Corpo, il romanzo ispirato al film

4 commenti

Care lettrici e cari lettori, è giunto il momento di donarvi l’inizio del romanzo Corpo. Soltanto un attimo  di pazienza per spiegarvi che la fonte di ispirazione è stato il film girato la scorsa estate. I ringraziamenti nei titoli di coda del lungometraggio sono davvero tantissimi, per cui rinvio al precedente post con frammenti del set https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2020/01/31/corpo-il-nostro-film-sara-proiettato-nelluniversita-del-connecticut/ .
Per quanto riguarda il libro una menzione speciale merita Costantino Vassallo, architetto e scrittore con la passione per il cinema, autore dell’interessante saggio Drive e le strutture distopiche. E’ stato Vassallo a suggerirmi l’idea, al termine della riprese di Corpo, di creare il romanzo. Forse perché, sfogliandolo, vi inerpicherete nei meandri mitologici del Parco Archeologico Paestum e nei misteri di centri medievali, lungo i sentieri di luce fra la verde montagna e l’iridescenza marina, laddove le relazioni umane disvelano l’interiore profondità, fra l’incanto e gli abissi. O forse perché i dettagli realistici della narrazione traggono linfa da luoghi, sguardi e punti di osservazione, ma anche dagli stati d’animo e dagli interscambi fioriti in modo spontaneo durante i ciak tra attori di teatro e tecnici del nord e del sud. Segnalo in particolare i giovani talenti campani Francesco Guida, co-regista, responsabile del montaggio, già vincitore del festival internazionale di Salerno vent’anni orsono; l’assistente tecnico Enrico Nicoletta e il compositore delle musiche Antonio Sessa. Gli attori e tutti gli altri componenti del cast e della troupe li conosceremo via via che andremo svelando anticipazioni della storia, rigorosamente piccole e iniziali. Non solo perché contrari allo spoiler in genere, ma per il fatto che il film Corpo non sarà visibile al pubblico ancora per molti mesi: parteciperà ai festival del cinema, che richiedono l’inedito, e sarà proiettato all’università del Connecticut nell’ambito delle lezioni di Monica Martinelli, insegnante di Italiano, Letteratura e Storia del Cinema.

Anche il romanzo è autoprodotto e indipendente, si trova solo su Amazon che non apprezzo per lo sfruttamento nei confronti dei lavoratori ma non avevo alternativa: nessuna casa editrice ha scommesso su Corpo malgrado il successo del mio saggio d’esordio http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/i-panni-sporchi-della-sinistra-9788861904279.php

Pazienza, so che facendo questa ammissione perderò l’interesse di chi sceglie in base all’importanza dell’editore mentre alcuni lettori affezionati ai libri d’inchiesta (grazie sempre a Chiarelettere, che sfortunatamente non si occupa di narrativa) non seguiranno questo cambiamento di genere. Non c’è problema, Corpo, sia il film che il romanzo, sono una nuova avventura!

 

 

Scheda dei primi due personaggi che incontrerete:

Miriam Treglia, giovane attrice di teatro presso la compagnia Fata Morgana di Mirandola di Sandra Moretti

Lucio Russo, fotografo professionista presso Miraggiodilux, ha interpretato piccoli ruoli in Coliandro 6  e Gomorra 4, ha recitato la parte dello spacciatore ne Il Caso Pantani, da maggio al cinema, e sarà nella fiction di Rai2 L’alligatore. 

 

corpoinizio2

corpocamminata

 

 

CORPO

 

 

 

 

I.

 

 

 

Camminava in un meriggio di primavera nel mezzo di una selva oscura, con lo sguardo rivolto all’insù. I raggi solari giocavano a nascondino tra le crine di querce millenarie creando un nobile intarsio sul cielo, a tratti le rischiaravano i capelli color nocciola. Il suo anello a forma di girasole splendeva sul dito mignolo, la luminosità pungente l’induceva a sbattere gli occhi azzurri e a formare sulla bocca un sorriso singolare, sapido e sfrontato.
Camminava sul sentiero parallelo all’unica strada asfaltata che taglia la macchia verde e intanto s’inebriava, la brezza spirava dal golfo mescolandosi agli odori degli aghi di pino e delle resine. Avanzava sicura, sostenuta da piedi piatti stretti nelle scarpe nere da ginnastica e da gambe lunghe e toniche come fusti di piante. Indugiò solamente su un albero che si distingueva per robustezza e altitudine: radicato sul terreno ricco di minerali, profondo e ben drenato, si adattava al gelo e all’estate più calda, alle tempeste e alla siccità. I rami in fiore erano puntati verso l’empireo, eternamente gioiosi. La sua fervida fantasia faceva sì che le mani di quel portento più antico della Magna Grecia pian piano iniziassero a muoversi al modo di Pinocchio ma, a differenza del burattino di Geppetto, esse beneficiassero della facoltà di animali magici: uccelli policromi con le branchie. E così le dita lignee levitavano leggiadre, si libravano con le traiettorie ardite di un albatros, roteavano sul crinale dipingendo orbite ellittiche, fendevano l’atmosfera rarefatta della cima sfiorando le divine nubi, e poi planavano giù fra le cascate e i ruscelli accelerando come le rapide del fiume. Nel mare si divertivano a rasentare l’acqua come il vento che l’increspa prima della burrasca e, alfine, svanivano nel blu infinito senza lasciare traccia.
Così si sentiva Monika, una ragazza di ventuno anni cresciuta in fretta, sgusciata da un passato che le aveva impedito di spiccare il volo. Nella nuova vita, spinta da una sconfinata sete di conoscenza, si era elevata come un albero animato, durante il rigoglioso sviluppo aveva potato i rami secchi dell’ordinario per assaporare i bagliori cangianti del particolare, anche il più apparentemente insignificante. Da allora camminava pure su fondamenta ispide e scivolose. Il piglio determinato e la postura, ritta e imperiosa, indicavano un’ambizione visionaria, tuttavia immune da superbia e cupidigia, dacché era stata capace di rimuovere i sentimenti negativi per custodire gelosamente il côté più esclusivo: la purezza del suo universo interiore.

corposorriso

Camminava anche quel giorno al ritmo dell’auricolare mentre calpestava per diletto le foglie sul sentiero, quasi a segnare un punto in un moderno videogame importato dall’America. Lo zaino bordeaux, un ricordo di Parigi, le ciondolava sul dorso come se una delicata percussione carezzasse la melodia di Le chic et le charme di Paolo Conte. Monika sceglieva le musiche non in base all’umore ma allo stato d’animo verso il quale sentiva di tendere, erano il preludio e così amava gustare ogni nota, ogni strofa, ogni silenzio. Ugualmente si acconciava la mattina. Se la salopette di jeans, che lasciava scoperte le bianche spalle e metà coscia era funzionale alla scarpinata, la lunghissima e rigorosa treccia sembrava un simbolo epico. Non un archetipo matriarcale o qualche teoria che gli intellettuali potessero confinare in un bolso dibattito sul significato politico e psicologico del look, neppure un’esaltazione estetica delle forme giunoniche sulle quali si accomodava senza malizia. Viceversa, quel serpente che aveva per capelli suggeriva un rapporto di simbiosi con la natura. Ad esempio, nel corso della passeggiata la sua coda si allontanò dal corpo per ficcarsi in un cespuglio: Monika aveva lanciato un bastone nella boscaglia e la treccia, per effetto del movimento, si era avvinta con vigore ad un rametto spinoso. Non c’era verso di staccarla, sicché la ragazza si fece largo con premura nell’arbusto, abitato da tanti piccoli esseri che svolazzavano fra le foglioline ovali. Avvertì un profumo intenso, seguendone la scia scoprì una pianta di rosa nascosta in mezzo ai rovi. V’era un unico bocciolo, in procinto di schiudersi. Invisibile agli animali, quel fiore si presentava di un rosa sì vivo da commuovere.
<<Amazement>> sospirò ammaliata nella lingua che per prima aveva imparato in Unione sovietica, studiando clandestinamente testi occidentali. Le capitava non di rado che qualcuno o qualcosa, d’incanto, la riportasse all’essenza. Il momento era sublime quanto sfuggente, benché non fosse in grado di decodificarne il senso, l’accoglieva con letizia ascendente. Proprio come un’artista con la sua opera, arrivava a immedesimarsi nell’oggetto, in un attimo la cui relatività temporale soggiace alle leggi della creatività. Ora Monika sarebbe stata quella rosa per tutte le volte che avrebbe desiderato in futuro, un turgido bocciolo che è sempre sul punto di svelarsi, adornato di minuscole gocce di rugiada, vezzeggiato da buffe coccinelle, baciato da frizzanti api, corazzato di spine necessarie, forse utili a tener distanti gli spiriti maligni, forse letali per cuori vulnerabili. Monika chiuse gli occhi e si tuffò con la totalità del viso nella fragranza, abbandonandosi fra i morbidi petali con estrema delicatezza, come calzasse una seconda pelle di raso rosa. L’armonia indicibile le stava procurando piacere cerebrale, purtroppo venne infranta dal rombo di una vettura in lontananza. La ragazza si ridestò: <<E’ l’occasione propizia per tornare all’ostello prima del crepuscolo>>. Lesta, si riversò sul ciglio della strada ed esibì il pollice. L’auto, una jeep nera di fabbricazione giapponese, accostò.
Il conducente era un signore bruno con la capigliatura folta e una barba bislunga che lo faceva somigliare a Rasputin, il mistico consigliere degli zar Romanov, e mal si conciliava con la giacca e la cravatta. A suggellare lo stile pittoresco contribuivano un paio di mocassini marron, un vistoso orologio e una grossa catena al collo di oro finto. Ad ogni buon conto quell’uomo aveva un’aria familiare, le ricordava uno zio delle steppe siberiane, una persona rude e goffa che si spingeva in città soltanto a Natale portando un sacco di doni e di cibi genuini. Molto religioso senza dubbio, ma digiuno dei riti ortodossi che ammorbavano i fanciulli delle famiglie agiate come la sua, con la dacia, il vasto giardino e accanto una chiesa sfarzosa, il luogo più congruo per l’anima esigente che pasce con la parola del pastore. No, quell’uomo era intriso di una spiritualità anarchica, incolto e balordo finché si vuole ma ricco di generosità contadina, prodigo di consigli pratici per i più giovani. <<Grazie>> esordì briosa Monika sedendosi. Lo <<zio>> aggrottò le folte sopracciglia, i suoi occhi erano privi della bonomia agreste e non cessavano di squadrarla da capo a piedi. Dell’idea che si era fatta permaneva in lui solo un primordiale istinto di lotta per la sussistenza, che trasfigurava la giovane in mercanzia o, piuttosto, in mucca nella stalla. Quando Monika fu costretta ad avanzare leggermente per sistemare lo zaino sul sedile posteriore, l’uomo pose viscidamente lo sguardo sul primo bottone slacciato del vestito. <<Dove scei diretta?>> chiese con un marcato accento bolognese che cancellò definitivamente l’immagine del vecchio zio. Monika sottolineava il distacco mantenendo le braccia conserte, rispose senza guardarlo e, in virtù di un lampo di diffidenza, senza riferirsi al giaciglio notturno: <<All’università>>.
<<Che brava. E cosa fate a quest’ora, un party?… Io sono Giacomo, ma tu puoi chiamarmi Jack>>.

corpomacchina

Malgrado il nome comune e la perfetta pronuncia di Monika, Giacomo sfoggiò una certa perspicacia: <<Allora Monny, che si dice al Nord? Perché non sembri italiana>>.
<<No>>.
L’uomo non si curava delle repliche monosillabiche, era convinto di poter aggirare con facilità le altrui resistenze e tradiva pure una venatura razzista: <<Comunque vieni dall’Est Europa, io non sbaglio mai su queste cose… E dai, durante il viaggio dovremo fare due chiacchiere. Sai, io sono molto conosciuto in paese… Sei appena arrivata?>>. Neanche il cenno di diniego lo persuase a moderare quella specie di interrogatorio: <<E che ci fai qui?>>. Monika era stufa di venire esaminata e oggettificata da un tale che non aveva alcun interesse nei confronti della sua persona.
Le riaffiorarono i tornei di scacchi in Unione sovietica. Adorava i giochi di strategia, anche se le sue grandi passioni erano il nuoto, l’equitazione e il tiro con l’arco, ma alcuni scacchisti erano insopportabili. Avrebbe preferito interagire con individui, se non proprio interessanti, almeno garbati. Quando andava bene si annoiava a morte, nella peggiore delle situazioni le sedevano dirimpetto anziani bavosi o volgari rampolli, cui avrebbe voluto stampare in fronte un alfiere in alabastro. In tal caso moltiplicava l’impegno per conquistare presto la vittoria, conscia di doversi sciroppare lagnose scempiaggini maschiliste, una serie di giustificazioni patetiche che l’uomo forniva dopo essere stato sconfitto da una ragazza, tediose quanto i comizi di partito e le parate militari. Stavolta però Monny non poteva darsela a gambe. Era imprigionata nell’auto di quello <<zio>> per un viaggio che non sarebbe terminato prima di un’ora. Decise dunque di trasmettere l’irritazione scandendo: <<Stu-dio all’uni-ver-si-tà>>.
Arrocco inutile. <<Cosa di bello?>>.
<<Lingue e Letterature straniere>>.
Cominciava ad allarmarsi. Giacomo infatti alternava espressioni banali da corteggiatore petulante a occhiate oblique tipiche di un delinquente. Aveva come l’impressione che nella tasca della giacca color beige, da un momento all’altro, potesse estrarre un coltello. Mentre lei si annebbiava in quei grigi pensieri, l’uomo, grattandosi la barba, domandò: <<Chi ti mantiene?>>.
<<Nessuno>> rispose con raccapriccio.
<<Eh, ne ho viste tante di giovani come te>> continuò lui, nient’affatto scoraggiato. Anzi pareva stimolato, come se non stesse aspettando che una ragazza bella e indipendente per sfogare le proprie frustrazioni. O peggio.
<<C’è chi vuole diventare interprete, chi sogna il cinema… Ma dove finiscono? Le vedi in fila dal regista per un provino e per un invito a cena, disposte a tutto… E poi te le ritrovi a fare le sguattere>>.
Sì, il capro espiatorio femminile non rappresentava una gran novità. Se non sono mogli e madri, alle donne si addicono i ruoli di meretrice e di addetta alle pulizie. Monika batteva il piede per il nervoso: <<Chi non ha bisogno di qualcosa?>>.
<<Io mi sono organizzato bene, e non dipendo da nessuno. Gli affari sono il mio pane, ne fiuto uno anche a mille miglia>>.
<<E ne trova di tarfufi?>>.
Sorpreso dall’ironia della passeggera, Giacomo si fece più scuro. <<Sei simpatica, ma il mondo non va avanti a battute>>.
<<Solo col denaro giusto?>>.
<<Se hai problemi economici non preoccuparti. A tutto c’è una soluzione… Qualora avessi bisogno di assistenza… >> seguitò mettendo la mano all’interno della giacca. Non ne uscì un’arma ma un biglietto da visita di agente finanziario.

Piovani, da bomber a mister del Sassuolo femminile: “Le atlete ti danno più soddisfazioni”

1 commento

piovanicoach

L’aurora del 2020 per il calcio femminile, in Emilia-Romagna, è rappresentata dai gol e dallo spettacolo che baciano il cuore di Sassuolo. O di Sasol, espressione dialettale che comprime il toponimo del terzo comune della provincia di Modena per numero di abitanti. Questa città, oggi divisa fra la gloriosa ceramica e le scintille del calcio, pare l’anello di congiunzione fra arte manuale e fantasia, passato e futuro, così come il nome conserva una doppia origine: i termini latini saxum e solum rimandano al territorio roccioso, su cui probabilmente sorgevano i primi villaggi, e al petrolio, molto presente nel sottosuolo. Sia come sia, la ricchezza calcistica di Sassuolo attualmente sgorga da un altro binomio, quello che unisce, sotto il marchio dell’industria chimica Mapei, la squadra di Roberto De Zerbi e la formazione femminile.
Le ragazze allenate da Gianpiero Piovani giocano nello stadio Enzo Ricci, costruito nel 1929 in piazza Risorgimento, in pieno centro storico. Non tragga in inganno l’età dell’impianto, intitolato al dottor Ricci, schermidore reggiano e medico sociale del Sassuolo. Lo stadio, più volte rimodernato dal Comune che ne è proprietario, accoglie fino a quattromila spettatori. La squadra maschile lo ha utilizzato prima di trasferirsi nell’avveniristico Mapei stadium di Reggio Emilia e, per gli allenamenti, fino alla sfida di saluto nel maggio 2019, quando si sono affrontate due undici misti, composti da calciatrici e calciatori del Sassuolo. L’ amichevole del Sasol si è conclusa in parità nei tempi regolamentari, con reti di Michela Cambiaghi per i verdi ed Elisabetta Oliviero per gli arancioni, poi vincenti ai calci di rigore. Lo stadium era stato teatro di un importante evento sportivo tre anni prima: la finale di Women’s Champions League vinta dall’Olympique Lione contro il Wolfsburg.

contrasto

La prima parte del campionato per il Sassuolo femminile è positiva, si va confermando il quinto posto della prima stagione. L’esordio casalingo del 2020 contro l’Hellas Verona si conclude 4-1 in forza di un gioco frizzante ed efficace, con tripletta di Claudia Ferrato e autogol provocato da un cross forte e teso di Martina Lenzini. Anche la portiere belga Diede Lemey risulta decisiva per alcuni interventi nei momenti di forcing delle scaligere. Passeggiando al termine dell’incontro, Piovani non si sofferma sulla mossa vincente di inserire Ferrato dopo neanche mezz’ora di gioco: “Prima della gara mi premeva di dire che le giocatrici più importanti sono quelle che vengono dalla panchina, già la scorsa partita Claudia era entrata confezionando l’assist del gol e procurando un rigore. Le ragazze sono tutte importanti: Diede è stata molto brava ma anche Nicole Lauria (la numero 12, classe ’99, nda) lavora bene, abbiamo un ottimo preparatore, Raffaele Nuzzo, a me piace che i portieri sappiano giocare coi piedi e loro si applicano molto bene, con voglia e determinazione”. Obbiettivo la permanenza nella massima serie, con la consapevolezza di poter confermare il quinto posto della prima stagione e di continuare a crescere. Il mister sottolinea: “Sempre con la massima umiltà”. Assieme alla caparbietà e alla visione di gioco, è uno dei tratti distintivi dell’ex bomber del Piacenza maschile di Gigi Cagni.
Ci ha sempre creduto, Gianpiero Piovani, fin da bambino, quando sgambettava nel campetto dell’oratorio di Orzinuovi, antica cittadina della provincia bresciana. “Sin da allora mi muoveva la passione: mamma Dina veniva a chiamarmi alle otto di sera in oratorio dicendomi che era pronto in tavola. Io dicevo “arrivo fra cinque minuti, poi continuavo a giocare a calcio fino alle dieci. Quando tornavo a casa, trovavo la tavola vuota e andavo a letto senza mangiare”. Gianpiero viene notato dagli emissari del Brescia, che lo inseriscono negli under. La prima partita in serie A reca la data del 14 settembre 1986. Al centro del rettangolo verde, a stringergli la mano, è il numero dieci del Napoli: Diego Armando Maradona. Il ricordo di Piovani è vivo più che mai: “Esordire a 17 anni in serie A con la maglia della mia città, Brescia, e contro Maradona che è stato uno dei migliori giocatori al mondo, è un’emozione indescrivibile. Credo che ci sia poco da dire. Ancora oggi mi viene la pelle d’oca”.
Nei quattro anni seguenti viene mandato a farsi le ossa, con la formula del prestito, nel Parma in serie B e nel Cagliari, con cui ottiene la promozione dalla C1 alla seconda serie e una Coppa Italia di C. Nel 1990 torna in Emilia Romagna nella città più lombarda: Piacenza, voluto da Luigi Cagni, allenatore bresciano che lo aveva tenuto d’occhio anche nelle stagioni dei prestiti. Il trainer lascia sei anni dopo, mentre Piovani dispiega quell’avventura lungo undici primavere costellate da gioie e imprese sportive: la promozione in A e le quattro salvezze consecutive, e ancora, dopo due retrocessioni, altrettante promozioni, con Piovani stabile punto di riferimento. A titolo statistico il Gianpiero nazionale, ché l’azzurro avrebbe meritato per quanto dimostrato sul campo, fa registrare il maggior numero di presenze nella storia del Piacenza, 341, e il podio dei goleador, come terzo miglior marcatore di sempre nel club: 57 reti, delle quali 15 realizzate nella stagione 1994-1995 in appoggio a Filippo Inzaghi. Ma la sua crucialità negli equilibri di gioco andava oltre: Piovani non era un attaccante puro, partiva defilato sulla destra e svariava su tutto il fronte, dialogava coi compagni alla ricerca di soluzioni geometriche, incisive e spettacolari.

piovanipiacenza

 

 

Il passare degli anni e dei successi non ne hanno scalfito la cifra del professionista serio e disponibile. Quando l’allenatore del Piacenza Walter Novellino lo ha messo da parte, Piovani è ripartito senza batter ciglio dalla serie C con il Livorno, contribuendo a riportarlo in B dopo un trentennio. Poi Lucchese e Lumezzane, le esperienze in serie D nel Chiari, nell’Ivrea e nell’associazione calcio Rodengo Saiano, vivendo con queste ultime due squadre la promozione in serie C1. Appende le scarpette al chiodo nel 2001, sempre in D, con la Nuova Verolese. Dal mondo dilettantistico comincia l’esperienza in panchina, che prosegue con tenacia anche dopo aver acquisito a Coverciano, dieci anni dopo, il titolo di tecnico di prima categoria Uefa pro, ossia il diritto ad allenare nella massima serie. Piovani si accorge che il suo posto è nei vivai, ama insegnare calcio e crescere, sognare assieme ai ragazzi, forse perché lui medesimo non ha perduto la purezza del fanciullo.
Dopo tre anni da allenatore della Feralpisalò, con le categorie allievi nazionali e berretti, nell’estate 2017 Piovani riceve una proposta dal Brescia femminile, impegnato a sostituire Milena Bertolini. Le leonesse sono reduci da un secondo posto dietro la Fiorentina e da una finale di Coppa Italia persa sempre con le viola. La società ridisegna la squadra per via della partenza delle nazionali Sara Gama, Martina Rosucci, Valentina Cernoia e Barbara Bonansea. Piovani spiega come avvenne il contatto con il calcio femminile: “Giocando la domenica con i ragazzi, il sabato mi capitava spesso di andare a vedere le partite delle ragazze del Brescia. Ero molto incuriosito da questo movimento che in quel periodo era ancora poco seguito. Mi notarono il direttore sportivo Cristian Peri e il presidente Cesari ad una partita, per l’esattezza Brescia-Fiorentina. Terminò 1-2 e diede lo scudetto alle Viola con due-tre giornate di anticipo. Organizzarono un incontro con me e da lì parti tutto… Accettai subito con grande entusiasmo pur sapendo che l’anno dopo più della metà della squadra sarebbe andata alla Juventus”.

piovanigirelli1

Il Brescia trattiene ancora per una stagione la bomber della nazionale Cristiana Girelli, i portieri Camelia Ceasar e Chiara Marchitelli, nonché Daniela Sabatino, attaccante che aiuta Piovani a comprendere in profondità il calcio femminile. Inoltre si aggiungono Manuela Giugliano e Brooke Hendrix, oggi centrocampista del Washington Spirit. Il gruppo, presto plasmato secondo le idee del nuovo coach, supera una ad una le avversarie vincendo la Supercoppa e salendo in vetta al campionato. La sconfitta contro la Juve nello spareggio di Novara, ai calci di rigore, nega loro lo scudetto. E’ soltanto la prima amarezza per le leonesse. La società non riesce a trovare le risorse sufficienti per iscriversi al campionato e deve ripartire dalla categoria Eccellenza. Quindi sfuma anche la partecipazione alla Women’s Champions League ottenuta sul campo. Per Piovani, che riceve la panchina d’oro di serie A, la delusione è grande, ma l’idea di mollare non lo sfiora. “Assolutamente non ho mai pensato di abbandonare il femminile. Avevo voglia di ripartire e la fortuna volle che il Sassuolo grazie a Terzi e all’amministratore delegato Carnevali mi fecero questa proposta… Anche qui, vedendo la serietà delle persone e del progetto che avevano in mente, non ci ho pensato un attimo e ho accettato”.
Il Sassuolo di Giorgio Squinzi, patron della Mapei che nel maschile sta ottenendo ottimi risultati, confida nel mister bresciano per raggiungere traguardi anche con la squadra femminile. Del resto Squinzi e la moglie Adriana Spazzoli, recentemente scomparsi, sono stati innovatori anche nello sport. Ne è testimone autorevole la presidente del Sassuolo Betty Vignotto, miglior marcatrice della storia della nazionale italiana con 107 gol, e ancora 467 reti in campionato, sei scudetti e quattro Coppe Italia. Ebbene, in mezzo secolo di calcio, di cui venti giocati, la campionessa originaria di San Donà di Piave ha vissuto, accanto a gratificazioni ed esperienze bellissime, anche molte difficoltà economiche e organizzative. Vignotto vinse tre titoli a Reggio Emilia, dove era giunta nel 1988, e otto anni dopo assunse la carica di presidente in sostituzione dell’industriale Renzo Zambelli. La dipartita di Zambelli ridusse in modo drastico gli investimenti e la Reggiana ripiombò nella crisi. Le granata rimasero aggrappate alla serie A per undici anni di filato e vinsero pure una Coppa Italia nel 2010, ma la stagione successiva non riuscirono a iscriversi al campionato, ripartendo dalla C. “Eppure ogni anno che passa aumentano i numeri delle iscrizioni” ricordava all’epoca Vignotto, amareggiata per le sue giovani: “‘E’ davvero triste veder crescere il movimento alla base ma non poter garantire alle ragazze più brave di vivere con i proventi di questo sport, facendo le professioniste. Altrimenti è difficile fare risultati quando agli allenamenti si sommano anche gli impegni di lavoro e/o di studio”.
Ciò finché Squinzi, seguendo il virtuoso esempio della Fiorentina, non decide di puntare sul calcio femminile creando la prima squadra di calciatrici nella capitale della piastrella. Nel 2015 il gruppo è composto da venti bambine under 12 che partecipano con entusiasmo al torneo provinciale dei Pulcini, affrontando i maschietti di pari categoria. Nel giro di un anno le due realtà della pianura padana convolano a giuste nozze: la Reggiana viene affiliata al club dell’industriale. Vignotto, come tutto il movimento del calcio femminile, è grata a Squinzi, poiché subentrando, il Sassuolo, fornisce un modello di integrazione, una condivisione di conoscenze e di risorse, una solida base da cui spiccare il volo in termini di logistica e di promozione. La società emiliana anzitutto sarà in grado di realizzare in località Cà Marta un centro sportivo di 45mila mq, comprensivo di tre edifici e sei campi, uno dei quali con tribuna coperta, dove si allenano prima squadra e settore giovanile, uomini e donne. Inoltre firmerà, al pari di Milan e Chievo, per un progetto in cui si impegnano ad insegnare il metodo futsal all’interno degli allenamenti di calcio a 11, basato sulla alta qualità tecnica che ha prodotto in Sudamerica. La commozione di Betty nel giorno della presentazione nasce dal sollievo economico ma anche dai valori, dalla “completezza di intenti con una realtà sportiva maschile che afferma la dignità delle ragazze che giocano a calcio e dà a loro opportunità di crescita sportiva e non solo”.

piovanisocietà

(da sinistra De Zerbi, Piovani, Adriana Spazzoli)

Quando Piovani si presenta alle neroverdi, che si sono appena salvate ai play-out con l’allenatrice uscente Federica D’Astolfo, trova uno spogliatoio rinnovato per effetto di diverse cessioni e di innesti qualitativi come Martina Lenzini, cursore di fascia capace di difendere e di proporsi in fase offensiva, in virtù della buona velocità e della precisione nei cross. E Claudia Ferrato, miglior realizzatrice a Padova con trenta reti in due stagioni, nazionale under 23, punta dinamica che lavora molto per la squadra ma riesce a mantenere il guizzo nell’area piccola.
Il mister cerca subito l’amalgama durante il ritiro, dove chiede e ottiene grande attenzione. In un campionato più competitivo per l’avvento di corazzate come Milan e Roma femminile, il Sassuolo esprime un buon gioco e si piazza al quinto posto. Sabatino segna 12 dei 27 gol complessivi. Il commento finale del Gianpiero nazionale è un manifesto per il movimento del calcio femminile: “Le ragazze sono sempre sul pezzo, non ho mai finito un allenamento pensando che non mi fosse piaciuto. Non si sono mai risparmiate. C’è poco da fare: ti trasmettono qualcosa in più rispetto agli uomini”. In estate la società, su indicazioni di Piovani, rafforza l’ossatura della squadra nei vari reparti: oltre ai due portieri, arrivano difensori come Grace Cutler dal West Virginia university ed Erika Santoro dal Pink Bari, in mezzo al campo le sorelle Kamila e Michaela Dubcova dallo Slavia Praga, ma anche Emma Errico dal Tavagnacco, mentre il reparto offensivo si dota del capitano Daniela Sabatino, della centravanti della Roma Luisa Pugnali e delle giovani Camilla Labate e Danila Zazzera, in prestito dalla Fiorentina. Pronti, via: allenamenti ogni giorno, martedì e giovedì seduta doppia. Il tecnico assembla rapidamente il nuovo gruppo, le calciatrici più esperte e le giovanissime. Come Maria Luisa Filangeri, siciliana classe 2000, difensore delle viola e della nazionale under 19. Piovani, che l’aveva osservata attentamente l’anno precedente, impiega Filangeri come centrale nella difesa a tre. “E’ brava e duttile, farà bene”.
Il tecnico dunque trasmette alle atlete del Sasol le sue qualità di calciatore e uomo, dentro e fuori dal campo, dove sono fondamentali la capacità di ascolto e di dialogo, l’impegno e la valorizzazione di tutti i componenti. “Credo che il gruppo al giorno d’oggi sia fondamentale per ottenere risultati. Porto sempre esempi alle ragazze di quando giocavo ai tempi del Piacenza dove una squadra tutta italiana riusciva a salvarsi e giocarsela con le big perché si formava un gruppo che prima di essere squadra era famiglia e questo ci ha portato a toglierci grandi soddisfazioni…”.

triangolazione

Piovani, in che modo il calcio femminile italiano può raggiungere i livelli che merita, ovvero quelli di nazionali come Stati Uniti, Olanda, Francia e Regno Unito?

Credo che per arrivare ai livelli delle top nazionali si debba lavorare ancora molto in ottica di forza e tecnica, mentre a livello tattico siamo avanti rispetto a loro e il mondiale appena giocato ha dimostrato questo…

Betty Vignotto sostiene che la crescita del femminile passa attraverso i club maschili.

Assolutamente d’accordo e noi ne abbiamo l’esempio in casa. Il Sassuolo calcio è una famiglia creata e voluta fortemente dal dottor Squinzi e la dottoressa Spazzoli e noi siamo fieri e orgogliosi di portare in giro per l’Italia questo stemma e questa bandiera… La speranza è che altri club seguano per permettere a più ragazze di entrare in questo magnifico mondo.

Si unisce alla lotta per il professionismo delle calciatrici italiane?

Sicuramente le atlete, per la dedicazione e la voglia di migliorarsi che mettono durante gli allenamenti, meriterebbero di essere retribuite nel modo giusto e soprattutto tutelate sotto ogni punto di vista.

Il calcio resta un ambiente iper maschilista. Si sente spesso in tv o alla radio “va beh, ora passiamo a parlare di calcio vero”. Cosa risponde a questi uomini?

Si sbagliano perché la volontà e la passione che ci mettono le ragazze va oltre… I riscontri che ho avuto sono davvero straordinari.

Le idole della nazionale creano i sogni nelle ragazze e una nuova consuetudine negli occhi e nella mente di addetti ai lavori, spettatori e genitori. In concreto è migliorata la situazione per le bambine e le adolescenti che si affacciano con interesse al calcio?

Oggi le bambine o ragazze che si affacciano al mondo del calcio sono in forte crescita. Si parla addirittura del 30% in più rispetto al passato ma si spera che col passare del tempo si arrivi ad una percentuale molto più alta.

Ha vissuto il calcio maschile e quello femminile, che differenze riscontra? Cominciamo dai campi: alcuni osservatori sostengono che siano troppo grandi.

Per quanto riguarda le misure del campo lascerei tutto così com’è anche perché le ragazze hanno capacità aerobiche importanti e velocità di esecuzione. È normale che a livello di forza non siano come gli uomini ma…

Creatività?

Le vedo fare gesti tecnici di grandissima qualità.

Applicazione degli schemi.

In allenamento c’è molta abnegazione. Il lavoro è improntato più sulla fase offensiva perché la percentuale di gol nel femminile è molto bassa e quindi lavoriamo per alzare la media…

La differenza quindi?

Le ragazze ti danno più soddisfazione degli uomini per il modo di approcciarsi all’allenamento e alle partite. Anche in una squadra molto giovane come la nostra, che dovrà lavorare tanto ma in futuro potrà ottenere importanti gratificazioni.

 

piovanicoach2

Pignagnoli, portiere che gioca coi piedi e con la testa

Lascia un commento

parata1

Se la vita fosse un campo da calcio, chi mantiene un solido radicamento ai principi e al tempo stesso intraprende molte avventure rappresenta un portiere moderno, che bada al sodo tra i pali e sa giocare coi piedi. Così è effettivamente Alice Pignagnoli, che di lavoro indossa il numero uno: per tre lustri ha girato la penisola come una trottola, difendendo le porte di 13 squadre senza piegarsi né ai rimproveri familiari nè allo sfruttamento lavorativo. Nel 2020 diventerà madre, pronta a re-indossare i guantoni.
Pignagnoli, classe 1988, tira i primi calci nel cortile di casa con lo zio Aldo, un ex giocatore che ha dovuto interrompere a causa di un brutto incidente in motorino. Aldo regala alla nipotina le prime scarpette e lei non riesce a star ferma: all’aperto, o chiusa in casa, cerca sempre il pallone. Da bambina, come Alice nel Paese delle Meraviglie, piomba al centro della Terra, il suo mondo interiore è ricco di quella magia intellegibile solo ai veri amanti del calcio. Sembra di essere nella partita a croquet voluta dalla Regina di Cuori. Gli alberi come i pali, i cespugli come segnalinee, il profumo dell’erba, i raggi solari che si specchiano negli occhi di bambine e bambini, le corse animalesche accanto a cani e gatti, i capelli che si sciolgono, i respiri corti e le urla smisurate, i tuffi senz’acqua dei portieri per afferrare il pallone: liscio o fangoso, sfuggente o pronto a ricevere un caldo abbraccio, coerente come un sasso o stregato, ammaliato dagli effetti più strani.

Alla prima occasione Alice si misura coi maschietti vicini di casa e i compagni della scuola che frequenta a Reggio Emilia. Calcisticamente nasce centrocampista, ha gambe, fiato e visione di gioco. Se ne accorge un allenatore della zona, che la porta nell’atletico Santa Croce, una squadra maschile di quartiere dove comprende la passione, la predisposizione per il calcio. I genitori però costringono la figlia a giocare a pallavolo dai 10 a 14 anni: “Allora c’era un rapporto molto conflittuale. Da bambina molto vivace ma altrettanto brava a scuola, non capivo come mamma e papà potessero ostacolarmi in una cosa tanto innocua come praticare uno sport. Si nascondevano dietro i vari “è uno sport da maschi” e “prendi freddo a giocare all’aperto”, poi sono riuscita a fargli confessare la loro vera paura: in anni in cui il calcio femminile era alla stregua di un ghetto, temevano che il far parte di un gruppo fortemente caratterizzato dalle dinamiche omosessuali, avrebbe potuto orientare i miei gusti sessuali”. Pignagnoli non demorde, sceglie di iscriversi al liceo scientifico Aldo Moro dopo aver visto appesa una foto della Reggiana femminile, a quei tempi all’apice del ciclo vincente. “Ho iniziato entrando a far parte della squadra di istituito, di cui facevano parte tante componenti del settore giovanile della Reggiana, tra cui alcune nazionali, e con cui poi ho vinto un titolo italiano, e raggiunto un terzo posto l’anno successivo. Successivamente la responsabile del settore giovanile mi fece fare un provino per la primavera granata”. La sistemano tra i pali per motivi molto pragmatici, a seguito dell’infortunio dell’unico portiere arruolato in primavera. E lei si innamora del ruolo, per il quale sono necessari talento, coraggio e personalità: “Sì, è così, il portiere si trova da solo di fronte a tutti. Il mio mito è sempre stato Buffon per la personalità, il carisma e per come ha rivoluzionato il ruolo del portiere: meno attenzione ossessiva alla tecnica, e più ai risultati e al ruolo di guida per la difesa e la squadra tutta”.

pignarinvio3

Alice Pignagnoli viene aggregata a sedici anni in prima squadra in serie A nella Reggiana che poi raggiunge il quarto posto e il pass per la Italy Uefa womens cup. Due anni dopo disputa 21 gare da titolare su 22 in B con la polisportiva Galileo Giovolley, che si classifica terza, a un soffio dalla promozione in A2. Poi Varese e Milan, dove approda in concomitanza col primo anno di università. A vent’anni esordisce in serie A nell’arena civica Gianni Brera ma non prova un’emozione particolare: “Ero già molto determinata e ambiziosa, e l’ho visto solo come un primo gradino per il raggiungimento di obiettivi più “alti”. La cornice era pazzesca ma il campo aveva un fondo terrificante: era una struttura ormai da tempo destinata a concerti e spettacoli”. Ciò che conta davvero, però, non afferisce agli stadi: “Gli obiettivi primari per il nostro movimento sono le tutele e le garanzie minime che rendano appetibile questo sport per famiglie e ragazzine e almeno un “semi-professionismo” che consenta alle atlete di preferire questa attività a un lavoro retribuito mediamente”. Mentre gioca a Como Alice consegue la laurea a pieni voti in Scienze della Comunicazione presso lo Iulm di Milano, con la seguente tesi: Verso un’etica della differenza: la promozione della figura femminile tra cultura di massa e società dell’informazione.
Lavorerà nel giornalismo sportivo, accumulando collaborazioni precarie in tv e quotidiani locali, e per sei anni in una web agency in cui arriverà a dirigere il reparto produzione composto da 14 persone, un ruolo che mal si concilia con lo sport ad alto livello. Nella parentesi al Napoli, finalmente, può fare la “solo” la calciatrice: “Un’esperienza unica, potermi permettere, anche economicamente, di fare una scelta ancora una volta contraria a quello che avrebbero voluto i miei genitori, e di essere totalmente autonoma. Conoscere e integrare modi di vivere e di pensare diversi dal mio”. Pignagnoli accetta la proposta della fortissima Torres, dove nel 2011/12 vince Supercoppa e scudetto. Tutto però svanisce a causa della disparità di genere: un uomo in serie C2 guadagna abbastanza per mantenere una famiglia mentre lo stipendio di una donna nella migliore squadra della Serie A è più basso di quello di un operaio: “Non era possibile far venire il mio compagno a Sassari senza un lavoro. Così sono andata al Riviera di Romagna. Fu una scelta obbligata, la stessa per cui dovetti rifiutare Fiorentina e lo scudettato Verona in serie A un paio di anni dopo, per ritrovarmi a giocare a Oristano in serie B (una serie B a 4 gironi, molto diversa da quella attuale, nda), perché il lavoro che avevo trovato non mi permetteva di allenarmi al pomeriggio come già facevano molti club di serie A”. Il wonderland del rettangolo verde appare sempre più lontano, perché Alice deve fare i conti con l’ingiustizia: “Questo passaggio è stato uno dei più traumatici della carriera, una realtà totalmente diversa da quelle che avevo vissuto e per cui avevo fatto grandi sacrifici fino a quel momento. Purtroppo la prospettiva di una casa, una famiglia e un matrimonio, mi imponevano di lavorare e non si poteva fare diversamente. E’ stato in quegli anni in cui mi sono letteralmente “inventata” l’ennesima risorsa: con la scusa di non poter andare ad Oristano ogni giorno per gli allenamenti, ho chiesto alla società di eccellenza in cui giocava il mio fidanzato Luca Lionetti di essere ospitata per gli allenamenti settimanali. Inizialmente è stato molto complesso, poi mi ha permesso di continuare ad accrescere il mio bagaglio tecnico e personale, anche con gesti che nel femminile, quantomeno allora, non venivano curati particolarmente, come le palle alte”.

pignatuffo2

Alice Pignagnoli mette in pratica i nuovi insegnamenti nel Valpolicella – Chievo Verona, nel 2016 torna a Cervia nel Riviera e convola a nozze con Lionetti. Una curiosità: due anni dopo partecipa alla trasmissione Rai I Soliti Ignoti. La concorrente che avrebbe dovuto indovinare la sua professione, fra le opzioni proposte, scarta praticamente subito quella del portiere di calcio. Gli sguardi stupefatti del pubblico la dicono lunga su quanto la società italiana debba ancora progredire. Pignagnoli intanto cambia squadra di anno in anno: veste le maglie di Imolese, Mantova e Genoa Woman, infine Cesena. “Ho solo ricordi di inclusione, dopo primissimi momenti di diffidenza i ragazzi con cui mi allenavo quotidianamente mi hanno fatto sentire una di loro, mi hanno rispettata come donna e come atleta e hanno riconosciuto il mio spirito di sacrificio. Forse l’unico ricordo negativo è quello dello scorso anno, quando dopo tanti tira e molla, a mio marito è stata comunicata una mancata conferma, solo ad agosto: poi abbiamo saputo che la mia presenza era diventata ingombrante e mister e preparatore dei portieri hanno preferito fare scelte diverse. E’ stato un momento molto duro, in quanto per l’ennesima volta ho sentito che le mie scelte pesavano anche sulla vita di mio marito, ma lui non si è perso d’animo, ha trovato una nuova squadra, la Fidentina, in cui sono stata subito accettata da tutti e, addirittura, vista dal preparatore dei portieri Marco Palmucci come un’occasione di crescita per i suoi ragazzi”. Alice svolge tutta la preparazione alla prima parte della stagione con le bianconere fino a quando, dopo un duro colpo in area avversaria, già alla quinta settimana di gravidanza, scopre di essere incinta. E’ proprio Palmucci a darle il primo supporto: “Ti aspetto ad agosto per la prossima preparazione, avrai qualche deficit fisico, colmato da una forza mentale che sarà il doppio del solito. E sai che forza ti può dare.. una donna sportiva motivata la paragono a un bilico lanciato in discesa senza freni”.

 

incinta

 

Cosa hai provato, temuto?

“Inizialmente è stato parecchio traumatico. La paura era più grande di tutto. La paura di perdere tutto quello per cui mi ero sacrificata per anni, come donna e come atleta. Poi la società e le mie compagne hanno ridimensionato queste paure, trasformandole in gioia e opportunità”.

In Spagna le atlete hanno salario minimo, ferie pagate, garanzie per infortuni e maternità, in America ci sono asili nido per le mamme che giocano. Il Cesena come si è comportato?

La società mi paga i rimborsi per seguire le compagne di squadra in trasferta e soprattutto mi ha assicurato la conferma per l’anno prossimo.

Com’è oggi il rapporto coi tuoi genitori? Sono migliorati?

Attualmente è molto positivo, loro hanno fatto grossi passi verso la mia passione, e io ho accettato le loro “debolezze” come genitori. Mia sorella minore gioca a basket, un altro sport con problematiche simili a quelle del calcio, e non è stata mai ostacolata, anzi, viene tuttora seguita quotidianamente. Questo a dimostrazione del loro passo indietro nel confronti dei pregiudizi.

Come vedi il tuo futuro?

Conto di rientrare quanto prima, mi piacerebbe essere a disposizione per l’inizio del prossimo campionato a ottobre. In questo modo avrò la possibilità di passare del tempo che molte mamme lavoratrici non hanno, con mio figlio e allo stesso tempo continuare a costruire Alice come atleta.

 

pignauscita

 

 

Settecasi, l’amazzone che si batte per i diritti: “Noi donne siamo il futuro del calcio”

Lascia un commento

settecasiprimafoto

La storia di Gabriella Settecasi, siciliana che attualmente gioca in Alto Adige, è paradigmatica di un modo d’intendere il calcio e la vita. Il confronto con l’altro e la capacità di contaminarsi, la tenacia in nome di una grande passione, non importa quanto sottopagata, oscurata, svilita come il calcio femminile di provincia. Se la corsa a ostacoli dell’esistenza fosse narrata con la mitologia, si tratterebbe di un’amazzone: Settacasi cavalca irresistibile lungo la fascia e mira la porta con la precisione di un’arciera; fuori dallo stadio però non dismette l’armatura interiore denunciando ogni ingiustizia ai danni delle ragazze.
Gabriella nasce nel 1991 ad Alessandria della Rocca, nell’Agrigentino, il padre è commerciante, la madre dirigente scolastica. Bambina curiosa e vivace, all’asilo disegna cavalli, quando esce all’aperto segue le partite del fratello maggiore. A soli 5 anni, senza chiedere permesso, va a tirare per la giacca l’allenatore: “Anche io”. Come altre coetanee, Settecasi si dimostra più brava dei maschietti: per due volte è la capocannoniere del torneo misto, rispettivamente con sette e otto marcature, vince trofei come miglior giocatrice. Sennonché in zona, di calcio femminile, non si vede nemmeno l’ombra. I maneggi pure sono lontani, ma il desiderio più grande di Gabriella è di trotterellare sul prato con la palla fra i piedi. Il padre vorrebbe esaudirlo, un giorno lascia il negozio in gestione all’altra figlia e si mette a girare in lungo e in largo per la provincia di Agrigento. Finalmente, a Ribera, scopre una squadra di futsal femminile. “Senza pensarci due volte mi ha iscritto” sorride Settecasi pensando alla famiglia: “Mi hanno sempre sostenuto, accompagnandomi tutte le domeniche per 7 anni alle partite. Anche dopo il trasferimento al nord ci sono sempre stati col cuore, quando possono vengono su a trovarmi e a vedermi giocare. Grazie all’amore che mi hanno dato sono riuscita a rialzarmi da avvenimenti negativi e a tornare in campo più sicura e soprattutto più matura”. La sua prima maturazione tecnica deriva dal cosiddetto “calcetto”, uno sport che ancora oggi molti, con superficialità, considerano minore, un ricettacolo di “pensionati” o di scartati dal Dio pallone. “Nella mia formazione è stato fondamentale il calcio a 5, perchè l’atleta, essendo sempre a contatto con la palla, acquisisce maggiore tecnica e maggiore rapidità nello svolgimento di un’azione. Così, quando ho iniziato a giocare nel calcio 11, ero avanti rispetto alle altre mie compagne”. Gabriella Settecasi vince campionati provinciali, regionali e nazionali con il Ribera, con cui segna fra i 20 e i 25 gol a stagione. La sensazione è che la sua favola possa proseguire all’infinito e contribuire, da Agrigento al resto d’Italia, alla crescita del futsal. Conseguito il diploma tecnico di servizi sociali, tuttavia, la giovane promessa non resiste al richiamo del calcio a 11 accettando l’offerta del Marsala, anche se ciò comporta il trasferimento a 140 chilometri da casa. Sul rettangolo verde viene schierata terzino sinistro per una ragione basica: è l’unica mancina della squadra. Benché la maglia sia la numero 3, la buona corsa e la visione di gioco convincono tutti ad affidarle compiti da ala. Le sue incursioni sulla fascia sono una spina nel fianco costante, dal momento che Settacasi punta e salta l’avversario in scioltezza, trovando lo spazio per quei cross dietro le difese che mandano in difficoltà ogni formazione. E’ la regina dei calci piazzati, comincia dai corner e ben presto acquisisce il diritto a calciare le punizioni. Lega le lunghe crine in una coda, come una valchiria prima del galoppo, scocca tiri che sembrano calibrati con l’arco, dardi fantastici che non si sa donde vengano ma soltanto dove s’incuneano: nel set. Dopo le tre stagioni a Marsala, passato dalla C alla A2, si trasferisce a Palermo, ma la voglia di sperimentare nuove emozioni è troppo forte. “Nel 2012 mi ha contattato il presidente Luca Dalla Torre del Sudtirol Damen e allora ho deciso di intraprendere questo nuovo percorso. Appena arrivata a Bolzano mi sono accorta delle differenze ambientali: lassù le persone sono impassibili, non si fanno conoscere. A livello umano, in generale al nord, dovrebbero aprirsi di più per godersi fino in fondo il calore delle persone che li circondano. Comunque con la Sudtirol Damen mi sono trovata subito bene, ho anche dovuto imparare il tedesco ma ne è valsa la pena. Mi sono detta che l’Alto Adige avrebbe rappresentato il sogno della promozione in serie A e, perché no, di puntare anche alla nazionale”.

 

acese

La massima serie giunge due anni dopo, nel modo più imprevedibile, ossia in provincia di Catania. Settacasi, che pure era intenzionata a restare in una realtà più organizzata, si tuffa nell’avventura della Acese in B, persuasa delle potenzialità del progetto del presidente Rosario Maugeri. La squadra di Aci Sant’Antonio aveva ben figurato nella stagione precedente, al termine della quale si era piazzata terza nel campionato del centro-Italia dietro Pink Bari e Roma. La nuova arrivata si integra alla perfezione con le compagne, le atlete di esperienza Gioia Masia, Daniela Di Bari e Roberta Giuliano, le giovani promesse Agata Sciacca, Giorgia Foti e Giulia Risina, la regista Jenny Piro e le attaccanti Giusi Bassano, Melania Martinovic e Veronica Privitera, che metterà a segno ben 33 reti. Gabriella sottolinea l’affiatamento del gruppo: “Eravamo proprio unite, dentro e fuori dal campo. Abitavamo quasi tutte nella stessa villa del presidente, ed è stata questa la mossa vincente. Solo tenendo unito un gruppo si ottengono grandi risultati!”. Nel sistema di gioco del tecnico Valerio Caniglia la jolly è Settacasi. In virtù delle molteplici qualità, la numero 3 svolge il ruolo di cursore di fascia, assist-woman e in generale si rivela preziosa nell’equilibrio della squadra, dettando i tempi dei cambi di ritmo. Delle gesta acesi sembra cantare Virgilio nell’Eneide: Intorno a lei scelte compagne stanno: Tulla, Larina vergine e Tarpeia che bronzea squassa le bipenne; italiche che a fregio aveva da se stessa elette la dia Camilla ed a ministre buone per tempo delle pace e della guerra. Tra le “nemiche” nell’arena di gioco, la Roma è la più titolata. Le giallorosse inizialmente sembrano prendere il largo ma l’Acese macina vittorie su vittorie, nel girone di ritorno supera le capitoline facendo registrare un filotto da record: in totale 24 gare vinte su 26, primo posto a 74 punti, ben 13 di distacco sulla Roma. E’ il trionfo pirotecnico delle amazzoni: Allorquando batton del Termodonte le correnti e pugnano con l’armi variopinte o a Ippolita dintorno o alla guerresca Pentesilea che sul suo cocchio torna, e fanno festa coi lunati scudi… [tratto da Virgilio, Eneide, Canto IX, versi 923-944].  La gioia immensa pervade Gabriella a Chieti, città che vuolsi fondata da Achille, l’invincibile acheo, assassino della regina amazzone Pentesilea nella guerra di Troia. E’ il 22 febbraio 2015. Il calcio piazzato di Settecasi, che al secondo minuto trafigge il portiere Nardulli e consegna il primato all’Acese, assume contorni epici. L’atmosfera elettrica attraversa gli spalti e le panchine, tanto che l’allenatore del Chieti sarà espulso, ma è la parabola arcuata e imprevedibile della punizione a rivelare la beffa divina. Il dardo, sospinto da un effetto metacalcistico, s’eleva nell’iperuranio e plana verso l’incrocio finendo per infilarsi in uno spazio angusto, quasi invisibile, fra le mani del portiere e il palo. Come se l’arciera del gol, 3000 anni dopo, avesse vendicato la morte dell’antica regina, scovando l’unico pertugio vulnerabile del Pelide, quel tallone d’aria attraverso il quale la palla si è insinuata in rete.

 

Per Gabriella Settecasi è il gol più importante: “Quella vittoria sofferta per 1-0 ci ha permesso di anticipare la promozione in serie A. Il mister non aveva mai vinto in quel campo ostico e mi ha fatto piacere di avergli regalato questa doppia soddisfazione”. Dopo gli anni d’oro della Jolly Componibili, dell’Orlandia 97 e delle Aquile di Palermo, la provincia di Catania ascende all’Olimpo del calcio. Nel dì di festa l’allenatore Caniglia commenta l’impresa ringraziando gli “innesti mirati” che hanno garantito “una formazione equilibrata in tutti i reparti con alcune individualità di spicco ed altre giovani promesse che in questi anni sono maturate fino a divenire atlete di sicuro affidamento. Il mantenimento della categoria sarà il nostro obiettivo per il prossimo anno”. Il presidente Maugeri promette di organizzare una squadra all’altezza ma le sue parole di una notte di mezza estate sfumano nel grigiore autunnale, al ticchettio di una calcolatrice. Gabriella Settecasi ricorda la mazzata come fosse ieri: “Dopo esserci sudate quella tanto attesa promozione in A, il presidente, quasi a inizio stagione, decide di ritirare la squadra già iscritta al campionato per le troppe spese da affrontare”. Della Sicilia conserva bei ricordi: “Le compagne, le amiche. I tifosi, che con la mia famiglia erano sempre presenti alle partite casalinghe”. E un’amara consapevolezza: “Al sud la realtà del calcio femminile è piuttosto differente rispetto al nord ed in generale il nostro movimento non gode della medesima visibilità. Sicuramente sono stati fatti dei passi in avanti ma ancora, a mio parere, c’è tanto da lavorare per poter arrivare ai livelli di tante squadre italiane”.

settecasiazione

Le offerte fioccano per la terzina speciale, che per un periodo indosserà il 7 e poi la maglia numero 22, in onore della nonna. La sua scelta ricade nuovamente sul Sudtirol Damen, che ha conquistato la massima serie nel girone d’alta Italia. In Alto Adige Settecasi trova lavoro a Vipiteno come operaia nell’azienda del presidente Dalla Torre: si alza presto la mattina, fino alle 16 assembla pezzi per costruire gazebo in un reparto di soli uomini, poi merenda e alle 19 corsa al campo per tre ore di allenamento. In seguito viene assunta al negozio di articoli sportivi Decathlon di Bolzano. Tutte le atlete di provincia, ancorché di valore, percepiscono rimborsi insufficienti, eppure resistono. Per Gabriella l’esordio nella massima serie contro il Mozzanica è il coronamento del sogno: avrà vita breve come la viola del pensiero, fiore privo di profumo come quell’erba di Serie A. Una serie di incidenti sul lavoro fermano la sua cavalcata: “Il momento più brutto è stato l’infortunio al legamento crociato dopo due sole presenze in massima serie. Rientravo da un’altra operazione al ginocchio, mi è crollato il mondo addosso. Non avevo mai pensato di smettere, ma quel terzo infortunio al crociato nel giro di 2 anni mi aveva tolto le forze e l’entusiasmo di andare avanti”. Sospira: “Ho trascorso periodi bui, ricevendo chiamate da tante squadre di A, cito solo il grande Brescia del presidente Cesari che ha giocato la Champions, ma ho dovuto rifiutare perché ero ancora in riabilitazione. Con la forza e la determinazione giusta ho ripreso a calciare quel pallone che tanto mi fa emozionare…”.
Settacasi, l’amazzone che domina la fascia e centra l’angolino, si cura le ferite e indossa l’armatura dell’Unterland Damen, sempre in Alto Adige. A due anni dall’ultimo infortunio riprende a giocare nel campionato nazionale di serie C. “Siamo seconde in classifica e stiamo lottando per poter salire in B come spera il presidente. Non ho perso l’ambizione di puntare sempre in alto e magari qualche soddisfazione ancora potrebbe arrivare…”. Duecentodieci presenze, 30 reti, caterve di assist, il pubblico che si stropiccia gli occhi. “Gli ultimi gol più importanti li ho realizzati contro corazzate come Riozzese, Vittorio Veneto, oggi in B, e Jesina. Ho segnato negli ultimi minuti su punizione regalando gioiose vittorie di misura all’Unterland Damen”.

La calciatrice che più ammiri e quella a cui ti ispiri come modello?

Sicuramente Barbara Bonansea è il mio modello. Avendo lo stesso ruolo, guardando le sue partite, ho imparato movimenti e tocchi di palla che fanno fuori l’avversario. Quella che più ammiro attualmente milita nella Pink Bari in serie A. E’ Jenny Piro, grande esempio di atleta e di vita nello stesso tempo. Giocava già con me ai tempi di Palermo…

Hai disputato altre partite contro i maschi dopo i 12 anni?

Ho giocato con i ragazzi da piccola e la mia tecnica, spesso, era superiore alla loro. Ho rigiocato con i maschi in diverse amichevoli con squadre femminili e in certi casi, ad oggi, la tecnica della donna prevale non solo nell’eleganza e nella creatività di esecuzione, ma anche per lo sviluppo del cervello femminile in sè, che ha una capacità di ascolto maggiore (dovuta all’ippocamo, nda) rispetto a quella degli uomini: la donna apprende cose importanti che l’uomo sottovaluta o crede già di esserne in possesso. Quando si è piccoli, la differenza muscolare non è evidente, ma dopo lo sviluppo la forza fisica di un uomo non è paragonabile a quella della donna, anche perchè le nostra ossa sono più sottili, con una predisposizione maggiore verso gli infortuni.

Le piccole società mettono a disposizione preparatori atletici e fisioterapisti?

Nelle piccole società trovi un/a fisioterapista a disposizione della squadra, ma spesso, e mi dispiace dirlo, non sono all’altezza per recuperare o trattare ragazze sportive. Di preparatori atletici, invece, ce ne sono pochi in giro, e spesso in squadre di categoria inferiore non ce ne sono proprio, sia perchè la mentalità da dilettante non ti fa investire sulla salute delle calciatrici, sia, appunto, per la categoria inferiore stessa che non te lo permette economicamente. Io ho avuto la fortuna di incontrarne uno molto in gamba al Sudtirol: mi ha recuperato dopo 3 operazioni al legamento crociato permettendomi di giocare, ma soprattutto di ambire ancora.

La condizione di dilettante vi lascia senza alcuna copertura sanitaria. A tuo parere si arriverà al professionismo?

Spero il più presto possibile perchè non siamo per niente tutelate e se qualcosa va storto, ti arrangi. Le società se ne lavano le mani, detto chiaro e tondo. Quindi come sempre a lottare saremo noi calciatrici, appassionate di questo sport, cercando di farci notare quando è il momento giusto. Vedi i mondiali disputati in Francia nel 2019, dove molti italiani si sono chiesti: ”Ma perchè le donne giocano a calcio..?!”. Commenti assurdi che sentiamo ancora oggi.Siamo tanto indietro rispetto ad altri nazioni europee, per non parlare degli USA, abbiamo bisogno di più sostegno e più visibilità per raggiungere una parità di diritti con il calcio maschile. Da sempre abbiamo fatto grossi sacrifici, andando a lavorare, ritagliando spazi della nostra giornata per gli allenamenti e le partite domenicali e non. Siamo dilettanti, infatti i nostri campionati iniziano a fine ottobre e se sai giocare al massimo porti a casa 800 euro al mese. Ma ci trattano da professioniste quando ci fanno giocare il 23 dicembre, il 6 gennaio, il 25 aprile…

Cosa dovrebbero fare i club per migliorare la situazione delle calciatrici e favorire l’accesso al calcio delle bambine?

In primis dovrebbero partecipare a formazioni, riunioni, aggiornamenti che si svolgono a Coverciano; introdurre tutte le categorie del femminile, partendo dalle giovanissime fino alla prima squadra, e dovrebbero spingere di più la Federazione ad investire sul calcio femminile, perchè… Noi donne siamo il vero futuro del calcio, un calcio pulito, pieno di passione vera, di fair play, che regala emozioni ad ogni singola persona.

settecasiultima

Fussball/ Frauen Serie C: Unterland Damen – Padova CF, am 14.10.2018 in Kurtinig.

Carolina Morace, intervista esclusiva

3 commenti

carolina2

Carolina Morace. Avvocato, pioniera del calcio femminile, bomber e allenatrice, opinionista, Fifa’s Legend, Fifa e Uefa Instructor. Sempre per la FIFA impegnata in Papua Nuova Guinea e in Iran. Prima donna nel 2015 ad entrare nella Hall of Fame istituita dalla Fgci e dalla Fondazione museo del calcio quattro anni prima. Scendendo in campo per un’intervista, mi tremano le gambe… ci provo.

1) Morace centravanti. Esordio a 11 anni a Venezia, tre anni dopo già in Nazionale, un’avventura durata un ventennio e 105 gol, con la quaterna di Wembley nel ’90 che resiste come record assoluto fra uomini e donne; due volte finalista agli Europei, dodici scudetti e 13 volte capocannoniere. Qual è stata la più grande emozione sul campo?

Sicuramente i 4 goals a Wembley. Credo che per ogni individuo che ami il calcio, Wembley rappresenti il Tempio di questo sport. Ed il mio allenatore me l’aveva detto: “Se segni qui puoi dire di essere una giocatrice di calcio”.

2) Che differenze riscontra a livello di gioco fra le squadre femminili di allora e di oggi?

Oggi tatticamente le squadre sono più preparate, noi marcavamo a zona mista con il libero comunque staccato, mai in linea. Era la zona mista di Sacchi con Baresi posizionato sempre qualche metro dietro alla linea difensiva… Adesso giocano tutti a zona poi, in base alle capacità del tecnico, puoi anche vedere un gioco organizzato, i sistemi di gioco sono ben definiti.Tecnicamente eravamo molto forti, certo oggi la velocità è maggiore. Però non è un caso che la mia generazione sia arrivata ad essere per due volte vice campione d’Europa. C’erano giocatrici straordinarie come Vignotto, Ferraguzzi, Bonato, Ciardi, Marsiletti. Tante altre forti, dovrei citarle tutte. Ma non c’era la televisione, anche i dirigenti sono colpevoli perchè venivano a vederci raramente. Sono sicura che avremmo entusiasmato la gente.

3) Solo dal 2015 alcune società professionistiche investono nel calcio femminile, ma le atlete restano ancora senza salario minimo, assistenza sanitaria, contributi previdenziali, Tfr, maternità e ferie pagate. Quali passi concreti occorrono per raggiungere la parità?

Quando si parla di parità bisogna essere chiari. Qui non si invoca la parità salariale. I calciatori generano un business che, forse, un giorno raggiungeremo anche noi. Ma ora siamo solo all’inizio del nostro percorso. Tutto ciò che hai menzionato deve essere la priorità perché è impossibile dare il massimo se non si hanno le minime garanzie sul proprio futuro. Cosa accadrà quando le atlete smetteranno di giocare ed entreranno nel mondo del lavoro con un ritardo di almeno 15 anni rispetto i loro coetanei? E molte atlete decidono di non proseguire gli studi.

4) Nel suo libro, La prima punta (People editore, 2019), racconta come le venne spontaneo giocare a calcio nella struttura della Marina Militare (per via del padre ufficiale) dove c’erano attrezzature sportive.

E’ naturale che in presenza di strutture sportive i bambini siano liberi di sperimentare e scegliere lo sport preferito senza essere condizionati dai genitori. Che di solito, inevitabilmente, scelgono per i figli lo sport da praticare.

5) Il sistema non destina risorse adeguate nei settori giovanili e nelle categorie inferiori del calcio femminile poiché considera insufficiente il ritorno economico in termini di immagine e pubblicità. Come superare questa barriera anche culturale?

Scegliendo le giuste persone nei posti chiave. Non è un caso che il progetto di sviluppo del calcio femminile sia stato fatto da un manager cinquantenne, Michele Uva, quando era direttore generale della Federazione (dal 2009 al 2018 nda).

6) Passiamo a Morace tecnico: prima donna al mondo ad allenare una squadra maschile, la Viterbese in C1 nel 1999. Come andarono le cose?

Dopo la partita persa fuori casa con il Crotone per 5 a 3 (con 3 calci di rigore contro) mi chiamò Gaucci dicendo che voleva licenziare il mio preparatore fisico, il professor Luigi Perrone. Io gli risposi che se avesse mandato via lui avrebbe dovuto mandare via anche me. Gaucci mi disse ‘no, lei non la mando via’ ed allora io gli dissi che mi sarei dimessa. La stima era reciproca. Mi fece poi chiamare da tutti ma un’interferenza del genere, quando capita una volta, capiterà anche la seconda volta. Tanti allenatori accettano, io no.

7) Alla guida della Nazionale italiana nel 2004 conquistò il quarto posto nella Algarve Cup, dopo aver battuto Cina e Finlandia. La Federazione, all’epoca, aveva intenzione di investire nel progetto?

No.

8) Da ct del Canada, con staff tutto italiano, conquistò la Concacaf Women’s Gold Cup nel 2010, poi è stata allenatrice e direttrice tecnica di Trinidad e Tobago. Le sostanziali differenze tra questi paesi e il nostro come organizzazione e come impatto sul pubblico?

In Canada il calcio femminile è lo sport più popolare, in Italia siamo ancora indietro ma sulla buona strada se la Figc continuerà a credere in questo sport. A Trinidad & Tobago sono in via di sviluppo ed hanno molti problemi organizzativi in genere.

9) Perché le calciatrici Usa sono le più preparate atleticamente del mondo?

Il bacino in cui scegliere è molto ampio, crescono da generazioni a generazioni facendo sport. Sarà in grado di battere le americane una squadra che reggerà il loro passo, con l’aiuto dell’organizzazione di gioco: si può fare. In questo Mondiale ho visto qualcosa tatticamente solo dalla nazionale olandese e da quella italiana.

10) Alla vigilia indicò come sorpresa del torneo proprio l’Olanda, poi arrivata in finale attraverso un gioco veloce e divertente. Il loro campionato esiste solo da 12 anni, sono semiprofessioniste da poco, l’attenzione mediatica è scarsa e gli stadi semivuoti. Qual è il loro segreto?

La cultura. Ogni paese ha la sua cultura.

11) Cosa pensa dell’insegnamento del futsal nelle scuole calcio come fanno in Sudamerica?

Se troviamo nelle nostre scuole uno spazio da adibire a futsal perchè no? Ma non credo ci siano molti spazi nelle scuole italiane. E’ giusto che lo sport in Italia sia demandato alle squadre dilettantistiche, che perciò dovrebbero essere sostenute maggiormente dal governo soprattutto con la formula degli sgravi fiscali. E mi riferisco alle sponsorizzazioni, unica fonte di sostentamento per queste società.

12) Trent’anni fa a Roma lei fondò una scuola di calcio mista. Oggi è finalmente una prassi diffusa – da alcune ricerche ho scoperto che in alcune realtà, come Parma e nel Bresciano, le prime squadre interamente femminili, a 12 anni, hanno battuto i coetanei maschi. Fino a che età pensa sia utile giocare contro i ragazzi in campionato e quando invece incontrarli solo in amichevole?

Io non sono nemmeno per le amichevoli. Se una squadra professionistica contrappone alle donne dei quattordicenni, fisicamente rimangono leggermente più forti, magari meno coordinati ma il loro è un calcio da ragazzi, non da adulti. Il calcio delle donne è un calcio da adulti. Il misto va bene dall’età infantile fino alla pubertà.

13) Il maschilismo ambientale oggigiorno è diminuito? Ricordo un suo gol spettacolare da trenta metri: lo definirono casuale, eppure, se fosse stato Maradona…

In Italia ci sono tante persone intelligenti e di media cultura ma anche molti ignoranti. E l’ignoranza qui è un vanto, non una vergogna. Io da tanto tempo non mi interesso più dell’opinione delle persone che non stimo. Poi, avendo vissuto all’estero, vedo sempre più il nostro paese come una piccola parte di un universo ben più grande.

14) Il talento va riconosciuto e coltivato. Esiste oggi fra le donne, in termini assoluti, un genio alla Messi o forse è nascosto in qualche campetto di periferia?

No, non c’è attualmente una Messi ma tante brave giocatrici.

15) La ct Bertolini ha sostenuto che il “calcio di Guardiola è femmina”, perché le atlete sono più propense al possesso palla, al fraseggio e al gioco corto. Parlando di tattica il femminile semiprofessionistico non esisteva ai tempi delle squadre maschili che hanno fatto la storia: la grande Honved, l’Olanda di Michels, il Milan di Sacchi o il calcio utilitaristico di Herrara e Trapattoni. Quale sistema di gioco preferisce e quale pensa sia più adatto al calcio femminile?

Non c’è un sistema più adatto al calcio femminile, valuto quello che è più adatto alle qualità delle mie giocatrici, dei miei giocatori. Per questo motivo noi allenatori non dovremmo avere un sistema preferito.
(intervista realizzata il 31 gennaio 2020)

carolina3 Altro

Corpo, il nostro film indipendente negli States Sarà proiettato all’università del Connecticut

Lascia un commento

corpo2

Corpo, la sceneggiatura, il film… e presto arriverà il romanzo
corpo3

Una bellissima esperienza che ha visto crescere insieme professionisti e giovani provenienti da settori diversi. Il film indipendente diretto da Francesco Guida e dal sottoscritto è stato girato l’estate scorsa nelle zone fra Paestum, Agropoli e Castellabate. La sceneggiatura di Corpo era stata buttata giù mesi prima, currenti calamo, e non è stato necessario organizzare casting particolari. Fortunatamente avevo già collaborato con alcuni attori di teatro emiliani, in particolare le allieve di Sandra Moretti, insegnante del liceo Pico e fondatrice della compagnia Fata Morgana di Mirandola. Le loro interpretazioni di Lou Salomé (Miriam Treglia) e Friedrich Nietzsche (Agnese Negrelli) in occasione della rappresentazione dell’aprile 2019 nelle sale della Biblioteca annessa al liceo Pico, erano state sottolineate dal plauso generale di professori, assessori comunali e spettatori, ma non si trattava di una novità, giacchè Agnese e Miriam avevano calcato e presto calcheranno di nuovo i teatri con la mia Salomè adattata da Sandra Moretti (se la Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola darà i contributi, come ha sempre fatto in passato per altre opere, alla compagnia Fata Morgana). L’esperienza di Corpo, un film autoprodotto della durata di 73 minuti, è stata arricchente perchè ha visto crescere la collaborazione fra due gruppi, quello emiliano e quello campano. Accanto a  Sandra, come actor coach, si è aggiunto Paolo Agresta di San Marco di Castellabate, assieme a Miriam Treglia e Agnese Negrelli hanno recitato Luigi Pascale, attore della compagnia teatrale Eduardo De Filippo, Lucio Russo, fotografo ferrarese che ha avuto piccoli ruoli nelle fiction Coliandro 6, Gomorra 4, Il Caso Pantani e L’alligatore, il 18enne poliglotta Gerardo Bove, il carpigiano Stefano Stradi e altri attori di Castellabate quali Costabile Scarano, Anna Aversano, Luigi Tramutola, Assunta Della Mura, Deborah Guercio, Martina Pinto, Sarah Di Luccio, Fatima Sarnicola e tanti altri che leggerete nei titoli di coda.  Si ringraziano per la partecipazione straordinaria anche Lucio Isabella, poeta e artigiano del Cilento, le suore della comunità Santa Scolastica, la famiglia Malzone per la location sul belvedere e la famiglia Vassallo per gli studi di Costantino, che ha incentrato la sua prolusione di presentazione del film, alla fiera dei libri del sud, sul concetto di Corpo come prigione in Proust. Anche a livello tecnico la sinergia è stata importante: Francesco Guida era il mio assistente alla regia, ma di fatto è il co-regista, ha curato tutti i montaggi in studio ed ha supportato le riprese accanto ai cameraman Lazzaro Addesso e Antonia Agresta; Enrico Nicoletta ha fornito ulteriore competenza tecnica e per quanto riguarda le musiche il compositore Antonio Sessa ha realizzato la colonna sonora e tutti i sottofondi esclusivamente per Corpo.
corpo5

Com’è andata? Presto per dirlo, non abbiamo la possibilità di distribuire la pellicola nelle sale ma siamo iscritti a festival del cinema ai quali non dovremmo (salvo censure sovietiche della solita partitocrazia) avere problemi a partecipare: a prescindere dal giudizio sulla storia (nel prossimo post anticiperò il primo capitolo del romanzo…) e sulle performance degli attori, il livello tecnico elevato rispetto alla media è garantito da Francesco Guida, premiato già vent’anni orsono come miglior regia e montaggio al Festival Internazionale di Salerno (qui in foto con Claudia Koll durante la consegna del primo premio).
koll

 

Inoltre, se in occasione della prima proiezione privata, a Castellabate, espresse apprezzamento l’unico ospite esterno, il prof. Gennaro Malzone, fondatore della Fiera dei Libri del Sud, nella seconda proiezione a casa dei genitori di Agnese (nella foto sottostante) è stata invitata un’insegnante di Cinema e Letteratura italiana negli Stati Uniti, la pdh Monica Martinelli. Alla serata “nordica” erano presenti tutti i componenti del cast e della troupe tranne gli amici del Cilento, impossibilitati per la distanza ma collegati in diretta tramite mezzi telematici per vivere assieme emozioni e commenti. Le azioni e i dialoghi più avvincenti non hanno riguardato solo i due protagonisti maschile e femminile, laddove l’interpretazione di Miriam Treglia è stata mirabile, ad esempio la sintonia registrata fra Agnese Negrelli e Luigi Pascale ha stupito tutti per professionalità e passione. L’intreccio degli avvenimenti ha evidenziato le differenze caratteriali e anche dialettali dei personaggi del film, come lo scaltro emiliano Lucio Russo e il melodrammatico “napoletano” Paolo Agresta, mentre Gerardo Bove, in forza dei propri studi delle lingue slave, ha esibito un ottimo accento russo. Costabile Scarano, già in Benvenuti al Sud, è stato accreditato della battuta più divertente, ma è stata tutta la squadra a partecipare con gioia e intensità. Al liceo Alfonso Gatto di Agropoli le studentesse in autogestione, supportate dalla professoressa Antonella Lauretti e dal dirigente Saverio Prota, hanno dato vita a una scena coinvolgente assieme alle attrici protagoniste, così come il Parco Archeologico di Paestum è stato teatro di momenti particolarmente suggestivi. Le cornici paesaggistiche delle scogliere e di una montagna incontaminata che si affaccia sul mare cristallino non sono da meno dei significati storici e simbolici dei paesi attraversati. Alla fine l’insegnante di Cinema e Letteratura italiana in America, Monica Martinelli, è rimasta colpita favorevolmente dal nostro film e ha già proposto di far proiettare Corpo (dopo i festival, nel prossimo semestre) durante le lezioni che tiene all’università del Connecticut, come “spunto educativo per le tematiche trattate”: Gender studies e altro, ma non vorrei “spoilerare”!
corpo1

 

Il film Corpo:

corpospavento

scuolapaesemareanello

tempio

nottecorpo6

Patrizia Caccamo, la pittrice del gol

1 commento

 

 

Premiata

In vista della pubblicazione del mio primo libro sul calcio femminile anticipo la storia di Patrizia Caccamo, che sabato scende in campo per l’esordio con il Deportivo a Palma di Maiorca. I suoi tabellini sono da record, ma i duecentosei gol e gli innumerevoli assist dipinti in vent’anni fra serie A e B, non ne tratteggiano appieno il talento e il percorso extra-ordinario.

Vive il periodo d’oro della Fiorentina dei Della Valle, apripista dei club che investono nel calcio femminile, durante il quale si aggiudica lo scudetto, due coppe Italia e la Supercoppa. Gioca otto partite in Nazionale, l’ItalViola del commissario tecnico Antonio Cabrini che si qualifica agli Europei dei Paesi Bassi e getta le basi per il successivo exploit mediatico delle azzurre ai Mondiali. Gli addetti ai lavori e gli spettatori beneficiano delle splendide giocate di Patrizia,  un esterno offensivo che parte a sinistra e dialoga con le compagne, ama sterzare verso la porta e scoccare conclusioni a giro con ambedue i piedi. Il dribbling secco, arricchito da un possesso palla funambolico, e la potente velocità inducono non pochi tifosi a invocarla nell’altra metà del calcio, in luogo degli attaccanti viola.

Se Alex Del Piero, rientrando dalla fascia, pennellava nel sette come Pinturicchio, restando nelle arti figurative Patrizia Caccamo rimanda all’espressionismo. E’ tutta la vita di questa ragazza a rappresentare un inno alla fantasia, un vortice che tocca profondità arcane, assumendo i contorni metasportivi di un viaggio ai confini della realtà.
germania

Patrizia Caccamo nasce nel 1984 a Wickede, nel nord della Renania, dove i nonni e i genitori siciliani sono emigrati per lavorare in fabbrica. La famiglia favorisce l’emergere della sua vocazione, e poi la sostiene unitamente: “Da bambina ero spesso nervosa, così il pediatra disse ai miei di farmi praticare sport per scaricare la tensione. Giocavo sempre con il pallone in casa, ovunque, allora papà mi iscrisse alla scuola calcio. Avevo solo sei anni. Mi ricordo la prima partita: facevo i castelli di sabbia con un compagno, ma da quel giorno la mia vita è cambiata”. Che stia accadendo qualcosa di grande si percepisce subito. Patty gioca nel campionato maschile coi coetanei tedeschi, è l’unica femmina e si destreggia ottimamente: a 8 anni è la capocannoniere del torneo. Una volta alla settimana va a lezione di italiano, continua nel misto fino a tredici anni, quando si misura con due campionati diversi: sabato quello maschile, domenica le partite con le ragazze. Dalle giovanili in Germania alla Serie A italiana il passo è lungo quanto il ritorno nel suolo patrio. “Nel maggio del 2000 ero andata in vacanza in Sicilia dai nonni, un cugino mi fece fare un provino col Gravina. Mi presero subito, senza esitazioni, anche perchè io non volevo trasferirmi. Mamma utilizzò le sue vacanze per riportarmi in agosto e consentirmi di andare in ritiro con la squadra. Lei poi salì in Germania a lavorare lasciandomi coi nonni… Ma nel giro di due mesi i miei genitori ci raggiunsero: da sempre avevano l’obbiettivo di tornare in Sicilia. Si conobbero in Germania, anche se a Paternò stavano a sei traverse di distanza”. Il fato. “Io credo nel destino”.

Patrizia Caccamo a sedici anni esordisce nella massima serie. La squadra non è attrezzata per traguardi ambiziosi, lotta con le unghie e con i denti per restare in serie A, ma Patty si distingue subito. Col pallone fra i piedi disegna arabeschi e vede subito la porta. Dopo tre partite è già in Nazionale Under 18: alla prima amichevole indossa una maglia pesante, il numero 10. “Gravina è la mia famiglia, dove i grandi si prendevano cura dei piccoli. Il presidente non mi diceva mai brava per paura che mi montassi la testa. Bellissimi momenti… Rifiutai la proposta della Torres perché volevo stare in squadre in cui eravamo amici”. Il calcio come momento ludico collettivo che unisce, quella è la dimensione fondamentale. “In Sicilia si gioca ancora per strada, nei piazzali, davanti a casa, usando il garage come porta. La gente si lamenta, ogni volta che tiri si sente un boato”.

Le ragazze del Gravina, quasi tutte della provincia di Catania, sono affiatate in partita perché si aiutano nella vita, si ospitano a vicenda proprio come una famiglia allargata. E su quel campetto ai piedi dell’Etna non mancano le giocate pirotecniche. Caccamo ne ricorda una particolare: “Mi lanciano, io parto e vado in contrasto con un armadio, siamo Davide contro Golia: tutte e due cadiamo a terra, alzo la testa e vedo la palla che carambola in area. Il portiere esce, io da terra inizio a camminare a palmo della mano in giù e coi piedi avanzo… fintanto che non tocco la palla di punta anticipando il portiere. Un gol che mi è costato una tendinite acuta del tibiale”. I più gravi infortuni nella carriera di Patrizia saranno la rottura dell’alluce e uno strappo dell’inserzione del quadricipite. Lei matura una teoria per prevenirli: “Non fare stretching prima di allenamenti duri e partite. Il muscolo non deve rilassarsi, al contrario va caricato prima della gara. Ognuno è libero di fare quello che vuole ma per la mia esperienza garantisco che se eviti lo stretching non ti rompi cadendo male”.

gravina

 

A Gravina si susseguono sei stagioni tormentate e fantastiche: la felicità per le salvezze è più forte delle amare quanto inevitabili retrocessioni, però mancano le risorse, le calciatrici debbono affrontare scomode trasferte e intanto sono costrette a lavorare per guadagnarsi da vivere, come tutte le colleghe nelle società dilettantistiche. Caccamo, ancora giovanissima, trova un posto in un bar per raccattare qualche soldo per l’estate, ma le compagne più grandi “dopo aver lavorato tutto il santo giorno staccavano e… venivano al campo”. Non tutti gli uomini le vedono di buon occhio. Nell’isola del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, cancellati legislativamente neanche vent”anni prima, per molti le donne devono restare imprigionate nei ruoli di mogli casalinghe e figlie castigate, sotto lo sguardo proprietario di mariti e padri. Per essere considerata una “svergognata” da un uomo di Neanderthal basta una gonna sotto al ginocchio, figurarsi maglietta e calzoncini. Patrizia supera in scioltezza il problema culturale: “Laggiù la donna che gioca viene sottovalutata, in generale anche in Italia. Io chiedevo sempre di entrare durante le partite dei ragazzi nei quartieri, loro non volevano… Finché non mi vedevano giocare e allora mi accoglievano”.
Il presidente del Gravina vaga in lungo e in largo ma non trova sponsor, s’impegna per un gruppo mai domo fino al tracollo economico: la squadra deve trasferirsi a Paternò, infine si dissolve a causa del fallimento della società. “Lo venni a sapere durante un torneo estivo in Puglia. Me lo disse Graziella Ricci, una cara amica con cui giocavamo in spiaggia ogni anno. Lei è la presidente della squadra femminile di Torre Pedrera, nel Riminese. Dispiaciuta mi mostrò i fogli della federazione: “Guarda qui, il Gravina non è iscritta ad alcun campionato”. Eravamo incredule. Da una parte mi piangeva il cuore, dall’altra pensai che potevo andare dove volevo perché da quel momento il cartellino era mio. Iniziarono a chiamare le società, anche grandi, ma io scelsi il Torre Pedrera. Tra lavoro e campo ero felicissima, con Graziella non ci siamo mai lasciate, continua a venire a giocare con me d’estate. E’ la mia seconda madre”. Ricci è una delle pioniere del calcio femminile, lavora con perseveranza con le giovanissime e costruisce un gruppo solido che conquista la serie B. Nel divertimentificio di Rimini, con le discoteche e le notti brave, Patrizia non cede alle distrazioni e si allena duramente. In principio trova impiego in un bar, poi in un negozio di abbigliamento.

cervia

Dopo un solo anno passa al Ravenna, perché ora la sua volontà è di sperimentare: “Desideravo fare diverse esperienze. Infatti scesi di nuovo in Sicilia con l’Acese, un’altra società che gestiva tutto con sacrifici”. Il comune di Sant’Antonio reca il prefisso Aci in ossequio alla leggenda greca dell’omonimo pastorello ucciso da Polifemo. Il ciclope s’invaghì di Galatea ma non accettò il rifiuto, gettando per vendetta un masso di lava sul suo amato Aci. La ninfa versò lacrime sul corpo inerme e gli dèi trasformarono il sangue del pastore in un piccolo fiume. Patrizia Caccamo è il punto di riferimento per l’Acese, reincontra una tifoseria calda, una folla accogliente come quella che i pittori rinascimentali disegnano per Galatea in trionfo, sopra un conchiglia trainata da delfini. Sono tre stagioni ricche di soddisfazioni e marcature, finché la bomber che parte dalla fascia decide di stabilirsi al centro: un campionato a Sezze, la città laziale che si vuole fondata da Ercole, e una a Napoli, sempre sulla scia del mito greco. Il feeling non scatta, appena cinque reti per ciascuno, sicché Patrizia incede oltre, senza tema, nel labirinto itinerante che la riporta al punto di partenza, dove rinverdisce gol e sorriso: Aci e Romagna, stavolta in serie A nel Riviera, squadra di Cervia. Benchè siano trascorsi tre lustri, il sapore delle vittorie nella massima serie è lo stesso.

 

bianca

Patrizia Caccamo approda sulle rive dell’Arno nel 2015, proprio l’anno in cui i Della Valle acquiscono il titolo del Firenze, società dilettantistica di calcio femminile fondata 36 anni prima. Le viola diventano la prima squadra italiana di un club maschile e finalmente si avvalgono di un importante staff tecnico, di strutture e comunicazione.
Il dirigente Sandro Mencucci, già protagonista della traversata nel deserto della Fiorentina maschile, salvata dai Della Valle dopo il crac e ripartita dalla C2, giura di “scrivere la Storia del calcio femminile”. Patty invero non ci sta pensando: “Avevo appena trovato un buon lavoro, potevo entrare in azienda con il contratto a tempo indeterminato. Ma poi mi chiamò Sauro Fattori“. E’ il tecnico che allena già da tre anni le ragazze della società dilettantistica Firenze. Da attaccante Fattori ebbe l’umiltà di esordire con Antognoni e di passare il resto dei suoi campionati in B e C, cambiando casacca una dozzina di volte, praticamente ogni stagione. Adesso crede fermamente nel progetto. Con lui tanti professionisti, donne e uomini, dentro e fuori dal campo. La bomber della Nazionale Patrizia Panico, a quarant’anni, rinuncia a disputare la Champions League col Verona allo scopo di abbattere tutti i pregiudizi sulle calciatrici. A Firenze, hic et nunc, nasce il semi-professionismo.
La forza delle gigliate è ancora in nuce, il primo anno la squadra comincia a macinare gioco ma il progetto necessita di tempo per dispiegarsi. Le giglate si piazzano al terzo posto dietro il super Brescia di Milena Bertolini. Caccamo viene insignita della pergamena dedicata alla migliore giocatrice della rosa. “All’inizio non riuscivo ad esprimermi, ma poi grazie alla fiducia del mister tutto venne da sè. Scudetto, Nazionale, Coppa e Supercoppa. Un’emozione indescrivibile…”.
Il titolo giunge al secondo tentativo, al termine di un’appassionante testa a testa con le leonesse, culmine di una cavalcata durata quindici vittorie consecutive, ventuno su ventidue totali. Per la sfida decisiva contro il Tagnavacco, il 6 maggio 2017 allo stadio Franchi, accorrono circa ottomila persone. E’ un evento di partecipazione per il calcio femminile, secondo solo alla semifinale di Champions League raggiunta dal Bardolino nove anni prima, quando al Bentegodi Patrizia Panico e le scaligere sfidarono il Frankfurt davanti a quasi quattordicimila spettatori. Caccamo segna il gol che sblocca il risultato: “Ilaria Mauro libera Alia Guagni che si invola sulla fascia, crossa rasoterra, io brucio l’avversario e la piazzo nell’angolo”. Un’altra pennellata l’anno seguente bacia la finale di Coppa Italia contro il Brescia, vinta per 3-1 sul campo di Noceto: “Tatiana Bonetti batte un calcio d’angolo, un difensore allontana di testa nella mia zona, io colpisco al volo di collo esterno e gonfio la rete sotto la traversa”.

 

totti

Il numero sulla maglia non tragga in inganno. Che sia il 7, il 9, o in seguito il 19, numero legato al nonno e indossato dopo la sua morte, Caccamo resta la dominatrice della fascia e una goleador di razza. Dal battesimo nelle azzurrine non ha più portato il 10. I cronisti però la paragonano a Roberto Baggio per la velocità palla al piede e a Francesco Totti per la potenza.  Patrizia, nome che evoca i nobili discendenti di Romolo,  ha una predilezione per il re della capitale. Quando sente nominare er Pupone, espande il sorriso come una farfalla: “Lo conobbi su iniziativa di una mia amica, che mi fece una sorpresa. Sapeva che la Roma alloggiava in un albergo vicino e con un pretesto mi ci portò. L’incontro con Totti fu un regalo bellissimo”. Non ama i confronti col calcio maschile: “Una donna non può competere come forza e velocità con un atleta uomo. Come tecnica, invece, sì”. Soprattutto, non essendo professionista, è costretta a sacrifici maggiori, senza salari adeguati e tutele. “A Firenze non lavoravo, ero calciatrice a tempo pieno. Sostenevo sei, sette allenamenti a settimana. La vita privata, pian piano, era diventata zero”. Comunque la passione per il calcio vinceva su tutto: “Senza non so stare. La mia vacanza ideale è nel Salento: la mattina mare, la sera torneo Futsal”.
Alla fine della stagione 2017-2018, anziché scendere in ferie, Patty trasvola insieme al portiere Noemi Fedele negli Stati Uniti. L’Osa Seattle, presieduta dall’italiano Giuseppe Pezzano, disputa la Women’s Premier Soccer League, un campionato estivo di secondo livello cui però partecipano anche le iridate Alex Morgan e Abby Wambach. Pezzano si interessa al calcio delle donne grazie alla centrocampista del Fiammamonza Alessandra Nencioni (ora in forza al Napoli), lancia la squadra femminile e diventa partner della Fiorentina, che invia tecnici per la formazione dei giovanissimi, nonché Alia Guagni, Valentina Giacinti, Francesca Vitale, Martina Capelli, Deborah Salvatori Rinaldi. Caccamo resta affascinata dall’organizzazione del soccer femminile più avanzato del pianeta: “E’ stata un’esperienza bellissima in tutto e per tutto. L’host family, i campi in sintetico e coperti, l’annesso centro di riabilitazione. Nell’immensa struttura di Seattle, giustamente, era vietato bere alcol e fumare. Eravamo quarantacinque giocatrici, quasi tutte del college, molte facevano gli stage. Venivano osservatori da tutta America e dal Canada, ragazze e ragazzi selezionati ricevevano borse di studio. Tecnicamente non sono molto forti, ma la loro fisicità è impressionante. Seguono un corso a parte per la preparazione contro gli infortuni. Un fatto mi colpì: un’avversaria era incinta di cinque mesi eppure giocava…”.

 

seattle

Alla ripresa in Italia Patrizia assaggia per la prima volta il freddo della panchina. Il nuovo allenatore Antonio Cincotta scommette sull’attaccante del Tagnavacco e della nazionale scozzese Lana Clelland, classe 1993. Sessantasei presenze e quarantuno gol in tre anni, sintonia invidiabile con le compagne che esibiscono un giuoco rapido e spettacolare: per Caccamo è tutto finito. “Sono andata via perché il feeling con Cincotta non è mai nato. A malincuore, fra le lacrime, ho dovuto abbandonare Firenze per mia scelta”. Come Galatea per la fine di Aci, Patrizia lascia un fiume di ricordi alla sua Firenze e s’inoltra nelle nebbie padane firmando con l’Atalanta Mozzanica. Purtroppo la presidente bergamasca Ilaria Sarsilli naviga in cattive acqua a causa della scelta del club maschile di cessare la collaborazione con il femminile. A fine stagione l’Atalanta dichiara lo scioglimento lasciando a piedi Patrizia, che ha ancora negli occhi il passato prossimo gigliato. Osserva i cambiamenti in corso nella Fiorentina, acquistata da Rocco Commisso, e critica la scelta di lasciar fuori Sandro Mencucci, fra i dirigenti più impegnati per il movimento femminile: “Presi le difese di Mencucci perché se lo meritava pienamente. Nessuno aveva preso posizione ma io dico ciò che penso e lo farò sempre senza paura”.
Patty Caccamo ha 35 anni, le recenti delusioni la inducono a riflettere sull’eventualità di attaccare il pennello al chiodo. Il suo, adesso, è un urlo di Munch sullo sfondo di un vulcano in eruzione? No, la bambina che tirava pallonate di gioia fra i castelli di sabbia e nel sette dei garage, non smette di giocare neppure fra i lapilli dell’esistenza. Milita in serie B nel Vittorio Veneto e nell’estate 2019 vince lo scudetto di beach soccer con il San Benedetto del Tronto. “Anche gli uomini della Sambenedettese hanno vinto e noi abbiamo fatto il tifo, viceversa loro sono stati i nostri supporter. E’ il mio primo anno di beach soccer, nel gruppo ero la motivatrice, facevo scaricare la tensione”. Ormai peró Patrizia è stanca di com’è diventato il campionato italiano, per cui rifiuta l’offerta del Perugia e saluta il Belpaese. Torna in mezzo al mar Mediterraneo, in un’altra isola inebriata da antichi profumi, fondata nel secondo secolo avanti Cristo dal console romano Quinto Cecilio Metello. Al sorgere del 2020 è a Palma de Maiorca per vestire la maglia nel Deportivo Collerense, seconda divisione spagnola. Seduta accanto in aereo ritrova l’amica Noemi Fedele, che saluta le compagne viola senza polemiche, al pari della team manager Tamara Gomboli. “Firenze lo sai, non è servita a cambiarla” cantava la poesia di Ivan Graziani. Narrava l’addio di una giovane pittrice: “Gettò i suoi disegni con rabbia giù da Ponte Vecchio: Io sono nata da una conchiglia diceva. La mia casa è il mare e con un fiume no, non la posso cambiare“.
Caccamo non sceglie il gioiello naturale delle isole Baleari come buen retiro, ma per ricominciare: “In Italia si sta puntando solo sulle straniere. Qui siamo professioniste, abbiamo il contratto di lavoro. Cerco sempre di migliorarmi nonostante l’età”. Il futuro? “Lo vedo sempre nel mondo del calcio. Mi piacerebbe fare il talent scout oppure il personal trainer sul campo, come sto già facendo. E tornare a casa, in Sicilia”. Forse sul candore sabbioso e l’iridescenza marina Patrizia non cavalca come Galatea una conchiglia trainata da delfini, ma dipingerà sempre meravigliose traiettorie.

rovesciata

 

Calcio femminile, sorelle d’Italia

Lascia un commento

Nazionale“Il calcio non è per signorine”. Alla frase attribuita al mediano della Pro Vercelli Guido Ara, risalente al 1909, in oltre un secolo, se ne sono aggiunte una montagna. “La donna non capisce niente di pallone”. “Le giocatrici sono brutte, scarse e mascoline”. “La lobby lesbica comanda il calcio femminile”. Quante volte abbiamo sentito tale miscela di irrazionalità, sessismo e volgarità? I soggetti in questione, affetti da misoginia più o meno consapevole, sono certamente una minoranza della galassia maschile ma possono contare sull’approvazione implicita e silenziosa di un numero considerevole di persone. Il cittadino medio accetta che le donne pratichino discipline come il tennis, il nuoto e l’atletica, già fatica di più a tollerare sport di gruppo come il volley, il basket o la pallamano femminile. Il calcio no, quello proprio non passa. Eppure l’unico limite di questo sport, che come ogni cosa umana vale sia per le donne sia per gli uomini, è lo sviluppo della sola muscolatura delle gambe, fattore aggravato dal fatto che le società dilettantistiche mediamente trascurano la preparazione fisica di base. Gli elementi positivi sono invece molteplici, perché il calcio rafforza lo spirito di gruppo, abitua al confronto e alla sconfitta, educa al rispetto delle regole e alla lealtà verso i rivali, sviluppa la logica, l’orientamento e l’estro. I più ottusi, coloro i quali si sentono i depositari della sacra fiamma dello sport, sono convinti che le femmine siano fisicamente fragili a prescindere dalla preparazione atletica, e psicologicamente instabili, pronte a scoppiare in lacrime al primo pestone. Ovviamente anche il rugby femminile, parente del football finché i giocatori prendevano la palla con le mani, equivale ad una bestemmia.
I contrasti di gioco calcistici, anche i tackle più duri, non presentano controindicazioni come quelli del rugby, dove il regolamento è stato rivisto per entrambi i sessi con l’introduzione del fallo di “unnecessary roughness”, al fine di ridurre le commozioni cerebrali. E poi per quale motivo essi considerano normale il pugilato e la “lotta nel fango” femminile, oggettivamente violenti? Questa specifica idiosincrasia nei confronti delle calciatrici non ha alcun senso, sì ben afferisce ad un timore atavico di perdita del comando, fors’anche del telecomando. Se due donne si rotolano come scimmie a suon di pugni e calci, lorsignori non avvertono alcun rischio per il genere maschile, tutt’al più cercano una forma di sollazzo voyeristico, il medesimo che i media forniscono agghindando “veline” negli studi televisivi e propalando degradanti photogallery dove il “lato B” delle campionesse ne occulta le performance sportive.
Su un piano diverso, che però attinge al medesimo pregiudizio di fondo, ci sono le obiezioni di tipo tecnico. In tale ambito, la sciocchezza che circola sulle donne che non hanno il fisico per giocare viene sostituita da severi giudizi di addetti ai lavori, secondo i quali “le femmine non riescono a reggere 90 minuti su campi grandi come quelli maschili” e “non sono in grado di arbitrare le partite degli uomini”. Di recente un telecronista, a pochi minuti dall’inizio di una partita di Eccellenza, si è espresso in dolcestilnovo: “E’ uno schifo vedere le donne che vengono a fare gli arbitri. E’ una barzelletta della Federazione. Annalisa Moccia della sezione di Nola… Eccola qui, preghiamo la telecamera di inquadrarla… la vedete… una cosa impresentabile per un campo di calcio”. Lo sfogo irrefrenabile in diretta televisiva diventa materiale interessante dal punto di vista psicoanalitico giacché, al netto degli evidenti limiti culturali, l’aggressività con venature di angoscia è una reazione primordiale all’impossibilità di soddisfare una pulsione, un caso di frustrazione latente nel preconscio. Nel capolavoro felliniano La città delle donne Marcello Mastroianni, durante un viaggio in treno, viene turbato da un’avvenente passeggera, sicura e misteriosa: dopo un rapido flirt in toilette, la ragazza fugge e Mastroianni, seguendola, finisce in mezzo ad un’assemblea di femministe assetate di vendetta, una dimensione onirica che esprime la fobia dell’intellettuale benpensante per i meandri dell’universo muliebre. In maniera analoga il telecronista, mutatis mutandis, esce di senno alla vista della guardalinee precipitando in un incubo a occhi aperti: la privazione del calcio, “citta degli uomini”, ultimo feticcio esclusivo del patriarcato. In entrambi i casi, i protagonisti sono incapaci di rimuovere contenuti mentali estremamente sgraditi come le pari opportunità, e quindi il confronto autentico, senza filtri, tra i sessi.
Eppure codesti “signori del calcio per soli uomini” dovrebbero accettare i semplici dati di realtà: le donne disputano partite a buon ritmo negli stessi campi adoperati dai club maschili e arbitrano brillantemente le partite più importanti. In italia le direttrici di gara sono milleseicento ma è preclusa loro la Serie A, a differenza di Francia e Germania, capofila con l’esordio in Bundesliga nel 2017, mentre nei tornei internazionali sono in campo già da tempo: nel 2004 la francese Nicole Petignat arbitrò per la prima volta nelle qualificazioni della Coppa Uefa, altre si sono susseguite fino a raggiungere, tre lustri dopo, la finale di Supercoppa europea fra Liverpool e Chelsea. La partita, giocata a Istanbul, è stata diretta magistralmente da Stephanie Frappart, affiancata dalle guardalinee Manuela Nicolosi, italiana che durante la stagione opera nel paese transalpino, e l’irlandese Michelle O’Neal. La stessa terna femminile il mese precedente aveva arbitrato la finale dei Mondiali femminili vinta dagli Stati Uniti sull’Olanda. Un’autogestione che dimostra come il calcio delle donne non sia un film, una possibilità futuribile temuta o agognata, ma una solida e virtuosa realtà.
Forse tutto questo sarà stato uno shock per il tifoso italiano più retrogrado, ma anche lui ha dovuto digerirlo. Magari si sarà chiuso gli occhi e tappato le orecchie durante l’inno di Mameli cantato dalle ragazze di Milena Bertolini al Mondiale di Francia anziché dall’undici di Giampiero Ventura, eliminato nei gironi di qualificazione.
Dov’è la vittoria? Lo hanno chiarito le azzurre a seguito della sconfitta ai quarti di finale contro le professioniste olandesi: nel riconoscimento dei diritti che sono garantiti ai lavoratori di ogni settore. Dall’Alpi a Sicilia chiedono salari adeguati, maternità e ferie pagate, tfr, contributi previdenziali per avere una pensione. E poi assistenza sanitaria in caso di malattia e infortuni, a cui sono più esposte degli uomini. Quante squadre possono permettersi, non solo in prima squadra ma anche nelle giovanili, bravi medici, psicologi, fisioterapisti, preparatori atletici, allenatori specializzati nei vari ruoli che abbiano il patentino e abbiano studiato scienze motorie, che siano in grado di insegnare la tecnica e prevenire i traumi?

Per quanto riguarda la retribuzione, a norma di legge, le italiane possono siglare solo un accordo economico non superiore ai 12 mesi e con limiti oggettivamente ingiusti: il tetto massimo è di 30.658 euro lordi a stagione mentre non è stato ancora stabilito un salario minimo. Secondo una ricerca condotta dal quotidiano economico <<Il Sole 24 Ore>>, calcolando le modifiche del regolamento Figc fra “indennità di trasferta, rimborsi forfettari e premi”, una calciatrice di serie A, in media, “guadagna intorno ai 15mila euro lordi annui”. La differenza con gli uomini è abnorme. Solo dal 2015 i club più lungimiranti hanno iniziato a gestire squadre femminili, attualmente sono nove, ovvero la Lazio in B e le altre otto nella massima serie: Fiorentina, Juventus, Lazio, Roma, Milan, Inter, Verona, Sassuolo ed Empoli. La Fiorentia di San Gimignano ha solo la formazione femminile mentre Tavagnacco, Pink Bari e Orobica di Bergamo sono società dilettantistiche. E se la media per la A è quella sopracitata, i sacrifici si moltiplicano per le atlete delle categorie inferiori. I rimborsi, che partono dalla miseria di un centinaio di euro, non superano gli 800 per una serie B d’alta classifica e una provinciale di A. Per rendersi conto di quanto sia impervia e lunga la strada per la parità basti pensare che le campionesse americane, capaci di dare lustro e sviluppo al sistema calcio statunitense, sono in lotta da anni contro la discriminazione sessuale: alla vigilia del Mondiale il premio individuale per le giocatrici era di 99mila dollari per 20 amichevoli vinte mentre per gli uomini la cifra saliva a 263mila dollari più vari dalla ventunesima partita disputata in poi.

Le italiane, artefici di un Mondiale e di campionati interessanti, dove il gioco espresso si è non di rado rivelato tecnico e fantasioso, anche nelle serie inferiori e nel calcio a 5, sono le uniche fra le prime otto nazionali a restare confinate nei dilettanti. Tuttavia, non hanno alcuna intenzione di porgere la chioma, piegandosi al conformismo della passerella una tantum.
L’Italia s’è desta perché le azzurre dopo vent’anni hanno giocato un campionato del mondo e sono entrate nelle case, nei bar, nei maxischermi del Belpaese. Nessuno può ignorare quanto accaduto, simulando che si sia trattato di un effetto transitorio o di una moda. I dati ufficiali forniti dalla Fifa sono inequivocabili: 1 miliardo e 120 milioni di persone ha seguito il torneo in televisione, sulle piattaforme digitali e in luoghi pubblici. La finale è stata vista complessivamente da 82 milioni e 180mila cittadini, in aumento del 56% rispetto alla sfida decisiva del precedente Mondiale in Canada. Le cinque gare disputate dalle azzurre hanno fatto registrare in Italia 24 milioni e 410 mila telespettatori con uno share medio del 31,84%. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricevendo la delegazione dell’Italia femminile, ha esordito con un emblematico: “Scusate il ritardo”. Il Capo dello Stato, oltre a confermare l’evidenza della conquista “dell’opinione pubblica”, e alla consueta prudenza, chè “non tocca a me stabilire le forme in cui si decide il calcio”, ha però riconosciuto alcuni elementi importanti: “Non è razionale e non è accettabile una diversa condizione tra calcio femminile e maschile. Al di là dell’elevato tasso tecnico, da parte vostra è stato molto minore il ricorso agli infingimenti”.

sara gama

Stando ai dati aggiornati al giugno 2018, le tesserate italiane sono 25.986, tra le quali 12.908 minorenni, in aumento del 70% rispetto a vent’anni orsono. Le bambine dai 6 ai 16 anni possono giocare in squadre miste con i maschi o in squadre femminili che disputano il campionato dei ragazzi, la Figc dal 2015 obbliga i club di serie A a tesserare almeno ulteriori 20 calciatrici under 12, rispetto alla stagione precedente, all’interno del proprio settore giovanile. Ciononostante, il livello resta quello della Svizzera. L’Italia occupa il diciottesimo posto in Europa per tesserate under 18 con una percentuale dello 0,3%, la Svezia fa registrare il 15%, l’Olanda il 6,7% e la Germania il 3%. La Fgci riserva solo 4 milioni e 200 mila euro al calcio femminile contro i 15,4 milioni della Football Association inglese, i 10 milioni di Germania e Francia, i 7,7 della Norvegia e i 5,7 della Svezia. Dunque non deve stupire che le tesserate tedesche siano duecentomila, le svedesi e le olandesi oltre centocinquantamila e le francesi centoventicinquemila.
Il problema è sia generale, se consideriamo la riduzione delle ore di ginnastica alle scuole elementari, sia specifico. Stando a un’indagine Uefa, una bambina italiana, per giocare a calcio, deve spostarsi dai venti ai quaranta chilometri dal luogo di residenza, mentre in Germania la distanza è di dieci chilometri. Secondo la ct Bertolini “raramente le bambine trovano un’accoglienza che le incentiva, che le spinge a continuare per cui o sono super motivate o lasciano. Bisogna stimolare i dirigenti delle società di calcio di quartiere a spianare la strada a bambine e famiglie, ad andare a cercare le ragazze e accoglierle con entusiasmo, solo così allarghi la base, cosa fondamentale per la crescita del movimento. Non bisogna dimenticare due cose: che il calcio è lo sport di squadra più praticato dalle donne nel mondo e che di conseguenza legato al movimento c’è un aspetto commerciale molto potente che in altri Paesi hanno colto perfettamente, mentre da noi ancora no”. La situazione sta lentamente migliorando perché esistono dei modelli di riferimento, le campionesse della Nazionale usano i social e s’impegnano in prima persona. Il macigno da rimuovere è sempre di natura culturale. L’allenatrice della Nazionale ha raccontato alla Gazzetta dello Sport: “Quando ho iniziato io per giocare dovevi assumere atteggiamenti maschili, altrimenti non venivi accettata dal gruppo, venivi esclusa. Adesso è molto più semplice. È chiaro che il pensiero medio dell’italiano è ancora quello che la ragazza che gioca a calcio è una donna strana ma le cose stanno cambiando, soprattutto tra i giovani. Chi ha una certa età non cambia più, ma i giovani sono diversi. Per questo è fondamentale il ruolo e l’appoggio dei media”.
Elisa Bartoli, capitana della Roma e difensore della Nazionale, è stata intervistata ieri sera da Serena Dandini nel programma di Rai3 Stati Generali, ultima puntata di un’isola felice nel panorama mediatico generalista. Bartoli spiega che “i pregiudizi ci scivolano addosso, siamo concentrate sul piacere di giocare. Io non mi sento una calciatrice, perchè non sono una professionista. Ho iniziato coi maschietti, ne ho viste tante di difficoltà. Non siamo riconosciute come professioniste ma andiamo avanti finché avremo emozioni e sensazioni bellissime”. Giulia Nicastro, arbitro, è oggetto di turpiloquio ogni settimana: un giocatore per protesta dopo un’ammonizione si è levato i pantaloni mimando atti sessuali. Lei lo ha espulso, ma i genitori le davano della prostituta, Giulia non ha fatto una piega, continuando la partita: “Ho pensato tante volte chi me lo facesse fare, potrei stare a casa senza insulti. Mi fa male, però penso che vedermi ancora lì, dopo tutto quello che mi hanno detto, è una bella risposta”.

 

Il magazine Tempo dedica una pagina a Corpo Film e romanzo “sono un inno alla libertà”

1 commento

Buongiorno, innanzitutto vi ringrazio per i feedback relativi a Corpo. Come alcuni sanno già sto chiedendo a lettrici e lettori conosciuti (gli altri possono scrivere direttamente qui come usavano fare alla posta del sito di Chiarelettere ai tempi de I panni sporchi della sinistra) di assegnare un voto a ciascuno dei personaggi con relativo parere. In particolare sono state utili le considerazioni di Giacomo Bertoni (agente finanziario di Medolla),  Giulio Tammaro (artigiano di Bagnoli Irpino), Jessica Rosato (calciatrice carpigiana), Michele Guerra (allenatore piacentino), e naturalmente quelle dei tanti tecnici e attori il cui elenco sarebbe troppo lungo da fare. Mi rivolgo in particolare agli amanti dei romanzi psicologici con venature thriller che esprimono punti di vista sfumati, abili a cogliere non solo riferimenti letterari e mitologici ma anche gli aspetti più variegati, le contraddizioni sociali, le profondità interiori dei personaggi. Sono questi i voti, i pareri più importanti poiché sulle loro analisi si fonda la continuazione del lavoro, la stesura del sequel  di Corpo.
Intanto sul magazine Tempo è uscito un bell’articolo di Jessica Bianchi dedicato al film e al romanzo.

foto1

foto2

 

Già, Monika è una Lou Salomé moderna, e questa riflessione telefonica fatta con la giornalista mi induce a riflettere  su un altro grande  progetto cinematografico, ovvero la storia della meravigliosa vita di Salomé.  Il testo per il teatro, adattato da Sandra Moretti e portato in scena al Pico della Mirandola, ha una sorella: la sceneggiatura cinematografica. Sono onorato di aver suscitato in tal senso l’interesse di Sabina Guzzanti, candidatasi a intepretare Lou Salomé. Ciao Sabina, ad maiora! Per quanto riguarda il film le restrizioni in atto potrebbero rinviare i festival, siamo comunque grati al Lago Film Fest di Treviso, che ha visionato e apprezzato Corpo.

corpoinizio2

corposorriso

corpomacchina

paesemare

scuola

corpobarca

corpospavento

anello

notte

tempio

Il romanzo Corpo intanto è disponibile su Amazon anche in edizione cartacea. Dall’articolo di Jessica Bianchi: “Sfogliando le pagine vi inerpicherete nei meandri mitologici del Parco Archeologico Paestum e nei misteri di centri medievali, lungo i sentieri di luce fra la verde montagna e l’iridescenza marina, laddove le relazioni umane disvelano l’interiore profondità, fra l’incanto e gli abissi”.

https://www.amazon.it/CORPO-Stefano-Santachiara/dp/B085RSFF9L/ref=sr_1_2?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=Stefano+Santachiara&qid=1584194641&s=books&sr=1-2&swrs=3EA1B81252DB88219DD743BFF27D9EE3

Federica Belli, nazionale Calcio a 5: “Il gol più bello è sempre l’assist alla compagna”

Lascia un commento

federicabelliNazionale

federicabelli1

 

Federica Belli gioca a “calcetto”, come viene ancora impropriamente definito, dall’età di 14 anni. Dalla Sicilia a Milano fino a Montesilvano, ha attraversato la serie A segnando, finora, centodieci gol. In campo, per quanto nel calcio a 5 si giochi in continuo movimento e interscambio, si muove soprattutto sulla fascia laterale. Classe 1992, di origine palermitana, Belli oggi è colonna portante della squadra della provincia di Pescara, fresca vincitrice della Coppa della Divisione in finale contro la Salinis di Margherita di Savoia.  Ma Federica indossa anche la maglia della nazionale, nata soltanto nel 2015 e già insignita di due titoli internazionali: nel giugno 2019 la Woman futsal week in virtù di tre vittorie contro Moldavia, Polonia e Croazia; sei mesi dopo la Freedom cup per via dei successi contro Slovacchia, Repubblica Ceca e, in finale, contro le padrone di casa dell’Ucraina per 4-2. In tale occasione Belli ha siglato il rigore del 3-1, che si traduce nel diciottesimo gol su 30 partite in azzurro futsal.

Le origini della sua passione per il football?

Ho iniziato a sei anni con Alessio, il più grande dei miei fratelli, e con i miei cugini. Alessio mi incoraggiava anche quei pomeriggi dove ci vedevamo con la nostra comitiva del paese a San Martino delle scale, frazione di Monreale, per organizzare partite o tornei. Ti dirò, non c’era molta differenza con i maschi, anzi suggerisco di giocare il più possibile con i ragazzi perché si cresce di più a livello tecnico.

Come mai hai scelto il calcio a 5?

Mi trovavo al primo anno di scuole superiori: ora di educazione fisica, in palestra. Ero lì che giochicchiavo con il pallone assieme ad alcuni compagni, mi vide una ragazza del quinto anno e mi portò a fare il provino nella sua squadra, la Trinakria C5 di Palermo. La prima volta in una squadra femminile, l’unico maschio era il mister. È stato strano.

Poi Cus Palermo, Kick-off Milano e Montesilvano. Quali sono le giocatrici più forti con cui hai giocato?

Per me la “giocatrice forte” aiuta la squadra, una compagna, è a disposizione per il gruppo. Lei era così, non perdeva mai la pazienza, sempre calma, sempre lucida, a differenza mia magari che mi innervosivo subito e spesso! Veniva chiamata “computer” e il suo nome è Sofia Vieira (portoghese, nda). Forse Sofia non è neanche a conoscenza di tutto questo, nel senso che io in campo l’ho sempre osservata parecchio, ho cercato di apprendere molte sue caratteristiche, poi chissà se veramente qualcosa mi è rimasto… (ride) Ho giocato con Debora Vanin (brasiliana), Nona Navarro Saez (spagnola). Lo scorso anno insieme siamo riuscite a portare a “casa” una Coppa Italia con il Kick Off.

Le principali differenze col calcio a 11.

Sotto alcuni aspetti sono due sport simili ma allo stesso tempo hanno concetti e regole differenti. Si nota la differenza tra i giocatori che hanno masticato del futsal e quelli che non ne conoscono neanche l’esistenza. I primi sono più fantasiosi, più propositivi, giocano a testa alta e accarezzano la palla.

Alcuni club come Milan, Sassuolo e Chievo Verona hanno firmato un progetto in cui si impegnano ad insegnare il metodo futsal all’interno degli allenamenti di calcio a 11. Che ne pensi?

Nel campo più piccolo la tecnica è fondamentale. Il futsal è molto utile alla formazione dei giovani calciatori. Soprattutto per quanto riguarda il reparto del centrocampo, la costruzione dal basso e la finalizzazione in contropiede. Nel nostro sport c’è la continua ricerca dei triangoli difensivi e offensivi. Nel calcio a 11 spesso possiamo vedere come la palla gira velocemente quando tre giocatori si posizionano tra le linee difensive. Questo succede sempre nel campo da calcio a 5.

federicaBelli2

In cosa consiste l’allenamento futsal?

Il coach cerca di dare tante chiavi di lettura. Nella prima parte della seduta si lavora in modo analitico senza avversario in modo da poter osservare e valutare le varie possibilità da mettere in atto nella partita finale. Un altro aspetto non meno importante è la tecnica individuale perché saltando l’uomo nel duello uno contro uno si crea sempre quella superiorità numerica che, se sfruttata nel migliore dei modi, porta a una finalizzazione positiva. L’individualità deve essere messa al servizio della squadra per far sì che la tecnica collettiva del gruppo sia il punto di forza, In conclusione penso che il futsal sia molto utile per lo sviluppo nel calcio a 11 perché come ho detto prima si riesce a tenere alta l’intensità in un campo più piccolo e si muove più velocemente la palla.

Gli infortuni sono più o meno frequenti?

Gli infortuni nel futsal sono molto frequenti, per questo è fondamentale la prevenzione quotidiana per le articolazioni, soprattutto ginocchia e caviglie. I numerosi cambi di direzione e movimenti di torsione ripetuti sul parquet e nel tempo usurano la cartilagine, ma una buona muscolatura ci aiuta a correggere il peso del nostro corpo.

Le figure professionali che si occupano di prevenzione sono all’altezza?

Nella massima serie ho sempre incontrato staff efficienti che includono figure come quella di dottori fisioterapisti, massaggiatori e preparatori atletici.

Fino a che età si può giocare?

Fondamentale è la cura del proprio corpo. Se il corpo è allenato si può giocare fino ad età avanzata.

L’esperienza in nazionale. Esordio con Roberto Menichelli, oggi le vittorie con la ct Francesca Salvatore.

La nazionale è nata con Menichelli, lui per me è sempre stato un idolo, non lo conoscevo di persona, però lo seguivo con la nazionale maschile. Essere stata allenata da lui per me è stato davvero più che un privilegio. Devo essere sincera, non trovo nessuna differenza ad essere allenata da un uomo piuttosto che da una donna. I concetti e la pratica sono sempre gli stessi…

Il goal più importante lo hai realizzato nella finale della Freedom cup contro l’Ucraina. Il più bello?

Beh, in questo momento ricordo il goal in rovesciata che feci contro una squadra di Castellammare del Golfo, giù in Sicilia. Un campionato regionale, ti direi questo è il più bello da vedere… Ma in realtà io lo vedo sempre all’ultimo secondo della partita. Meglio: il goal più bello per me è riuscire a fare un assist e portare a segno la mia compagna.

 

federicabelligioia

Historia calcii, dal Re Lear alle Leonesse

Lascia un commento

Proseguono le anticipazioni del nuovo libro, quest’oggi ci occupiamo delle origini del calcio.

L’uovo o la gallina

E’ impossibile stabilire con esattezza la nascita del gioco con la palla tra i piedi. Può essere avvenuto in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo. Piazza, spiaggia, prato, castello, vicolo. Il giornalista sportivo Emanuele Santi, sul settimanale <<Left Avvenimenti>>, dedicava la seguente sintesi alla mia precedente ricerca sulla nascita del calcio: “Dal cinese Tsu-Chu al greco Epìskyros, dall’Harpastum dei legionari romani al calcio fiorentino del Rinascimento fino a una geniale citazione dal Re Lear di Shakespeare che attesta la notorietà di qualcosa di simile al calcio ancor prima del 1863, anno di nascita della Football Association (non a caso all’apice della rivoluzione industriale)”.

All-focus

Il gioco esiste da millenni, e nella forma del pallone calciato coi piedi certamente da secoli. Per l’appunto nel Re Lear il conte di Kent, dopo aver atterrato con uno sgambetto Osvaldo, maggiordomo della figlia del sovrano Gonerilla, lo apostrofa così: “Beccati questa, cattivo giocatore di calcio!”. Soltanto nella seconda metà dell’Ottocento alcuni alti papaveri del Regno Unito decisero di apporre le loro bombette sul copyright costituendo la Football Association. Negli intendimenti di parte dei ceti dominanti il gioco avrebbe avuto una funzione di controllo sociale, dacché i lavoratori sfruttati nelle fabbriche inglesi, appassionandosi alle partite nei giorni festivi, avrebbero sottratto energie fisiche e mentali alle lotte per la rivendicazione dei loro diritti. Elisabetta Graziani, giornalista dell’agenzia di stampa <<La Presse>>, si concentrò sul capitolo dedicato all’uso del calcio come arma di distrazione in tempi moderni: “Coadiuvato da autorevoli sociologi come il professor Elio Matassi e lo scrittore Andrea Ferreri, viene sviluppata un’analisi sul controllo sociale, adoperando anche la metafora di Fantozzi inebetito dal triplo oppiaceo soldi, tv, calcio e incapace di reagire ai soprusi della politica”.
Queste riflessioni, tuttavia, non debbono indurci a concludere che il calcio sia una costruzione calata dall’alto, indotta, semplicemente occorre tenere presente l’uso distorto che il potere economico e politico, militare e mafioso, fanno del gioco più amato del pianeta.
La Football Association nacque su iniziativa di undici club britannici il 26 ottobre 1863, con la benedizione della massoneria inglese: i primi meeting si tennero alla Freemasons’ Tavern di Londra, dirimpetto al quartier generale della Gran Loggia Unita d’Inghilterra, la Freemasons’ Hall. Un ventennio più tardi, sempre allo scopo di rendere popolare il giuoco nella working class, fu consentito l’ingresso delle donne negli stadi. Il Preston North End, vincitore del campionato inglese, stabilì persino la loro entrata gratuita. Alla prima partita casalinga si presentarono in duemila spettatrici, e l’entusiasmo crebbe al punto da allarmare gli organizzatori. Le tifose infatti non si limitarono alla sporadica curiosità, alla gita domenicale accanto ai mariti e ai figli per poi tornare chiuse in casa a sbrigare le faccende domestiche e tutti gli obblighi che il patriarcato imponeva a ogni moglie e madre. Sì, volevano giocare anch’elle. E non v’è dubbio che lo avessero fatto molto tempo prima di essersi recate allo stadio. Anni, decenni, secoli prima. Non è dato sapere se sia stata una donna o un uomo, una ragazza o un ragazzo, una bambina o un bambino, il primo essere umano a controllare un oggetto sferico, palleggiare, passarlo ad un’altra persona, calciarlo all’interno di una porta, foss’anche rappresentata da un paio di alberi o da due pezzi di legno.
Ampliando il discorso a tutti gli ambiti della vita, gli studi di archelogi e antropologi non hanno permesso di stabilire scientificamente se, nella preistoria, le prime scoperte umane fossero opera maschile o femminile. Vi sono testimonianze di società matricentriche prima che il patriarcato si affermasse nel corso dei secoli in quasi tutte le culture, ma anche all’interno di esse si sono manifestate eccezioni importanti. Regine, sacerdotesse, condottiere, magistrate, medichesse, e poi matematiche, scienziate, filosofe, psicoanaliste, ingegnere che hanno primeggiato sugli uomini sono presenti nei libri sacri e nei documenti storici. Restando in Gran Bretagna, nella parte centrale dell’isola, 2000 anni orsono stupì il mondo la regina degli Iceni: Boudicca, nome che deriva dal sostantivo celtico “bouda”, vittoria. Alla morte del marito Prasutago, nel 60 d.C., scoppiò una rivolta perché la legge romana – prescrivendo solo lasciti per via maschile – non riconosceva la validità del testamento a favore della vedova. Il rifiuto di versare le somme pretese costò a Boudicca l’arresto e l’umiliazione delle frustate. Le sue due figlie vennero violentate. Allorché la regina fu in grado di radunare centomila ribelli, molti dei quali provenienti da tribù vicine, sferró un attacco nei pressi dell’attuale Colchester all’ esercito romano, fino ad allora invincibile. E invece gli Iceni conquistarono la “bouda” sfruttando l’effetto sorpresa e il momento propizio, ovvero quando le truppe nemiche erano divise, in assenza dei soldati del proconsole Gaio Svetonio Paolino che si trovavano in Galles a distanza di sicurezza. La descrizione di Boudicca è un intreccio di potenza e bellezza androgina: comandante impavida, armata di lancia e osannata dalle folle, si distingue per la corporatura robusta e l’altezza; i lunghi selvatici capelli rossi le scivolano sulla tunica colorata cinta da una fibbia. Gli Iceni liberarono sia Londra che Saint Albans ma alla fine l’esercito guidato dal proconsole Paolino, nettamente superiore sul piano militare, li costrinse alla resa a Nuneaton. I Romani si raggrupparono protetti dagli scudi, lanciarono i giavellotti, avanzarono a ondate di fanteria e finirono gli avversari con manovre a tenaglia della cavalleria. Come riporta Tacito negli Annales, Boudicca si rinchiuse in una stanza scegliendo di darsi la morte con il veleno pur di non cadere in schiavitù: “Se i Britanni avessero considerato la forza dei loro eserciti e le ragioni della guerra, avrebbero dovuto, in quella battaglia, vincere o morire. Questo, lei, donna, aveva comandato a sé; gli uomini conservassero pure la vita e si piegassero a servire”.
Prima che nascesse il football, nella Gran Bretagna ottocentesca donne di ogni settore avevano sovrastato gli uomini: dalla matematica Ada Lovelance, considerata la madre dei computer moderni, a Florence Nightingale, fondatrice della scienza infermieristica, alla giornalista Margaret Fuller, antesignana della critica letteraria che seguì Giuseppe Mazzini nella Repubblica romana contribuendo alla stagione di liberazione dalla Chiesa; da Mary Shelley a Virginia Woolf passando per le innumerevoli suffragette che si sono susseguite in oltre un secolo di battaglie, dalla prima dichiarazione dei diritti della donna di Mary Wollstonecraft alle manifestazioni per il voto di Emmeline Goulden Pankhurst.
Mentre le femministe, con ogni forma di protesta, circumnavigavano il Parlamento britannico allo scopo di veder riconosciuta l’Eguaglianza, le calciatrici scendevano in campo su un altro terreno che gli uomini presumevano di esclusiva proprietà: il calcio.

 

boudicca

(La maestosa statua che raffigura Boudicca)

 

Fischio d’inizio

Il 7 maggio 1881, allo stadio Easter Road di Edimburgo, si disputò la prima partita ufficiale di calcio femminile della storia fra la rappresentativa scozzese e quella inglese. Analogamente alle letterate e alle donne che eccellevano nel discorso pubblico, le calciatrici optarono per l’uso di pseudonimi. Nellie Hudson adoperava Nettie Honeyball, Helen Matthews, che si presentava come Mrs Graham, dava il nome a tutto il team della Scozia. La sede era situata simbolicamente a Stirling, città nota da mezzo millennio per la vittoria indipendentista di William Wallace contro l’esercito della regina. Secondo la cronaca riportata dal <<Glasgow Herald>> le formazioni erano composte da ragazze fra i 18 e i 24 anni che indossavano bluse e calzoncini larghi, sugli spalti erano presenti numerosi spettatori. La squadra scozzese, Graham’s XI, sconfisse le inglesi col punteggio di 3-0. A causa delle tifoserie la rivincita, una decina di giorni dopo allo Shawfields di Glasgow, fu interrotta dall’arbitro al 55esimo minuto: gruppi di uomini scatenarono una rissa con conseguente invasione di campo. Tra maggio e giugno dello stesso anno vi furono altri sei derby con la netta supremazia delle scozzesi. Gli ostacoli sul cammino delle calciatrici erano frapposti anche da medici compiacenti, i quali, assecondando i desiderata del sistema patriarcale, sostennero tesi indimostrate, ad esempio che quel tipo di attività fisica nuocesse al corpo femminile, specialmente durante la pubertà e le mestruazioni, mettendo a rischio la capacità riproduttiva.
La prima partita nella capitale si svolse nel marzo 1895, al Nightingdale Lane Ground di Crouch End, sobborgo borghese settentrionale di Londra. Fu possibile grazie a Nettie Honeyball, che aveva appena istituito il British Ladies Football Club. La giocatrice fece pubblicare annunci sui giornali ai quali risposero decine di ragazze della middle class. Alla fine il match fra le rappresentative North e South si concluse 7-1 a favore delle “nordiste”, ma il vero successo fu di pubblico: circa diecimila persone affollavano le tribune, un evento epocale. <<The Sporting Man di Newcastle>> commentò in modo severo la partita ma, allo stesso tempo, fornì una spiegazione logica che oggi schiarirebbe le idee a molti uomini che ritengono il calcio femminile inferiore a prescindere: “Siamo sicuri che se prendessimo una ventina di uomini a caso, ignari del gioco, dessimo loro qualche giorno di tempo per allenarsi e li facessimo poi esibire in pubblico, potremmo aspettarci qualcosa di meglio?”.
Durante la prima guerra mondiale, con i soldati al fronte e i campionati maschili sospesi, il calcio femminile conobbe un’ulteriore crescita. Nell’ottobre del 1917, mentre i bolscevichi si apprestavano a prendere il potere in Russia, alcune operaie della Dick, Kerr and Co Ltd, una fabbrica di accessori ferroviari con sede a Preston, fondarono una squadra femminile. Il <<Daily Post>>, scrivendo del debutto ufficiale allo stadio Deepdale, promosse a pieni voti le Dick, Kerr, scese sul rettangolo verde con le maglie lasciate negli spogliatoi dai colleghi: “Avevano una migliore comprensione a tutto tondo del gioco. Il loro lavoro in avanti, infatti, è stato spesso sorprendentemente buono”. Il blogger Stefano Affolti riporta anche i tabellini della Munitionettes’ Cup, allestito tra il 1917 e il 1919 con l’adesione di una trentina di squadre provenienti da tutto il Paese. Le Blyth Spartans Ladies di Newcastle, trascinate dall’attaccante Bella Reay con 133 reti in un solo anno, rimasero imbattute per due stagioni e stracciarono per 5-0 il Blockow Vaughan. Gli spettatori del match, disputato a Middlesbrough nel maggio 1918, raggiunsero quota 33mila. La circostanza che molte formazioni nascessero all’interno delle industrie belliche è stata fonte d’ispirazione per molti. Stefano Massini, nel libro Ladies Football club, inventa la storia della Doyle & Walker Munizioni di Sheffield: le lavoratrici sono protagoniste di una partita contro gli uomini, organizzata da questi ultimi allo Stamford Bridge per esprimere gratitudine. Le immaginarie parole dello speaker restituiscono il senso della concessione transitoria: “Uomini e donne d’Inghilterra, qui, in un tempio del football, oggi rendiamo omaggio a queste ragazze: nonostante non sia per loro lo sport più naturale, l’hanno celebrato in nostra assenza emulando il maschile vigore. Dunque si sappia, gente d’Inghilterra: quando il fronte ci chiamava, a loro cedemmo il pallone, e oggi dalle loro mani lo riprendiamo”.
Le atlete non accettano il diktat. Se nel romanzo di Massini si portano via il pallone per dimostrare di essere le uniche padrone della loro vita, nel mondo reale il 29 aprile 1920, a Manchester, disputano la prima partita internazionale: da una parte le Dick, Kerr, dall’altra una rappresentativa della Francia, che aveva creato il campionato nazionale l’anno precedente su impulso della Federation des Societes Feminines Sportives, guidata da Alice Milliat; sulle tribune 25mila persone.
Il picco di pubblico fu registrato a Liverpool il 26 dicembre 1920 in occasione della sfida fra Dick, Kerr e St. Helen Ladies. Secondo le fonti dell’epoca al Goodison Park, stadio dell’Everton, si stiparono almeno 53mila spettatori, ma cinquemila sarebbero rimasti chiusi fuori. Tra le ragazze di Preston si segnalava l’ala Lily Parr, il cui tiro era stimato più potente degli atleti maschi coevi. Parr nel 2002 è stata inserita come prima donna nella Hall of Fame del calcio britannico, lo stesso premio ricevuto da Carolina Morace in Italia. L’anno seguente si contavano già 150 squadre femminili. La Football association, in nome e per conto di un diffuso quanto tormentato maschilismo, corse ai ripari: il 5 dicembre 1921 bandì il calcio femminile e invitò tutte le società a rifiutare l’uso dei campi di gioco alle squadre delle ladies. Se la motivazione era una presunta inadeguatezza delle donne al football, il grimaldello fu una calunnia: le ragazze furono accusate di intascarsi gli incassi delle partite destinati alla beneficenza per gli ospedali e ai reduci di guerra. Non accettarono l’ingiustizia, bensì lottarono con lo spirito di Boudicca. Mentre emigravano nei campetti di periferia,  le rappresentanti di una trentina di società diedero vita a Liverpool alla English Ladies Football Association. Alfred Frankland, manager della Dick, Kerr, dichiarò: “Noi continueremo, se gli organizzatori di eventi benefici reperiranno i campi, a costo di giocare sui terreni arati”. Anche la parità per legge restava una chimera: il diritto di voto alle donne sarà concesso solo sette anni più tardi. Nel frattempo le Dick, Kerr si recarono negli Stati Uniti per giocare una decina di partite contro squadre maschili. I match attirarono la curiosità del pubblico, in media fra i cinque e i diecimila spettatori, e dimostrarono il valore del calcio femminile. Peter Renzulli, portiere del Paterson, ammise: “Noi eravamo campioni nazionali ma per batterle facemmo una fatica infernale”.
Il bando è stato revocato solo nel 1971 e la Football Association ha impiegato altri 38 anni prima di formalizzare le proprie scuse pubbliche.

 

carolina3

Carolina Morace, bomber, allenatrice, opinionista e ambasciatrice FIFA, è la prima donna a entrare nella Hall of Fame italiana nel 2004. Lily Parr, calciatrice degli anni ’20, è stata inserita per prima nella Hall of Fame inglese nel 2002.

 

D’Alema e l’ossessione per il Quirinale: il tallone di Achille, il pericolo Fini, gli amici Silvio e Lega

Lascia un commento

Pubblico nuovi stralci del lavoro di ricostruzione storica sulla partitocrazia. Si va in ordine cronologico, quindi qui siamo a cavallo di Tangentopoli.

 

occhetto

Achille, il tallone si chiama D’Alema

Il modus operandi di D’Alema emerge chiaramente nella gestione della Svolta ed è il rapporto con Occhetto a svelarlo vieppiù. Prima tesse le lodi, poi affonda il colpo: “Occhetto è stato a suo modo il Gorbaciov italiano: come lui, ha avuto il grande coraggio di tagliare i ponti , ma ha anche avuto la stessa fragilità nel costruire le fondamenta della nuova stagione”. (NOTA: Controcorrente, pag.4) Dopo l’annuncio del cambio del nome alla sezione Bolognina, 12 novembre, dichiara: “Da settimane discutevamo sulla necessità di un cambiamento radicale. Eravamo concentrati soprattutto sull’adesione all’Internazionale socialista, che avrebbe dovuto segnare il nostro passaggio a pieno titolo nel campo del socialismo democratico. Niente di più”. L’unificazione socialista è una battaglia storica di Giorgio Napolitano, cui D’Alema strizza chiaramente l’occhio. La stoccata al segretario arriva puntuale: “La decisione di forzare i tempi fu una scelta personale di Occhetto. A dire il vero, alla Bolognina, non fece un vero e proprio annuncio: alla domanda di un giornalista sul cambio del nome del partito, si limitò a non escluderlo. Ricordo che quel 12 novembre, era domenica, ero riuscito a ritagliarmi una mezza giornata per un giro in barca a vela. Mi trovavo tra Ponza e il Circeo insieme a Federico Geremicca, cronista politico de <<l’Unità>> (poi a La Stampa, nda), di cui ero direttore. A fine mattinata mi riferirono le dichiarazioni della Bolognina. Non avemmo dubbi sul fatto che ormai il passo era compiuto e non sarebbe stato più possibile tornare indietro”. Un fulmine a ciel sereno? Il giornale fondato da Antonio Gramsci la mattina dell’11 novembre aveva titolato, l’indomani della caduta del Muro di Berlino: “Il giorno più bello d’Europa”, senza contare la lunga fase di travaglio afferente alla repressione di piazza Tien An Men. Dal 14 aprile al 19 giugno una folla di giovani cinesi aveva manifestato contro la dittatura per chiedere più democrazia e libertà, l’esercito comunista sparò contro di loro e l’immagine di un ragazzo che sfidava un carro armato fece il giro del mondo. Fu però Occhetto a precipitarsi a Pechino per solidarizzare coi ragazzi: “Non possiamo chiamarci con lo stesso nome!” (cfr.Claudio Petruccioli, Rendiconto, Il Saggiatore, Milano 2001, p.21). Nel partito italiano Occhetto, sia pure appoggiato dalla stragrande maggioranza dei compagni, è lasciato sempre più solo con il fardello di quella storica responsabilità. La corrente migliorista di Napolitano sostiene la svolta ma insiste per rientrare nell’alveo del socialismo europeo, Armando Cossutta prepara la scissione, la sinistra interna di Pietro Ingrao resta sulle barricate. E D’Alema ne approfitta per conquistare altri consensi nella base, disorientata da quei lunghi mesi di autoanalisi collettiva che Nanni Moretti riprenderà sapientemente nel documentario La Cosa.
La volpe del tavoliere dunque accetta praticamente silente ogni “dura necessità” ma non rinuncia a dipingersi come precursore, come quando rammentò di essersi subito schierato coi ribelli della primavera di Praga, dove si trovava in quei giorni. Allo stesso tempo, non si sottrae dal sottolineare l’errore del metodo, ossia quello compiuto dalla persona nell’espletamento della “dura necessità”. E lo fa sempre con la penna rossa del capo. Il difetto della svolta, secondo la versione che D’Alema fornisce a Caldarola nel 2013, alla vigilia della scalata del “nuovista” Renzi e a quella del rampante Salvini, parallela nel centrodestra, sarebbe precisamente il “nuovismo”. Spiega il leader Massimo: “Mi apparve via via come un limite la fragilità delle basi culturali della Svolta. Il difetto vero era il “nuovismo”, le cui conseguenze negative divennero evidenti negli anni successivi e culminarono nella sconfitta delle elezioni del ’94”. Dopo aver ricordato un leit motive che ricorrerà spesse volte nel centrosinistra, ovvero l’assenza di “un’approfondita riflessione sul Pci, su ciò che era morto e ciò che era vivo del comunismo italiano”, afferma: “L’ideologia del nuovo tendeva a considerare il passato, tutto il passato, come qualcosa da cui fuggire. Anche la fiducia verso un’indistinta società civile conteneva il giudizio di una sostanziale inutilità dei partiti. Il nostro problema non era solo quello di salvare la parte onorevole della storia del Pci. Il problema era ben più grande…”. D’Alema prosegue parlando della necessità di radicare la sinistra alla storia nazionale, ma gli preme soprattutto sottolineare che “la rete dei rapporti politici fu demonizzata con l’uso della categoria “consociativismo”, ossia una sorta di patto di potere occulto tra i grandi partiti che avrebbero irretito per decenni la società italiana e impedito una sua possibile modernizzazione”. Quasi una confessione. Subito dopo D’Alema si perita di paragonare i suoi rapporti di potere, quelli nati appunto nel nocciolo della partitocrazia negli anni ’80, prima di Tangentopoli, alle fasi politiche precedenti, quelle gestite dal segretario Enrico Berlinguer: “In realtà, ci fu anche il consociativismo nella Prima Repubblica, ma ci furono insieme conflitti ideali e politici di straordinaria intensità e un sistema democratico che nella sua dialettica favorì grandi trasformazioni sociali e positivi cambiamenti per il Paese”.
Ma restiamo ai rapporti con Occhetto ai fini della comprensione della strategia di D’Alema, favorevole o artefice di operazioni di rottura e di svolta necessarie alla sopravvivenza del Pci-Pds-Ds-Pd e del sistema partitocratico nel suo complesso, attraverso più o meno consapevoli parti in commedia, colleghi di partito o altri soggetti distanti per posizioni, meglio se finti avversari. Il “nuovismo” che D’Alema sostiene di combattere, come fosse un virus inoculato dall’esterno, in realtà è sempre condiviso, autorizzato. Di più, programmato a tavolino. La volpe del tavoliere accuserà di nuovismo, adoperando espressioni diverse, sia Veltroni, necessario nel 2007 con la nascita del Pd, sia Renzi, necessario nel 2013 per sostituire il vecchio ceto dirigente ormai screditato agli occhi degli elettori. La volpe del tavoliere brama di farsi rimpiangere, crea la narrazione della rinuncia nobile, già adoperata quando si dimise da presidente del Consiglio dopo la batosta alle regionali del 2000. Onde evitarsi la debacle personale contro Berlusconi alle Politiche dell’anno seguente, soddisfò Giuliano Amato con la poltrona di Palazzo Chigi e lanciò Francesco Rutelli, l’ex sindaco di Roma che nel 1993 aveva avuto il merito di sbarrare la strada del Campidoglio al Msi di Fini. “Il bello guaglione”, come lo definì scherzosamente Romano Prodi, suo collega ne I Democratici poi confluiti nella Margherita, andò a sbattere contro la corazzata mediatica berlusconiana. Proprio come Achille Occhetto nel ’94. Dalla morte di Berlinguer, Massimo D’Alema, con il preziosissimo supporto di Napolitano, ha sempre retto le redini del partito. Nel libro Secondo me Occhetto ricorda che nel 1993, quando osó prendere una decisione a lui sgradita, ossia l’entrata dei ministri del PDS nel governo Ciampi, D’Alema “minacció di sollevarsi contro il gruppo parlamentare. Il motivo principale della sua contrarietà era che non avevo trattato la lista dei ministri – come si usava fare ai tempi del manuale Cencelli, successivamente restaurati- ma avevo lasciato che fosse il presidente del consiglio a decidere e a formare il Gabinetto così come vuole la Costituzione”. I ministri furono ritirati dopo il voto della Camera che non aveva concesso ai magistrati la possibilità di procedere contro Craxi. Occhetto dice di piu:”Molti della maggioranza e della stessa Lega Nord avevano votato per mettere in difficoltà la nostra prima volta al governo”. D’Alema permane il referente della grande imprenditoria, l’interlocutore privilegiato di Craxi (come vedremo tramite Napolitano e direttamente, avendo ricevuto i segreti del segretario del Psi nel camper di Rimini, dov’era andato al posto di Occhetto), del duo Cossiga-Andreotti(come abbiamo visto) , parti in commedia nello scudo crociato come la volpe del tavoliere con Napolitano. La tecnica del divisi alla meta del “nuovista” e del conservatore, possono averla mutuata alle Frattocchie o alla scuola scudocrociata, o in qualche laboratorio dell’Est Europa, ma poco cambia nella sostanza. D’Alema si nasconde dietro Occhetto e Veltroni, lancia Bersani, il quale cambiando le regole delle primarie nel 2013 apre l’autostrada della vittoria di Matteo Renzi, allo stesso tempo Berlusconi e Bossi cedono il passo al “comunista padano”, già agitatore del Leonkavallo: Matteo Salvini. Ma di questo parleremo poi. Prima comprendiamo quali sono gli unici veri ostacoli della partitocrazia: se oggi è il Movimento Cinque Stelle, nel 1992 era Gianfranco Fini. 

 

 

fini

Il pericolo Fini

Tutti ricordano Gianfranco Fini, fra le altre cose, per essere stato l’unico esponente di centrodestra nel ventennio berlusconiano a scontrarsi con il Cavaliere. Da quel giorno in cui ebbe la forza di sollevare questioni di legalità taciute da tutto l’arco partitocratico, è stato isolato e espunto dalla politica. Ma in questo libro occorre procedere in ordine cronologico. Nel periodo che intercorre fra le Politiche del 1992 e quelle del marzo 1994 la Lega Nord e il Pds, travolti dal caso Enimont ma soltanto lambiti dalle tantissime inchieste giudiziarie che demoliscono il sistema da nord a sud, sono gli unici partiti che reggono in piedi la partitocrazia. Una garanzia insufficiente. Da una parte scricchiola l’immagine dei partiti inattaccabili sul piano morale, dall’altro permangono dei limiti politici insormontabili: il carattere regionale del Carroccio ne impedisce la conquista della maggioranza, la sinistra è storicamente minoranza nel Paese e la notizie che da anni accompagnano la fine del comunismo mondiale non aiutano certo il Pds. Il rapporto di D’Alema si intensifica con i centristi, sul giornale della Dc, «Il Popolo», durante la crisi del governo Amato il capogruppo del Pds, conversando sulle prospettive del centrosinistra, prefigura un’alleanza dei partiti riformatori e tratteggia per Palazzo Chigi un identikit che corrisponde a Romano Prodi. Il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, invece, affida l’incarico a Ciampi per un governo tecnico di breve durata. Il potere dei partiti è per la prima volta messo seriamente in discussione da forze considerate antisistema che oggi si sarebbero definite populiste, sovraniste o qualunquiste. Non la Lega, che come abbiamo visto (capitoli precedenti, tangenti Enimont nda) è già con tutti e due piedi nelle consuetudini e nei malvezzi della partitocrazia, ma Alleanza nazionale.

Proprio così. Il partito creato dal segretario Gianfranco Fini sulle ceneri del Msi, ha un enorme potenziale nelle praterie dell’elettorato conservatore deluso dalla Dc. Non solo, eventuali compagini si sarebbero potute presentare in nome del cambiamento:  La Rete, antesignana dei girotondi, ambientalisti non organici al centrosinistra, insomma progressisti o liberali realmente indipendenti dalla partitocrazia italiana. Il segretario di An è già temibile per il clamoroso 35 per cento di consensi ottenuto al primo turno delle comunali di Roma del 1993, nelle quali il candidato del pentapartito, Carmelo Caruso, raccoglie uno striminzito 11,4% (NOTA: Alle comunali di Roma del 21 novembre 1993 Gianfranco Fini conquista il 35,8% dei consensi, mentre nel secondo turno del 5 dicembre arriva al 46,9% contro il 53,1% di Francesco Rutelli) e solo il coagulo di forze attorno a Francesco Rutelli gli impedisce la vittoria al ballottaggio. In quell’occasione Silvio Berlusconi varca il Rubicone ufficializzando la discesa nell’agone politico. L’imprenditore craxiano esprime la sua preferenza per Fini inaugurando la litania, molto redditizia elettoralmente in Italia, del “pericolo comunista”. I media, non soltanto le sue televisioni e Il Giornale da cui sarà costretto alle dimissioni il direttore Indro Montanelli, reo di voler restare indipendente rispetto all’editore-politico, supportano la narrazione berlusconiana del “miracolo italiano” e del Cavaliere liberale che incarna il nuovo, dimentichi della sua tessera P2, di antitrust e conflitto d’interessi. Gli attribuiscono però un merito singolare: lo sdoganamento dei post fascisti, l’inserimento degli stessi nell’arco costituzionale. Eppure il Msi, ancorché registrando percentuali modeste, è legittimamente presente a tutte le elezioni dal dopoguerra. E’ dunque necessario riflettere sulla mossa di Berlusconi, giacché la sua discesa in campo, se accresce l’entità della già molto probabile vittoria dello schieramento di centrodestra, non leva consensi al Pds, ma ottiene un risultato che pochi notano: frena il temuto exploit solitario di Alleanza nazionale inglobandola nell’alleanza del Polo delle Libertà. I giornali di centrosinistra lo definiscono il “Cavaliere nero” in sella al partito-azienda Forza Italia. Il messaggio, se da un lato chiama alla “resistenza” le sinistre contro il capitalista reazionario, dall’altro raggiunge l’elettorato di centrodestra comunicandogli chi è l’unico vero leader conservatore e patriottico. Berlusconi, attorniato da esperti di marketing e sondaggi, si convince che il suo partito sarà centrale se mette a punto una alleanza bifronte: approfittando del nuovo sistema maggioritario che porta in Parlamento i candidati vincitori nei collegi uninominali, si presenta nel settentrione con la Lega e nel centrosud con Alleanza nazionale. Il partito di Fini, a causa di ció, non conquista collegi al nord e registra un numero di seggi nettamente inferiore a quello di Forza Italia, che fa il pieno al settentrione con la Lega. Cosa avranno pensato, alla vista delle percentuali romane di Gianfranco Fini, le eminenze grigie dei partiti che reggono il sistema, da una parte il Pds e dall’altra la Lega Nord? Perché è sceso in campo, proprio durante il duello Fini-Rutelli, Silvio Berlusconi? E’ possibile che siano dovuti correre ai ripari per ostacolare l’unico partito di medie dimensioni uscito indenne da Tangentopoli, che da tempi non sospetti usa parole d’ordine quali onestà e rinnovamento, di cui si riempie la bocca il Carroccio. Mentre si approssimano le elezioni del ‘94 Bossi cerca di rassicurare la sua base, in larga parte perplessa dall’alleanza bifronte messa in piedi da Forza Italia. Soltanto nel mese di febbraio il senatur rilascia questa raffica di dichiarazioni: “Mai al governo con la porcilaia fascista”. “Noi della Lega siamo la continuazione dei partigiani che hanno combattuto per la libertà: la Lega non farà mai un accordo politico con i fascisti, o come cavolo si chiamano adesso”. “Fini è un fascista, un segretario malriuscito, l’uomo del trapassato remoto”. “Non mi occupo di una nullità come lui, anzi voglio uno scontro baionetta contro baionetta. An è un porcile puzzolente”. “Chi vota Fini vota il manganello, un manganello inesistente, roba da vergognarsi, come il voto ai neonazisti in Germania”.(cfr. L’illusionista, p.193).La virulenza verbale è la cifra del personaggio, ma occorre interrogarsi su questa ossessione nei confronti di Fini. Bossi infatti sa per certo che governerà con l’Msi, pertanto se è vero che in campagna elettorale si fa propaganda, è quantomeno strano che gli strali della Lega, presunta campionessa della nuova politica contro la vecchia partitocrazia, siano riservati in larga misura ad un alleato, sia pur indiretto, nella coalizione di centrodestra. Anche questa mossa conferma la brama, condivisa da quel che resta dei vecchi partiti e da Forza Italia, di mettere all’angolo Gianfranco Fini? Sia come sia, le elezioni politiche del 1994 ricompattano l’ancient regime. Sotto le bandiere di Forza Italia si riconosce gran parte del craxismo, della Dc andreottiana e cossighiana e tutto quel grumo di interessi economici che si sente garantito dal tycoon televisivo Silvio Berlusconi. E chi, a sinistra, si dimostra il più grande sostenitore del Cavaliere, già primo imprenditore italiano a realizzare un business in Unione Sovietica (esclusiva della pubblicità sulle tv dell’URSS), a finanziare Craxi estero su estero, a trattare con la Dc e il Pci-Pds-PD che gli assicurano il mantenimento dell’impero televisivo e l’elezione calpestando antitrust e legge Scelba? 

Older Entries