedicato a Giove, Giunone e Minerva, riguarda la triade di origine etrusca: Tinia, equivalente di Zeus , la moglie Uni, dea suprema del Pantheon, e la figlia Menvra, divinità corrispondenti a Era e Atena, che in Grecia però sono idealmente inferiori al dio dell’Olimpo. Altre dee si ritrovano nella toponomastica. La località di Pomele, vicino a Bolsena, richiama Pomona, signora dei frutti, dell’olivo e della vite. La divinità ha ispirato finezze culturali e artistiche: Ovidio la immaginò con una falce nella mano destra, nel Rinascimento è coronata di rose e regna sul giardino. La figura della dea Pomona ritorna nella mostra del maestro Mario Pellegrino, presentata nel 2015 a Lecce nell’ambito delle iniziative della Fondazione dedicata a Luciana Palmieri, storica salentina che ha speso la vita nella valorizzazione degli artisti contemporanei e della cultura meridionale, con particolare attenzione agli splendori in Romanico pugliese e Barocco salentino (…)

Pag.212 in La scoperta del matricentrismo
La denominazione Khasi, minoranza etnica indiana del Meghalaya, scesa dall’Indocina in epoca neolitica, significa letteralmente ”nato da una madre”. Le colline dell’Assam proteggono dai venti queste valli piovose, bagnate dai grandi fiumi Brahmaputra e Irawadi. Ciò ha permesso lo sviluppo delle colture di riso e mais e l’allevamento di capre, galline e maiali. A differenza del modello capitalista la terra è gestita in comune, pertanto la crescita economica dei Khasi non ha comportato lo sfruttamento dei lavoratori. La capa del clan familiare è la madre, che riveste anche il ruolo di figura sacerdotale più autorevole, syiem sad. Solitamente è il figlio a diventare re, designato dai clan più vecchi, anche se non sono mancate le regine, l’ultima delle quali ha regnato fino al 1869 . Contadini e cacciatori sono perlopiù uomini mentre le donne raccolgono e distribuiscono equamente i beni, scambiano doni in occasione di festival e cerimonie. La syiem sad custodisce la proprietà e il denaro della famiglia che si tramandano per via femminile tramite la figlia minore; orienta le decisioni dei maschi, delegati presso i consigli locali, solo in linea teorica autorità municipali di più alto grado. Infatti i ricercatori autoctoni sottolineano il meccanismo di governo dal basso di queste società consensuali di clan, opposto alla tradizionale democrazia occidentale. Non esistono eserciti e polizie poiché le matrone suggeriscono ai membri della famiglia i provvedimenti, i quali, soltanto se condivisi, vengono controfirmati dai consigli locali. Un aspetto ricorrente nelle comunità matricentriche è la pratica di autocontrollo delle nascite, che aumentano in rapporto alle risorse comuni, un sistema che dispiegherà nel XIX secolo Robert Malthus partendo dall’analisi delle colonie inglesi del New England . I matrimoni dei Khasi sono informali, monogami ma liberi, nel senso che i partner scelgono solitamente di frequentare una persona alla volta e il divorzio è rapido (…)

Pag.231 in L’eco di Tristan
(…)“Giusto al fin della licenza” Tristan tocca, disvelando già il conformismo della gauche caviar. E’ lei sola a denunciare la viltà dei colleghi e a criticare il mancato impegno politico di George Sand, accusata di usare le storie degli umili per vendere romanzi . Il senso di giustizia che l’anima non può tollerare il cinismo borghese: ”Lord Brougham, uno dei più forsennati antropofagi moderni, alla Camera dei pari ha proferito le seguenti parole, col sangue freddo del matematico che fa una dimostrazione: ”Poiché è impossibile riuscire a portare la sussistenza al livello delle necessità della popolazione, occorre sforzarsi di far scendere la popolazione al livello della sussistenza”. Mentre incrocia gli esiti delle ricerche antropologiche, Tristan elabora una proposta rivoluzionaria, anticipatrice dell’idea di Marx ed Engels: l’unione di tutte le associazioni operaie. E’ lo sbocco necessario per il proletariato industriale che in Inghilterra ha dato vita alle trade unions e si sta raccogliendo attorno al movimento cartista guidato da Feargus O’ Connor, il cui giornale Northern Star supera le 50mila copie. I padri del comunismo contribuiscono alla formazione delle idee cartiste sul diritto al lavoro, discutendo del plusvalore sottratto al salariato e riflettendo sulle ipotesi di abolizione della proprietà privata. In quella fase, mentre Karl Marx ha appena esordito sulle pagine della Gazzetta renana, Flora Tristan sollecita a contattare più compagni possibili andando di persona, “col mio progetto d’unione in mano, di città in città da un capo all’altro della Francia per parlare agli operai che non sanno leggere e a quelli che non hanno il tempo di leggere“ . L’analfabetismo all’epoca è molto diffuso: 4.196 comuni non hanno una scuola. Tristan prefigura la costruzione di palazzi che fungano da residenze sanitarie, pensioni dei lavoratori e scuole per i loro figli. Il modello è analogo a quello dei falansteri di Fourier, con la sostanziale differenza che non si tratta di idealizzare un’intera società del futuro ma di coltivare un progetto graduale e sostenibile economicamente. Infatti l’Unione avrebbe finanziato i palazzi con il contributo volontario degli operai, proprio come si andranno a organizzare i sindacati e i partiti di massa. Per cercare di influenzare il Parlamento, gli unionisti avrebbero delegato un avvocato in rappresentanza degli interessi proletari prendendo spunto dal popolo irlandese alla Camera dei Comuni del Regno Unito . Il materialismo socialfemminista che offre Tristan è degno della miglior ingegneria sociale e politica. Nel reclamare i diritti si pone dall’angolatura dei maschi oppressi, cui spiega la ragione strutturale dell’ingresso delle donne nel lavoro (…)

Pag.247 in Molteplice reazione
(…) Nelle fasi di cambiamento il patriarcato, al fine di conservare l’ordine costituito, riafferma l’egemonia culturale attingendo alla misoginia classica e religiosa. Elencare gli uomini illustri che ne rinfocolano gli assiomi sarebbe un pletorico rosario. AD ESEMPIO NEL LIBRO DI ERCOLANI

Pag. 262 in Il Femminile tra pace e guerra
(…) E’ impossibile affermare in che misura e in base a quale criterio le donne – e gli uomini – siano miti, aggressive o equilibrate, nell’impasto delle sedimentazioni umane. All’interrogativo tranchant non si può che rispondere con la rigogliosa esperienza di donne che hanno inciso in alcune fasi della storia. Se la Psicologia s’arrovella sull’odierne menti femminili, come potrà discernere i meriti e le colpe di regine e governanti nel groviglio di responsabilità lontane nel tempo? Tanto più che i limiti della censura e della mistificazione, calate appositamente sulle dominae, non consentono di capire se avessero perpetrato lo status quo per cinica ambizione, quieto vivere o costrizione, magari dopo aver cercato di avviare un processo riformatore. Sulle arti seduttive di Cleopatra, l’ultima regina d’Egitto, si sono dilettati in parecchi. Assurge al trono dopo aver fatto uccidere dai Romani il suo giovane sposo, il fratello Tolomeo XIII; conserva il potere grazie al legame sentimentale con Giulio Cesare e poi con Marco Antonio. La letteratura preminente tende a rappresentare la caducità dell’unica arma di cui sarebbero dotate le donne, sottolineando che Cleopatra tentò inutilmente di sedurre anche Ottaviano, vincitore dello scontro con Antonio e primo imperatore di Roma. Ma le vie del potere sono infinite. Risalendo a millecinquecento anni prima, la faraona Hatshepsut prese il posto del padre Thutmose I per mezzo di un’abile manovra propagandistica (…) Stendhal constatava che ogni genio nato femmina è perduto. Ma subito dopo, sussurrava che quando il caso “offre loro i mezzi di manifestarsi, le vediamo raggiungere le mete più difficili” . Di certo per le donne, più che per gli uomini, vale quel che scrisse Emily Dickinson: “Non conosciamo mai la nostra altezza finché non siamo costretti ad alzarci, e ad esser fedeli alla nostra statura”. Cultura, intelligenza, coraggio non bastano alle donne, com’è evidente nelle discipline umanistiche dove la prassi maschilista di sottovalutarne il talento è facilitata dal carattere soggettivo delle opere. Diversamente i progressi scientifici non sono occultabili, anche per via del beneficio che ne traggono le élite. Le autrici, però, sono punibili. Ipazia (…)

Pag.284 La lunga marcia per i diritti
(…) Quale fu la spinta decisiva per il fondamentale diritto presso nazioni uscite dalla guerra mondiale in condizioni molto diverse? Secondo l’ambasciatore Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera, il grande cambiamento è dovuto al fatto che “le donne, per le necessità del conflitto, sostituiscono gli uomini nelle fabbriche, nelle scuole e negli uffici. È questa, ancora più delle proteste organizzate dalle suffragette, la vera ragione per cui il voto femminile viene introdotto” . Il mutamento del tessuto socioeconomico all’interno delle nazioni si integra con il nuovo quadro geopolitico. Il governo del menscevico Aleksandr Fëdorovič Kerenskij, dopo la Rivoluzione del marzo 1917, accoglie il diritto di voto alle donne. Non vi è naturalmente la prova di un collegamento, ma non si può escludere che le concessioni fatte alle donne negli anni seguenti siano – ancora una volta – una risposta riformista obbligata della borghesia capitalista. Sono forse l’esempio sovietico e la spinta socialfemminista, più che l’impegno di minoranze combattive, a rendere improcrastinabile la cessione di diritti e spazi alle donne da parte dei governi patriarcali liberali? (…)

Pag.305 in L’avanguardia di Luxemburg
(…) Nel periodo dell’insegnamento Rosa analizza criticamente il pensiero economico di Marx. Mentre la moltitudine di citazionisti ed esegeti si appiglia a discorsi decontestualizzati per accreditarsi, Luxemburg dispiega una propria teoria nel solco tracciato dal maestro. In merito all’espansione capitalistica globale e coloniale , ella riconsidera la meccanica della riproduzione allargata, ossia l’investimento dei redditi in forza lavoro. Rosa pone al centro il fattore della domanda ricordando che il capitalista, per impiegare nuovi lavoratori e mezzi, deve avere preliminarmente una nuova richiesta di prodotti. Quindi Luxemburg giudica sostenibile lo schema puro della riproduzione allargata solo a patto che vi siano sempre territori diversi dell’economia da depredare: il “contorno non capitalistico”. La società industriale dapprincipio trova sbocchi commerciali interni alle nazioni dominanti distruggendo la produzione di contadini e piccoli artigiani; in secondo luogo si impadronisce di territori vergini attraverso colonie o protettorati. In linea teorica il processo di continua estensione della borghesia produttiva porterebbe all’esaurimento delle risorse del pianeta. Non sarà così, ad avviso di Rosa Luxemburg, poiché l’accumulazione del capitale provocherà convulsioni politiche e sociali tali da rendere necessaria la rivolta della classe operaia internazionale . (…) Forse le chance di una trasformazione radicale in Germania non erano molte, ma a giudicare dalla criminale reazione del socialfascismo tedesco la saldatura con l’Unione Sovietica era particolarmente temuta. Le dure critiche rivolte a Lenin da Luxemburg non condussero mai ad una rottura. Ne è testimone autorevole Leon Trotsky: ”Dopo la rivoluzione del novembre 1918, lei iniziò l’ardente lavoro di assemblaggio dell’avanguardia proletaria. Malgrado il suo manoscritto teoricamente debole sulla rivoluzione sovietica, scritto in prigione ma mai pubblicato personalmente da lei, il seguente lavoro di Rosa permette di trarre con sicurezza la conclusione che, giorno per giorno, ella si stava avvicinando alla concezione teoricamente ben delineata di Lenin riguardo leadership cosciente e spontaneità”. Una spinta cruciale, quella di Rosa Luxemburg, in un momento storico decisivo che le è costato la vita. Sulla sua figura di economista e rivoluzionaria è calato l’oblio in larghi settori della sinistra. Perfino nella letteratura della Repubblica Democratica tedesca le citazioni di Luxemburg, per quanto definita martire, erano poco più che accademiche . Oggi le compagne e i compagni socialisti del Pkk curdo combattono per la libertà in suo nome.

P.325 in Democrazia graduale (…)
Deputate e amministratrici mantengono contegno e riserbo anche quando colleghi e giornalisti cercano di mortificarle, deridendole o facendo pesanti allusioni a questioni caratteriali, estetiche, sentimentali. Alcuni si pongono nel classico atteggiamento paternalista, altri sprigionano una latente misoginia. Nel 1950 Oscar Luigi Scalfaro, deputato della destra Dc, aggredisce una donna incontrata in un ristorante romano, Edith Mingoni, rea di indossare un abito con una leggera scollatura. “E’ uno schifo! E’ una cosa indegna! E’ abominevole! Se è vestita in quel modo è una persona disonesta! Le ordino di rimettere il bolero”. La vergognosa presa di posizione non sarà mai fatta pesare politicamente. Anzi, si può convenire che l’elezione di Scalfaro a presidente della Repubblica nel 1992, nel pieno dell’inchiesta di Mani Pulite e dopo la strage di Capaci, rappresenti anche il forte radicamento della cultura maschilista nelle classi dirigenti.
L’ELENCO DEGLI INSULTI MISOGINI DEI POLITICI DAL DOPOGUERRA AD OGGI E’ CONTENUTO NEL LIBRO DI FILIPPO MARIA BATTAGLIA, RECENSITO ANCH’EGLI DALLA CERCHIA POLITICO-MEDIATICA: http://www.repubblica.it/rubriche/passaparola/2015/10/19/news/stai_zitta_e_vai_in_cucina-125414881/
NON DEFINISCO SPREGIATIVAMENTE “COMPILATIVI” I TESTI DI BATTAGLIA ED ERCOLANI, BENCHE’ OGGETTIVAMENTE SIANO MERE RACCOLTE, PER LA SEMPLICE RAGIONE CHE CIASCUN LAVORO VA RISPETTATO ED E’ UTILE ALLA CRESCITA COMUNE NEL CONFRONTO PUBBLICO CHE DOVREBBE ESSERE INCLUSIVO. PURTROPPO NON STA AVVENENDO LO STESSO PER SOCIALFEMMINISMO, STRETTO IN UN VICOLO CIELO. SONO STATO QUINDI COSTRETTO A MOSTRARE ALCUNE PAGINE, ALCUNI DEI RAGIONAMENTI, FECONDI O CRITICABILI, DISPIEGATI IN UN COMPLESSO PERCORSO INTERDISCIPLINARE NECESSARIAMENTE DIALETTICO (441 pagine: https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/1253510061362065), A CAUSA DELLA MINI-RECENSIONE DEL MANIFESTO CON LA QUALE LA CERCHIA MEDIATICA VORREBBE DIMOSTRARE L’INSUSSISTENZA DELLA CENSURA. INVECE, COME APPARE EVIDENTE, LA MINI-RECENSIONE DI 1000 BATTUTE COSTITUISCE UN DANNO ULTERIORE PER RIPARARE IL QUALE, A CAUSA DEL PERDURANTE BAVAGLIO IMPOSTO DAI MEDIA GENERALISTI, NON HO ALTRI STRUMENTI CHE SCRIVERE QUI. IL NUMERO DI LETTORI CHE COMPRENDERANNO SARA’ DI MOLTO INFERIORE AI LETTORI DEI MANIFESTO, PER ALCUN* GIURIST* VI SAREBBERO GLI ESTREMI PER UNA CAUSA CIVILE, NON MI RIFERISCO ALLA FALSA QUALIFICA DI “LIBRO COMPILATIVO” CHE RIENTRA NEL DIRITTO DI LIBERTA’ DI PENSIERO MA ALL’ERRORE DEL MANIFESTO, QUANDO SCRIVE NEL TITOLETTO E NEL TESTO “SOCIAL FEMMINISMO” STACCATO, CHE OGGETTIVAMENTE EVOCA ALTRO (SOCIAL NETWORK) RISPETTO A SOCIALFEMMINISMO. Ma non chiederò un euro a lorsignori.

Socialfemminismo, il Paese reale e la censura continuativa

1 commento

Eppure è semplice, rispondere alla comunicazione via e-mail relativa alla presentazione ufficiale di un nuovo libro, sopra tutto se quella comunicazione è stata spedita direttamente ai responsabili delle pagine culturali dei quotidiani e dei periodici. Anche se a farlo non è il grande editore che concorda le recensioni con i succitati mezzi di comunicazione generalisti. Altrettanto semplice é comprendere il rilievo pubblico delle questioni trattate in Socialfemminismo (441 pagine, Digital Press, 19 euro https://www.amazon.it/SocialFemminismo-contribuito-Storia-censurate-scritta-ebook/dp/B01LZH4NMN) a prescindere dalle considerazioni di merito e dalle benvenute critiche che potranno dispiegarsi.
Il testo è stato presentato venerdì 3 febbraio in prima nazionale presso l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Ferrara. Lunedì 30 gennaio i succitati responsabili delle testate nazionali sono stati avvisati tramite posta elettronica della presentazione mentre altri colleghi conoscenti/amici erano già stati messi a parte della pubblicazione nei mesi precedenti. Nessuno ha ritenuto di ringraziare per il dono del libro, neppure di fornire una sillaba di risposta.
Eppure. Il libro d’inchiesta “I panni sporchi della Sinistra” (Chiarelettere, Pinotti e Santachiara, 382 pagine, 2013) ricevette recensioni su Sette-Corriere della Sera, Micromega-Repubblica, Fatto Quotidiano, Il Giornale, Panorama, Libero, Giornale di Puglia, Gazzetta di Reggio Emilia, Corriere del Mezzogiorno, Corriere del Ticino, i siti Articolo21, La Voce di New York, Linkiesta, Lettera43 e altri.
Interrotto il rapporto con Il Fatto Quotidiano, su suggerimento dei colleghi Francesca Fornario e Luca Sappino, scrissi in tre mesi il libello “Calciopardi”(autoproduzione, 158 pagine, 2014), ricevendo inviti a festival letterari e a collaborare con Left Avvenimenti, che assieme a Huffington Post e Linkiesta dedicò una recensione ai “Calciopardi”.
Ora, il terzo libro, non riceve neppure risposta. Come si può desumere scorrendo le tematiche, non si tratta di una fatwa personale ma di una censura continuativa di carattere sostanziale che riguarda i contenuti e le protagoniste del libro, protagoniste del passato e del presente.
Si riportano quindi i commenti di persone che hanno già avuto modo di leggere Socialfemminismo
“Un saggio importante di cui abbiamo bisogno, anche fuori dall’Italia”
(Barbara Ann All,UN Women, UN NGO Committee on Disarmament, Peace and Security, National Human Rights Commission Bangladesh),
“Esempio di giornalismo letterario, da leggere due volte per coglierne appieno la profondità”
(Paola Castagnotto, presidente Donne e Giustizia),
“Competenza e disponibilità al confronto su temi importanti e di alto valore” (Annalisa Felletti, assessora alle Pari Opportunità del Comune di Ferrara),
“Grande lavoro di ricerca, valore aggiunto fondamentale nel discorso pubblico”(Luisa Gabbi, capa ufficio stampa presso il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture),
“Studio sulla memoria femminile censurata dal patriarcato, sguardo sul futuro che è sempre più donna, in economia ecosostenibile, digitale, diritto”
(Nino d’Eugenio, antropologo),
“Un saggio ricco di nuovi spunti e molto stimolante”
(Grazia Francescato, Rivolta femminile, Effe, presidente Wwf, portavoce dei Verdi, prima donna a capo di un partito di sinistra in Italia),
“Testo universitario”
(Stefania Mininni, sostituta procuratrice presso Procura della Repubblica ddi Lecce).

Socialfemminismo: al via gli incontri

1 commento

La vittoria nella causa civile milionaria per il servizio di Report del 2011 (http://www.newspedia.it/report-addio-con-vittoria-giudiziaria-di-gabanelli-e-santachiara/) e l’attenuazione di altre tuttavia perduranti problematiche, almeno ci consente di tornare a tracciare un quadro della situazione. Alla luce delle tante richieste rimaste inevase in questi mesi, relative al nuovo saggio autoprodotto Socialfemminismo (441 pagine, due anni di studi) ma anche ai due precedenti libri d’inchiesta sulla Sinistra(https://www.facebook.com/ipannisporchidellasinistra/?fref=ts) e sul Calcio(https://www.facebook.com/calciocarognegattopardi/), esprimo vivo rincrescimento per chi ha dovuto acquistare copia su Amazon (anch’io adoro il profumo della carta stampata) e comunic il programma di presentazioni. Il primo incontro è in programma Ferrara, all’Assessorato alle Pari Opportunità, venerdì 3 febbraio alle ore 16.
Il secondo si svolgerà a Piozzano (Piacenza), presso la Biblioteca comunale, sabato 11 febbraio.

Nuovi libri di uomini sulle donne: Cazzullo e Ercolani scelgono il rosa, io il rosso

3 commenti

Dieci giorni fa avevo anticipato l’uscita di “Socialfemminismo”, il mio nuovo saggio pronto da quattro mesi e certificato da due, solo ai fini di tutela del copyright in attesa della pubblicazione. Nel cimentarmi in una divertente opera di sinossi comparativa intendo richiamare l’attenzione sull’aspetto cromatico, nel senso semiotico del futuro (roseo) e del genere femminile, tratto distintivo dei libri scritti dagli uomini e dedicati alle donne, compresi gli ultimi due di Aldo Cazzullo e Paolo Ercolani. Il primo, “Le donne erediteranno la terra”, muove da una tesi che sentiamo ripetere ciclicamente dal mainstream: il nostro secolo vedrà il “sorpasso della femmina sul maschio”. A sostegno il giornalista del Corriere della Sera cita i molti paesi “in cui la rivoluzione è un fatto compiuto: i due leader più importanti degli ultimi decenni, Margaret Thatcher e Angela Merkel, sono donne; Londra nell’ora più difficile si affida a Theresa May; e Hillary Clinton è la prima donna ad affacciarsi sulla soglia della Casa Bianca. (Persino l’arrembante destra populista si affida alle donne: Marine e Marion Le Pen in Francia, Frauke Petry in Germania, Beata Szydlo premier in Polonia)”. Certo, scrive Cazzullo, le ingiustizie e i pregiudizi non sono finiti, l’Italia è più indietro, ma le donne fanno “le astronaute, il sindaco della capitale, il presidente della Camera, il numero 2 del governo, i direttori delle principali carceri, gli amministratori o i presidenti delle grandi case editrici: tutti sostantivi che dovremo abituarci a declinare al femminile”.

La questione è ovviamente ampia, complessa e multidisciplinare. Innanzitutto segnalo i meri dati statistici del predominio strutturale: le donne sono appena il 4,8% degli amministratori delegati delle prime cinquecento aziende statunitensi per fatturato (Lista Fortune) mentre è di sesso maschile il 97% dei miliardari (Forbes), la metà delle dirigenti dichiara di avere poca fiducia nelle prospettive professionali (Institute of leadership and management), le donne in Europa sono mediamente poco più del 20% nei consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate (in Italia hanno raggiunto il 25,5% grazie alla legge sulle quote rosa); le imprenditrici stanno guadagnando terreno nei comparti più dinamici come il digitale, i servizi, l’agroalimentare e il turismo ma le aziende femminili in Italia nel 65,5% dei casi sono individuali e nel 94,2% non superano i cinque dipendenti. Il gap salariale europeo è del 16,3% (CE), il sex typing ancora diffuso (Eurofond) e la maternità penalizza sopra tutto il Belpaese. Il pensiero egemone patriarcale e clericale che si manifesta in modo risibile con i Fertility day e le Sentinelle in piedi, in realtà molto più efficace nella reiterazione di modelli impliciti, séguita a inculcare il ruolo preassegnato di madre angelo del focolare: solo il 57,8% delle italiane con un figlio lavora, il 50,9 con due e il 35% con tre figli (Global Gender Gap Index). Dunque le donne (il 47,3% ha un impiego contro il 65,3% dei maschi ma i contratti femminili sono più flessibili: un terzo rispetto al 24% della media Ocse) sono ancor più vittime della precarizzazione, aggravata dal Jobs Act del governo Renzi, con una punta dell’iceberg dello sfruttamento di stampo ottocentesco che si chiama caporalato. In Socialfemminismo tratto il caso della dirigente dell’Istat Linda Laura Sabbadini ma anche storie di ordinario mobbing, licenziamento e discriminazione ai danni delle lavoratrici invisibili. Ad esempio, nel 2008 un’operaia straniera dipendente di una ditta tessile di Carpi venne accusata di emettere cattivi odori e poi licenziata in tronco per aver osato rispondere al padrone. Tre anni dopo la giudice Carla Ponterio ha decretato l’illegittimità del licenziamento e ordinato al datore di lavoro di risarcire la magliaia con sei stipendi ma lei, revocato il permesso di soggiorno in ossequio alla legge Bossi-Fini, ormai si trovava all’estero.

Quanto all’importanza che Cazzullo conferisce alle donne nella politica e nella pubblica amministrazione, è d’uopo discernere tra le cooptate aderenti ai piani della governamentalità neoliberale patriarcale e le poche che sono riuscite da posizioni di vertice a battersi contro le diseguaglianze sociali e tra i sessi. La presidente del Brasile Dilma Rousseff, sviluppatrice di policy che hanno fatto uscire dalla povertà e dall’analfabetismo milioni di persone, è stata oggetto di compagne mediatiche, attacchi spionistici e infine destituita per irregolarità di bilancio senza essere sfiorata da inchieste della magistratura. La presidente del Parlamento greco Zoe Konstantopoulou, ferma oppositrice dei ricatti della troika e contraria al cedimento del premier Tsipras alla logica dei memoranda, ha subìto una crescente aggressione mediatica pregna di misoginia. Molte altre restano all’opposizione o comunque prive di importanti facoltà decisionali. Sono preparate, colte, acute, pugnaci come le ragazze che a scuola, nei percorsi universitari e nella libera intraprésa ottengono risultati mediamente migliori rispetto a noi uomini. In Italia le donne non hanno mai guidato un partito di sinistra, nessuna è assurta alla presidenza della Repubblica e a quella del Consiglio, al ministero dell’Economia, alla guida della Corte costituzionale e alla vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura malgrado le magistrate abbiano superato i colleghi.
In Le donne erediteranno la terra (Mondadori, pp.228, 17 euro, ebook 9,99) Cazzullo parla delle ingiustizie storiche e dei lenti passi avanti legislativi che ritrovate anche nel mio libro, continuando a vaticinare il cambiamento: ”Quando dico in pubblico che il futuro appartiene alle donne, gli uomini annuiscono: alcuni angosciati o ancora speranzosi di allontanare quel doloroso momento; altri sollevati al pensiero di lasciare fatiche e responsabilità in mani migliori”. Invero, le uniche fatiche che la stragrande maggioranza dei maschi è sempre lieta di lasciare sono quelle domestiche. Anche quando – e storicamente avvenne prima in Unione sovietica che in occidente – le donne hanno avuto accesso a ruoli prestigiosi, vincendo ostacoli oggettivi e svilimento pubblico, il fardello è rimasto. All’interno della coppia la cura dei figli, della dimora e dei genitori anziani è scaricata quasi sempre su di lei (Ocse: un’italiana dedica 36 ore settimanali alle faccende di casa contro le 14 dei connazionali, in Danimarca il gap è di tre ore, in Cina di otto) e tale compito gratuito non cala neppure in termini generali giacché va colmando la costante riduzione dei servizi sociali nelle democrazie europee. Non solo mancano politiche per la reciprocità delle responsabilità familiari e genitoriali ma è rimossa dal dibattito la pericolosa china sociale: un milione e 100 mila bambini italiani sono sotto la soglia di povertà (Istat), crescere un figlio dalla nascita ai 18 anni costa in media 171mila euro per una famiglia con un reddito di 34mila euro annui (Federconsumatori), nel 2016 le persone che hanno rinunciato alle cure risultano 11 milioni mentre la spesa sanitaria privata tocca i 34 miliardi e 500 milioni di euro (Censis-Rbm). E’ la massa delle donne, quella che non gode dei privilegi alto borghesi, la prima a pagare, anche per il boicottaggio della legge 194 messo in atto dal 70% del personale medico.
L’infarinata di dati è utile a comprendere la realtà per come essa è e non come vorremmo che fosse. Naturalmente, per scrostare un’oppressione plurimillenaria fondata sulla riproduzione di codici, monoteismi, modelli culturali maschilisti, è necessario molto altro lavoro. Hic et nunc, perché i femminicidi sono il drammatico effetto di pratiche misogine. Dall’apparato statuale è doveroso attendersi un impegno concreto e assiduo, vale a dire risorse adeguate ai centri antiviolenza, contrasto culturale vero a pubblicità, dichiarazioni e consuetudini sessiste, educazione al rispetto e alle differenze. Dal mondo del giornalismo, se non analisi serie sulle cause sociali dei femminicidi, esigiamo il minimo sindacale di deontologia. Ad esempio, l’Ordine dovrebbe intervenire quando i cronisti scrivono “raptus di gelosia o di follia” di ex partner (i più colpevoli percentualmente), espressioni con cui si concedono attenuanti (a priori e spesso infondate) ai criminali e si alimentano i peggiori stereotipi; per non parlare dell’uso ripugnante di “baby squillo” al posto di “bambina nelle mani lorde di pedofili”.
L’evoluzione umana passa per esempi pubblici e privati ma anche dallo sforzo autonomo di coscienza critica costruttiva. Ciascuno, nella propria quotidianità, è chiamato a interrogare e interrogarsi nell’opera plurale, studiando e comparando i contesti, nello spazio e nel tempo. Ho avuto la ventura di farlo durante le ricerche e i viaggi, nella raccolta di documenti e testimonianze. Per il momento soffermiamoci su quella che pare essere la ricaduta ineluttabile nel binarismo di genere. Nella sinossi del suo libro inserito su Amazon il 20 settembre, Cazzullo scrive: ”Le donne erediteranno la terra perché sono più dotate per affrontare l’epoca grandiosa e terribile che ci è data in sorte. Perché sanno sacrificarsi, guardare lontano, prendersi cura; ed è il momento di prendersi cura della terra e dell’uomo, che non sono immortali”.
Ben poco ci è dato in sorte, dal momento che le società e le diverse classi sociali sono determinate storicamente dallo sviluppo delle produzioni e dalla gestione di governi, tecnica e ricchezze. Il punto da sottolineare nella cornucopia di qualità che Cazzullo – in questo caso il termine è opportuno – dà “in sorte” alle femmine, è la consueta cacofonica generalizzazione di genere, condita da un ottimismo che rischia di sopire lo spirito critico. Come se le une e le altre non differissero alla base per formazione culturale, censo e lignaggio. Come se la diversità biologica dei sessi imprigionasse le femmine in predeterminate scelte di vita, secondo pretese attitudini a “cura e sacrificio”. Nel mondo pochi sono a conoscenza dei Matriarcal studies, ricerche antropologiche che dimostrano l’esistenza di comunità ginecocentriche a diverse latitudini. Qualcuno in più discute dei Gender studies, ma sempre a margine del discorso pubblico e sovente per mistificarne il messaggio a fini denigratori. Se politica e accademia, saggistica e pubblicistica ignorano le analisi alternative, il patriarcato capitalista avrà sempre buon gioco nel narrarsi immanente e sempiterno. Eppure gli atti di parresia che sparigliano la microfisica del Potere sono semplici. Judith Butler, mutuando la teoria del linguaggio come sistema preesistente (Ferdinand de Saussure) e della produzione incessante della norma autorigenerantesi (Michel Foucault) decostruisce il binarismo di genere. La differenza tra i sessi è soltanto biologica mentre le scelte culturali e intime vi prescindono, perché “non ci sono una natura femminile e un’altra maschile ma recite ripetute e obbligate dai codici dominanti”. E’ lo sviluppo delle molteplici lotte per l’autodeterminazione che le donne hanno intrecciato e saldato a quelle universali per l’uguaglianza nelle libertà. Con le pioniere e in forma sempre più organizzata, da Flora Tristan e le comunarde alle grandi compagne del secolo breve: socialiste, Mujeres libres, partigiane, protagoniste del decennio che sconvolse il mondo all’acme dei trenta gloriosi. Le sovrastrutture sistemiche, così come diffondono incrollabile fiducia nella tecnologia e nel mercato, asseriscono l’anacronismo e la perdita di senso di Femminismo e Socialismo. Ma non possono impedirne la rinascita, inevitabile finché ci saranno ingiustizia e sfruttamento.
Cazzullo, tra i più stimati intervistatori del Corriere – gli ultimi dialoghi sono quelli con Massimo D’Alema e Laura Boldrini – un paio di mesi fa aveva chiesto alle lettrici di scrivere pareri per ultimare il suo libro. Alcune si sono dette gelose dei successi di una vincente nello sport come Valentina Vezzali. La chiosa è contro “cialtroni e millantatori” che invidiano il talento di chi ce l’ha fatta: ”Ma perché essere ostili verso chi ha cresciuto figli e ha vinto le medaglie olimpiche? Cosa c’è più bello del ricordo di una madre fatto vivere nel tempo attraverso le generazioni?”.

Paolo Ercolani, docente di Filosofia e giornalista, ha pubblicato in giugno Contro le donne (pp.318, euro 17,50) per tipi Marsilio, editore attento alle tematiche dell’area progressista che fa riferimento a Giuliano Ferrara (David Allegranti, The Boy; Annalisa Chirico, Siamo tutti puttane, 2014). Nel suo libro a copertina rosa, Ercolani stigmatizza luoghi comuni, pratiche e teorie maschiliste di filosofi classici e moderni ma nel bel mezzo dell’esercizio di citazionismo prende di mira il femminismo. L’aspetto è colto magistralmente da Daniela Monti, autrice della recensione per il Corriere (http://www.corriere.it/cultura/16_giugno_07/paolo-ercolani-contro-le-donne-saggio-marsilio-b8cd6d12-2cd6-11e6-b303-a777738cf73e.shtml). Infatti Ercolani afferma che “una parte del femminismo ha finito con il cadere in un errore paradossalmente “misogino”: ossia profetizzare e lavorare per la costruzione di un soggetto umano asessuato, al di là delle categorie di maschile e femminile”. Queste posizioni, a suo avviso, “rappresentano il sintomo evidente di quello che sembra un ripiego dettato dall’impossibilità o incapacità di pervenire a una soggettività femminile piena e in grado di interagire in termini (ritenuti) di parità dialettica con l’essere maschile”. Socialfemminismo https://www.amazon.it/SocialFemminismo-contribuito-Storia-censurate-scritta-ebook/dp/B01LZH4NMN

Socialfemminismo: chi lo teme?

Lascia un commento

Il mio nuovo saggio si intitola Socialfemminismo. E’ frutto di un anno e mezzo di studi, ricerche, testimonianze, interviste: pronto da circa 4 mesi, inviato via posta elettronica come definitivo 2 mesi fa. Non è stato semplice, per il concatenarsi di problemi diversi ma il risultato è raggiunto. Purtroppo Socialfemminismo non ha ancora trovato un editore. Il che è alquanto sorprendente. Non perché l’autore sia migliore di altri ma a onor d’oggettività, avendo esordito con il successo del libro d’inchiesta “I panni sporchi della Sinistra” (non ho i dati aggiornati ma questi erano dopo i primi mesi del 2014: quattro ristampe di Chiarelettere, in classifica top 10 su La Lettura, quindicimila copie vendute http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/i-panni-sporchi-della-sinistra-9788861904279.php), secondo la logica della libera concorrenza riceverebbe qualche proposta. Invece, della ventina di editori contattati, nessuno, anche chi esprimeva iniziale interesse, ha fornito una risposta nel merito. E allora, semplicemente, chiediamoci perché Socialfemminismo non s’ha da divulgare o l’autore Santachiara non dovrebbe lavorare. Il tempo darà a ciascuno la possibilità di formarsi un’idea sui possibili motivi praticando il metodo abduttivo, ovverosia muovere dai dati certi (le esperienze passate e il valore di questo nuovo studio) per sviluppare via via ipotesi e dubbi. 
Dal sistema mediatico uscii cinque anni fa dopo alcuni fatti che cito per ordine d’importanza: le minacce di ambienti legati alla polizia segreta italiana, poiché partendo da un omicidio del 2007 a Modena ho compreso in maniera autodidatta meccanismi sistemici fino ai livelli più alti; la puntata di Report del dicembre 2011 sul primo caso scoperto al nord di rapporti fra Pd e ‘ndrangheta, costatami una causa civile da un milione di euro della durata di cinque anni; la chiusura improvvisa nel gennaio 2012 – per una falsa accusa che bloccò i contributi per l’editoria – del giornale L’Informazione di Modena per cui lavoravo come cronista di giudiziaria; l’interruzione decisa dal sottoscritto della corrispondenza a suon di scoop per Il Fatto Quotidiano, per la semplice ragione che non si tratta del “giornale senza padrini e padroni” o della “voce delle Procure” ma di altro che ho compreso nel tempo. Sono ben lieto di vivere con poco cercando di fare l’unica cosa che mi riesce: indagare oltre le verità di comodo, conoscere, agire pluralmente, raccontare il vero sperimentale nei pochi spazi di libertà consentiti. Come nei momenti più duri, come dei messaggi in bottiglia.
Chiudo, e passo.

Rinascita della Sinistra, non è mai troppo tardi

1 commento

Rientro a Perugia dopo un’arricchente giornata romana. Iniziata con la registrazione di un dibattito a Lo stato dell’arte di Maurizio Ferraris con la bravissima Francesca Serafini, sceneggiatrice, collaboratrice del Corriere della Sera e autrice del saggio Di calcio non si parla, la serie di belle cose ha conosciuto l’acme al calar della sera, ascoltando Francesca Fornario al Tilt nella nuova sede di Garbatella, con la portavoce dell’associazione Maria Pia Pizzolante e la consigliera regionale di Sinistra Daniela Bianchi, appassionate ed efficaci sulle questioni sociali poste dal libro di Francesca (con sublime digressione alleniana-keatoniana): La banda della culla. La prima cosa che ho pensato è: “La Sinistra unitaria con tutte le sue forze migliori dovrebbe rinascere dalle donne”. Non solo perchè ne sto scrivendo ma convinto della giustizia e della vitalità che discendono dall’interazione tra femminismo (non possiamo non dirci femministi) e socialismo. Stamane poi ho letto la lettera digitale inviata da Simone Oggionni a Fabrizio Rondolino, sulla scia della riflessione del direttore Peppino Caldarola e, persuaso del valore intrinseco del messaggio epistolare in bottiglia, desidero sottolinearne la dialettica inclusiva e la capacità di discernimento tese alla diffusione della presa di coscienza. Di seguito, quindi, le direttrici di compagni che partendo da posizioni diverse avvicinano a raggiera la sintesi feconda nel comune retroterra ideale e storico della Sinistra, per l’agire plurale di oggi e di domani.  Qui la profondità di Caldarola: https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/1039611889418551
Qui lo stimolo di Rondolino http://www.unita.tv/opinioni/caro-dalema-forse-e-davvero-giunto-il-momento-di-salutarsi/
Qui la risposta di Oggionni
http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/dalema-renzi-e-la-sinistra/

Piccole libertarie annotazioni nel giorno in cui le ore del sole son le stesse della notte. Il passato si mescola al futuro nelle pagine e nei volti de Il pane e le pietre che Mario Toma (in corso la presentazione a Lecce con Fabio Casilli e Gigi Pedone) dedica all’azione, alle idee politiche e al vissuto dei tanti, noti e meno noti, che hanno fatto la storia del Pci salentino. Il libro si chiude con la scomparsa di Enrico Berlinguer. E proprio del suo naturale erede Massimo D’Alema la politeia ora discute.

Partiamo dal confronto con Craxi e Renzi, ricordando che il premier e segretario del Pd è un epifenomeno diverso, quasi opposto, avendo scalato partito ed esecutivo sulla spinta del gotha dell’industria e della finanza, italiana e soprattutto estera (rimando al capitolo de I panni sporchi della sinistra dedicato a Renzi, Chiarelettere, 2013). Differisce innanzitutto per la funzione sovrastrutturale al servizio di una “governamentalità neoliberale” che dal riflusso degli anni ’80 e con più forza dalla fine della guerra fredda sino all’euroliberismo, risulta egemone nella sfera politica e nei gangli della società complessa. Naturalmente non si tratta di un Grande Vecchio ma della microfisica del potere, una molteplicità di interessi in continuo movimento che tuttavia lasciano margini di imprevedibilità. Ieri Giuliano Ferrara ha sottolineato provocatoriamente, benchè vil generalizzando col termine “magistratura”, il parallelo fra certe dinamiche del biennio italiano del 1992-1993 e ciò che sta accadendo in Brasile all’unica presidente di sinistra oggi al mondo, Dilma Rousseff, e al predecessore Lula. Purtroppo, anche portando all’estrema provocazione i parametri del realismo politico, Craxi non commise solo reati (peraltro facilmente tracciabili) ma gravi errori geopolitici legati all’assoluta chiusura del dialogo col Pci, precludendo ogni prospettiva socialdemocratica. A mio avviso non sono riscontrabili in Massimo D’Alema gli elementi di leaderismo e individualismo contestatigli, a meno che non si intenda la risultante indiretta del conflitto politico, rappresentando egli antropologicamente la resilienza dell’ex Pci alla deriva neoliberista e autoritaria con la quale Renzi, prosecutore del veltronismo con altri mezzi, ha indebolito dinamiche, struttura e cultura del partito di massa. Inoltre fu tutto l’Ulivo ad inseguire la Terza via neoliberale di Clinton e Blair, mentre concordo col lettore Giuseppe Maria Greco sul fatto che la grandeur nazionale e il merito non sarebbero elementi negativi qualora fossero declinati a sinistra. Per farlo bisogna decostruire la subcultura dominante che regala alle destre la tutela di interessi e particolarità di un paese. Rifiutare giustamente una politica estera aggressiva e uno sciovinismo nazionale e maschilista non significa rifuggire da un ruolo decisivo dello Stato. Come scriveva Eric Hobsbawm il capitalismo, al fine di proteggersi dallo spettro comunista che continuava ad aggirarsi per l’Europa, seppe adoperare elementi di socialismo con i piani di investimenti federali di Roosevelt e il modello sociale Beveridge. Pertanto, oltre a misure sociali fondamentali come il reddito minimo garantito presente nel resto d’Europa (Sel, Sinistra italiana, Sinistra riformista, imponete all’agenda parlamentare questo provvedimento urgente, salvifico per milioni di disoccupati sotto il ricatto di padroni e strozzini!) e la tassazione progressiva periodica, l’Italia potrebbe combattere l’euroliberismo e trattati come il Ttip da sinistra, opponendo strategie pubbliche per orientare l’economia verso la qualità delle produzioni, il rispetto della fatica, la parità del lavoro fra i sessi e dell’ambiente, nuovi tempi di vita affrancata.

I punti toccati nell’intervista di D’Alema al Corriere, su cui si sono soffermati Caldarola, Rondolino e Oggionni elaborando percorsi interpretativi interessanti, rimettono di fatto in moto un virtuoso materialismo dialettico. La pronta reazione di Marco Damilano su L’Espresso è la riprova del timore del mainstream nei confronti della Rinascita della Sinistra unitaria con tutte le sue forze migliori: https://www.facebook.com/stefano.santachiara.1/posts/983297151752553?pnref=story E Eugenio Scalfari, in occasione dell’anniversario del colpo di Stato delle Br del 16 marzo 1978, anzichè scrivere di Aldo Moro, ha prontamente inteso raccontarci di quando lui e Repubblica davano del tu a Enrico Berlinguer http://www.repubblica.it/politica/2014/03/16/news/berlinguer_scalfari-81114389/
Da tempo Massimo D’Alema è il nemico principale delle sovrastrutture mediatiche, a cominciare dai network poliziesco-finanziari. E’ giunta davvero l’ora di interrogarci sulla vera ragione, anziché continuare col misunderstanding degli elementi personali caratteriali. Purtroppo anche Norma Rangeri, direttrice del Manifesto, apre e chiude l’editoriale rispettivamente sui “vituperati giornalisti” e sulla “perfidia” della stoccata alla minoranza bersaniana che non riesce a incidere: http://ilmanifesto.info/il-bazooka-di-dalema Lontani i tempi del confronto sostanziale e schietto che nel suo naturale manifestarsi agevola il fondamentale processo cognitivo dei lettori. La conversazione con D’Alema riportata da Rossana Rossanda nell’ultimo libro Quando si pensava in grande (assieme ad altri dialoghi con personalità dello spessore di Allende, Sartre, Lukács e Althusser) verteva sulla Weltanschaaung e sull’azione di governo, e si caratterizzava anche per passaggi duri e prolungati, che sono l’esatto contrario dell’arroganza e del paternalismo: è la stima per l’acuta interlocutrice, ricambiata con altrettanta determinazione. In seguito nessuno si è interrogato sui fili che l’esecutivo D’Alema, primo post comunista alla guida del Paese, può avere toccato in quella delicata fase di trasformazione mondiale. Si provi a invertire il punto di osservazione. Perché gli attacchi mediatici partirono violenti (Marco Travaglio ripeteva in ogni dove la “merchant bank” di soggetti imprecisati “entrati con le pezze al culo a Palazzo Chigi e usciti ricchi”) quando l’allora presidente del Consiglio non impedì alla cordata di Roberto Colaninno di scalare la Telecom, e nessuno aveva trovato da eccepire sulla privatizzazione decisa dal governo Prodi, grazie alla quale gli Agnelli controllavano il colosso della telefonia con un piccolo pacchetto azionario? Purtroppo all’epoca non ero della partita, nel senso che scrivevo i primi articoli per la Gazzetta di Reggio Emilia: la crisi del Tessile, le denunce delle Gev in difesa dell’ambiente, la chiusura dell’ospedale San Sebastiano di Correggio, gli operai della zona che si esprimevano per la riduzione dell’orario di lavoro in una serie di interviste salutate con favore dai responsabili di Rifondazione Comunista Rina Zardetto e Gianni Tasselli e guardate con sospetto dal sindacato reggiano; in particolare, ricordo il dialogo con Renzo Testi di Nuova Sinistra Ds: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/1999/11/22/testi-coop-nord-est-riaccendiamo-la-voglia-di-sinistra/ . Poco informato come la moltitudine assistevo, dalla parte delle guardie e dei giornalisti che si narravano “senza padrini e padroni”, ad un dispiegamento di forze mediatiche contro la breve esperienza governativa di D’Alema mai visto neppure per Berlusconi, il quale però beneficiava elettoralmente, come oggi Salvini e Grillo, della ridondante e spesso vacua polemica mediatica. Per non parlare dei condottieri transitati da Goldman Sachs ed elevati al rango di salvatori della patria (Prodi, Monti, Gianni Letta, Claudio Costamagna, nuovo presidente della Cassa depositi e prestiti imposto da Renzi). In altre parole, tanto meno abbiamo contezza del periodo di D’Alema premier in termini di manovre di palazzo (ad esempio, solo ora sta venendo alla luce sui mezzi di comunicazione generalisti che la guerra della Nato in Kosovo era già stata ratificata dal governo Prodi) e di progetti attuati (rimando alla chiosa su Damilano per comprendere una parte di orizzonte delineato in tema di protezione sociale della maternità), tanto più risulta sbagliato formulare un giudizio semplicistico. Il fact checking non si pratica solo per lo scoop ma risiede nella sperimentazione continua che è la penetrazione dell’esistenza. Nel caso in specie, ho potuto riscontrare che D’Alema ha compiuto errori e possiede difetti come tutti, ma si manifesta con autenticità e audacia. A mio avviso si tratta di un combinato disposto più importante dell’ìntelligenza, dal quale essa trae linfa. Chi frequenta questo blog sa a cosa faccio riferimento quando sottolineo che pochi magistrati e carabinieri, rarissimi giornalisti hanno scelto di non temere il Potere, nel mio caso si tratta di ambienti della polizia segreta italiana. D’Alema esprime opinioni nette che non avete mai sentito da altri statisti, tranne dal leader laburista Jeremy Corbyn o in passato da Francesco Cossiga, più sardo che democristiano. Il presidente di ItalianiEuropei ad esempio afferma: “Il Fatto Quotidiano è tecnicamente fascista”. Oppure, intervistato da Daria Bignardi: “Alan Friedman non mi piace”. All’incontro di sinistra riformista del 12 marzo a Perugia, spiega: ”Isis nasce da una scissione con Al Qaeda, a suo tempo usati contro la Russia. Il terrorismo non é frutto della disperazione”. Molinari gli domanda degli incontri con la conservatrice Rice, e D’Alema risponde: “Continuava a dire: let Israel make the dirty job”. No, le dissi, sono persone”. Per l’ex presidente del Consiglio non è una novità la tessitura politica votata alla soluzione di pace in Palestina, ma la dichiarazione è di un certo peso nei confronti degli Stati Uniti. Eppure nessuno dei giornalisti che assedieranno D’Alema all’arrivo e alla ripartenza ne farà menzione su agenzie e giornali. Naturalmente sono vittime, della loro ombra e della precarietà economica. Ma torniamo ai commander in chief, rovesciando ancora la base di osservazione. In dati momenti storici, i network scatenano raffiche di disinformazione intervallate da un prima, e un dopo, di oblio assoluto e di eliminazione degli spazi informativi della vera Sinistra. Adopero l’espressione che usai per le campagne di fango contro Jeremy Corbyn, inattaccabile sul piano dell’onestà fattuale e intellettuale.Ciò avviene quando una guida politica antropologicamente autorevole segna il punto di rottura, in tal caso nei confronti della socialdemocrazia ancillare alla governamentalità neoliberale, e incarna la Rinascita, nel proprio paese e internazionale, della Sinistra https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2015/08/31/corbyn-il-socialista-che-guarda-al-futuro/

Questo è il nodo cruciale, anziché la vexata quaestio sul presunto tradimento dello spirito dell’Ulivo, o del centrosinistra col trattino, o del Pd, che ineluttabilmente si presenta all’ultimo grado di involuzione nel “partito della Nazione”. E il nodo pertiene allo scollamento tra il Paese reale e le forze che potevano e dovevano contrastare il capitalismo finanziario e patriarcale innervatosi nelle istituzioni e nella cultura di massa. Ben si comprende che la mutazione genetica del più grande e democratico Partito Comunista d’Occidente affondi le proprie radici nella Svolta della Bolognina. Anziché rimuoverle come si è fatto sinora, sarebbe necessaria un’analisi ampia: https://www.facebook.com/groups/178378735866581/permalink/195780067459781/

Lo spunto era arrivato qualche mese fa con la rivelazione dello storico leccese Francesco Martelloni, a suo tempo ideatore del simbolo del Pds poi presentato da Veltroni e Occhetto. Egli suggeriva la sostituzione di falce e martello in relazione all’urgente necessità, sottolineata giustamente da Oggionni, di interpretare i cambiamenti nel mondo del lavoro per estendere i diritti e i salari in costante riduzione. Nel frattempo il figlio Federico Martelloni, giuslavorista, è diventato il candidato sindaco della Coalizione Civica a Bologna, fonte di ispirazione per il rilancio della Sinistra a livello nazionale. L’Emilia Romagna due anni fa registrò il record di astensionismo in occasione dell’elezione del presidente renziano Stefano Bonaccini, sostituto non all’altezza di Vasco Errani e Pier Luigi Bersani nella regione del riformismo cooperativo e del welfare, oggetto di critiche anche per le recenti riduzioni di posti letto negli ospedali: http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2015/11-novembre-2015/piano-regione-gli-ospedali-entro-anno-815-posti-meno–2302174835185.shtml

Ogni piano strategico pubblico, siano investimenti di stampo keynesiano o potenziamento dello Stato sociale, sconta lo stigma preventivo dell’anticastismo militante, un vero e proprio senso di colpa inculcato negli italiani già influenzati dal cretinismo cattolico del sacrificio. Dopo Mani Pulite anche la Sinistra ha interiorizzato un’ethikos che Marx avrebbe definito strumentale e banale moralismo borghese. L’immagine di un popolo di  maneggioni, fannulloni e assenteisti campeggia costantemente in televisione e sulla stampa, agevolando la propaganda di Fatto e Movimento 5 Stelle per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e ai giornali, nonché i tagli sociali e le privatizzazioni articolati dall’instrumentum della governamentalità neoliberale internazionale rappresentato dalla troika.

La Sinistra non potrà che ripartire dai bisogni e dai desideri della maggioranza delle persone, da donne e uomini che dovranno impegnarsi a fondo sul piano culturale e divulgativo, giacchè restano spesso ignote le statistiche reali sui lavoratori, scovate con tenacia da colleghi come Marta Fana del Manifesto (capace di sbugiardare il ministro Poletti) e sopra tutto la materia economica, per la quale ci soccorrono le analisi di Alberto Bagnai e Vladimiro Giacchè. E’ grazie a loro che una parte dell’opinione pubblica comprende gli effetti nefasti dell’euro e dei patti di stabilità, concetti oscurati e falsificati dai media. Ad esempio, a chi come l’ambasciatore Sergio Romano si chiede se i problemi della moneta unica siano legati al disavanzo pubblico degli Stati e alle crisi finanziarie (private) http://www.corriere.it/lettere-al-corriere/16_marzo_19/-CHE-COSA-FARE-DELL-EURO-IL-FUTURO-DELLA-MONETA-UNICA_485f17e4-ed96-11e5-9277-b3acd54d3652.shtml basterebbe replicare che l’avanzo dello Stato comporta un indebitamento privato e viceversa, essendo vasi comunicanti. E ancora: quanti sanno che l’investimento di gruppi esteri aumenta il Pil ma non il Prodotto nazionale italiano e che i prestiti della troika alla Grecia non sono serviti a pagare le pensioni ma a ripagare le banche creditrici tedesche e del nord Europa? Quest’ultima denuncia entrò nel discorso pubblico dopo l’intervento a Rainews di D’Alema, promotore di quell’asse embrionale col governo Tsipras che sarebbe stato vitale per raccogliere le sfide della convivenza civile e dei diritti, e progettare un rovesciamento di prospettiva strutturale nella socialdemocrazia europea, da un ventennio subalterna ai dogmi dell’austerity. Muovendo da una sinergia multidisciplinare dove ciascuno potrà mettere in campo suggerimenti essenziali e azioni concrete, si potranno superare le insufficienze teoriche e le sperimentazioni del passato. Molti dicono che è troppo tardi per la Rinascita della Sinistra con tutte le sue forze migliori in lotta per il progresso e la giustizia sociale. Ma la vita è una sola, e non è mai troppo tardi.

 

Causa milionaria: lascio la scrittura o raddoppio

Lascia un commento

Tra qualche settimana saprò se la causa civile intentata da Cooprocon e l’Ingegner Vandelli per la puntata di Report dell’11 dicembre 2011 sul Sacco di Serra decreterà la fine del mio lavoro di giornalaio e scrivente (http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f7182332-b4cf-4136-b925-a209965f4359.html ). La richiesta di un milione di euro su cui tutti (io per primo, ingenuamente) ci siamo concentrati, ricevendo gli attestati di solidarietà (che mica costano, come gli eventi promossi in giro per l’Italia) di associazioni varie antimafia, Ossigeno per l’Informazione, Fnsi, Ordine dei giornalisti e tanti privati, ha fatto sparire la questione centrale. Quanto concretamente si rischia di dover pagare in caso di condanna. La sentenza sulla carta dovrebbe essere favorevole dato che i fatti esposti sono veri, continenti, pubblicamente rilevanti e di utilità sociale, però siamo in Italia: non si sa mai (a proposito di assurdità sto aspettando le motivazioni della sentenza di un’altra vicenda, penale e penosa, relativa ad una diffamazione inesistente, ripescata da una manina 3 anni dopo l’articolo de L’Informazione, a fallimento del giornale appena dichiarato, portata avanti in modo strumentale e risolta in 3 minuti di camera di consiglio con richiesta di assoluzione della Vpo: spesa legale 2mila euro per il legale di Ossigeno https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/09/23/il-mistero-della-querela-fantasma/). Finora, quando avevo parlato della causa per la puntata di Report (cioè  4 anni fa, che non è proprio argomento interessante di conversazione) per tranquilizzare gli interlocutori o semplicemente spiegare il mio punto di vista citavo il caso di Travaglio, condannato a 7mila euro per aver leso l’onore di Schifani, su Rai3 in prima serata. Dicevo: se una star dà della muffa al presidente del Senato quello sarà il tetto massimo di rimborso, suppergiù, eppoi ho letto solo una visura camerale e confermato l’indagine per abuso edilizio sulla Cooprocon. Le risposte di avvocati, colleghi e associazioni: ma sì, infatti poche migliaia massimo, o silenzio assenso. E invece la settimana scorsa noto la notizia della condanna di Davide Vecchi del Fatto a 25mila euro in solido con Fatto Spa e il direttore Padellaro. Con la pulce all’orecchio chiamo il mio avvocato civilista che dice:”In media una condanna in sede civile per discredito, su media nazionali, è non inferiore ai 10mila euro e non superiore ai 50mila”. Media 30mila euro. Due-tre anni di stipendio: i risparmi di una vita.  Vecchi non li paga, nessuno li paga. I giornalisti, in questo caso della Rai ma in generale in ogni giornale, rivista, radio e persino sito Internet, hanno le spalle coperte dall’editore. Altrimenti al primo risarcimento danni in sede civile andrebbero in rovina: si vedrebbero svuotare il conto, sequestrare l’auto peraltro nel mio caso ormai di scarso valore (case non ne ho). Dunque gli editori si occupano di retribuire l’avvocato e, nelle cause civili, di pagare (essendo in solido) tutto o gran parte del risarcimento inflitto al giornalista. Mi confermano dall’associazione stampa Emilia Romagna che non sono mai capitati di grandi dimensioni (sanzioni pecuniarie nel penale e piccoli casi nel civile) trattandosi appunto di media provinciali o regionali con tirature e numero di utenti inferiori. Esiste un fondo assicurativo della Federazione nazionale giornalisti (complessivamente di 150mila euro) che copre le spese per le condanne penali e civili dei giornalisti scaricati dagli editori: sino a settembre 2015 arrivava sino a 7500 euro, da tre mesi invece copre sino a 5mila. La motivazione è che le cause sono tante e la platea di colleghi difesi si è allargata com’è giusto (ora anche precari, free lance). Però ci sono patrimoni e redditi personali diversi e c’è una differenza sostanziale (grossa come una casa, verrebbe da dire) fra chi subisce una causa civile per discredito su un media nazionale rischiando svariate decine di migliaia di euro e chi invece è coperto abbondantemente dai 5mila del fondo.
Sì avete capito bene, se venissi condannato per la puntata di Report rischio da 10 a 50mila e nessun editore copre la spesa: la Rai perché non sono dipendente della tv pubblica: Il Fatto, malgrado compaia in sovraimpressione la dicitura “giornalista del Fattoquotidiano.it”, scelse di non coprirmi le spalle come ricorda Gregori della Gazzetta: http://gregori-modena.blogautore.repubblica.it/2012/03/24/silenzio-si-querela/ La motivazione del Fatto fu che avevo parlato in tv e dunque non tramite un articolo sul giornale di carta o online, sul quale uscivano un discreto numero di scoop pagati a pezzo (compresa una decina sul Sacco di Serra, anche se gli articoli si concentravano di più sul disvelamento del primo caso di rapporti d’affari tra un sindaco Pd e un ex soggiornante obbligato). La lunga premessa era doverosa per spiegare il mio (si spera di no) eventuale abbandono della penna, è fastidioso dover scrivere di sè e per giunta di denaro. Sono fiero di quello che ho cercato di fare in questi vent’anni di lavoro, e più ancora negli ultimi 3, da quando vivendo un’evoluzione personale e incontrando tante bellissime persone ho lasciato il sistema per lottare nel modo più libero, e vorrei continuare a farlo scrivendo libri (anche qui, editori liberi permettendo), facendo nuove ricerche, collaborando da free lance con Left Avvenimenti. Non ho mai chiesto un euro più del dovuto e certo non lo farò ora. Ricordate il tale di “the smell of the money”, beh, ecco, le vostre associazioni, i vostri editori, i vostri network finanziari e polizieschi se li tengano. So vivere con poco, non mi sono mai preoccupato della mafia (risulto tra i giornalisti intimiditi – per via di alcune minacce, denunciate due volte alla magistratura, e appunto per la causa milionaria, ma le minacce serie mi sono arrivate da ambienti Sisde-polizia). Ecco, semmai sono preoccupato per chi rischia più di me e a cui voglio bene.  Comunque, prima di congedarmi, ringrazio i lettori: http://sosthesoundofsilence.blogspot.it/2012/01/quando-i-giornalisti-con-la-schiena.html E i colleghi http://ancorafischia.altervista.org/la-mafia-sfonda-in-emilia-romagna-ma-non-si-dice/
Per il resto, i libri sono reperibili e gli articoli sono (quasi tutti: mancano quelli dell’archivio dell’Informazione di Modena, fatto misteriosamente sparire, e qualche pezzo d Left non pubblicato sul sito) qui, in questo blog.

Older Entries