Rinascita della Sinistra, non è mai troppo tardi

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Rientro a Perugia dopo un’arricchente giornata romana. Iniziata con la registrazione di un dibattito a Lo stato dell’arte di Maurizio Ferraris con la bravissima Francesca Serafini, sceneggiatrice, collaboratrice del Corriere della Sera e autrice del saggio Di calcio non si parla, la serie di belle cose ha conosciuto l’acme al calar della sera, ascoltando Francesca Fornario al Tilt nella nuova sede di Garbatella, con la portavoce dell’associazione Maria Pia Pizzolante e la consigliera regionale di Sinistra Daniela Bianchi, appassionate ed efficaci sulle questioni sociali poste dal libro di Francesca (con sublime digressione alleniana-keatoniana): La banda della culla. La prima cosa che ho pensato è: “La Sinistra unitaria con tutte le sue forze migliori dovrebbe rinascere dalle donne”. Non solo perchè ne sto scrivendo ma convinto della giustizia e della vitalità che discendono dall’interazione tra femminismo (non possiamo non dirci femministi) e socialismo. Stamane poi ho letto la lettera digitale inviata da Simone Oggionni a Fabrizio Rondolino, sulla scia della riflessione del direttore Peppino Caldarola e, persuaso del valore intrinseco del messaggio epistolare in bottiglia, desidero sottolinearne la dialettica inclusiva e la capacità di discernimento tese alla diffusione della presa di coscienza. Di seguito, quindi, le direttrici di compagni che partendo da posizioni diverse avvicinano a raggiera la sintesi feconda nel comune retroterra ideale e storico della Sinistra, per l’agire plurale di oggi e di domani.  Qui la profondità di Caldarola: https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/1039611889418551
Qui lo stimolo di Rondolino http://www.unita.tv/opinioni/caro-dalema-forse-e-davvero-giunto-il-momento-di-salutarsi/
Qui la risposta di Oggionni
http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/dalema-renzi-e-la-sinistra/

Piccole libertarie annotazioni nel giorno in cui le ore del sole son le stesse della notte. Il passato si mescola al futuro nelle pagine e nei volti de Il pane e le pietre che Mario Toma (in corso la presentazione a Lecce con Fabio Casilli e Gigi Pedone) dedica all’azione, alle idee politiche e al vissuto dei tanti, noti e meno noti, che hanno fatto la storia del Pci salentino. Il libro si chiude con la scomparsa di Enrico Berlinguer. E proprio del suo naturale erede Massimo D’Alema la politeia ora discute.

Partiamo dal confronto con Craxi e Renzi, ricordando che il premier e segretario del Pd è un epifenomeno diverso, quasi opposto, avendo scalato partito ed esecutivo sulla spinta del gotha dell’industria e della finanza, italiana e soprattutto estera (rimando al capitolo de I panni sporchi della sinistra dedicato a Renzi, Chiarelettere, 2013). Differisce innanzitutto per la funzione sovrastrutturale al servizio di una “governamentalità neoliberale” che dal riflusso degli anni ’80 e con più forza dalla fine della guerra fredda sino all’euroliberismo, risulta egemone nella sfera politica e nei gangli della società complessa. Naturalmente non si tratta di un Grande Vecchio ma della microfisica del potere, una molteplicità di interessi in continuo movimento che tuttavia lasciano margini di imprevedibilità. Ieri Giuliano Ferrara ha sottolineato provocatoriamente, benchè vil generalizzando col termine “magistratura”, il parallelo fra certe dinamiche del biennio italiano del 1992-1993 e ciò che sta accadendo in Brasile all’unica presidente di sinistra oggi al mondo, Dilma Rousseff, e al predecessore Lula. Purtroppo, anche portando all’estrema provocazione i parametri del realismo politico, Craxi non commise solo reati (peraltro facilmente tracciabili) ma gravi errori geopolitici legati all’assoluta chiusura del dialogo col Pci, precludendo ogni prospettiva socialdemocratica. A mio avviso non sono riscontrabili in Massimo D’Alema gli elementi di leaderismo e individualismo contestatigli, a meno che non si intenda la risultante indiretta del conflitto politico, rappresentando egli antropologicamente la resilienza dell’ex Pci alla deriva neoliberista e autoritaria con la quale Renzi, prosecutore del veltronismo con altri mezzi, ha indebolito dinamiche, struttura e cultura del partito di massa. Inoltre fu tutto l’Ulivo ad inseguire la Terza via neoliberale di Clinton e Blair, mentre concordo col lettore Giuseppe Maria Greco sul fatto che la grandeur nazionale e il merito non sarebbero elementi negativi qualora fossero declinati a sinistra. Per farlo bisogna decostruire la subcultura dominante che regala alle destre la tutela di interessi e particolarità di un paese. Rifiutare giustamente una politica estera aggressiva e uno sciovinismo nazionale e maschilista non significa rifuggire da un ruolo decisivo dello Stato. Come scriveva Eric Hobsbawm il capitalismo, al fine di proteggersi dallo spettro comunista che continuava ad aggirarsi per l’Europa, seppe adoperare elementi di socialismo con i piani di investimenti federali di Roosevelt e il modello sociale Beveridge. Pertanto, oltre a misure sociali fondamentali come il reddito minimo garantito presente nel resto d’Europa (Sel, Sinistra italiana, Sinistra riformista, imponete all’agenda parlamentare questo provvedimento urgente, salvifico per milioni di disoccupati sotto il ricatto di padroni e strozzini!) e la tassazione progressiva periodica, l’Italia potrebbe combattere l’euroliberismo e trattati come il Ttip da sinistra, opponendo strategie pubbliche per orientare l’economia verso la qualità delle produzioni, il rispetto della fatica, la parità del lavoro fra i sessi e dell’ambiente, nuovi tempi di vita affrancata.

I punti toccati nell’intervista di D’Alema al Corriere, su cui si sono soffermati Caldarola, Rondolino e Oggionni elaborando percorsi interpretativi interessanti, rimettono di fatto in moto un virtuoso materialismo dialettico. La pronta reazione di Marco Damilano su L’Espresso è la riprova del timore del mainstream nei confronti della Rinascita della Sinistra unitaria con tutte le sue forze migliori: https://www.facebook.com/stefano.santachiara.1/posts/983297151752553?pnref=story E Eugenio Scalfari, in occasione dell’anniversario del colpo di Stato delle Br del 16 marzo 1978, anzichè scrivere di Aldo Moro, ha prontamente inteso raccontarci di quando lui e Repubblica davano del tu a Enrico Berlinguer http://www.repubblica.it/politica/2014/03/16/news/berlinguer_scalfari-81114389/
Da tempo Massimo D’Alema è il nemico principale delle sovrastrutture mediatiche, a cominciare dai network poliziesco-finanziari. E’ giunta davvero l’ora di interrogarci sulla vera ragione, anziché continuare col misunderstanding degli elementi personali caratteriali. Purtroppo anche Norma Rangeri, direttrice del Manifesto, apre e chiude l’editoriale rispettivamente sui “vituperati giornalisti” e sulla “perfidia” della stoccata alla minoranza bersaniana che non riesce a incidere: http://ilmanifesto.info/il-bazooka-di-dalema Lontani i tempi del confronto sostanziale e schietto che nel suo naturale manifestarsi agevola il fondamentale processo cognitivo dei lettori. La conversazione con D’Alema riportata da Rossana Rossanda nell’ultimo libro Quando si pensava in grande (assieme ad altri dialoghi con personalità dello spessore di Allende, Sartre, Lukács e Althusser) verteva sulla Weltanschaaung e sull’azione di governo, e si caratterizzava anche per passaggi duri e prolungati, che sono l’esatto contrario dell’arroganza e del paternalismo: è la stima per l’acuta interlocutrice, ricambiata con altrettanta determinazione. In seguito nessuno si è interrogato sui fili che l’esecutivo D’Alema, primo post comunista alla guida del Paese, può avere toccato in quella delicata fase di trasformazione mondiale. Si provi a invertire il punto di osservazione. Perché gli attacchi mediatici partirono violenti (Marco Travaglio ripeteva in ogni dove la “merchant bank” di soggetti imprecisati “entrati con le pezze al culo a Palazzo Chigi e usciti ricchi”) quando l’allora presidente del Consiglio non impedì alla cordata di Roberto Colaninno di scalare la Telecom, e nessuno aveva trovato da eccepire sulla privatizzazione decisa dal governo Prodi, grazie alla quale gli Agnelli controllavano il colosso della telefonia con un piccolo pacchetto azionario? Purtroppo all’epoca non ero della partita, nel senso che scrivevo i primi articoli per la Gazzetta di Reggio Emilia: la crisi del Tessile, le denunce delle Gev in difesa dell’ambiente, la chiusura dell’ospedale San Sebastiano di Correggio, gli operai della zona che si esprimevano per la riduzione dell’orario di lavoro in una serie di interviste salutate con favore dai responsabili di Rifondazione Comunista Rina Zardetto e Gianni Tasselli e guardate con sospetto dal sindacato reggiano; in particolare, ricordo il dialogo con Renzo Testi di Nuova Sinistra Ds: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/1999/11/22/testi-coop-nord-est-riaccendiamo-la-voglia-di-sinistra/ . Poco informato come la moltitudine assistevo, dalla parte delle guardie e dei giornalisti che si narravano “senza padrini e padroni”, ad un dispiegamento di forze mediatiche contro la breve esperienza governativa di D’Alema mai visto neppure per Berlusconi, il quale però beneficiava elettoralmente, come oggi Salvini e Grillo, della ridondante e spesso vacua polemica mediatica. Per non parlare dei condottieri transitati da Goldman Sachs ed elevati al rango di salvatori della patria (Prodi, Monti, Gianni Letta, Claudio Costamagna, nuovo presidente della Cassa depositi e prestiti imposto da Renzi). In altre parole, tanto meno abbiamo contezza del periodo di D’Alema premier in termini di manovre di palazzo (ad esempio, solo ora sta venendo alla luce sui mezzi di comunicazione generalisti che la guerra della Nato in Kosovo era già stata ratificata dal governo Prodi) e di progetti attuati (rimando alla chiosa su Damilano per comprendere una parte di orizzonte delineato in tema di protezione sociale della maternità), tanto più risulta sbagliato formulare un giudizio semplicistico. Il fact checking non si pratica solo per lo scoop ma risiede nella sperimentazione continua che è la penetrazione dell’esistenza. Nel caso in specie, ho potuto riscontrare che D’Alema ha compiuto errori e possiede difetti come tutti, ma si manifesta con autenticità e audacia. A mio avviso si tratta di un combinato disposto più importante dell’ìntelligenza, dal quale essa trae linfa. Chi frequenta questo blog sa a cosa faccio riferimento quando sottolineo che pochi magistrati e carabinieri, rarissimi giornalisti hanno scelto di non temere il Potere, nel mio caso si tratta di ambienti della polizia segreta italiana. D’Alema esprime opinioni nette che non avete mai sentito da altri statisti, tranne dal leader laburista Jeremy Corbyn o in passato da Francesco Cossiga, più sardo che democristiano. Il presidente di ItalianiEuropei ad esempio afferma: “Il Fatto Quotidiano è tecnicamente fascista”. Oppure, intervistato da Daria Bignardi: “Alan Friedman non mi piace”. All’incontro di sinistra riformista del 12 marzo a Perugia, spiega: ”Isis nasce da una scissione con Al Qaeda, a suo tempo usati contro la Russia. Il terrorismo non é frutto della disperazione”. Molinari gli domanda degli incontri con la conservatrice Rice, e D’Alema risponde: “Continuava a dire: let Israel make the dirty job”. No, le dissi, sono persone”. Per l’ex presidente del Consiglio non è una novità la tessitura politica votata alla soluzione di pace in Palestina, ma la dichiarazione è di un certo peso nei confronti degli Stati Uniti. Eppure nessuno dei giornalisti che assedieranno D’Alema all’arrivo e alla ripartenza ne farà menzione su agenzie e giornali. Naturalmente sono vittime, della loro ombra e della precarietà economica. Ma torniamo ai commander in chief, rovesciando ancora la base di osservazione. In dati momenti storici, i network scatenano raffiche di disinformazione intervallate da un prima, e un dopo, di oblio assoluto e di eliminazione degli spazi informativi della vera Sinistra. Adopero l’espressione che usai per le campagne di fango contro Jeremy Corbyn, inattaccabile sul piano dell’onestà fattuale e intellettuale.Ciò avviene quando una guida politica antropologicamente autorevole segna il punto di rottura, in tal caso nei confronti della socialdemocrazia ancillare alla governamentalità neoliberale, e incarna la Rinascita, nel proprio paese e internazionale, della Sinistra http://www.left.it/2015/09/11/jeremy-corbyn-labour/

Questo è il nodo cruciale, anziché la vexata quaestio sul presunto tradimento dello spirito dell’Ulivo, o del centrosinistra col trattino, o del Pd, che ineluttabilmente si presenta all’ultimo grado di involuzione nel “partito della Nazione”. E il nodo pertiene allo scollamento tra il Paese reale e le forze che potevano e dovevano contrastare il capitalismo finanziario e patriarcale innervatosi nelle istituzioni e nella cultura di massa. Ben si comprende che la mutazione genetica del più grande e democratico Partito Comunista d’Occidente affondi le proprie radici nella Svolta della Bolognina. Anziché rimuoverle come si è fatto sinora, sarebbe necessaria un’analisi ampia: https://www.facebook.com/groups/178378735866581/permalink/195780067459781/

Lo spunto era arrivato qualche mese fa con la rivelazione dello storico leccese Francesco Martelloni, a suo tempo ideatore del simbolo del Pds poi presentato da Veltroni e Occhetto. Egli suggeriva la sostituzione di falce e martello in relazione all’urgente necessità, sottolineata giustamente da Oggionni, di interpretare i cambiamenti nel mondo del lavoro per estendere i diritti e i salari in costante riduzione. Nel frattempo il figlio Federico Martelloni, giuslavorista, è diventato il candidato sindaco della Coalizione Civica a Bologna, fonte di ispirazione per il rilancio della Sinistra a livello nazionale. L’Emilia Romagna due anni fa registrò il record di astensionismo in occasione dell’elezione del presidente renziano Stefano Bonaccini, sostituto non all’altezza di Vasco Errani e Pier Luigi Bersani nella regione del riformismo cooperativo e del welfare, oggetto di critiche anche per le recenti riduzioni di posti letto negli ospedali: http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2015/11-novembre-2015/piano-regione-gli-ospedali-entro-anno-815-posti-meno–2302174835185.shtml

Ogni piano strategico pubblico, siano investimenti di stampo keynesiano o potenziamento dello Stato sociale, sconta lo stigma preventivo dell’anticastismo militante, un vero e proprio senso di colpa inculcato negli italiani già influenzati dal cretinismo cattolico del sacrificio. Dopo Mani Pulite anche la Sinistra ha interiorizzato un’ethikos che Marx avrebbe definito strumentale e banale moralismo borghese. L’immagine di un popolo di  maneggioni, fannulloni e assenteisti campeggia costantemente in televisione e sulla stampa, agevolando la propaganda di Fatto e Movimento 5 Stelle per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e ai giornali, nonché i tagli sociali e le privatizzazioni articolati dall’instrumentum della governamentalità neoliberale internazionale rappresentato dalla troika.

La Sinistra non potrà che ripartire dai bisogni e dai desideri della maggioranza delle persone, da donne e uomini che dovranno impegnarsi a fondo sul piano culturale e divulgativo, giacchè restano spesso ignote le statistiche reali sui lavoratori, scovate con tenacia da colleghi come Marta Fana del Manifesto (capace di sbugiardare il ministro Poletti) e sopra tutto la materia economica, per la quale ci soccorrono le analisi di Alberto Bagnai e Vladimiro Giacchè. E’ grazie a loro che una parte dell’opinione pubblica comprende gli effetti nefasti dell’euro e dei patti di stabilità, concetti oscurati e falsificati dai media. Ad esempio, a chi come l’ambasciatore Sergio Romano si chiede se i problemi della moneta unica siano legati al disavanzo pubblico degli Stati e alle crisi finanziarie (private) http://www.corriere.it/lettere-al-corriere/16_marzo_19/-CHE-COSA-FARE-DELL-EURO-IL-FUTURO-DELLA-MONETA-UNICA_485f17e4-ed96-11e5-9277-b3acd54d3652.shtml basterebbe replicare che l’avanzo dello Stato comporta un indebitamento privato e viceversa, essendo vasi comunicanti. E ancora: quanti sanno che l’investimento di gruppi esteri aumenta il Pil ma non il Prodotto nazionale italiano e che i prestiti della troika alla Grecia non sono serviti a pagare le pensioni ma a ripagare le banche creditrici tedesche e del nord Europa? Quest’ultima denuncia entrò nel discorso pubblico dopo l’intervento a Rainews di D’Alema, promotore di quell’asse embrionale col governo Tsipras che sarebbe stato vitale per raccogliere le sfide della convivenza civile e dei diritti, e progettare un rovesciamento di prospettiva strutturale nella socialdemocrazia europea, da un ventennio subalterna ai dogmi dell’austerity. Muovendo da una sinergia multidisciplinare dove ciascuno potrà mettere in campo suggerimenti essenziali e azioni concrete, si potranno superare le insufficienze teoriche e le sperimentazioni del passato. Molti dicono che è troppo tardi per la Rinascita della Sinistra con tutte le sue forze migliori in lotta per il progresso e la giustizia sociale. Ma la vita è una sola, e non è mai troppo tardi.

 

Causa milionaria: lascio la scrittura o raddoppio

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Tra qualche settimana saprò se la causa civile intentata da Cooprocon e l’Ingegner Vandelli per la puntata di Report dell’11 dicembre 2011 sul Sacco di Serra decreterà la fine del mio lavoro di giornalaio e scrivente (http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f7182332-b4cf-4136-b925-a209965f4359.html ). La richiesta di un milione di euro su cui tutti (io per primo, ingenuamente) ci siamo concentrati, ricevendo gli attestati di solidarietà (che mica costano, come gli eventi promossi in giro per l’Italia) di associazioni varie antimafia, Ossigeno per l’Informazione, Fnsi, Ordine dei giornalisti e tanti privati, ha fatto sparire la questione centrale. Quanto concretamente si rischia di dover pagare in caso di condanna. La sentenza sulla carta dovrebbe essere favorevole dato che i fatti esposti sono veri, continenti, pubblicamente rilevanti e di utilità sociale, però siamo in Italia: non si sa mai (a proposito di assurdità sto aspettando le motivazioni della sentenza di un’altra vicenda, penale e penosa, relativa ad una diffamazione inesistente, ripescata da una manina 3 anni dopo l’articolo de L’Informazione, a fallimento del giornale appena dichiarato, portata avanti in modo strumentale e risolta in 3 minuti di camera di consiglio con richiesta di assoluzione della Vpo: spesa legale 2mila euro per il legale di Ossigeno https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/09/23/il-mistero-della-querela-fantasma/). Finora, quando avevo parlato della causa per la puntata di Report (cioè  4 anni fa, che non è proprio argomento interessante di conversazione) per tranquilizzare gli interlocutori o semplicemente spiegare il mio punto di vista citavo il caso di Travaglio, condannato a 7mila euro per aver leso l’onore di Schifani, su Rai3 in prima serata. Dicevo: se una star dà della muffa al presidente del Senato quello sarà il tetto massimo di rimborso, suppergiù, eppoi ho letto solo una visura camerale e confermato l’indagine per abuso edilizio sulla Cooprocon. Le risposte di avvocati, colleghi e associazioni: ma sì, infatti poche migliaia massimo, o silenzio assenso. E invece la settimana scorsa noto la notizia della condanna di Davide Vecchi del Fatto a 25mila euro in solido con Fatto Spa e il direttore Padellaro. Con la pulce all’orecchio chiamo il mio avvocato civilista che dice:”In media una condanna in sede civile per discredito, su media nazionali, è non inferiore ai 10mila euro e non superiore ai 50mila”. Media 30mila euro. Due-tre anni di stipendio: i risparmi di una vita.  Vecchi non li paga, nessuno li paga. I giornalisti, in questo caso della Rai ma in generale in ogni giornale, rivista, radio e persino sito Internet, hanno le spalle coperte dall’editore. Altrimenti al primo risarcimento danni in sede civile andrebbero in rovina: si vedrebbero svuotare il conto, sequestrare l’auto peraltro nel mio caso ormai di scarso valore (case non ne ho). Dunque gli editori si occupano di retribuire l’avvocato e, nelle cause civili, di pagare (essendo in solido) tutto o gran parte del risarcimento inflitto al giornalista. Mi confermano dall’associazione stampa Emilia Romagna che non sono mai capitati di grandi dimensioni (sanzioni pecuniarie nel penale e piccoli casi nel civile) trattandosi appunto di media provinciali o regionali con tirature e numero di utenti inferiori. Esiste un fondo assicurativo della Federazione nazionale giornalisti (complessivamente di 150mila euro) che copre le spese per le condanne penali e civili dei giornalisti scaricati dagli editori: sino a settembre 2015 arrivava sino a 7500 euro, da tre mesi invece copre sino a 5mila. La motivazione è che le cause sono tante e la platea di colleghi difesi si è allargata com’è giusto (ora anche precari, free lance). Però ci sono patrimoni e redditi personali diversi e c’è una differenza sostanziale (grossa come una casa, verrebbe da dire) fra chi subisce una causa civile per discredito su un media nazionale rischiando svariate decine di migliaia di euro e chi invece è coperto abbondantemente dai 5mila del fondo.
Sì avete capito bene, se venissi condannato per la puntata di Report rischio da 10 a 50mila e nessun editore copre la spesa: la Rai perché non sono dipendente della tv pubblica: Il Fatto, malgrado compaia in sovraimpressione la dicitura “giornalista del Fattoquotidiano.it”, scelse di non coprirmi le spalle come ricorda Gregori della Gazzetta: http://gregori-modena.blogautore.repubblica.it/2012/03/24/silenzio-si-querela/ La motivazione del Fatto fu che avevo parlato in tv e dunque non tramite un articolo sul giornale di carta o online, sul quale uscivano un discreto numero di scoop pagati a pezzo (compresa una decina sul Sacco di Serra, anche se gli articoli si concentravano di più sul disvelamento del primo caso di rapporti d’affari tra un sindaco Pd e un ex soggiornante obbligato). La lunga premessa era doverosa per spiegare il mio (si spera di no) eventuale abbandono della penna, è fastidioso dover scrivere di sè e per giunta di denaro. Sono fiero di quello che ho cercato di fare in questi vent’anni di lavoro, e più ancora negli ultimi 3, da quando vivendo un’evoluzione personale e incontrando tante bellissime persone ho lasciato il sistema per lottare nel modo più libero, e vorrei continuare a farlo scrivendo libri (anche qui, editori liberi permettendo), facendo nuove ricerche, collaborando da free lance con Left Avvenimenti. Non ho mai chiesto un euro più del dovuto e certo non lo farò ora. Ricordate il tale di “the smell of the money”, beh, ecco, le vostre associazioni, i vostri editori, i vostri network finanziari e polizieschi se li tengano. So vivere con poco, non mi sono mai preoccupato della mafia (risulto tra i giornalisti intimiditi – per via di alcune minacce, denunciate due volte alla magistratura, e appunto per la causa milionaria, ma le minacce serie mi sono arrivate da ambienti Sisde-polizia). Ecco, semmai sono preoccupato per chi rischia più di me e a cui voglio bene.  Comunque, prima di congedarmi, ringrazio i lettori: http://sosthesoundofsilence.blogspot.it/2012/01/quando-i-giornalisti-con-la-schiena.html E i colleghi http://ancorafischia.altervista.org/la-mafia-sfonda-in-emilia-romagna-ma-non-si-dice/
Per il resto, i libri sono reperibili e gli articoli sono (quasi tutti: mancano quelli dell’archivio dell’Informazione di Modena, fatto misteriosamente sparire, e qualche pezzo d Left non pubblicato sul sito) qui, in questo blog.

LEFT: Un porto d’armi non si nega a nessuno

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Un porto d’armi non si nega a nessuno, neppure ai denunciati per stalking e ai pregiudicati per molestie sessuali. I casi limite sono paradigmatici delle falle nel meccanismo di diffusione di pistole e fucili, acquistabili in armeria o anche tramite Internet. Basta saper sparare, non essersi macchiati di reati considerati gravi – ma non lo sono forse le persecuzioni personali? – e presentare certificati di idoneità senza obbligo di visita presso uno psicologo. Il quadro è aggravato da campagne politico-mediatiche allarmistiche sull’aumento dei furti in appartamento che alimentano la percezione di insicurezza e la paura del diverso. Chi invita ad armarsi, nell’interesse dell’industria bellica e dei movimenti xenofobi, sostiene la tesi della deterrenza ma altro non fa che svalutare la vita umana, toccando livelli criminogeni quando legittima l’omicidio in difesa della “roba”. Basta scorrere il bollettino di stragi, delitti, suicidi e incidenti cagionati da chi maneggia pistole e fucili per comprendere la pericolosità sociale del fenomeno.

Il 15 aprile 2013 a Montebelluna Matteo Rossi, 37 anni, rappresentante di una ditta di materassi, uccide Denise Morello, commercialista di 23 anni che lo aveva lasciato dopo un anno di fidanzamento. Dal momento dell’addio, alla fine del 2012, Rossi inizia a dare segni di squilibrio mentale: tempesta la ragazza di telefonate e messaggi, la pedina sotto casa e al lavoro, compra il 25 gennaio un’intera pagina del Gazzettino per implorarla: «Questa follia per farti capire quanto sono pazzo di te, Denise. Tuo Matteo». La situazione diviene così pesante che Denise, d’accordo coi genitori a loro volta infastiditi da personaggi vicini allo stalker, procede alla denuncia. I carabinieri convocano il rappresentante in Caserma, gli intimano di lasciare in pace la giovane senza prendere provvedimenti. Anzi. Il 22 marzo Rossi ottiene dalla Questura il porto d’armi per uso sportivo. Si rivolge persino all’armeria di Montebelluna situata nelle vicinanze della casa dei Morello e la figlia del titolare, non riconoscendo “Matteo”, gli vende una Beretta modello Iver. A quel punto è solo questione di tempo per la messa in pratica del disegno criminale. Dopo tre settimane di calma apparente Rossi si apposta nel parcheggio antistante lo studio di commercialisti dove lavora Denise. Lei ha lasciato l’auto fuori perchè convinta che l’incubo fosse finito. “No, Matteo, non farlo” odono alcuni testimoni del vicino supermercato, ma è troppo tardi. Rossi esplode più colpi, l’ultimo dei quali alla nuca della ragazza, come un’esecuzione, poi si uccide.

La vicenda non sarebbe finita tragicamente, forse, se ci fosse stato scambio di informazioni fra uffici pubblici, ricettori della denuncia (carabinieri) e competenti al rilascio della licenza (Questura), se si fosse evitato di inseguire la retorica del modello americano. Le statistiche evidenziano come molestie, violenze e omicidi non sono commessi in maggioranza da stranieri e disadattati ma da ex mariti, fidanzati, parenti, colleghi di lavoro e spasimanti che non accettano l’abbandono, il rifiuto o semplicemente l’emancipazione di colei che stimano come un oggetto proprio. La storia di Denise sembra dare ragione a chi chiede da tempo, la Sinistra e l’Ordine dei medici, la visita obbligatoria dallo psicologo per il rilascio del porto d’armi.

Il secondo caso investe l’interpretabilità del testo unico di pubblica sicurezza sul diniego del porto d’armi per reati dolosi gravi contro la persona. Il tenente colonnello dell’Esercito Domenico Milidone, istruttore di tiro a segno presso l’Accademia militare di Modena oggi in pensione, è stato condannato in via definitiva per aver molestato sessualmente due giovani cadette nel 2003. Milidone è uno stimato ufficiale, per anni nella Commissione provinciale esplosivi, presidente dell’Academy Shooters Club di Modena, nonché range officer allo Shooting club di Bologna. Il contesto dell’Esercito è oggettivamente difficile per via dell’omertà cameratesca e del timore delle vittime di veder svanire ogni chance di carriera per cui hanno fatto sacrifici, il più delle volte lasciando la prospettiva della disoccupazione nel sottoproletariato del sud. Le due allieve dell’Accademia di Modena però hanno trovato il coraggio di denunciare alla magistratura le morbose attenzioni che l’istruttore di tiro a segno, Domenico Milidone, riservava loro durante le esercitazioni, anche davanti alle colleghe. Si tratta del primo caso accertato da quando, nel nuovo millennio, le soldatesse frequentano i corsi da ufficiali presso l’ente universitario militare voluto dai Savoia. Un’altra donna, la pm Stefania Mininni, ha raccolto le testimonianze delle due cadette ottenendo la condanna del tenente colonnello a due anni di pena con la sospensione condizionale, poi ridotti a 18 mesi in Appello e confermati in Cassazione. Il ministero della Difesa, dopo un trasferimento sul Tarvisio e a Firenze, ha congedato senza lode né infamia l’ufficiale poco gentiluomo e nessuno gli ha levato i ferri del mestiere. Milidone ha continuato a calcare i migliori poligoni di tiro rapido sportivo: nel 2011 si è piazzato quarto alla gara di pistola di grosso calibro al torneo ‘Sandra Pizzigati’ di Bologna, quattro anni dopo risulta ancora in pole position nel campionato italiano in Emilia Romagna.

1 novembre 2015
Left Avvenimenti

“Consigliai la Quercia a Veltroni, che prese l’idea avviando la deriva neoliberista americana”

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La svolta della Bolognina è questione in sospeso da un quarto di secolo. Lo dimostra il fatto che la scomparsa di Pietro Ingrao induce i protagonisti di quel passaggio storico a riaffrontare il nodo irrisolto dell’orizzonte della Sinistra. Le ragioni della ferma contrarietà di Ingrao al cambio del nome del Pci fanno discutere oggi più di allora, al punto che il segretario Achille Occhetto, per la prima volta, ha ammesso che la svolta potrebbe aver agevolato la deriva neoliberista. Un singolare episodio ci consegna un tassello del mosaico in decostruzione nel 1989, quando il dibattito critico italiano, scosso dalla repressione di Tienanmen, coinvolgeva i dirigenti e l’intellighénzia diffusa in sezioni, piazze e circoli comunisti. Francesco Martelloni, studioso di storia contemporanea ed esponente della sinistra del Pci nella sezione Gramsci di Lecce, scrisse una lettera a Walter Veltroni alla vigilia del congresso che avrebbe condotto alla Bolognina. Lo storico salentino, di area berlingueriana, proponeva al capo dell’organizzazione del Pci una trasformazione senza strappi alle radici, cambiando il nome in Partito Comunista Libertario e inserendo un nuovo simbolo: l’albero della libertà. L’ipotesi di ripartire da sinistra restò nei cassetti di Botteghe Oscure ma fece presa l’idea dell’elemento floreale, che Occhetto attribuì poi ai “consulenti grafici di Veltroni”. Tuttavia è alquanto improbabile una coincidenza fra creativi. Nella missiva Martelloni suggeriva di mettere al centro “l’albero della libertà della rivoluzione francese, nonché della Repubblica partenopea e di quelle giacobine del ‘99”. Occhetto, presentando il nuovo simbolo, adoperò un’espressione simile: ”L’albero della libertà accompagnò la rivoluzione francese e fu piantato ovunque, in tutte le piazze dei paesi d’Europa”. Francesco Martelloni, redattore della rivista ‘Itinerari di ricerca storica’, faceva riferimento agli scritti degli anni ’60 di Galvano della Volpe, nei quali il filosofo marxista critico prospettava il superamento della III Internazionale per realizzare, in un sistema di libertà e garanzie, la socialdemocrazia dinamica contrapposta a quella statica di Bad Godesberg. Appare evidente l’analogia con l’attualità della rinascita di una Sinistra che sappia rovesciare la linea della Spd, ultimo stadio della trentennale subalternità all’euroliberismo. I passi salienti della lettera di Martelloni delineavano “la rottura con ogni cultura autoritaria e violenta” e “il recupero dell’ispirazione originaria dell’equivalenza tra comunismo e libertà”; la soppressione di falce e martello giacchè “oggi troppo angustamente rappresentativi di sole figure economico-sociali e professionali del proto-capitalismo” ma conservando “l’insopprimibile” bandiera rossa.

Malgrado Enrico Berlinguer avesse chiarito l’esaurimento della spinta propulsiva dell’Urss, Occhetto e il gruppo dirigente optarono per il cupio dissolvi del più grande e democratico partito comunista d’Occidente, sotterrandolo ai piedi della Quercia. Come se avessero dovuto pagare per prassi altrui – le dittature dell’Est e il craxismo – rifiutarono di inserire il termine socialista o laburista, come chiesto dai miglioristi di Giorgio Napolitano, e di accogliere le analisi di Pietro Ingrao contro la rinuncia esplicita alla lotta anticapitalista. Massimo D’Alema non ha mai fatto mistero delle perplessità sulla modalità del passaggio, senza però dispiegare un pensiero critico organico. Achille Occhetto ancora nel 2013 (da ‘I panni sporchi della Sinistra’) identificava gli scopi della svolta nei concetti di “questione morale”, “apertura alla società civile” e “contaminazione con le migliori forze liberal democratiche e cattoliche progressiste”. Ora, intervistato dall’agenzia Dire nel giorno dei funerali di Ingrao, il creatore del Pds compie una parziale autocritica: ”non ho capito in tempo i rischi degenerativi che ci potevano essere nella svolta”; sottolineando poi: “se Ingrao l’avesse appoggiata ci avrebbe probabilmente aiutato a farla meglio e più a sinistra”. Dopo la sconfitta contro Berlusconi nel 1994, si è consumata l’involuzione antropologica che lega significante e significato. Il Pds post occhettiano cancellò prima la denominazione di partito (Ds) e poi di sinistra (Pd) mentre i governi dell’Ulivo, aderendo ai dogmi della Terza via di Clinton, Blair e Schröder, praticavano la svalutazione del lavoro e del ruolo del pubblico. Veltroni fu il più esplicito nell’abiura (“si poteva stare nel Pci senza essere comunisti”) e in nome del modello Democrat preparò il terreno per la fusione con la Margherita nel partito liquido. Il Pd di Matteo Renzi, come ha ricordato Luciana Castellina sul Manifesto, ha chiuso il cerchio dell’americanizzazione: “partito personalizzato e ridotto a comitato elettorale”, “scarsa partecipazione e forte astensionismo”. Renzi è quindi la prosecuzione del veltronismo con altri mezzi, vale a dire il nuovismo anagrafico dissimulante l’origine democristiana e il gotha della finanza che l’ha sostenuto nella scalata a partito e Palazzo Chigi. Le affinità sono emerse in specie sui temi del lavoro, dall’appoggio a Sergio Marchionne sui contratti aziendali alla critica ai “santuari del no” come l’articolo 18. In modo più efficace di Renzi, l’ex compagno Walter ha appiattito la figura di Berlinguer alla questione morale, dimenticandosi della lotta del segretario del Pci contro l’ingiustizia sociale. Veltroni non ha mai risposto alla lettera di Martelloni. Lo studioso, dopo una parentesi in Rifondazione, ha lasciato la politica attiva: “Un quarto di secolo fa, credevo fosse ancora utile in Italia un partito comunista rinnovato, democratico, libertario e “liberale”. Invece già la svolta della Bolognina, senza definiti e solidi confini politico-culturali, segnava l’avvio della deriva neoliberista e “americaneggiante”. L’ultima segreteria seria fu quella del nobile Natta. Poi sono cominciate le chiacchiere, le capriole e le stranezze finalizzate a quella prima, grave, rottamazione”.

Left Avvenimenti, 12 ottobre 2015

 

Il saggio di Bagnai, l’intervista di Fassina, significati di ri-evoluzione

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Pratica il dubbio ogni volta che l’agire collettivo contrasta col tuo sforzo di essere libero”. Le parole di Pietro Ingrao, ad oggi, mi suscitano riflessioni sul valore dell’evoluzione personale. Nell’introdurre l’intervista di Stefano Fassina su Left Avvenimenti del 19 settembre 2015 vorrei premettere che non sono un economista, quindi ho cercato di snodare il percorso cognitivo secondo una logica etimologicamente essenzialista, laicamente scettica. Con colpevole ritardo, sto studiando gli scritti del professor Alberto Bagnai, l’econometrista che da anni sta cercando di spiegare agli italiani la nocività dell’Unione monetaria europea. “L’Italia può farcela”, secondo saggio di successo dopo Il Tramonto dell’euro, è un compendio di dati statistici, rigorose analisi, aneddoti che limitando al necessario il tecnicismo chiariscono i passaggi chiave. In sostanza avvalorano convinzioni maturate anche in coloro i quali per lavoro si occupano d’altro (dalle inchieste giudiziarie alla geopolitica) favorendo la comprensione delle dinamiche della struttura macroeconomica. Ad esempio Bagnai rende intellegibili i meccanismi con cui la gabbia dell’aggancio valutario fornisce al capitalismo finanziario una serie di strumenti per massimizzare i profitti e riprodursi al Potere, accrescendo le disuguaglianze. Nella fattispecie l’Euro favorisce le esportazioni tedesche impedendo la rivalutazione del marco a fronte di un surplus commerciale della Germania e, simmetricamente, penalizza i paesi con deficit di partite correnti che in un sistema di tasso di cambio variabile avrebbero beneficiato della svalutazione competitiva. La Bce, affidata a tecnocrati indipendenti, è perno di un’architettura istituzionale che assieme agli organi esecutivi (Consiglio d’Europa e Commissione) ha svuotato le facoltà decisionali dei popoli nell’interesse delle elitè finanziarie. Bagnai spiega in che modo la massa monetaria, causa o effetto dell’inflazione a seconda delle teorie economiche, venga comunque determinata dalle banche private che prestano a imprese e cittadini il denaro ricevuto dalla Centrale in ragione della domanda (e dalle garanzie) dei clienti. Ragion per cui non c’è Quantitative Easing che possa incidere se manca la fiducia e la spirale di recessione non si arresta. Il mandato della Bce a mantenere costante l’inflazione, che secondo l’autore è anche lo scopo della Uem, ha ragioni opposte alla presunta ossessione storica della Germania per il rincaro dei prezzi. Scorrendo il testo, colpisce il parallelo inquietante con l’avvento del nazismo, che attecchì su masse di lavoratori disoccupati e impoveriti non per l’eccesso di inflazione ma per via delle politiche di austerity con cui la Repubblica di Weimar rispose alla crisi di Wall Street del 1929. Cosa vi ricorda?

In breve. L’inflazione è legata alla domanda aggregata e dunque alla buona salute delle fasce medio-basse (piccole partite Iva, salariati, pensionati e fruitori del welfare state) mentre è temuta dal capitalismo finanziario (istituti di credito, shadow banking, imprese quotate) che desidera mantenere stabile il valore del denaro investito in mutui, obbligazioni, prestiti a lungo termine. Per smontare l’argomento secondo cui pensionati e lavoratori dipendenti avrebbero lo stesso problema delle grandi banche, a parte l’evidente sproporzione delle somme, Bagnai esemplifica una situazione sempre più comune, quella di genitori che adoperano i rimborsi previdenziali per sostenere i figli rimasti senza lavoro per la perdurante recessione legata alla carenza di domanda.

De “L’Italia può farcela” condivido le principali analisi geopolitiche, la cui rilevanza oggettiva è resa ancor più evidente dalla fatwa del sistema (oltrechè del provincialismo piccolo borghese) che non consegna mai, neppure per sbaglio, “una goccia di vita e di bellezza” (Camillo Langone, collega cattolico liberale, dunque ai miei antipodi). Il significante incide nell’evoluzione collettiva non in base al complesso di idee di chi lo esprime ma al significato che fa emergere in trasparenza e all’utilità sociale. In altre parole, si può essere in disaccordo su molte questioni ma se l’interlocutore ti arricchisce su un tema cruciale, non va ignorato. L’unica precondizione è il rispetto umano e ambientale. Primum vivere, deinde philosophari: si prenda per metonimia la vexata quaestio di vantaggi e limiti del linguaggio e della comunicazione nell’èra digitale, asettico involucro di un dato momento del progresso. La dialettica sterile su aspetti nozionistici e superflui distrae i lettori dallo studio di fenomeni e relative gerarchie (Romàn Jakobson) secondo priorità e principi proporzionali volti al confronto inclusivo.

La perdita di potere operativo e di democrazia degli Stati dell’Eurozona è ultratrentennale. In Italia nel 1981 si consuma il divorzio fra ministero del Tesoro e Bankitalia, sancito da uno scambio epistolare privato tra il ministro Beniamino Andreatta e il governatore Carlo Azeglio Ciampi. Da quel momento la banca centrale italiana non fu più tenuta a finanziare lo Stato sottoscrivendo titoli pubblici non allocati sul mercato, ciò ha consentito ai prestatori privati di esercitare una crescente pressione al rialzo di tasso di interesse di Bot e Cct incrementando il debito pubblico ben più dei famigerati livelli di corruzione e sprechi. Ma il punto è che andrebbe stimato come problema cruciale il debito privato verso l’estero e non quello pubblico. Il secondo, dopo la crisi finanziaria legata al crac Lehman Brothers, è stato elevato dalle sovrastrutture a incubo assoluto perchè i creditori, in particolare le banche di Germania e Scandinavia, dovevano rientrare delle esposizioni nei confronti di imprese e famiglie. La troika ha permesso il salvataggio di istituti di credito del nord Europa e di Mps ma si guarda bene dal valutare una ristrutturazione del debito pubblico della Grecia nei confronti di Bce, Fmi e delle banche, benchè sia stato dichiarato insostenibile da Premi Nobel e dirigenti del Fondo monetario. La mobilitazione per il referendum ellenico contro il memorandum e l’evidenza di una recessione europea che dura da 8 anni e sta investendo i tedeschi, ha almeno acceso i fari sull’inganno dei trattati. Da tempo Usa e Giappone, per citare due potenze, si portano dietro debiti pubblici notevoli per sviluppare policy espansive che in Eurozona sono off limits, salvo per la Germania che nel 1993 violò il rapporto del 3% previsto da Maastrich continuando a garantire sussidi ai lavoratori colpiti dalla politica dei mini-job del governo Spd di Schoreder.

Il debito privato, di cui nessuno si occupa, in Italia è cresciuto in particolare dal 1996 al 2007 a causa del deficit nella bilancia dei pagamenti e alla svalutazione del lavoro dovuta alla moneta unica e corroborata dalle leggi Treu e Biagi. Il concetto si comprende bene osservando Stato e cittadini alla stregua di vasi comunicanti: il deficit statuale equivale a risorse versate a persone fisiche sotto forma di stipendi, welfare, sussidi, consulenze professionali e a quelle giuridiche in appalti, investimenti, incentivi e detassazioni. L’iniezione di domanda, e non di offerta bancaria, rappresenta una virtuosa politica anticiclica rispetto alla pratiche organiche deflattive. Naturalmente sarebbe deleterio se la spesa pubblica fosse destinata soprattutto al capitalismo finanziario, come avvenuto anche di recente col salvataggio di svariate banche secondo il principio del “too big to fail”. Al contrario, coniugando le teorie postkeynesiane ad una tassazione progressiva (periodica patrimoniale secondo la proposta di Thomas Piketty) si porrebbero le basi per un’azione di vera redistribuzione sociale. Ogni proposta però va a cozzare nella gabbia dei non-Stati della zona Euro che impedisce policy di crescita e/o progresso, provocando il calo di import e export, quindi accresce l’indebitamento dei ceti medio-bassi attraverso la disoccupazione e il precariato, reso permanente in Italia dalla contestuale approvazione del Jobs Act. E cosa provoca il disagio sociale, con la complicità di un circuito politico-comunicativo che fomenta le guerre tra poveri e penalizza ogni eventuale rinascita di autentica Sinistra, se non la crescita di movimenti populisti e xenofobi?

L’escatologia del potere economico che governa il mondo attraverso le proprie sovrastrutture istituzionali, tecnologiche, culturali e mediatiche (il concetto di governamentalità neoliberale da “La ragione del mondo” di Pierre Dardot e Christian Laval) è sempre la medesima: sfuggire alla sovrapproduzione trovando nuovi sbocchi per occupare risorse, mercati e sfruttare lavoratori con meno diritti. Ma c’è una nuova chiave del successo che connota il capitalismo finanziario rispetto a quello industriale: la trasformazione dei cittadini (salariati/consumatori) in debitori. Alberto Bagnai, Vladimiro Giacchè, Emiliano Brancaccio, lo storico dell’economia Alessio Ferraro (autore de “L’Europa tradita dall’euroliberismo”) sono stati emarginati dal dibattito generalista per aver sfidato il monismo euroliberista, edificato più di un trentennio orsono. Da quando si sono accavallati eventi storici centrali come la crisi dell’Unione Sovietica, l’avvento di Thatcher e Reagan e l’integrazione monetaria nello Sme, i centri di diffusione del sapere hanno negato spazi a economisti eterodossi come Federico Caffè e Augusto Graziani. Gli ultimi baluardi politici furono il Psf fino alla retromarcia di Mitterrand e il Pci, contrario per bocca di Napolitano alle condizioni di ingresso nello sistema monetario europeo https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/943548042358270

Ora neppure il fallimento dell’austerity, stanti gli attuali rapporti di forza, porterà al mutamento dei trattati che auspica la “sinistra europea” di Fassina, Varoufakis e Lafontaine. Secondo Massimo D’Alema, che ha denunciato la mancanza di proposta del Pse, si dovrebbe andare nella direzione di un’integrazione politica in vista di “un’armonizzazione delle politiche fiscali e sociali, una mutualizzazione del debito”. Tuttavia il progetto, se mai dovesse superare la ferma opposizione di Germania e paesi scandinavi, potrebbe essere il grimaldello dei conservatori per deprivare ulteriormente gli Stati dell’area Euro e implementare le “riforme”, intese nel mistificante significato attuale di tagli pubblici e del lavoro, opposte dunque al modello sociale europeo delle trente glorieuses. Considerati tecniche e scopi della governamentalità neoliberale, se si vuole radicare un’alternativa forse occorre ripartire dall’analisi della società e dei conflitti sociali, tenendo in considerazione il contributo di economisti capaci di riprendere il filo dello sviluppo di una teoria socialista di governo. Rossana Rossanda (Quando si pensava in grande, 2013) ricorda un concetto caduto nell’oblio e su cui convergevano le diagnosi di Marx e Keynes: “La totale divergenza di interessi fra capitale e lavoro”. Per citare l’esempio più lampante, gli Stati Uniti, che mai si sono dotati di dottrine rigoriste, hanno visto crescere dagli anni ’70 la disuguaglianza sociale senza soluzione di continuità (L”Italia può farcela”, tabella di statistica 27, pag.201). Un altro mito da sfatare pertiene al carattere salvifico dell’afflusso dei capitali internazionali, che la nostra stampa invoca dolgendosi di burocrazia, lentezza dei processi, corruzione e mafia. Eppure i fondi di investimento e le multinazionali, che nel mondo vanno trovando dumping salariale e fiscale, puntano ai rami d’azienda pubblici e privati poiché recepiscono know-how e brand di qualità. A prescindere dal fatto che i posti di lavoro ereditati dalle international companies non di rado si riducono o sono esposti a ricatti come nel caso di Electrolux, il Prodotto nazionale lordo italiano cala per il trasferimento dei profitti all’estero. Bagnai sostiene che tali investimenti hanno una logica in un paese povero alla ricerca di finanziamenti e competenze, come fu la Cina negli anni ’80, il cui Pil valeva come il nord Italia. Fra l’altro la Repubblica popolare sin dai tempi di Mao seppe valorizzare settori diversi per aree e innovazione, a differenza della pianificazione dell’Unione sovietica che somiglia ai rigidi vincoli comuni dell’Eurozona.

Un punto di rottura nei confronti della sinistra ancillare al pensiero neoliberale è rappresentato da Jeremy Corbyn (http://www.left.it/2015/09/11/jeremy-corbyn-labour/). E’ interessante osservare come gli attacchi contro il nuovo segretario del Labour si stiano diradando negli altri paesi. Il Potere sa brandire l’arma del silenzio per evitare contraccolpi in una fase in cui l’energia propositiva di Corbyn potrebbe favorire la rinascita internazionale della Sinistra. Intanto spuntano gli esegeti, cowboy democratici che vantano collaborazioni con Aspen Italia e interpretano in chiave moderata il suo punto di vista.

Le tecniche di persuasione sono molteplici. I paladini della moralità pubblica, sedicenti progressisti, sono adusi a mescolare allarmi per i diritti acquisiti e messaggi in cui invitano a riformarli. Si pensi alle campagne del Fatto Quotidiano in difesa dei sindacati che però sono da cambiare (Landini dixit), o al botta e risposta tutto in famiglia (renziana) fra il finanziere Davide Serra che vorrebbe abolire diritto di sciopero e Oscar Farinetti che ne fa un problema di tempistica. Il circuito politico-mediatico-finanziario apre di continuo varchi alle “riforme” su pensioni, scuola, sanità. Pensate che Eugenio Scalfari, come poi Walter Veltroni, si sia speso casualmente per appiattire la figura di Enrico Berlinguer alla sola questione morale, dimenticando che il segretario del Pci era un comunista in lotta contro l’ingiustizia sociale? Nel tempo il fondatore di Repubblica si è confermato un fedele sostenitore dei tecnocrati (da Ciampi a Padoa Schioppa per finire a Monti e Draghi) che in questi anni hanno contribuito a ridurre gli spazi di politica e democrazia.

Sponda Corriere della Sera. Gian Antonio Stella, altro simbolo dell’anticastismo militante, scrive nell’incipit dell’articolo del 24 settembre dedicato all’eccesso di procedimenti contro ospedali e operatori, che i “medici più battaglieri contro l’andazzo della cause giudiziarie agli ospedali” sono favorevoli alla decisione della ministra Lorenzin di “porre limiti all’abuso dilagante di prestazioni, radiografie, analisi e farmaci”. Il soggetto è autorevole, noto per scrupolosità e moderazione, dunque sdogana meglio di chiunque altro l’accettazione dei tagli alla sanità. Lo stesso vale per le strutture e le aziende pubbliche sfiorate da inchieste della magistratura, che i cultori dell’austerity puritana vorrebbero privatizzare in nome del Dio mercato, riequilibratore e purificatore. Peccato che gli interessi del funzionario corrotto e del corruttore siano privati e che gli introiti delle cessioni siano risibili, sottolinea Stefano Fassina, a fronte di una “perdita di capacità industriali e di dividendi preziosi per il bilancio dello Stato”.

 

Trasferiamoci ora alle discipline giuridiche e investigative, per le quali vige analoga unità di misura della materia economica: correttezza delle fonti e dei dati di verità sperimentale. Nel sistema non sono rare le condotte al confine tra la sciatteria deduttiva, l’omissione e il depistaggio. Inoltre sarebbe bene distinguere i professionisti dell’antimafia e dell’antiterrorismo  (da Saviano in giù: https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/929078330471908 ) da quei colleghi che associano al metodo del riscontro il coraggio della ricerca abduttiva, scoprendo tasselli sulle pagine oscure italiane pur non lavorando per i principali giornali italiani: da Simona Zecchi a Paolo Cucchiarelli e Stefania Limiti, da Andrea Carancini a Luca Rinaldi, Enrico Ruffino e Ines Macchiarola.

Ai pionieri che contribuiscono a rovesciare la prospettiva multi o unidisciplinare (economica, politica, culturale, investigativa, quest’ultima naturalmente più rischiosa), sono riservate intimidazioni anonime e accuse di “complottismo” prive di fondamento, mentre il mainstream interviene rapidamente con atti e analisi per anticipare o almeno affiancare chi sta proponendo all’opinione pubblica una formulazione sgradita. I rapidi riposizionamenti rispetto a inchieste importanti, o contro l’euroliberismo, vanno dunque soppesati, annotando quando e dove. Aderendo a interessi privati forti, i mezzi di comunicazione di massa non lasciano al caso la rottura di un tabù importante, senza calcolare pro e contro.

L’interrogativo centrale dovrebbe riguardare il come, quando e perchè si trascende. E’ una buona cartina di tornasole, non per stabilire chi taglia prima il traguardo dello scoop né per additare erronee valutazioni (chi non ne fa?), ma per comprendere la presenza o l’assenza della qualità fondamentale in ogni campo dell’esistenza: l’onestà intellettuale. Ciascuno segue un percorso di predisposizioni genotipiche, interiorizzazione ambientale, possibilità economiche, studi ed esperienze. Allora come si concepisce l’elemento più importante, risalendo alle direttrici che dal background conducono l’individuo ad una data espansione culturale? Mettendo in relazione scritti e azioni, mutamenti e crescita, e verificando se essa sia votata alla ricerca e alla diffusione delle priorità conoscitive o si sperda su elementi distraenti. Quale credibilità può avere, ad esempio, chi si indigna periodicamente paventando la fine della democrazia per un voto contingentato in Parlamento e non ha mai speso un titolo contro il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio in Costituzione? Ieri ho dialogato con un agricoltore sulla peculiarità della vite nei periodi di secca, sul fatto che lo sviluppo del vino eccellente è garantito da un’adeguata azione collettiva di difesa dei chicchi. Lo ritengo più interessante di tanti esperti eno-politologi: (https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/09/29/scanzi-il-filo-renziano-che-processa-moretti/).

Per decostruire l’egemonia subculturale e risalire alla sorgente è sufficiente un collage di vecchi articoli e dichiarazioni. Se in prima e nelle pagine economiche si detta una linea a favore del governo Monti e della cancelliera Merkel non ci può lavare la coscienza ospitando qualche articolo interno contro l’austerity e giustificandosi ex post con l’ignoranza in materia. Un bel tacer, non fu mai scritto. Se si attaccano idee e partiti progressisti palesando sostegno a Matteo Renzi come se fosse sceso dalla Luna, è possibile poi contestarlo dal minuto dopo che è asceso al governo? Le inchieste sul Pd sono sacrosante, quando fatte per tempo: ne “I panni sporchi della Sinistra” (Chiarelettere, 2013) inserii un capitolo dedicato ai legami opachi fra l’allora sindaco fiorentino al gotha della finanza che ne appoggiava l’imminente scalata a Pd e governo.

Dopo il quando, il perchè. Quali ragioni spingono un soggetto al rovesciamento di prospettiva? Che non si debba mai smettere di studiare è un dato acquisito, ma diventa più difficile dispiegare il processo cognitivo in presenza di una rimessa in discussione dei propri convincimenti. Chi cambia parametri e idee lo fa per convenienza o segue coerentemente la propria evoluzione? Inutile dire che i primi casi sono la stragrande maggioranza: la Storia è scritta dai vincitori e dagli opportunisti, ma le donne (soprattutto) e gli uomini che hanno contribuito al progresso umano e ambientale si sono superati senza tema di fallire, nel microcosmo quotidiano e nelle leggi scientifiche. Oggi come ieri la governamentalità neoliberale teme la rinascita della Sinistra autentica, quel luogo di idee e prassi che può germogliare quando si è in grado di riconoscere “l’ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo (lettera di Ernesto Che Guevara alle figlie). Nihil novum sub sole, così come la dinamica dell’infiltrazione che il Potere attua ogni qualvolta si affaccia il rischio di una lotta vera contro l’ingiustizia sociale. Occorre chiedersi però la ragione per cui statisti come Boldrini e D’Alema, sindaci come Marino e alcune forze come Sel finiscano nel mirino di campagne e di attenzioni di stampo poliziesco. Lo stesso vale per economisti, intellettuali, giornalisti. Il Potere censura e, ove non può incidere direttamente e stima che la misura sia colma, attua condizionamenti di vario genere. Metafora militare: se si intende resistere all’”invasione della Polonia” (Woody Allen), rectius alle truppe di Bismark a Parigi nel 1870, occorre audacia, chiarezza e unità comunarda, interna ed esterna. Solo in tal caso il Potere sarà fermato alla Baia dei Porci. Prima di lasciarvi all’articolo di Left, rimetto in fila i sassolini lasciati sul mio scalcagnato blog a euro 0: prima e dopo “la morte di Dio”, per adoperare l’allegoria della psicanalista russa Lou Salomè nella quale “i credenti” suscitavano pena e simpatia, e i falsi ripugnanza. Ciascuno può applicarla alla propria esperienza, che ha un ante, nel mio caso Gazzetta di Modena e di Reggio, Modenaradiocity, le battaglie su L’Informazione di Modena e il caso Mascaro per il quale inizio a subire minacce, le inchieste su corruzione e mafia per Il Fatto Quotidiano; e un un post: il self publishing di Calcio, carogne e gattopardi, la partecipazione al Festival delle Storie di Vittorio Macioce, l’appassionante collaborazione con Left che va dallo Speciale ‘Ndrangheta in Emilia all’eterno patriarcato, dalla funzione storica di Rosy Bindi e quella di mister Goldman Claudio Costamagna, dal ritratto della direttrice del Fmi Christine Lagarde all’ intervista a Jamie Galbraith, dal ruolo cruciale di Spd e Martin Schulz al ritorno al futuro del Labour. Infine il network “sabaudo-ulivista” che ruota attorno a Farinetti: https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/950316641681410/?type=3&permPage=1

E ora l’intervista a Stefano Fassina

E’ la rottura di un tabù nella famiglia politica progressista. Forze alla sinistra del Pse ma con esperienza di governo progettano alla luce del sole un’alternativa all’euro. E mentre nel Regno Unito Jeremy Corbyn vinceva le primarie del Labour mettendo in soffitta la Terza Via, uno accanto all’altro di questo discutevano Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, il leader del Front de Gauche Jean Luc Mélenchon, il fondatore della Die Linke Oscar Lafontaine.

Fassina, partiamo da Corbyn. A suo avviso può contribuire alla rinascita della sinistra dopo un trentennio di subalternità alla dottrina neoliberale?

Non guardiamo a Corbyn come un potenziale Papa straniero ma la sua vittoria indica un risveglio culturale e politico. Con una coincidenza straordinaria è emerso mentre a Parigi parti significative della sinistra europea per la prima volta prospettano un’alternativa all’euro. Con Corbyn, che ha la fortuna di non stare nell’Eurozona, dobbiamo ricostruire insieme le condizioni di un protagonismo politico del Lavoro.

Chi si pone in modo autentico in lotta contro le disugliaglianze subisce attacchi pesanti da parte del capitalismo finanziario e delle sue sovrastrutture…

La guerra che è stata fatta alla Grecia ne è la conferma. L’obbiettivo è quello di dimostrare che non esiste alternativa, l’offensiva è stata a livello mediatico, accademico, politico e sociale.

Cosa rappresenta la vostra sinistra europea?

Il nostro progetto non è l’embrione di un altro soggetto politico ma l’avvio di una discussione che comprende la Linke, il Fronte de Gauche, Podemos, la sinistra greca. Ora, con Mélenchon, già al fianco di Mitterrand e ministro, gli ex ministri Varoufakis e Lafontaine, mettiamo sul tavolo un nodo decisivo per una sinistra di governo nel segno dell’alternativa al liberismo.

Lafontaine uscì dal governo Schoreder in dissenso con la Spd che si stava piegando all’austerity insita nell’Eurozona. Perchè lei non ha rotto col Pd ai tempi del Fiscal Compact?

Dissi che era un errore sul piano economico. Ma era prima delle elezioni (francesi, tedesche, italiane e infine europee) e con la vittoria nostra e delle forze socialiste. puntavamo a recuperare in un vero bilancio europeo i margini di manovra persi a livello nazionale. Poi abbiamo visto com’è andata a finire: l’inesistenza delle condizioni politiche per correggere in modo radicale i trattati. Non a caso la proposta di lavorare a un Piano B arriva ora anche per Lafontaine, Varoufakis e Melanchon dopo le sconfitte e, da ultimo il vertice europeo del 13 luglio: il golpe finanziario della troika in Grecia.

Nel piano A vi prefiggete una modifica radicale dei patti di stabilità che hanno impoverito i popoli dell’area euro. In che modo, coi rapporti di forza attuali, potrete incidere sui governi?

Alla luce dei clamorosi fallimenti dell’agenda liberista e dei trattati. Dopo 8 anni di svalutazione del lavoro e pesante austerity, l’Eurozona è l’unica area al mondo che ancora non ha recuperato il livello del Pil del 2007 mentre i debiti pubblici sono aumentati dal 65 al 95%. Di fronte all’oggettivo fallimento del mercantilismo liberista imposto dalla Germania è dovuta intervenire in modo emergenziale la Bce. C’è una sofferenza economica e sociale che si traduce in adesione sempre più ampia a movimenti nazionalisti e xenofobi. In questo contesto è ridicolo continuare con la retorica degli Stati Uniti d’Europa. Mettere in campo un piano B vuol dire provare a incidere su quei rapporti di forza.

In cosa consiste tecnicamente il piano B per l’Eurexit?

Varoufakis in Grecia ideò un sistema di pagamento attraverso i debiti-crediti fiscali dei cittadini ma il piano B può essere articolato in modalità diverse a seconda delle situazioni: moneta parallela, accordo monetario analogo allo Sme, moneta comune che si affianca alle monete nazionali, uscita dall’euro, ma in primo luogo ricostruzione di un controllo democratico sulla Banca centrale. Gli aspetti tecnici sono rilevanti e saranno discussi ma il dato politico è che per la prima volta forze di sinistra che non vengono dal minoritarismo hanno messo sul tavolo un’alternativa all’euro, in totale discontinuità rispetto agli ultimi trent’anni della sinistra subalterna al neoliberismo.

La battaglia per la modifica dei trattati si fa anche attraverso il piano B: consente ad un governo nelle condizioni di ricatto cui è stato sottoposto l’esecutivo di Tsipras, di avere un’altra strada difficile, accidentata, ma percorribile.

D’Alema ha denunciato l’involuzione della socialdemocrazia europea. E’ possibile un rovesciamento di prospettiva nel Pse?

Soltanto se c’è competizione con una sinistra alternativa al liberismo. Ad esempio la presenza di Podemos in Spagna ha portato il Psoe su posizioni meno subalterne ai conservatori. Bisogna affermare un’altra linea mettendo in campo un’opzione che raccoglie consenso. Ma è improbabile un cambiamento visti i segni profondi di subalternità nella famiglia socialista, da Hollande alla Spd al Pd.

Il suo giudizio negativo su Jobs Act, Buona Scuola, privatizzazioni, tagli pubblici è noto. Cosa salva del governo Renzi?

La nuova legge sugli ecoreati. Altro, di rilevante, non mi viene in mente

I progressisti italiani sono frammentati per sigle e contenuti. Si costituirà mai un grande partito della sinistra?

Vedo uno spazio potenziale molto ampio. Quando in Emilia Romagna vota il 37% degli elettori, in Toscana il 48% e cresce il M5Stelle, significa che una parte rilevante del popolo Pd ha abbandonato il Pd ma non trova risposte. Serve dunque una proposta di governo, credibile, una prospettiva alternativa come il piano B.

Se foste al governo, quali priorità nelle policy?

Un rilancio di investimenti pubblici innovativi su una strategia politica industriale per rivalutare il lavoro, per uno sviluppo sostenibile. Eviteremmo di firmare trattati che aggraveranno le condizioni di lavoratori e consumatori come il Tttp, lavoreremmo per inserire regole ai movimenti di capitali.


 

 

Corbyn, the Socialist who envisages the future

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Does Jeremy Corbyn embody a nostalgic swan song or the rebirth of the left? The dilemma fills progressives with enthusiasm and anguish, burned by the hard experience of Syriza in Greece. Whether he marks a return to the past or to the future, the candidate of the radical left in the primary elections of Labour is already a change of perspective. Just look at the litmus test of the media to understand how Corbyn is the most feared political by conservative chancelleries, financial capitalism and social democrats subordinated to the neoliberal dogma of austerity. The syllogisms that he is related to are coarse but pervasive: Corbyn is an idealistic utopian because has no government experience, he is anachronistic in his request to overcome monarchy, his pacifism is not aligned to NATO, and according to the Prime Minister Cameron he would jeopardize safety the United Kingdom. Solidarity with Palestine cost him the label of anti-Semite, he is considered too soft on the IRA and Putin’s Russia and especially Eurosceptic, but Corbyn the Socialist is against all forms of nationalism. On the other hand, he subordinates the presence in the EU to a reform of the Treaties, an adjustment of trade imbalances and the protection of social rights and the environment.

Tony Blair uses all the means to accuse the political suicide of Labour: “If he is in the hearts of voters, they should do a heart transplant.” To this not-so-British kind of sarcasm, which fits the style of his pupil Matteo Renzi, obsessed with owls and envious opponents, the Labour candidate opposes the disasters of Blairism: the crimes of the Iraq war, tax favors to lobbies of the City, privatizations that extended to water and ambulances, the detachment from the union, the elimination of social housing despite the high cost of living.

Like a fresh breath in a stagnant political world or a bolt from the blue depending on your point of view, Corbyn breaks the mold, even in terms of aesthetics with respect to the cool leadership of good tailoring, TV-like make up and jolly complacency that seems to express the concept of victory/power at any cost, including the loss of any value. His marxist trade unionist white beard is the result of the rise of Blair (“It’s my form of dissent,” he claimed), his disillusioned attitude and a serene 1968-like background, his look neglected as a periphery militant is coupled with his choice of consumer awareness (and “thrifty” by definition). As a cyclist, a “cycling grandfather” who has no car. Corbyn, born 66 years ago in Chippenham, Wiltshire village, was educated by middle class parents who had fallen in love during the Spanish Civil War: David, an electrical engineer, and Naomi, a math teacher, fought as volunteers for the Republic against General Francisco Franco. Jeremys commitment to trade unions began at 18 the National Union, having completed his studies at the North London Polytechnic, whereas his political career begins seven years later. This is when he brought the instances of the London Haringey underclass to the local Council. In the meantime, the experience of working in a pig farm marked him so much that he would become a vegetarian.

Corbyn has led his battles inside and outside of the Parliament, where he has been sitting since 1983, securing his votes in the stronghold of Islington, the poorest district of London. The following year, he was arrested during a demonstration outside the embassy of South Africa against apartheid, but he continued to fight for rights and peace as in the Vietnam era. He helped migrants and refugees, and he began talks with separatists in Northern Ireland and the Argentineans during the Falklands War. In the drawer, he keeps the photo of Che Guevara, as if he wanted to recall the need to defend the oppressed and denounce old and new forms of fascism. In 1998, as a member of the Commission on Civil Rights, blamed Margaret Thatcher for the tea she had with Augusto Pinochet, “one of the greatest killers of this century. Threats arrived promptly but they did not scare him. International issues will continue to deal with producing various writings including Problems of OTAN, the book published last year by Spokesman with contributions ranging from Tsipras to the Soviet dissidents Roy and Zhores Medvedev. Corbyn has three children and has been married three times: with the companion of party Jane Chapman, with the exiled Chilean Claudia Bracchita and with the Mexican Laura Alvarez, who imports Fairtrade products.

In his staff there are long-time companions, as he can count on the support of the largest unions, Unite and Unison, and the grand old man of Labour, the former deputy Lord Prescott. For the first His brother Piers Corbyn, a Marxist meteorologist who believes that global warming is a hoax, went out publicly for the first time to support him. Jeremy has his feet firmly on the ground, he is considered a Bennitein the field – in the sense of a follower of the Republican Tony Benn, the late minister in the Wilson and Callaghan governments who advocated basic activism but always loyal to the party. “The Company”, as the Italian Bersani would call Pd, even though in the end, his dissent was much smoother. In fact, while remaining in the majority, Corbyn voted over 500 times against the Blair government in the Commons. Bersani, who replaced Veltroni “the American, is more similar to Ed Miliband, a leader with a Social Democratic imprinting, who by the way respects the Blairite Third Way. Above all, the elections held after the respective failures in the two countries had opposite outcomes: the Democratic Party has swerved to the right with Renzi, whereas the left is reviving in the UK.

Surveys that forecast an advantage for Corbyn say he is appreciated by under 30 voters as well, thus not only by the working class. How did old-style socialism became so appealing? Perhaps because he aims at lowering tuition fees (British ones are among the most expensive in the world) and guarantee a minimum wage, thereby redistributing wealth through new taxes on corporations. The bearded candidate would like a welfare state that is not only efficient but also inclusive. He cares for public school so much that his second wifes plan to enroll their child at Queen Elizabeths grammar school would be among the reasons for their divorce, according to the Guardian: Corbyn has proposed to extend the model pioneered by Labour in Islington, where there has been an increase in the teaching staff and the technological equipment in schools: “I will continue to support the needs of the students, so that they can go to college or university, thus being able to exploit all their opportunities in the best possible way. “

The Quantitative Easing for the People proposal, advanced by his advisor Richard Murphy, is studied by Post-Keynesian experts. The proposal encompasses a direct support to public businesses and infrastructure by the Bank of England, instead of providing liquidity to private banks. No to finance, yes to the public economy, in case the clause IV, which committed Labour to the nationalization of industry, will be re-introduced after it was abolished by Blair in 1994. The plans of Corbyn entail railways and postal services, the revival of mining sector demolished by Thatcher, investment in social housing and innovative sectors, which place the Greenwich meridian back on the concept of forward-looking social and progress. So the laboratory in an advanced western country, free from the budget straitjacket of Eurozone, could include the progressive taxation à la Piketty and the deficits for growth advocated by Modern Money Theory.

It is not a coincidence that Corbyn said he was close to Bernie Sanders, the socialist who dares to challenge Hillary Clinton in the Democratic Partys primary election with the support of Mmt, and the youth movement that animates Podemos in Spain. Besides, what is culturally more revolutionary than a fight against injustice that restarts from the bottom, house by house and street by street? The internal rivals within the Labour Party discuss about chasing the center in order to conquer moderate voters. Instead, Corbyn loves to speak clearly, in an essential and incisive way, believing that the return to the origins can fill the vacuum of values ​​and electoral populism which is being filled by UKIPs Nigel Farage (and by Le Pen in France and Salvini and Grillo in Italy). Will the “cycling grandfather” give impetus and courage to a new social and political bloc of the European left, also in the Social Democrat area, starting from the needs of the weakest?§

Stefano Santachiara (translation by Giacomo Bracci)
LEFT AVVENIMENTI (http://www.left.it/2015/09/02/jeremy-corbyn/)

Left: Corbyn, il socialista che guarda al futuro

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Barba bianca, bicicletta e nazionalizzazioni

 

Jeremy Corbyn incarna un nostalgico canto del cigno o la rinascita della sinistra? Il dilemma entusiasma e angoscia i progressisti, scottati dalla difficile esperienza di Syriza in Grecia. Che si tratti di ritorno al passato o al futuro, il candidato della sinistra radicale alle primarie Labour rappresenta già il rovesciamento di prospettiva. Basta osservare la cartina di tornasole del mirino mediatico per comprendere come Corbyn sia il politico più temuto da cancellerie conservatrici, capitalismo finanziario, socialdemocrazie subalterne ai dogmi dell’austerity neoliberale. I sillogismi di cui è oggetto sono grossolani ma pervasivi: Corbyn è un idealista utopico perché privo di esperienza di governo, anacronista nella richiesta di superamento della monarchia, il suo pacifismo non allineato alla Nato, a detta del premier Cameron, metterebbe a rischio la sicurezza del Regno Unito; la solidarietà con la Palestina gli costa l’etichetta di antisemita, è considerato troppo morbido con l’Ira e la Russia di Putin e soprattutto euroscettico, ma il socialista Corbyn è contro ogni nazionalismo, semmai subordina la presenza nell’Unione alla riforma dei trattati, dal riequilibrio delle bilance commerciali alla tutela di diritti sociali e ambiente. Tony Blair usa ogni mezzo per accusarlo del suicidio politico del Labour: «Se è nel cuore degli elettori, essi dovrebbero fare un trapianto cardiaco». Al sarcasmo poco british, che è la cifra dell’emulo Matteo Renzi, allucinato da gufi e rosiconi, il candidato laburista oppone i disastri del blairismo: i crimini della guerra in Iraq, i favori fiscali alle lobby della City, le privatizzazioni che non hanno risparmiato l’acqua e le ambulanze, il distacco dal sindacato, l’eliminazione dell’edilizia popolare malgrado il caro vita.

Come una ventata in un mondo politico stagnante o un fulmine a ciel sereno a seconda dei punti di vista, Corbyn rompe gli schemi, persino a livello estetico rispetto alle cool leadership di buona sartoria, trucco televisivo e sicumera gaudente che sembra esprimere il concetto di vittoria/potere ad ogni costo, perdita dei valori compresa. La barba bianca da sindacalista marxista è frutto dell’ascesa di Blair («È la mia forma di dissenso», rivendicò), l’aria disillusa e serena un retroterra sessantottino, il look trascurato da militante di periferia fa il paio con la sua scelta di consumatore consapevole (e «parsimonioso» per sua stessa definizione) e di ciclista, un “nonno in bicicletta” che non possiede automobile. Corbyn, nato 66 anni fa a Chippenham, paesino del Wiltshire, è stato educato da genitori borghesi che si erano innamorati durante la guerra civile in Spagna: David, ingegnere elettronico, e Naomi, insegnante di Matematica, combattevano volontari per la Repubblica contro il generale Francisco Franco. L’impegno sindacale di Jeremy inizia a 18 anni alla National Union, terminati gli studi al North London Polytechnic, l’avventura politica sette anni dopo, quando porta nel locale Council le istanze del sottoproletariato londinese di Haringey. Nel mezzo anche l’esperienza lavorativa in una fattoria di maiali che lo segna al punto da diventare vegetariano. Corbyn conduce le battaglie dentro e fuori il Parlamento, dove siede dal 1983, consolidando i voti nella roccaforte di Islington, il quartiere più povero di Londra. L’anno seguente viene arrestato durante una manifestazione contro l’apartheid davanti all’ambasciata sudafricana, ma continua a lottare per i diritti e la pace come all’epoca del Vietnam. Aiuta migranti e rifugiati, dialoga con gli indipendentisti nordirlandesi e gli argentini in occasione della guerra delle Falkland. Nel cassetto conserva la foto di Che Guevara, quasi a ricordare la necessità di sostenere i popoli oppressi e denunciare fascismi vecchi e nuovi. Nel 1998, da membro della Commissione sui diritti civili, biasima Margareth Thatcher per il tè concesso ad Augusto Pinochet, «uno dei grandi assassini di questo secolo». Le minacce arrivano puntuali ma non lo spaventano. Di questioni internazionali continuerà ad occuparsi producendo vari scritti tra cui “Problems of Nato”, libro edito l’anno scorso da Spokesman con contributi che vanno da Tsipras ai dissidenti sovietici Roy e Zhores Medvedev. Corbyn ha tre figli e si è sposato tre volte: con la compagna di partito Jane Chapman, con l’esule cilena Claudia Bracchita e con la messicana Laura Alvarez, che importa prodotti equo-solidali. Nel suo staff ci sono compagni di lungo corso, può contare sul sostegno dei sindacati più importanti, Unite e Unison, del grande vecchio del Labour, l’ex vicepremier Lord Prescott. Per la prima volta si è speso pubblicamente anche il fratello Piers Corbyn, marxista e meterologo, convinto che il riscaldamento globale sia una bufala. Jeremy ha i piedi ben piantati a terra, nell’ambiente è considerato un “Bennite”, nel senso di seguace del repubblicano Tony Benn, compianto ministro nei governi Wilson e Callaghan, assertore dell’attivismo di base ma sempre leale al partito. «La Ditta», la chiamerebbe il nostro Bersani che però, alla fine, esprime molto meno il dissenso: pur rimanendo in maggioranza, Corbyn ha votato ben 500 volte ai Commons contro il governo Blair. Bersani, subentrato a Veltroni “l’americano”, presenta più analogie con Ed Miliband, leader uscente di impronta socialdemocratica ma sempre fedele alla Terza Via blairiana. Soprattutto, la svolta dopo gli insuccessi elettorali è opposta: Dai sondaggi che danno Corbyn in vantaggio spicca il gradimento degli under 30, non sil Pd ha sterzato a destra con Renzi, nel Regno Unito sta rinascendo la Sinistra.


Dai sondaggi che danno Corbyn in vantaggio spicca il gradimento degli under 30, non soltanto della working class. Com’è possibile che il socialismo 
agè faccia presa? Forse perché intende abbassare le rette universitarie fra le più care al mondo e garantire un salario minimo, redistribuendo le ricchezze mediante nuove imposte alle multinazionali. Il candidato barbuto vorrebbe un welfare state non solo efficiente ma inclusivo. Alla scuola pubblica tiene talmente che, secondo il Guardian, tra i motivi del divorzio con la seconda moglie ci sarebbe stata l’intenzione di iscrivere il figlio alla Queen Elizabeth’s grammar school: non sia mai. Corbyn ha proposto di estendere il modello sperimentato dal Labour a Islington, dove si è registrato un aumento del corpo docente e delle dotazioni tecnologiche nelle scuole: ”Continuerò a sostenere i bisogni degli studenti, affinchè possano andare al college o all’università, sfruttando al meglio tutte le opportunità”. È materia per esperti post keynesiani la proposta di “people’s Quantitative easing”, avanzata dal consigliere Richard Murphy, secondo cui la Bank of England dovrebbe sostenere direttamente imprese e opere pubbliche anzichè fornire liquidità alle banche private. Stop alla finanza, sì all’economia di Stato, se dovesse andare in porto la reintroduzione della clausola IV che impegnava il Labour alla nazionalizzazione dell’industria, abolita da Blair nel 1994. Nei piani di Corbyn ci sono ferrovie e poste, il rilancio del settore estrattivo demolito dalla Thatcher, gli investimenti in edilizia popolare e settori innovativi riposizionano il meridiano di Greenwich sul concetto di progresso sociale e lungimirante. Dunque il laboratorio in un Paese occidentale avanzato, libero dalle gabbie di bilancio dell’Eurozona, potrebbe integrare la tassazione progressiva periodica à la Piketty e i deficit per la crescita propugnati dalla Modern Money Theory. Non a caso Corbyn si è detto vicino a Bernie Sanders, il socialista che osa sfidare Hillary Clinton alle primarie dem con l’appoggio di Mmt, e al movimento giovanile che anima Podemos in Spagna. D’altronde cos’è più culturalmente rivoluzionario di una lotta all’ingiustizia che riparta dal basso, casa per casa e strada per strada, come usava ai tempi del Pci di Berlinguer? I rivali interni al Labour discettano di rincorse al centro per conquistare l’elettorato moderato, Corbyn invece ama parlar chiaro, essenziale e incisivo, convinto che il ritorno alle origini possa colmare il vuoto valoriale ed elettorale riempito dal populismo dell’Ukip di Nigel Farage, così in Francia dai Le Pen e in Italia da Salvini e Grillo. Il “nonno in bicicletta” darà spinta propulsiva e coraggio ad un nuovo blocco sociale e politico della Sinistra europea, anche nell’alveo socialdemocratico, ripartendo dalle esigenze dei più deboli?

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