Patrizia Caccamo, la pittrice del gol

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Premiata

In vista della pubblicazione del mio nuovo libro, interamente dedicato al calcio femminile, vi anticipo la storia di Patrizia Caccamo, che sabato scende in campo per l’esordio con il Deportivo a Palma di Maiorca. I suoi tabellini sono da record, ma i duecentosei gol e gli innumerevoli assist dipinti in vent’anni fra serie A e B, non ne tratteggiano appieno il talento e il percorso extra-ordinario.

Vive il periodo d’oro della Fiorentina dei Della Valle, apripista dei club che investono nel calcio femminile, durante il quale si aggiudica lo scudetto, due coppe Italia e la Supercoppa. Gioca otto partite in Nazionale, l’ItalViola del commissario tecnico Antonio Cabrini che si qualifica agli Europei dei Paesi Bassi e getta le basi per il successivo exploit mediatico delle azzurre ai Mondiali. Gli addetti ai lavori e gli spettatori beneficiano delle splendide giocate di Patrizia,  un esterno offensivo che parte a sinistra e dialoga con le compagne, ama sterzare verso la porta e scoccare conclusioni a giro con ambedue i piedi. Il dribbling secco, arricchito da un possesso palla funambolico, e la potente velocità inducono non pochi tifosi a invocarla nell’altra metà del calcio, in luogo degli attaccanti viola.

Se Alex Del Piero, rientrando dalla fascia, pennellava nel sette come Pinturicchio, restando nelle arti figurative Patrizia Caccamo rimanda all’espressionismo. E’ tutta la vita di questa ragazza a rappresentare un inno alla fantasia, un vortice che tocca profondità arcane, assumendo i contorni metasportivi di un viaggio ai confini della realtà.
germania

Patrizia Caccamo nasce nel 1984 a Wickede, nel nord della Renania, dove i nonni e i genitori siciliani sono emigrati per lavorare in fabbrica. La famiglia favorisce l’emergere della sua vocazione, e poi la sostiene unitamente: “Da bambina ero spesso nervosa, così il pediatra disse ai miei di farmi praticare sport per scaricare la tensione. Giocavo sempre con il pallone in casa, ovunque, allora papà mi iscrisse alla scuola calcio. Avevo solo sei anni. Mi ricordo la prima partita: facevo i castelli di sabbia con un compagno, ma da quel giorno la mia vita è cambiata”. Che stia accadendo qualcosa di grande si percepisce subito. Patty gioca nel campionato maschile coi coetanei tedeschi, è l’unica femmina e si destreggia ottimamente: a 8 anni è la capocannoniere del torneo. Una volta alla settimana va a lezione di italiano, continua nel misto fino a tredici anni, quando si misura con due campionati diversi: sabato quello maschile, domenica le partite con le ragazze. Dalle giovanili in Germania alla Serie A italiana il passo è lungo quanto il ritorno nel suolo patrio. “Nel maggio del 2000 ero andata in vacanza in Sicilia dai nonni, un cugino mi fece fare un provino col Gravina. Mi presero subito, senza esitazioni, anche perchè io non volevo trasferirmi. Mamma utilizzò le sue vacanze per riportarmi in agosto e consentirmi di andare in ritiro con la squadra. Lei poi salì in Germania a lavorare lasciandomi coi nonni… Ma nel giro di due mesi i miei genitori ci raggiunsero: da sempre avevano l’obbiettivo di tornare in Sicilia. Si conobbero in Germania, anche se a Paternò stavano a sei traverse di distanza”. Il fato. “Io credo nel destino”.

Patrizia Caccamo a sedici anni esordisce nella massima serie. La squadra non è attrezzata per traguardi ambiziosi, lotta con le unghie e con i denti per restare in serie A, ma Patty si distingue subito. Col pallone fra i piedi disegna arabeschi e vede subito la porta. Dopo tre partite è già in Nazionale Under 18: alla prima amichevole indossa una maglia pesante, il numero 10. “Gravina è la mia famiglia, dove i grandi si prendevano cura dei piccoli. Il presidente non mi diceva mai brava per paura che mi montassi la testa. Bellissimi momenti… Rifiutai la proposta della Torres perché volevo stare in squadre in cui eravamo amici”. Il calcio come momento ludico collettivo che unisce, quella è la dimensione fondamentale. “In Sicilia si gioca ancora per strada, nei piazzali, davanti a casa, usando il garage come porta. La gente si lamenta, ogni volta che tiri si sente un boato”.

Le ragazze del Gravina, quasi tutte della provincia di Catania, sono affiatate in partita perché si aiutano nella vita, si ospitano a vicenda proprio come una famiglia allargata. E su quel campetto ai piedi dell’Etna non mancano le giocate pirotecniche. Caccamo ne ricorda una particolare: “Mi lanciano, io parto e vado in contrasto con un armadio, siamo Davide contro Golia: tutte e due cadiamo a terra, alzo la testa e vedo la palla che carambola in area. Il portiere esce, io da terra inizio a camminare a palmo della mano in giù e coi piedi avanzo… fintanto che non tocco la palla di punta anticipando il portiere. Un gol che mi è costato una tendinite acuta del tibiale”. I più gravi infortuni nella carriera di Patrizia saranno la rottura dell’alluce e uno strappo dell’inserzione del quadricipite. Lei matura una teoria per prevenirli: “Non fare stretching prima di allenamenti duri e partite. Il muscolo non deve rilassarsi, al contrario va caricato prima della gara. Ognuno è libero di fare quello che vuole ma per la mia esperienza garantisco che se eviti lo stretching non ti rompi cadendo male”.

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A Gravina si susseguono sei stagioni tormentate e fantastiche: la felicità per le salvezze è più forte delle amare quanto inevitabili retrocessioni, però mancano le risorse, le calciatrici debbono affrontare scomode trasferte e intanto sono costrette a lavorare per guadagnarsi da vivere, come tutte le colleghe nelle società dilettantistiche. Caccamo, ancora giovanissima, trova un posto in un bar per raccattare qualche soldo per l’estate, ma le compagne più grandi “dopo aver lavorato tutto il santo giorno staccavano e… venivano al campo”. Non tutti gli uomini le vedono di buon occhio. Nell’isola del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, cancellati legislativamente neanche vent”anni prima, per molti le donne devono restare imprigionate nei ruoli di mogli casalinghe e figlie castigate, sotto lo sguardo proprietario di mariti e padri. Per essere considerata una “svergognata” da un uomo di Neanderthal basta una gonna sotto al ginocchio, figurarsi maglietta e calzoncini. Patrizia supera in scioltezza il problema culturale: “Laggiù la donna che gioca viene sottovalutata, in generale anche in Italia. Io chiedevo sempre di entrare durante le partite dei ragazzi nei quartieri, loro non volevano… Finché non mi vedevano giocare e allora mi accoglievano”.
Il presidente del Gravina vaga in lungo e in largo ma non trova sponsor, s’impegna per un gruppo mai domo fino al tracollo economico: la squadra deve trasferirsi a Paternò, infine si dissolve a causa del fallimento della società. “Lo venni a sapere durante un torneo estivo in Puglia. Me lo disse Graziella Ricci, una cara amica con cui giocavamo in spiaggia ogni anno. Lei è la presidente della squadra femminile di Torre Pedrera, nel Riminese. Dispiaciuta mi mostrò i fogli della federazione: “Guarda qui, il Gravina non è iscritta ad alcun campionato”. Eravamo incredule. Da una parte mi piangeva il cuore, dall’altra pensai che potevo andare dove volevo perché da quel momento il cartellino era mio. Iniziarono a chiamare le società, anche grandi, ma io scelsi il Torre Pedrera. Tra lavoro e campo ero felicissima, con Graziella non ci siamo mai lasciate, continua a venire a giocare con me d’estate. E’ la mia seconda madre”. Ricci è una delle pioniere del calcio femminile, lavora con perseveranza con le giovanissime e costruisce un gruppo solido che conquista la serie B. Nel divertimentificio nazionale di Rimini, con le discoteche e le notti brave, Patrizia non cede alle distrazioni e si allena duramente. In principio trova impiego in un bar, poi in un negozio di abbigliamento.

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Dopo un solo anno passa al Ravenna, perché ora la sua volontà è di sperimentare: “Desideravo fare diverse esperienze. Infatti scesi di nuovo in Sicilia con l’Acese, un’altra società che gestiva tutto con sacrifici”. Il comune di Sant’Antonio reca il prefisso Aci in ossequio alla leggenda greca dell’omonimo pastorello ucciso da Polifemo. Il ciclope s’invaghì di Galatea ma non accettò il rifiuto, gettando per vendetta un masso di lava sul suo amato Aci. La ninfa versò lacrime sul corpo inerme e gli dèi trasformarono il sangue del pastore in un piccolo fiume. Patrizia Caccamo è il punto di riferimento per l’Acese, reincontra una tifoseria calda, una folla accogliente come quella che i pittori rinascimentali disegnano per Galatea in trionfo, sopra un conchiglia trainata da delfini. Sono tre stagioni ricche di soddisfazioni e marcature, finché la bomber che parte dalla fascia decide di stabilirsi al centro: un campionato a Sezze, la città laziale che si vuole fondata da Ercole, e una a Napoli, sempre sulla scia del mito greco. Il feeling non scatta, appena cinque reti per ciascuno, sicché Patrizia incede oltre, senza tema, nel labirinto itinerante che la riporta al punto di partenza, dove rinverdisce gol e sorriso: Aci e Romagna, stavolta in serie A nel Riviera. Benchè siano trascorsi tre lustri, il sapore delle vittorie nella massima serie è lo stesso.

 

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Patrizia Caccamo approda sulle rive dell’Arno nel 2015, proprio l’anno in cui i Della Valle acquiscono il titolo del Firenze, società dilettantistica di calcio femminile fondata 36 anni prima. Le viola diventano la prima squadra italiana di un club maschile e finalmente si avvalgono di un importante staff tecnico, di strutture e comunicazione.
Il dirigente Sandro Mencucci, già protagonista della traversata nel deserto della Fiorentina maschile, salvata dai Della Valle dopo il crac e ripartita dalla C2, giura di “scrivere la Storia del calcio femminile”. Patty invero non ci sta pensando: “Avevo appena trovato un buon lavoro, potevo entrare in azienda con il contratto a tempo indeterminato. Ma poi mi chiamò Sauro Fattori“. E’ il tecnico che allena già da tre anni le ragazze della società dilettantistica Firenze. Da attaccante Fattori ebbe l’umiltà di esordire con Antognoni e di passare il resto dei suoi campionati in B e C, cambiando casacca una dozzina di volte, praticamente ogni stagione. Adesso crede fermamente nel progetto. Con lui tanti professionisti, donne e uomini, dentro e fuori dal campo. La bomber della Nazionale Patrizia Panico, a quarant’anni, rinuncia a disputare la Champions League col Verona allo scopo di abbattere tutti i pregiudizi sulle calciatrici. A Firenze, hic et nunc, nasce il semi-professionismo.
La forza delle gigliate è ancora in nuce, il primo anno la squadra comincia a macinare gioco ma il progetto necessita di tempo per dispiegarsi. Le giglate si piazzano al terzo posto dietro il super Brescia di Milena Bertolini. Caccamo viene insignita della pergamena dedicata alla migliore giocatrice della rosa. “All’inizio non riuscivo ad esprimermi, ma poi grazie alla fiducia del mister tutto venne da sè. Scudetto, Nazionale, Coppa e Supercoppa. Un’emozione indescrivibile…”.
Il titolo giunge al secondo tentativo, al termine di un’appassionante testa a testa con le leonesse, culmine di una cavalcata durata quindici vittorie consecutive, ventuno su ventidue totali. Per la sfida decisiva contro il Tagnavacco, il 6 maggio 2017 allo stadio Franchi, accorrono circa ottomila persone. E’ un evento di partecipazione per il calcio femminile, secondo solo alla semifinale di Champions League raggiunta dal Bardolino nove anni prima, quando al Bentegodi Patrizia Panico e le scaligere sfidarono il Frankfurt davanti a quasi quattordicimila spettatori. Caccamo segna il gol che sblocca il risultato: “Ilaria Mauro libera Alia Guagni che si invola sulla fascia, crossa rasoterra, io brucio l’avversario e la piazzo nell’angolo”. Un’altra pennellata l’anno seguente bacia la finale di Coppa Italia contro il Brescia, vinta per 3-1 sul campo di Noceto: “Tatiana Bonetti batte un calcio d’angolo, un difensore allontana di testa nella mia zona, io colpisco al volo di collo esterno e gonfio la rete sotto la traversa”.

 

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Il numero sulla maglia non tragga in inganno. Che sia il 7, il 9, o in seguito il 19, numero legato al nonno e indossato dopo la sua morte, Caccamo resta la dominatrice della fascia e una goleador di razza. Dal battesimo nelle azzurrine non ha più portato il 10. I cronisti però la paragonano a Roberto Baggio per la velocità palla al piede e a Francesco Totti per la potenza.  Patrizia, nome che evoca i nobili discendenti di Romolo,  ha una predilezione per il re della capitale. Quando sente nominare er Pupone, espande il sorriso come una farfalla: “Lo conobbi su iniziativa di una mia amica, che mi fece una sorpresa. Sapeva che la Roma alloggiava in un albergo vicino e con un pretesto mi ci portò. L’incontro con Totti fu un regalo bellissimo”. Non ama i confronti col calcio maschile: “Una donna non può competere come forza e velocità con un atleta uomo. Come tecnica, invece, sì”. Soprattutto, non essendo professionista, è costretta a sacrifici maggiori, senza salari adeguati e tutele. “A Firenze non lavoravo, ero calciatrice a tempo pieno. Sostenevo sei, sette allenamenti a settimana. La vita privata, pian piano, era diventata zero”. Comunque la passione per il calcio vinceva su tutto: “Senza non so stare. La mia vacanza ideale è nel Salento: la mattina mare, la sera torneo Futsal”.
Alla fine della stagione 2017-2018, anziché scendere in ferie, Patty trasvola insieme al portiere Noemi Fedele negli Stati Uniti. L’Osa Seattle, presieduta dall’italiano Giuseppe Pezzano, disputa la Women’s Premier Soccer League, un campionato estivo di secondo livello cui però partecipano anche le iridate Alex Morgan e Abby Wambach. Pezzano si interessa al calcio delle donne grazie alla centrocampista del Fiammamonza Alessandra Nencioni (ora in forza al Napoli), lancia la squadra femminile e diventa partner della Fiorentina, che invia tecnici per la formazione dei giovanissimi, nonché Alia Guagni, Valentina Giacinti, Francesca Vitale, Martina Capelli, Deborah Salvatori Rinaldi. Caccamo resta affascinata dall’organizzazione del soccer femminile più avanzato del pianeta: “E’ stata un’esperienza bellissima in tutto e per tutto. L’host family, i campi in sintetico e coperti, l’annesso centro di riabilitazione. Nell’immensa struttura di Seattle, giustamente, era vietato bere alcol e fumare. Eravamo quarantacinque giocatrici, quasi tutte del college, molte facevano gli stage. Venivano osservatori da tutta America e dal Canada, ragazze e ragazzi selezionati ricevevano borse di studio. Tecnicamente non sono molto forti, ma la loro fisicità è impressionante. Seguono un corso a parte per la preparazione contro gli infortuni. Un fatto mi colpì: un’avversaria era incinta di cinque mesi eppure giocava…”.

 

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Alla ripresa in Italia Patrizia assaggia per la prima volta il freddo della panchina. Il nuovo allenatore Antonio Cincotta scommette sull’attaccante del Tagnavacco e della nazionale scozzese Lana Clelland, classe 1993. Sessantasei presenze e quarantuno gol in tre anni, sintonia invidiabile con le compagne che esibiscono un giuoco rapido e spettacolare: per Caccamo è tutto finito. “Sono andata via perché il feeling con Cincotta non è mai nato. A malincuore, fra le lacrime, ho dovuto abbandonare Firenze per mia scelta”. Come Galatea per la fine di Aci, Patrizia lascia un fiume di ricordi alla sua Firenze e s’inoltra nelle nebbie padane firmando con l’Atalanta Mozzanica. Purtroppo la presidente bergamasca Ilaria Sarsilli naviga in cattive acqua a causa della scelta del club maschile di cessare la collaborazione con il femminile. A fine stagione l’Atalanta dichiara lo scioglimento lasciando a piedi Patrizia, che ha ancora negli occhi il passato prossimo gigliato. Osserva i cambiamenti in corso nella Fiorentina, acquistata da Rocco Commisso, e critica la scelta di lasciar fuori Sandro Mencucci, fra i dirigenti più impegnati per il movimento femminile: “Presi le difese di Mencucci perché se lo meritava pienamente. Nessuno aveva preso posizione ma io dico ciò che penso e lo farò sempre senza paura”.
Patty Caccamo ha 35 anni, le recenti delusioni la inducono a riflettere sull’eventualità di attaccare il pennello al chiodo. Il suo, adesso, è un urlo di Munch sullo sfondo di un vulcano in eruzione? No, la bambina che tirava pallonate di gioia fra i castelli di sabbia e nel sette dei garage, non smette di giocare neppure fra i lapilli dell’esistenza. Milita in serie B nel Vittorio Veneto e nell’estate 2019 vince lo scudetto di beach soccer con il San Benedetto del Tronto. “Anche gli uomini della Sambenedettese hanno vinto e noi abbiamo fatto il tifo, viceversa loro sono stati i nostri supporter. E’ il mio primo anno di beach soccer, nel gruppo ero la motivatrice, facevo scaricare la tensione”. Ormai peró Patrizia è stanca di com’è diventato il campionato italiano, per cui rifiuta l’offerta del Perugia e saluta il Belpaese. Torna in mezzo al mar Mediterraneo, in un’altra isola inebriata da antichi profumi, fondata nel secondo secolo avanti Cristo dal console romano Quinto Cecilio Metello. Al sorgere del 2020 è a Palma de Maiorca per vestire la maglia nel Deportivo Collerense, seconda divisione spagnola. Seduta accanto in aereo ritrova l’amica Noemi Fedele, che saluta le compagne viola senza polemiche, al pari della team manager Tamara Gomboli. “Firenze lo sai, non è servita a cambiarla” cantava la poesia di Ivan Graziani. Narrava l’addio di una giovane pittrice: “Gettò i suoi disegni con rabbia giù da Ponte Vecchio: Io sono nata da una conchiglia diceva. La mia casa è il mare e con un fiume no, non la posso cambiare“.
Caccamo non sceglie il gioiello naturale delle isole Baleari come buen retiro, ma per ricominciare: “In Italia si sta puntando solo sulle straniere. Qui siamo professioniste, abbiamo il contratto di lavoro. Cerco sempre di migliorarmi nonostante l’età”. Il futuro? “Lo vedo sempre nel mondo del calcio. Mi piacerebbe fare il talent scout oppure il personal trainer sul campo, come sto già facendo. E tornare a casa, in Sicilia”. Forse sul candore sabbioso e l’iridescenza marina Patrizia non cavalca come Galatea una conchiglia trainata da delfini, ma dipingerà sempre meravigliose traiettorie.

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Calcio femminile, sorelle d’Italia

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Nazionale“Il calcio non è per signorine”. Alla frase attribuita al mediano della Pro Vercelli Guido Ara, risalente al 1909, in oltre un secolo, se ne sono aggiunte una montagna. “La donna non capisce niente di pallone”. “Le giocatrici sono brutte, scarse e mascoline”. “La lobby lesbica comanda il calcio femminile”. Quante volte abbiamo sentito tale miscela di irrazionalità, sessismo e volgarità? I soggetti in questione, affetti da misoginia più o meno consapevole, sono certamente una minoranza della galassia maschile ma possono contare sull’approvazione implicita e silenziosa di un numero considerevole di persone. Il cittadino medio accetta che le donne pratichino discipline come il tennis, il nuoto e l’atletica, già fatica di più a tollerare sport di gruppo come il volley, il basket o la pallamano femminile. Il calcio no, quello proprio non passa. Eppure l’unico limite di questo sport, che come ogni cosa umana vale sia per le donne sia per gli uomini, è lo sviluppo della sola muscolatura delle gambe, fattore aggravato dal fatto che le società dilettantistiche mediamente trascurano la preparazione fisica di base. Gli elementi positivi sono invece molteplici, perché il calcio rafforza lo spirito di gruppo, abitua al confronto e alla sconfitta, educa al rispetto delle regole e alla lealtà verso i rivali, sviluppa la logica, l’orientamento e l’estro. I più ottusi, coloro i quali si sentono i depositari della sacra fiamma dello sport, sono convinti che le femmine siano fisicamente fragili a prescindere dalla preparazione atletica, e psicologicamente instabili, pronte a scoppiare in lacrime al primo pestone. Ovviamente anche il rugby femminile, parente del football finché i giocatori prendevano la palla con le mani, equivale ad una bestemmia.
I contrasti di gioco calcistici, anche i tackle più duri, non presentano controindicazioni come quelli del rugby, dove il regolamento è stato rivisto per entrambi i sessi con l’introduzione del fallo di “unnecessary roughness”, al fine di ridurre le commozioni cerebrali. E poi per quale motivo essi considerano normale il pugilato e la “lotta nel fango” femminile, oggettivamente violenti? Questa specifica idiosincrasia nei confronti delle calciatrici non ha alcun senso, sì ben afferisce ad un timore atavico di perdita del comando, fors’anche del telecomando. Se due donne si rotolano come scimmie a suon di pugni e calci, lorsignori non avvertono alcun rischio per il genere maschile, tutt’al più cercano una forma di sollazzo voyeristico, il medesimo che i media forniscono agghindando “veline” negli studi televisivi e propalando degradanti photogallery dove il “lato B” delle campionesse ne occulta le performance sportive.
Su un piano diverso, che però attinge al medesimo pregiudizio di fondo, ci sono le obiezioni di tipo tecnico. In tale ambito, la sciocchezza che circola sulle donne che non hanno il fisico per giocare viene sostituita da severi giudizi di addetti ai lavori, secondo i quali “le femmine non riescono a reggere 90 minuti su campi grandi come quelli maschili” e “non sono in grado di arbitrare le partite degli uomini”. Di recente un telecronista, a pochi minuti dall’inizio di una partita di Eccellenza, si è espresso in dolcestilnovo: “E’ uno schifo vedere le donne che vengono a fare gli arbitri. E’ una barzelletta della Federazione. Annalisa Moccia della sezione di Nola… Eccola qui, preghiamo la telecamera di inquadrarla… la vedete… una cosa impresentabile per un campo di calcio”. Lo sfogo irrefrenabile in diretta televisiva diventa materiale interessante dal punto di vista psicoanalitico giacché, al netto degli evidenti limiti culturali, l’aggressività con venature di angoscia è una reazione primordiale all’impossibilità di soddisfare una pulsione, un caso di frustrazione latente nel preconscio. Nel capolavoro felliniano La città delle donne Marcello Mastroianni, durante un viaggio in treno, viene turbato da un’avvenente passeggera, sicura e misteriosa: dopo un rapido flirt in toilette, la ragazza fugge e Mastroianni, seguendola, finisce in mezzo ad un’assemblea di femministe assetate di vendetta, una dimensione onirica che esprime la fobia dell’intellettuale benpensante per i meandri dell’universo muliebre. In maniera analoga il telecronista, mutatis mutandis, esce di senno alla vista della guardalinee precipitando in un incubo a occhi aperti: la privazione del calcio, “citta degli uomini”, ultimo feticcio esclusivo del patriarcato. In entrambi i casi, i protagonisti sono incapaci di rimuovere contenuti mentali estremamente sgraditi come le pari opportunità, e quindi il confronto autentico, senza filtri, tra i sessi.
Eppure codesti “signori del calcio per soli uomini” dovrebbero accettare i semplici dati di realtà: le donne disputano partite a buon ritmo negli stessi stadi adoperati dai club maschili e arbitrano brillantemente le partite più importanti. In italia le direttrici di gara sono milleseicento ma è preclusa loro la Serie A, a differenza di Francia e Germania, capofila con l’esordio in Bundesliga nel 2017, mentre nei tornei internazionali sono in campo già da tempo: nel 2004 la francese Nicole Petignat arbitrò per la prima volta nelle qualificazioni della Coppa Uefa, altre si sono susseguite fino a raggiungere, tre lustri dopo, la finale di Supercoppa europea fra Liverpool e Chelsea. La partita, giocata a Istanbul, è stata diretta magistralmente da Stephanie Frappart, affiancata dalle guardalinee Manuela Nicolosi, italiana che durante la stagione opera nel paese transalpino, e l’irlandese Michelle O’Neal. La stessa terna femminile il mese precedente aveva arbitrato la finale dei Mondiali femminili vinta dagli Stati Uniti sull’Olanda. Un’autogestione che dimostra come il calcio delle donne non sia un film, una possibilità futuribile temuta o agognata, ma una solida e virtuosa realtà.
Forse tutto questo sarà stato uno shock per il tifoso italiano più retrogrado, ma anche lui ha dovuto digerirlo. Magari si sarà chiuso gli occhi e tappato le orecchie durante l’inno di Mameli cantato dalle ragazze di Milena Bertolini al Mondiale di Francia anziché dall’undici di Giampiero Ventura, eliminato nei gironi di qualificazione.
Dov’è la vittoria? Lo hanno chiarito le azzurre a seguito della sconfitta ai quarti di finale contro le professioniste olandesi: nel riconoscimento dei diritti che sono garantiti ai lavoratori di ogni settore. Dall’Alpi a Sicilia chiedono salari adeguati, tutele in caso di infortuni e malattia, maternità, ferie, tfr. A norma di legge le italiane possono siglare solo un accordo economico non superiore ai 12 mesi e con limiti precisi: il compenso non può superare i 30.658 euro lordi a stagione. Secondo una ricerca condotta dal quotidiano “Il Sole 24 Ore”, calcolando le modifiche del regolamento Figc fra “indennità di trasferta, rimborsi forfettari e premi per un massimo di 61,97 euro al giorno per 5 giorni alla settimana”, una calciatrice di serie A, in media, “guadagna intorno ai 15mila euro lordi annui”. La differenza con gli uomini è abnorme. Per rendersi conto quanto sia impervia e lunga la strada per la parità basti pensare che le campionesse americane, capaci di dare lustro e sviluppo al sistema calcio statunitense, sono in lotta da anni contro la discriminazione sessuale: alla vigilia del Mondiale il premio individuale per le giocatrici era di 99mila dollari per 20 amichevoli vinte mentre per gli uomini la cifra saliva a 263mila dollari più vari dalla ventunesima partita disputata in poi.
Le italiane, artefici di un Mondiale e di campionati interessanti, dove il gioco espresso si è non di rado rivelato tecnico e fantasioso, anche nelle serie inferiori e nel calcio a 5, sono le uniche fra le prime otto nazionali a restare confinate nei dilettanti. Tuttavia, non hanno alcuna intenzione di porgere la chioma, piegandosi al conformismo della passerella una tantum.
L’Italia s’è desta perché le azzurre dopo vent’anni hanno giocato un campionato del mondo e sono entrate nelle case, nei bar, nei maxischermi del Belpaese. Nessuno può ignorare quanto accaduto, simulando che si sia trattato di un effetto transitorio o di una moda. I dati ufficiali forniti dalla Fifa sono inequivocabili: 1 miliardo e 120 milioni di persone ha seguito il torneo in televisione, sulle piattaforme digitali e in luoghi pubblici. La finale è stata vista complessivamente da 82 milioni e 180mila cittadini, in aumento del 56% rispetto alla sfida decisiva del precedente Mondiale in Canada. Le cinque gare disputate dalle azzurre hanno fatto registrare in Italia 24 milioni e 410 mila telespettatori con uno share medio del 31,84%. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricevendo la delegazione dell’Italia femminile, ha esordito con un emblematico: “Scusate il ritardo”. Il Capo dello Stato, oltre a confermare l’evidenza della conquista “dell’opinione pubblica”, e alla consueta prudenza, chè “non tocca a me stabilire le forme in cui si decide il calcio”, ha però riconosciuto alcuni elementi importanti: “Non è razionale e non è accettabile una diversa condizione tra calcio femminile e maschile. Al di là dell’elevato tasso tecnico, da parte vostra è stato molto minore il ricorso agli infingimenti”.
Le calciatrici italiane, secondo l’ultimo Report della Federcalcio riferito al 30 giugno 2018, sono 25.896, tra le quali 12.908 under 18, un dato in aumento del 70% rispetto a vent’anni orsono. Le bambine dai 6 ai 16 anni possono giocare in squadre miste con i maschi o in squadre femminili che fanno il campionato dei ragazzi. Ciononostante il livello resta quello della Svizzera. Siamo ben lontani non solo da Stati Uniti e Inghilterra: in Germania si contano duecentomila tesserate, seguono Svezia e Olanda con oltre centocinquantamila, Francia con centoventicinquemila, Turchia e Spagna rispettivamente con trentanove e trentunomila. Secondo la ct Bertolini “raramente le bambine trovano un’accoglienza che le incentiva, che le spinge a continuare per cui o sono super motivate o lasciano. Bisogna stimolare i dirigenti delle società di calcio di quartiere a spianare la strada a bambine e famiglie, ad andare a cercare le ragazze e accoglierle con entusiasmo, solo così allarghi la base, cosa fondamentale per la crescita del movimento. Non bisogna dimenticare due cose: che il calcio è lo sport di squadra più praticato dalle donne nel mondo e che di conseguenza legato al movimento c’è un aspetto commerciale molto potente che in altri Paesi hanno colto perfettamente, mentre da noi ancora no”. La situazione sta lentamente migliorando perché esistono dei modelli di riferimento, le campionesse della Nazionale usano i social e s’impegnano in prima persona. Il macigno da rimuovere è sempre di natura culturale. L’allenatrice della Nazionale ha raccontato alla Gazzetta dello Sport: “Quando ho iniziato io per giocare dovevi assumere atteggiamenti maschili, altrimenti non venivi accettata dal gruppo, venivi esclusa. Adesso è molto più semplice. È chiaro che il pensiero medio dell’italiano è ancora quello che la ragazza che gioca a calcio è una donna strana ma le cose stanno cambiando, soprattutto tra i giovani. Chi ha una certa età non cambia più, ma i giovani sono diversi. Per questo è fondamentale il ruolo e l’appoggio dei media”.
Elisa Bartoli, capitana della Roma e difensore della Nazionale, è stata intervistata ieri sera da Serena Dandini nel programma di Rai3 Stati Generali, ultima puntata di un’isola felice nel panorama mediatico generalista. Bartoli spiega che “i pregiudizi ci scivolano addosso, siamo concentrate sul piacere di giocare. Io non mi sento una calciatrice, perchè non sono una professionista. Ho iniziato coi maschietti, ne ho viste tante di difficoltà. Non siamo riconosciute come professioniste ma andiamo avanti finché avremo emozioni e sensazioni bellissime”. Giulia Nicastro, arbitro, è oggetto di turpiloquio ogni settimana: un giocatore per protesta dopo un’ammonizione si è levato i pantaloni mimando atti sessuali. Lei lo ha espulso, ma i genitori le davano della prostituta, Giulia non ha fatto una piega, continuando la partita: “Ho pensato tante volte chi me lo facesse fare, potrei stare a casa senza insulti. Mi fa male, però penso che vedermi ancora lì, dopo tutto quello che mi hanno detto, è una bella risposta”.

Salomè, la rappresentazione al Pico

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LourecitaAlla Biblioteca Garin di Mirandola, su iniziativa del liceo Pico, é andata in scena la rappresentazione teatrale tratta da Loving Lou Salomè, culmine di un ricco percorso iniziato con i laboratori di ‘Professione lettore’ a cura delle prof.sse Barbara Lucenti ,Paola Ruggeri e Sandra Moretti rispettivamente docenti di tedesco, francese e inglese. Sandra Moretti, presidente della compagnia teatrale Fata Morgana e attrice, ha curato la regia di uno spettacolo pregno di dialoghi alti e intensi, impreziosito dai movimenti collettivi e itineranti e da musiche suggestive con la collaborazione di Francesco Bocchi, insegnante di recitazione. Il pubblico ha tributato applausi a più7 riprese alle ragazze che hanno dato anima e corpo alla meravigliosa vita di Lou Salomè, a Friedrich Nietzsche, Paul Rée, Malwida von Meysenbug, Friedrich Carl Andreas, Frieda von Bulow, Rainer Maria Rilke. Soddisfatte la dirigenza scolastica, i docenti presenti, le famiglie e i curiosi che hanno affollato la Biblioteca. Le immagini: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=362267887724953&id=206358433315900

Salomè, laboratori al liceo Pico

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LovingLou
Good news per Lou Salomè, la studiosa ebrea di San Pietroburgo che visse con gioioso talento nei principali centri culturali europei a cavallo fra ‘800 e’ 900: scrittrice, filosofa, critica letteraria, di cinema e di teatro, infine psicoanalista disconosciuta dalla storiografia ufficiale e dai percorsi didattici, Salomè sarà ora protagonista al liceo Pico di Mirandola. Diverse copie della commedia biografica sono state acquistate dalla Biblioteca del piccolo e moderno campus sotto ai margini della città per ovviare alla gravi conseguenze del terremoto. Per quanto mi riguarda, sono stato invitato a tenere alcune lezioni dedicate a Lou Salomé in qualità di docente esterno nei laboratori pomeridiani di approfondimento. Gli incontri, costituiti dalla professoressa Barbara Lucenti, sono incentrati rispettivamente sul tema del viaggio e sulla ‘professione lettore’ e si svolgeranno in tre date dall’11 al 18 gennaio.

Il miglior liceo d’Italia è il Pico di Mirandola: lo dicono i dati Eduscopio

Salomé on Inkpantry

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LouDominaThanks to Inkpantry for choosing Loving Lou Salomé: http://www.inkpantry.com/books-from-the-pantry-loving-lou-salome-by-stefano-santachiara/

Loving Lou Salomè

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Here we are. Risparmiando 300 euro in un sol giorno (e 600 in un mese, buoni per l’affitto), ho evitato di rivolgermi all’informatico della cerchia di sinistra (sparito alla vigilia del lavoro, evviva!) per pubblicare il mio nuovo libro su Amazon. Come recita un antico adagio: ‘mei fer che cmander’, o meno reggiano e piú comprensibile ‘chi fa da sé fa per tre’. Che poi in tre davvero, dato che mi hanno aiutato con grande slancio Francesco Guida (tecnico alla regia e al montaggio del cortometraggio che gireremo a Castellabate) per la copertina e Alessandro della fumetteria di via Vigna Fabbri a Roma per l’adattamento del cartaceo. Avvertenza: la pubblicazione di un libro cartaceo su Amazon necessita di un lavoro di esperti, sia pure di pochi minuti; per l’ebook invece é sufficiente seguire le istruzioni del colosso americano. Insomma, non fatevi fregare. Quando scrivo di cerchia di sinistra intendo partiti, editori, agenti letterari, i molti giornalisti al seguito, burocrati negli enti locali e in miriadi di associazioni… e ora purtroppo ho a che fare con un massiccio numero di produttori cinematografici foraggiati da finanziamenti pubblici che faranno di tutto per non produrre Salomè benché producano ogni anno migliaia e migliaia di film di ogni genere, livello e distribuzione.

Ma torniamo alle belle novelle discendenti dalla mia scelta di vita d’autore di libri e sceneggiature: dal 5 o 6 dicembre sarà disponibile su Amazon ‘Loving Lou Salomè’, l’edizione inglese del romanzo biografico pubblicato a marzo con la Digital Press di Castellabate, dal quale é tratta la sceneggiatura del progetto del film depositata sempre con codice ISBN in agosto.

Loving Lou Salomè non é solo l’interpretazione di opere, epistole, pensieri di una donna meravigliosa, ma un inno alla libertà per tutte le genti, un invito a seguire la propria natura, proprio come il fiume in piena di Lou sfociato nel mare dei propri desideri.

Per chi fosse interessato, ecco il link di Amazon https://www.amazon.com/dp/1790292735

Lou Salomè, i primi pareri

5 commenti

Prima di mostrare il video che ho realizzato col cineoperatore Lazzaro Addesso, riportiamo alcuni pareri del mondo dell’informazione e del cinema indipendente.

Simona Mazzeo(giornalista de ‘La Città’ di Salerno): “Ieri sera ho avuto l’onore e il piacere di interpretare una della scene più intense dell’ultimo capolavoro letterario dell’amico Stefano Santachiara, scrittore eccellente e giornalista d’inchiesta che vanta una lunga collaborazione con “Il Fatto Quotidiano”. Presentato in anteprima nazionale, Lou Salomé racconta una storia meravigliosa con protagonista una donna di raffinata cultura che, nei circoli letterari europei di fine Ottocento inizi Novecento, ha lasciato il segno della sua avidità di sapere e ha fatto innamorare uomini del calibro di Nietzsche.  Ed io ho prediletto, tra le tante, proprio la scena dell’incontro con Fritz…”

Luisa Porrino (produttrice): “La sceneggiatura é molto bella, magistrale direi. Sono rimasta affascinata dalla descrizione e  dalla psicologia dei personaggi e dal quadro complesso che si mette in scena. Purtroppo la mia é una piccola casa di produzione e in questo momento non sono in grado di portare avanti un progetto di tale caratura”.

Ringraziando le due lettrici qualificate e gli altri che non inserisco per ragioni di spazio, ricordo che per realizzare il mio film non sono necessari grandi investimenti, ma soltanto passione, serietà e libertà.

 

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