Coalizione sociale, tanto fumo e pochi Marx, Rousseau, Garibaldi

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Alcuni lettori di questo scalcagnato blog senza sponsor, collaboratori e grafica, ha notato che Maurizio Landini, dopo la mia analisi – oggettivamente la prima critica mediatica da sinistra (https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2015/03/18/la-discesa-in-campo-di-landini-tra-sociale-etica-e-potere-mediatico/) – avrebbe pensato bene di implementare il suo progetto: http://www.repubblica.it/politica/2015/03/25/news/landini_l_italia_ormai_e_in_svendita_sabato_in_piazza_per_difendere_il_lavoro_e_con_noi_ci_sara_anche_la_camusso_-110425266/. In effetti l’autoproclamatosi leader della ‘Coalizione sociale’, sostenuto da variegato schieramento, ha iniziato ad affiancare alla critiche a Confindustria e a Renzi anche quelle nei confronti della Bce, si è accorto della indispensabilità di una pianificazione industriale, a partire proprio dal settore acciai, e della nocività delle privatizzazioni. Ben venga. Purtroppo non vi sono ancora riferimenti espliciti alla tassa progressiva e costante sui patrimoni e al welfare state universale sul modello francese, ma tant’è. Sui quotidiani sabaudi, La Stampa e Il Fatto Quotidiano, si riporta la notizia dell’incontro di Landini coi 5Stelle e la relativa possibile sintonia su di un non meglio specificato reddito di cittadinanza (Grillo parlò di un sussidio esclusivo, dunque escludente, per chi accetta i primi impieghi offerti, gli altri che non cedono ai ricatti precari dello sfruttamento padronale, invece, saranno sempre out). Le menti progressiste, attraverso i sensi, l’intelligenza e la volontà, individuale e generale, tendono da sempre a ricercare l’uguaglianza nella libertà. Quando esse, attraverso le più coraggiose escogitazioni in situazioni peculiari dei rapporti di potere, si sono potute misurare con l’arte del possibile passando dalla teoria alla prassi, i ceti dominanti ne hanno sempre determinato la sconfitta, in modo cruento o sottile, riproducendo l’archetipo del divide et impera: controllo, infiltrazione, frammentazione e deprivazione energetica e contenutistica delle potenziali rivoluzioni democratiche. Le spinte propulsive che si sono via via esaurite, se non inducono a ritenere che l’uomo possa “soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore nel mondo” (Albert Camus), perlomeno dovrebbero radicare ogni nuova proposta a orizzonti precisi fondati su conoscenze passate e verità sperimentali. Sia detto provocatoriamente, il perimetro entro cui si sviluppa la dialettica nella ‘Coalizione sociale’ è il medesimo delle riflessioni imperniate sul ‘Contratto sociale’ di Rousseau. Nel frangente attuale, i ragionamenti carsici dei poco accorti compagni di strada di Landini tradiscono l’antropologia del progetto: il superamento delle vecchie logiche di sinistra e la “riforma del sindacato”. Già, ma come? Non che la Storia rappresenti effettivamente una continua involuzione per gli esseri umani e l’ambiente, ma gli esempi post-moderni nella politica con la p minuscola e del giornalismo di egual fatta, sembrano inscriversi nel solco della chiave di lettura crociana: l’ immanentismo conservatore. Il peso dell’egemonia culturale neoliberale si comprende dal momento in cui grondano tautologicamente le manipolazioni lessicali degenerative. Il rottamatore Renzi è soltanto l’eccessivo apogeo di una strategica brigata di usurpatori che controlla direttamente o indirettamente i centri di diffusione del sapere. Si prenda il termine “riforma”, nata nella realtà socialista, comunista e anarchica per indicare le conquiste sociali e da un trentennio almeno adoperata per inculcare nelle masse il significato opposto: il ben-essere è sparito dal vocabolario mediatico mentre in un’ottica efficientista e bilanciofobica diventano “necessari” i tagli sociali e dei diritti del lavoro. Si prosegua con i concetti di sistema pubblico, partiti, sindacati, le cui storture sono evidenti ma, a ben riflettere, si sono dipanate non soltanto per la corruzione dell’animo umano, insita o indotta dalla società operante. Una buona fetta di responsabilità spetta al nuovismo e alle “riforme”: il partito è diventato una macchina di potere a servizio di chi ha tradito i propri principi? La politica sia finanziata dalle lobby. La scuola e l’ospedale non funzionano? Siano privatizzati. Il sindacato non va?

Il Landini furioso ha basi più solide in termini di credibilità a sinistra rispetto a Renzi e al Movimento 5 Stelle, per via di quell’esercito di tute blu che rappresenta (malgrado la riduzione degli iscritti Fiom dai 362mila del 2010 ai 351mila del 2013) e della grande abilità comunicativa AntiCasta contro il “vecchio”. Resta paradigmatico il meccanismo con cui, al tempo dei girotondi, certo più spontanei delle attuali indignazioni da salotto televisivo, si è operata la traslazione tra due lotte: quella classica, rivoluzionaria o riformista, all’ingiustizia sociale in aumento (di una ancora esistente Sinistra con la Cgil di Sergio Cofferati e il Correntone Ds di Giovanni Berlinguer) e una nuova questione economica-legalitaria. Il minotauro tecnocratico neoliberale ha potuto esercitare attrattiva, dunque sottrarre tempo ed energie, a quel grande mondo inclusivo progressista, compresi numerosi artisti e intellettuali in buonafede. Non pare smentibile che il potere mediatico, ben saldo nelle mani di quello capitalistico sempre più elitario e finanziarizzato, stia continuando ad ammantare di aspetti moralistici e populistici, giust’appunto condivisibili nel contrasto a mafie e corruzione se non fossero associati a campagne per la compressione del sistema pubblico, lo strutturale storicismo, conservatore e regressivo. La spinta endogena di questa strategia ha avuto il maggior esponente politico in Renzi, deputato a scalare quel che restava della sinistra (nel Pd) e governo per conto dei poteri finanziari, mentre l’opaca suggestione esogena è toccata a Grillo. Marx, Bakunin, Rousseau, i grandi oblii sanciti dall’egemonia culturale della governamentalità neoliberale non lasciano nulla al caso. Neppure Giuseppe Garibaldi. Fiumi di inchiostro poco simpatico che si riversano da settimane nel 2015 sono meno progrediti delle richieste del “Patto di Roma” del novembre 1872, quando la sinistra radicale e repubblicana, aderente alla Prima Internazionale, chiese una “Costituente, la Repubblica, l’autonomia dei Comuni, l’abolizione degli eserciti permanenti e l’organizzazione della nazione armata, l’eleggibilità dei Magistrati, i diritti di Libertà della persona, i diritti di libertà politici e di stampa, l’abolizione di ogni privilegio, l’emancipazione completa del lavoro, il lavoro come sorgente unica delle proprietà, un sistema di vita economica che combatta l’assorbimento in mano di pochi della ricchezza nazionale, le associazioni dei lavoratori e delle piccole imprese, la creazione di una imposta progressiva sul capitale, i diritti di parità della donna, la abolizione della pena di morte e la riforma del sistema penitenziario, la libertà assoluta di coscienza e di culto”. Come si evince, da Garibaldi a Renzi-Landini le chiacchiere stanno a zero, a 143 anni di distanza.

Coalizione sociale: la discesa in campo di Landini tra sindacato, etica e potere mediatico

3 commenti

Merita un approfondimento la questione dell’autocandidatura di Maurizio Landini a leader di un’aggregazione auspicata da tempo a Sinistra. Il segretario della Fiom è certamente una risorsa importante per la difesa dei diritti dei metalmeccanici e il punto di osservazione peculiare ma non vanno eluse alcune anomalie nella forma e nella sostanza della sua proposta. Nella trasmissione “in mezz’ora” di domenica 15 marzo il segretario del principale sindacato delle tute blu ha delineato “un’aggregazione con una funzione politica per battere le iniziative di governo e Confindustria” per poi negare l’intenzione di creare un partito e aggiungere: ”Io faccio il sindacalista e la coalizione sociale parte dal sindacato, voglio che si riformi il sindacato”. Il tema del rapporto tra organizzazioni sindacali e partiti politici è antico, la legittimità di cambiare ruolo sacrosanta ma la posta in gioco impone di sviluppare una serie di considerazioni senza filtro. La “coalizione sociale” in nuce rappresenta un fatto nuovo, forse storico, malgrado germogli tardivamente e su radici popolari meno solide delle primavere di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna. Nel paese che conobbe il più grande e democratico partito comunista dell’Occidente la rinascita di una Sinistra alternativa, plurale e inclusiva forse non potrebbe influenzare nell’immediato l’azione del governo Renzi ma determinare, questo sì, una rivoluzione copernicana nel lungo periodo. La contaminazione sperimentale tra forze sociali, intellettuali e partitiche che si pongano come chiaro orizzonte non soltanto la fine della crisi economica ma l’inveramento di un progresso sociale e ambientale interromperebbe il riflusso italiano ed europeo, la subalternità dell’area socialdemocratica alla dottrina capitalista neoliberale che prosegue inesorabile dal crollo del Muro di Berlino, una sorta di effetto Big Bang sui partiti storici, sempre più frammentati e impotenti. In ragione di queste considerazioni, sarebbe esiziale se l’entusiasmo per il progetto e l’avversione nei confronti delle critiche aprioristiche inducessero a sorvolare su teoria e prassi entro cui è maturata la scelta di Maurizio Landini di lanciare la “coalizione sociale”. Il limbo entro cui prende le mosse l’iniziativa è oggettivamente portatore di ambiguità, sul piano personale poiché lascia aperta la possibilità dell’ingresso in politica e la corsa di Landini alla segreteria confederale della Cgil. Ma anche la dimensione strategica non è chiara, per quanto sia positiva ogni proposta di condivisione dell’impegno civile che il segretario della Fiom ha già proposto a Libera, Emergency e Arci. L’ex direttore de l’Unità Peppino Caldarola, dopo quella del Pd, paventa la perdita anche del sindacato: ”Vuoi vedere che questo sarà un altro terreno che la sinistra lascia e che verrà occupato da cattolici più o meno adulti. Poi non lamentatevi se anche nel mondo confederale verrà fuori un Renzi”.

Quale lavoro?

Quanto al merito delle proposte di Landini che insistono sulla centralità del “lavoro” le perplessità degli osservatori più lincei si concentrano sull’aspetto cruciale della trasformazione del sistema produttivo, sempre meno fordista, e delle nuove disuguaglianze generate dal moderno capitalismo. Lo sfruttamento non si realizza più soltanto all’interno dei tradizionali luoghi di lavoro ma nelle multinazionali e nelle variegate morfologie produttive e commerciali, a domicilio e online, attraverso le quali vengono aggirati a norma di legge diritti e presidi sindacali. Continuano a crescere gruppi di cittadini che un tempo si sarebbero inscritti nella categoria del sottoproletariato: precari, free lance, disoccupati, esodati dalla legge Fornero, studenti in difficoltà, pensionati sociali. Secondo i dati Istat oggi in Italia i poveri sono 10 milioni e nessuno, sia detto impietosamente, ha ancora studiato una proposta organica di ampliamento del welfare, magari prendendo a modello i paesi europei più avanzati. Nel contesto globalizzato, ricorda il caporedattore de L’Espresso.it Alessandro Gilioli sul suo blogil conflitto è tra il 95-99 per cento di persone che si trovano nelle condizioni produttive più diversificate e strampalate (ma tutte fuori dall’élite economico-politica- finanziaria) e il restante 1-5 per cento, che è appunto costituito dall’élite economico-politica- finanziaria. Mi auguro fortemente che Landini – o chi lo aiuta ad analizzare i processi e ad elaborare le strategie – di questa mutazione epocale sia conscio” (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/03/15/lelite-e-gli-altri-nel-2015/)

La massimizzazione dei profitti passa ancora dalla “divergenza totale di interessi tra capitale e lavoro”, espressione di Rossana Rossanda che ben sintetizza i rapporti tra le classi sociali, ma anche per nuove e molteplici forme di deprivazione del risparmio dei cittadini, lavoratori e non. Il grumo di interessi dei ceti borghesi dominanti trova sbocchi per la vendita delle proprie merci (beni, servizi o prodotti finanziari) non più nelle guerre imperialiste e colonialiste (cifr. L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg) ma per mezzo di una strategica gestione dei fenomeni di globalizzazione. Il termine gestione è basilare per comprendere che l’economia non è faccenda soltanto di mercati. Secondo Pierre Dardot e Christian Larval, seguaci di Michel Foucault e autori de La nuova ragione del mondo (Derive Approdi 2013), i sempiterni fini della “governamentalità neoliberale” si concretizzano in modo apparentemente innocuo attraverso le modifiche dell’architettura istituzionale degli Stati e delle loro politiche monetarie. Dunque l’economia governa, in modo sempre più diretto senza adeguati contrappesi votati all’interesse collettivo. Negli anni ’90 il capitalismo finanziario impose, in cambio dei prestiti di Banca mondiale e Fmi, nuove privatizzazioni e tagli dello Stato sociale nei paesi emergenti del Sudest asiatico e del Sudamerica i cui governi avevano compiuto la scelta di agganciare le monete locali al dollaro, provocando la crisi delle esportazioni e il crollo della bilancia dei pagamenti. La partenogenesi della cessione di sovranità degli Stati nell’area Euro è databile con l’ingresso nello Sme e si è dipanata mediante la serie di trattati che circoscrivono la gabbia attuale. Mondo accademico, mezzi di comunicazione di massa e le stesse sinistre, salvo la resistenza del Pci all’ingresso nello Sme per bocca di Giorgio Napolitano che prefigurava già l’attuale condizione germanocentrica, hanno instillato la necessità di cedere sovranità statuale. Lungi dalla concezione federalista e solidale di Altero Spinelli, oggi l’Unione monetaria è sprovvista di una guida politica eletta, una banca a funzione pubblica sul modello della Fed, un’armonizzazione fiscale che riequilibri i dislivelli e contrasti i fenomeni di dumping intra-europei fiscali, salariali e sociali.

Etica e sociale

E’ senz’altro lodevole l’impegno di Landini in difesa della sicurezza sui luoghi di lavoro. Il 16 aprile 2011 ha definito “una sentenza storica” la condanna dei vertici della Thyssen Krupp a pene detentive per l’incidente sul lavoro nella fabbrica di Torino che ha causato la morte di sette operai, processo in cui la Fiom si era costituita parte civile. Per quanto riguarda l’Ilva di Taranto Landini si è distinto dagli altri rappresentati sindacali che criticavano il sequestro della aree a freddo dell’acciaieria disposto dal gip Patrizia Todisco: ”Non abbiamo ritenuto utile scioperare contro la magistratura non solo perché è sbagliato ma perché le leggi, la loro applicazione, la difesa di un lavoro con diritti e quindi con una sua dignità, sono l’obiettivo su cui tutte le forze dovrebbero convergere e lavorare” .Se nei casi specifici il segretario della Fiom ha compiuto le scelte opportune, da leader della “coalizione sociale” dovrebbe considerare che la Politica non s’esaurisce nel concetto di legalità, minimo comun denominatore degli individui perbene, siano liberali, conservatori, socialisti o comunisti, ma abbraccia il quadro organico delle condizioni economiche e sociali, compreso lo sviluppo del settore acciaio, fondamentale per la politica industriale di un Paese.

Secondo Landini, si legge sul Fatto Quotidiano, la coalizione sociale è “un soggetto che in prospettiva punta a offrire in collaborazione con associazioni come Libera e ong come Emergency servizi indispensabili che stanno diventando troppo costosi, come le cure mediche. Seppur pronunciato in buonafede e in riferimento alla meritoria opera dell’associazione presieduta da Gino Strada, il concetto delle “cure mediche troppo costose” risulta pernicioso, poiché coincide con il mantra di certi poteri finanziari che vorrebbero privatizzare la Sanità, settore individuato come nuova terra di conquista. L’ amministrazione Obama, influenzata da visioni economiche ispirate al keynesismo (fra cui si segnala la radicale proposta della Modern Money Theory) sta conducendo gli Stati Uniti a livelli di civiltà europei: dal 2010 al 2012 la spesa per la Sanità pubblica è aumentata in media del 2,5%, più di quella privata e del Pil, che nello stesso periodo è cresciuto del 2,2% Al completamento della riforma, si calcola che la copertura sanitaria sarà estesa a 30 milioni di americani. Al contrario in Italia Mario Monti, l’ex premier gradito alle tecnocrazie europee già commissario Ue e consulente di Goldman Sachs, dichiarava nel novembre 2012:”La sostenibilità futura del Servizio sanitario nazionale potrebbe non essere garantita”. Un altro fattore di affinità, molto meno preoccupante, è la lotta alla corruzione, che il segretario della Fiom ha definito “più importante che abolire l’articolo 18 per far ripartire l’economia”. Giudizio condivisibile, tuttavia si tratta di ambiti completamente diversi. Nei discorsi accalorati di Landini spesse volte occorrono queste traslazioni concettuali che suscitano l’indignazione dell’ascoltatore senza affrontare i fattori separatamente e approfonditamente. Una questione culturale previene però l’aspetto formale e metodologico. Il sistema capitalista, anche se venisse depurato da una percentuale di sacche d’illegalità, non muterà la propria escatologia, non si farà cioè promotore dell’ armonia sociale e del benessere comune. Esemplificando, la Sinistra italiana si sofferma sul contrasto all’evasione fiscale e timidamente propone tassazioni patrimoniali una tantum mentre in Francia esiste già un’imposta progressiva e periodica sui capitali sul modello della proposta di Thomas Piketty che ricomprende redditi societari, da brevetti, la rendita fondiaria e la ricchezza finanziaria. D’altronde gli allarmi per piaghe come evasione e corruzione giungono sovente da soggetti del calibro del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e dallo stesso Mario Monti, rappresentanti di quella bilanciofobia responsabile dell’impoverimento della classe media. Le petulanti campagne antiCasta contro gli sprechi della politica e delle amministrazioni si associano più o meno implicitamente a editoriali favorevoli alla privatizzazione di reti strategiche, servizi e beni pubblici, meglio se contestuali a scandali giudiziari, problemi funzionali, o semplicemente oggetto di ricorrenti concezioni antiscientifiche. Lo si può riscontrare nella chiusura degli Opg, la cui logica basagliana di scaricare su famiglie e società i malati psichici si fonda sul teoria di deriva destinale inscritta nella subcultura di Heidegger. Lo ha ricordato efficacemente Massimo Fagioli su Left Avvenimenti del 28 febbraio 2015:”http://www.scuolanticoli.com/page_Massimo_Fagioli_02.htm .

A fine novembre, a Reggio Emilia, Maurizio Landini ha assistito ad un confronto senza filtro tra il direttore de La Repubblica Ezio Mauro e la professoressa Mariana Mazzucato, una delle poche studiose in grado di rovesciare la prospettiva da un punto di vista culturale, spiegando l’inconsistenza della teoria bilanciofobica che considera lo Stato alla stregua di un azienda o di una famiglia. Mazzucato postula policy innovative nelle quali il sistema pubblico è lungimirante propulsore dell’economia nei settori qualificanti per il progresso reale della società e dell’ambiente. La stessa amministrazione Obama, grazie ai consiglieri postkeynesiani della Mmt, ha aumentato gli investimenti pubblici raggiungendo il 10% del deficit rispetto al Pil, oltre il triplo del consentito nell’area euro. Al termine dell’incontro della Mazzucato Landini ha commentato: Ne penso bene, certo. Peccato che si tratti di concetti che non esistono. Semplicemente sono estranei ai politici italiani”. Sarà. Non è forse da idee emancipate e ambiziose, come il “siate realisti, chiedete l’impossibile” degli anni ’70 o se si vuole il più moderno e politically correct“stay hungry, stay foolish”, che il progetto progressista potrebbe ripartire nella parte resiliente e inclusiva che non si è perduta per le strade del carrierismo, dell’isolato snobismo o della miope divisione? (https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/12/02/mazzucato-la-forza-delle-idee-al-servizio-del-progresso-della-societa/)

Il potere mediatico

Maurizio Landini ha un rapporto particolare con l’immagine. Chi si è occupato del servizio d’ordine per il sindacato e i partiti ha ricordato come fossero fuori luogo le sue urla ai poliziotti durante gli scontri coi lavoratori delle acciaierie di Terni, per di più in favor di telecamera. Landini è frequentemente ospite di trasmissioni televisive da quando nel luglio 2010 ascese a segretario del principale sindacato dei metalmeccanici in luogo di Gianni Rinaldini, tuttora suo mentore. In questi anni il leader della Fiom ha condotto battaglie in fabbrica e nei tribunali civili contro i vertici della Fiat ma queste, assieme alle altre vertenze dei metalmeccanici, non motivano a sufficienza una tale sovraesposizione mediatica. Maurizio Landini, ad esempio, è stato ospite ad Annozero nelle seguenti date: 24 novembre 2011, 19 gennaio 2012, 1 marzo 2012, 29 marzo 2012, 17 maggio 2012, 15 novembre 2012, 17 gennaio 2013, 25 aprile 2013, 10 ottobre 2013, 21 novembre 2013, 9 gennaio 2014, 27 marzo 2014, 1 maggio 2014, 23 ottobre 2014, (Announo) 13 novembre 2014, 22 gennaio 2015.

Anche a destra non mancano esempi di presenzialismi che hanno aperto il varco al salto dal sindacato alla politica. E’ celebre il caso dell’ex governatrice del Lazio Renata Polverini, prezzemolina a Ballarò quando vestiva ancora i panni di segretaria dell’Ugl. Mutatis mutandis, a Sergio Cofferati nel 2002 non venne riservato analogo spazio televisivo nonostante fosse il segretario della Cgil che portò in piazza al Circo Massimo 3 milioni di persone contrarie all’abolizione dell’articolo 18. Malgrado il grande seguito e il fatto che da più parti, compreso l’animatore dei Girotondi Nanni Moretti, venisse indicato il nome di Cofferati come nuovo leader di una Sinistra sconfitta e succube del berlusconismo imperante, il “cinese” fu espunto dalla politica nazionale. Cofferati, che venne prima affiancato a Prodi e poi dirottato a Bologna, scontò non solo l’ostracismo del moderatismo ulivista ma l’ostilità personale di chi avrebbe potuto sostenerlo come D’Alema, con cui ebbe un teso confronto televisivo proprio a Ballarò.

Lo stesso processo di isolamento ha riguardato la spinta propulsiva della Modern Monetary Theory nel campo dell’Economia politica. Per anni, alle singole voci di sinistra radicale e alla minoranza di economisti di area postkeynesiana sono stati negati quegli spazi democratici propedeutici alla diffusione dei risultati dei loro studi. Solo di recente, dopo un breve collegamento a Otto e mezzo su La7, Mariana Mazzucato è stata intervistata nel programma Rai di Riccardo Iacona ‘Presa Diretta’. Se il pioniere dei no-euro Alberto Bagnai si sta ritagliando momenti mediatici, restano ancora off-limits economisti eterodossi come i marxisti Emiliano Brancaccio, Marco Veronese Passarella e Vladimiro Giacchè, i post-keynesiani come Sergio Cesaratto e Gennaro Zezza. E oltre ai tanti nomi del presente, vale la pena segnalare come sia andato dimenticato anche il pensiero dei grandi nomi dell’accademia italiana come Piero Sraffa, Federico Caffè, Paolo Sylos Labini, Augusto Graziani e Pierangelo Garegnani. L’egemonia culturale della scuola di Chicago, nel mondo accademico e nell’agenda politica occidentale, si è affermata nella seconda metà degli anni ’70, mentre nell’Est Europa iniziava a spirare la crisi del Socialismo reale, ad ovest la resistenza ‘ democratica’ era rappresentata da Pci e dai socialisti francesi mentre il premier inglese Thatcher lanciava il suo distruttivo “Tina” (There is no alternative) piegando le Trade Unions, riducendo le tutele sociali e detassando i ceti abbienti. Il Potere, come sintetizzato mirabilmente da Michel Foucault, esercita un controllo diretto o indiretto sulle fonti del sapere, nei luoghi di detenzione, nelle scuole e dunque nel circuito mediatico, il cui apogeo pervasivo è rappresentato dalla televisione (cifr. Pier Paolo Pasolini e Noam Chomsky). Va da sé che il sistema della comunicazione incida nella selezione dei contenuti attraverso processi di manipolazione e con particolare attenzione al linguaggio. La parola “pubblico”, lo ricordava Mazzucato nel dibattito succitato, ha assunto nel tempo un’accezione negativa, legata a scandali e sprechi. Le misure di austerity, strumento distruttivo della governamentalità neoliberale, vengono definite “riforme”, termine che invece era stato coniato per esprimere il progresso sociale ottenuto sull’onda dei movimenti del ’68 e grazie all’impegno di Pci e Psi.

Renzi è il prototipo politico di questo genere di comunicazione, abile ad appropriarsi di espressioni per modificarne il senso, certamente innovatore nell’uso dei social network ma anche presenzialista in televisione. E’ interessante valutare la triangolazione polemica tra Marchionne, Renzi e Landini. L’amministratore delegato di Fca, al pari del gotha dell’industria e della finanza, ha sostenuto e sostiene Matteo Renzi. Da notare però che nei mesi decisivi, prima della scalata del Pd e del governo dell’allora sindaco di Firenze, si rese protagonista di un improvviso botta e risposta, sussiegoso e teatrale. Dopo alcune critiche di Renzi sui mancati investimenti della Casa torinese, nell’ottobre 2012 Marchionne definì l’ex boy scout di Rignano sull’Arno la “brutta copia di Obama che pensa di essere Obama” e “sindaco di una piccola città”, quest’ultima dichiarazione smentita due anni dopo dalla agenzie di stampa perchè frutto di un “equivoco”. Agli occhi dell’opinione pubblica Renzi è sempre stato il nemico numero due di Landini, dopo Marchionne. Eppure il sindaco fiorentino e il sindacalista reggiano hanno tradito una certa sintonia, non solo quando sono stati immortalati in atteggiamenti confidenziali e amichevoli. Il 29 agosto 2014, sul Corriere della Sera, il segretario della Fiom ha ufficializzato un’apertura di credito: “La forza di Renzi sta nel consenso che ha saputo cogliere perché, dopo 20 anni di governi che non hanno affrontato i veri problemi, lui ha incarnato per la gente il cambiamento. Ho apprezzato la scelta degli 80 euro, che va confermata, e la tassazione delle rendite finanziarie. Non mi è piaciuta l’estensione dei contratti a termine e non mi convince molto la riforma istituzionale e elettorale”. Riavvolgendo il filo, il percorso di Landini è quasi simultaneo a quello di Renzi. Mentre il sindaco di Firenze organizzava alla Leopolda, a partire dal 2010, anno dopo anno, il congresso fai da te alternativo a quello del partito con cui ha gettato le basi per la scalata del Pd al grido della “rottamazione” della classe dirigente, il segretario della Fiom duellava sulle reti televisive col convitato di pietra Marchionne e con chiunque gli capitasse a tiro. Le rispettive epopee televisive si sono nutrite di polemiche forti. D’altronde la regola cardinale del marketing, “purchè se ne parli”, aderisce alla logica degli opposti che in politica si attraggono: l’attacco reciproco espande lo spazio offerto dai media ai contendenti. La tesi secondo la quale certe polemiche “fanno auditel” non pare tuttavia sufficiente a spiegare la ragione di ostracismi speculari al presenzialismo esasperato. Landini è stato paragonato a Salvini per i toni accesi e le argomentazioni semplici, oltre che per la felpa. Il retroterra culturale e la credibilità dell’esperienza sindacale di Landini sono naturalmente distanti dal mondo del leader della Lega nord ma Salvini, come già Grillo, continua a riempire il vuoto politico-mediatico a Sinistra. La chiave di volta è la miscela di populismo e benaltrismo che consiste nel denunciare le ingiustizie sociali reali senza alcuna analisi concreta, mescolandole e motivandole con fenomeni diversi che alimentano “guerre tra poveri”, non senza elementi di razzismo, omofobia, misoginia e quant’altro decadimento civile. Resta dunque da chiedersi perchè, mentre questi soggetti che si dipingono anti-sistema campeggiano su video, radio e giornali, anche nella campagna per le Europee del maggio 2014 sono state ridotte al lumicino le presenze de “L’Altra Europa” di Tsipras. La coalizione non aveva ancora vinto le politiche in Grecia e gli omologhi italiani non potevano far pesare precedenti consultazioni elettorali, ma dal punto di vista giornalistico la rivoluzione culturale di Syriza doveva essere già considerata il fenomeno europeo che avrebbe aperto scenari di possibile emancipazione dall’austerity strumentale alla governamentalità neoliberale. Forse a Landini, in caso di candidatura, toccherà lo stesso trattamento. O forse no.

Galbraith & Kelton, la coppia di “gufi” che sposta a sinistra Obama

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Lui, James Galbraith, è il consigliere di Obama più a sinistra, talmente a sinistra da non comparire nella foto di governo. Lei, Stephanie Kelton, capo Dipartimento di Kansas City, è stata nominata due mesi fa chief economist della Commissione Bilancio su indicazione dell’unico senatore americano dichiaratamente socialista, Bernie Sanders, candidato della minoranza democrats alle primarie 2016 contro la superfavorita Hillary Clinton. Tanto Galbraith quanto Kelton gravitano attorno alla Modern Monetary Theory, scuola di pensiero che riattualizza John Maynard Keynes e si rifiuta di intendere il bilancio dello Stato alla stregua di quello di un’azienda o di una famiglia. Secondo la Mmt l’aumento della spesa pubblica è un elemento di progresso, perché alimenta il circolo di consumi e produzioni tendente alla piena occupazione.

Il padre di James Galbraith, John Kenneth, fu consigliere di Roosevelt ai tempi del New Deal e avanguardia della squadra di JFK: con la proposta di nazionalizzare le corporations si guadagnò l’accusa di bolscevismo. Galbraith jr, docente di Public Policy in Texas, ha collaborato alla Modest purposal ed è fonte inesauribile di ispirazione per Yanis Varoufakis (come raccontato da Left nel numero del 14 febbraio). Galbraith è uno dei consulenti di Varoufakis nella rinegoziazione del debito greco, snodo cruciale per la possibile emancipazione dai dogmi dell’austerity dell’Unione monetaria imposti dal mainstream neoliberale. I nemici, dunque, sono gli stessi del padre, che aveva previsto molte cose scrivendo il discorso inaugurale di Kennedy, il 20 gennaio 1961: «Nessuno deve negoziare sotto la morsa della paura. E nessuno deve aver paura di negoziare».

Anche grazie all’influenza del mondo accademico postkeynesiano Barack Obama ha orientato le politiche espansive oltre l’emergenziale Quantitative Easing, sistema adottato di recente dalla Bce per iniettare liquidità alle banche. Mariana Mazzucato, studiosa italo-americana autrice del libro The Entrepreneurial State, esprime un giudizio positivo: «Nel 2009 Obama mise in campo un piano di stimoli da 787 miliardi di dollari destinati all’innovazione verde e allo sviluppo di infrastrutture moderne. Ed in effetti, mentre la recessione europea continua, crescita e occupazione stanno tornando negli Stati Uniti».

Stephanie Kelton, appena insediata in Senato, ha elaborato un grafico dal quale emerge la diversità strutturale tra le politiche dei governi di Barack Obama e di Bill Clinton. Al netto della peculiare condizione di negatività della bilancia dei pagamenti, permessa dal predominio del dollaro, sotto l’attuale amministrazione si è registrato un surplus per imprese e cittadini, in parte legato ai maggiori investimenti pubblici. Il famigerato disavanzo dei conti dello Stato, incubo delle economie europee, nel 2009 è cresciuto fino al 10 per cento di Pil rispondendo alla crisi finanziaria con il progresso sociale. Riforme fondamentali come quella sanitaria, malgrado l’ostruzionismo dei repubblicani e delle lobby assicurative, stanno avvicinando gli Usa a livelli di welfare europei. Dal 2010 al 2012 la spesa per la Sanità pubblica è aumentata in media del 2,5%, più di quella privata e del Pil, che nello stesso periodo è cresciuto del 2,2%. Nell’ambito delle campagne per sensibilizzare i cittadini, nelle scorse settimane Obama ha realizzato un video divertente in cui invita a iscriversi al piano assicurativo entro la scadenza. Al completamento della riforma, si calcola che la copertura sanitaria sarà estesa a 30 milioni di americani. Nel periodo della presidenza Clinton, invece, middle e working class erano state colpite da tagli sociali e maggiori imposte. In un secondo tempo, l’ex premier democratico, piuttosto che rafforzare i salari e il welfare, intraprese la strada preferita dalle élite finanziarie e industriali: incentivò il credito con misure straordinarie come l’abolizione dello Steagall Glass Act, legge voluta da Roosevelt per distinguere tra banche commerciali e d’affari.

Per il giro della Modern Monetary Theory, Kelton ha coniato, non a caso, l’espressione «gufi del deficit», contrapposti ai bilanciofobici. Vi ricorda qualcosa? Matteo Renzi ne ha ribaltato il senso, ma l’espressione è la stessa. Così come, ancora dall’amministrazione Obama, Renzi ha preso il suo «jobs act», che lì è però un provvedimento sulle start-up e non una norma che trasforma anche l’ultimo contratto a tempo indeterminato in precariato permanente. È d’altronde noto che Renzi per le sue politiche preferisca seguire il solco della “Terza via” di Bill Clinton e Tony Blair, con cui i governi occidentali hanno ammantato di moderno efficientismo e rigore moralistico la contrazione dei salari e la precarizzazione del lavoro, nonché la privatizzazione di reti, servizi e beni pubblici.

L’alternativa è guardare ai gufi del deficit, sull’onda della resilienza di Syriza in Grecia, e a Mariana Mazzucato, di cui pure Renzi comprò il libro Lo Stato innovatore, ben attento a farsi fotografare alle casse della libreria. Mazzucato rovescia la prospettiva dal punto di vista culturale, postulando un sistema pubblico lungimirante, capace di sospingere e disegnare ex novo settori qualitativi come la green economy. Quando Kelton l’ha invitata via Twitter a combinare le rispettive intuizioni per cambiare «davvero la partita», Mazzucato ha rilanciato il mantra: «Investimenti strategici e Kelton». Un perfetto mix. La contaminazione sperimentale tra le sponde progressiste dell’Atlantico evoca i due socialismi soltanto teorizzati da Francois Mitterrand: l’uno solidale e l’altro creatore di avanzamento sociale. Le politiche redistributive tramite la leva fiscale contro le rendite, cui fa riferimento anche Thomas Piketty ne Il Capitale nel XXI secolo, possono dunque risultare complementari alle policy post-keynesiane dei “gufi del deficit” che sussurrano a Obama e alla Grecia.

Left Avvenimenti, 28 febbraio 2015 

Left/Speciale ‘Ndrangheta in Emilia. Bensvegliato Pd

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Da Newspedia

E’ un titolo forte e chiaro quello che apre l’analisi di Stefano Santachiara nello speciale Ndrangheta in Emilia di Left Avvenimenti del 14 febbraio 2015. La penetrazione delle cosche nel tessuto sociale, economico e politico della regione rossa viene sviscerata in profondità dal settimanale grazie all’importante contributo di Giulio Cavalli e alle cronache di Ilaria Giupponi e Sarah Buono dedicati alla nuova operazione Aemilia, alle disfunzioni del sistema giudiziario e della white list che avrebbe dovuto preservare gli appalti del post terremoto.

Dunque Santachiara lascia Il Fatto Quotidiano e inizia la collaborazione a Left partendo da quel genere di giornalismo investigativo che lo ha distinto in questi dieci anni, durante i quali ha raccontato e sospinto delicate indagini della magistratura su mafie, imprese e banche colluse, poteri occulti. L’articolo di Left si apre così: “Welcome to reality. E’ l’unica risposta possibile allo stupore suscitato dai rapporti tra cosche, economia e politica emersi dall’operazione Aemilia. Il presidente della Regione Stefano Bonaccini ha annunciato la costituzione di parte civile e i democratici fanno a gara a ricordare i “nuovi” progetti: abolizione del massimo ribasso negli appalti, estensione della white list, stazioni uniche appaltanti.

Le dichiarazioni enfatiche sono ormai una coazione a ripetere bipartisan, fiammate che seguono le inchieste giudiziarie per poi spegnersi l’indomani. Da troppo tempo nel pragmatico modello emiliano non si incide sui processi di selezione degli appalti o sul riutilizzo sociale degli immobili confiscati alle mafie che in Toscana, ad esempio, diventeranno case popolari; le sottovalutazioni si estendono sia alle saldature opache che alle denunce di amministratori in prima linea”.

Il giornalista d’inchiesta spiega il circolo vizioso della sottovalutazione che è sfuggito in tutti questi anni a politica e media: “Non rappresenta un amaro déjà vu lo sfogo di Sonia Masini, già presidente della Provincia di Reggio Emilia nel mirino della ‘Ndrangheta, quando lamenta l’isolamento all’interno del partito? Basti ricordare il paradigma di Vignola, antico crocevia del narcotraffico e tra i comuni più investiti dall’espansione edilizia. Nel 2006 Roberto Adani, sindaco Ds attivo nelle campagne antimafia e capace di allontanare assessori chiacchierati, ricevette un proiettile in busta chiusa. I vertici della Margherita dissero che quelle denunce rischiavano di danneggiare l’immagine del territorio, il suo partito non andò oltre una solidarietà di circostanza. La sindaca che vinse le elezioni seguenti, Daria Denti, ha diffuso cultura della legalità attraverso iniziative come il censimento dei locali no-slot, la trasformazione di un capannone oggetto di abuso edilizio in presidio della memoria, il festival regionale antimafia Aut Aut. Eppure alle comunali 2014 il Pd ha scelto ancora di cambiare col risultato che Vignola è finita nelle mani del notaio Mauro Smeraldi, civico di centrodestra“.

Santachiara, che iniziò a subire minacce nel 2011 per le sue indagini sull’omicidio di Tina Mascaro, riporta i dati ufficiali sui colleghi nel mirino: “Nel 2013 in Emilia Romagna, stando ai dati di Avviso Pubblico e Ossigeno, risultano 10 intimidazioni a danni di amministratori e 6 a giornalisti”. Anche la situazione nella provincia di Reggio Emilia non è delle migliori: “A Brescello, paese reso celebre da Il mondo piccolo di Guareschi, al posto di don Camillo risiede un’altra genia di “don”. Al boss di Cutro Francesco Grande Aracri sono stati sequestrati beni per tre milioni di euro mentre il figlio Salvatore è sotto processo perchè 5 anni fa avrebbe minacciato di sparare a Catia Siva, segretaria della Lega nord. Intervistato da Cortocircuitotv Marcello Coffrini, giovane sindaco di area renziana, ha negato infiltrazioni e definito Francesco Grande Aracri “persona composta che ha sempre vissuto a basso livello”.

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Santachiara riannoda i fili dell’abbassamento della guardia, che “rientra nella lenta involuzione antropologica, etica e progettuale, del partito erede del Pci. Nel 1987 il sindaco di Bologna Renzo Imbeni estromise dall’appalto dell’aeroporto Marconi l’impresa di Carmelo Costanzo, Cavaliere del Lavoro di Catania. Non attese la magistratura ma spedì un dossier al prefetto che costrinse Costanzo a smontare gru e camion, ricevendo il sostegno del partito unito, di socialisti e democristiani. Altri tempi, quelli in cui il Pci monitorava il fenomeno mafioso.

L’intreccio tra colletti bianchi e holding del crimine fu agevolato dal soggiorno obbligato, istituto che riproduceva la microfisica della sudditanza di muratori e operai emigrati, ma deriva da ragioni strutturali: storicamente Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita rappresentano un potere economico occulto, un brutale strumento di controllo sul lavoro e un braccio terroristico geostrategico”.

Lo scrittore, quando lavorava per Modenaradiocity, si occupò della bomba del 26 luglio 2006, “quando affiliati degli Arena, ‘ndrina di Isola di Capo Rizzuto, sventrarono con un chilo di pentrite l’Agenzia delle Entrate di Sassuolo, rea di aver accertato una frode fiscale che nascondeva un reimpiego di capitali della cosca tramite compravendite fittizie tra Svizzera e Isole Vergini.

Ci sono voluti 4 anni di sottovalutazione prima che la Regione chiedesse l’istituzione della Dia. Nel frattempo le risposte sono arrivate da avanguardie dello Stato, ancora una volta donne: le indagini della pm della Dda Elisabetta Melotti hanno dimostrato le complicità bancarie degli Arena e portato alla condanna dell’autore dell’attentato Paolo Pelaggi, il quale figura oggi tra gli indagati di Aemilia come presunto trait d’union con la cosca Grande Aracri; la Prefetto Antonella De Miro, appena insediata a Reggio, ha revocato 15 certificati antimafia a società in odor di ‘Ndrangheta; la pm di Modena Claudia Natalini ha scoperchiato abusi edilizi sul dorsale appenninico e i rapporti tra il sindaco Pd di Serramazzoni e un ex soggiornante obbligato di Gioia Tauro che secondo l’accusa avrebbe ottenuto, in cambio di uno sconto su un immobile, le opere edili del restyling dello stadio.

I media hanno minimizzato, il Pd non ha preso posizione salvo favorire a fine mandato la sostituzione del sindaco che rivendicava i “colloqui istituzionali” con l’ex soggiornante, accusato anche dell’invio di una testa di capretto mozzata a un imprenditore rivale.

Neppure un servizio di Report del dicembre 2011 ha scosso istituzioni e stampa. La coscienza antimafia è esplosa il mese seguente quando il collaboratore della Gazzetta di Modena Giovanni Tizian è stato improvvisamente messo sotto scorta. Come fosse un fulmine a ciel sereno, tutti hanno preso a organizzare manifestazioni.

Il ballon d’essai poi si è spostato a destra per un sospetto aumento di tesserati al congresso Pdl di Modena. Com’era prevedibile i controlli del commissario Denis Verdini hanno dato esito negativo e il tema mafia è tornato tabù fino all’altro ieri”. Conclude Santachiara con ironia: “Fino al prossimo Romanzo criminale”.

(Annalisa Rossi)
Link all’articolo di Newspedia http://www.newspedia.it/bensvegliato-pd-aemilia-e-la-mafia-del-nord/

Sinistra al bivio: modello Keynes o infinita terza via?

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Per l’Europa si aggira lo spettro della presa di coscienza collettiva dopo la rivoluzione democratica di Syriza, la cui affermazione elettorale restituisce dignità e speranza ad un popolo devastato che ha avuto la forza di non piegarsi ai ricatti del potere finanziario internazionale e delle tecnocrazie Ue. Mentre si resta in attesa di comprendere le prime mosse del governo di coalizione di Alexis Tsipras, anzichè entrare nell’indeterminato e spesso superfluo dibattito italiano sulle alleanze possibili, sovraccarico di calcoli personali e polemiche strumentali, intendo approfondire alcuni effetti dell’azione di governo negli Stati Uniti. Il grafico che troverete al link sottostante concerne l’andamento dei deficit e surplus nei settori economici (pubblico, privato, estero), è stato pubblicato dalla professoressa Stephanie Kelton, presidente del Dipartimento di Economia dell’università di Kansas City, cuore della Modern Money Theory. Kelton a fine anno è stata nominata chief economist della Commissione Finanze del Senato dal democratico Bernie Sanders, più volte accusato di ispirarsi a idee “socialiste”

Una strada innovativa per la rinascita di una nuova Sinistra, una volta elaborate specifiche analisi, sarebbe quella di sperimentare policy di matrice keynesiana come in parte ha già saputo dispiegare il presidente Obama. Lasciando da parte la peculiare condizione americana di negatività costante nella bilancia dei pagamenti, un elemento compatibile con il ruolo del dollaro di moneta mondiale di riferimento, si registra un surplus per imprese e cittadini dovuto ad una combinazione di fattori e passato attraverso fasi alterne: dal 2010 il deficit pubblico utilizzato per rilanciare l’economia dopo la crisi finanziaria è tornato a scendere sino all’odierno 2,8% del Pil, ma in precedenza aveva superato anche la vetta del 10%, dunque oltre il triplo di quanto oggi è consentito ai Paesi dell’Eurozona. Al netto delle fluttuazioni delle entrate fiscali correlate al fallimento delle imprese – fattore inesistente nell’area Euro poichè i Patti di stabilità impongono agli Stati di ricaricare la pressioni tributaria sul resto dei contribuenti – l’amministrazione Obama si è contraddistinta per una politica espansiva non solo di emergenza, andando dunque al di là del successo del Quantitative Easing. L’influenza da parte del mondo accademico keynesiano americano, ad esempio di James Galbraith, è stata decisiva al fine di orientare l’aumento degli investimenti pubblici e della spesa sociale. Riforme fondamentali come la rivoluzione copernicana sanitaria che sta cercando di allineare gli Usa a livelli di civiltà europei e avanzata troppo gradualmente per la forte opposizione delle lobby assicurative e dei repubblicani al Congresso, sono servite a migliorare le condizioni di vita di una fascia consistente di cittadini. Secondo alcuni osservatori ciò è ancora insufficiente ma la nomina della postkeynesiana Kelton è un ulteriore segnale positivo verso il progresso sociale. Tornando al grafico, si nota come lo stesso governo Bush avesse promosso una politica di spesa, differente però per quantità e qualità, ottenuta cioè attraverso l’incremento della spesa militare e la detassazione dei ceti abbienti, sul modello della Supply side in voga ai tempi della Reaganeconomics.
E’ l’ora, è l’ora, dunque, per un’inversione di rotta nella Sinistra europea?  Con l’affermazione di Syriza in Grecia i partiti progressisti potrebbero trovare gli strumenti e il coraggio necessari per interrompere quell’involuzione antropologica e progettuale che li trascina da oltre un ventennio nella subalternità al capitalismo globalizzato e finanziario, che ne ha trasfigurato l’identità al punto da cancellare il lessico fondativo: la lotta contro l’ingiustizia sociale e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la pace, i diritti universali, l’ambiente. L’ortodossia dell’austerity si è dipanata con geometrica potenza anche e soprattutto per mezzo della cosiddetta “Terza via” di Clinton, Blair e dei tanti emuli. Si tratta di usurpatori del vocabolo “riformismo”, che fu coniato per definire l’avanzamento sociale nel trentennio glorioso legato al modello europeo uscito dal dopoguerra e rafforzato dalla spinta propulsiva di movimenti, sindacati e partiti di sinistra sull’onda del ’68. Questi reazionari dell’economia travestiti da riformisti, da un lato hanno imposto un veteroliberismo che ha precarizzato e impoverito i lavoratori, dall’altro hanno ingabbiato i popoli nel progetto neoclassico di un’area di nonStati, l’Eurozona, retta da una tecnocrazia a-democratica che ha privato i governi della possibilità di progettare il futuro in termini di crescita economica, sociale ed eco-compatibile. L’operazione è filata liscia anche grazie alla manipolazione delle informazioni, dunque del sapere condiviso, attraverso il predominio nel mondo accademico e il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. Il mainstream ha così potuto spacciare assiomi per leggi matematiche, propugnando sintesi prive di dati empirici senza che gli oppositori ufficiali, di comodo o disinformati, opponessero alcuna antitesi. Se è vero che assumono un’incidenza negativa sui conti pubblici e privati fenomeni criminali come la corruzione, l’economia mafiosa e il mercato nero, si compie un esercizio di disonestà intellettuale nel valutare il sistema capitalista, una volta depurato da tali sacche d’illegalità, come un creatore ricchezza e un riequilibratore delle terribili sperequazioni sociali; allo stesso modo la deformante ottica neoclassica bilanciocentrica inserisce alla voce “costo” ogni elemento del sistema pubblico (sanità, istruzione, innovazione, riqualificazione ambientale) e i diritti dei lavoratori privati, degenerati sino al modello di precarizzazione permanente disegnato dal Jobs Act. Per anni, alle singole voci di sinistra alternativa disseminate dal big bang della caduta del Muro e alla minoranza di economisti di area neokeynesiana sono stati negati quegli spazi democratici propedeutici alla diffusione dei risultati dei loro studi. In particolare questi ultimi ritengono cruciale la comprensione del circolo virtuoso dei consumi e delle produzioni innescato dalle politiche anticicliche di investimento pubblico e sostegno ai salari. Nell’alveo atlantico il vento liberista ha preso a spirare negli anni ’80 in modo distruttivo sul vecchio continente, il primo ministro inglese Thatcher rappresentava quasi un ariete con le parole d’ordine “Tina” (“There is no alternative”) con cui aveva vinto la resistenza delle Trade Unions e ridotto le tasse sui grandi capitali. I baluardi sociali occidentali, da tempo allontanatisi dai regimi autoritari dell’Est europa, erano il primo governo Mitterrand (prima della marcia indietro sulle nazionalizzazioni) e il Pci sino alla morte del segretario Enrico Berlinguer. I comunisti non erano soltanto al fianco dei sindacati e dei lavoratori ma avevano concepito chiaramente i rischi del Sistema monetario europeo, come denunciò sin dal 1978, anche in relazione alla vocazione egemonica tedesca, l’allora “ministro degli Esteri” del partito Giorgio Napolitano. Al crepuscolo del “secolo breve” il riflusso è stato rapido, forse neppure le cancellerie del Nord e i capitalisti transnazionali avevano previsto che quasi nessuno, a sinistra, si sarebbe opposto ai piani di destrutturazione del pubblico e delle questioni sociali connesse all’indebolimento dei paesi del Sud attraverso la leva monetaria. Fausto Bertinotti, contraddicendo le posizioni espresse in precedenza da Rifondazione Comunista, ha accettato supinamente il Trattato di Maastricht e l’ingresso nell’Unione monetaria europea. Dopo il periodo di Mani Pulite nuove campagne antiCasta, meglio se in presenza di specifici scandali, hanno ammantato di moralismo il rigore bilanciofobico, elevando a operazioni moderne le svendite di asset fondamentali e di servizi pubblici, financo monopoli naturali quali i trasporti. Come si evince dai dati tabellari, nel periodo della presidenza Clinton sono peggiorate le condizioni di vita della middle e della working class attraverso tagli di spesa e maggiori imposte; in un secondo tempo il premier democratico, piuttosto che rafforzare i salari e il welfare, ha intrapreso la strada preferita dalle élite finanziarie e industriali: incentivare il credito con misure straordinarie come l’abolizione dello Steagall Glass Act, la norma che aveva introdotto Franklin Roosevelt per distinguere tra banche commerciali e d’affari. Sembra una coazione a ripetere. La concessione dei prestiti alle banche al tasso di interesse simbolico dell’1% attraverso i “piani di rifinanziamento a lungo termine” (Ltro e TLtro) stabiliti dalla Bce negli anno scorsi rispondono a questa logica. Basti pensare alla risolutezza con cui il presidente del Consiglio italiano Mario Monti, una sorta di “commissario” insediatosi dopo le dimissioni di Berlusconi caldeggiate dalla Troika nel 2011, ha applicato la deroga “bancaria” alla spending review: mentre la scure dei tagli colpiva inesorabile, scavando un’ingiustizia incolmabile per alcuni gruppi sociali come gli esodati, Monti finanziava il Monte dei Paschi in crisi. Il governo tecnico ha proceduto spedito anche nell’approvazione degli esiziali fiscal compact e pareggio di bilancio, votati dal Parlamento unito fatta eccezione per le significative critiche di economisti eterodossi quali Stefano Fassina della minoranza Pd e Paolo Cirino Pomicino, già ministro della corrente di sinistra della Dc. La presunta panacea del Quantitative Easing, ossia l’acquisto per 1140 miliardi di euro in 19 mesi di titoli di Stato che si trovano in pancia agli istituti di credito privati (scaricando per l’80% il risk sharing sulle banche centrali nazionali), fornirà nuova liquidità alle banche. I problemi non mancano di certo, considerata anche la bocciatura di 15 istituti da parte della Bce e della Eba all’esito degli stress test, ma le banche possiedono discreti margini: la ragione dei mancati trasferimenti di gran parte degli attivi all’economia reale dipende principalmente dalla carenza di domanda. D’altronde il purpose della Bce è sempre lo stesso per statuto: il QE funzionerà se riuscirà a portare l’inflazione verso l’obiettivo prefissato, indipendentemente da sviluppo, livelli occupazionali e salariali. Ciò significa che non possono bastare saltuarie spinte espansive se perdura il quadro recessivo attuale. Resta sullo sfondo la questione che divide gli economisti sugli effetti di un possibile abbandono dell’euro. Emiliano Brancaccio, nell’intervista concessa a Giacomo Russo Spena su Micromega del 15 gennaio, conferma che si dovrebbe valutare l’uscita “da sinistra”. Secondo molti no-euro tendenza Salvini e Le Pen la questione è secondaria, ma si tratta di una posizione strumentale. Studi di Act (Agire, costruire, trasformare) e libri come quello di Alessio Ferraro “L’Europa tradita dall’euroliberismo” evidenziano le diverse modalità ricordando l’esperienza italiana dell’uscita da un sistema di cambi fissi qual era lo Sme, ma “da destra”. Quando l’Italia fece il passo nel 1992 e il deprezzamento della lira ridiede giustamente fiato alle esportazioni, il premier Amato svalutò anche il lavoro terminando l’opera avviata da Craxi di eliminazione della Scala mobile. Il successore Ciampi, già protagonista alla guida di Bankitalia del “divorzio” dal ministero del Tesoro nel 1981, proseguì con la privatizzazione di aziende pubbliche e delle banche di interesse nazionale. L’uscita o l’estromissione di un Paese dall’euro, paventata a proposito di un mancato accordo sulla rinegoziazione del debito greco, è considerata giuridicamente impossibile senza modifica dei trattati, ciò malgrado siano stati presentati diversi ricorsi alla Corte costituzionale tedesca per ottenere il recesso unilaterale della Germania sin dai tempi di Maastricht in caso di sforamento dell’ inflazione. Per quanto il cammino della scissione monetaria risulti irto di ostacoli, è comunque più velleitaria la realizzazione del sogno del padre nobile Altiero Spinelli: l’Unione europea politica che eserciti un ruolo di pianificazione dell’economia. A tal fine, oltrechè recuperare un rapporto diretto tra governanti e governati che oggi votano un Europarlamento privo di potere esecutivo e legislativo, occorrerebbe ridisegnare una banca centrale a funzione pubblica e solidale sul modello della Fed americana, nonchè una politica fiscale volta al riequilibrio delle partite correnti tra gli Stati. Inoltre, sempre in un’ottica progressista, sarebbe auspicabile l’avvio di politiche di contrasto al dumping salariale e a quello fiscale che alimentano facili e immensi profitti di speculatori e multinazionali accrescendo le disuguaglianze intracontinentali. Alla luce di questo quadro appare chiaro che la scossa potrebbe arrivare da una nuova stagione di contaminazione positiva tra il rigore e il coraggio delle analisi degli intellettuali, l’impegno civile di sindacati e movimenti declinati attraverso la diffusione della verità sperimentale in continua evoluzione. Le politiche redistributive fiscali cui fa riferimento Thomas Piketty nell’imponente lavoro statistico de “Il Capitale del XXI secolo” sono dunque complementari alla idee innovative della professoressa Mariana Mazzucato, che rovescia la prospettiva innanzitutto da un punto di vista culturale, propugnando uno Stato motore di concorrenza virtuosa e investitore nei settori qualitativi in ambito tecnologico, sociale e ambientale: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/12/06/articolo-di-newspedia-sinistra-riparta-da-mazzucato-e-piketty/

“Mafia Capitale” tre anni dopo il caso Emilia. Intervista al Corriere del Ticino

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Sui legami tra mafia e politica il giornalista d’inchiesta Stefano Santachiara aveva indagato nel 2011 in Emilia Romagna scoprendo complicità tra politici locali e crimine organizzato. Gli abbiamo rivolto alcune domande sull’allarmante fenomeno.

In questi giorni si parla molto sui media italiani dell’inchiesta Mafia Capitale. Ebbero la stessa eco le indagini condotte un paio di anni fa in Emilia Romagna, di cui lei aveva riferito ampiamente?

No, malgrado gli ingredienti per un “romanzo criminale” ci fossero tutti: la mafia più ricca per giro d’affari e pericolosa militarmente, la ‘Ndrangheta calabrese, il legame con il Pd sull’Appennino emiliano, cioè nella regione più avanzata socialmente, le lottizzazioni immobiliari nelle mani di cooperative accusate di abusi edilizi, gli appalti milionari di stadi e scuole affidati in project financing a società riconducibili ad un boss della Piana di Gioia Tauro, imputato anche per incendi dolosi, estorsioni e per l’invio di teste di capretto mozzate a imprenditori rivali. Sì, proprio come l’intimidazione con la testa di cavallo resa celebre dal film “Il padrino”. La stampa locale è stata costretta a riprendere gli scoop di allora, nel 2011, poi silenzio tombale; quella nazionale, tranne la trasmissione Report, ha continuato a ignorare la vicenda. Eppure, rispetto alle collusioni mafiose con esponenti del centrodestra democristiano e poi berlusconiano, quella del PD di governo al nord era una novità assoluta.

Alcuni dirigenti locali del PD non uscirono bene da quelle indagini. Il partito come reagì?

La politica ha finto di non capire, minimizzando il fatto che il sindaco di Serramazzoni Luigi Ralenti incontrasse l’ex soggiornante obbligato Rocco Baglio, già condannato negli anni ’90 per bancarotta e detenzione di mitra, e gli assegnasse importanti opere edili. Le accuse per l’amministratore sono di corruzione e turbativa d’asta, il processo è in corso ma comportamenti simili non sono stati stigmatizzati dalla politica, neppure quando il Comune nel 2012 è stato commissariato dopo nuove indagini sulla nuova Giunta.

Quale difficoltà ha incontrato indagando sulle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna?

Gli ostacoli sono l’ omertà dettata dalla paura e le carenze di comprensione del fenomeno mafioso, anche da parte di magistrati e colleghi. Quando nel 2011 le indagini della pm di Modena Claudia Natalini hanno scoperchiato il Sacco di Serra non ha potuto contestare l’aggravante dell’articolo 7 perchè la Direzione distrettuale di Bologna, competente in materia, decise di non considerare metodo mafioso quello degli incendi dolosi e l’invio della testa di capretto. In seguito è stata la Direzione nazionale antimafia a legittimare il lavoro della dottoressa chiedendo la sorveglianza speciale per il boss. Purtroppo c’è stato persino chi, come il collega Giovanni Tizian, ha dichiarato che Baglio ormai “si era smarcato” dal mondo malavitoso. Eppure gli esperti di mafia sanno che le cosche, a meno di pentimenti, sono per sempre.

A quando risalgono i primi segnali dell’infiltrazione mafiosa nel nord Italia, e quali elementi le hanno facilitate?

Le infiltrazioni sono state agevolate dall’istituto del soggiorno obbligato, con il quale lo Stato spediva capimafia nel settentrione nell’errata convinzione che lontani dai feudi avrebbero reciso le radici con l’organizzazione criminale. Le motivazioni sono però strutturali, i mafiosi non sono stati sconfitti come i briganti perchè oltre ai traffici d’armi, droga e quant’altro crimine, rappresentano un’ economia sommersa legata a parti del mondo imprenditoriale e istituzionale. Le mafie, la cui presenza è riscontrata già nell’800 durante la spedizione dei Mille di Garibaldi in Sicilia e a Napoli, sono uno strumento d’ordine ideale. Ad esempio i campieri dei latifondi, come i caporali di oggi, furono “Importati” anche negli Stati Uniti perchè ottimi repressori delle rivendicazioni salariali e sociali dei lavoratori

I partiti e le istituzioni si sono muniti degli adeguati antidoti?

Gli strumenti legislativi sono insufficienti, basti pensare all’autoriciclaggio che ha approvato prima di noi la Repubblica di San Marino, alla depenalizzazione del falso in bilancio, alle pene irrisorie per reati-spia come gli incendi, gli abusi edilizi e relativi al traffico di rifiuti. I problemi però sono innanzitutto operativi e culturali: troppi beni confiscati ai boss non vengono assegnati, le ex imprese mafiose chiudono e queste sono sconfitte dello Stato, che in linea generale dovrebbe riappropriarsi del suo ruolo di propulsore nell’economia, anche appunto gestendo direttamente società, banche, immobili. La Regione Toscana di recente ha approvato una norma per assegnare ad alloggi popolari gli immobili sottratti al giogo mafioso: mi pare un’ottima risposta!

Le indagini di Roma secondo lei cosa stanno portando a galla?

E’ la punta di un iceberg di un mondo ramificato e in parte già noto. Vedremo se reggerà l’accusa di mafia contestata agli autoctoni, basata sulla disponibilità di armi del gruppo ruotante attorno al terrorista dei Nar Massimo Carminati e sulla spartizione degli appalti tipica di mafia siciliana, ‘Ndrangheta e camorra. Anche Salvatore Buzzi, fondatore della cooperativa 29 giugno e gestore delle attività economiche di “Mafia Capitale”, era stato condannato per omicidio a 24 anni di carcere ma è stato graziato nel 1994 dal presidente della Repubblica Scalfaro.

(Osvaldo Migotto, direttore del Corriere del Ticino)
12 dicembre 2014

Articolo di Newspedia: “Sinistra riparta da Mazzucato e Piketty”

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Thomas Piketty e Mariana Mazzucato delineano due policy complementari che i progressisti farebbero bene a raccogliere per la rinascita di una vera e unita Sinistra. Proprio al fine di concretizzare l’avanzamento umano e ambientale, il contenitore futuro de “La Cosa” che in Italia ancora non c’è dovrebbe essere coraggioso e inclusivo, considerando le diverse competenze, gli errori e la storia di ciascuno. E dunque non potrà prescindere da contributi intellettuali importanti, neppure da personaggi discussi come Massimo D’Alema.

E’ questa l’analisi di Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta che nel giro di un anno ha pubblicato due libri ad alta valenza sociale: “I panni sporchi della sinistra” (con Ferruccio Pinotti, per Chiarelettere, per mesi in cima alle classifiche) e “Calcio, carogne e gattopardi”, pamphlet autoprodotto che suscita un interesse crescente nel pubblico e nella critica. In un incontro tenutosi il 2 dicembre a Modena, nel palazzo storico che si affaccia sulla torre Ghirlandina, l’autore ha presentato l’ultima opera assieme a Michele De Lucia, voce storica di Radioradicale e tra i primi giornalisti a denunciare la degenerazione della sinistra italiana e gliaccordi occulti con “l’avversario” Silvio Berlusconi: nel libro “Il Baratto” (Kaos, 2008) e “Il Berluschino”(Kaos), fresco di pubblicazione e incentrato sulla figura del premier Matteo Renzi. La serata ha visto la partecipazione attiva del pubblico e del variegato parterre de roi: daLegambiente a Libertà e Giustizia, dal segretario modenese di Sel Gianni Monaco all’economista Emilio Costantini, ex analista della Cbs a Sydney. A margine dell’incontro Santachiara, noto per aver scoperto nel 2011 il primo caso di legami tra la mafia e il Pd di governo al nord, si è soffermato sul dibattito in corso relativo alle questioni socio-economiche di un Paese in crisi permanente.

Nei giorni scorsi aveva commentato la “svolta keynesiana” di Massimo D’Alema, a seguito diun’intervista concessa al Corriere della Sera in cui l’ex premier proponeva di ripartire dagli investimenti pubblici e di abolire il gap fiscale tra i paesi dell’Unione europea. Pur sottolineando il ripensamento tardivo e l’autocritica “poco approfondita” sui danni cagionati dai governi di centrosinistra, Santachiara ha apprezzato lo sforzo eterodosso con il quale D’Alema ha inteso sfidare i dogmi dell’austerity e del liberismo imposti dalle Tecnocrazie:

“Una voce autorevole si frappone al percorso di continuità gattopardesca che unisce in un simbolico fil rouge i premier Monti, Letta e Renzi, non legittimati dalle elezioni politiche. In particolare – ha continuato – questo governo di maschere procede come un caterpillar di stampo “thatcheriano”, sostenuto da poteri finanziari italiani e internazionali, nell’opera di smantellamento delle reti pubbliche sfuggite alle svendite passate, del sistema di welfare e di diritti del lavoro. La china discendente impoverirà altri gruppi della classe media e getterà nella disperazione le fasce deboli, alle prese con minori protezioni sociali e, malgrado la fase recessiva, con la crescita di tariffe dei meno efficienti servizi locali per effetto degli oligopoli di società miste pubblico-privato che sublimano la rendita finanziaria. Il tutto è abilmente dissimulato dalla tecnica della “light, ordinary and shock disinformation”: i media sono corresponsabili della deriva a-democratica renziana con i suoi frutti avvelenati del disimpegno civile e dell’astensionismo elettorale, non solo per l’occultamento di notizie fondamentali quali i reali effetti dei trattati europei che hanno reso l’Italia schiava dei Patti di stabilità e dei relativi costi esiziali della cosiddetta “austerity”, ma anche perchè hanno adoperato scandali di mafia e corruzione, presenti sia nel pubblico che nel privato e naturalmente da debellare, al fine implicito di destrutturare comparti e servizi statuali”.

Massimo D’Alema, che di alcune campagne è stato vittima negli anni passati, ha citato ad esempio proprio Thomas Piketty e Mariana Mazzucato, autori dei bestseller “Il Capitale del XXI secolo”(Bompiani) e “Lo Stato innovatore”(Laterza), i quali, secondo Santachiara, dovrebbero essere i principali cardini nell’orizzonte della nuova sinistra.

Il giornalista d’inchiesta rilegge “le tesi di Francois Mitterrand sui due socialismi: l’uno solidale e l’altro creatore di avanzamento sociale. In questo solco di grande ispirazione progettuale (esulando dunque dal giudizio complessivo sul presidente Mitterrand, nella misura dei rapporti tra partiti di sinistra e della retromarcia dopo il promettente avvio all’Eliseo in tema di nazionalizzazioni e sostegno ai lavoratori) vanno inquadrate le politiche redistributive che Piketty vorrebbe dispiegare attraverso la leva fiscale progressiva e qualitativa contro le rendite. Lo studio del filosofo ed economista francese è importante – sottolinea Santachiara – ma necessita di un lavoro complementare poiché in ogni squadra, se vogliamo usare una metafora semplice, la fase della difesa e del contropiede andrebbe sempre associata a quella dell’attacco. All’impegno di tipo fiscale per ridurre le sperequazioni di patrimoni e redditi nel mercato attuale, è quindi fondamentale associare le policy postulate dalla professoressa Mariana Mazzucato sullo Stato innovatore, un sistema pubblico capace di sospingere, e di disegnare ex novo, settori economici che migliorino la qualità della società e dell’ambiente, investendo in modo lungimirante e coraggioso. Non a caso Mazzucato fa riferimento agli insegnamenti di John Maynard Keynes sulla domanda e la necessità di aumentare la spesa sociale, ma anche alle teorie di Joseph Schumpeter sul risk”.

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Stefano Santachiara ha ricordato un altro dibattito cui aveva assistito pochi giorni prima sempre in Emilia Romagna, regione che grazie al pragmatismo riformista del Pci seppe costruire un sistema di welfare d’avanguardia. Al teatro Ariosto di Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna “La Repubblica delle idee” Mazzucato ha dialogato col direttore di Repubblica Ezio Mauro esponendo “dati empirici e concetti in grado di rovesciare la prospettiva da un punto di vista economico e innanzitutto culturale”.

Il percorso di comprensione e diffusione delle idee che ha affascinato il pubblico, secondo l’autore de “I panni sporchi della sinistra”, rappresenta un simbolico feedback, trattandosi della “risposta implicita all’invito rivolto da Piketty agli accademici: saper interagire con gli studenti-cittadini estendendo l’orizzonte dei programmi didattici in una reciproca emancipazione, contaminazione e scoperta”.

All’incontro di Reggio era presente in platea anche il segretario della Fiom e probabile futuro leader di sinistra Maurizio Landini: “Peccato che si tratti di concetti che non esistono – ha detto Landini – semplicemente sono estranei ai politici italiani”. Il commento di Santachiara sul blog è significativo:

”Sarà. Forse è proprio da idee emancipate e ambiziose, come il “siate realisti, chiedete l’impossibile” degli anni ’70 o se si vuole il più moderno e politically correct “stay hungry, stay foolish”, che il progetto progressista dovrebbe ripartire nella parte resiliente e inclusiva che non si è perduta nelle strade del carrierismo, dell’isolato snobismo o della miope divisione come in questo ventennio d’involuzione culturale della sinistra italiana”.

Movimenti, sindacati, partiti, intellettuali come Mazzucato e Piketty, saranno in grado di unire le complementari forze?

(Annalisa Rossi)

http://www.newspedia.it/stefano-santachiara-sinistra-riparta-da-piketty-e-mazzucato/
L’articolo è stato ripreso anche da http://www.scenariglobali.it/politica/745-stefano-santachiara-sinistra-riparta-da-piketty-e-mazzucato.html

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