Left: Corbyn, il socialista che guarda al futuro

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Barba bianca, bicicletta e nazionalizzazioni

I genitori si innamorarono volontari durante la guerra civile in Spagna. Lui si è sposato tre volte, divorziando anche per ragioni politiche. Chi è Jeremy Corbyn, l’uomo disprezzato da Tony Blair

di Stefano Santachiara

 

Jeremy Corbyn incarna un nostalgico canto del cigno o la rinascita della sinistra? Il dilemma entusiasma e angoscia i progressisti, scottati dalla difficile esperienza di Syriza in Grecia. Che si tratti di ritorno al passato o al futuro, il candidato della sinistra radicale alle primarie Labour rappresenta già il rovesciamento di prospettiva. Basta osservare la cartina di tornasole del mirino mediatico per comprendere come Corbyn sia il politico più temuto da cancellerie conservatrici, capitalismo finanziario, socialdemocrazie subalterne ai dogmi dell’austerity neoliberale. I sillogismi di cui è oggetto sono grossolani ma pervasivi: Corbyn è un idealista utopico perché privo di esperienza di governo, anacronista nella richiesta di superamento della monarchia, il suo pacifismo non allineato alla Nato, a detta del premier Cameron, metterebbe a rischio la sicurezza del Regno Unito; la solidarietà con la Palestina gli costa l’etichetta di antisemita, è considerato troppo morbido con l’Ira e la Russia di Putin e soprattutto euroscettico, ma il socialista Corbyn è contro ogni nazionalismo, semmai subordina la presenza nell’Unione alla riforma dei trattati, dal riequilibrio delle bilance commerciali alla tutela di diritti sociali e ambiente. Tony Blair usa ogni mezzo per accusarlo del suicidio politico del Labour: «Se è nel cuore degli elettori, essi dovrebbero fare un trapianto cardiaco». Al sarcasmo poco british, che è la cifra dell’emulo Matteo Renzi, allucinato da gufi e rosiconi, il candidato laburista oppone i disastri del blairismo: i crimini della guerra in Iraq, i favori fiscali alle lobby della City, le privatizzazioni che non hanno risparmiato l’acqua e le ambulanze, il distacco dal sindacato, l’eliminazione dell’edilizia popolare malgrado il caro vita.

Come una ventata in un mondo politico stagnante o un fulmine a ciel sereno a seconda dei punti di vista, Corbyn rompe gli schemi, persino a livello estetico rispetto alle cool leadership di buona sartoria, trucco televisivo e sicumera gaudente che sembra esprimere il concetto di vittoria/potere ad ogni costo, perdita dei valori compresa. La barba bianca da sindacalista marxista è frutto dell’ascesa di Blair («È la mia forma di dissenso», rivendicò), l’aria disillusa e serena un retroterra sessantottino, il look trascurato da militante di periferia fa il paio con la sua scelta di consumatore consapevole (e «parsimonioso» per sua stessa definizione) e di ciclista, un “nonno in bicicletta” che non possiede automobile. Corbyn, nato 66 anni fa a Chippenham, paesino del Wiltshire, è stato educato da genitori borghesi che si erano innamorati durante la guerra civile in Spagna: David, ingegnere elettronico, e Naomi, insegnante di Matematica, combattevano volontari per la Repubblica contro il generale Francisco Franco. L’impegno sindacale di Jeremy inizia a 18 anni alla National Union, terminati gli studi al North London Polytechnic, l’avventura politica sette anni dopo, quando porta nel locale Council le istanze del sottoproletariato londinese di Haringey. Nel mezzo anche l’esperienza lavorativa in una fattoria di maiali che lo segna al punto da diventare vegetariano. Corbyn conduce le battaglie dentro e fuori il Parlamento, dove siede dal 1983, consolidando i voti nella roccaforte di Islington, il quartiere più povero di Londra. L’anno seguente viene arrestato durante una manifestazione contro l’apartheid davanti all’ambasciata sudafricana, ma continua a lottare per i diritti e la pace come all’epoca del Vietnam. Aiuta migranti e rifugiati, dialoga con gli indipendentisti nordirlandesi e gli argentini in occasione della guerra delle Falkland. Nel cassetto conserva la foto di Che Guevara, quasi a ricordare la necessità di sostenere i popoli oppressi e denunciare fascismi vecchi e nuovi. Nel 1998, da membro della Commissione sui diritti civili, biasima Margareth Thatcher per il tè concesso ad Augusto Pinochet, «uno dei grandi assassini di questo secolo». Le minacce arrivano puntuali ma non lo spaventano. Di questioni internazionali continuerà ad occuparsi producendo vari scritti tra cui “Problems of Nato”, libro edito l’anno scorso da Spokesman con contributi che vanno da Tsipras ai dissidenti sovietici Roy e Zhores Medvedev. Corbyn ha tre figli e si è sposato tre volte: con la compagna di partito Jane Chapman, con l’esule cilena Claudia Bracchita e con la messicana Laura Alvarez, che importa prodotti equo-solidali. Nel suo staff ci sono compagni di lungo corso, può contare sul sostegno dei sindacati più importanti, Unite e Unison, del grande vecchio del Labour, l’ex vicepremier Lord Prescott. Per la prima volta si è speso pubblicamente anche il fratello Piers Corbyn, marxista e meterologo, convinto che il riscaldamento globale sia una bufala. Jeremy ha i piedi ben piantati a terra, nell’ambiente è considerato un “Bennite”, nel senso di seguace del repubblicano Tony Benn, compianto ministro nei governi Wilson e Callaghan, assertore dell’attivismo di base ma sempre leale al partito. «La Ditta», la chiamerebbe il nostro Bersani che però, alla fine, esprime molto meno il dissenso: pur rimanendo in maggioranza, Corbyn ha votato ben 500 volte ai Commons contro il governo Blair. Bersani, subentrato a Veltroni “l’americano”, presenta più analogie con Ed Miliband, leader uscente di impronta socialdemocratica ma sempre fedele alla Terza Via blairiana. Soprattutto, la svolta dopo gli insuccessi elettorali è opposta: Dai sondaggi che danno Corbyn in vantaggio spicca il gradimento degli under 30, non sil Pd ha sterzato a destra con Renzi, nel Regno Unito sta rinascendo la Sinistra.


Dai sondaggi che danno Corbyn in vantaggio spicca il gradimento degli under 30, non soltanto della working class. Com’è possibile che il socialismo 
agè faccia presa? Forse perché intende abbassare le rette universitarie fra le più care al mondo e garantire un salario minimo, redistribuendo le ricchezze mediante nuove imposte alle multinazionali. Il candidato barbuto vorrebbe un welfare state non solo efficiente ma inclusivo. Alla scuola pubblica tiene talmente che, secondo il Guardian, tra i motivi del divorzio con la seconda moglie ci sarebbe stata l’intenzione di iscrivere il figlio alla Queen Elizabeth’s grammar school: non sia mai. Corbyn ha proposto di estendere il modello sperimentato dal Labour a Islington, dove si è registrato un aumento del corpo docente e delle dotazioni tecnologiche nelle scuole: ”Continuerò a sostenere i bisogni degli studenti, affinchè possano andare al college o all’università, sfruttando al meglio tutte le opportunità”. È materia per esperti post keynesiani la proposta di “people’s Quantitative easing”, avanzata dal consigliere Richard Murphy, secondo cui la Bank of England dovrebbe sostenere direttamente imprese e opere pubbliche anzichè fornire liquidità alle banche private. Stop alla finanza, sì all’economia di Stato, se dovesse andare in porto la reintroduzione della clausola IV che impegnava il Labour alla nazionalizzazione dell’industria, abolita da Blair nel 1994. Nei piani di Corbyn ci sono ferrovie e poste, il rilancio del settore estrattivo demolito dalla Thatcher, gli investimenti in edilizia popolare e settori innovativi riposizionano il meridiano di Greenwich sul concetto di progresso sociale e lungimirante. Dunque il laboratorio in un Paese occidentale avanzato, libero dalle gabbie di bilancio dell’Eurozona, potrebbe integrare la tassazione progressiva periodica à la Piketty e i deficit per la crescita propugnati dalla Modern Money Theory. Non a caso Corbyn si è detto vicino a Bernie Sanders, il socialista che osa sfidare Hillary Clinton alle primarie dem con l’appoggio di Mmt, e al movimento giovanile che anima Podemos in Spagna. D’altronde cos’è più culturalmente rivoluzionario di una lotta all’ingiustizia che riparta dal basso, casa per casa e strada per strada, come usava ai tempi del Pci di Berlinguer? I rivali interni al Labour discettano di rincorse al centro per conquistare l’elettorato moderato, Corbyn invece ama parlar chiaro, essenziale e incisivo, convinto che il ritorno alle origini possa colmare il vuoto valoriale ed elettorale riempito dal populismo dell’Ukip di Nigel Farage, così in Francia dai Le Pen e in Italia da Salvini e Grillo. Il “nonno in bicicletta” darà spinta propulsiva e coraggio ad un nuovo blocco sociale e politico della Sinistra europea, anche nell’alveo socialdemocratico, ripartendo dalle esigenze dei più deboli?

LEFT, la funzione storica della Spd di Schulz

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Da quel Kapò che lo trasformò in martire iconoclasta di Silvio Berlusconi, per Martin Schulz è stata un’ascesa continua sino alla presidenza dell’Europarlamento. Oggi però tocca a lui difendersi dall’accusa di conflitto d’interessi, quelli della Germania anteposti ai paesi che rappresenta. In occasione del referendum greco infatti Schulz ha perduto l’immagine super partes: prima del voto, schierandosi nel tentativo di far cadere il governo Tsipras, e poi annunciando un drammatico “piano di aiuti umanitari per pensionati, bambini, gente comune”. Gli interventi dipendono da interessi economici ed elettorali ma sono innanzitutto volti ad impedire ogni progetto alternativo di Europa. La Spd, il più antico partito socialdemocratico, perlomeno dalla caduta del Muro adempie alla funzione storica di legittimare l’involuzione antropologica della sinistra. Schulz, pur privo di esperienza di governo, incarna il Cerbero dell’austerity e il Caronte della terza via neoliberale che si è consolidata nelle larghe intese in Germania, Italia e soprattutto in Eurozona. Secondo la logica della governamentalità neoliberale il capitalismo finanziario apolide adopera trattati, patti di stabilità e prestiti per imporre tagli sociali, tasse e privatizzazioni. Il fronte che vi si oppone da sinistra ora si sta allargando dopo l’affermazione di Syriza e la crescita di Podemos in Spagna. Ben si comprende dunque come la richiesta di dimissioni di Schulz avanzata da 9 europarlamentari di Gue/Ngl assuma un valore intrinseco al di là della parzialità del presidente. Discorso analogo per le posizioni di chi, nel milieu socialdemocratico, sta rimettendo al centro la Politica. Massimo D’Alema ha definito il piano di prestiti ad Atene un favore alle banche creditrici, denunciando il rischio di una “compressione di salari, consumi e diritti dei lavoratori” qualora l’Unione non si dotasse di nuovi meccanismi. E’ presto per parlare di rinascita della Weltanschauung di sinistra ma queste analisi colgono il mainstream in contropiede, per usare il gergo calcistico caro a Schulz e al fedele Renzi.

Nato nel 1955 a Hehlrath, paesino della Vestfalia al confine con Olanda e Belgio, Martin non è un semplice tifoso del Colonia ma un calciatore che ha appeso le scarpette al chiodo dopo un infortunio al ginocchio. Studente modello e poliglotta, dopo il ginnasio Schulz gestisce una libreria. I testi che predilige, vale a dire i saggi dello storico Eric Hobsbawm e Il Gattopardo, danno il senso di una realpolitik che forse interiorizza già in famiglia. Il retroterra di sinistra è quello del padre Paul, poliziotto e figlio di un minatore, mentre la madre Clara fonda la sezione locale della Cdu. Martin Schulz, ultimo di cinque figli, aderisce alla Spd appena maggiorenne e a 31 anni viene eletto sindaco di Würselen, 40mila abitanti nella Renania settentrionale. A Strasburgo entra nel 1994, lavora dietro le quinte nelle commissioni su diritti dell’uomo, libertà civili e affari interni fintanto che, nove anni dopo, assurge a vittima della nota gaffe di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, colto nel vivo dell’oligopolio televisivo e delle amicizie mafiose, suggerisce il collega tedesco “per il ruolo di Kapò in un film sui campi di concentramento nazisti”. La zuffa fa sparire dall’aula il dibattito su globalizzazione e ingiustizie sociali; in Italia, nello stesso periodo, la lotta della Cgil di Cofferati contro l’abolizione dell’articolo 18 viene occultata dalla questione morale. Mentre Schulz sale dalla presidenza del gruppo Spd a quella dei socialisti europei, in Germania l’esecutivo di Gerhard Schröder si scontra coi sindacati per l’introduzione dei mini-job, lavori precari e pagati al massimo 450 euro al mese. Le produzioni qualitative e le esportazioni, già favorite dal cambio del marco, crescono sull’onda di investimenti anche in settori come la green economy. La chiave di volta che manca al resto dell’Eurozona risponde al nome di KfW, banca pubblica tenuta fuori dal perimetro del bilancio federale.

Schulz bolla di estremismo chiunque osi mettere in discussione il sistema e si muove come un Giano bifronte. In patria la postura è quella del rigore intransigente, come se gli eurocrati non avessero chiuso un occhio sui trucchi contabili della Grecia all’epoca dell’ingresso nella moneta unica. Schulz mostra il volto dialogante nel Belpaese, dove è insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce, difendendo l’operato del dimissionario governo Monti “che non ha colpa nella crisi odierna” e del successore Enrico Letta. Le affinità elettive comunque sono quelle con Matteo Renzi. Nel marzo 2007 il presidente della Provincia di Firenze respinse l’invito di Schulz nella famiglia socialista europea: ”La costruzione del percorso internazionale del Pd richiede pazienza e collaborazione, non certo annessioni e abiure”. Pare una vita precedente. Sette anni dopo Renzi cambia verso completando la trasmigrazione dei centristi seduti sui banchi di Ppe e liberali. Nel febbraio 2014, mentre la Direzione Pd sta per dare il benservito al premier Letta, il rottamatore annuncia il matrimonio con il Pse. Al Congresso di Roma il gruppo dei socialisti aggiunge la denominazione democratici su proposta della renziana Federica Mogherini e candida Schulz alla presidenza della Commissione. La vittoria dei popolari alle Europee però premia Jean Claude Juncker, che da neocommissario lancia un piano di investimenti ancora da decifrare. In nome del contrasto ai “populismi” Ppe e Pse cementano l’alleanza rinnovando Schulz alla presidenza. Il guardiano della tecnocrazia, nel libro Il Gigante incatenato, si dice solidale verso i Pigs, ammettendo l’aumento della disoccupazione e l’inefficacia della spending review. Intanto celebra le riforme di Renzi “dall’amministrazione alle riforme costituzionali, dal sistema giudiziario alle istituzioni”, e continua a vagheggiare investimenti extra-bilancio per l’Italia. L’interpretazione del good cop con la bad cop Merkel prosegue fino a quando il referendum greco rimette in discussione tutto, compresa l’idea di Europa.

(Left Avvenimenti, 18 luglio 2015)

LEFT, l’intervista integrale a James Galbraith

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Il gufo del deficit

James Galbraith è il “gufo del deficit” per antonomasia. Come il padre John Kenneth, gran consigliere di Roosevelt e di JF Kennedy, è fonte inesauribile di proposte di stampo keynesiano. Da Yanis Varoufakis all’amministrazione Obama, le scelte cruciali passano per l’illustre docente di Public Policy dell’università del Texas. Non troverete sue foto nella squadra di governo Usa o al fianco dell’ex ministro greco con cui ha scritto la Modest Proposal, perché Galbraith bada alla sostanza, quella che spaventa il mainstream e affascina il mondo della sinistra. Nell’intervista concessa in esclusiva a Left non usa mezzi termini per descrivere i disastri della troika che rifiuta di «riconoscere i fallimenti precedenti» e cerca di «distruggere il governo greco eletto». A suo avviso anche un accordo migliorativo  sul debito non basta, per la crescita economica e sociale è necessario costruire un’Unione europea che non sia solo monetaria.

C’è tutta la sua teoria economica, nel ragionamento. Per Galbraith occorre rovesciare il dogma neoliberale che considera lo Stato come una famiglia o un’azienda, perché il deficit di bilancio consente di realizzare «investimenti pubblici di capitale sia a breve che a lungo termine». E ancora: «Incrementare le tutele è una maniera semplice, diretta, progressiva e molto efficiente per prevenire la povertà e sostenere il potere d’acquisto di questa popolazione così vulnerabile». Manca solo, dunque, di convincere i socialdemocratici. Galbraith misura le parole ma considera possibile, per la sinistra, l’emancipazione dalla Terza Via: «Sta già accadendo, in Spagna e in Irlanda». Ma non gioite troppo presto: «Non accadrà in Italia», aggiunge, «a meno che il Pd non trovi coraggio e si faccia portatore di una visione differente»

Il governo Tsipras stretto all’angolo dalla Troika. Chi sono i maggiori responsabili di questa situazione?

La responsabilità principale è di coloro che hanno progettato un sistema economico così disfunzionale, di quelli che hanno voluto il disastroso salvataggio bancario del 2010 e della leadership europea attuale – inclusa la presidente del Fondo Monetario, Christine Lagarde – che hanno rifiutato di riconoscere i fallimenti precedenti.

Le teorie post keynesiane spiegavano gli effetti recessivi dell’austerity. Perché sono state così combattute, mai prese in considerazione?

Nella maggior parte dei casi, i mezzi di comunicazione mainstream riflettono gli interessi finanziari dei loro proprietari, che hanno davvero poco in comune con quelli dei loro spettatori o lettori, ecco perché.

Quali interessi? Perché il capitalismo finanziario teme così tanto le vostre proposte?

Pensavo, ad esempio, al signor Murdoch. Il fatto che abbia una preferenza per governi che facilitano il suo business e che si opponga a governi che invece sostengono gli interessi di una più ampia fascia della popolazione è una sorpresa? Spero di no.

L’amministrazione Obama, dopo la crisi del 2008, ha aumentato il disavanzo pubblico fino al 10 per cento del Pil per rispondere ai bisogni sociali. In che modo è stata influenzata dai suoi consigli?

Non ho avuto alcuna influenza sull’amministrazione Obama, al di là di alcune forme di supporto tecnico ad una forte manovra per la ripresa nel 2009 (il riferimento è al piano da 787 miliardi di dollari investiti in sanità, welfare, infrastrutture e riduzione delle tasse sul lavoro, nda)

Quali sarebbero le conseguenze per il paese ellenico e per l’Eurozona, in caso di Grexit?

Il problema di fare default dentro l’Eurozona è che la Bce controlla le banche, e può chiuderle, come sta già facendo. Presumibilmente, lo scopo è quello di distruggere il governo eletto, sostituendolo con un nuovo governo che obbedirà agli ordini e non opporrà resistenza. È un approccio molto miope che finirà per distruggere la credibilità e la legittimità della Bce, se non lo ha già fatto.

Quando l’Italia nel 1993 lasciò lo Sme per ridare ossigeno all’export il governo privatizzò e svalutò il lavoro. Come giudica un’eventuale uscita dall’euro attuando policy di sinistra per combattere le disuguaglianze?

Come in una famosa non-dichiarazione di Zhou En-Lai sugli effetti della Rivoluzione Francese: “È troppo presto per dirlo”.

Nella trattativa con l’Europa, pesa anche l’ipotesi che la Grecia finisca nell’orbita della Russia. Quale ruolo stanno giocando gli Usa?

I russi sono troppo furbi per dare sponda a questa sorta di provocazioni infantili, e i greci sono troppo intelligenti per pensare altrimenti.

Solo ora i media parlano di tradimento del progetto originario di Unione politica europea. Per una moneta come l’euro è necessario un sistema di trasferimenti fiscali tra Stati per riequilibrare le bilance dei pagamenti?

I trasferimenti fiscali sarebbero più utili se destinati agli individui piuttosto che agli Stati. Ad esempio: un fondo comune per i sussidi di disoccupazione, un’unione dei fondi di previdenza, ed altre forme di sostegno al reddito e di protezione sociale.

Complementarietà fra socialismo e keynesismo. Quali risultati potrebbe dare l’abbinamento di politiche redistributive, facendo leva su una forte tassazione progressiva, e piani strategici di investimenti pubblici?

Il keynesismo non ha bisogno del socialismo, e il socialismo non ha bisogno del keynesismo. Detto ciò, una politica di tassazione progressiva e di investimenti pubblici, che non è stata né socialista né keynesiana, ma ha combinato alcuni elementi di entrambe le politiche con un sistema di imprese capitalistiche e garanzia dei diritti dei lavoratori, ha funzionato molto bene negli Stati Uniti a partire dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt fino alla fine degli anni ’60. E in Europa durante i “gloriosi trenta”.

Dopo il referendum greco D’Alema ha denunciato il distruttivo piano della troika e la Gue/Ngl ha chiesto le dimissioni del presidente Schulz. La sinistra europea abbandonerà la terza via neoliberale?

Sì. Sta già accadendo, in Spagna e in Irlanda. Non accadrà in Italia a meno che il partito dominante, il Pd, non trovi coraggio e si faccia portatore di una visione differente.

(Left Avvenimenti, 18 luglio 2015)

Socialismo e keynesismo: l’anti-Schulz è D’Alema? Su Left intervista a Galbraith e ritratto del presidente dell’Europarlamento

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Sul nuovo numero di Left Avvenimenti ho avuto la ventura di occuparmi di una questione cruciale per la possibile rinascita della Sinistra. La introduco attingendo dall’attualità di “Quando si pensava in grande”, l’ultimo libro di Rossana Rossanda: “Le idee di Karl Marx e di John Maynard Keynes avevano in comune il riconoscimento di una divergenza totale di interessi tra capitale e lavoro. Marx ne derivava la necessità di una rivoluzione e Lenin l’aveva realizzata, unitamente ad altre motivazioni (“pace e terra”) nel corso della Grande guerra, mentre dopo il secondo conflitto mondiale, e certo anche in conseguenza della forza dell’Urss, Keynes proponeva un compromesso tra le due parti sociali con una mediazione dello Stato (…) Certo sono sotto la sua egida i Paesi che gli Usa devono aiutare nella ricostruzione dell’Europa, e questa si accompagna a una crescita politica e sindacale della sinistra, che preoccupa le cancellerie occidentali più che la minaccia, mai realmente consistente, di un’espansione territoriale sovietica”.

La prima pagina di Left è dedicata a Keynes (con approfondimenti degli economisti Guido Iodice e Giacomo Bracci), i miei due lavori sono un’intervista a James Galbraith, consigliere di Barack Obama e Yanis Varoufakis, e un articolo sulla funzione storica di Martin Schulz, guardiano delle tecnocrazie che incarna la lunga involuzione della socialdemocrazia europea. Secondo la logica della governamentalità liberale il capitalismo finanziario apolide adopera trattati, patti di stabilità e prestiti per imporre tagli sociali, tasse e privatizzazioni. Il fronte che vi si oppone da sinistra ora si sta allargando dopo l’affermazione di Syriza e la crescita di Podemos in Spagna. Ben si comprende dunque come la richiesta di dimissioni di Schulz avanzata da 9 europarlamentari di Gue/Ngl assuma un valore intrinseco al di là della parzialità del presidente. Allo stesso modo, ai fini di una rinascita della Sinistra, sono da prendere in considerazione gli sforzi di chi all’interno della socialdemocrazia europea cerca di rimettere al centro la Politica.  A questo punto ritengo utile una breve riflessione su Massimo D’Alema, uno dei pochi leader nazionali a non essere transitato per banche d’affari del calibro di Goldman Sachs, nelle cui fila si sono distinti Prodi, Draghi, Monti, Gianni Letta e Claudio Costamagna, a cui Renzi ha affidato la Cassa depositi e prestiti (https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/914569461922795/?type=1&theater). Come i lettori di questo blog sanno, ne “I Panni sporchi della sinistra” indagai e descrissi interessi e gesta di alcuni personaggi che hanno collaborato con il presidente di ItalianiEuropei, peraltro portando alla luce fatti incredibilmente sconosciuti: ad esempio il legame tra l’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano e il boss della Sacra Corona Unita Rosario Padovano. Continuo anche a sostenere, come nel libro pubblicato da Chiarelettere, che D’Alema abbia compiuto scelte discutibili nel merito progettuale e nella tattica politica, mentre la sua onestà fattuale e intellettuale non è mai stata in discussione. Ciò malgrado le sparate telefoniche di Nicola Latorre o le autocollocazioni nell’orbita dalemiana di alcuni soggetti coinvolti in inchieste giudiziarie. La premessa è d’obbligo per chi ritiene erroneamente il giornalismo una prosecuzione della politica con altri mezzi, fatta di tifoserie per convenienza o convinzione ideologica, dunque sintetizzabile nelle sdrucciolevole categoria della coerenza rispetto a giudizi personali che invece si vanno formando e calibrando nel tempo. Nel mestiere di scrivere, e nella vita, la verità assoluta non esiste, almeno per coloro i quali la conoscenza non aderisce ad un episteme dogmatico ma si coglie sull’albero delle continue scoperte, nel quale i frutti sono la conferma o la contraddizione dei passi precedenti. La verità è sperimentale e in continuo superamento attraverso l’empirico sperimentale (induttivo non universale) stratificato per tentativi anche coraggiosi di genere abduttivo, teorie e prassi assumono un valore in relazione alla sostanza e non alla persona che le ha elaborate. La capacità di incidere di D’Alema è oggettiva e risalta nel mare magnum della vacua retorica conformista che è la cifra del post-moderno. Le analisi sono andate dispiegandosi dalla “svolta keynesiana” https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/11/29/dalema-svolta-keynesiana-fuori-tempo-massimo/ al recente intervento con cui ha definito il piano di prestiti della troika alla Grecia un “favore alle banche creditrici” denunciando il rischio di una “compressione di salari, consumi e diritti dei lavoratori” qualora l’Unione monetaria non si dotasse di nuovi meccanismi. Di questi temi cruciali è scevro il dibattito pubblico, sarei felice di essere confutato dalla realtà ma fino ad oggi tv e quotidiani si sono concentrati su scontri di stampo personale, nazionalistico, estetico e morale. Certamente non manca chi propugna l’edificazione di una nuova Unione monetaria denunciando il “tradimento” del progetto originario, ma sulle orme del non plus ultra Eugenio Scalfari il progetto degli aspiranti architetti resta generico e superficiale. L’eccezione è rappresentata da Michele Salvati e dal suo esplicito coming out attraverso il quale ha auspicato una guida continentale autorevole che possa imporre, e non più solo consigliare come nel caso della Grecia (sic), tagli sociali: http://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2015/07/la-lezione-greca-credere-nei-consigli-arrivati-da-bruxelles-salvati.pdf
Questi argomenti li trovate sul numero in edicola di Left Avvenimenti e nell’intervista concessa oggi da Massimo D’Alema a L’Unità. Nel dialogo sul giornale fondato da Antonio Gramsci, colui che ne fu il direttore evoca l’eurocomunismo del suo maestro, Enrico Berlinguer, per delineare un giudizio positivo sull’operato di Alexis Tsipras: il presidente del Consiglio greco, secondo D’Alema, possiede una matrice “eurocomunista”. Rispondendo ad un quesito sulle risposte nazionaliste dei paesi più poveri, spiega: “Il cittadino ha già difficoltà a incidere sulle scelte del proprio comune, figuriamoci su quelle europee, viste e sentite come lontanissime. Il punto dunque sta proprio lì. Nella necessità di un processo di integrazione a cui dare un’anima. C’è bisogno  di grandi soggetti politici che se ne facciano portatori, che in modo non retorico incarnino questa idea della democrazia che rompa i confini nazionali”. L’intervistatore insiste con quattro domande che sembrano cercare una legittimazione della linea di Martin Schulz:”Il socialismo europeo aveva imposto il tema della crescita in maniera molto chiara”. L’ex segretario dei Ds risponde che “se ne discute da mesi, ma ancora non si sa con chiarezza come sarà finanziato il piano Juncker“. In seguito ribadisce:”Non possiamo andare avanti così, senza un forte potere Politico, un’area dell’Euro in cui si realizzi una progressiva armonizzazione delle politiche fiscali e sociali, condizioni di competività alla pari, meccanismi di trasferimento di risorse dalle aree più ricche a quelle più deboli”. Sul perchè sia mancata l’azione politica D’Alema chiarisce: “Dovete rivolgere la domanda al leader del Pse, non a me”. Di questo aspetto fondamentale ci occupiamo su Left. La socialdemocrazia europea saprà rinascere con la propria Weltanshauung? Schulz incarna l’involuzione della sinistra europea, il Caronte che ha saputo consolidare la terza via di Blair, Clinton e Scrhoeder nelle alleanze di governo con i conservatori secondo la rotta di un simbolico meridiano di Greenwich: Ue, Germania e Italia. Nell’intervista transoceanica invece James Galbraith descrive i disastri della troika che rifiuta di «riconoscere i fallimenti precedenti» e cerca di «distruggere il governo greco eletto». A suo avviso anche un accordo migliorativo sul debito non basterebbe, per la crescita economica e sociale è necessario costruire un’Unione europea che possa sviluppare investimenti pubblici e inserisca nuovi meccanismi di protezione sociale. Buona lettura

Grecia, Italia, mondo. Su Left il ritratto di Christine Lagarde e la funzione storica del Fmi

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Il destino della Grecia e dell’ Europa fino a ieri dipendeva soprattutto da una signora dei primati: la direttrice del fondo monetario internazionale Christine Lagarde. Oggi il governo ellenico oppone la democrazia del referendum alla tecnocrazia dei memorandum e non poteva rappresentarsi più chiaramente la dicotomia tra élite finanziaria e popolo, stremato da cinque anni di austerity che sono valsi 106 miliardi di euro di tagli di spesa pubblica. Sino a quando Tsipras ha detto “ no “ al nuovo ricatto della Troika, la parabola della liberista Lagarde, ex ministro dell’ Economia francese e potente avvocato, era un inno all’ efficienza nella conservazione. La rottura del negoziato sul debito greco è arrivata mentre toccava a lei indossare la maschera dell’ intransigenza al posto della Germania, che poi ha confermato l’ asse mediante l’ inopportuno intervento del presidente dell’ Europarlamento Martin Schulz. Ed è significativo che le prese di distanza dalla Lagarde provengano dalla Francia. Facendo autocritica, il socialista Dominique Strauss- Kahn, suo predecessore al Fmi e coautore del programma di prestiti, ha chiesto una massiccia riduzione del debito greco: 222 miliardi di crediti ripartiti tra Fondo europeo di stabilità finanziaria, Stati, Bce e appunto Fmi, che ne vanta 24 miliardi compresa la rata da 1,6 scaduta a giugno. Da tempo i tecnici legati a Strauss- Kahn vanno denunciando le previsioni errate su crescita e sostenibilità debitoria; Olivier Blanchard, capo economico del Fondo fino a maggio, concordava con i keynesiani sulla necessità di policy espansive. E non si tratta solo di mettere in discussione Lagarde, ma la stessa funzione del Fmi, creato nel dopoguerra per il riequilibrio delle bilance dei pagamenti e la stabilità valutaria, ma presto divenuto gestore delle crisi finanziarie degli Stati, imponendo privatizzazioni, nuove tasse, tagli e controriforme sul diritto del lavoro. Oggi però, il ruolo di Lagarde è effettivamente geostrategico anche per via della riforma dell’ Fmi, dove Russia, India e Cina detengono assieme circa la metà dei diritti speciali di prelievo degli Stati Uniti. E c’è chi, crisi greca permettendo, per il suo ruolo profetizza la candidatura di Lagarde all’ Eliseo nel 2017. Sarebbe la chiusura del cerchio di Giotto di una carriera d’oro.

Christine nasce nel 1956 a Parigi, figlia di un professore di inglese e di una maestra di liceo che le permettono di finire le superiori al college femminile Holton- Arms School di Bethesda, Washington. Tornata in Francia alla fine degli anni Settanta, non si appassiona ai movimenti civili come i coetanei ma resta concentrata sullo studio e sul nuoto sincronizzato, che pratica a livello agonistico. Nel 1982 sposa l’ analista finanziario Wilfred Lagarde, da cui sceglie di prendere il cognome e avrà due figli. Dopo la laurea in Legge e un master in Scienze politiche, Lagarde prosegue la staffetta con gli States entrando nello studio Baker&McKenzie, gruppo di Chicago con collaboratori in 35 Paesi. Nel 1999 ne assumerà la presidenza.

Alla politica si affaccia durante uno stage post laurea per il deputato William Cohen, eletto coi repubblicani ma poi segretario della Difesa del presidente Bill Clinton. E se il percorso di Christine è analogo a quello della moglie e neocandidata Hillary, l’altra corporate lawyer più influente del pianeta, lo è soltanto a livello professionale. Prima di aderire all’ Ump di Nicolas Sarkozy, Lagarde si trovava più a sinistra dei Clinton: nel 1981 votò Francois Mitterand. Ma è stato un attimo. E forse aveva soltanto previsto la marcia indietro del presidente socialista rispetto al programma di nazionalizzazioni e di riduzione dell’ orario di lavoro a parità di salario. L’ascesa avviene col governo di centro- destra, ed è merito del primo ministro Dominique De Villepin, che nel 2005 la sceglie per il Commercio estero. Con François Fillon, Lagarde passa al dicastero dell’ Agricoltura e nel 2007 è la prima ministra donna di Economia e Finanze. Il plauso unanime del mainstream per l’ opera di risanamento del bilancio pubblico la rende la candidata giusta al momento giusto per il Fmi, quando Strauss- Kahn nel 2011 viene travolto dalle accuse di violenza sessuale (da cui poi sarà assolto). Su Lagarde invece c’è solo l’ombra di un’ inchiesta per negligenza aperta dalla Corte di giustizia in riferimento a 403 milioni pagati dallo Stato francese a Bernard Tapie. I magistrati considerano anomala la scelta di affidare a un arbitrato privato il verdetto sul contenzioso che opponeva l’uomo d’affari marsigliese e la banca Credit Lyonnais, per la consulenza nella cessione del marchio Adidas. Tapie era un frequentatore dell’ Eliseo ai tempi di Sarkozy, il cui legame con Lagarde ha fatto il giro del mondo dopo la pubblicazione dei bigliettini di lei, improntati alla fedeltà assoluta: “ Se mi usi “, gli scriveva in una lettera trovata in casa sua, in bozza, dagli investigatori, “ ho bisogno di te come guida e come sostegno: senza guida, rischio di essere inefficace; senza sostegno, rischio di essere poco credibile “.

Di francese, Madame le Directeur indossa l’eleganza ma non l’accento, del resto la chiamano l’ Americaine per la padronanza dell’inglese o forse per l’abilità nel nuoto tra gli squali della finanza. Christine Lagarde ha due figli e due ex mariti, incontra una settimana al mese il compagno marsigliese Xavier Giocanti, è vegetariana e fa attività fisica ogni giorno. Una vita sincronizzata, da tecnica. Quando fa politica esprime punti di vista interessanti, come la valutazione dei benefici per l’economia che deriverebbero da una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ma in un film, più che un’affermata femminista sarebbe l’eroina hollywodiana che fornisce l’ alibi al sistema patriarcale. Perchè le dichiarazioni con cui Lagarde invoca detassazioni per la crescita e celebra gli studi sulle disuguaglianze cozzano con i trattati europei, i patti di stabilità dell’ Eurozona e le ristrutturazioni del debito pubblico in cambio di “riforme” neoliberali, in Grecia come altrove. Se nelle interviste va ripetendo che “bisogna”mantenere il passo nella riduzione della spesa pubblica”, all’inaugurazione dell’anno scolastico alla Bocconi Lagarde ha immancabilmente elogiato il Jobs act di Renzi: “Serve a migliorare il mercato del lavoro”.

(4 giugno 2015)

Cassa depositi e prestiti, il Re Mida di Goldman Sachs alla corte di Renzi

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La nomina di Claudio Costamagna a presidente della Cassa depositi e prestiti rende ancor più evidente l’orizzonte di Matteo Renzi. Non tanto per il metodo padronale con cui ha silurato Franco Bassanini a Porta a Porta e stretto all’angolo Giuseppe Guzzetti, rappresentante delle 64 Fondazioni bancarie azioniste al 18,4%. La sostanza è la scelta di modificare il Dna del polmone creditizio controllato dal Tesoro, consegnandolo all’investment banker più stimato sui mercati anglofoni.

E pensare che Costamagna, nato a Milano nel 1956, anno in cui Enrico Cuccia fondava Mediobanca, s’iscrisse alla Bocconi quasi per caso. Dopo il liceo a Bruxelles, non fosse stato per i campionati nazionali di fioretto, vinti a 21 anni, sarebbe rimasto all’estero. Invece, con la laurea in economia aziendale è arrivata la prima esperienza in Citibank, nel periodo in cui Margaret Thatcher stava facendo di Londra la capitale della finanza. Dopo una parentesi in Montedison, a 32 anni Costamagna cura già i progetti di Goldman Sachs per le maggiori società tra le sponde dell’Atlantico. Cresce nella banca d’affari sino al 2006, quando lascia da presidente della divisione Europa, Medio Oriente e Africa. Se alla Bocconi diventa presidente della associazione ex alunni, in politica l’amicizia di lunga data è con Romano Prodi, anche se si fa notare pure ai congressi del Pds di Massimo D’Alema. Mister Costamagna è un ricercato advisor, Murdoch ci si affida per le trattative con Telecom di Trochetti Provera all’epoca del piano Rovati per lo scorporo della rete. Il cursus honorum pare infinito: artefice di importanti fusioni bancarie, su tutte i matrimoni tra Deutsche e Dresdner bank e tra Unicredito e Capitalia, pioniere di new business alla guida di società come Advanced Accelerator Applications, consigliere indipendente di Bulgari, Autogrill, DeA Capital, Virgin Group e Luxottica. Nel gioiello di Leonardo Del Vecchio lega con l’ad Andrea Guerra, poi approdato alla corte di Renzi.

D’ora in avanti Costamagna scriverà un’altra storia, quella della Cassa depositaria di 250 miliardi di euro di risparmi postali dedita allo sviluppo per lo Stato e le imprese. Cdp, che dal 2003 ha assunto lo status di Spa non quotata, vanta una miriade di partecipazioni per un bilancio consolidato che nel 2014 registra 402 miliardi di attivo. Il fumoso progetto di rendere più aggressiva la politica industriale dovrebbe comportare la modifica dello statuto nella parte in cui vieta di investire in aziende in perdita. Non a caso sul tavolo di Costamagna ci sono già le ipotesi di ingresso in colossi strategici come Ilva e Telecom. Renzi ha dato garanzie alle fondazioni di origine bancaria, le cui risorse votate al sociale e alla ricerca si sono assottigliate per l’aumento della quota d’imponibile dei dividendi nell’ultima finanziaria: diritto di recesso in 3 anni in caso di mancate entrate e deliberazioni a maggioranza qualificata. Fondazione #staiserena. Chi favoleggia di policy keynesiane o anche solo di un ritorno all’Iri, però, ragiona come se non esistessero i Patti di stabilità. Secondo Eurostat la Cassa, soltanto entrando nel fondo salva-imprese, rischia di finire nel perimetro del bilancio statale ingabbiato dall’austerity europea. Intanto i liberisti invocano la vendita delle quote di Cdp in sub-holding turistiche e agroalimentari, ex municipalizzate, persino in Eni ed Enel. E’ dunque questa, in definitiva, l’arcana mission?Non ci sono dubbi che Costamagna incarni lo spirito arrembante della rottamazione: oggi subentra al riformista Bassanini (già Psi e indipendente Pci), due anni fa ha aiutato Pietro Salini a spodestare i Gavio, costruttori vicini agli ex Ds, nella società nata dalla fusione con Impregilo. Si tratta del primo gruppo di costruzioni italiano, presieduto dallo schermidore milanese che tocca e trasforma tutto in oro. Altro che giglio magico. Renzi sceglie un Re Mida formatosi in Goldman Sachs, una delle banche d’affari oligopoliste note per l’uso spregiudicato di strumenti come derivati e swap. In Italia, con la public company newyorkese, hanno collaborato Prodi, Draghi, Gianni Letta e il bocconiano Mario Monti prima di salire a palazzo Chigi. Se negli anni ’80 Goldman aveva iniziato a prendere per mano i governi sulla via delle privatizzazioni, nel 2000 la sua filiale inglese “aiutò” il governo greco ad entrare nell’Eurozona consentendogli di escludere momentaneamente dal bilancio 2 miliardi e 800 mila di euro di debito pubblico.Esperti della merchant bank sono di casa alla Federal Reserve e nei governi Usa sin dai tempi della deregulation reaganiana. I Clinton non sono da meno: nel 1999 Bill abolì la distinzione tra banche commerciali e d’investimento, le quali oggi figurano tra i finanziatori di Hillary nella corsa alla Casabianca. Quando il nuovo presidente di Goldman Sachs, l’americano Jim O’Neill, ha definito interessante l’exploit del Movimento 5 Stelle, l’illustre ex Costamagna ne ha fatto l’esegesi: ”Jim voleva dire che il fenomeno Grillo esiste in tutti i paesi europei. La vera anomalia è Berlusconi”. D’altronde il mago della finanza insiste spesso sul dimagrimento dei costi statali: ”In Italia c’è uno spreco di denaro pubblico straordinario, bisogna mettere fine”. Anche sulla “riforma del lavoro” ha le idee chiare, analoghe a quelle dell’amico Sergio Marchionne e di Matteo Renzi. Nei giorni dell’insediamento del nuovo premier, intervistato da Lucia Annunziata, Costamagna diede il suo consiglio: ”Abolire la sicurezza del posto di lavoro creerebbe un aumento di produttività straordinario”. Ma il sostegno a Renzi non è una novità, nell’élite industriale e finanziaria.

Renzi consegna la Cassa al Re Mida di Goldman Sachs. E i media dove stanno?

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Lo so, vi annoierete, pensando ad un trucchetto dettato dalla vanità (che c’è, beninteso). Prima di arrivare al nuovo coraggioso lavoro di Left Avvenimenti, il settimanale che sta scardinando il monolite culturale del circuito mediatico (dunque rispondente a logiche Economiche, Istituzionali, Religiose, politiche), debbo parlarvi di me. E’ un metodo abduttivo,  d’altronde come affrontare una questione strutturale senza iniziare dal problema diffuso del mancato riconoscimento del lavoro autorale, delle scopiazzature in stile Saviano, della scarsa deontologia che ammorba le vite dei giornalisti? Questi aspetti apparentemente superficiali sono funzionali alla percezione e alla presa di coscienza di molto altro. E come farlo se non riferendosi alla propria diretta esperienza? Lo spunto me l’ha dato la brava giornalista investigativa Ines Macchiarola che oggi ha scoperto il modo subdolo con cui alcuni suoi scritti sono stati spiattellati sul libro di un collega senza consenso. E’ una prassi che deve finire.

Così, un po’ per ricordarsi e ricordarmi, ecco un piccolo elenco di scoop al Fatto Quotidiano http://sosthesoundofsilence.blogspot.it/2012/01/quando-i-giornalisti-con-la-schiena.html

Piccolospazioilarità. Questo banale pezzo, non si sa perchè considerato così importante, fu celebrato durante la festa del Fatto a Bologna ma attribuito dal palco a Liuzzi, con stupore dei colleghi del sito Felicia, Elena, Giovanni, ma non il mio, chè stava per cominciare lo spasso! https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2011/05/14/assessore-ex-craxiano-si-candida-in-due-comuni-con-la-lega-e-col-centrosinistra/
Nel senso che iniziavo a capire come e cosa. In quei mesi, infatti, era avvenuto un po’ di tutto. Ci ripensavo rivedendomi nello sfogo alla festa dell’Unità di Roma del sindaco Ignazio Marino, da giorni accusato di ogni cosa (infondata)  o trattato dal circuito politico-mediatico (dunque economico, secondo la governamentalità neoliberale) come un marziano, un folle, un incapace che “è onesto ma…” al fine conclamato di levarselo di torno. Ecco, mi chiedevo, sorridendo a differenza del passato: ma quando uno subisce stress, pressioni, cause, isolamenti, minacce, unitamente alla diffusa realtà della demeritocrazia, potrà avere un qualche momento in cui dice quel che sente in modo direct infischiandosene di giudizi e pregiudizi della paccottiglia conformista strutturale e sovrastrutturale? Certo che sì, scriveva Arthur Schopenauer e pronunciava Reth Butler. I rapporti con sè e la vita sono in una continua evoluzione induttiva (non universale ma esperimento dopo singolo esperimento) che a volte assume la forma circolare. Oggi sto ritrovando le sensazioni di quel bell’inizio di quasi vent’anni fa alla Gazzetta di Reggio, dove ho imparato le fondamenta, i primi cosa e come da Luisa Gabbi. Lei, la caposervizio, si vide arrivare il classico ragazzetto entusiasta senza preavviso, perchè scelsi una mattina di salutare la Gazzetta di Modena dove avevo iniziato per cominciare nel quotidiano attiguo della provincia attigua.  Il primo articolo me lo fece fare su un collettivo autogestito a suon di rock, Bacco, tabacco, Marx e Bakunin. Una piccola “Comune” sul verde ondeggiante delle colline reggiane, c’est magnifique!.  Luisa poi ha cambiato vita, collaborando prima al Comune di Reggio Emilia (ancor contemplo la rivoluzione culturale e ricordo le nostre passeggiate nel centro delle neo notti bianche tra zampilli di colori e megaconcerti, nel corso di uno dei quali le presentai l’amica sostituta procuratrice Stefania Mininni) e oggi è al Governo con Graziano Del Rio, cui fornisce altri preziosi e innovativi consigli. Questa la scrivo per chi, compreso il me medesimo di un tempo, considera Bibbia la puritana dicotomia montanelliana  del “mai un caffè con un politico”. O, se al massimo lo si doveva prendere per lavoro, non smettere mai di fare la faccia feroce/schifata. Invece no, quello è un modo per “farci restare in casa la sera”. E’ sufficiente essere autentici, deontologici, e il resto è vita: politica è partecipare al dibattito sulla cosa pubblica e dunque ogni civis, in ogni momento, può essere “politico”. Se a livello professionale un giornalista cambia strada potrà fare buone cose in ogni campo: dipende da cosa e come, non da dove e chi. Ciò premesso, emancipato dal Potere Fattonzo, me ne resto liberamente a scrivere.

Torniamo a quegli anni di corrispondenze, dalla nascita del quotidiano di Padellaro (cioè Travaglio) al 2012. Pur avendo conquistato spazi (inchieste richiamate altrove, puntata di Report sul Sacco di Serra, citazioni sul Corriere della Sera, si perchè esistono colleghi corretti come Luigi Ferrarella: http://archiviostorico.corriere.it/2011/giugno/11/Modena_parte_indagine_sul_premier_co_8_110611025.shtml) al Fatto Quotidiano, per qualche imperscrutabile ragione (chissà mai qual era il “caso” che li spaventava tanto, bzz bzz: Mascaro) non stavo per  così  dire “simpatico”. Pazienza, piccoli sgarri e maleducazioni capitano ovunque e non meritano menzione, ma per capire come funziona il meccanismo ne ricordo una: il signor Peter Gomez rispose una sola volta via mail al suo primo (in senso temporale) corrispondente dall’Emilia Romagna, quando nel marzo 2012 subii una citazione milionaria in sede civile dalla coop legata al sindaco indagato per rapporti con un ex soggiornante obbligato che si pappava gli appalti, insomma il primo caso scoperto di Pd e ‘Ndrangheta. E mica per complimentarsi e solidarizzare  per la causa temeraria, ma per lamentarsi dell’articolo del collega della Gazzetta di Modena Carlo Gregori che ricordava semplicemente come fossi privo di tutela legale di Fatto e Rai. Tanti giornalisti vivono le stesse situazioni, ma vengono alla luce solo per i volti noti che piangono censura e miseria (vedi alla voce Sallusti e Santoro): https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2013/08/28/querelopoli-il-silenzio-regna-sovrano/

Sta di fatto che prima di interrompere la collaborazione col Fatto per ragioni che come avete intuito vanno ben oltre quelle scorrettezze personali, e dopo la chiusura improvvisa nel febbraio 2012 del quotidiano per cui scrivevo di cronaca giudiziaria (L’Informazione di Modena, il cui archivio, un patrimonio di 5 anni di articoli, è poi stato cancellato ed è introvabile), inizio a scrivere “I panni sporchi della sinistra. I segreti di Napolitano e gli affari del Pd” (con F.Pinotti, Chiarelettere), libro che ha avuto una lunga gestazione. Una giornalista che non teme di criticare gli eroi mediatici dell’Antimafia, Eleonora Aragona, racconta la mia storia di minacciato “non dalle mafie”: http://www.larivieraonline.com/le-minacce-pi%C3%B9-pesanti-non-sempre-provengono-dalla-ndrangheta

Un grazie poi a Luca Rinaldi de L’Inkiesta http://www.linkiesta.it/panni-sporchi-sinistra-italiana

E a Simona Zecchi (Voce di New York, scrittrice, inchiestista che sta facendo emergere nuovi elementi sull’omicidio di P.P.Pasolini) che la settimana scorsa ha ricordato (me n’ero scordato, anche di ritwittarlo e rifeisbukarlo! poi uno dice la vanagloria), in occasione della premiazione di Napolitano da parte di Kissinger, di come avessi messo nero su bianco (differenziando in questo dalla parte curata da Pinotti sulla massoneria) elementi fattuali di inopportunità passati sotto silenzio come la permanenza negli Usa di Napolitano durante il sequestro Moro: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2013/11/30/i-panni-sporchi-della-sinistra-intervista-de-la-voce-di-new-york/ Il ragionamento su Napolitano naturalmente non si esaurisce, trattandosi di una figura complessa che ha alternato momenti riformisti in cui ha dispiegato importanti progetti e intuizioni (i piani keynesiani di sviluppo al Mezzogiorno, l’unità della sinistra, il no allo Sme, ect.) ad altri più opachi (“Non sono venuto al Viminale per aprire armadi”) e personalmente rifletto in considerazione di numerose anomalie recenti (compreso il fuoco d’inchiostro incrociato che ha subìto nella fase finale del mandato presidenziale) che mi inducono a ritenere più azzeccata la definizione di “coniglio bianco in campo bianco” piuttosto che di grande mediatore della prateria.
Ed eccoci all’ascesa del renzismo di cui scrissi ne “I panni” e in un’intervista a Cado in Piedi poi sparita dal sito (ohibò), realizzata in occasione dell’uscita del libro proprio nei giorni concitati che precedettero la presa da parte di Renzi di Palazzo Chigi. Non mi stanco di ripeterlo:  il nuovo premier è stato sostenuto nella sua scalata a Pd e governo dal gotha di finanza, industria e media, Fattonzi compresi, fino al giorno in cui si è insediato al governo; da quel momento, essendo blindato sino al 2018 col suo programma di destrutturazione pubblica e dei diritti del lavoro, quasi tutti hanno preso costantemente a dirsi delusi e a criticarlo. Comodamente. In questi casi, è il quando ad essere determinante https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2013/12/14/lintervista-sinistra-moderna-napolitano-renzi-e-il-potere-atlantico/
Capitolo scoppiazzature. Su tutte l’operazione del Venerdì di Repubblica in prima pagina (ma non li ho citati per danni) certificata dal collega Vittorio Macioce, caporedattore del Giornale
http://blog.ilgiornale.it/macioce/2014/01/03/loro-politico-di-napolitano-e-i-panni-sporchi-della-sinistra/

Piccolo, spazio, pubblicità: il mio nuovo libro Calcio, carogne e gattopardi, nato da un’idea degli amici Francesca Fornario e Luca Sappino nei giorni della Liberazione dell’anno scorso, vanta un elenco di copyandpaste occulti, da Buccini in su, tali da essere spassosi e dunque da non meritar menzione: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/07/02/calcio-carogne-e-gattopardi/ Bene le vendite (anche se non arriverà alle cinque edizioni dei Panni sporchi)

Una recensia da leggere invece: http://www.newspedia.it/duello-santachiara-fatto-quotidiano-sul-nuovo-libro-calcio-carogne-e-gattopardi/

E un’altra che casualmente mi ha fatto conoscere il nuovo corso di Left, dove ora opera con entusiasmo Ilaria Bonaccorsi, unica direttrice donna della stampa italiana (prima c’era anche Concita De Gregorio all’Unità):  https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/10/29/i-calciopardi-la-recensione-di-left-avvenimenti/

Sul Corriere del Ticino (buon lavoro, direttore Ferruccio De Bortoli) riguardo alla Mafia d’Emilia, poco prima che “scoppiasse” l’inchiesta Aemilia della solerte Dda bolognese e tutti s’accorgessero dei legami con politica e istituzioni https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/12/21/mafia-capitale-tre-anni-dopo-pd-ndrangheta-in-emilia-intervista-al-corriere-del-ticino/

E’ troppo lungo sinceramente l’elenco di nuovi spunti adoperati spudoratamente, per amor di verità e per celia. Ve lo risparmio: non mi curai dei consigli gratuiti extra-articoli nei primi anni al Fatto, non vedo perchè dovrei appuntare quelli attinti dai loro “avversari” del Foglio, che purtroppo si stanno rivelando dei miserrimi figuri.
Restando nel merito, alcune cose utili nel dibattito sulla sperata rinascita della Sinistra:
http://www.newspedia.it/stefano-santachiara-sinistra-riparta-da-piketty-e-mazzucato/
http://www.newspedia.it/santachiara-cosa-non-va-nella-coalizione-del-landini-furioso/
Dunque un grazie ad Annalisa Rossi e Francesco LaManna che pescano frasi e analisi citando

Di questo pezzo sono fiero, e pure felice che giornali e settimanali abbiano ripreso a parlare con più intensità della disuguaglianza di genere: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2015/04/30/hillary-e-le-altre-left-avvenimenti-il-potere-patriarcale-come-e-perche/

Arriviamo alla sostanza, perchè di questo si tratta. Salvo il Fatto (che il rancore lo porta eccome), il resto del sistema mediatico censura, attinge, manipola per ragioni strutturali. Non sa neppure chi siamo, noi singoli giornalisti. Tradotto, ecco un esempio di ciò di cui non si può scrivere: http://www.newspedia.it/santachiara-le-convergenze-parallele-dei-catto-anticomunisti-renzi-e-bindi/
La Bindi, dopo il pezzo su Left che descrive la sua “funzione storica”, ha promesso per la prima volta che “non si ricandiderà”:http://iodenuncio.it/tram-5-rosy-bindi-non-mi-ricandidero-piu-per-il-parlamento-un-errore-copiare-le-primarie-dallamerica/. Non ci crederete: nessuno, non dico la citazione, ma ha neppure riportato la dichiarazione di Bindi, che è una notizia d’apertura.

Ed eccoci all’oggi. Venerdì 19 giugno il pres.del.cons Matteo Renzi ha dimissionato con un comunicato Franco Bassanini affidando la Cassa depositi e prestiti all’ex banchiere di Goldman Sachs Claudio Costamagna. Pensate che qualche giornale italiano ne abbia parlato? Nei giorni precedenti solo elucubrazioni evanescenti, poi il silenzio che regna sovrano. Nella giornata di sabato Claudio Cerasa, direttore del Foglio, lamentava qualche problema di metodo promettendo che ne “avrebbe riparlato”. Domenica nulla, lunedì (oggi) nè Sole 24 Ore nè La Repubblica che pure sciorina il maxiinserto Economia, hanno affrontato il tema (salvo una breve, sì, sul fatto che Telecom sarebbe bene non finisse ai francesi). Sul Foglio (nella selezione del meglio della settimana) si trovano un titolaccio su “Il banchiere rosso” e una frasaccia che riconduce Costamagna a D’Alema (con disonestà intellettuale disarmante) e un tecnicissimo Fubini.  Anche Francesco Giavazzi sul Corriere riesce a non pronunciare mai Costamagna, nè Goldman Sachs, nè Renzi, per invocare le solite svendite di asset strategici pubblici come Eni ed Enel. Che dire? Venerdì esce Left con una pagina sul tema. Scommettiamo che si ridesteranno d’improvviso, costretti a scriverci qualcosina per evitare di apparire per quel che sono? Vi e gli anticipo che parlaremo di Goldman Sachs, risparmiatori, Clinton & c, conti truccati in Grecia, ri-privatizzazioni, tagli sociali, Prodi, Draghi, Monti, Renzi, Marchionne, Grillo. Buona lettura su Left, a sinistra senza inganni: http://www.left.it/

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