Left/Avvenimenti, intervista al fondatore di Mmt, Warren Mosler

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Le più recenti formulazioni della Modern Money Theory sono dell’economista post-keynesiano Warren Mosler, statunitense. Le leve per la crescita sono più spesa pubblica e meno tasse. Left gli ha chiesto come applicarle ai paesi dell’area Euro, ostaggio di rigidi paletti di bilancio e di una grave crisi economica e sociale. Non accende la speranza, leggere Mosler, dobbiamo avvisarvi. Sostiene che per rilanciare l’occupazione sarebbe necessario andare oltre al doppio del rapporto tra deficit e Pil ma che siamo in mano alla Germania, sì, e che questa, Merkel e Schaeuble, «ha un problema del tutto ideologico, persino filosofico».

La Modern Money Theory considera virtuoso il disavanzo pubblico volto al rilancio di produzioni qualitative, consumi e occupazione. Queste idee hanno influenzato il governo Obama…

Le nostre idee sono arrivate a Obama, quando sono stato candidato al Senato in Connecticut, nel 2010, proponendo una riduzione o un’eliminazione del cuneo fiscale. Del resto, la tassazione sulla busta paga è l’imposta più regressiva che abbiamo negli Usa e l’argomento è quindi efficace. Scrissi alcuni articoli e feci alcune apparizioni televisive, e Jamie Galbraith, consigliere di Obama, cominciò a riprendere i nostri contenuti pubblicamente. L’idea suscitò anche l’interesse dell’amministratore delegato della General Electric, Jeffrey Immelt, e poi quello di Troy Nash, un altro degli assistenti di Obama. E così il taglio del cuneo fiscale è diventato legge. Si tratta di un taglio minimo, del 2 per cento ma importante, anche perché è uno dei pochi provvedimenti bipartisan. Questa misura ha contribuito ad alimentare la crescita negli Stati Uniti, che ha subìto poi un sostanziale rallentamento nel momento in cui il governo ha voluto iniziare a ridurre il deficit pubblico.

Ecco, l’ossessione per il deficit. Nell’area Euro i trattati rendono difficili, se non impossibili gli investimenti e l’ampliamento del welfare. Pensa siano applicabili queste policy?

Se vi fosse la volontà politica, sì. Ma non ne vedo, al momento. Ed è un peccato, perché basterebbe decidere di aumentare il vincolo di rapporto col Pil dal 3 per cento all’8. Senza altre variazioni nella struttura delle istituzioni Ue, la disoccupazione diminuirebbe e la crescita potrebbe arrivare anche al 4 per cento.

Non è una strada che piace alla Germania, però.

La Germania ha un problema del tutto ideologico, persino filosofico.

I neoliberali sottolineano come Argentina e Brasile, che hanno aumentato la spesa sociale facendo uscire dalle povertà milioni di persone, abbiano però avuto contraccolpi economici. Cosa risponde?

Beh, facciamo un esempio. Se in una stanza fa molto freddo, puoi riscaldare l’ambiente con un termostato. Può capitare che diventi persino troppo caldo, e quindi si è costretti a far calare la temperatura. Può succedere quindi che vi sia qualche paese in cui si spende in maniera eccessiva, e spesso questo dipende dalla corruzione, soprattutto da quella del settore bancario. Ciò porta la valuta a svalutarsi, l’inflazione ad aumentare e i cittadini a pagare prezzi crescenti. Spesso non si tratta però di conseguenze delle politiche economiche, ma di caratteristiche di quei sistemi.

Economisti progressisti come Emiliano Brancaccio e Alessio Ferraro sottolineano la differenza tra un’uscita “da sinistra” dalla moneta unica e un’uscita “da destra”, come avvenne quando l’Italia abbandonò lo Sme privatizzando e contraendo i salari.

Gli intellettuali progressisti hanno a lungo visto nell’Unione europea una via maestra per il rifiuto delle politiche regressive di stampo nazionalista. Sfortunatamente chi governa oggi questa istituzione ha sviluppato un’agenda economica fortemente regressiva, di destra. Uscirne tuttavia significa esporsi, appunto, ad un alto rischio di crescita del nazionalismo. La sfida è capire quale fra tutte le possibili strade sia meno “di destra” rispetto alle altre.

E restando nell’eurozona lei cosa proporrebbe?

Se vi fosse la volontà politica di fare qualunque di diverso rispetto alle politiche attuali, allora bisognerebbe puntare ad incrementare il deficit. Le istituzioni europee credono che agire sui tassi di interesse migliori l’economia e che le riforme strutturali consentano di aumentare l’occupazione. Non è così.

Il direttore del Foglio Giuliano Ferrara ha rilanciato un’idea precedente ai Trattati: l’euro a due velocità.

Ancora una volta, credo manchi la volontà. I politici sono stati trasformati in esattori delle tasse: non hanno nessuna prospettiva economica.

E in Italia? Quali feedback state ricevendo in particolare dal presidente del Consiglio Matteo Renzi?

Non hanno nessun interesse, al governo sono totalmente passivi. Qualcuno mi ha chiesto quale politica economica abbia in mente Renzi: ho risposto che non ne ha una! E come lui, però, nessuno, in Europa. Manca la logica. Ad esempio: mettiamo che voi crediate realmente che in Grecia siano tutti pigri e nessuno abbia voglia di lavorare. Anche se voleste punirli, che senso ha creare politiche in cui gli stessi greci sono messi nelle condizioni di non poter più lavorare?

Un quadro a tinte fosche. Cosa prevede per il futuro?

Credo che il tasso di cambio dell’euro si rafforzerà molto e la Germania vedrà le esportazioni nette deteriorarsi. Non c’è nulla che siano in grado di fare. Sono impotenti. Sarà una distruzione della società fondata sulla deflazione e l’apprezzamento della valuta. Nei sei mesi scorsi l’euro è sceso temporaneamente, perché le banche centrali mondiali hanno reagito al Quantitative Easing e hanno iniziato a vendere grandi quantità di euro; questo processo però terminerà. Ora che l’euro tornerà a crescere, cosa faranno? Non gli resta nulla.

Left Avvenimenti (23 maggio 2015)

Hillary e le altre nel sistema patriarcale. La Sinistra riparta dalla questione femminile

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Hillary Clinton corre per la successione a Barack Obama. E tutti a salutare quella che potrebbe essere (ma forse no, finendo per consegnare il governo alla destra americana) la prima donna alla guida degli Usa. E’ quasi una panacea per la questione femminile, Hillary, e poco importa se ciò avvenga sulla scia del marito Bill e col sostegno delle lobby di Wall Street. Il valore è simbolico. Per le classi dominanti sono da celebrare le donne che acquisiscono, in perfetta continuità politica, ruoli storicamente appannaggio degli uomini. Fu su Margareth Thatcher che i conservatori puntarono per piegare le Unions e prosciugare il welfare state inglese, la cancelliera Angela Merkel è la depositaria del SuperEs dell’ area Euro, per non parlare di Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale.

Anche in Italia, con Matteo Renzi, è così. Quante volte ha sventolato, il premier, le sue otto ministre, l’”altra metà del Consiglio dei ministri”. Le italiane non hanno mai avuto accesso alla presidenza della Repubblica e del Consiglio, al ministero dell’ Economia, alla guida della Corte costituzionale, ma vuoi mettere il passo in avanti? Le governatrici oggi sono Debora Serracchiani e Catiuscia Marini, questa ricandidata in Umbria nella tornata amministrativa che vede in pista altre due renziane: in Veneto l’europarlamentare Alessandea “ ladylike “ Moretti e in Liguria l’assessore alla Protezione civile Raffaella Paita, vincitrice delle contestate primarie contro Sergio Cofferati e indagata per la mancata allerta dell’ alluvione di Genova. E così la presenza femminile distrae anche dai problemi etici, su cui il partito di Renzi non ha certo “ cambiato verso “ candidando in Campania Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio.

E chissà poi perché, nonostante governatrici e ministre, il Belpaese è al 69esimo posto nel Global gender gap report,la classifica del World economic forum che intreccia quattro parametri: politica, economia, salute e scuola. Per l’aspettativa di vita e l’istruzione la situazione è quasi in equilibrio, ma il divario resta netto nel mondo del lavoro: gli uomini sono il 71 per cento dei dirigenti contro il 29 delle donne e, in media, guadagnano 2.000 euro in più all’anno.

Scatena spesso il sarcasmo di avversari ed ex alleati di coalizione, la presidente della Camera Laura Boldrini quando si impegna per la diffusione del linguaggio sessuato e denuncia le pubblicità che mercificano il corpo o insistono con gli stereotipi di genere. Pensate che gli attacchi anche violenti che subisce la terza carica dello Stato dipendano dal suo supposto carattere ieratico? E se invece contassero qualcosa i meccanismi con cui le élite finanziarie selezionano lo streaming di informazioni per l’ Homo consumens– per usare l’espressione coniata da Zygmunt Bauman? Se Hollywood spesso riproduce in forme edulcorate l’archetipo patriarcale, la televisione, qui appesantita dalla degenerazione berlusconiana, si conferma formidabile vettore di modelli diseducativi. La subcultura sessista si nutre poi di fenomeni nazionalpopolari come il calcio: basti pensare alla ghettizzazione del football femminile e alla notiziabilità delle atlete che finiscono nelle fotogallery dei più grandi siti di informazione quasi esclusivamente per fattori estetici.

Le statistiche danno ragione a Laura Boldrini. Secondo un’indagine Ocse ( Programme for international student Assessment 2015 ) ancora oggi le italiane in media svolgono lavori casalinghi per 6,7 ore al giorno contro le 3 degli uomini. La ricerca sottolinea quanto le ragazze di 15 anni ottengano già risultati migliori dei coetanei in abilità di lettura ( con un punteggio di 510 contro 464) e scientifica ( 490 a 488 ), ma di questo capitale umano si può fare a meno, se la legge Fornero, ad esempio, applicata e non modificata, cementa (tra le altre cose) lo squilibrio nelle responsabilità familiari. Il ministro del governo Monti ( una donna, ma al solito non progressista ) ha introdotto, per il padre il congedo parentale obbligatorio. Ma è di un giorno nei primi cinque mesi dalla nascita del figlio, allungabile fino a tre, sottraendoli però al monte-giorni della madre. In Norvegia, Paese pioniere vent’anni fa, il congedo parentale è di quarantasei settimane a stipendio pieno, di cui dodici riservate al padre. Siamo in ritardo anche nel potenziamento di asili nido pubblici, nella deducibilità dei costi per baby sitter e badanti. E certo non aiuta la parità, la precarizzazione permanente del Jobs Act.

C’è poi il mondo delle imprese. In Europa, secondo i dati della Commissione, la presenza femminile delle Spa in cinque anni è aumentata dall’ 11,9 al 20,2 per cento. Ad alzare la media sono la Norvegia, che ha raggiunto il 40, la Francia e la Finlandia che sono al 25. Spagna e Portogallo, invece, la abbassano, restando sotto il 10 per cento. L’Italia fa registrare un dignitoso 23 per cento, e lo fa grazie alla legge firmata dalle deputate Lella Golfo( Pdl) e Alessia Mosca(Pd) che stabilisce l’obbligo del minimo di un quinto di donne nei cda al primo rinnovo, un terzo per i due seguenti. Si sono anche dimezzate ( al 7,9 per cento contro il 16,2 del 2010) le consigliere legate da rapporti di parentela con uomini di potere: figlie di,mogli di, cugine di.

Le donne in politica sono di più ma la riduzione del gap di genere si è realizzata per mezzo delle quote. Il Pd, ad esempio, ha introdotto il doppio voto di genere alle primarie, portando in Parlamento il 37,9 per cento di deputate e senatrici. Il sistema però consta di una gabbia che perpetua nomine correntocratiche e capilista bloccati nelle liste elettorali, le donne( come gli uomini) vengono cooptate solo se aderenti a un preciso schema in grado di assorbirle e, ove possibile, strumentalizzarle. I piccoli avanzamenti sono rivendicati da un marketing padronale che vuole significare la concessione dall’alto di un diritto naturale sancito in Costituzione. Matteo Renzi, sin da quando amministrava Firenze, compie scelte simboliche che il presenzialismo mediatico gli permette di capitalizzare. Prima di lui però la sinistra non ha certo fatto meglio, perché ha conosciuto una sola leader di partito, Grazia Francescato dei Verdi. Già fondatrice di Effe, presidente del Wwf e animatrice del movimento new global, Francescato ereditò una base elettorale minima. In Germania- tanto per fare un paragone – gli ambientalisti e la Die Linke, guidati da Claudia Roth e Katja Kipping in coabitazione con pari grado uomini, superano entrambi l’8 per cento. In Francia, la socialista Ségolène Royal nel 2007 contese l’ Eliseo a Sarkozy e l’anno seguente sfiorò la segreteria del partito per una manciata di voti.

Nel Regno Unito, in vista delle politiche del 7 maggio, si è saldata una nuova alleanza tra donne: Natalie Bennett, leader dei Verdi, Nicola Sturgeon, premier scozzese a capo dello Scottish national party, e la gallese Leanne Wood del Plaid Cymru. Al termine del confronto televisivo dedicato alle opposizioni, le tre candidate si sono abbracciate sul podio della Bbc. La scena, tra l’isolamento di Nigel Farage dell’ Ukip, all’estrema destra, e lo stupore del laburista Ed Miliband, è emblematica quanto il significato politico. Si tratta infatti di progressiste under 50 che hanno vincolato l’eventuale sostegno a Miliband ad una mutazione della linea del Labour dopo un ventennio di Terza via blairiana: il ritorno a sinistra. In Italia, a contendere una leadership, sono state Rosy Bindi nel 2007 contro il “creatore” del Pd Walter Veltroni, e Laura Puppato, altra moderata cattolica, con chances di vittoria perfino minori, stretta nel 2012 tra Matteo Renzi, Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Bruno Tabacci.

Di Maria Elena Boschi si dice che governi ogni riunione ma è perché “ quando parla lei tutti sanno che a parlare è Renzi” confida a Left un membro dello staff di palazzo Chigi. Le donne-soprattutto se portatrici di valori progressisti- faticano non poco, nelle stanze dei bottoni. Almeno secondo la scrittrice e deputata del Pd Michela Marzano, direttrice del Dipartimento di Scienze sociali alla Sorbona e insegnante alla Descartes, che si è scontrata con un muro trasversale, quando ha proposto i diritti delle coppie omosessuali e la legge sul doppio cognome dei figli. L’esperienza parlamentare ha traumatizzato Marzano, che ha deciso di non ricandidarsi: “ Non ci si ascolta in aula e nemmeno durante le riunioni di partito. Ogni tipo di investitura risente dell’obbligo della fedeltà, di avere truppe nel contado, armi di scambio a disposizione”.

Cerchiamo però di andare alla radice del problema. La “ governamentalità neoliberale “, prendendo in prestito la formula di Pierre Dardot e Christian Laval, autori de La nuova ragione del mondo”, presuppone il controllo di tre blocchi distinti e interdipendenti: l’ economia, la politica e i centri di diffusione del sapere. Dal momento che l’egemonia culturale è la pre-condizione, occorre interrogarsi sul meccanismo che regola le discriminazioni di genere così come si sono indagati le ingiustizie sociali e il razzismo. Non molti, ad esempio, sono consapevoli dell’esistenza di antiche società matriarcali.

L’ epica classica è ricca di venerazioni politeiste varianti della “ Dea Madre” e numerosi reperti testimoniano la centralità delle donne nelle pacifiche comunità che vivevano di orticoltura e piccola cacciagione. Eppure è stato contrabbandato lo schema totalizzante che relega la femmina all’altruismo della cura e attribuisce al maschio le grandi imprese. Sul cacciatore che erige polis e fortezze per difendersi e conquistare, Rousseau diceva che la genesi dell’oppressione umana risale alla fase primordiale della divisione delle terre e del lavoro. Il sistema patriarcale, supportato dalle religioni monoteiste del “ Dio Padre “, ha consolidato usi e linguaggio in codici e istituzioni che privarono le donne delle libertà sessuali, economiche e sociali. Non è difficile comprendere come tale contesto abbia favorito feroci persecuzioni in nome di religioni e superstizioni, in particolare nel Medioevo, e pratiche che affliggono ancora milioni di cittadine: mutilazioni genitali nell’Africa subsahariana, in condizioni aggravate da malnutrizione e malattie; lapidazioni delle adultere in Paesi governati da fondamentalisti islamici; in India spose-bambine e abusi sulle donne appartenenti a sottocaste.

Alla base delle sopraffazioni, più dell’indigenza economica, vi è l’oscurantismo. Lo si evince anche scorrendo gli occidentalissimi verbali di stupri, molestie e maltrattamenti domestici, o dall’ascolto di processi per femminicidio: il più delle volte lui reagisce all’emancipazione , quando lei si ribella o reclama semplicemente la propria indipendenza. Il fil rouge della violenza, dunque, riporta sempre all’egemonia che nei millenni ha garantito i rapporti di potere. Ben sapendo che il diritto del più forte diventa legge duratura se associa al controllo degli eserciti quello delle conoscenze.

Biologi e genetisti, preservando il mito di Adamo ed Eva, hanno ignorato la primigenia del cromosoma X rispetto al maschile Y; scienziati si sono ricoperti di ridicolo affermando l’inferiorità dell’intelligenza femminile per via della minor ampiezza cranica; psicanalisti come Sigmund Freud hanno teorizzato l’ invidia del pene. Ma la Storia diffonde il punto di vista dei vincitori. E, in ogni parte del globo, sono stati sviliti gli importanti contributi che le donne, malgrado le costrizioni, hanno donato al progresso umano e ambientale. Il socialista inglese William Thompson, nel 1825, pagò con l’ostracismo l’invito alla ribellione femminile: “ La vostra schiavitù ha incatenato l’uomo all’ignoranza e ai vizi del dispotismo, così la vostra liberazione lo ricompenserà con il sapere, la libertà e la felicità”.

Non è un caso che le riforme progressiste si siano ottenute in peculiari dimensioni di vuoti di potere provocati da guerre o rivolgimenti economici. Durante la Rivoluzione francese la girondina Olympe De Gouges, poi uccisa dai giacobini, diede alle stampe la Dichiarazione dei diritti della donna. Un’altra breccia fu aperta nel Risorgimento, mentre si faceva l’Italia a dispetto del potere temporale della Chiesa. Nel 1861, prima che John Stuart Mill avanzasse la proposta del diritto di voto, il deputato mazziniano Salvatore Morelli scrisse La donna e la scienza considerate come soli mezzi atti a risolvere il problema dell’avvenire. Democrazia reale, scuole normali per studentesse, divorzio, doppio cognome dei figli, tutela della prole illegittima: un sasso nello stagno,anche se i disegni di legge di Morelli vennero tutti bocciati, salvo la norma che riconosce alle donne la facoltà di testimoniare nei procedimenti civili. Il diritto di voto, anziché il suffragio universale maschile del governo Giolitti- ridicolo ossimoro elevato a illuminato liberalismo- fu imposto soltanto con la Liberazione. Durante la Resistenza le partigiane, 30.000 tra staffette e guerrigliere, ruppero l’abituale esclusione dalla vita pubblica partecipando alla fase costituente. Le energie sono andate via via sprigionandosi quando la contaminazione tra movimento femminista e sessantottino, sospingendo sindacati e partiti di sinistra, ha contribuito al “ trentennio glorioso “: il servizio sanitario nazionale, l’obbligo scolastico a quattordici anni, lo Statuto dei lavoratori che prevede il divieto di licenziare le dipendenti incinte. La lotta per la parità ha permesso la diffusione della contraccezione, l’accesso alle funzioni pubbliche, le leggi su divorzio e aborto, la cancellazione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore normati dal codice fascista. L’ interazione si fondava sul comune convincimento che la libertà socio-economica fosse legata al percorso di emancipazione sessuale. E da qui dovrebbe ripartire la sinistra, coinvolgendo le donne che oggi forniscono visioni alternative in tanti campi della società. Il meccanismo dovrebbe essere opposto a quello della comunicazione mainstream che, alternando generici allarmi e impennate d’ottimismo, confina la questione femminile a mero calcolo di quote rosa. Il timore è sempre lo stesso: che donne e uomini si affranchino costruendo nuovi rapporti di spazio e tempo liberati, secondo i bisogni naturali di salute, consumo consapevole,conoscenza e creatività votate al benessere collettivo.

Left Avvenimenti (25 aprile 2015)

Coalizione sociale, tanto fumo e pochi Marx, Rousseau, Garibaldi

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Alcuni lettori di questo scalcagnato blog senza sponsor, collaboratori e grafica, ha notato che Maurizio Landini, dopo la mia analisi – oggettivamente la prima critica mediatica da sinistra (https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2015/03/18/la-discesa-in-campo-di-landini-tra-sociale-etica-e-potere-mediatico/) – avrebbe pensato bene di implementare il suo progetto: http://www.repubblica.it/politica/2015/03/25/news/landini_l_italia_ormai_e_in_svendita_sabato_in_piazza_per_difendere_il_lavoro_e_con_noi_ci_sara_anche_la_camusso_-110425266/. In effetti l’autoproclamatosi leader della ‘Coalizione sociale’, sostenuto da variegato schieramento, ha iniziato ad affiancare alla critiche a Confindustria e a Renzi anche quelle nei confronti della Bce, si è accorto della indispensabilità di una pianificazione industriale, a partire proprio dal settore acciai, e della nocività delle privatizzazioni. Ben venga. Purtroppo non vi sono ancora riferimenti espliciti alla tassa progressiva e costante sui patrimoni e al welfare state universale sul modello francese, ma tant’è. Sui quotidiani sabaudi, La Stampa e Il Fatto Quotidiano, si riporta la notizia dell’incontro di Landini coi 5Stelle e la relativa possibile sintonia su di un non meglio specificato reddito di cittadinanza (Grillo parlò di un sussidio esclusivo, dunque escludente, per chi accetta i primi impieghi offerti, gli altri che non cedono ai ricatti precari dello sfruttamento padronale, invece, saranno sempre out). Le menti progressiste, attraverso i sensi, l’intelligenza e la volontà, individuale e generale, tendono da sempre a ricercare l’uguaglianza nella libertà. Quando esse, attraverso le più coraggiose escogitazioni in situazioni peculiari dei rapporti di potere, si sono potute misurare con l’arte del possibile passando dalla teoria alla prassi, i ceti dominanti ne hanno sempre determinato la sconfitta, in modo cruento o sottile, riproducendo l’archetipo del divide et impera: controllo, infiltrazione, frammentazione e deprivazione energetica e contenutistica delle potenziali rivoluzioni democratiche. Le spinte propulsive che si sono via via esaurite, se non inducono a ritenere che l’uomo possa “soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore nel mondo” (Albert Camus), perlomeno dovrebbero radicare ogni nuova proposta a orizzonti precisi fondati su conoscenze passate e verità sperimentali. Sia detto provocatoriamente, il perimetro entro cui si sviluppa la dialettica nella ‘Coalizione sociale’ è il medesimo delle riflessioni imperniate sul ‘Contratto sociale’ di Rousseau. Nel frangente attuale, i ragionamenti carsici dei poco accorti compagni di strada di Landini tradiscono l’antropologia del progetto: il superamento delle vecchie logiche di sinistra e la “riforma del sindacato”. Già, ma come? Non che la Storia rappresenti effettivamente una continua involuzione per gli esseri umani e l’ambiente, ma gli esempi post-moderni nella politica con la p minuscola e del giornalismo di egual fatta, sembrano inscriversi nel solco della chiave di lettura crociana: l’ immanentismo conservatore. Il peso dell’egemonia culturale neoliberale si comprende dal momento in cui grondano tautologicamente le manipolazioni lessicali degenerative. Il rottamatore Renzi è soltanto l’eccessivo apogeo di una strategica brigata di usurpatori che controlla direttamente o indirettamente i centri di diffusione del sapere. Si prenda il termine “riforma”, nata nella realtà socialista, comunista e anarchica per indicare le conquiste sociali e da un trentennio almeno adoperata per inculcare nelle masse il significato opposto: il ben-essere è sparito dal vocabolario mediatico mentre in un’ottica efficientista e bilanciofobica diventano “necessari” i tagli sociali e dei diritti del lavoro. Si prosegua con i concetti di sistema pubblico, partiti, sindacati, le cui storture sono evidenti ma, a ben riflettere, si sono dipanate non soltanto per la corruzione dell’animo umano, insita o indotta dalla società operante. Una buona fetta di responsabilità spetta al nuovismo e alle “riforme”: il partito è diventato una macchina di potere a servizio di chi ha tradito i propri principi? La politica sia finanziata dalle lobby. La scuola e l’ospedale non funzionano? Siano privatizzati. Il sindacato non va?

Il Landini furioso ha basi più solide in termini di credibilità a sinistra rispetto a Renzi e al Movimento 5 Stelle, per via di quell’esercito di tute blu che rappresenta (malgrado la riduzione degli iscritti Fiom dai 362mila del 2010 ai 351mila del 2013) e della grande abilità comunicativa AntiCasta contro il “vecchio”. Resta paradigmatico il meccanismo con cui, al tempo dei girotondi, certo più spontanei delle attuali indignazioni da salotto televisivo, si è operata la traslazione tra due lotte: quella classica, rivoluzionaria o riformista, all’ingiustizia sociale in aumento (di una ancora esistente Sinistra con la Cgil di Sergio Cofferati e il Correntone Ds di Giovanni Berlinguer) e una nuova questione economica-legalitaria. Il minotauro tecnocratico neoliberale ha potuto esercitare attrattiva, dunque sottrarre tempo ed energie, a quel grande mondo inclusivo progressista, compresi numerosi artisti e intellettuali in buonafede. Non pare smentibile che il potere mediatico, ben saldo nelle mani di quello capitalistico sempre più elitario e finanziarizzato, stia continuando ad ammantare di aspetti moralistici e populistici, giust’appunto condivisibili nel contrasto a mafie e corruzione se non fossero associati a campagne per la compressione del sistema pubblico, lo strutturale storicismo, conservatore e regressivo. La spinta endogena di questa strategia ha avuto il maggior esponente politico in Renzi, deputato a scalare quel che restava della sinistra (nel Pd) e governo per conto dei poteri finanziari, mentre l’opaca suggestione esogena è toccata a Grillo. Marx, Bakunin, Rousseau, i grandi oblii sanciti dall’egemonia culturale della governamentalità neoliberale non lasciano nulla al caso. Neppure Giuseppe Garibaldi. Fiumi di inchiostro poco simpatico che si riversano da settimane nel 2015 sono meno progrediti delle richieste del “Patto di Roma” del novembre 1872, quando la sinistra radicale e repubblicana, aderente alla Prima Internazionale, chiese una “Costituente, la Repubblica, l’autonomia dei Comuni, l’abolizione degli eserciti permanenti e l’organizzazione della nazione armata, l’eleggibilità dei Magistrati, i diritti di Libertà della persona, i diritti di libertà politici e di stampa, l’abolizione di ogni privilegio, l’emancipazione completa del lavoro, il lavoro come sorgente unica delle proprietà, un sistema di vita economica che combatta l’assorbimento in mano di pochi della ricchezza nazionale, le associazioni dei lavoratori e delle piccole imprese, la creazione di una imposta progressiva sul capitale, i diritti di parità della donna, la abolizione della pena di morte e la riforma del sistema penitenziario, la libertà assoluta di coscienza e di culto”. Come si evince, da Garibaldi a Renzi-Landini le chiacchiere stanno a zero, a 143 anni di distanza.

Coalizione sociale: la discesa in campo di Landini tra sindacato, etica e potere mediatico

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Merita un approfondimento la questione dell’autocandidatura di Maurizio Landini a leader di un’aggregazione auspicata da tempo a Sinistra. Il segretario della Fiom è certamente una risorsa importante per la difesa dei diritti dei metalmeccanici e il punto di osservazione peculiare ma non vanno eluse alcune anomalie nella forma e nella sostanza della sua proposta. Nella trasmissione “in mezz’ora” di domenica 15 marzo il segretario del principale sindacato delle tute blu ha delineato “un’aggregazione con una funzione politica per battere le iniziative di governo e Confindustria” per poi negare l’intenzione di creare un partito e aggiungere: ”Io faccio il sindacalista e la coalizione sociale parte dal sindacato, voglio che si riformi il sindacato”. Il tema del rapporto tra organizzazioni sindacali e partiti politici è antico, la legittimità di cambiare ruolo sacrosanta ma la posta in gioco impone di sviluppare una serie di considerazioni senza filtro. La “coalizione sociale” in nuce rappresenta un fatto nuovo, forse storico, malgrado germogli tardivamente e su radici popolari meno solide delle primavere di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna. Nel paese che conobbe il più grande e democratico partito comunista dell’Occidente la rinascita di una Sinistra alternativa, plurale e inclusiva forse non potrebbe influenzare nell’immediato l’azione del governo Renzi ma determinare, questo sì, una rivoluzione copernicana nel lungo periodo. La contaminazione sperimentale tra forze sociali, intellettuali e partitiche che si pongano come chiaro orizzonte non soltanto la fine della crisi economica ma l’inveramento di un progresso sociale e ambientale interromperebbe il riflusso italiano ed europeo, la subalternità dell’area socialdemocratica alla dottrina capitalista neoliberale che prosegue inesorabile dal crollo del Muro di Berlino, una sorta di effetto Big Bang sui partiti storici, sempre più frammentati e impotenti. In ragione di queste considerazioni, sarebbe esiziale se l’entusiasmo per il progetto e l’avversione nei confronti delle critiche aprioristiche inducessero a sorvolare su teoria e prassi entro cui è maturata la scelta di Maurizio Landini di lanciare la “coalizione sociale”. Il limbo entro cui prende le mosse l’iniziativa è oggettivamente portatore di ambiguità, sul piano personale poiché lascia aperta la possibilità dell’ingresso in politica e la corsa di Landini alla segreteria confederale della Cgil. Ma anche la dimensione strategica non è chiara, per quanto sia positiva ogni proposta di condivisione dell’impegno civile che il segretario della Fiom ha già proposto a Libera, Emergency e Arci. L’ex direttore de l’Unità Peppino Caldarola, dopo quella del Pd, paventa la perdita anche del sindacato: ”Vuoi vedere che questo sarà un altro terreno che la sinistra lascia e che verrà occupato da cattolici più o meno adulti. Poi non lamentatevi se anche nel mondo confederale verrà fuori un Renzi”.

Quale lavoro?

Quanto al merito delle proposte di Landini che insistono sulla centralità del “lavoro” le perplessità degli osservatori più lincei si concentrano sull’aspetto cruciale della trasformazione del sistema produttivo, sempre meno fordista, e delle nuove disuguaglianze generate dal moderno capitalismo. Lo sfruttamento non si realizza più soltanto all’interno dei tradizionali luoghi di lavoro ma nelle multinazionali e nelle variegate morfologie produttive e commerciali, a domicilio e online, attraverso le quali vengono aggirati a norma di legge diritti e presidi sindacali. Continuano a crescere gruppi di cittadini che un tempo si sarebbero inscritti nella categoria del sottoproletariato: precari, free lance, disoccupati, esodati dalla legge Fornero, studenti in difficoltà, pensionati sociali. Secondo i dati Istat oggi in Italia i poveri sono 10 milioni e nessuno, sia detto impietosamente, ha ancora studiato una proposta organica di ampliamento del welfare, magari prendendo a modello i paesi europei più avanzati. Nel contesto globalizzato, ricorda il caporedattore de L’Espresso.it Alessandro Gilioli sul suo blogil conflitto è tra il 95-99 per cento di persone che si trovano nelle condizioni produttive più diversificate e strampalate (ma tutte fuori dall’élite economico-politica- finanziaria) e il restante 1-5 per cento, che è appunto costituito dall’élite economico-politica- finanziaria. Mi auguro fortemente che Landini – o chi lo aiuta ad analizzare i processi e ad elaborare le strategie – di questa mutazione epocale sia conscio” (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/03/15/lelite-e-gli-altri-nel-2015/)

La massimizzazione dei profitti passa ancora dalla “divergenza totale di interessi tra capitale e lavoro”, espressione di Rossana Rossanda che ben sintetizza i rapporti tra le classi sociali, ma anche per nuove e molteplici forme di deprivazione del risparmio dei cittadini, lavoratori e non. Il grumo di interessi dei ceti borghesi dominanti trova sbocchi per la vendita delle proprie merci (beni, servizi o prodotti finanziari) non più nelle guerre imperialiste e colonialiste (cifr. L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg) ma per mezzo di una strategica gestione dei fenomeni di globalizzazione. Il termine gestione è basilare per comprendere che l’economia non è faccenda soltanto di mercati. Secondo Pierre Dardot e Christian Larval, seguaci di Michel Foucault e autori de La nuova ragione del mondo (Derive Approdi 2013), i sempiterni fini della “governamentalità neoliberale” si concretizzano in modo apparentemente innocuo attraverso le modifiche dell’architettura istituzionale degli Stati e delle loro politiche monetarie. Dunque l’economia governa, in modo sempre più diretto senza adeguati contrappesi votati all’interesse collettivo. Negli anni ’90 il capitalismo finanziario impose, in cambio dei prestiti di Banca mondiale e Fmi, nuove privatizzazioni e tagli dello Stato sociale nei paesi emergenti del Sudest asiatico e del Sudamerica i cui governi avevano compiuto la scelta di agganciare le monete locali al dollaro, provocando la crisi delle esportazioni e il crollo della bilancia dei pagamenti. La partenogenesi della cessione di sovranità degli Stati nell’area Euro è databile con l’ingresso nello Sme e si è dipanata mediante la serie di trattati che circoscrivono la gabbia attuale. Mondo accademico, mezzi di comunicazione di massa e le stesse sinistre, salvo la resistenza del Pci all’ingresso nello Sme per bocca di Giorgio Napolitano che prefigurava già l’attuale condizione germanocentrica, hanno instillato la necessità di cedere sovranità statuale. Lungi dalla concezione federalista e solidale di Altero Spinelli, oggi l’Unione monetaria è sprovvista di una guida politica eletta, una banca a funzione pubblica sul modello della Fed, un’armonizzazione fiscale che riequilibri i dislivelli e contrasti i fenomeni di dumping intra-europei fiscali, salariali e sociali.

Etica e sociale

E’ senz’altro lodevole l’impegno di Landini in difesa della sicurezza sui luoghi di lavoro. Il 16 aprile 2011 ha definito “una sentenza storica” la condanna dei vertici della Thyssen Krupp a pene detentive per l’incidente sul lavoro nella fabbrica di Torino che ha causato la morte di sette operai, processo in cui la Fiom si era costituita parte civile. Per quanto riguarda l’Ilva di Taranto Landini si è distinto dagli altri rappresentati sindacali che criticavano il sequestro della aree a freddo dell’acciaieria disposto dal gip Patrizia Todisco: ”Non abbiamo ritenuto utile scioperare contro la magistratura non solo perché è sbagliato ma perché le leggi, la loro applicazione, la difesa di un lavoro con diritti e quindi con una sua dignità, sono l’obiettivo su cui tutte le forze dovrebbero convergere e lavorare” .Se nei casi specifici il segretario della Fiom ha compiuto le scelte opportune, da leader della “coalizione sociale” dovrebbe considerare che la Politica non s’esaurisce nel concetto di legalità, minimo comun denominatore degli individui perbene, siano liberali, conservatori, socialisti o comunisti, ma abbraccia il quadro organico delle condizioni economiche e sociali, compreso lo sviluppo del settore acciaio, fondamentale per la politica industriale di un Paese.

Secondo Landini, si legge sul Fatto Quotidiano, la coalizione sociale è “un soggetto che in prospettiva punta a offrire in collaborazione con associazioni come Libera e ong come Emergency servizi indispensabili che stanno diventando troppo costosi, come le cure mediche. Seppur pronunciato in buonafede e in riferimento alla meritoria opera dell’associazione presieduta da Gino Strada, il concetto delle “cure mediche troppo costose” risulta pernicioso, poiché coincide con il mantra di certi poteri finanziari che vorrebbero privatizzare la Sanità, settore individuato come nuova terra di conquista. L’ amministrazione Obama, influenzata da visioni economiche ispirate al keynesismo (fra cui si segnala la radicale proposta della Modern Money Theory) sta conducendo gli Stati Uniti a livelli di civiltà europei: dal 2010 al 2012 la spesa per la Sanità pubblica è aumentata in media del 2,5%, più di quella privata e del Pil, che nello stesso periodo è cresciuto del 2,2% Al completamento della riforma, si calcola che la copertura sanitaria sarà estesa a 30 milioni di americani. Al contrario in Italia Mario Monti, l’ex premier gradito alle tecnocrazie europee già commissario Ue e consulente di Goldman Sachs, dichiarava nel novembre 2012:”La sostenibilità futura del Servizio sanitario nazionale potrebbe non essere garantita”. Un altro fattore di affinità, molto meno preoccupante, è la lotta alla corruzione, che il segretario della Fiom ha definito “più importante che abolire l’articolo 18 per far ripartire l’economia”. Giudizio condivisibile, tuttavia si tratta di ambiti completamente diversi. Nei discorsi accalorati di Landini spesse volte occorrono queste traslazioni concettuali che suscitano l’indignazione dell’ascoltatore senza affrontare i fattori separatamente e approfonditamente. Una questione culturale previene però l’aspetto formale e metodologico. Il sistema capitalista, anche se venisse depurato da una percentuale di sacche d’illegalità, non muterà la propria escatologia, non si farà cioè promotore dell’ armonia sociale e del benessere comune. Esemplificando, la Sinistra italiana si sofferma sul contrasto all’evasione fiscale e timidamente propone tassazioni patrimoniali una tantum mentre in Francia esiste già un’imposta progressiva e periodica sui capitali sul modello della proposta di Thomas Piketty che ricomprende redditi societari, da brevetti, la rendita fondiaria e la ricchezza finanziaria. D’altronde gli allarmi per piaghe come evasione e corruzione giungono sovente da soggetti del calibro del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e dallo stesso Mario Monti, rappresentanti di quella bilanciofobia responsabile dell’impoverimento della classe media. Le petulanti campagne antiCasta contro gli sprechi della politica e delle amministrazioni si associano più o meno implicitamente a editoriali favorevoli alla privatizzazione di reti strategiche, servizi e beni pubblici, meglio se contestuali a scandali giudiziari, problemi funzionali, o semplicemente oggetto di ricorrenti concezioni antiscientifiche. Lo si può riscontrare nella chiusura degli Opg, la cui logica basagliana di scaricare su famiglie e società i malati psichici si fonda sul teoria di deriva destinale inscritta nella subcultura di Heidegger. Lo ha ricordato efficacemente Massimo Fagioli su Left Avvenimenti del 28 febbraio 2015:”http://www.scuolanticoli.com/page_Massimo_Fagioli_02.htm .

A fine novembre, a Reggio Emilia, Maurizio Landini ha assistito ad un confronto senza filtro tra il direttore de La Repubblica Ezio Mauro e la professoressa Mariana Mazzucato, una delle poche studiose in grado di rovesciare la prospettiva da un punto di vista culturale, spiegando l’inconsistenza della teoria bilanciofobica che considera lo Stato alla stregua di un azienda o di una famiglia. Mazzucato postula policy innovative nelle quali il sistema pubblico è lungimirante propulsore dell’economia nei settori qualificanti per il progresso reale della società e dell’ambiente. La stessa amministrazione Obama, grazie ai consiglieri postkeynesiani della Mmt, ha aumentato gli investimenti pubblici raggiungendo il 10% del deficit rispetto al Pil, oltre il triplo del consentito nell’area euro. Al termine dell’incontro della Mazzucato Landini ha commentato: Ne penso bene, certo. Peccato che si tratti di concetti che non esistono. Semplicemente sono estranei ai politici italiani”. Sarà. Non è forse da idee emancipate e ambiziose, come il “siate realisti, chiedete l’impossibile” degli anni ’70 o se si vuole il più moderno e politically correct“stay hungry, stay foolish”, che il progetto progressista potrebbe ripartire nella parte resiliente e inclusiva che non si è perduta per le strade del carrierismo, dell’isolato snobismo o della miope divisione? (https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/12/02/mazzucato-la-forza-delle-idee-al-servizio-del-progresso-della-societa/)

Il potere mediatico

Maurizio Landini ha un rapporto particolare con l’immagine. Chi si è occupato del servizio d’ordine per il sindacato e i partiti ha ricordato come fossero fuori luogo le sue urla ai poliziotti durante gli scontri coi lavoratori delle acciaierie di Terni, per di più in favor di telecamera. Landini è frequentemente ospite di trasmissioni televisive da quando nel luglio 2010 ascese a segretario del principale sindacato dei metalmeccanici in luogo di Gianni Rinaldini, tuttora suo mentore. In questi anni il leader della Fiom ha condotto battaglie in fabbrica e nei tribunali civili contro i vertici della Fiat ma queste, assieme alle altre vertenze dei metalmeccanici, non motivano a sufficienza una tale sovraesposizione mediatica. Maurizio Landini, ad esempio, è stato ospite ad Annozero nelle seguenti date: 24 novembre 2011, 19 gennaio 2012, 1 marzo 2012, 29 marzo 2012, 17 maggio 2012, 15 novembre 2012, 17 gennaio 2013, 25 aprile 2013, 10 ottobre 2013, 21 novembre 2013, 9 gennaio 2014, 27 marzo 2014, 1 maggio 2014, 23 ottobre 2014, (Announo) 13 novembre 2014, 22 gennaio 2015.

Anche a destra non mancano esempi di presenzialismi che hanno aperto il varco al salto dal sindacato alla politica. E’ celebre il caso dell’ex governatrice del Lazio Renata Polverini, prezzemolina a Ballarò quando vestiva ancora i panni di segretaria dell’Ugl. Mutatis mutandis, a Sergio Cofferati nel 2002 non venne riservato analogo spazio televisivo nonostante fosse il segretario della Cgil che portò in piazza al Circo Massimo 3 milioni di persone contrarie all’abolizione dell’articolo 18. Malgrado il grande seguito e il fatto che da più parti, compreso l’animatore dei Girotondi Nanni Moretti, venisse indicato il nome di Cofferati come nuovo leader di una Sinistra sconfitta e succube del berlusconismo imperante, il “cinese” fu espunto dalla politica nazionale. Cofferati, che venne prima affiancato a Prodi e poi dirottato a Bologna, scontò non solo l’ostracismo del moderatismo ulivista ma l’ostilità personale di chi avrebbe potuto sostenerlo come D’Alema, con cui ebbe un teso confronto televisivo proprio a Ballarò.

Lo stesso processo di isolamento ha riguardato la spinta propulsiva della Modern Monetary Theory nel campo dell’Economia politica. Per anni, alle singole voci di sinistra radicale e alla minoranza di economisti di area postkeynesiana sono stati negati quegli spazi democratici propedeutici alla diffusione dei risultati dei loro studi. Solo di recente, dopo un breve collegamento a Otto e mezzo su La7, Mariana Mazzucato è stata intervistata nel programma Rai di Riccardo Iacona ‘Presa Diretta’. Se il pioniere dei no-euro Alberto Bagnai si sta ritagliando momenti mediatici, restano ancora off-limits economisti eterodossi come i marxisti Emiliano Brancaccio, Marco Veronese Passarella e Vladimiro Giacchè, i post-keynesiani come Sergio Cesaratto e Gennaro Zezza. E oltre ai tanti nomi del presente, vale la pena segnalare come sia andato dimenticato anche il pensiero dei grandi nomi dell’accademia italiana come Piero Sraffa, Federico Caffè, Paolo Sylos Labini, Augusto Graziani e Pierangelo Garegnani. L’egemonia culturale della scuola di Chicago, nel mondo accademico e nell’agenda politica occidentale, si è affermata nella seconda metà degli anni ’70, mentre nell’Est Europa iniziava a spirare la crisi del Socialismo reale, ad ovest la resistenza ‘ democratica’ era rappresentata da Pci e dai socialisti francesi mentre il premier inglese Thatcher lanciava il suo distruttivo “Tina” (There is no alternative) piegando le Trade Unions, riducendo le tutele sociali e detassando i ceti abbienti. Il Potere, come sintetizzato mirabilmente da Michel Foucault, esercita un controllo diretto o indiretto sulle fonti del sapere, nei luoghi di detenzione, nelle scuole e dunque nel circuito mediatico, il cui apogeo pervasivo è rappresentato dalla televisione (cifr. Pier Paolo Pasolini e Noam Chomsky). Va da sé che il sistema della comunicazione incida nella selezione dei contenuti attraverso processi di manipolazione e con particolare attenzione al linguaggio. La parola “pubblico”, lo ricordava Mazzucato nel dibattito succitato, ha assunto nel tempo un’accezione negativa, legata a scandali e sprechi. Le misure di austerity, strumento distruttivo della governamentalità neoliberale, vengono definite “riforme”, termine che invece era stato coniato per esprimere il progresso sociale ottenuto sull’onda dei movimenti del ’68 e grazie all’impegno di Pci e Psi.

Renzi è il prototipo politico di questo genere di comunicazione, abile ad appropriarsi di espressioni per modificarne il senso, certamente innovatore nell’uso dei social network ma anche presenzialista in televisione. E’ interessante valutare la triangolazione polemica tra Marchionne, Renzi e Landini. L’amministratore delegato di Fca, al pari del gotha dell’industria e della finanza, ha sostenuto e sostiene Matteo Renzi. Da notare però che nei mesi decisivi, prima della scalata del Pd e del governo dell’allora sindaco di Firenze, si rese protagonista di un improvviso botta e risposta, sussiegoso e teatrale. Dopo alcune critiche di Renzi sui mancati investimenti della Casa torinese, nell’ottobre 2012 Marchionne definì l’ex boy scout di Rignano sull’Arno la “brutta copia di Obama che pensa di essere Obama” e “sindaco di una piccola città”, quest’ultima dichiarazione smentita due anni dopo dalla agenzie di stampa perchè frutto di un “equivoco”. Agli occhi dell’opinione pubblica Renzi è sempre stato il nemico numero due di Landini, dopo Marchionne. Eppure il sindaco fiorentino e il sindacalista reggiano hanno tradito una certa sintonia, non solo quando sono stati immortalati in atteggiamenti confidenziali e amichevoli. Il 29 agosto 2014, sul Corriere della Sera, il segretario della Fiom ha ufficializzato un’apertura di credito: “La forza di Renzi sta nel consenso che ha saputo cogliere perché, dopo 20 anni di governi che non hanno affrontato i veri problemi, lui ha incarnato per la gente il cambiamento. Ho apprezzato la scelta degli 80 euro, che va confermata, e la tassazione delle rendite finanziarie. Non mi è piaciuta l’estensione dei contratti a termine e non mi convince molto la riforma istituzionale e elettorale”. Riavvolgendo il filo, il percorso di Landini è quasi simultaneo a quello di Renzi. Mentre il sindaco di Firenze organizzava alla Leopolda, a partire dal 2010, anno dopo anno, il congresso fai da te alternativo a quello del partito con cui ha gettato le basi per la scalata del Pd al grido della “rottamazione” della classe dirigente, il segretario della Fiom duellava sulle reti televisive col convitato di pietra Marchionne e con chiunque gli capitasse a tiro. Le rispettive epopee televisive si sono nutrite di polemiche forti. D’altronde la regola cardinale del marketing, “purchè se ne parli”, aderisce alla logica degli opposti che in politica si attraggono: l’attacco reciproco espande lo spazio offerto dai media ai contendenti. La tesi secondo la quale certe polemiche “fanno auditel” non pare tuttavia sufficiente a spiegare la ragione di ostracismi speculari al presenzialismo esasperato. Landini è stato paragonato a Salvini per i toni accesi e le argomentazioni semplici, oltre che per la felpa. Il retroterra culturale e la credibilità dell’esperienza sindacale di Landini sono naturalmente distanti dal mondo del leader della Lega nord ma Salvini, come già Grillo, continua a riempire il vuoto politico-mediatico a Sinistra. La chiave di volta è la miscela di populismo e benaltrismo che consiste nel denunciare le ingiustizie sociali reali senza alcuna analisi concreta, mescolandole e motivandole con fenomeni diversi che alimentano “guerre tra poveri”, non senza elementi di razzismo, omofobia, misoginia e quant’altro decadimento civile. Resta dunque da chiedersi perchè, mentre questi soggetti che si dipingono anti-sistema campeggiano su video, radio e giornali, anche nella campagna per le Europee del maggio 2014 sono state ridotte al lumicino le presenze de “L’Altra Europa” di Tsipras. La coalizione non aveva ancora vinto le politiche in Grecia e gli omologhi italiani non potevano far pesare precedenti consultazioni elettorali, ma dal punto di vista giornalistico la rivoluzione culturale di Syriza doveva essere già considerata il fenomeno europeo che avrebbe aperto scenari di possibile emancipazione dall’austerity strumentale alla governamentalità neoliberale. Forse a Landini, in caso di candidatura, toccherà lo stesso trattamento. O forse no.

Galbraith & Kelton, la coppia di “gufi” che sposta a sinistra Obama

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Lui, James Galbraith, è il consigliere di Obama più a sinistra, talmente a sinistra da non comparire nella foto di governo. Lei, Stephanie Kelton, capo Dipartimento di Kansas City, è stata nominata due mesi fa chief economist della Commissione Bilancio su indicazione dell’unico senatore americano dichiaratamente socialista, Bernie Sanders, candidato della minoranza democrats alle primarie 2016 contro la superfavorita Hillary Clinton. Tanto Galbraith quanto Kelton gravitano attorno alla Modern Monetary Theory, scuola di pensiero che riattualizza John Maynard Keynes e si rifiuta di intendere il bilancio dello Stato alla stregua di quello di un’azienda o di una famiglia. Secondo la Mmt l’aumento della spesa pubblica è un elemento di progresso, perché alimenta il circolo di consumi e produzioni tendente alla piena occupazione.

Il padre di James Galbraith, John Kenneth, fu consigliere di Roosevelt ai tempi del New Deal e avanguardia della squadra di JFK: con la proposta di nazionalizzare le corporations si guadagnò l’accusa di bolscevismo. Galbraith jr, docente di Public Policy in Texas, ha collaborato alla Modest purposal ed è fonte inesauribile di ispirazione per Yanis Varoufakis (come raccontato da Left nel numero del 14 febbraio). Galbraith è uno dei consulenti di Varoufakis nella rinegoziazione del debito greco, snodo cruciale per la possibile emancipazione dai dogmi dell’austerity dell’Unione monetaria imposti dal mainstream neoliberale. I nemici, dunque, sono gli stessi del padre, che aveva previsto molte cose scrivendo il discorso inaugurale di Kennedy, il 20 gennaio 1961: «Nessuno deve negoziare sotto la morsa della paura. E nessuno deve aver paura di negoziare».

Anche grazie all’influenza del mondo accademico postkeynesiano Barack Obama ha orientato le politiche espansive oltre l’emergenziale Quantitative Easing, sistema adottato di recente dalla Bce per iniettare liquidità alle banche. Mariana Mazzucato, studiosa italo-americana autrice del libro The Entrepreneurial State, esprime un giudizio positivo: «Nel 2009 Obama mise in campo un piano di stimoli da 787 miliardi di dollari destinati all’innovazione verde e allo sviluppo di infrastrutture moderne. Ed in effetti, mentre la recessione europea continua, crescita e occupazione stanno tornando negli Stati Uniti».

Stephanie Kelton, appena insediata in Senato, ha elaborato un grafico dal quale emerge la diversità strutturale tra le politiche dei governi di Barack Obama e di Bill Clinton. Al netto della peculiare condizione di negatività della bilancia dei pagamenti, permessa dal predominio del dollaro, sotto l’attuale amministrazione si è registrato un surplus per imprese e cittadini, in parte legato ai maggiori investimenti pubblici. Il famigerato disavanzo dei conti dello Stato, incubo delle economie europee, nel 2009 è cresciuto fino al 10 per cento di Pil rispondendo alla crisi finanziaria con il progresso sociale. Riforme fondamentali come quella sanitaria, malgrado l’ostruzionismo dei repubblicani e delle lobby assicurative, stanno avvicinando gli Usa a livelli di welfare europei. Dal 2010 al 2012 la spesa per la Sanità pubblica è aumentata in media del 2,5%, più di quella privata e del Pil, che nello stesso periodo è cresciuto del 2,2%. Nell’ambito delle campagne per sensibilizzare i cittadini, nelle scorse settimane Obama ha realizzato un video divertente in cui invita a iscriversi al piano assicurativo entro la scadenza. Al completamento della riforma, si calcola che la copertura sanitaria sarà estesa a 30 milioni di americani. Nel periodo della presidenza Clinton, invece, middle e working class erano state colpite da tagli sociali e maggiori imposte. In un secondo tempo, l’ex premier democratico, piuttosto che rafforzare i salari e il welfare, intraprese la strada preferita dalle élite finanziarie e industriali: incentivò il credito con misure straordinarie come l’abolizione dello Steagall Glass Act, legge voluta da Roosevelt per distinguere tra banche commerciali e d’affari.

Per il giro della Modern Monetary Theory, Kelton ha coniato, non a caso, l’espressione «gufi del deficit», contrapposti ai bilanciofobici. Vi ricorda qualcosa? Matteo Renzi ne ha ribaltato il senso, ma l’espressione è la stessa. Così come, ancora dall’amministrazione Obama, Renzi ha preso il suo «jobs act», che lì è però un provvedimento sulle start-up e non una norma che trasforma anche l’ultimo contratto a tempo indeterminato in precariato permanente. È d’altronde noto che Renzi per le sue politiche preferisca seguire il solco della “Terza via” di Bill Clinton e Tony Blair, con cui i governi occidentali hanno ammantato di moderno efficientismo e rigore moralistico la contrazione dei salari e la precarizzazione del lavoro, nonché la privatizzazione di reti, servizi e beni pubblici.

L’alternativa è guardare ai gufi del deficit, sull’onda della resilienza di Syriza in Grecia, e a Mariana Mazzucato, di cui pure Renzi comprò il libro Lo Stato innovatore, ben attento a farsi fotografare alle casse della libreria. Mazzucato rovescia la prospettiva dal punto di vista culturale, postulando un sistema pubblico lungimirante, capace di sospingere e disegnare ex novo settori qualitativi come la green economy. Quando Kelton l’ha invitata via Twitter a combinare le rispettive intuizioni per cambiare «davvero la partita», Mazzucato ha rilanciato il mantra: «Investimenti strategici e Kelton». Un perfetto mix. La contaminazione sperimentale tra le sponde progressiste dell’Atlantico evoca i due socialismi soltanto teorizzati da Francois Mitterrand: l’uno solidale e l’altro creatore di avanzamento sociale. Le politiche redistributive tramite la leva fiscale contro le rendite, cui fa riferimento anche Thomas Piketty ne Il Capitale nel XXI secolo, possono dunque risultare complementari alle policy post-keynesiane dei “gufi del deficit” che sussurrano a Obama e alla Grecia.

Left Avvenimenti, 28 febbraio 2015 

Left/Speciale ‘Ndrangheta in Emilia. Bensvegliato Pd

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Da Newspedia

E’ un titolo forte e chiaro quello che apre l’analisi di Stefano Santachiara nello speciale Ndrangheta in Emilia di Left Avvenimenti del 14 febbraio 2015. La penetrazione delle cosche nel tessuto sociale, economico e politico della regione rossa viene sviscerata in profondità dal settimanale grazie all’importante contributo di Giulio Cavalli e alle cronache di Ilaria Giupponi e Sarah Buono dedicati alla nuova operazione Aemilia, alle disfunzioni del sistema giudiziario e della white list che avrebbe dovuto preservare gli appalti del post terremoto.

Dunque Santachiara lascia Il Fatto Quotidiano e inizia la collaborazione a Left partendo da quel genere di giornalismo investigativo che lo ha distinto in questi dieci anni, durante i quali ha raccontato e sospinto delicate indagini della magistratura su mafie, imprese e banche colluse, poteri occulti. L’articolo di Left si apre così: “Welcome to reality. E’ l’unica risposta possibile allo stupore suscitato dai rapporti tra cosche, economia e politica emersi dall’operazione Aemilia. Il presidente della Regione Stefano Bonaccini ha annunciato la costituzione di parte civile e i democratici fanno a gara a ricordare i “nuovi” progetti: abolizione del massimo ribasso negli appalti, estensione della white list, stazioni uniche appaltanti.

Le dichiarazioni enfatiche sono ormai una coazione a ripetere bipartisan, fiammate che seguono le inchieste giudiziarie per poi spegnersi l’indomani. Da troppo tempo nel pragmatico modello emiliano non si incide sui processi di selezione degli appalti o sul riutilizzo sociale degli immobili confiscati alle mafie che in Toscana, ad esempio, diventeranno case popolari; le sottovalutazioni si estendono sia alle saldature opache che alle denunce di amministratori in prima linea”.

Il giornalista d’inchiesta spiega il circolo vizioso della sottovalutazione che è sfuggito in tutti questi anni a politica e media: “Non rappresenta un amaro déjà vu lo sfogo di Sonia Masini, già presidente della Provincia di Reggio Emilia nel mirino della ‘Ndrangheta, quando lamenta l’isolamento all’interno del partito? Basti ricordare il paradigma di Vignola, antico crocevia del narcotraffico e tra i comuni più investiti dall’espansione edilizia. Nel 2006 Roberto Adani, sindaco Ds attivo nelle campagne antimafia e capace di allontanare assessori chiacchierati, ricevette un proiettile in busta chiusa. I vertici della Margherita dissero che quelle denunce rischiavano di danneggiare l’immagine del territorio, il suo partito non andò oltre una solidarietà di circostanza. La sindaca che vinse le elezioni seguenti, Daria Denti, ha diffuso cultura della legalità attraverso iniziative come il censimento dei locali no-slot, la trasformazione di un capannone oggetto di abuso edilizio in presidio della memoria, il festival regionale antimafia Aut Aut. Eppure alle comunali 2014 il Pd ha scelto ancora di cambiare col risultato che Vignola è finita nelle mani del notaio Mauro Smeraldi, civico di centrodestra“.

Santachiara, che iniziò a subire minacce nel 2011 per le sue indagini sull’omicidio di Tina Mascaro, riporta i dati ufficiali sui colleghi nel mirino: “Nel 2013 in Emilia Romagna, stando ai dati di Avviso Pubblico e Ossigeno, risultano 10 intimidazioni a danni di amministratori e 6 a giornalisti”. Anche la situazione nella provincia di Reggio Emilia non è delle migliori: “A Brescello, paese reso celebre da Il mondo piccolo di Guareschi, al posto di don Camillo risiede un’altra genia di “don”. Al boss di Cutro Francesco Grande Aracri sono stati sequestrati beni per tre milioni di euro mentre il figlio Salvatore è sotto processo perchè 5 anni fa avrebbe minacciato di sparare a Catia Siva, segretaria della Lega nord. Intervistato da Cortocircuitotv Marcello Coffrini, giovane sindaco di area renziana, ha negato infiltrazioni e definito Francesco Grande Aracri “persona composta che ha sempre vissuto a basso livello”.

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Santachiara riannoda i fili dell’abbassamento della guardia, che “rientra nella lenta involuzione antropologica, etica e progettuale, del partito erede del Pci. Nel 1987 il sindaco di Bologna Renzo Imbeni estromise dall’appalto dell’aeroporto Marconi l’impresa di Carmelo Costanzo, Cavaliere del Lavoro di Catania. Non attese la magistratura ma spedì un dossier al prefetto che costrinse Costanzo a smontare gru e camion, ricevendo il sostegno del partito unito, di socialisti e democristiani. Altri tempi, quelli in cui il Pci monitorava il fenomeno mafioso.

L’intreccio tra colletti bianchi e holding del crimine fu agevolato dal soggiorno obbligato, istituto che riproduceva la microfisica della sudditanza di muratori e operai emigrati, ma deriva da ragioni strutturali: storicamente Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita rappresentano un potere economico occulto, un brutale strumento di controllo sul lavoro e un braccio terroristico geostrategico”.

Lo scrittore, quando lavorava per Modenaradiocity, si occupò della bomba del 26 luglio 2006, “quando affiliati degli Arena, ‘ndrina di Isola di Capo Rizzuto, sventrarono con un chilo di pentrite l’Agenzia delle Entrate di Sassuolo, rea di aver accertato una frode fiscale che nascondeva un reimpiego di capitali della cosca tramite compravendite fittizie tra Svizzera e Isole Vergini.

Ci sono voluti 4 anni di sottovalutazione prima che la Regione chiedesse l’istituzione della Dia. Nel frattempo le risposte sono arrivate da avanguardie dello Stato, ancora una volta donne: le indagini della pm della Dda Elisabetta Melotti hanno dimostrato le complicità bancarie degli Arena e portato alla condanna dell’autore dell’attentato Paolo Pelaggi, il quale figura oggi tra gli indagati di Aemilia come presunto trait d’union con la cosca Grande Aracri; la Prefetto Antonella De Miro, appena insediata a Reggio, ha revocato 15 certificati antimafia a società in odor di ‘Ndrangheta; la pm di Modena Claudia Natalini ha scoperchiato abusi edilizi sul dorsale appenninico e i rapporti tra il sindaco Pd di Serramazzoni e un ex soggiornante obbligato di Gioia Tauro che secondo l’accusa avrebbe ottenuto, in cambio di uno sconto su un immobile, le opere edili del restyling dello stadio.

I media hanno minimizzato, il Pd non ha preso posizione salvo favorire a fine mandato la sostituzione del sindaco che rivendicava i “colloqui istituzionali” con l’ex soggiornante, accusato anche dell’invio di una testa di capretto mozzata a un imprenditore rivale.

Neppure un servizio di Report del dicembre 2011 ha scosso istituzioni e stampa. La coscienza antimafia è esplosa il mese seguente quando il collaboratore della Gazzetta di Modena Giovanni Tizian è stato improvvisamente messo sotto scorta. Come fosse un fulmine a ciel sereno, tutti hanno preso a organizzare manifestazioni.

Il ballon d’essai poi si è spostato a destra per un sospetto aumento di tesserati al congresso Pdl di Modena. Com’era prevedibile i controlli del commissario Denis Verdini hanno dato esito negativo e il tema mafia è tornato tabù fino all’altro ieri”. Conclude Santachiara con ironia: “Fino al prossimo Romanzo criminale”.

(Annalisa Rossi)
Link all’articolo di Newspedia http://www.newspedia.it/bensvegliato-pd-aemilia-e-la-mafia-del-nord/

Sinistra al bivio: modello Keynes o infinita terza via?

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Per l’Europa si aggira lo spettro della presa di coscienza collettiva dopo la rivoluzione democratica di Syriza, la cui affermazione elettorale restituisce dignità e speranza ad un popolo devastato che ha avuto la forza di non piegarsi ai ricatti del potere finanziario internazionale e delle tecnocrazie Ue. Mentre si resta in attesa di comprendere le prime mosse del governo di coalizione di Alexis Tsipras, anzichè entrare nell’indeterminato e spesso superfluo dibattito italiano sulle alleanze possibili, sovraccarico di calcoli personali e polemiche strumentali, intendo approfondire alcuni effetti dell’azione di governo negli Stati Uniti. Il grafico che troverete al link sottostante concerne l’andamento dei deficit e surplus nei settori economici (pubblico, privato, estero), è stato pubblicato dalla professoressa Stephanie Kelton, presidente del Dipartimento di Economia dell’università di Kansas City, cuore della Modern Money Theory. Kelton a fine anno è stata nominata chief economist della Commissione Finanze del Senato dal democratico Bernie Sanders, più volte accusato di ispirarsi a idee “socialiste”

Una strada innovativa per la rinascita di una nuova Sinistra, una volta elaborate specifiche analisi, sarebbe quella di sperimentare policy di matrice keynesiana come in parte ha già saputo dispiegare il presidente Obama. Lasciando da parte la peculiare condizione americana di negatività costante nella bilancia dei pagamenti, un elemento compatibile con il ruolo del dollaro di moneta mondiale di riferimento, si registra un surplus per imprese e cittadini dovuto ad una combinazione di fattori e passato attraverso fasi alterne: dal 2010 il deficit pubblico utilizzato per rilanciare l’economia dopo la crisi finanziaria è tornato a scendere sino all’odierno 2,8% del Pil, ma in precedenza aveva superato anche la vetta del 10%, dunque oltre il triplo di quanto oggi è consentito ai Paesi dell’Eurozona. Al netto delle fluttuazioni delle entrate fiscali correlate al fallimento delle imprese – fattore inesistente nell’area Euro poichè i Patti di stabilità impongono agli Stati di ricaricare la pressioni tributaria sul resto dei contribuenti – l’amministrazione Obama si è contraddistinta per una politica espansiva non solo di emergenza, andando dunque al di là del successo del Quantitative Easing. L’influenza da parte del mondo accademico keynesiano americano, ad esempio di James Galbraith, è stata decisiva al fine di orientare l’aumento degli investimenti pubblici e della spesa sociale. Riforme fondamentali come la rivoluzione copernicana sanitaria che sta cercando di allineare gli Usa a livelli di civiltà europei e avanzata troppo gradualmente per la forte opposizione delle lobby assicurative e dei repubblicani al Congresso, sono servite a migliorare le condizioni di vita di una fascia consistente di cittadini. Secondo alcuni osservatori ciò è ancora insufficiente ma la nomina della postkeynesiana Kelton è un ulteriore segnale positivo verso il progresso sociale. Tornando al grafico, si nota come lo stesso governo Bush avesse promosso una politica di spesa, differente però per quantità e qualità, ottenuta cioè attraverso l’incremento della spesa militare e la detassazione dei ceti abbienti, sul modello della Supply side in voga ai tempi della Reaganeconomics.
E’ l’ora, è l’ora, dunque, per un’inversione di rotta nella Sinistra europea?  Con l’affermazione di Syriza in Grecia i partiti progressisti potrebbero trovare gli strumenti e il coraggio necessari per interrompere quell’involuzione antropologica e progettuale che li trascina da oltre un ventennio nella subalternità al capitalismo globalizzato e finanziario, che ne ha trasfigurato l’identità al punto da cancellare il lessico fondativo: la lotta contro l’ingiustizia sociale e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la pace, i diritti universali, l’ambiente. L’ortodossia dell’austerity si è dipanata con geometrica potenza anche e soprattutto per mezzo della cosiddetta “Terza via” di Clinton, Blair e dei tanti emuli. Si tratta di usurpatori del vocabolo “riformismo”, che fu coniato per definire l’avanzamento sociale nel trentennio glorioso legato al modello europeo uscito dal dopoguerra e rafforzato dalla spinta propulsiva di movimenti, sindacati e partiti di sinistra sull’onda del ’68. Questi reazionari dell’economia travestiti da riformisti, da un lato hanno imposto un veteroliberismo che ha precarizzato e impoverito i lavoratori, dall’altro hanno ingabbiato i popoli nel progetto neoclassico di un’area di nonStati, l’Eurozona, retta da una tecnocrazia a-democratica che ha privato i governi della possibilità di progettare il futuro in termini di crescita economica, sociale ed eco-compatibile. L’operazione è filata liscia anche grazie alla manipolazione delle informazioni, dunque del sapere condiviso, attraverso il predominio nel mondo accademico e il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. Il mainstream ha così potuto spacciare assiomi per leggi matematiche, propugnando sintesi prive di dati empirici senza che gli oppositori ufficiali, di comodo o disinformati, opponessero alcuna antitesi. Se è vero che assumono un’incidenza negativa sui conti pubblici e privati fenomeni criminali come la corruzione, l’economia mafiosa e il mercato nero, si compie un esercizio di disonestà intellettuale nel valutare il sistema capitalista, una volta depurato da tali sacche d’illegalità, come un creatore ricchezza e un riequilibratore delle terribili sperequazioni sociali; allo stesso modo la deformante ottica neoclassica bilanciocentrica inserisce alla voce “costo” ogni elemento del sistema pubblico (sanità, istruzione, innovazione, riqualificazione ambientale) e i diritti dei lavoratori privati, degenerati sino al modello di precarizzazione permanente disegnato dal Jobs Act. Per anni, alle singole voci di sinistra alternativa disseminate dal big bang della caduta del Muro e alla minoranza di economisti di area neokeynesiana sono stati negati quegli spazi democratici propedeutici alla diffusione dei risultati dei loro studi. In particolare questi ultimi ritengono cruciale la comprensione del circolo virtuoso dei consumi e delle produzioni innescato dalle politiche anticicliche di investimento pubblico e sostegno ai salari. Nell’alveo atlantico il vento liberista ha preso a spirare negli anni ’80 in modo distruttivo sul vecchio continente, il primo ministro inglese Thatcher rappresentava quasi un ariete con le parole d’ordine “Tina” (“There is no alternative”) con cui aveva vinto la resistenza delle Trade Unions e ridotto le tasse sui grandi capitali. I baluardi sociali occidentali, da tempo allontanatisi dai regimi autoritari dell’Est europa, erano il primo governo Mitterrand (prima della marcia indietro sulle nazionalizzazioni) e il Pci sino alla morte del segretario Enrico Berlinguer. I comunisti non erano soltanto al fianco dei sindacati e dei lavoratori ma avevano concepito chiaramente i rischi del Sistema monetario europeo, come denunciò sin dal 1978, anche in relazione alla vocazione egemonica tedesca, l’allora “ministro degli Esteri” del partito Giorgio Napolitano. Al crepuscolo del “secolo breve” il riflusso è stato rapido, forse neppure le cancellerie del Nord e i capitalisti transnazionali avevano previsto che quasi nessuno, a sinistra, si sarebbe opposto ai piani di destrutturazione del pubblico e delle questioni sociali connesse all’indebolimento dei paesi del Sud attraverso la leva monetaria. Fausto Bertinotti, contraddicendo le posizioni espresse in precedenza da Rifondazione Comunista, ha accettato supinamente il Trattato di Maastricht e l’ingresso nell’Unione monetaria europea. Dopo il periodo di Mani Pulite nuove campagne antiCasta, meglio se in presenza di specifici scandali, hanno ammantato di moralismo il rigore bilanciofobico, elevando a operazioni moderne le svendite di asset fondamentali e di servizi pubblici, financo monopoli naturali quali i trasporti. Come si evince dai dati tabellari, nel periodo della presidenza Clinton sono peggiorate le condizioni di vita della middle e della working class attraverso tagli di spesa e maggiori imposte; in un secondo tempo il premier democratico, piuttosto che rafforzare i salari e il welfare, ha intrapreso la strada preferita dalle élite finanziarie e industriali: incentivare il credito con misure straordinarie come l’abolizione dello Steagall Glass Act, la norma che aveva introdotto Franklin Roosevelt per distinguere tra banche commerciali e d’affari. Sembra una coazione a ripetere. La concessione dei prestiti alle banche al tasso di interesse simbolico dell’1% attraverso i “piani di rifinanziamento a lungo termine” (Ltro e TLtro) stabiliti dalla Bce negli anno scorsi rispondono a questa logica. Basti pensare alla risolutezza con cui il presidente del Consiglio italiano Mario Monti, una sorta di “commissario” insediatosi dopo le dimissioni di Berlusconi caldeggiate dalla Troika nel 2011, ha applicato la deroga “bancaria” alla spending review: mentre la scure dei tagli colpiva inesorabile, scavando un’ingiustizia incolmabile per alcuni gruppi sociali come gli esodati, Monti finanziava il Monte dei Paschi in crisi. Il governo tecnico ha proceduto spedito anche nell’approvazione degli esiziali fiscal compact e pareggio di bilancio, votati dal Parlamento unito fatta eccezione per le significative critiche di economisti eterodossi quali Stefano Fassina della minoranza Pd e Paolo Cirino Pomicino, già ministro della corrente di sinistra della Dc. La presunta panacea del Quantitative Easing, ossia l’acquisto per 1140 miliardi di euro in 19 mesi di titoli di Stato che si trovano in pancia agli istituti di credito privati (scaricando per l’80% il risk sharing sulle banche centrali nazionali), fornirà nuova liquidità alle banche. I problemi non mancano di certo, considerata anche la bocciatura di 15 istituti da parte della Bce e della Eba all’esito degli stress test, ma le banche possiedono discreti margini: la ragione dei mancati trasferimenti di gran parte degli attivi all’economia reale dipende principalmente dalla carenza di domanda. D’altronde il purpose della Bce è sempre lo stesso per statuto: il QE funzionerà se riuscirà a portare l’inflazione verso l’obiettivo prefissato, indipendentemente da sviluppo, livelli occupazionali e salariali. Ciò significa che non possono bastare saltuarie spinte espansive se perdura il quadro recessivo attuale. Resta sullo sfondo la questione che divide gli economisti sugli effetti di un possibile abbandono dell’euro. Emiliano Brancaccio, nell’intervista concessa a Giacomo Russo Spena su Micromega del 15 gennaio, conferma che si dovrebbe valutare l’uscita “da sinistra”. Secondo molti no-euro tendenza Salvini e Le Pen la questione è secondaria, ma si tratta di una posizione strumentale. Studi di Act (Agire, costruire, trasformare) e libri come quello di Alessio Ferraro “L’Europa tradita dall’euroliberismo” evidenziano le diverse modalità ricordando l’esperienza italiana dell’uscita da un sistema di cambi fissi qual era lo Sme, ma “da destra”. Quando l’Italia fece il passo nel 1992 e il deprezzamento della lira ridiede giustamente fiato alle esportazioni, il premier Amato svalutò anche il lavoro terminando l’opera avviata da Craxi di eliminazione della Scala mobile. Il successore Ciampi, già protagonista alla guida di Bankitalia del “divorzio” dal ministero del Tesoro nel 1981, proseguì con la privatizzazione di aziende pubbliche e delle banche di interesse nazionale. L’uscita o l’estromissione di un Paese dall’euro, paventata a proposito di un mancato accordo sulla rinegoziazione del debito greco, è considerata giuridicamente impossibile senza modifica dei trattati, ciò malgrado siano stati presentati diversi ricorsi alla Corte costituzionale tedesca per ottenere il recesso unilaterale della Germania sin dai tempi di Maastricht in caso di sforamento dell’ inflazione. Per quanto il cammino della scissione monetaria risulti irto di ostacoli, è comunque più velleitaria la realizzazione del sogno del padre nobile Altiero Spinelli: l’Unione europea politica che eserciti un ruolo di pianificazione dell’economia. A tal fine, oltrechè recuperare un rapporto diretto tra governanti e governati che oggi votano un Europarlamento privo di potere esecutivo e legislativo, occorrerebbe ridisegnare una banca centrale a funzione pubblica e solidale sul modello della Fed americana, nonchè una politica fiscale volta al riequilibrio delle partite correnti tra gli Stati. Inoltre, sempre in un’ottica progressista, sarebbe auspicabile l’avvio di politiche di contrasto al dumping salariale e a quello fiscale che alimentano facili e immensi profitti di speculatori e multinazionali accrescendo le disuguaglianze intracontinentali. Alla luce di questo quadro appare chiaro che la scossa potrebbe arrivare da una nuova stagione di contaminazione positiva tra il rigore e il coraggio delle analisi degli intellettuali, l’impegno civile di sindacati e movimenti declinati attraverso la diffusione della verità sperimentale in continua evoluzione. Le politiche redistributive fiscali cui fa riferimento Thomas Piketty nell’imponente lavoro statistico de “Il Capitale del XXI secolo” sono dunque complementari alla idee innovative della professoressa Mariana Mazzucato, che rovescia la prospettiva innanzitutto da un punto di vista culturale, propugnando uno Stato motore di concorrenza virtuosa e investitore nei settori qualitativi in ambito tecnologico, sociale e ambientale: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/12/06/articolo-di-newspedia-sinistra-riparta-da-mazzucato-e-piketty/

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