Socialismo e keynesismo: l’anti-Schulz è D’Alema? Su Left intervista a Galbraith e ritratto del presidente dell’Europarlamento

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Sul nuovo numero di Left Avvenimenti ho avuto la ventura di occuparmi di una questione cruciale per la possibile rinascita della Sinistra. La introduco attingendo dall’attualità di “Quando si pensava in grande”, l’ultimo libro di Rossana Rossanda: “Le idee di Karl Marx e di John Maynard Keynes avevano in comune il riconoscimento di una divergenza totale di interessi tra capitale e lavoro. Marx ne derivava la necessità di una rivoluzione e Lenin l’aveva realizzata, unitamente ad altre motivazioni (“pace e terra”) nel corso della Grande guerra, mentre dopo il secondo conflitto mondiale, e certo anche in conseguenza della forza dell’Urss, Keynes proponeva un compromesso tra le due parti sociali con una mediazione dello Stato (…) Certo sono sotto la sua egida i Paesi che gli Usa devono aiutare nella ricostruzione dell’Europa, e questa si accompagna a una crescita politica e sindacale della sinistra, che preoccupa le cancellerie occidentali più che la minaccia, mai realmente consistente, di un’espansione territoriale sovietica”.

La prima pagina di Left è dedicata a Keynes (con approfondimenti degli economisti Guido Iodice e Giacomo Bracci), i miei due lavori sono un’intervista a James Galbraith, consigliere di Barack Obama e Yanis Varoufakis, e un articolo sulla funzione storica di Martin Schulz, guardiano delle tecnocrazie che incarna la lunga involuzione della socialdemocrazia europea. Secondo la logica della governamentalità liberale il capitalismo finanziario apolide adopera trattati, patti di stabilità e prestiti per imporre tagli sociali, tasse e privatizzazioni. Il fronte che vi si oppone da sinistra ora si sta allargando dopo l’affermazione di Syriza e la crescita di Podemos in Spagna. Ben si comprende dunque come la richiesta di dimissioni di Schulz avanzata da 9 europarlamentari di Gue/Ngl assuma un valore intrinseco al di là della parzialità del presidente. Allo stesso modo, ai fini di una rinascita della Sinistra, sono da prendere in considerazione gli sforzi di chi all’interno della socialdemocrazia europea cerca di rimettere al centro la Politica.  A questo punto ritengo utile una breve riflessione su Massimo D’Alema, uno dei pochi leader nazionali a non essere transitato per banche d’affari del calibro di Goldman Sachs, nelle cui fila si sono distinti Prodi, Draghi, Monti, Gianni Letta e Claudio Costamagna, a cui Renzi ha affidato la Cassa depositi e prestiti (https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/914569461922795/?type=1&theater). Come i lettori di questo blog sanno, ne “I Panni sporchi della sinistra” indagai e descrissi interessi e gesta di alcuni personaggi che hanno collaborato con il presidente di ItalianiEuropei, peraltro portando alla luce fatti incredibilmente sconosciuti: ad esempio il legame tra l’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano e il boss della Sacra Corona Unita Rosario Padovano. Continuo anche a sostenere, come nel libro pubblicato da Chiarelettere, che D’Alema abbia compiuto scelte discutibili nel merito progettuale e nella tattica politica, mentre la sua onestà fattuale e intellettuale non è mai stata in discussione. Ciò malgrado le sparate telefoniche di Nicola Latorre o le autocollocazioni nell’orbita dalemiana di alcuni soggetti coinvolti in inchieste giudiziarie. La premessa è d’obbligo per chi ritiene erroneamente il giornalismo una prosecuzione della politica con altri mezzi, fatta di tifoserie per convenienza o convinzione ideologica, dunque sintetizzabile nelle sdrucciolevole categoria della coerenza rispetto a giudizi personali che invece si vanno formando e calibrando nel tempo. Nel mestiere di scrivere, e nella vita, la verità assoluta non esiste, almeno per coloro i quali la conoscenza non aderisce ad un episteme dogmatico ma si coglie sull’albero delle continue scoperte, nel quale i frutti sono la conferma o la contraddizione dei passi precedenti. La verità è sperimentale e in continuo superamento attraverso l’empirico sperimentale (induttivo non universale) stratificato per tentativi anche coraggiosi di genere abduttivo, teorie e prassi assumono un valore in relazione alla sostanza e non alla persona che le ha elaborate. La capacità di incidere di D’Alema è oggettiva e risalta nel mare magnum della vacua retorica conformista che è la cifra del post-moderno. Le analisi sono andate dispiegandosi dalla “svolta keynesiana” https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/11/29/dalema-svolta-keynesiana-fuori-tempo-massimo/ al recente intervento con cui ha definito il piano di prestiti della troika alla Grecia un “favore alle banche creditrici” denunciando il rischio di una “compressione di salari, consumi e diritti dei lavoratori” qualora l’Unione monetaria non si dotasse di nuovi meccanismi. Di questi temi cruciali è scevro il dibattito pubblico, sarei felice di essere confutato dalla realtà ma fino ad oggi tv e quotidiani si sono concentrati su scontri di stampo personale, nazionalistico, estetico e morale. Certamente non manca chi propugna l’edificazione di una nuova Unione monetaria denunciando il “tradimento” del progetto originario, ma sulle orme del non plus ultra Eugenio Scalfari il progetto degli aspiranti architetti resta generico e superficiale. L’eccezione è rappresentata da Michele Salvati e dal suo esplicito coming out attraverso il quale ha auspicato una guida continentale autorevole che possa imporre, e non più solo consigliare come nel caso della Grecia (sic), tagli sociali: http://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2015/07/la-lezione-greca-credere-nei-consigli-arrivati-da-bruxelles-salvati.pdf
Questi argomenti li trovate sul numero in edicola di Left Avvenimenti e nell’intervista concessa oggi da Massimo D’Alema a L’Unità. Nel dialogo sul giornale fondato da Antonio Gramsci, colui che ne fu il direttore evoca l’eurocomunismo del suo maestro, Enrico Berlinguer, per delineare un giudizio positivo sull’operato di Alexis Tsipras: il presidente del Consiglio greco, secondo D’Alema, possiede una matrice “eurocomunista”. Rispondendo ad un quesito sulle risposte nazionaliste dei paesi più poveri, spiega: “Il cittadino ha già difficoltà a incidere sulle scelte del proprio comune, figuriamoci su quelle europee, viste e sentite come lontanissime. Il punto dunque sta proprio lì. Nella necessità di un processo di integrazione a cui dare un’anima. C’è bisogno  di grandi soggetti politici che se ne facciano portatori, che in modo non retorico incarnino questa idea della democrazia che rompa i confini nazionali”. L’intervistatore insiste con quattro domande che sembrano cercare una legittimazione della linea di Martin Schulz:”Il socialismo europeo aveva imposto il tema della crescita in maniera molto chiara”. L’ex segretario dei Ds risponde che “se ne discute da mesi, ma ancora non si sa con chiarezza come sarà finanziato il piano Juncker“. In seguito ribadisce:”Non possiamo andare avanti così, senza un forte potere Politico, un’area dell’Euro in cui si realizzi una progressiva armonizzazione delle politiche fiscali e sociali, condizioni di competività alla pari, meccanismi di trasferimento di risorse dalle aree più ricche a quelle più deboli”. Sul perchè sia mancata l’azione politica D’Alema chiarisce: “Dovete rivolgere la domanda al leader del Pse, non a me”. Di questo aspetto fondamentale ci occupiamo su Left. La socialdemocrazia europea saprà rinascere con la propria Weltanshauung? Schulz incarna l’involuzione della sinistra europea, il Caronte che ha saputo consolidare la terza via di Blair, Clinton e Scrhoeder nelle alleanze di governo con i conservatori secondo la rotta di un simbolico meridiano di Greenwich: Ue, Germania e Italia. Nell’intervista transoceanica invece James Galbraith descrive i disastri della troika che rifiuta di «riconoscere i fallimenti precedenti» e cerca di «distruggere il governo greco eletto». A suo avviso anche un accordo migliorativo sul debito non basterebbe, per la crescita economica e sociale è necessario costruire un’Unione europea che possa sviluppare investimenti pubblici e inserisca nuovi meccanismi di protezione sociale. Buona lettura

Grecia, Italia, mondo. Su Left il ritratto di Christine Lagarde e la funzione storica del Fmi

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Il destino della Grecia e dell’ Europa fino a ieri dipendeva soprattutto da una signora dei primati: la direttrice del fondo monetario internazionale Christine Lagarde. Oggi il governo ellenico oppone la democrazia del referendum alla tecnocrazia dei memorandum e non poteva rappresentarsi più chiaramente la dicotomia tra élite finanziaria e popolo, stremato da cinque anni di austerity che sono valsi 106 miliardi di euro di tagli di spesa pubblica. Sino a quando Tsipras ha detto “ no “ al nuovo ricatto della Troika, la parabola della liberista Lagarde, ex ministro dell’ Economia francese e potente avvocato, era un inno all’ efficienza nella conservazione. La rottura del negoziato sul debito greco è arrivata mentre toccava a lei indossare la maschera dell’ intransigenza al posto della Germania, che poi ha confermato l’ asse mediante l’ inopportuno intervento del presidente dell’ Europarlamento Martin Schulz. Ed è significativo che le prese di distanza dalla Lagarde provengano dalla Francia. Facendo autocritica, il socialista Dominique Strauss- Kahn, suo predecessore al Fmi e coautore del programma di prestiti, ha chiesto una massiccia riduzione del debito greco: 222 miliardi di crediti ripartiti tra Fondo europeo di stabilità finanziaria, Stati, Bce e appunto Fmi, che ne vanta 24 miliardi compresa la rata da 1,6 scaduta a giugno. Da tempo i tecnici legati a Strauss- Kahn vanno denunciando le previsioni errate su crescita e sostenibilità debitoria; Olivier Blanchard, capo economico del Fondo fino a maggio, concordava con i keynesiani sulla necessità di policy espansive. E non si tratta solo di mettere in discussione Lagarde, ma la stessa funzione del Fmi, creato nel dopoguerra per il riequilibrio delle bilance dei pagamenti e la stabilità valutaria, ma presto divenuto gestore delle crisi finanziarie degli Stati, imponendo privatizzazioni, nuove tasse, tagli e controriforme sul diritto del lavoro. Oggi però, il ruolo di Lagarde è effettivamente geostrategico anche per via della riforma dell’ Fmi, dove Russia, India e Cina detengono assieme circa la metà dei diritti speciali di prelievo degli Stati Uniti. E c’è chi, crisi greca permettendo, per il suo ruolo profetizza la candidatura di Lagarde all’ Eliseo nel 2017. Sarebbe la chiusura del cerchio di Giotto di una carriera d’oro.

Christine nasce nel 1956 a Parigi, figlia di un professore di inglese e di una maestra di liceo che le permettono di finire le superiori al college femminile Holton- Arms School di Bethesda, Washington. Tornata in Francia alla fine degli anni Settanta, non si appassiona ai movimenti civili come i coetanei ma resta concentrata sullo studio e sul nuoto sincronizzato, che pratica a livello agonistico. Nel 1982 sposa l’ analista finanziario Wilfred Lagarde, da cui sceglie di prendere il cognome e avrà due figli. Dopo la laurea in Legge e un master in Scienze politiche, Lagarde prosegue la staffetta con gli States entrando nello studio Baker&McKenzie, gruppo di Chicago con collaboratori in 35 Paesi. Nel 1999 ne assumerà la presidenza.

Alla politica si affaccia durante uno stage post laurea per il deputato William Cohen, eletto coi repubblicani ma poi segretario della Difesa del presidente Bill Clinton. E se il percorso di Christine è analogo a quello della moglie e neocandidata Hillary, l’altra corporate lawyer più influente del pianeta, lo è soltanto a livello professionale. Prima di aderire all’ Ump di Nicolas Sarkozy, Lagarde si trovava più a sinistra dei Clinton: nel 1981 votò Francois Mitterand. Ma è stato un attimo. E forse aveva soltanto previsto la marcia indietro del presidente socialista rispetto al programma di nazionalizzazioni e di riduzione dell’ orario di lavoro a parità di salario. L’ascesa avviene col governo di centro- destra, ed è merito del primo ministro Dominique De Villepin, che nel 2005 la sceglie per il Commercio estero. Con François Fillon, Lagarde passa al dicastero dell’ Agricoltura e nel 2007 è la prima ministra donna di Economia e Finanze. Il plauso unanime del mainstream per l’ opera di risanamento del bilancio pubblico la rende la candidata giusta al momento giusto per il Fmi, quando Strauss- Kahn nel 2011 viene travolto dalle accuse di violenza sessuale (da cui poi sarà assolto). Su Lagarde invece c’è solo l’ombra di un’ inchiesta per negligenza aperta dalla Corte di giustizia in riferimento a 403 milioni pagati dallo Stato francese a Bernard Tapie. I magistrati considerano anomala la scelta di affidare a un arbitrato privato il verdetto sul contenzioso che opponeva l’uomo d’affari marsigliese e la banca Credit Lyonnais, per la consulenza nella cessione del marchio Adidas. Tapie era un frequentatore dell’ Eliseo ai tempi di Sarkozy, il cui legame con Lagarde ha fatto il giro del mondo dopo la pubblicazione dei bigliettini di lei, improntati alla fedeltà assoluta: “ Se mi usi “, gli scriveva in una lettera trovata in casa sua, in bozza, dagli investigatori, “ ho bisogno di te come guida e come sostegno: senza guida, rischio di essere inefficace; senza sostegno, rischio di essere poco credibile “.

Di francese, Madame le Directeur indossa l’eleganza ma non l’accento, del resto la chiamano l’ Americaine per la padronanza dell’inglese o forse per l’abilità nel nuoto tra gli squali della finanza. Christine Lagarde ha due figli e due ex mariti, incontra una settimana al mese il compagno marsigliese Xavier Giocanti, è vegetariana e fa attività fisica ogni giorno. Una vita sincronizzata, da tecnica. Quando fa politica esprime punti di vista interessanti, come la valutazione dei benefici per l’economia che deriverebbero da una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ma in un film, più che un’affermata femminista sarebbe l’eroina hollywodiana che fornisce l’ alibi al sistema patriarcale. Perchè le dichiarazioni con cui Lagarde invoca detassazioni per la crescita e celebra gli studi sulle disuguaglianze cozzano con i trattati europei, i patti di stabilità dell’ Eurozona e le ristrutturazioni del debito pubblico in cambio di “riforme” neoliberali, in Grecia come altrove. Se nelle interviste va ripetendo che “bisogna”mantenere il passo nella riduzione della spesa pubblica”, all’inaugurazione dell’anno scolastico alla Bocconi Lagarde ha immancabilmente elogiato il Jobs act di Renzi: “Serve a migliorare il mercato del lavoro”.

(4 giugno 2015)

Cassa depositi e prestiti, il Re Mida di Goldman Sachs alla corte di Renzi

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La nomina di Claudio Costamagna a presidente della Cassa depositi e prestiti rende ancor più evidente l’orizzonte di Matteo Renzi. Non tanto per il metodo padronale con cui ha silurato Franco Bassanini a Porta a Porta e stretto all’angolo Giuseppe Guzzetti, rappresentante delle 64 Fondazioni bancarie azioniste al 18,4%. La sostanza è la scelta di modificare il Dna del polmone creditizio controllato dal Tesoro, consegnandolo all’investment banker più stimato sui mercati anglofoni.

E pensare che Costamagna, nato a Milano nel 1956, anno in cui Enrico Cuccia fondava Mediobanca, s’iscrisse alla Bocconi quasi per caso. Dopo il liceo a Bruxelles, non fosse stato per i campionati nazionali di fioretto, vinti a 21 anni, sarebbe rimasto all’estero. Invece, con la laurea in economia aziendale è arrivata la prima esperienza in Citibank, nel periodo in cui Margaret Thatcher stava facendo di Londra la capitale della finanza. Dopo una parentesi in Montedison, a 32 anni Costamagna cura già i progetti di Goldman Sachs per le maggiori società tra le sponde dell’Atlantico. Cresce nella banca d’affari sino al 2006, quando lascia da presidente della divisione Europa, Medio Oriente e Africa. Se alla Bocconi diventa presidente della associazione ex alunni, in politica l’amicizia di lunga data è con Romano Prodi, anche se si fa notare pure ai congressi del Pds di Massimo D’Alema. Mister Costamagna è un ricercato advisor, Murdoch ci si affida per le trattative con Telecom di Trochetti Provera all’epoca del piano Rovati per lo scorporo della rete. Il cursus honorum pare infinito: artefice di importanti fusioni bancarie, su tutte i matrimoni tra Deutsche e Dresdner bank e tra Unicredito e Capitalia, pioniere di new business alla guida di società come Advanced Accelerator Applications, consigliere indipendente di Bulgari, Autogrill, DeA Capital, Virgin Group e Luxottica. Nel gioiello di Leonardo Del Vecchio lega con l’ad Andrea Guerra, poi approdato alla corte di Renzi.

D’ora in avanti Costamagna scriverà un’altra storia, quella della Cassa depositaria di 250 miliardi di euro di risparmi postali dedita allo sviluppo per lo Stato e le imprese. Cdp, che dal 2003 ha assunto lo status di Spa non quotata, vanta una miriade di partecipazioni per un bilancio consolidato che nel 2014 registra 402 miliardi di attivo. Il fumoso progetto di rendere più aggressiva la politica industriale dovrebbe comportare la modifica dello statuto nella parte in cui vieta di investire in aziende in perdita. Non a caso sul tavolo di Costamagna ci sono già le ipotesi di ingresso in colossi strategici come Ilva e Telecom. Renzi ha dato garanzie alle fondazioni di origine bancaria, le cui risorse votate al sociale e alla ricerca si sono assottigliate per l’aumento della quota d’imponibile dei dividendi nell’ultima finanziaria: diritto di recesso in 3 anni in caso di mancate entrate e deliberazioni a maggioranza qualificata. Fondazione #staiserena. Chi favoleggia di policy keynesiane o anche solo di un ritorno all’Iri, però, ragiona come se non esistessero i Patti di stabilità. Secondo Eurostat la Cassa, soltanto entrando nel fondo salva-imprese, rischia di finire nel perimetro del bilancio statale ingabbiato dall’austerity europea. Intanto i liberisti invocano la vendita delle quote di Cdp in sub-holding turistiche e agroalimentari, ex municipalizzate, persino in Eni ed Enel. E’ dunque questa, in definitiva, l’arcana mission?Non ci sono dubbi che Costamagna incarni lo spirito arrembante della rottamazione: oggi subentra al riformista Bassanini (già Psi e indipendente Pci), due anni fa ha aiutato Pietro Salini a spodestare i Gavio, costruttori vicini agli ex Ds, nella società nata dalla fusione con Impregilo. Si tratta del primo gruppo di costruzioni italiano, presieduto dallo schermidore milanese che tocca e trasforma tutto in oro. Altro che giglio magico. Renzi sceglie un Re Mida formatosi in Goldman Sachs, una delle banche d’affari oligopoliste note per l’uso spregiudicato di strumenti come derivati e swap. In Italia, con la public company newyorkese, hanno collaborato Prodi, Draghi, Gianni Letta e il bocconiano Mario Monti prima di salire a palazzo Chigi. Se negli anni ’80 Goldman aveva iniziato a prendere per mano i governi sulla via delle privatizzazioni, nel 2000 la sua filiale inglese “aiutò” il governo greco ad entrare nell’Eurozona consentendogli di escludere momentaneamente dal bilancio 2 miliardi e 800 mila di euro di debito pubblico.Esperti della merchant bank sono di casa alla Federal Reserve e nei governi Usa sin dai tempi della deregulation reaganiana. I Clinton non sono da meno: nel 1999 Bill abolì la distinzione tra banche commerciali e d’investimento, le quali oggi figurano tra i finanziatori di Hillary nella corsa alla Casabianca. Quando il nuovo presidente di Goldman Sachs, l’americano Jim O’Neill, ha definito interessante l’exploit del Movimento 5 Stelle, l’illustre ex Costamagna ne ha fatto l’esegesi: ”Jim voleva dire che il fenomeno Grillo esiste in tutti i paesi europei. La vera anomalia è Berlusconi”. D’altronde il mago della finanza insiste spesso sul dimagrimento dei costi statali: ”In Italia c’è uno spreco di denaro pubblico straordinario, bisogna mettere fine”. Anche sulla “riforma del lavoro” ha le idee chiare, analoghe a quelle dell’amico Sergio Marchionne e di Matteo Renzi. Nei giorni dell’insediamento del nuovo premier, intervistato da Lucia Annunziata, Costamagna diede il suo consiglio: ”Abolire la sicurezza del posto di lavoro creerebbe un aumento di produttività straordinario”. Ma il sostegno a Renzi non è una novità, nell’élite industriale e finanziaria.

Renzi consegna la Cassa al Re Mida di Goldman Sachs. E i media dove stanno?

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Lo so, vi annoierete, pensando ad un trucchetto dettato dalla vanità (che c’è, beninteso). Prima di arrivare al nuovo coraggioso lavoro di Left Avvenimenti, il settimanale che sta scardinando il monolite culturale del circuito mediatico (dunque rispondente a logiche Economiche, Istituzionali, Religiose, politiche), debbo parlarvi di me. E’ un metodo abduttivo,  d’altronde come affrontare una questione strutturale senza iniziare dal problema diffuso del mancato riconoscimento del lavoro autorale, delle scopiazzature in stile Saviano, della scarsa deontologia che ammorba le vite dei giornalisti? Questi aspetti apparentemente superficiali sono funzionali alla percezione e alla presa di coscienza di molto altro. E come farlo se non riferendosi alla propria diretta esperienza? Lo spunto me l’ha dato la brava giornalista investigativa Ines Macchiarola che oggi ha scoperto il modo subdolo con cui alcuni suoi scritti sono stati spiattellati sul libro di un collega senza consenso. E’ una prassi che deve finire.

Così, un po’ per ricordarsi e ricordarmi, ecco un piccolo elenco di scoop al Fatto Quotidiano http://sosthesoundofsilence.blogspot.it/2012/01/quando-i-giornalisti-con-la-schiena.html

Piccolospazioilarità. Questo banale pezzo, non si sa perchè considerato così importante, fu celebrato durante la festa del Fatto a Bologna ma attribuito dal palco a Liuzzi, con stupore dei colleghi del sito Felicia, Elena, Giovanni, ma non il mio, chè stava per cominciare lo spasso! https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2011/05/14/assessore-ex-craxiano-si-candida-in-due-comuni-con-la-lega-e-col-centrosinistra/
Nel senso che iniziavo a capire come e cosa. In quei mesi, infatti, era avvenuto un po’ di tutto. Ci ripensavo rivedendomi nello sfogo alla festa dell’Unità di Roma del sindaco Ignazio Marino, da giorni accusato di ogni cosa (infondata)  o trattato dal circuito politico-mediatico (dunque economico, secondo la governamentalità neoliberale) come un marziano, un folle, un incapace che “è onesto ma…” al fine conclamato di levarselo di torno. Ecco, mi chiedevo, sorridendo a differenza del passato: ma quando uno subisce stress, pressioni, cause, isolamenti, minacce, unitamente alla diffusa realtà della demeritocrazia, potrà avere un qualche momento in cui dice quel che sente in modo direct infischiandosene di giudizi e pregiudizi della paccottiglia conformista strutturale e sovrastrutturale? Certo che sì, scriveva Arthur Schopenauer e pronunciava Reth Butler. I rapporti con sè e la vita sono in una continua evoluzione induttiva (non universale ma esperimento dopo singolo esperimento) che a volte assume la forma circolare. Oggi sto ritrovando le sensazioni di quel bell’inizio di quasi vent’anni fa alla Gazzetta di Reggio, dove ho imparato le fondamenta, i primi cosa e come da Luisa Gabbi. Lei, la caposervizio, si vide arrivare il classico ragazzetto entusiasta senza preavviso, perchè scelsi una mattina di salutare la Gazzetta di Modena dove avevo iniziato per cominciare nel quotidiano attiguo della provincia attigua.  Il primo articolo me lo fece fare su un collettivo autogestito a suon di rock, Bacco, tabacco, Marx e Bakunin. Una piccola “Comune” sul verde ondeggiante delle colline reggiane, c’est magnifique!.  Luisa poi ha cambiato vita, collaborando prima al Comune di Reggio Emilia (ancor contemplo la rivoluzione culturale e ricordo le nostre passeggiate nel centro delle neo notti bianche tra zampilli di colori e megaconcerti, nel corso di uno dei quali le presentai l’amica sostituta procuratrice Stefania Mininni) e oggi è al Governo con Graziano Del Rio, cui fornisce altri preziosi e innovativi consigli. Questa la scrivo per chi, compreso il me medesimo di un tempo, considera Bibbia la puritana dicotomia montanelliana  del “mai un caffè con un politico”. O, se al massimo lo si doveva prendere per lavoro, non smettere mai di fare la faccia feroce/schifata. Invece no, quello è un modo per “farci restare in casa la sera”. E’ sufficiente essere autentici, deontologici, e il resto è vita: politica è partecipare al dibattito sulla cosa pubblica e dunque ogni civis, in ogni momento, può essere “politico”. Se a livello professionale un giornalista cambia strada potrà fare buone cose in ogni campo: dipende da cosa e come, non da dove e chi. Ciò premesso, emancipato dal Potere Fattonzo, me ne resto liberamente a scrivere.

Torniamo a quegli anni di corrispondenze, dalla nascita del quotidiano di Padellaro (cioè Travaglio) al 2012. Pur avendo conquistato spazi (inchieste richiamate altrove, puntata di Report sul Sacco di Serra, citazioni sul Corriere della Sera, si perchè esistono colleghi corretti come Luigi Ferrarella: http://archiviostorico.corriere.it/2011/giugno/11/Modena_parte_indagine_sul_premier_co_8_110611025.shtml) al Fatto Quotidiano, per qualche imperscrutabile ragione (chissà mai qual era il “caso” che li spaventava tanto, bzz bzz: Mascaro) non stavo per  così  dire “simpatico”. Pazienza, piccoli sgarri e maleducazioni capitano ovunque e non meritano menzione, ma per capire come funziona il meccanismo ne ricordo una: il signor Peter Gomez rispose una sola volta via mail al suo primo (in senso temporale) corrispondente dall’Emilia Romagna, quando nel marzo 2012 subii una citazione milionaria in sede civile dalla coop legata al sindaco indagato per rapporti con un ex soggiornante obbligato che si pappava gli appalti, insomma il primo caso scoperto di Pd e ‘Ndrangheta. E mica per complimentarsi e solidarizzare  per la causa temeraria, ma per lamentarsi dell’articolo del collega della Gazzetta di Modena Carlo Gregori che ricordava semplicemente come fossi privo di tutela legale di Fatto e Rai. Tanti giornalisti vivono le stesse situazioni, ma vengono alla luce solo per i volti noti che piangono censura e miseria (vedi alla voce Sallusti e Santoro): https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2013/08/28/querelopoli-il-silenzio-regna-sovrano/

Sta di fatto che prima di interrompere la collaborazione col Fatto per ragioni che come avete intuito vanno ben oltre quelle scorrettezze personali, e dopo la chiusura improvvisa nel febbraio 2012 del quotidiano per cui scrivevo di cronaca giudiziaria (L’Informazione di Modena, il cui archivio, un patrimonio di 5 anni di articoli, è poi stato cancellato ed è introvabile), inizio a scrivere “I panni sporchi della sinistra. I segreti di Napolitano e gli affari del Pd” (con F.Pinotti, Chiarelettere), libro che ha avuto una lunga gestazione. Una giornalista che non teme di criticare gli eroi mediatici dell’Antimafia, Eleonora Aragona, racconta la mia storia di minacciato “non dalle mafie”: http://www.larivieraonline.com/le-minacce-pi%C3%B9-pesanti-non-sempre-provengono-dalla-ndrangheta

Un grazie poi a Luca Rinaldi de L’Inkiesta http://www.linkiesta.it/panni-sporchi-sinistra-italiana

E a Simona Zecchi (Voce di New York, scrittrice, inchiestista che sta facendo emergere nuovi elementi sull’omicidio di P.P.Pasolini) che la settimana scorsa ha ricordato (me n’ero scordato, anche di ritwittarlo e rifeisbukarlo! poi uno dice la vanagloria), in occasione della premiazione di Napolitano da parte di Kissinger, di come avessi messo nero su bianco (differenziando in questo dalla parte curata da Pinotti sulla massoneria) elementi fattuali di inopportunità passati sotto silenzio come la permanenza negli Usa di Napolitano durante il sequestro Moro: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2013/11/30/i-panni-sporchi-della-sinistra-intervista-de-la-voce-di-new-york/ Il ragionamento su Napolitano naturalmente non si esaurisce, trattandosi di una figura complessa che ha alternato momenti riformisti in cui ha dispiegato importanti progetti e intuizioni (i piani keynesiani di sviluppo al Mezzogiorno, l’unità della sinistra, il no allo Sme, ect.) ad altri più opachi (“Non sono venuto al Viminale per aprire armadi”) e personalmente rifletto in considerazione di numerose anomalie recenti (compreso il fuoco d’inchiostro incrociato che ha subìto nella fase finale del mandato presidenziale) che mi inducono a ritenere più azzeccata la definizione di “coniglio bianco in campo bianco” piuttosto che di grande mediatore della prateria.
Ed eccoci all’ascesa del renzismo di cui scrissi ne “I panni” e in un’intervista a Cado in Piedi poi sparita dal sito (ohibò), realizzata in occasione dell’uscita del libro proprio nei giorni concitati che precedettero la presa da parte di Renzi di Palazzo Chigi. Non mi stanco di ripeterlo:  il nuovo premier è stato sostenuto nella sua scalata a Pd e governo dal gotha di finanza, industria e media, Fattonzi compresi, fino al giorno in cui si è insediato al governo; da quel momento, essendo blindato sino al 2018 col suo programma di destrutturazione pubblica e dei diritti del lavoro, quasi tutti hanno preso costantemente a dirsi delusi e a criticarlo. Comodamente. In questi casi, è il quando ad essere determinante https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2013/12/14/lintervista-sinistra-moderna-napolitano-renzi-e-il-potere-atlantico/
Capitolo scoppiazzature. Su tutte l’operazione del Venerdì di Repubblica in prima pagina (ma non li ho citati per danni) certificata dal collega Vittorio Macioce, caporedattore del Giornale
http://blog.ilgiornale.it/macioce/2014/01/03/loro-politico-di-napolitano-e-i-panni-sporchi-della-sinistra/

Piccolo, spazio, pubblicità: il mio nuovo libro Calcio, carogne e gattopardi, nato da un’idea degli amici Francesca Fornario e Luca Sappino nei giorni della Liberazione dell’anno scorso, vanta un elenco di copyandpaste occulti, da Buccini in su, tali da essere spassosi e dunque da non meritar menzione: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/07/02/calcio-carogne-e-gattopardi/ Bene le vendite (anche se non arriverà alle cinque edizioni dei Panni sporchi)

Una recensia da leggere invece: http://www.newspedia.it/duello-santachiara-fatto-quotidiano-sul-nuovo-libro-calcio-carogne-e-gattopardi/

E un’altra che casualmente mi ha fatto conoscere il nuovo corso di Left, dove ora opera con entusiasmo Ilaria Bonaccorsi, unica direttrice donna della stampa italiana (prima c’era anche Concita De Gregorio all’Unità):  https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/10/29/i-calciopardi-la-recensione-di-left-avvenimenti/

Sul Corriere del Ticino (buon lavoro, direttore Ferruccio De Bortoli) riguardo alla Mafia d’Emilia, poco prima che “scoppiasse” l’inchiesta Aemilia della solerte Dda bolognese e tutti s’accorgessero dei legami con politica e istituzioni https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/12/21/mafia-capitale-tre-anni-dopo-pd-ndrangheta-in-emilia-intervista-al-corriere-del-ticino/

E’ troppo lungo sinceramente l’elenco di nuovi spunti adoperati spudoratamente, per amor di verità e per celia. Ve lo risparmio: non mi curai dei consigli gratuiti extra-articoli nei primi anni al Fatto, non vedo perchè dovrei appuntare quelli attinti dai loro “avversari” del Foglio, che purtroppo si stanno rivelando dei miserrimi figuri.
Restando nel merito, alcune cose utili nel dibattito sulla sperata rinascita della Sinistra:
http://www.newspedia.it/stefano-santachiara-sinistra-riparta-da-piketty-e-mazzucato/
http://www.newspedia.it/santachiara-cosa-non-va-nella-coalizione-del-landini-furioso/
Dunque un grazie ad Annalisa Rossi e Francesco LaManna che pescano frasi e analisi citando

Di questo pezzo sono fiero, e pure felice che giornali e settimanali abbiano ripreso a parlare con più intensità della disuguaglianza di genere: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2015/04/30/hillary-e-le-altre-left-avvenimenti-il-potere-patriarcale-come-e-perche/

Arriviamo alla sostanza, perchè di questo si tratta. Salvo il Fatto (che il rancore lo porta eccome), il resto del sistema mediatico censura, attinge, manipola per ragioni strutturali. Non sa neppure chi siamo, noi singoli giornalisti. Tradotto, ecco un esempio di ciò di cui non si può scrivere: http://www.newspedia.it/santachiara-le-convergenze-parallele-dei-catto-anticomunisti-renzi-e-bindi/
La Bindi, dopo il pezzo su Left che descrive la sua “funzione storica”, ha promesso per la prima volta che “non si ricandiderà”:http://iodenuncio.it/tram-5-rosy-bindi-non-mi-ricandidero-piu-per-il-parlamento-un-errore-copiare-le-primarie-dallamerica/. Non ci crederete: nessuno, non dico la citazione, ma ha neppure riportato la dichiarazione di Bindi, che è una notizia d’apertura.

Ed eccoci all’oggi. Venerdì 19 giugno il pres.del.cons Matteo Renzi ha dimissionato con un comunicato Franco Bassanini affidando la Cassa depositi e prestiti all’ex banchiere di Goldman Sachs Claudio Costamagna. Pensate che qualche giornale italiano ne abbia parlato? Nei giorni precedenti solo elucubrazioni evanescenti, poi il silenzio che regna sovrano. Nella giornata di sabato Claudio Cerasa, direttore del Foglio, lamentava qualche problema di metodo promettendo che ne “avrebbe riparlato”. Domenica nulla, lunedì (oggi) nè Sole 24 Ore nè La Repubblica che pure sciorina il maxiinserto Economia, hanno affrontato il tema (salvo una breve, sì, sul fatto che Telecom sarebbe bene non finisse ai francesi). Sul Foglio (nella selezione del meglio della settimana) si trovano un titolaccio su “Il banchiere rosso” e una frasaccia che riconduce Costamagna a D’Alema (con disonestà intellettuale disarmante) e un tecnicissimo Fubini.  Anche Francesco Giavazzi sul Corriere riesce a non pronunciare mai Costamagna, nè Goldman Sachs, nè Renzi, per invocare le solite svendite di asset strategici pubblici come Eni ed Enel. Che dire? Venerdì esce Left con una pagina sul tema. Scommettiamo che si ridesteranno d’improvviso, costretti a scriverci qualcosina per evitare di apparire per quel che sono? Vi e gli anticipo che parlaremo di Goldman Sachs, risparmiatori, Clinton & c, conti truccati in Grecia, ri-privatizzazioni, tagli sociali, Prodi, Draghi, Monti, Renzi, Marchionne, Grillo. Buona lettura su Left, a sinistra senza inganni: http://www.left.it/

Domani su Left Avvenimenti: una nuova chiave di lettura del decisivo ruolo di Rosy Bindi

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Piccolo incipit al ritratto di Rosy Bindi sul prossimo numero di Left Avvenimenti. Non riguarda la nuova polemica relativa alla divulgazione dei candidati “impresentabili” e in particolare del neo governatore della Campania Vincenzo De Luca che rimbalza da giorni su tv e giornali con mille distinguo di giuristi, politici, cronisti di giudiziaria, scrittori, blogger. La mia opinione si riduce a due semplici concetti, ovvero che la presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi, consigliata da esperti in materia, è consapevole di agire nei limiti della legge ma restano pesanti anomalie: regolamentari (chè le leggi sono migliorabili, dal codice di Hammurabi a Giustiniano ad oggi) per la confusione tra fattispecie di reato non legate alla mafia, l’opportunità per la tempistica inedita con cui sono stati diffusi i nomi, senza una discussione collegiale e alla vigilia del voto amministrativo; in generale per la diversa sensibilità rispetto a chi, come il martire Cesare Terranova, giudice e deputato comunista, nel 1976 ammoniva dal considerare la “Commissione un giustiziere del Re”. Assodata la sospensione di De Luca (scatterà in base alla legge Severino per la condanna in primo grado per abuso d’ufficio, e al codice dell’Antimafia per i processi in corso), vi lascio volentieri continuare la Fiera dell’Est che vede Bindi criticata dai renziani (assieme a Cantone, Saviano, ect.) che l’hanno eletta e la terranno ben stretta, denunciata dal governatore De Luca che a sua volta è denunciato dal Movimento 5 Stelle. Che al mercato mio padre comprò. Nessuno rischia poltrone sino alle prossime elezioni (sul mio sito troverete chi ha appoggiato Renzi 2018 fino all’insediamento) ma il tormentone è destinato a durare con garanzia di visibilità e affermazione di identità fintamente contrapposte a danno di chi, su tv e giornali, non compare (come la vera sinistra che sta cercando di rinascere fuori da sigle e personalismi testosteronicocratici). A proposito di rinnovamento: ci si ricorda che la presidente Antimafia pareva a fine carriera durante la martellante campagna di Renzi per l’azzeramento della classe dirigente del centrosinistra? Il sindaco fiorentino, sapendo di guadagnare consensi soprattutto a sinistra, sventolava spesso il nome Rosy Bindi. Bene, ho già anticipato fin troppo sulle convergenze parallele dei due “catto-anticomunisti”. Chi fosse interessato alla storia mai scritta di Bindi legga Left da domani in edicola e da oggi, per gli abbonati, sul sito: http://www.left.it

Left/Avvenimenti, intervista al fondatore di Mmt, Warren Mosler

8 commenti

Le più recenti formulazioni della Modern Money Theory sono dell’economista post-keynesiano Warren Mosler, statunitense. Le leve per la crescita sono più spesa pubblica e meno tasse. Left gli ha chiesto come applicarle ai paesi dell’area Euro, ostaggio di rigidi paletti di bilancio e di una grave crisi economica e sociale. Non accende la speranza, leggere Mosler, dobbiamo avvisarvi. Sostiene che per rilanciare l’occupazione sarebbe necessario andare oltre al doppio del rapporto tra deficit e Pil ma che siamo in mano alla Germania, sì, e che questa, Merkel e Schaeuble, «ha un problema del tutto ideologico, persino filosofico».

La Modern Money Theory considera virtuoso il disavanzo pubblico volto al rilancio di produzioni qualitative, consumi e occupazione. Queste idee hanno influenzato il governo Obama…

Le nostre idee sono arrivate a Obama, quando sono stato candidato al Senato in Connecticut, nel 2010, proponendo una riduzione o un’eliminazione del cuneo fiscale. Del resto, la tassazione sulla busta paga è l’imposta più regressiva che abbiamo negli Usa e l’argomento è quindi efficace. Scrissi alcuni articoli e feci alcune apparizioni televisive, e Jamie Galbraith, consigliere di Obama, cominciò a riprendere i nostri contenuti pubblicamente. L’idea suscitò anche l’interesse dell’amministratore delegato della General Electric, Jeffrey Immelt, e poi quello di Troy Nash, un altro degli assistenti di Obama. E così il taglio del cuneo fiscale è diventato legge. Si tratta di un taglio minimo, del 2 per cento ma importante, anche perché è uno dei pochi provvedimenti bipartisan. Questa misura ha contribuito ad alimentare la crescita negli Stati Uniti, che ha subìto poi un sostanziale rallentamento nel momento in cui il governo ha voluto iniziare a ridurre il deficit pubblico.

Ecco, l’ossessione per il deficit. Nell’area Euro i trattati rendono difficili, se non impossibili gli investimenti e l’ampliamento del welfare. Pensa siano applicabili queste policy?

Se vi fosse la volontà politica, sì. Ma non ne vedo, al momento. Ed è un peccato, perché basterebbe decidere di aumentare il vincolo di rapporto col Pil dal 3 per cento all’8. Senza altre variazioni nella struttura delle istituzioni Ue, la disoccupazione diminuirebbe e la crescita potrebbe arrivare anche al 4 per cento.

Non è una strada che piace alla Germania, però.

La Germania ha un problema del tutto ideologico, persino filosofico.

I neoliberali sottolineano come Argentina e Brasile, che hanno aumentato la spesa sociale facendo uscire dalle povertà milioni di persone, abbiano però avuto contraccolpi economici. Cosa risponde?

Beh, facciamo un esempio. Se in una stanza fa molto freddo, puoi riscaldare l’ambiente con un termostato. Può capitare che diventi persino troppo caldo, e quindi si è costretti a far calare la temperatura. Può succedere quindi che vi sia qualche paese in cui si spende in maniera eccessiva, e spesso questo dipende dalla corruzione, soprattutto da quella del settore bancario. Ciò porta la valuta a svalutarsi, l’inflazione ad aumentare e i cittadini a pagare prezzi crescenti. Spesso non si tratta però di conseguenze delle politiche economiche, ma di caratteristiche di quei sistemi.

Economisti progressisti come Emiliano Brancaccio e Alessio Ferraro sottolineano la differenza tra un’uscita “da sinistra” dalla moneta unica e un’uscita “da destra”, come avvenne quando l’Italia abbandonò lo Sme privatizzando e contraendo i salari.

Gli intellettuali progressisti hanno a lungo visto nell’Unione europea una via maestra per il rifiuto delle politiche regressive di stampo nazionalista. Sfortunatamente chi governa oggi questa istituzione ha sviluppato un’agenda economica fortemente regressiva, di destra. Uscirne tuttavia significa esporsi, appunto, ad un alto rischio di crescita del nazionalismo. La sfida è capire quale fra tutte le possibili strade sia meno “di destra” rispetto alle altre.

E restando nell’eurozona lei cosa proporrebbe?

Se vi fosse la volontà politica di fare qualunque di diverso rispetto alle politiche attuali, allora bisognerebbe puntare ad incrementare il deficit. Le istituzioni europee credono che agire sui tassi di interesse migliori l’economia e che le riforme strutturali consentano di aumentare l’occupazione. Non è così.

Il direttore del Foglio Giuliano Ferrara ha rilanciato un’idea precedente ai Trattati: l’euro a due velocità.

Ancora una volta, credo manchi la volontà. I politici sono stati trasformati in esattori delle tasse: non hanno nessuna prospettiva economica.

E in Italia? Quali feedback state ricevendo in particolare dal presidente del Consiglio Matteo Renzi?

Non hanno nessun interesse, al governo sono totalmente passivi. Qualcuno mi ha chiesto quale politica economica abbia in mente Renzi: ho risposto che non ne ha una! E come lui, però, nessuno, in Europa. Manca la logica. Ad esempio: mettiamo che voi crediate realmente che in Grecia siano tutti pigri e nessuno abbia voglia di lavorare. Anche se voleste punirli, che senso ha creare politiche in cui gli stessi greci sono messi nelle condizioni di non poter più lavorare?

Un quadro a tinte fosche. Cosa prevede per il futuro?

Credo che il tasso di cambio dell’euro si rafforzerà molto e la Germania vedrà le esportazioni nette deteriorarsi. Non c’è nulla che siano in grado di fare. Sono impotenti. Sarà una distruzione della società fondata sulla deflazione e l’apprezzamento della valuta. Nei sei mesi scorsi l’euro è sceso temporaneamente, perché le banche centrali mondiali hanno reagito al Quantitative Easing e hanno iniziato a vendere grandi quantità di euro; questo processo però terminerà. Ora che l’euro tornerà a crescere, cosa faranno? Non gli resta nulla.

Left Avvenimenti (23 maggio 2015)

Hillary e le altre nel sistema patriarcale. La Sinistra riparta dalla questione femminile

2 commenti

Hillary Clinton corre per la successione a Barack Obama. E tutti a salutare quella che potrebbe essere (ma forse no, finendo per consegnare il governo alla destra americana) la prima donna alla guida degli Usa. E’ quasi una panacea per la questione femminile, Hillary, e poco importa se ciò avvenga sulla scia del marito Bill e col sostegno delle lobby di Wall Street. Il valore è simbolico. Per le classi dominanti sono da celebrare le donne che acquisiscono, in perfetta continuità politica, ruoli storicamente appannaggio degli uomini. Fu su Margareth Thatcher che i conservatori puntarono per piegare le Unions e prosciugare il welfare state inglese, la cancelliera Angela Merkel è la depositaria del SuperEs dell’ area Euro, per non parlare di Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale.

Anche in Italia, con Matteo Renzi, è così. Quante volte ha sventolato, il premier, le sue otto ministre, l’”altra metà del Consiglio dei ministri”. Le italiane non hanno mai avuto accesso alla presidenza della Repubblica e del Consiglio, al ministero dell’ Economia, alla guida della Corte costituzionale, ma vuoi mettere il passo in avanti? Le governatrici oggi sono Debora Serracchiani e Catiuscia Marini, questa ricandidata in Umbria nella tornata amministrativa che vede in pista altre due renziane: in Veneto l’europarlamentare Alessandea “ ladylike “ Moretti e in Liguria l’assessore alla Protezione civile Raffaella Paita, vincitrice delle contestate primarie contro Sergio Cofferati e indagata per la mancata allerta dell’ alluvione di Genova. E così la presenza femminile distrae anche dai problemi etici, su cui il partito di Renzi non ha certo “ cambiato verso “ candidando in Campania Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio.

E chissà poi perché, nonostante governatrici e ministre, il Belpaese è al 69esimo posto nel Global gender gap report,la classifica del World economic forum che intreccia quattro parametri: politica, economia, salute e scuola. Per l’aspettativa di vita e l’istruzione la situazione è quasi in equilibrio, ma il divario resta netto nel mondo del lavoro: gli uomini sono il 71 per cento dei dirigenti contro il 29 delle donne e, in media, guadagnano 2.000 euro in più all’anno.

Scatena spesso il sarcasmo di avversari ed ex alleati di coalizione, la presidente della Camera Laura Boldrini quando si impegna per la diffusione del linguaggio sessuato e denuncia le pubblicità che mercificano il corpo o insistono con gli stereotipi di genere. Pensate che gli attacchi anche violenti che subisce la terza carica dello Stato dipendano dal suo supposto carattere ieratico? E se invece contassero qualcosa i meccanismi con cui le élite finanziarie selezionano lo streaming di informazioni per l’ Homo consumens– per usare l’espressione coniata da Zygmunt Bauman? Se Hollywood spesso riproduce in forme edulcorate l’archetipo patriarcale, la televisione, qui appesantita dalla degenerazione berlusconiana, si conferma formidabile vettore di modelli diseducativi. La subcultura sessista si nutre poi di fenomeni nazionalpopolari come il calcio: basti pensare alla ghettizzazione del football femminile e alla notiziabilità delle atlete che finiscono nelle fotogallery dei più grandi siti di informazione quasi esclusivamente per fattori estetici.

Le statistiche danno ragione a Laura Boldrini. Secondo un’indagine Ocse ( Programme for international student Assessment 2015 ) ancora oggi le italiane in media svolgono lavori casalinghi per 6,7 ore al giorno contro le 3 degli uomini. La ricerca sottolinea quanto le ragazze di 15 anni ottengano già risultati migliori dei coetanei in abilità di lettura ( con un punteggio di 510 contro 464) e scientifica ( 490 a 488 ), ma di questo capitale umano si può fare a meno, se la legge Fornero, ad esempio, applicata e non modificata, cementa (tra le altre cose) lo squilibrio nelle responsabilità familiari. Il ministro del governo Monti ( una donna, ma al solito non progressista ) ha introdotto, per il padre il congedo parentale obbligatorio. Ma è di un giorno nei primi cinque mesi dalla nascita del figlio, allungabile fino a tre, sottraendoli però al monte-giorni della madre. In Norvegia, Paese pioniere vent’anni fa, il congedo parentale è di quarantasei settimane a stipendio pieno, di cui dodici riservate al padre. Siamo in ritardo anche nel potenziamento di asili nido pubblici, nella deducibilità dei costi per baby sitter e badanti. E certo non aiuta la parità, la precarizzazione permanente del Jobs Act.

C’è poi il mondo delle imprese. In Europa, secondo i dati della Commissione, la presenza femminile delle Spa in cinque anni è aumentata dall’ 11,9 al 20,2 per cento. Ad alzare la media sono la Norvegia, che ha raggiunto il 40, la Francia e la Finlandia che sono al 25. Spagna e Portogallo, invece, la abbassano, restando sotto il 10 per cento. L’Italia fa registrare un dignitoso 23 per cento, e lo fa grazie alla legge firmata dalle deputate Lella Golfo( Pdl) e Alessia Mosca(Pd) che stabilisce l’obbligo del minimo di un quinto di donne nei cda al primo rinnovo, un terzo per i due seguenti. Si sono anche dimezzate ( al 7,9 per cento contro il 16,2 del 2010) le consigliere legate da rapporti di parentela con uomini di potere: figlie di,mogli di, cugine di.

Le donne in politica sono di più ma la riduzione del gap di genere si è realizzata per mezzo delle quote. Il Pd, ad esempio, ha introdotto il doppio voto di genere alle primarie, portando in Parlamento il 37,9 per cento di deputate e senatrici. Il sistema però consta di una gabbia che perpetua nomine correntocratiche e capilista bloccati nelle liste elettorali, le donne( come gli uomini) vengono cooptate solo se aderenti a un preciso schema in grado di assorbirle e, ove possibile, strumentalizzarle. I piccoli avanzamenti sono rivendicati da un marketing padronale che vuole significare la concessione dall’alto di un diritto naturale sancito in Costituzione. Matteo Renzi, sin da quando amministrava Firenze, compie scelte simboliche che il presenzialismo mediatico gli permette di capitalizzare. Prima di lui però la sinistra non ha certo fatto meglio, perché ha conosciuto una sola leader di partito, Grazia Francescato dei Verdi. Già fondatrice di Effe, presidente del Wwf e animatrice del movimento new global, Francescato ereditò una base elettorale minima. In Germania- tanto per fare un paragone – gli ambientalisti e la Die Linke, guidati da Claudia Roth e Katja Kipping in coabitazione con pari grado uomini, superano entrambi l’8 per cento. In Francia, la socialista Ségolène Royal nel 2007 contese l’ Eliseo a Sarkozy e l’anno seguente sfiorò la segreteria del partito per una manciata di voti.

Nel Regno Unito, in vista delle politiche del 7 maggio, si è saldata una nuova alleanza tra donne: Natalie Bennett, leader dei Verdi, Nicola Sturgeon, premier scozzese a capo dello Scottish national party, e la gallese Leanne Wood del Plaid Cymru. Al termine del confronto televisivo dedicato alle opposizioni, le tre candidate si sono abbracciate sul podio della Bbc. La scena, tra l’isolamento di Nigel Farage dell’ Ukip, all’estrema destra, e lo stupore del laburista Ed Miliband, è emblematica quanto il significato politico. Si tratta infatti di progressiste under 50 che hanno vincolato l’eventuale sostegno a Miliband ad una mutazione della linea del Labour dopo un ventennio di Terza via blairiana: il ritorno a sinistra. In Italia, a contendere una leadership, sono state Rosy Bindi nel 2007 contro il “creatore” del Pd Walter Veltroni, e Laura Puppato, altra moderata cattolica, con chances di vittoria perfino minori, stretta nel 2012 tra Matteo Renzi, Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Bruno Tabacci.

Di Maria Elena Boschi si dice che governi ogni riunione ma è perché “ quando parla lei tutti sanno che a parlare è Renzi” confida a Left un membro dello staff di palazzo Chigi. Le donne-soprattutto se portatrici di valori progressisti- faticano non poco, nelle stanze dei bottoni. Almeno secondo la scrittrice e deputata del Pd Michela Marzano, direttrice del Dipartimento di Scienze sociali alla Sorbona e insegnante alla Descartes, che si è scontrata con un muro trasversale, quando ha proposto i diritti delle coppie omosessuali e la legge sul doppio cognome dei figli. L’esperienza parlamentare ha traumatizzato Marzano, che ha deciso di non ricandidarsi: “ Non ci si ascolta in aula e nemmeno durante le riunioni di partito. Ogni tipo di investitura risente dell’obbligo della fedeltà, di avere truppe nel contado, armi di scambio a disposizione”.

Cerchiamo però di andare alla radice del problema. La “ governamentalità neoliberale “, prendendo in prestito la formula di Pierre Dardot e Christian Laval, autori de La nuova ragione del mondo”, presuppone il controllo di tre blocchi distinti e interdipendenti: l’ economia, la politica e i centri di diffusione del sapere. Dal momento che l’egemonia culturale è la pre-condizione, occorre interrogarsi sul meccanismo che regola le discriminazioni di genere così come si sono indagati le ingiustizie sociali e il razzismo. Non molti, ad esempio, sono consapevoli dell’esistenza di antiche società matriarcali.

L’ epica classica è ricca di venerazioni politeiste varianti della “ Dea Madre” e numerosi reperti testimoniano la centralità delle donne nelle pacifiche comunità che vivevano di orticoltura e piccola cacciagione. Eppure è stato contrabbandato lo schema totalizzante che relega la femmina all’altruismo della cura e attribuisce al maschio le grandi imprese. Sul cacciatore che erige polis e fortezze per difendersi e conquistare, Rousseau diceva che la genesi dell’oppressione umana risale alla fase primordiale della divisione delle terre e del lavoro. Il sistema patriarcale, supportato dalle religioni monoteiste del “ Dio Padre “, ha consolidato usi e linguaggio in codici e istituzioni che privarono le donne delle libertà sessuali, economiche e sociali. Non è difficile comprendere come tale contesto abbia favorito feroci persecuzioni in nome di religioni e superstizioni, in particolare nel Medioevo, e pratiche che affliggono ancora milioni di cittadine: mutilazioni genitali nell’Africa subsahariana, in condizioni aggravate da malnutrizione e malattie; lapidazioni delle adultere in Paesi governati da fondamentalisti islamici; in India spose-bambine e abusi sulle donne appartenenti a sottocaste.

Alla base delle sopraffazioni, più dell’indigenza economica, vi è l’oscurantismo. Lo si evince anche scorrendo gli occidentalissimi verbali di stupri, molestie e maltrattamenti domestici, o dall’ascolto di processi per femminicidio: il più delle volte lui reagisce all’emancipazione , quando lei si ribella o reclama semplicemente la propria indipendenza. Il fil rouge della violenza, dunque, riporta sempre all’egemonia che nei millenni ha garantito i rapporti di potere. Ben sapendo che il diritto del più forte diventa legge duratura se associa al controllo degli eserciti quello delle conoscenze.

Biologi e genetisti, preservando il mito di Adamo ed Eva, hanno ignorato la primigenia del cromosoma X rispetto al maschile Y; scienziati si sono ricoperti di ridicolo affermando l’inferiorità dell’intelligenza femminile per via della minor ampiezza cranica; psicanalisti come Sigmund Freud hanno teorizzato l’ invidia del pene. Ma la Storia diffonde il punto di vista dei vincitori. E, in ogni parte del globo, sono stati sviliti gli importanti contributi che le donne, malgrado le costrizioni, hanno donato al progresso umano e ambientale. Il socialista inglese William Thompson, nel 1825, pagò con l’ostracismo l’invito alla ribellione femminile: “ La vostra schiavitù ha incatenato l’uomo all’ignoranza e ai vizi del dispotismo, così la vostra liberazione lo ricompenserà con il sapere, la libertà e la felicità”.

Non è un caso che le riforme progressiste si siano ottenute in peculiari dimensioni di vuoti di potere provocati da guerre o rivolgimenti economici. Durante la Rivoluzione francese la girondina Olympe De Gouges, poi uccisa dai giacobini, diede alle stampe la Dichiarazione dei diritti della donna. Un’altra breccia fu aperta nel Risorgimento, mentre si faceva l’Italia a dispetto del potere temporale della Chiesa. Nel 1861, prima che John Stuart Mill avanzasse la proposta del diritto di voto, il deputato mazziniano Salvatore Morelli scrisse La donna e la scienza considerate come soli mezzi atti a risolvere il problema dell’avvenire. Democrazia reale, scuole normali per studentesse, divorzio, doppio cognome dei figli, tutela della prole illegittima: un sasso nello stagno,anche se i disegni di legge di Morelli vennero tutti bocciati, salvo la norma che riconosce alle donne la facoltà di testimoniare nei procedimenti civili. Il diritto di voto, anziché il suffragio universale maschile del governo Giolitti- ridicolo ossimoro elevato a illuminato liberalismo- fu imposto soltanto con la Liberazione. Durante la Resistenza le partigiane, 30.000 tra staffette e guerrigliere, ruppero l’abituale esclusione dalla vita pubblica partecipando alla fase costituente. Le energie sono andate via via sprigionandosi quando la contaminazione tra movimento femminista e sessantottino, sospingendo sindacati e partiti di sinistra, ha contribuito al “ trentennio glorioso “: il servizio sanitario nazionale, l’obbligo scolastico a quattordici anni, lo Statuto dei lavoratori che prevede il divieto di licenziare le dipendenti incinte. La lotta per la parità ha permesso la diffusione della contraccezione, l’accesso alle funzioni pubbliche, le leggi su divorzio e aborto, la cancellazione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore normati dal codice fascista. L’ interazione si fondava sul comune convincimento che la libertà socio-economica fosse legata al percorso di emancipazione sessuale. E da qui dovrebbe ripartire la sinistra, coinvolgendo le donne che oggi forniscono visioni alternative in tanti campi della società. Il meccanismo dovrebbe essere opposto a quello della comunicazione mainstream che, alternando generici allarmi e impennate d’ottimismo, confina la questione femminile a mero calcolo di quote rosa. Il timore è sempre lo stesso: che donne e uomini si affranchino costruendo nuovi rapporti di spazio e tempo liberati, secondo i bisogni naturali di salute, consumo consapevole,conoscenza e creatività votate al benessere collettivo.

Left Avvenimenti (25 aprile 2015)

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