Left/Speciale ‘Ndrangheta in Emilia. Bensvegliato Pd

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Welcome to reality. E’ l’unica risposta possibile allo stupore suscitato dai rapporti tra cosche, economia e politica emersi dall’operazione Aemilia. Il presidente della Regione Stefano Bonaccini ha annunciato la costituzione di parte civile e i democratici fanno a gara a ricordare i “nuovi” progetti: abolizione del massimo ribasso negli appalti, estensione della white list, stazioni uniche appaltanti. Le dichiarazioni enfatiche sono ormai una coazione a ripetere bipartisan, fiammate che seguono le inchieste giudiziarie per poi spegnersi l’indomani. Da troppo tempo nel pragmatico modello emiliano non si incide sui processi di selezione degli appalti o sul riutilizzo sociale degli immobili confiscati alle mafie che in Toscana, ad esempio, diventeranno case popolari; le sottovalutazioni si estendono sia alle saldature opache che alle denunce di amministratori in prima linea. Non rappresenta un amaro déjà vu lo sfogo di Sonia Masini, già presidente della Provincia di Reggio Emilia nel mirino della ‘Ndrangheta, quando lamenta l’isolamento all’interno del partito? Basti ricordare il paradigma di Vignola, antico crocevia del narcotraffico e tra i comuni più investiti dall’espansione edilizia. Nel 2006 Roberto Adani, sindaco Ds attivo nelle campagne antimafia e capace di allontanare assessori chiacchierati, ricevette un proiettile in busta chiusa. I vertici della Margherita dissero che quelle denunce rischiavano di danneggiare l’immagine del territorio, il suo partito non andò oltre una solidarietà di circostanza. La sindaca che vinse le elezioni seguenti, Daria Denti, ha diffuso cultura della legalità attraverso iniziative come il censimento dei locali no-slot, la trasformazione di un capannone oggetto di abuso edilizio in presidio della memoria, il festival regionale antimafia Aut Aut. Eppure alle comunali 2014 il Pd ha scelto ancora di cambiare col risultato che Vignola è finita nelle mani del notaio Mauro Smeraldi, civico di centrodestra. Resta da capire quale sarà la carriera politica di Isabella Conti, 32enne prima cittadina di San Lazzaro di Savena che ha denunciato le minacce subìte dopo la bocciatura di un insediamento urbano da 300 milioni di euro. Ora il caso è alla Commissione d’inchiesta del Senato e l’appoggio è trasversale, ma i precedenti non lasciano ben sperare. Nel 2013 in Emilia Romagna, stando ai dati di Avviso Pubblico e Ossigeno, risultano 10 intimidazioni a danni di amministratori e 6 a giornalisti. A Brescello, paese reso celebre da Il mondo piccolo di Guareschi, al posto di don Camillo risiede un’altra genia di “don”. Al boss di Cutro Francesco Grande Aracri sono stati sequestrati beni per tre milioni di euro mentre il figlio Salvatore è sotto processo perchè 5 anni fa avrebbe minacciato di sparare a Catia Siva, segretaria della Lega nord. Intervistato da Cortocircuitotv Marcello Coffrini, giovane sindaco di area renziana, ha negato infiltrazioni e definito Francesco Grande Aracri “persona composta che ha sempre vissuto a basso livello”. L’abbassamento della guardia rientra nella lenta involuzione antropologica, etica e progettuale, del partito erede del Pci. Nel 1987 il sindaco di Bologna Renzo Imbeni estromise dall’appalto dell’aeroporto Marconi l’impresa di Carmelo Costanzo, Cavaliere del Lavoro di Catania. Non attese la magistratura ma spedì un dossier al prefetto che costrinse Costanzo a smontare gru e camion, ricevendo il sostegno del partito unito, di socialisti e democristiani. Altri tempi, quelli in cui il Pci monitorava il fenomeno mafioso. L’intreccio tra colletti bianchi e holding del crimine fu agevolato dal soggiorno obbligato, istituto che riproduceva la microfisica della sudditanza di muratori e operai emigrati, ma deriva da ragioni strutturali: storicamente Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita rappresentano un potere economico occulto, un brutale strumento di controllo sul lavoro e un braccio terroristico geostrategico. La sezione Giustizia di Botteghe Oscure, nel lontano 1984, enucleava già gli arresti dei mafiosi: 16 in Piemonte, 2 in Lombardia, 4 in Emilia Romagna. All’alba della Seconda Repubblica la Commissione Antimafia definì “impressionante” il quadro delle cosche, perciò la Regione delegò relazioni allo studioso Enzo Ciconte e le associazioni spingevano dal basso: troppo poco ai fini di una condivisione collettiva. La sveglia doveva suonare il 26 luglio 2006, quando affiliati degli Arena, ‘ndrina di Isola di Capo Rizzuto, sventrarono con un chilo di pentrite l’Agenzia delle Entrate di Sassuolo, rea di aver accertato una frode fiscale che nascondeva un reimpiego di capitali della cosca tramite compravendite fittizie tra Svizzera e Isole Vergini. Invece ci sono voluti 4 anni di sottovalutazione prima che la Regione chiedesse l’istituzione della Dia. Nel frattempo le risposte sono arrivate da avanguardie dello Stato, ancora una volta donne: le indagini della pm della Dda Elisabetta Melotti hanno dimostrato le complicità bancarie degli Arena e portato alla condanna dell’autore dell’attentato Paolo Pelaggi, il quale figura oggi tra gli indagati di Aemilia come presunto trait d’union con la cosca Grande Aracri; la Prefetto Antonella De Miro, appena insediata a Reggio, ha revocato 15 certificati antimafia a società in odor di ‘Ndrangheta; la pm di Modena Claudia Natalini ha scoperchiato abusi edilizi sul dorsale appenninico e i primi rapporti tra un sindaco Pd, Luigi Ralenti di Serramazzoni, e un ex soggiornante obbligato di Gioia Tauro, Rocco Baglio. Mai condannato per mafia, il calabrese agganciò il mondo economico mediante Renato Cavazzuti, direttore della Cassa di Risparmio già in Fininvest Programma Italia. A Serra, secondo l’accusa in cambio di uno sconto al sindaco su un immobile, la ditta della moglie di Baglio si è aggiudicata le opere edili del restyling dello stadio. I media hanno minimizzato, il Pd non ha preso posizione salvo favorire a fine mandato la sostituzione di Ralenti, che rivendicava i “colloqui istituzionali” con l’ex soggiornante, accusato anche dell’invio di una testa di capretto mozzata a un imprenditore rivale. Massimo Mezzetti di Sel, assessore regionale alla Cultura con delega alla Legalità, ha chiesto invano lo scioglimento del Comune mentre il procuratore Vito Zincani andava spiegando l’unicum dell’inchiesta in Emilia Romagna, in cui “la criminalità organizzata ha fatto un salto di qualità tessendo rapporti con il tessuto politico”. Neppure un servizio di Report del dicembre 2011 ha scosso istituzioni e stampa. La coscienza antimafia è esplosa il mese seguente quando il collaboratore della Gazzetta di Modena Giovanni Tizian è stato improvvisamente messo sotto scorta. Come fosse un fulmine a ciel sereno, tutti hanno preso a organizzare manifestazioni. Il ballon d’essai poi si è spostato a destra per un sospetto aumento di tesserati al congresso Pdl di Modena. Com’era prevedibile i controlli del commissario Denis Verdini hanno dato esito negativo e il tema mafia è tornato tabù fino all’altro ieri. Fino al prossimo Romanzo criminale.

(Left Avvenimenti, 14 febbraio 2015)

Sinistra al bivio: modello Keynes o infinita terza via?

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Per l’Europa si aggira lo spettro della presa di coscienza collettiva dopo la rivoluzione democratica di Syriza, la cui affermazione elettorale restituisce dignità e speranza ad un popolo devastato che ha avuto la forza di non piegarsi ai ricatti del potere finanziario internazionale e delle tecnocrazie Ue. Mentre si resta in attesa di comprendere le prime mosse del governo di coalizione di Alexis Tsipras, anzichè entrare nell’indeterminato e spesso superfluo dibattito italiano sulle alleanze possibili, sovraccarico di calcoli personali e polemiche strumentali, intendo approfondire alcuni effetti dell’azione di governo negli Stati Uniti. Il grafico che troverete al link sottostante concerne l’andamento dei deficit e surplus nei settori economici (pubblico, privato, estero), è stato pubblicato dalla professoressa Stephanie Kelton, presidente del Dipartimento di Economia dell’università di Kansas City, cuore della Modern Money Theory. Kelton a fine anno è stata nominata chief economist della Commissione Finanze del Senato dal democratico Bernie Sanders, più volte accusato di ispirarsi a idee “socialiste”

Una strada innovativa per la rinascita di una nuova Sinistra, una volta elaborate specifiche analisi, sarebbe quella di sperimentare policy di matrice keynesiana come in parte ha già saputo dispiegare il presidente Obama. Lasciando da parte la peculiare condizione americana di negatività costante nella bilancia dei pagamenti, un elemento compatibile con il ruolo del dollaro di moneta mondiale di riferimento, si registra un surplus per imprese e cittadini dovuto ad una combinazione di fattori e passato attraverso fasi alterne: dal 2010 il deficit pubblico utilizzato per rilanciare l’economia dopo la crisi finanziaria è tornato a scendere sino all’odierno 2,8% del Pil, ma in precedenza aveva superato anche la vetta del 10%, dunque oltre il triplo di quanto oggi è consentito ai Paesi dell’Eurozona. Al netto delle fluttuazioni delle entrate fiscali correlate al fallimento delle imprese – fattore inesistente nell’area Euro poichè i Patti di stabilità impongono agli Stati di ricaricare la pressioni tributaria sul resto dei contribuenti – l’amministrazione Obama si è contraddistinta per una politica espansiva non solo di emergenza, andando dunque al di là del successo del Quantitative Easing. L’influenza da parte del mondo accademico keynesiano americano, ad esempio di James Galbraith, è stata decisiva al fine di orientare l’aumento degli investimenti pubblici e della spesa sociale. Riforme fondamentali come la rivoluzione copernicana sanitaria che sta cercando di allineare gli Usa a livelli di civiltà europei e avanzata troppo gradualmente per la forte opposizione delle lobby assicurative e dei repubblicani al Congresso, sono servite a migliorare le condizioni di vita di una fascia consistente di cittadini. Secondo alcuni osservatori ciò è ancora insufficiente ma la nomina della postkeynesiana Kelton è un ulteriore segnale positivo verso il progresso sociale. Tornando al grafico, si nota come lo stesso governo Bush avesse promosso una politica di spesa, differente però per quantità e qualità, ottenuta cioè attraverso l’incremento della spesa militare e la detassazione dei ceti abbienti, sul modello della Supply side in voga ai tempi della Reaganeconomics.
E’ l’ora, è l’ora, dunque, per un’inversione di rotta nella Sinistra europea?  Con l’affermazione di Syriza in Grecia i partiti progressisti potrebbero trovare gli strumenti e il coraggio necessari per interrompere quell’involuzione antropologica e progettuale che li trascina da oltre un ventennio nella subalternità al capitalismo globalizzato e finanziario, che ne ha trasfigurato l’identità al punto da cancellare il lessico fondativo: la lotta contro l’ingiustizia sociale e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la pace, i diritti universali, l’ambiente. L’ortodossia dell’austerity si è dipanata con geometrica potenza anche e soprattutto per mezzo della cosiddetta “Terza via” di Clinton, Blair e dei tanti emuli. Si tratta di usurpatori del vocabolo “riformismo”, che fu coniato per definire l’avanzamento sociale nel trentennio glorioso legato al modello europeo uscito dal dopoguerra e rafforzato dalla spinta propulsiva di movimenti, sindacati e partiti di sinistra sull’onda del ’68. Questi reazionari dell’economia travestiti da riformisti, da un lato hanno imposto un veteroliberismo che ha precarizzato e impoverito i lavoratori, dall’altro hanno ingabbiato i popoli nel progetto neoclassico di un’area di nonStati, l’Eurozona, retta da una tecnocrazia a-democratica che ha privato i governi della possibilità di progettare il futuro in termini di crescita economica, sociale ed eco-compatibile. L’operazione è filata liscia anche grazie alla manipolazione delle informazioni, dunque del sapere condiviso, attraverso il predominio nel mondo accademico e il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. Il mainstream ha così potuto spacciare assiomi per leggi matematiche, propugnando sintesi prive di dati empirici senza che gli oppositori ufficiali, di comodo o disinformati, opponessero alcuna antitesi. Se è vero che assumono un’incidenza negativa sui conti pubblici e privati fenomeni criminali come la corruzione, l’economia mafiosa e il mercato nero, si compie un esercizio di disonestà intellettuale nel valutare il sistema capitalista, una volta depurato da tali sacche d’illegalità, come un creatore ricchezza e un riequilibratore delle terribili sperequazioni sociali; allo stesso modo la deformante ottica neoclassica bilanciocentrica inserisce alla voce “costo” ogni elemento del sistema pubblico (sanità, istruzione, innovazione, riqualificazione ambientale) e i diritti dei lavoratori privati, degenerati sino al modello di precarizzazione permanente disegnato dal Jobs Act. Per anni, alle singole voci di sinistra alternativa disseminate dal big bang della caduta del Muro e alla minoranza di economisti di area neokeynesiana sono stati negati quegli spazi democratici propedeutici alla diffusione dei risultati dei loro studi. In particolare questi ultimi ritengono cruciale la comprensione del circolo virtuoso dei consumi e delle produzioni innescato dalle politiche anticicliche di investimento pubblico e sostegno ai salari. Nell’alveo atlantico il vento liberista ha preso a spirare negli anni ’80 in modo distruttivo sul vecchio continente, il primo ministro inglese Thatcher rappresentava quasi un ariete con le parole d’ordine “Tina” (“There is no alternative”) con cui aveva vinto la resistenza delle Trade Unions e ridotto le tasse sui grandi capitali. I baluardi sociali occidentali, da tempo allontanatisi dai regimi autoritari dell’Est europa, erano il primo governo Mitterrand (prima della marcia indietro sulle nazionalizzazioni) e il Pci sino alla morte del segretario Enrico Berlinguer. I comunisti non erano soltanto al fianco dei sindacati e dei lavoratori ma avevano concepito chiaramente i rischi del Sistema monetario europeo, come denunciò sin dal 1978, anche in relazione alla vocazione egemonica tedesca, l’allora “ministro degli Esteri” del partito Giorgio Napolitano. Al crepuscolo del “secolo breve” il riflusso è stato rapido, forse neppure le cancellerie del Nord e i capitalisti transnazionali avevano previsto che quasi nessuno, a sinistra, si sarebbe opposto ai piani di destrutturazione del pubblico e delle questioni sociali connesse all’indebolimento dei paesi del Sud attraverso la leva monetaria. Fausto Bertinotti, contraddicendo le posizioni espresse in precedenza da Rifondazione Comunista, ha accettato supinamente il Trattato di Maastricht e l’ingresso nell’Unione monetaria europea. Dopo il periodo di Mani Pulite nuove campagne antiCasta, meglio se in presenza di specifici scandali, hanno ammantato di moralismo il rigore bilanciofobico, elevando a operazioni moderne le svendite di asset fondamentali e di servizi pubblici, financo monopoli naturali quali i trasporti. Come si evince dai dati tabellari, nel periodo della presidenza Clinton sono peggiorate le condizioni di vita della middle e della working class attraverso tagli di spesa e maggiori imposte; in un secondo tempo il premier democratico, piuttosto che rafforzare i salari e il welfare, ha intrapreso la strada preferita dalle élite finanziarie e industriali: incentivare il credito con misure straordinarie come l’abolizione dello Steagall Glass Act, la norma che aveva introdotto Franklin Roosevelt per distinguere tra banche commerciali e d’affari. Sembra una coazione a ripetere. La concessione dei prestiti alle banche al tasso di interesse simbolico dell’1% attraverso i “piani di rifinanziamento a lungo termine” (Ltro e TLtro) stabiliti dalla Bce negli anno scorsi rispondono a questa logica. Basti pensare alla risolutezza con cui il presidente del Consiglio italiano Mario Monti, una sorta di “commissario” insediatosi dopo le dimissioni di Berlusconi caldeggiate dalla Troika nel 2011, ha applicato la deroga “bancaria” alla spending review: mentre la scure dei tagli colpiva inesorabile, scavando un’ingiustizia incolmabile per alcuni gruppi sociali come gli esodati, Monti finanziava il Monte dei Paschi in crisi. Il governo tecnico ha proceduto spedito anche nell’approvazione degli esiziali fiscal compact e pareggio di bilancio, votati dal Parlamento unito fatta eccezione per le significative critiche di economisti eterodossi quali Stefano Fassina della minoranza Pd e Paolo Cirino Pomicino, già ministro della corrente di sinistra della Dc. La presunta panacea del Quantitative Easing, ossia l’acquisto per 1140 miliardi di euro in 19 mesi di titoli di Stato che si trovano in pancia agli istituti di credito privati (scaricando per l’80% il risk sharing sulle banche centrali nazionali), fornirà nuova liquidità alle banche. I problemi non mancano di certo, considerata anche la bocciatura di 15 istituti da parte della Bce e della Eba all’esito degli stress test, ma le banche possiedono discreti margini: la ragione dei mancati trasferimenti di gran parte degli attivi all’economia reale dipende principalmente dalla carenza di domanda. D’altronde il purpose della Bce è sempre lo stesso per statuto: il QE funzionerà se riuscirà a portare l’inflazione verso l’obiettivo prefissato, indipendentemente da sviluppo, livelli occupazionali e salariali. Ciò significa che non possono bastare saltuarie spinte espansive se perdura il quadro recessivo attuale. Resta sullo sfondo la questione che divide gli economisti sugli effetti di un possibile abbandono dell’euro. Emiliano Brancaccio, nell’intervista concessa a Giacomo Russo Spena su Micromega del 15 gennaio, conferma che si dovrebbe valutare l’uscita “da sinistra”. Secondo molti no-euro tendenza Salvini e Le Pen la questione è secondaria, ma si tratta di una posizione strumentale. Studi di Act (Agire, costruire, trasformare) e libri come quello di Alessio Ferraro “L’Europa tradita dall’euroliberismo” evidenziano le diverse modalità ricordando l’esperienza italiana dell’uscita da un sistema di cambi fissi qual era lo Sme, ma “da destra”. Quando l’Italia fece il passo nel 1992 e il deprezzamento della lira ridiede giustamente fiato alle esportazioni, il premier Amato svalutò anche il lavoro terminando l’opera avviata da Craxi di eliminazione della Scala mobile. Il successore Ciampi, già protagonista alla guida di Bankitalia del “divorzio” dal ministero del Tesoro nel 1981, proseguì con la privatizzazione di aziende pubbliche e delle banche di interesse nazionale. L’uscita o l’estromissione di un Paese dall’euro, paventata a proposito di un mancato accordo sulla rinegoziazione del debito greco, è considerata giuridicamente impossibile senza modifica dei trattati, ciò malgrado siano stati presentati diversi ricorsi alla Corte costituzionale tedesca per ottenere il recesso unilaterale della Germania sin dai tempi di Maastricht in caso di sforamento dell’ inflazione. Per quanto il cammino della scissione monetaria risulti irto di ostacoli, è comunque più velleitaria la realizzazione del sogno del padre nobile Altiero Spinelli: l’Unione europea politica che eserciti un ruolo di pianificazione dell’economia. A tal fine, oltrechè recuperare un rapporto diretto tra governanti e governati che oggi votano un Europarlamento privo di potere esecutivo e legislativo, occorrerebbe ridisegnare una banca centrale a funzione pubblica e solidale sul modello della Fed americana, nonchè una politica fiscale volta al riequilibrio delle partite correnti tra gli Stati. Inoltre, sempre in un’ottica progressista, sarebbe auspicabile l’avvio di politiche di contrasto al dumping salariale e a quello fiscale che alimentano facili e immensi profitti di speculatori e multinazionali accrescendo le disuguaglianze intracontinentali. Alla luce di questo quadro appare chiaro che la scossa potrebbe arrivare da una nuova stagione di contaminazione positiva tra il rigore e il coraggio delle analisi degli intellettuali, l’impegno civile di sindacati e movimenti declinati attraverso la diffusione della verità sperimentale in continua evoluzione. Le politiche redistributive fiscali cui fa riferimento Thomas Piketty nell’imponente lavoro statistico de “Il Capitale del XXI secolo” sono dunque complementari alla idee innovative della professoressa Mariana Mazzucato, che rovescia la prospettiva innanzitutto da un punto di vista culturale, propugnando uno Stato motore di concorrenza virtuosa e investitore nei settori qualitativi in ambito tecnologico, sociale e ambientale: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/12/06/articolo-di-newspedia-sinistra-riparta-da-mazzucato-e-piketty/

“Mafia Capitale” tre anni dopo il caso Emilia. Intervista al Corriere del Ticino

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Sui legami tra mafia e politica il giornalista d’inchiesta Stefano Santachiara aveva indagato nel 2011 in Emilia Romagna scoprendo complicità tra politici locali e crimine organizzato. Gli abbiamo rivolto alcune domande sull’allarmante fenomeno.

In questi giorni si parla molto sui media italiani dell’inchiesta Mafia Capitale. Ebbero la stessa eco le indagini condotte un paio di anni fa in Emilia Romagna, di cui lei aveva riferito ampiamente?

No, malgrado gli ingredienti per un “romanzo criminale” ci fossero tutti: la mafia più ricca per giro d’affari e pericolosa militarmente, la ‘Ndrangheta calabrese, il legame con il Pd sull’Appennino emiliano, cioè nella regione più avanzata socialmente, le lottizzazioni immobiliari nelle mani di cooperative accusate di abusi edilizi, gli appalti milionari di stadi e scuole affidati in project financing a società riconducibili ad un boss della Piana di Gioia Tauro, imputato anche per incendi dolosi, estorsioni e per l’invio di teste di capretto mozzate a imprenditori rivali. Sì, proprio come l’intimidazione con la testa di cavallo resa celebre dal film “Il padrino”. La stampa locale è stata costretta a riprendere gli scoop di allora, nel 2011, poi silenzio tombale; quella nazionale, tranne la trasmissione Report, ha continuato a ignorare la vicenda. Eppure, rispetto alle collusioni mafiose con esponenti del centrodestra democristiano e poi berlusconiano, quella del PD di governo al nord era una novità assoluta.

Alcuni dirigenti locali del PD non uscirono bene da quelle indagini. Il partito come reagì?

La politica ha finto di non capire, minimizzando il fatto che il sindaco di Serramazzoni Luigi Ralenti incontrasse l’ex soggiornante obbligato Rocco Baglio, già condannato negli anni ’90 per bancarotta e detenzione di mitra, e gli assegnasse importanti opere edili. Le accuse per l’amministratore sono di corruzione e turbativa d’asta, il processo è in corso ma comportamenti simili non sono stati stigmatizzati dalla politica, neppure quando il Comune nel 2012 è stato commissariato dopo nuove indagini sulla nuova Giunta.

Quale difficoltà ha incontrato indagando sulle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna?

Gli ostacoli sono l’ omertà dettata dalla paura e le carenze di comprensione del fenomeno mafioso, anche da parte di magistrati e colleghi. Quando nel 2011 le indagini della pm di Modena Claudia Natalini hanno scoperchiato il Sacco di Serra non ha potuto contestare l’aggravante dell’articolo 7 perchè la Direzione distrettuale di Bologna, competente in materia, decise di non considerare metodo mafioso quello degli incendi dolosi e l’invio della testa di capretto. In seguito è stata la Direzione nazionale antimafia a legittimare il lavoro della dottoressa chiedendo la sorveglianza speciale per il boss. Purtroppo c’è stato persino chi, come il collega Giovanni Tizian, ha dichiarato che Baglio ormai “si era smarcato” dal mondo malavitoso. Eppure gli esperti di mafia sanno che le cosche, a meno di pentimenti, sono per sempre.

A quando risalgono i primi segnali dell’infiltrazione mafiosa nel nord Italia, e quali elementi le hanno facilitate?

Le infiltrazioni sono state agevolate dall’istituto del soggiorno obbligato, con il quale lo Stato spediva capimafia nel settentrione nell’errata convinzione che lontani dai feudi avrebbero reciso le radici con l’organizzazione criminale. Le motivazioni sono però strutturali, i mafiosi non sono stati sconfitti come i briganti perchè oltre ai traffici d’armi, droga e quant’altro crimine, rappresentano un’ economia sommersa legata a parti del mondo imprenditoriale e istituzionale. Le mafie, la cui presenza è riscontrata già nell’800 durante la spedizione dei Mille di Garibaldi in Sicilia e a Napoli, sono uno strumento d’ordine ideale. Ad esempio i campieri dei latifondi, come i caporali di oggi, furono “Importati” anche negli Stati Uniti perchè ottimi repressori delle rivendicazioni salariali e sociali dei lavoratori

I partiti e le istituzioni si sono muniti degli adeguati antidoti?

Gli strumenti legislativi sono insufficienti, basti pensare all’autoriciclaggio che ha approvato prima di noi la Repubblica di San Marino, alla depenalizzazione del falso in bilancio, alle pene irrisorie per reati-spia come gli incendi, gli abusi edilizi e relativi al traffico di rifiuti. I problemi però sono innanzitutto operativi e culturali: troppi beni confiscati ai boss non vengono assegnati, le ex imprese mafiose chiudono e queste sono sconfitte dello Stato, che in linea generale dovrebbe riappropriarsi del suo ruolo di propulsore nell’economia, anche appunto gestendo direttamente società, banche, immobili. La Regione Toscana di recente ha approvato una norma per assegnare ad alloggi popolari gli immobili sottratti al giogo mafioso: mi pare un’ottima risposta!

Le indagini di Roma secondo lei cosa stanno portando a galla?

E’ la punta di un iceberg di un mondo ramificato e in parte già noto. Vedremo se reggerà l’accusa di mafia contestata agli autoctoni, basata sulla disponibilità di armi del gruppo ruotante attorno al terrorista dei Nar Massimo Carminati e sulla spartizione degli appalti tipica di mafia siciliana, ‘Ndrangheta e camorra. Anche Salvatore Buzzi, fondatore della cooperativa 29 giugno e gestore delle attività economiche di “Mafia Capitale”, era stato condannato per omicidio a 24 anni di carcere ma è stato graziato nel 1994 dal presidente della Repubblica Scalfaro.

(Osvaldo Migotto, direttore del Corriere del Ticino)
12 dicembre 2014

Articolo di Newspedia: “Sinistra riparta da Mazzucato e Piketty”

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Thomas Piketty e Mariana Mazzucato delineano due policy complementari che i progressisti farebbero bene a raccogliere per la rinascita di una vera e unita Sinistra. Proprio al fine di concretizzare l’avanzamento umano e ambientale, il contenitore futuro de “La Cosa” che in Italia ancora non c’è dovrebbe essere coraggioso e inclusivo, considerando le diverse competenze, gli errori e la storia di ciascuno. E dunque non potrà prescindere da contributi intellettuali importanti, neppure da personaggi discussi come Massimo D’Alema.

E’ questa l’analisi di Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta che nel giro di un anno ha pubblicato due libri ad alta valenza sociale: “I panni sporchi della sinistra” (con Ferruccio Pinotti, per Chiarelettere, per mesi in cima alle classifiche) e “Calcio, carogne e gattopardi”, pamphlet autoprodotto che suscita un interesse crescente nel pubblico e nella critica. In un incontro tenutosi il 2 dicembre a Modena, nel palazzo storico che si affaccia sulla torre Ghirlandina, l’autore ha presentato l’ultima opera assieme a Michele De Lucia, voce storica di Radioradicale e tra i primi giornalisti a denunciare la degenerazione della sinistra italiana e gliaccordi occulti con “l’avversario” Silvio Berlusconi: nel libro “Il Baratto” (Kaos, 2008) e “Il Berluschino”(Kaos), fresco di pubblicazione e incentrato sulla figura del premier Matteo Renzi. La serata ha visto la partecipazione attiva del pubblico e del variegato parterre de roi: daLegambiente a Libertà e Giustizia, dal segretario modenese di Sel Gianni Monaco all’economista Emilio Costantini, ex analista della Cbs a Sydney. A margine dell’incontro Santachiara, noto per aver scoperto nel 2011 il primo caso di legami tra la mafia e il Pd di governo al nord, si è soffermato sul dibattito in corso relativo alle questioni socio-economiche di un Paese in crisi permanente.

Nei giorni scorsi aveva commentato la “svolta keynesiana” di Massimo D’Alema, a seguito diun’intervista concessa al Corriere della Sera in cui l’ex premier proponeva di ripartire dagli investimenti pubblici e di abolire il gap fiscale tra i paesi dell’Unione europea. Pur sottolineando il ripensamento tardivo e l’autocritica “poco approfondita” sui danni cagionati dai governi di centrosinistra, Santachiara ha apprezzato lo sforzo eterodosso con il quale D’Alema ha inteso sfidare i dogmi dell’austerity e del liberismo imposti dalle Tecnocrazie:

“Una voce autorevole si frappone al percorso di continuità gattopardesca che unisce in un simbolico fil rouge i premier Monti, Letta e Renzi, non legittimati dalle elezioni politiche. In particolare – ha continuato – questo governo di maschere procede come un caterpillar di stampo “thatcheriano”, sostenuto da poteri finanziari italiani e internazionali, nell’opera di smantellamento delle reti pubbliche sfuggite alle svendite passate, del sistema di welfare e di diritti del lavoro. La china discendente impoverirà altri gruppi della classe media e getterà nella disperazione le fasce deboli, alle prese con minori protezioni sociali e, malgrado la fase recessiva, con la crescita di tariffe dei meno efficienti servizi locali per effetto degli oligopoli di società miste pubblico-privato che sublimano la rendita finanziaria. Il tutto è abilmente dissimulato dalla tecnica della “light, ordinary and shock disinformation”: i media sono corresponsabili della deriva a-democratica renziana con i suoi frutti avvelenati del disimpegno civile e dell’astensionismo elettorale, non solo per l’occultamento di notizie fondamentali quali i reali effetti dei trattati europei che hanno reso l’Italia schiava dei Patti di stabilità e dei relativi costi esiziali della cosiddetta “austerity”, ma anche perchè hanno adoperato scandali di mafia e corruzione, presenti sia nel pubblico che nel privato e naturalmente da debellare, al fine implicito di destrutturare comparti e servizi statuali”.

Massimo D’Alema, che di alcune campagne è stato vittima negli anni passati, ha citato ad esempio proprio Thomas Piketty e Mariana Mazzucato, autori dei bestseller “Il Capitale del XXI secolo”(Bompiani) e “Lo Stato innovatore”(Laterza), i quali, secondo Santachiara, dovrebbero essere i principali cardini nell’orizzonte della nuova sinistra.

Il giornalista d’inchiesta rilegge “le tesi di Francois Mitterrand sui due socialismi: l’uno solidale e l’altro creatore di avanzamento sociale. In questo solco di grande ispirazione progettuale (esulando dunque dal giudizio complessivo sul presidente Mitterrand, nella misura dei rapporti tra partiti di sinistra e della retromarcia dopo il promettente avvio all’Eliseo in tema di nazionalizzazioni e sostegno ai lavoratori) vanno inquadrate le politiche redistributive che Piketty vorrebbe dispiegare attraverso la leva fiscale progressiva e qualitativa contro le rendite. Lo studio del filosofo ed economista francese è importante – sottolinea Santachiara – ma necessita di un lavoro complementare poiché in ogni squadra, se vogliamo usare una metafora semplice, la fase della difesa e del contropiede andrebbe sempre associata a quella dell’attacco. All’impegno di tipo fiscale per ridurre le sperequazioni di patrimoni e redditi nel mercato attuale, è quindi fondamentale associare le policy postulate dalla professoressa Mariana Mazzucato sullo Stato innovatore, un sistema pubblico capace di sospingere, e di disegnare ex novo, settori economici che migliorino la qualità della società e dell’ambiente, investendo in modo lungimirante e coraggioso. Non a caso Mazzucato fa riferimento agli insegnamenti di John Maynard Keynes sulla domanda e la necessità di aumentare la spesa sociale, ma anche alle teorie di Joseph Schumpeter sul risk”.

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Stefano Santachiara ha ricordato un altro dibattito cui aveva assistito pochi giorni prima sempre in Emilia Romagna, regione che grazie al pragmatismo riformista del Pci seppe costruire un sistema di welfare d’avanguardia. Al teatro Ariosto di Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna “La Repubblica delle idee” Mazzucato ha dialogato col direttore di Repubblica Ezio Mauro esponendo “dati empirici e concetti in grado di rovesciare la prospettiva da un punto di vista economico e innanzitutto culturale”.

Il percorso di comprensione e diffusione delle idee che ha affascinato il pubblico, secondo l’autore de “I panni sporchi della sinistra”, rappresenta un simbolico feedback, trattandosi della “risposta implicita all’invito rivolto da Piketty agli accademici: saper interagire con gli studenti-cittadini estendendo l’orizzonte dei programmi didattici in una reciproca emancipazione, contaminazione e scoperta”.

All’incontro di Reggio era presente in platea anche il segretario della Fiom e probabile futuro leader di sinistra Maurizio Landini: “Peccato che si tratti di concetti che non esistono – ha detto Landini – semplicemente sono estranei ai politici italiani”. Il commento di Santachiara sul blog è significativo:

”Sarà. Forse è proprio da idee emancipate e ambiziose, come il “siate realisti, chiedete l’impossibile” degli anni ’70 o se si vuole il più moderno e politically correct “stay hungry, stay foolish”, che il progetto progressista dovrebbe ripartire nella parte resiliente e inclusiva che non si è perduta nelle strade del carrierismo, dell’isolato snobismo o della miope divisione come in questo ventennio d’involuzione culturale della sinistra italiana”.

Movimenti, sindacati, partiti, intellettuali come Mazzucato e Piketty, saranno in grado di unire le complementari forze?

(Annalisa Rossi)

http://www.newspedia.it/stefano-santachiara-sinistra-riparta-da-piketty-e-mazzucato/

L’articolo è stato ripreso anche da http://www.scenariglobali.it/politica/745-stefano-santachiara-sinistra-riparta-da-piketty-e-mazzucato.html

Mazzucato, la forza delle idee al servizio del progresso della società

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Non sono solito utilizzare il blog per scrivere articoli. Per quelli sarebbe necessario tornare a vivere un giornale, sentire il ticchettio delle redazioni e il profumo della carta stampata, l’odore della strada, la collaborazione con gli inquirenti, l’incedere dello scoop. Che senso potrebbe avere riprendere ogni giorno notizie pur interessanti diffuse da agenzie, siti d’informazione, tv e quotidiani? Credo alla regola un po’ introversa e pragmatica che recita: “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia”. Sic rebus stantibus, possono bastare gli incontri pubblici e i social forum per far circolare informazioni nuove e spunti di riflessione di utilità collettiva che pratichino un foro nel muro di gomma mediatico e nell’oscurantismo ai danni di intellettuali (storici, economisti, giornalisti) disallineati. Non sarebbe neppure sincero pubblicare pensieri quotidiani, trovando a forza un argomento al giorno purchessìa: le cose, prima di raccontarle, occorre sentirle. Sono però necessarie alcune eccezioni, in presenza di occasioni “rivoluzionarie” che per forza progettuale e partecipazione democratica sviluppano un processo cognitivo attraverso comunità, movimenti e Politica. Uno di questi momenti si è rivelato il dibattito di sabato al teatro Ariosto di Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna “Repubblica delle idee”, un confronto senza filtro tra il direttore del quotidiano Ezio Mauro e la professoressa Mariana Mazzucato, economista inglese di origini italiane che insegna all’Università del Sussex. L’autrice del libro Lo stato innovatore (Laterza) ha esposto con intelligenza e coraggio dati empirici e concetti in grado di rovesciare la prospettiva da un punto di vista economico e innanzitutto culturale: Mazzucato ha postulato policy keynesiane innovative nelle quali lo Stato è lungimirante propulsore dell’economia nei settori qualificanti per il progresso reale della società e dell’ambiente. Il pubblico in platea ne è rimasto affascinato, coinvolto nel percorso di comprensione e diffusione delle idee che risulta la risposta implicita all’invito rivolto da Piketty (“Il Capitale del XXI”) agli accademici: saper interagire con gli studenti-cittadini estendendo l’orizzonte dei programmi didattici in una reciproca emancipazione, contaminazione e scoperta. Lo stesso direttore di Repubblica Ezio Mauro si è trovato (costretto dal sorprendente dibattito?) ad esprimere posizioni più progressiste rispetto alla linea del suo quotidiano e in generale del circuito politico-mediatico italiano, subalterno da molti anni all’esiziale austerity e al pensiero neoclassico delle tecnocrazie europee; solco in cui si inserisce la geometrica potenza distruttiva del “thatcheriano” governo Renzi sostenuto dai poteri forti, già all’opera nello smantellamento del welfare e dei diritti del lavoro tramite privatizzazioni, tagli sociali ed effetti del Jobs Act, il tutto abilmente dissimulato attraverso la tecnica della “light, ordinary and shock disinformation”.

Partiamo dunque dallo streaming on Twitter che ho realizzato sabato sera malgrado la difficoltà di connessione Internet, deciso sul momento al teatro Ariosto. Il padrone di casa Ezio Mauro ricorda come prima le disuguaglianze venissero “coperte da un insieme di cui facevano parte uomini e donne uniti da un orizzonte di crescita e sviluppo, una società dove funzionavano gli ammortizzatori sociali e si era dinanzi a un mercato del lavoro dinamico” mentre “adesso lo spread tra i ricchi e poveri è diventato lo spread tra i garantiti e gli esclusi. Ci sono persone che non trovano un lavoro ben oltre i 30 anni o altri che escono dal mercato del lavoro a 50-55 anni e scoprono che un impiego non possono trovarlo più. Ci sono pezzi di società che stanno naufragando nella crisi. E la democrazia non può permettersi l’esclusione. E’ la prima volta che ci troviamo di fronte a questa situazione”. Mariana Mazzuccato centra subito il punto della manipolazione lessicale attuata dai ceti dominanti in questi anni: ”Piano piano la parola pubblico è stata distrutta. A me non piace quando si parla di ‘esclusi’. E questo perché lascia immaginare un processo di redistribuzione delle risorse che lo determina”. Mauro, ricordando che in Italia “negli ultimi venti anni le disuguaglianze sono aumentate moltissimo a causa della politica”, rispolvera l’espressione cara a Rossana Rossanda del “trentennio glorioso” in riferimento alle conquiste sociali arrivate negli anni 70 dopo lunghe lotte di movimenti civili, sindacati e partiti di sinistra, sul modello Beveridge di welfare inglese e delle altre socialdemocrazie europee. Una svolta importante, perlomeno “lessicale”, come quelle di autorevoli esponenti del centrosinistra quali Prodi e D’Alema, che in recenti interviste hanno chiesto, tardivamente, di tornare a politiche anticicliche di impronta keynesiana. Il presidente della fondazione Italianieuropei ha aggiunto la necessità di eliminare differenze fiscali tra i paesi Ue https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/11/29/dalema-svolta-keynesiana-fuori-tempo-massimo/

Sul tema della detassazione fiscale, invocata costantemente e in varie forme in cambio di una netta riduzione di spesa pubblica, la Mazzucato chiarisce: ”La spinta che veramente traina l’investimento non sono i costi, ma se l’investimento viene fatto dove si è intravista una forte crescita futura. Ecco la grande domanda che dovrebbero porsi i politici: cosa crea queste nuove opportunità? Sono stati gli investimenti strategici, pubblici, ben mirati e con una visione quelli che hanno prodotto risultati”. E queste politiche anticicliche non dovrebbero essere rimedi congiunturali in fasi recessive, ma il meridiano di Greenwich di una visione di ampio respiro: ”Negli Stati Uniti la capital gain tax è scesa del 50% in 10 anni, però gli investimenti in Silicon valley non dipesero dalle tasse, ma dalle aspettative future”. Oggi “non c’è più coraggio, una missione da parte dello Stato. Ma anche quando avviene come negli Usa è poco visionario: tutto quello che è stile di vita, trattamenti diagnostici, consta di pochissima ricerca perchè si lavora nel mercato definito dall’industria, invece di ammettere che il mercato deve essere il risultato di un’interazione tra diversi attori, che devono possedere un ampio sguardo, soprattutto lo Stato proprio perchè non deve solo pensare al profitto”. E sempre a proposito della qualità delle imposte e della spesa pubblica, l’economista inglese fornisce un altro esempio: ”Glaxo chiede la detassazione dei profitti da brevetto quando invece occorre investire in ricerca statuale”. A Mauro che cita il “carrozzone dell’Iri” e ricorda come la interlocutrice “chieda allo Stato italiano di diventare innovatore, imprenditore, cosa che non ha mai fatto”, la Mazzucato risponde: “L’Iri, quando era pubblica, aveva manager esperti visionari e indipendenti dalla politica. Adesso stiamo distruggendo il pubblico, non va bene. Ora chi vuole andare a lavorare per lo Stato? Negli Usa ci sono i premi Nobel che lo fanno”. Il direttore di Repubblica a questo punto condivide: “Svalutare lo Stato concettualmente e culturalmente significa preparare la strada per un suo intervento non attivo”. La scrittrice prosegue nella sua analisi: ”La grande domanda che dovrebbero farsi i governi è individuare nuove aree di intervento. Per esempio l’ambiente, la questione demografica. Pensiamo alla Fiat che investe nell’ibrido negli Stati Uniti ma non in Italia. E invece le partnership tra pubblico e privato devono essere simbiotiche. Dobbiamo dividere i rischi e poi dividere anche i ricavi. Oggi i profitti sono alti ma gli investimenti sono bassi”. Un altro esempio, stavolta british: ”Il governo inglese aveva appaltato il sito ad un privato, divenne costoso e poco seguito. In seguito è tornato sui suoi passi affidandolo alla Bbc, è diventato innovativo, molto cool”.

Mauro si lancia contro l’austerity: “C’è anche la politica del rigore ma i tagli alla spesa non produrranno benefici, rischiano piuttosto di indebolire la parte più povera della popolazione”. Mazzucato: “Negli ultimi 20 anni in Italia non c’è stato un aumento di ricerca e sviluppo, così come non è aumentata la produttività. Prima della crisi il debito italiano era più basso di quello tedesco, il problema è quindi il rapporto tra debito e pil che invece non cresce”. E ancora, sulla concezione di fondo: ”Non bisogna soltanto socializzare il rischio, come lo Stato fa in Silicon valley, o in Brasile e Cina, ma anche socializzare i ricavi. Abbiamo fatto finta che i veri rischiatori fossero solo le imprese mentre lo Stato è solo “de-risking” ma anche questa è una parola bruttissima: tolto il rischio. No, si è preso il rischio!”. Quanto al Jobs act di Renzi “cambieranno fattori intorno alle diseguaglianza ma non aumenteranno certo gli investimenti. Era davvero un problema per l’Italia l’articolo 18? Anche statisticamente non è un impedimento: dato che scattava solo per le imprese sopra i 15 lavoratori, fino a queste modifiche avremmo dovuto vedere moltissime imprese in Italia con 12-13 lavoratori. La statistica è intorno a 3-4 lavoratori. Quindi, prima di fare queste “riforme”, bisognerebbe guardare i numeri, invece questi cambiamenti sono solo ideologici”. Mauro annuisce: “Noi adesso accettiamo che i diritti che nascono dal lavoro siano comprimibili. Come se questi diritti conquistati nei decenni non facciano parte della cifra stessa della nostra democrazia, di cui usufruiamo tutti. E su questo il leader della sinistra ha detto ben poco”. Il direttore di Repubblica conclude con l’ultimo screenshot: ”Il comunismo ha fallito ma oggi economisti avvertiti criticano il capitalismo”. La Mazzucato chiarisce ancora che “la concezione del mercato è da ripensare. Ad esempio: nelle telecomunicazioni il numero uno oggi è Huawei. Il mercato nasce dallo Stato, è il risultato di ciò che noi scegliamo”.
Le selezionate cronache di Repubblica riportano il commento finale del segretario della Fiom Maurizio Landini all’uscita del teatro: “Ne penso bene, certo. Peccato che si tratti di concetti che non esistono. Semplicemente sono estranei ai politici italiani”. Sarà. Forse è proprio da idee emancipate e ambiziose, come il “siate realisti, chiedete l’impossibile” degli anni ’70 o se si vuole il più moderno e politically correct “stay hungry, stay foolish”, che il progetto progressista dovrebbe ripartire nella parte resiliente e inclusiva che non si è perduta per le strade del carrierismo, dell’isolato snobismo o della miope divisione di questo ventennio d’involuzione culturale della sinistra italiana.

D’Alema, svolta keynesiana. Fuori tempo massimo?

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Una breve riflessione dopo l’intervista di D’Alema al Corriere della Sera: http://www.corriere.it/politica/14_novembre_29/d-alema-renzi-lasci-terza-via-bisogna-riscoprire-stato-dac59766-77b8-11e4-8006-31d326664f16.shtml
Malgrado un’autocritica poco approfondita sui gravi danni cagionati dall’impronta neoclassica e dalla tendenza allo svuotamento democratico impartita dalla Terza Via, sebbene permanga la contraddittoria rivendicazione di privatizzazioni e precarietà del mercato del lavoro spalmate dai governi di centrosinistra, un elemento esibito come fattore d’orgoglio e di modernità quando si tratta purtroppo della sottomissione al pensiero dominante e alla manipolazione lessicale del termine “Riforme”, antropologicamente finalizzate al progresso sociale, e benchè i risvegli tardivi sulle strategia del capitalismo battente bandiera renziana assumano un retrogusto di convenienza, Massimo D’Alema ha fornito un contributo importante. Francamente, non si possono equiparare le tardive riflessioni, soppesate col rigore e col coraggio dell’analisi keynesiana e socialdemocratica (fuori tempo, forse non massimo) che sfida i dogmi e le protervie del Potere, con lo stuolo di voltagabbana che popolano i ceti dirigenti e digerenti economici, istituzionali e politici. La storia di ciascuno, della comunità e delle idee da cui ha attinto e con le quali si è formato, mantiene il suo peso. Tantomeno possono confondersi i dibattiti reali col depistaggio costante dei poteri mediatici, finti avversari che attuano la “shock, ordinary, light disinformation” inculcando modelli diseducativi, caricando le menti dei lettori di polemiche personali e sovrastrutturali per evitare la questioni fondamentali socio-economiche e occultare la continuità cosmetica gattopardesca del sostegno alle maschere politiche di turno: prima a Berlusconi (per bloccare la Sinistra ancora non rieducata all’atlantismo e alle tecnocrazie liberiste) poi a Prodi, Monti e Renzi. La spinta propulsiva dell’avvenire non si costruisce con l’esclusione e coi giudizi sommari ma attraverso la continua empirica contaminazione dei saperi e delle esperienze.
P.S: Alcuni dei temi dell’intervista di D’Alema, e proposte come l’abolizione della concorrenza fiscale nell’Unione europea, erano stati trattati nel paragrafo del mio libro “Calcio, carogne e gattopardi” che avevo deciso di diffondere gratuitamente. Lo ripropongo qui: https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/783186981727711

“Renzi, un analfabeta (consapevole) della democrazia”

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L’orizzonte dei poteri che sostengono Renzi sin dalla prima ora (occultato grazie ai distratti media che ora ripetono critiche e libri-solletico come un mantra, lavacri per le coscienze) è quello del capitalismo neoclassico (globalizzato, finanziarizzato e mendace persino rispetto ai valori fondanti della concorrenza per via di monopoli nei servizi privatizzati e oligopoli delle corporation) con tendenze reazionarie a restringere gli spazi democratici. La strategia dissimula abilmente la forza socialmente distruttiva delle politiche di stampo thatcheriano di guerra al sindacato e al sistema pubblico, attraverso un altro livello strutturale, quello culturale: la lenta involuzione democratica dell’elettorato, nella forma dell’archetipo americano, senza la quale la prima forza non potrebbe dispiegarsi appieno. Della “questione democratica” tratta l’articolo di Newspedia dedicato a due analisi a caldo del (non) voto alle regionali del 23 novembre: la mia e quella di Alessandro Gilioli de L’Espresso, autore della locuzione che farà storia: http://www.newspedia.it/renzi-lanalfabeta-della-democrazia/:

DA NEWSPEDIA:

Un analfabeta della democrazia”. Così viene definito Matteo Renzi da web opinion maker di area progressista quali Alessandro Gilioli de “L’Espresso” e Stefano Santachiara de “Il Fatto Quotidiano”.

Il premier infatti ha festeggiato la vittoria del Pd in Calabria e in Emilia Romagna giudicando l’aumento dell’astensionismo, che ha fatto registrare un record negativo nella regione rossa, una “questione secondaria”.

Nell’oceano di valutazioni e chiavi di lettura, condite spesso da vuote polemiche post-elettorali, si segnala per chiarezza la riflessione di Gilioli pubblicata sul suo blog a poche ore dal voto:

“Se il centrodestra e il centrosinistra sono ormai indistinguibili per proposta politica; se a sinistra del centrosinistra non c’è niente, come rappresentanza; se a destra del centrodestra c’è invece Salvini; e se infine il Movimento 5 Stelle da un anno e mezzo corre come un criceto sulla ruota; beh, francamente, se accade tutto questo non mi pare questa gran sorpresona il fatto che in pochi abbiano voglia di andare a votare. Specie in una situazione di prolungatissima crisi economica e di candidati locali eccitanti come benzodiazepine. Altrettanto poco stupefacente mi pare che poi tra i pochi andati alle urne prevalga la riserva indiana di quelli che voterebbero Pci-Ds-Pd anche se il suo leader fosse Dudù; e che infine l’unico “vincente” sia il leader che più si è caratterizzato mediaticamente negli ultimi mesi, cioè appunto Salvini, uno con una proposta politica che è sicuramente del cazzo ma dirompente e comprensibile anche per il mio ortolano: no agli immigrati, no all’euro, una sola aliquota fiscale al 15 per cento”.

Gilioli, scusandosi per il giudizio tranchant e il linguaggio, spiega poi che “quello su esposto non è commento meno semplificatorio di quello del nostro premier, che ieri sera ha esultato per aver «asfaltato» e «azzerato» gli avversari: e chissà se non capisce o fa finta di non capire come stanno le cose, e chissà se farà i caroselli anche quando il Pd avrà il 60 per cento del 20 per cento degli italiani. Cioè, di questo passo, tra un paio d’anni”.

Poche ore dopo Gilioli coniava la locuzione che farà storia: Renzi è un “analfabeta della democrazia”.

Anche Stefano Santachiara ha messo il dito nella piaga del crollo dei votanti con la consueta analisi corrosiva, stavolta non sul suo blog ma scrivendo a caldo nella notte elettorale sulla pagina pubblica di Facebook:

“Ciò che si va delineando chiaramente è il disegno dei poteri forti che hanno sostenuto Renzi fino alla presa del Pd e del governo assieme ai media, i quali inneggiavano alla rottamazione “anticasta” ben sapendo le intenzioni del boy scout di colpire con forza sistema pubblico e sindacati. Soltanto ora che Renzi si trova blindato a Palazzo Chigi sino al 2018 codesti miseri figuri, editori e direttori, riservano al premier critiche-solletico sul solito piano del moralismo (“Onesti sì-onesti no” potrebbero cantare al posto della “Terra dei cachi” di Elio) per continuare a depistare, magari implementando la fiction con i redividi spauracchi dei Salvini e alimentando le polemiche tra categorie, generazioni e comunità: tutto l’armamentario della distrazione di massa per occultare la questione strutturale economica e sociale, e dunque prosciugare spazi e consensi delle forze che cercano di far rinascere la Sinistra”.

Se il voto si presenta come “l’ultimo dileggio del network che è riuscito a inculcare modelli di individualismo e disimpegno anche in una regione sapida di generosità pragmatica”, la responsabilità secondo Santachiara è innanzitutto della classe dirigente a livello nazionale e regionale, la cui lenta e arida regressione progettuale e di etica civile era stata descritta in modo organico nel libro che ha scritto per Chiarelettere e giunto alla quinta edizione, “I panni sporchi della sinistra”. L’orizzonte di un Pd coinvolto in troppi scandali, tra i quali il primo legame tra partito e ‘Ndrangheta al nord nel lontano 2011 svelato dal giornalista d’inchiesta e sempre minimizzato da politica e media, è diventato quello dell’interesse particolare: “privatizzazioni di asset strategici e servizi locali, riduzione dei diritti del lavoro, rinuncia a qualsiasi politica redistributiva delle ricchezze, tagli a sanità, istruzione e al sistema di welfare, penalizzazione demeritocratica e maschilista di amministratori capaci, assenza di policy keynesiane e innovative. Per questa somma di ragioni la geometrica potenza dei padroni del vapore, ossia i mille volti del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, nell’ambito dell’asfissiante Patto Atlantico e dell’esiziale austerity europea, hanno trovato una resistenza sempre più fragile nell’attuazione del progetto di sempre: la trasformazione degli eredi del Pci di Enrico Berlinguer in un partito liquido in perfetto stile americano, sempre più eterodiretto e sovrapponibile alla Leopolda dei lobbisti. Gli sforzi per spiegare per tempo come i poteri forti, occulti ma evidenti, avessero “messo lì” Renzi (parafrasando il recente outing di Marchionne) sono risultati vani: i rari intellettuali disallineati e liberi, presenti anche in diversi quotidiani, non trovano spazi democratici sulle televisioni generaliste”. L’analisi si chiude con un consiglio alla lettura di un articolo, scritto 6 mesi fa dalla fondatrice de Il Manifesto Luciana Castellina, in cui si sottolineava l’americanizzazione del Pd di Renzi:” Forte astensione perchè una fetta larga della popolazione è tagliata fuori dal processo politico inteso come partecipazione attiva e dunque è disinteressata al voto; assenza di partiti che non siano comitati elettorali; personalizzazione della struttura presidenziale”. E’ per questo che Matteo Renzi, ha chiosato Santachiara rispondendo ad alcuni lettori, è un “analfabeta della democrazia, consapevole di esserlo”.

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