Socialfemminismo: al via gli incontri

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La vittoria nella causa civile milionaria per il servizio di Report del 2011 (http://www.newspedia.it/report-addio-con-vittoria-giudiziaria-di-gabanelli-e-santachiara/) e l’attenuazione di altre tuttavia perduranti problematiche, almeno ci consente di tornare a tracciare un quadro della situazione. Alla luce delle tante richieste rimaste inevase in questi mesi, relative al nuovo saggio autoprodotto Socialfemminismo (441 pagine, due anni di studi) ma anche ai due precedenti libri d’inchiesta sulla Sinistra(https://www.facebook.com/ipannisporchidellasinistra/?fref=ts) e sul Calcio(https://www.facebook.com/calciocarognegattopardi/), esprimo vivo rincrescimento per chi ha dovuto acquistare copia su Amazon (anch’io adoro il profumo della carta stampata) e comunic il programma di presentazioni. Il primo incontro è in programma Ferrara, all’Assessorato alle Pari Opportunità, venerdì 3 febbraio alle ore 16.
Il secondo si svolgerà a Piozzano (Piacenza), presso la Biblioteca comunale, sabato 11 febbraio.

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Nuovi libri di uomini sulle donne: Cazzullo e Ercolani scelgono il rosa, io il rosso

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Dieci giorni fa avevo anticipato l’uscita di “Socialfemminismo”, il mio nuovo saggio pronto da quattro mesi e certificato da due, solo ai fini di tutela del copyright in attesa della pubblicazione. Nel cimentarmi in una divertente opera di sinossi comparativa intendo richiamare l’attenzione sull’aspetto cromatico, nel senso semiotico del futuro (roseo) e del genere femminile, tratto distintivo dei libri scritti dagli uomini e dedicati alle donne, compresi gli ultimi due di Aldo Cazzullo e Paolo Ercolani. Il primo, “Le donne erediteranno la terra”, muove da una tesi che sentiamo ripetere ciclicamente dal mainstream: il nostro secolo vedrà il “sorpasso della femmina sul maschio”. A sostegno il giornalista del Corriere della Sera cita i molti paesi “in cui la rivoluzione è un fatto compiuto: i due leader più importanti degli ultimi decenni, Margaret Thatcher e Angela Merkel, sono donne; Londra nell’ora più difficile si affida a Theresa May; e Hillary Clinton è la prima donna ad affacciarsi sulla soglia della Casa Bianca. (Persino l’arrembante destra populista si affida alle donne: Marine e Marion Le Pen in Francia, Frauke Petry in Germania, Beata Szydlo premier in Polonia)”. Certo, scrive Cazzullo, le ingiustizie e i pregiudizi non sono finiti, l’Italia è più indietro, ma le donne fanno “le astronaute, il sindaco della capitale, il presidente della Camera, il numero 2 del governo, i direttori delle principali carceri, gli amministratori o i presidenti delle grandi case editrici: tutti sostantivi che dovremo abituarci a declinare al femminile”.

La questione è ovviamente ampia, complessa e multidisciplinare. Innanzitutto segnalo i meri dati statistici del predominio strutturale: le donne sono appena il 4,8% degli amministratori delegati delle prime cinquecento aziende statunitensi per fatturato (Lista Fortune) mentre è di sesso maschile il 97% dei miliardari (Forbes), la metà delle dirigenti dichiara di avere poca fiducia nelle prospettive professionali (Institute of leadership and management), le donne in Europa sono mediamente poco più del 20% nei consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate (in Italia hanno raggiunto il 25,5% grazie alla legge sulle quote rosa); le imprenditrici stanno guadagnando terreno nei comparti più dinamici come il digitale, i servizi, l’agroalimentare e il turismo ma le aziende femminili in Italia nel 65,5% dei casi sono individuali e nel 94,2% non superano i cinque dipendenti. Il gap salariale europeo è del 16,3% (CE), il sex typing ancora diffuso (Eurofond) e la maternità penalizza sopra tutto il Belpaese. Il pensiero egemone patriarcale e clericale che si manifesta in modo risibile con i Fertility day e le Sentinelle in piedi, in realtà molto più efficace nella reiterazione di modelli impliciti, séguita a inculcare il ruolo preassegnato di madre angelo del focolare: solo il 57,8% delle italiane con un figlio lavora, il 50,9 con due e il 35% con tre figli (Global Gender Gap Index). Dunque le donne (il 47,3% ha un impiego contro il 65,3% dei maschi ma i contratti femminili sono più flessibili: un terzo rispetto al 24% della media Ocse) sono ancor più vittime della precarizzazione, aggravata dal Jobs Act del governo Renzi, con una punta dell’iceberg dello sfruttamento di stampo ottocentesco che si chiama caporalato. In Socialfemminismo tratto il caso della dirigente dell’Istat Linda Laura Sabbadini ma anche storie di ordinario mobbing, licenziamento e discriminazione ai danni delle lavoratrici invisibili. Ad esempio, nel 2008 un’operaia straniera dipendente di una ditta tessile di Carpi venne accusata di emettere cattivi odori e poi licenziata in tronco per aver osato rispondere al padrone. Tre anni dopo la giudice Carla Ponterio ha decretato l’illegittimità del licenziamento e ordinato al datore di lavoro di risarcire la magliaia con sei stipendi ma lei, revocato il permesso di soggiorno in ossequio alla legge Bossi-Fini, ormai si trovava all’estero.

Quanto all’importanza che Cazzullo conferisce alle donne nella politica e nella pubblica amministrazione, è d’uopo discernere tra le cooptate aderenti ai piani della governamentalità neoliberale patriarcale e le poche che sono riuscite da posizioni di vertice a battersi contro le diseguaglianze sociali e tra i sessi. La presidente del Brasile Dilma Rousseff, sviluppatrice di policy che hanno fatto uscire dalla povertà e dall’analfabetismo milioni di persone, è stata oggetto di compagne mediatiche, attacchi spionistici e infine destituita per irregolarità di bilancio senza essere sfiorata da inchieste della magistratura. La presidente del Parlamento greco Zoe Konstantopoulou, ferma oppositrice dei ricatti della troika e contraria al cedimento del premier Tsipras alla logica dei memoranda, ha subìto una crescente aggressione mediatica pregna di misoginia. Molte altre restano all’opposizione o comunque prive di importanti facoltà decisionali. Sono preparate, colte, acute, pugnaci come le ragazze che a scuola, nei percorsi universitari e nella libera intraprésa ottengono risultati mediamente migliori rispetto a noi uomini. In Italia le donne non hanno mai guidato un partito di sinistra, nessuna è assurta alla presidenza della Repubblica e a quella del Consiglio, al ministero dell’Economia, alla guida della Corte costituzionale e alla vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura malgrado le magistrate abbiano superato i colleghi.
In Le donne erediteranno la terra (Mondadori, pp.228, 17 euro, ebook 9,99) Cazzullo parla delle ingiustizie storiche e dei lenti passi avanti legislativi che ritrovate anche nel mio libro, continuando a vaticinare il cambiamento: ”Quando dico in pubblico che il futuro appartiene alle donne, gli uomini annuiscono: alcuni angosciati o ancora speranzosi di allontanare quel doloroso momento; altri sollevati al pensiero di lasciare fatiche e responsabilità in mani migliori”. Invero, le uniche fatiche che la stragrande maggioranza dei maschi è sempre lieta di lasciare sono quelle domestiche. Anche quando – e storicamente avvenne prima in Unione sovietica che in occidente – le donne hanno avuto accesso a ruoli prestigiosi, vincendo ostacoli oggettivi e svilimento pubblico, il fardello è rimasto. All’interno della coppia la cura dei figli, della dimora e dei genitori anziani è scaricata quasi sempre su di lei (Ocse: un’italiana dedica 36 ore settimanali alle faccende di casa contro le 14 dei connazionali, in Danimarca il gap è di tre ore, in Cina di otto) e tale compito gratuito non cala neppure in termini generali giacché va colmando la costante riduzione dei servizi sociali nelle democrazie europee. Non solo mancano politiche per la reciprocità delle responsabilità familiari e genitoriali ma è rimossa dal dibattito la pericolosa china sociale: un milione e 100 mila bambini italiani sono sotto la soglia di povertà (Istat), crescere un figlio dalla nascita ai 18 anni costa in media 171mila euro per una famiglia con un reddito di 34mila euro annui (Federconsumatori), nel 2016 le persone che hanno rinunciato alle cure risultano 11 milioni mentre la spesa sanitaria privata tocca i 34 miliardi e 500 milioni di euro (Censis-Rbm). E’ la massa delle donne, quella che non gode dei privilegi alto borghesi, la prima a pagare, anche per il boicottaggio della legge 194 messo in atto dal 70% del personale medico.
L’infarinata di dati è utile a comprendere la realtà per come essa è e non come vorremmo che fosse. Naturalmente, per scrostare un’oppressione plurimillenaria fondata sulla riproduzione di codici, monoteismi, modelli culturali maschilisti, è necessario molto altro lavoro. Hic et nunc, perché i femminicidi sono il drammatico effetto di pratiche misogine. Dall’apparato statuale è doveroso attendersi un impegno concreto e assiduo, vale a dire risorse adeguate ai centri antiviolenza, contrasto culturale vero a pubblicità, dichiarazioni e consuetudini sessiste, educazione al rispetto e alle differenze. Dal mondo del giornalismo, se non analisi serie sulle cause sociali dei femminicidi, esigiamo il minimo sindacale di deontologia. Ad esempio, l’Ordine dovrebbe intervenire quando i cronisti scrivono “raptus di gelosia o di follia” di ex partner (i più colpevoli percentualmente), espressioni con cui si concedono attenuanti (a priori e spesso infondate) ai criminali e si alimentano i peggiori stereotipi; per non parlare dell’uso ripugnante di “baby squillo” al posto di “bambina nelle mani lorde di pedofili”.
L’evoluzione umana passa per esempi pubblici e privati ma anche dallo sforzo autonomo di coscienza critica costruttiva. Ciascuno, nella propria quotidianità, è chiamato a interrogare e interrogarsi nell’opera plurale, studiando e comparando i contesti, nello spazio e nel tempo. Ho avuto la ventura di farlo durante le ricerche e i viaggi, nella raccolta di documenti e testimonianze. Per il momento soffermiamoci su quella che pare essere la ricaduta ineluttabile nel binarismo di genere. Nella sinossi del suo libro inserito su Amazon il 20 settembre, Cazzullo scrive: ”Le donne erediteranno la terra perché sono più dotate per affrontare l’epoca grandiosa e terribile che ci è data in sorte. Perché sanno sacrificarsi, guardare lontano, prendersi cura; ed è il momento di prendersi cura della terra e dell’uomo, che non sono immortali”.
Ben poco ci è dato in sorte, dal momento che le società e le diverse classi sociali sono determinate storicamente dallo sviluppo delle produzioni e dalla gestione di governi, tecnica e ricchezze. Il punto da sottolineare nella cornucopia di qualità che Cazzullo – in questo caso il termine è opportuno – dà “in sorte” alle femmine, è la consueta cacofonica generalizzazione di genere, condita da un ottimismo che rischia di sopire lo spirito critico. Come se le une e le altre non differissero alla base per formazione culturale, censo e lignaggio. Come se la diversità biologica dei sessi imprigionasse le femmine in predeterminate scelte di vita, secondo pretese attitudini a “cura e sacrificio”. Nel mondo pochi sono a conoscenza dei Matriarcal studies, ricerche antropologiche che dimostrano l’esistenza di comunità ginecocentriche a diverse latitudini. Qualcuno in più discute dei Gender studies, ma sempre a margine del discorso pubblico e sovente per mistificarne il messaggio a fini denigratori. Se politica e accademia, saggistica e pubblicistica ignorano le analisi alternative, il patriarcato capitalista avrà sempre buon gioco nel narrarsi immanente e sempiterno. Eppure gli atti di parresia che sparigliano la microfisica del Potere sono semplici. Judith Butler, mutuando la teoria del linguaggio come sistema preesistente (Ferdinand de Saussure) e della produzione incessante della norma autorigenerantesi (Michel Foucault) decostruisce il binarismo di genere. La differenza tra i sessi è soltanto biologica mentre le scelte culturali e intime vi prescindono, perché “non ci sono una natura femminile e un’altra maschile ma recite ripetute e obbligate dai codici dominanti”. E’ lo sviluppo delle molteplici lotte per l’autodeterminazione che le donne hanno intrecciato e saldato a quelle universali per l’uguaglianza nelle libertà. Con le pioniere e in forma sempre più organizzata, da Flora Tristan e le comunarde alle grandi compagne del secolo breve: socialiste, Mujeres libres, partigiane, protagoniste del decennio che sconvolse il mondo all’acme dei trenta gloriosi. Le sovrastrutture sistemiche, così come diffondono incrollabile fiducia nella tecnologia e nel mercato, asseriscono l’anacronismo e la perdita di senso di Femminismo e Socialismo. Ma non possono impedirne la rinascita, inevitabile finché ci saranno ingiustizia e sfruttamento.
Cazzullo, tra i più stimati intervistatori del Corriere – gli ultimi dialoghi sono quelli con Massimo D’Alema e Laura Boldrini – un paio di mesi fa aveva chiesto alle lettrici di scrivere pareri per ultimare il suo libro. Alcune si sono dette gelose dei successi di una vincente nello sport come Valentina Vezzali. La chiosa è contro “cialtroni e millantatori” che invidiano il talento di chi ce l’ha fatta: ”Ma perché essere ostili verso chi ha cresciuto figli e ha vinto le medaglie olimpiche? Cosa c’è più bello del ricordo di una madre fatto vivere nel tempo attraverso le generazioni?”.

Paolo Ercolani, docente di Filosofia e giornalista, ha pubblicato in giugno Contro le donne (pp.318, euro 17,50) per tipi Marsilio, editore attento alle tematiche dell’area progressista che fa riferimento a Giuliano Ferrara (David Allegranti, The Boy; Annalisa Chirico, Siamo tutti puttane, 2014). Nel suo libro a copertina rosa, Ercolani stigmatizza luoghi comuni, pratiche e teorie maschiliste di filosofi classici e moderni ma nel bel mezzo dell’esercizio di citazionismo prende di mira il femminismo. L’aspetto è colto magistralmente da Daniela Monti, autrice della recensione per il Corriere (http://www.corriere.it/cultura/16_giugno_07/paolo-ercolani-contro-le-donne-saggio-marsilio-b8cd6d12-2cd6-11e6-b303-a777738cf73e.shtml). Infatti Ercolani afferma che “una parte del femminismo ha finito con il cadere in un errore paradossalmente “misogino”: ossia profetizzare e lavorare per la costruzione di un soggetto umano asessuato, al di là delle categorie di maschile e femminile”. Queste posizioni, a suo avviso, “rappresentano il sintomo evidente di quello che sembra un ripiego dettato dall’impossibilità o incapacità di pervenire a una soggettività femminile piena e in grado di interagire in termini (ritenuti) di parità dialettica con l’essere maschile”. Socialfemminismo https://www.amazon.it/SocialFemminismo-contribuito-Storia-censurate-scritta-ebook/dp/B01LZH4NMN

Socialfemminismo: chi lo teme?

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Il mio nuovo saggio si intitola Socialfemminismo. E’ frutto di un anno e mezzo di studi, ricerche, testimonianze, interviste: pronto da circa 4 mesi, inviato via posta elettronica come definitivo 2 mesi fa. Non è stato semplice, per il concatenarsi di problemi diversi ma il risultato è raggiunto. Purtroppo Socialfemminismo non ha ancora trovato un editore. Il che è alquanto sorprendente. Non perché l’autore sia migliore di altri ma a onor d’oggettività, avendo esordito con il successo del libro d’inchiesta “I panni sporchi della Sinistra” (non ho i dati aggiornati ma questi erano dopo i primi mesi del 2014: quattro ristampe di Chiarelettere, in classifica top 10 su La Lettura, quindicimila copie vendute http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/i-panni-sporchi-della-sinistra-9788861904279.php), secondo la logica della libera concorrenza riceverebbe qualche proposta. Invece, della ventina di editori contattati, nessuno, anche chi esprimeva iniziale interesse, ha fornito una risposta nel merito. E allora, semplicemente, chiediamoci perché Socialfemminismo non s’ha da divulgare o l’autore Santachiara non dovrebbe lavorare. Il tempo darà a ciascuno la possibilità di formarsi un’idea sui possibili motivi praticando il metodo abduttivo, ovverosia muovere dai dati certi (le esperienze passate e il valore di questo nuovo studio) per sviluppare via via ipotesi e dubbi. 
Dal sistema mediatico uscii cinque anni fa dopo alcuni fatti che cito per ordine d’importanza: le minacce di ambienti legati alla polizia segreta italiana, poiché partendo da un omicidio del 2007 a Modena ho compreso in maniera autodidatta meccanismi sistemici fino ai livelli più alti; la puntata di Report del dicembre 2011 sul primo caso scoperto al nord di rapporti fra Pd e ‘ndrangheta, costatami una causa civile da un milione di euro della durata di cinque anni; la chiusura improvvisa nel gennaio 2012 – per una falsa accusa che bloccò i contributi per l’editoria – del giornale L’Informazione di Modena per cui lavoravo come cronista di giudiziaria; l’interruzione decisa dal sottoscritto della corrispondenza a suon di scoop per Il Fatto Quotidiano, per la semplice ragione che non si tratta del “giornale senza padrini e padroni” o della “voce delle Procure” ma di altro che ho compreso nel tempo. Sono ben lieto di vivere con poco cercando di fare l’unica cosa che mi riesce: indagare oltre le verità di comodo, conoscere, agire pluralmente, raccontare il vero sperimentale nei pochi spazi di libertà consentiti. Come nei momenti più duri, come dei messaggi in bottiglia.
Chiudo, e passo.

Rinascita della Sinistra, non è mai troppo tardi

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Rientro a Perugia dopo un’arricchente giornata romana. Iniziata con la registrazione di un dibattito a Lo stato dell’arte di Maurizio Ferraris con la bravissima Francesca Serafini, sceneggiatrice, collaboratrice del Corriere della Sera e autrice del saggio Di calcio non si parla, la serie di belle cose ha conosciuto l’acme al calar della sera, ascoltando Francesca Fornario al Tilt nella nuova sede di Garbatella, con la portavoce dell’associazione Maria Pia Pizzolante e la consigliera regionale di Sinistra Daniela Bianchi, appassionate ed efficaci sulle questioni sociali poste dal libro di Francesca (con sublime digressione alleniana-keatoniana): La banda della culla. La prima cosa che ho pensato è: “La Sinistra unitaria con tutte le sue forze migliori dovrebbe rinascere dalle donne”. Non solo perchè ne sto scrivendo ma convinto della giustizia e della vitalità che discendono dall’interazione tra femminismo (non possiamo non dirci femministi) e socialismo. Stamane poi ho letto la lettera digitale inviata da Simone Oggionni a Fabrizio Rondolino, sulla scia della riflessione del direttore Peppino Caldarola e, persuaso del valore intrinseco del messaggio epistolare in bottiglia, desidero sottolinearne la dialettica inclusiva e la capacità di discernimento tese alla diffusione della presa di coscienza. Di seguito, quindi, le direttrici di compagni che partendo da posizioni diverse avvicinano a raggiera la sintesi feconda nel comune retroterra ideale e storico della Sinistra, per l’agire plurale di oggi e di domani.  Qui la profondità di Caldarola: https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/1039611889418551
Qui lo stimolo di Rondolino http://www.unita.tv/opinioni/caro-dalema-forse-e-davvero-giunto-il-momento-di-salutarsi/
Qui la risposta di Oggionni
http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/dalema-renzi-e-la-sinistra/

Piccole libertarie annotazioni nel giorno in cui le ore del sole son le stesse della notte. Il passato si mescola al futuro nelle pagine e nei volti de Il pane e le pietre che Mario Toma (in corso la presentazione a Lecce con Fabio Casilli e Gigi Pedone) dedica all’azione, alle idee politiche e al vissuto dei tanti, noti e meno noti, che hanno fatto la storia del Pci salentino. Il libro si chiude con la scomparsa di Enrico Berlinguer. E proprio del suo naturale erede Massimo D’Alema la politeia ora discute.

Partiamo dal confronto con Craxi e Renzi, ricordando che il premier e segretario del Pd è un epifenomeno diverso, quasi opposto, avendo scalato partito ed esecutivo sulla spinta del gotha dell’industria e della finanza, italiana e soprattutto estera (rimando al capitolo de I panni sporchi della sinistra dedicato a Renzi, Chiarelettere, 2013). Differisce innanzitutto per la funzione sovrastrutturale al servizio di una “governamentalità neoliberale” che dal riflusso degli anni ’80 e con più forza dalla fine della guerra fredda sino all’euroliberismo, risulta egemone nella sfera politica e nei gangli della società complessa. Naturalmente non si tratta di un Grande Vecchio ma della microfisica del potere, una molteplicità di interessi in continuo movimento che tuttavia lasciano margini di imprevedibilità. Ieri Giuliano Ferrara ha sottolineato provocatoriamente, benchè vil generalizzando col termine “magistratura”, il parallelo fra certe dinamiche del biennio italiano del 1992-1993 e ciò che sta accadendo in Brasile all’unica presidente di sinistra oggi al mondo, Dilma Rousseff, e al predecessore Lula. Purtroppo, anche portando all’estrema provocazione i parametri del realismo politico, Craxi non commise solo reati (peraltro facilmente tracciabili) ma gravi errori geopolitici legati all’assoluta chiusura del dialogo col Pci, precludendo ogni prospettiva socialdemocratica. A mio avviso non sono riscontrabili in Massimo D’Alema gli elementi di leaderismo e individualismo contestatigli, a meno che non si intenda la risultante indiretta del conflitto politico, rappresentando egli antropologicamente la resilienza dell’ex Pci alla deriva neoliberista e autoritaria con la quale Renzi, prosecutore del veltronismo con altri mezzi, ha indebolito dinamiche, struttura e cultura del partito di massa. Inoltre fu tutto l’Ulivo ad inseguire la Terza via neoliberale di Clinton e Blair, mentre concordo col lettore Giuseppe Maria Greco sul fatto che la grandeur nazionale e il merito non sarebbero elementi negativi qualora fossero declinati a sinistra. Per farlo bisogna decostruire la subcultura dominante che regala alle destre la tutela di interessi e particolarità di un paese. Rifiutare giustamente una politica estera aggressiva e uno sciovinismo nazionale e maschilista non significa rifuggire da un ruolo decisivo dello Stato. Come scriveva Eric Hobsbawm il capitalismo, al fine di proteggersi dallo spettro comunista che continuava ad aggirarsi per l’Europa, seppe adoperare elementi di socialismo con i piani di investimenti federali di Roosevelt e il modello sociale Beveridge. Pertanto, oltre a misure sociali fondamentali come il reddito minimo garantito presente nel resto d’Europa (Sel, Sinistra italiana, Sinistra riformista, imponete all’agenda parlamentare questo provvedimento urgente, salvifico per milioni di disoccupati sotto il ricatto di padroni e strozzini!) e la tassazione progressiva periodica, l’Italia potrebbe combattere l’euroliberismo e trattati come il Ttip da sinistra, opponendo strategie pubbliche per orientare l’economia verso la qualità delle produzioni, il rispetto della fatica, la parità del lavoro fra i sessi e dell’ambiente, nuovi tempi di vita affrancata.

I punti toccati nell’intervista di D’Alema al Corriere, su cui si sono soffermati Caldarola, Rondolino e Oggionni elaborando percorsi interpretativi interessanti, rimettono di fatto in moto un virtuoso materialismo dialettico. La pronta reazione di Marco Damilano su L’Espresso è la riprova del timore del mainstream nei confronti della Rinascita della Sinistra unitaria con tutte le sue forze migliori: https://www.facebook.com/stefano.santachiara.1/posts/983297151752553?pnref=story E Eugenio Scalfari, in occasione dell’anniversario del colpo di Stato delle Br del 16 marzo 1978, anzichè scrivere di Aldo Moro, ha prontamente inteso raccontarci di quando lui e Repubblica davano del tu a Enrico Berlinguer http://www.repubblica.it/politica/2014/03/16/news/berlinguer_scalfari-81114389/
Da tempo Massimo D’Alema è il nemico principale delle sovrastrutture mediatiche, a cominciare dai network poliziesco-finanziari. E’ giunta davvero l’ora di interrogarci sulla vera ragione, anziché continuare col misunderstanding degli elementi personali caratteriali. Purtroppo anche Norma Rangeri, direttrice del Manifesto, apre e chiude l’editoriale rispettivamente sui “vituperati giornalisti” e sulla “perfidia” della stoccata alla minoranza bersaniana che non riesce a incidere: http://ilmanifesto.info/il-bazooka-di-dalema Lontani i tempi del confronto sostanziale e schietto che nel suo naturale manifestarsi agevola il fondamentale processo cognitivo dei lettori. La conversazione con D’Alema riportata da Rossana Rossanda nell’ultimo libro Quando si pensava in grande (assieme ad altri dialoghi con personalità dello spessore di Allende, Sartre, Lukács e Althusser) verteva sulla Weltanschaaung e sull’azione di governo, e si caratterizzava anche per passaggi duri e prolungati, che sono l’esatto contrario dell’arroganza e del paternalismo: è la stima per l’acuta interlocutrice, ricambiata con altrettanta determinazione. In seguito nessuno si è interrogato sui fili che l’esecutivo D’Alema, primo post comunista alla guida del Paese, può avere toccato in quella delicata fase di trasformazione mondiale. Si provi a invertire il punto di osservazione. Perché gli attacchi mediatici partirono violenti (Marco Travaglio ripeteva in ogni dove la “merchant bank” di soggetti imprecisati “entrati con le pezze al culo a Palazzo Chigi e usciti ricchi”) quando l’allora presidente del Consiglio non impedì alla cordata di Roberto Colaninno di scalare la Telecom, e nessuno aveva trovato da eccepire sulla privatizzazione decisa dal governo Prodi, grazie alla quale gli Agnelli controllavano il colosso della telefonia con un piccolo pacchetto azionario? Purtroppo all’epoca non ero della partita, nel senso che scrivevo i primi articoli per la Gazzetta di Reggio Emilia: la crisi del Tessile, le denunce delle Gev in difesa dell’ambiente, la chiusura dell’ospedale San Sebastiano di Correggio, gli operai della zona che si esprimevano per la riduzione dell’orario di lavoro in una serie di interviste salutate con favore dai responsabili di Rifondazione Comunista Rina Zardetto e Gianni Tasselli e guardate con sospetto dal sindacato reggiano; in particolare, ricordo il dialogo con Renzo Testi di Nuova Sinistra Ds: https://stefanosantachiara2.wordpress.com/1999/11/22/testi-coop-nord-est-riaccendiamo-la-voglia-di-sinistra/ . Poco informato come la moltitudine assistevo, dalla parte delle guardie e dei giornalisti che si narravano “senza padrini e padroni”, ad un dispiegamento di forze mediatiche contro la breve esperienza governativa di D’Alema mai visto neppure per Berlusconi, il quale però beneficiava elettoralmente, come oggi Salvini e Grillo, della ridondante e spesso vacua polemica mediatica. Per non parlare dei condottieri transitati da Goldman Sachs ed elevati al rango di salvatori della patria (Prodi, Monti, Gianni Letta, Claudio Costamagna, nuovo presidente della Cassa depositi e prestiti imposto da Renzi). In altre parole, tanto meno abbiamo contezza del periodo di D’Alema premier in termini di manovre di palazzo (ad esempio, solo ora sta venendo alla luce sui mezzi di comunicazione generalisti che la guerra della Nato in Kosovo era già stata ratificata dal governo Prodi) e di progetti attuati (rimando alla chiosa su Damilano per comprendere una parte di orizzonte delineato in tema di protezione sociale della maternità), tanto più risulta sbagliato formulare un giudizio semplicistico. Il fact checking non si pratica solo per lo scoop ma risiede nella sperimentazione continua che è la penetrazione dell’esistenza. Nel caso in specie, ho potuto riscontrare che D’Alema ha compiuto errori e possiede difetti come tutti, ma si manifesta con autenticità e audacia. A mio avviso si tratta di un combinato disposto più importante dell’ìntelligenza, dal quale essa trae linfa. Chi frequenta questo blog sa a cosa faccio riferimento quando sottolineo che pochi magistrati e carabinieri, rarissimi giornalisti hanno scelto di non temere il Potere, nel mio caso si tratta di ambienti della polizia segreta italiana. D’Alema esprime opinioni nette che non avete mai sentito da altri statisti, tranne dal leader laburista Jeremy Corbyn o in passato da Francesco Cossiga, più sardo che democristiano. Il presidente di ItalianiEuropei ad esempio afferma: “Il Fatto Quotidiano è tecnicamente fascista”. Oppure, intervistato da Daria Bignardi: “Alan Friedman non mi piace”. All’incontro di sinistra riformista del 12 marzo a Perugia, spiega: ”Isis nasce da una scissione con Al Qaeda, a suo tempo usati contro la Russia. Il terrorismo non é frutto della disperazione”. Molinari gli domanda degli incontri con la conservatrice Rice, e D’Alema risponde: “Continuava a dire: let Israel make the dirty job”. No, le dissi, sono persone”. Per l’ex presidente del Consiglio non è una novità la tessitura politica votata alla soluzione di pace in Palestina, ma la dichiarazione è di un certo peso nei confronti degli Stati Uniti. Eppure nessuno dei giornalisti che assedieranno D’Alema all’arrivo e alla ripartenza ne farà menzione su agenzie e giornali. Naturalmente sono vittime, della loro ombra e della precarietà economica. Ma torniamo ai commander in chief, rovesciando ancora la base di osservazione. In dati momenti storici, i network scatenano raffiche di disinformazione intervallate da un prima, e un dopo, di oblio assoluto e di eliminazione degli spazi informativi della vera Sinistra. Adopero l’espressione che usai per le campagne di fango contro Jeremy Corbyn, inattaccabile sul piano dell’onestà fattuale e intellettuale.Ciò avviene quando una guida politica antropologicamente autorevole segna il punto di rottura, in tal caso nei confronti della socialdemocrazia ancillare alla governamentalità neoliberale, e incarna la Rinascita, nel proprio paese e internazionale, della Sinistra https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2015/08/31/corbyn-il-socialista-che-guarda-al-futuro/

Questo è il nodo cruciale, anziché la vexata quaestio sul presunto tradimento dello spirito dell’Ulivo, o del centrosinistra col trattino, o del Pd, che ineluttabilmente si presenta all’ultimo grado di involuzione nel “partito della Nazione”. E il nodo pertiene allo scollamento tra il Paese reale e le forze che potevano e dovevano contrastare il capitalismo finanziario e patriarcale innervatosi nelle istituzioni e nella cultura di massa. Ben si comprende che la mutazione genetica del più grande e democratico Partito Comunista d’Occidente affondi le proprie radici nella Svolta della Bolognina. Anziché rimuoverle come si è fatto sinora, sarebbe necessaria un’analisi ampia: https://www.facebook.com/groups/178378735866581/permalink/195780067459781/

Lo spunto era arrivato qualche mese fa con la rivelazione dello storico leccese Francesco Martelloni, a suo tempo ideatore del simbolo del Pds poi presentato da Veltroni e Occhetto. Egli suggeriva la sostituzione di falce e martello in relazione all’urgente necessità, sottolineata giustamente da Oggionni, di interpretare i cambiamenti nel mondo del lavoro per estendere i diritti e i salari in costante riduzione. Nel frattempo il figlio Federico Martelloni, giuslavorista, è diventato il candidato sindaco della Coalizione Civica a Bologna, fonte di ispirazione per il rilancio della Sinistra a livello nazionale. L’Emilia Romagna due anni fa registrò il record di astensionismo in occasione dell’elezione del presidente renziano Stefano Bonaccini, sostituto non all’altezza di Vasco Errani e Pier Luigi Bersani nella regione del riformismo cooperativo e del welfare, oggetto di critiche anche per le recenti riduzioni di posti letto negli ospedali: http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2015/11-novembre-2015/piano-regione-gli-ospedali-entro-anno-815-posti-meno–2302174835185.shtml

Ogni piano strategico pubblico, siano investimenti di stampo keynesiano o potenziamento dello Stato sociale, sconta lo stigma preventivo dell’anticastismo militante, un vero e proprio senso di colpa inculcato negli italiani già influenzati dal cretinismo cattolico del sacrificio. Dopo Mani Pulite anche la Sinistra ha interiorizzato un’ethikos che Marx avrebbe definito strumentale e banale moralismo borghese. L’immagine di un popolo di  maneggioni, fannulloni e assenteisti campeggia costantemente in televisione e sulla stampa, agevolando la propaganda di Fatto e Movimento 5 Stelle per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e ai giornali, nonché i tagli sociali e le privatizzazioni articolati dall’instrumentum della governamentalità neoliberale internazionale rappresentato dalla troika.

La Sinistra non potrà che ripartire dai bisogni e dai desideri della maggioranza delle persone, da donne e uomini che dovranno impegnarsi a fondo sul piano culturale e divulgativo, giacchè restano spesso ignote le statistiche reali sui lavoratori, scovate con tenacia da colleghi come Marta Fana del Manifesto (capace di sbugiardare il ministro Poletti) e sopra tutto la materia economica, per la quale ci soccorrono le analisi di Alberto Bagnai e Vladimiro Giacchè. E’ grazie a loro che una parte dell’opinione pubblica comprende gli effetti nefasti dell’euro e dei patti di stabilità, concetti oscurati e falsificati dai media. Ad esempio, a chi come l’ambasciatore Sergio Romano si chiede se i problemi della moneta unica siano legati al disavanzo pubblico degli Stati e alle crisi finanziarie (private) http://www.corriere.it/lettere-al-corriere/16_marzo_19/-CHE-COSA-FARE-DELL-EURO-IL-FUTURO-DELLA-MONETA-UNICA_485f17e4-ed96-11e5-9277-b3acd54d3652.shtml basterebbe replicare che l’avanzo dello Stato comporta un indebitamento privato e viceversa, essendo vasi comunicanti. E ancora: quanti sanno che l’investimento di gruppi esteri aumenta il Pil ma non il Prodotto nazionale italiano e che i prestiti della troika alla Grecia non sono serviti a pagare le pensioni ma a ripagare le banche creditrici tedesche e del nord Europa? Quest’ultima denuncia entrò nel discorso pubblico dopo l’intervento a Rainews di D’Alema, promotore di quell’asse embrionale col governo Tsipras che sarebbe stato vitale per raccogliere le sfide della convivenza civile e dei diritti, e progettare un rovesciamento di prospettiva strutturale nella socialdemocrazia europea, da un ventennio subalterna ai dogmi dell’austerity. Muovendo da una sinergia multidisciplinare dove ciascuno potrà mettere in campo suggerimenti essenziali e azioni concrete, si potranno superare le insufficienze teoriche e le sperimentazioni del passato. Molti dicono che è troppo tardi per la Rinascita della Sinistra con tutte le sue forze migliori in lotta per il progresso e la giustizia sociale. Ma la vita è una sola, e non è mai troppo tardi.

 

Causa milionaria: lascio la scrittura o raddoppio

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Tra qualche settimana saprò se la causa civile intentata da Cooprocon e l’Ingegner Vandelli per la puntata di Report dell’11 dicembre 2011 sul Sacco di Serra decreterà la fine del mio lavoro di giornalaio e scrivente (http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f7182332-b4cf-4136-b925-a209965f4359.html ). La richiesta di un milione di euro su cui tutti (io per primo, ingenuamente) ci siamo concentrati, ricevendo gli attestati di solidarietà (che mica costano, come gli eventi promossi in giro per l’Italia) di associazioni varie antimafia, Ossigeno per l’Informazione, Fnsi, Ordine dei giornalisti e tanti privati, ha fatto sparire la questione centrale. Quanto concretamente si rischia di dover pagare in caso di condanna. La sentenza sulla carta dovrebbe essere favorevole dato che i fatti esposti sono veri, continenti, pubblicamente rilevanti e di utilità sociale, però siamo in Italia: non si sa mai (a proposito di assurdità sto aspettando le motivazioni della sentenza di un’altra vicenda, penale e penosa, relativa ad una diffamazione inesistente, ripescata da una manina 3 anni dopo l’articolo de L’Informazione, a fallimento del giornale appena dichiarato, portata avanti in modo strumentale e risolta in 3 minuti di camera di consiglio con richiesta di assoluzione della Vpo: spesa legale 2mila euro per il legale di Ossigeno https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/09/23/il-mistero-della-querela-fantasma/). Finora, quando avevo parlato della causa per la puntata di Report (cioè  4 anni fa, che non è proprio argomento interessante di conversazione) per tranquilizzare gli interlocutori o semplicemente spiegare il mio punto di vista citavo il caso di Travaglio, condannato a 7mila euro per aver leso l’onore di Schifani, su Rai3 in prima serata. Dicevo: se una star dà della muffa al presidente del Senato quello sarà il tetto massimo di rimborso, suppergiù, eppoi ho letto solo una visura camerale e confermato l’indagine per abuso edilizio sulla Cooprocon. Le risposte di avvocati, colleghi e associazioni: ma sì, infatti poche migliaia massimo, o silenzio assenso. E invece la settimana scorsa noto la notizia della condanna di Davide Vecchi del Fatto a 25mila euro in solido con Fatto Spa e il direttore Padellaro. Con la pulce all’orecchio chiamo il mio avvocato civilista che dice:”In media una condanna in sede civile per discredito, su media nazionali, è non inferiore ai 10mila euro e non superiore ai 50mila”. Media 30mila euro. Due-tre anni di stipendio: i risparmi di una vita.  Vecchi non li paga, nessuno li paga. I giornalisti, in questo caso della Rai ma in generale in ogni giornale, rivista, radio e persino sito Internet, hanno le spalle coperte dall’editore. Altrimenti al primo risarcimento danni in sede civile andrebbero in rovina: si vedrebbero svuotare il conto, sequestrare l’auto peraltro nel mio caso ormai di scarso valore (case non ne ho). Dunque gli editori si occupano di retribuire l’avvocato e, nelle cause civili, di pagare (essendo in solido) tutto o gran parte del risarcimento inflitto al giornalista. Mi confermano dall’associazione stampa Emilia Romagna che non sono mai capitati di grandi dimensioni (sanzioni pecuniarie nel penale e piccoli casi nel civile) trattandosi appunto di media provinciali o regionali con tirature e numero di utenti inferiori. Esiste un fondo assicurativo della Federazione nazionale giornalisti (complessivamente di 150mila euro) che copre le spese per le condanne penali e civili dei giornalisti scaricati dagli editori: sino a settembre 2015 arrivava sino a 7500 euro, da tre mesi invece copre sino a 5mila. La motivazione è che le cause sono tante e la platea di colleghi difesi si è allargata com’è giusto (ora anche precari, free lance). Però ci sono patrimoni e redditi personali diversi e c’è una differenza sostanziale (grossa come una casa, verrebbe da dire) fra chi subisce una causa civile per discredito su un media nazionale rischiando svariate decine di migliaia di euro e chi invece è coperto abbondantemente dai 5mila del fondo.
Sì avete capito bene, se venissi condannato per la puntata di Report rischio da 10 a 50mila e nessun editore copre la spesa: la Rai perché non sono dipendente della tv pubblica: Il Fatto, malgrado compaia in sovraimpressione la dicitura “giornalista del Fattoquotidiano.it”, scelse di non coprirmi le spalle come ricorda Gregori della Gazzetta: http://gregori-modena.blogautore.repubblica.it/2012/03/24/silenzio-si-querela/ La motivazione del Fatto fu che avevo parlato in tv e dunque non tramite un articolo sul giornale di carta o online, sul quale uscivano un discreto numero di scoop pagati a pezzo (compresa una decina sul Sacco di Serra, anche se gli articoli si concentravano di più sul disvelamento del primo caso di rapporti d’affari tra un sindaco Pd e un ex soggiornante obbligato). La lunga premessa era doverosa per spiegare il mio (si spera di no) eventuale abbandono della penna, è fastidioso dover scrivere di sè e per giunta di denaro. Sono fiero di quello che ho cercato di fare in questi vent’anni di lavoro, e più ancora negli ultimi 3, da quando vivendo un’evoluzione personale e incontrando tante bellissime persone ho lasciato il sistema per lottare nel modo più libero, e vorrei continuare a farlo scrivendo libri (anche qui, editori liberi permettendo), facendo nuove ricerche, collaborando da free lance con Left Avvenimenti. Non ho mai chiesto un euro più del dovuto e certo non lo farò ora. Ricordate il tale di “the smell of the money”, beh, ecco, le vostre associazioni, i vostri editori, i vostri network finanziari e polizieschi se li tengano. So vivere con poco, non mi sono mai preoccupato della mafia (risulto tra i giornalisti intimiditi – per via di alcune minacce, denunciate due volte alla magistratura, e appunto per la causa milionaria, ma le minacce serie mi sono arrivate da ambienti Sisde-polizia). Ecco, semmai sono preoccupato per chi rischia più di me e a cui voglio bene.  Comunque, prima di congedarmi, ringrazio i lettori: http://sosthesoundofsilence.blogspot.it/2012/01/quando-i-giornalisti-con-la-schiena.html E i colleghi http://ancorafischia.altervista.org/la-mafia-sfonda-in-emilia-romagna-ma-non-si-dice/
Per il resto, i libri sono reperibili e gli articoli sono (quasi tutti: mancano quelli dell’archivio dell’Informazione di Modena, fatto misteriosamente sparire, e qualche pezzo d Left non pubblicato sul sito) qui, in questo blog.

LEFT: Un porto d’armi non si nega a nessuno

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Un porto d’armi non si nega a nessuno, neppure ai denunciati per stalking e ai pregiudicati per molestie sessuali. I casi limite sono paradigmatici delle falle nel meccanismo di diffusione di pistole e fucili, acquistabili in armeria o anche tramite Internet. Basta saper sparare, non essersi macchiati di reati considerati gravi – ma non lo sono forse le persecuzioni personali? – e presentare certificati di idoneità senza obbligo di visita presso uno psicologo. Il quadro è aggravato da campagne politico-mediatiche allarmistiche sull’aumento dei furti in appartamento che alimentano la percezione di insicurezza e la paura del diverso. Chi invita ad armarsi, nell’interesse dell’industria bellica e dei movimenti xenofobi, sostiene la tesi della deterrenza ma altro non fa che svalutare la vita umana, toccando livelli criminogeni quando legittima l’omicidio in difesa della “roba”. Basta scorrere il bollettino di stragi, delitti, suicidi e incidenti cagionati da chi maneggia pistole e fucili per comprendere la pericolosità sociale del fenomeno.

Il 15 aprile 2013 a Montebelluna Matteo Rossi, 37 anni, rappresentante di una ditta di materassi, uccide Denise Morello, commercialista di 23 anni che lo aveva lasciato dopo un anno di fidanzamento. Dal momento dell’addio, alla fine del 2012, Rossi inizia a dare segni di squilibrio mentale: tempesta la ragazza di telefonate e messaggi, la pedina sotto casa e al lavoro, compra il 25 gennaio un’intera pagina del Gazzettino per implorarla: «Questa follia per farti capire quanto sono pazzo di te, Denise. Tuo Matteo». La situazione diviene così pesante che Denise, d’accordo coi genitori a loro volta infastiditi da personaggi vicini allo stalker, procede alla denuncia. I carabinieri convocano il rappresentante in Caserma, gli intimano di lasciare in pace la giovane senza prendere provvedimenti. Anzi. Il 22 marzo Rossi ottiene dalla Questura il porto d’armi per uso sportivo. Si rivolge persino all’armeria di Montebelluna situata nelle vicinanze della casa dei Morello e la figlia del titolare, non riconoscendo “Matteo”, gli vende una Beretta modello Iver. A quel punto è solo questione di tempo per la messa in pratica del disegno criminale. Dopo tre settimane di calma apparente Rossi si apposta nel parcheggio antistante lo studio di commercialisti dove lavora Denise. Lei ha lasciato l’auto fuori perchè convinta che l’incubo fosse finito. “No, Matteo, non farlo” odono alcuni testimoni del vicino supermercato, ma è troppo tardi. Rossi esplode più colpi, l’ultimo dei quali alla nuca della ragazza, come un’esecuzione, poi si uccide.

La vicenda non sarebbe finita tragicamente, forse, se ci fosse stato scambio di informazioni fra uffici pubblici, ricettori della denuncia (carabinieri) e competenti al rilascio della licenza (Questura), se si fosse evitato di inseguire la retorica del modello americano. Le statistiche evidenziano come molestie, violenze e omicidi non sono commessi in maggioranza da stranieri e disadattati ma da ex mariti, fidanzati, parenti, colleghi di lavoro e spasimanti che non accettano l’abbandono, il rifiuto o semplicemente l’emancipazione di colei che stimano come un oggetto proprio. La storia di Denise sembra dare ragione a chi chiede da tempo, la Sinistra e l’Ordine dei medici, la visita obbligatoria dallo psicologo per il rilascio del porto d’armi.

Il secondo caso investe l’interpretabilità del testo unico di pubblica sicurezza sul diniego del porto d’armi per reati dolosi gravi contro la persona. Il tenente colonnello dell’Esercito Domenico Milidone, istruttore di tiro a segno presso l’Accademia militare di Modena oggi in pensione, è stato condannato in via definitiva per aver molestato sessualmente due giovani cadette nel 2003. Milidone è uno stimato ufficiale, per anni nella Commissione provinciale esplosivi, presidente dell’Academy Shooters Club di Modena, nonché range officer allo Shooting club di Bologna. Il contesto dell’Esercito è oggettivamente difficile per via dell’omertà cameratesca e del timore delle vittime di veder svanire ogni chance di carriera per cui hanno fatto sacrifici, il più delle volte lasciando la prospettiva della disoccupazione nel sottoproletariato del sud. Le due allieve dell’Accademia di Modena però hanno trovato il coraggio di denunciare alla magistratura le morbose attenzioni che l’istruttore di tiro a segno, Domenico Milidone, riservava loro durante le esercitazioni, anche davanti alle colleghe. Si tratta del primo caso accertato da quando, nel nuovo millennio, le soldatesse frequentano i corsi da ufficiali presso l’ente universitario militare voluto dai Savoia. Un’altra donna, la pm Stefania Mininni, ha raccolto le testimonianze delle due cadette ottenendo la condanna del tenente colonnello a due anni di pena con la sospensione condizionale, poi ridotti a 18 mesi in Appello e confermati in Cassazione. Il ministero della Difesa, dopo un trasferimento sul Tarvisio e a Firenze, ha congedato senza lode né infamia l’ufficiale poco gentiluomo e nessuno gli ha levato i ferri del mestiere. Milidone ha continuato a calcare i migliori poligoni di tiro rapido sportivo: nel 2011 si è piazzato quarto alla gara di pistola di grosso calibro al torneo ‘Sandra Pizzigati’ di Bologna, quattro anni dopo risulta ancora in pole position nel campionato italiano in Emilia Romagna.

1 novembre 2015
Left Avvenimenti

“Consigliai la Quercia a Veltroni, che prese l’idea avviando la deriva neoliberista americana”

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La svolta della Bolognina è questione in sospeso da un quarto di secolo. Lo dimostra il fatto che la scomparsa di Pietro Ingrao induce i protagonisti di quel passaggio storico a riaffrontare il nodo irrisolto dell’orizzonte della Sinistra. Le ragioni della ferma contrarietà di Ingrao al cambio del nome del Pci fanno discutere oggi più di allora, al punto che il segretario Achille Occhetto, per la prima volta, ha ammesso che la svolta potrebbe aver agevolato la deriva neoliberista. Un singolare episodio ci consegna un tassello del mosaico in decostruzione nel 1989, quando il dibattito critico italiano, scosso dalla repressione di Tienanmen, coinvolgeva i dirigenti e l’intellighénzia diffusa in sezioni, piazze e circoli comunisti. Francesco Martelloni, studioso di storia contemporanea ed esponente della sinistra del Pci nella sezione Gramsci di Lecce, scrisse una lettera a Walter Veltroni alla vigilia del congresso che avrebbe condotto alla Bolognina. Lo storico salentino, di area berlingueriana, proponeva al capo dell’organizzazione del Pci una trasformazione senza strappi alle radici, cambiando il nome in Partito Comunista Libertario e inserendo un nuovo simbolo: l’albero della libertà. L’ipotesi di ripartire da sinistra restò nei cassetti di Botteghe Oscure ma fece presa l’idea dell’elemento floreale, che Occhetto attribuì poi ai “consulenti grafici di Veltroni”. Tuttavia è alquanto improbabile una coincidenza fra creativi. Nella missiva Martelloni suggeriva di mettere al centro “l’albero della libertà della rivoluzione francese, nonché della Repubblica partenopea e di quelle giacobine del ‘99”. Occhetto, presentando il nuovo simbolo, adoperò un’espressione simile: ”L’albero della libertà accompagnò la rivoluzione francese e fu piantato ovunque, in tutte le piazze dei paesi d’Europa”. Francesco Martelloni, redattore della rivista ‘Itinerari di ricerca storica’, faceva riferimento agli scritti degli anni ’60 di Galvano della Volpe, nei quali il filosofo marxista critico prospettava il superamento della III Internazionale per realizzare, in un sistema di libertà e garanzie, la socialdemocrazia dinamica contrapposta a quella statica di Bad Godesberg. Appare evidente l’analogia con l’attualità della rinascita di una Sinistra che sappia rovesciare la linea della Spd, ultimo stadio della trentennale subalternità all’euroliberismo. I passi salienti della lettera di Martelloni delineavano “la rottura con ogni cultura autoritaria e violenta” e “il recupero dell’ispirazione originaria dell’equivalenza tra comunismo e libertà”; la soppressione di falce e martello giacchè “oggi troppo angustamente rappresentativi di sole figure economico-sociali e professionali del proto-capitalismo” ma conservando “l’insopprimibile” bandiera rossa.

Malgrado Enrico Berlinguer avesse chiarito l’esaurimento della spinta propulsiva dell’Urss, Occhetto e il gruppo dirigente optarono per il cupio dissolvi del più grande e democratico partito comunista d’Occidente, sotterrandolo ai piedi della Quercia. Come se avessero dovuto pagare per prassi altrui – le dittature dell’Est e il craxismo – rifiutarono di inserire il termine socialista o laburista, come chiesto dai miglioristi di Giorgio Napolitano, e di accogliere le analisi di Pietro Ingrao contro la rinuncia esplicita alla lotta anticapitalista. Massimo D’Alema non ha mai fatto mistero delle perplessità sulla modalità del passaggio, senza però dispiegare un pensiero critico organico. Achille Occhetto ancora nel 2013 (da ‘I panni sporchi della Sinistra’) identificava gli scopi della svolta nei concetti di “questione morale”, “apertura alla società civile” e “contaminazione con le migliori forze liberal democratiche e cattoliche progressiste”. Ora, intervistato dall’agenzia Dire nel giorno dei funerali di Ingrao, il creatore del Pds compie una parziale autocritica: ”non ho capito in tempo i rischi degenerativi che ci potevano essere nella svolta”; sottolineando poi: “se Ingrao l’avesse appoggiata ci avrebbe probabilmente aiutato a farla meglio e più a sinistra”. Dopo la sconfitta contro Berlusconi nel 1994, si è consumata l’involuzione antropologica che lega significante e significato. Il Pds post occhettiano cancellò prima la denominazione di partito (Ds) e poi di sinistra (Pd) mentre i governi dell’Ulivo, aderendo ai dogmi della Terza via di Clinton, Blair e Schröder, praticavano la svalutazione del lavoro e del ruolo del pubblico. Veltroni fu il più esplicito nell’abiura (“si poteva stare nel Pci senza essere comunisti”) e in nome del modello Democrat preparò il terreno per la fusione con la Margherita nel partito liquido. Il Pd di Matteo Renzi, come ha ricordato Luciana Castellina sul Manifesto, ha chiuso il cerchio dell’americanizzazione: “partito personalizzato e ridotto a comitato elettorale”, “scarsa partecipazione e forte astensionismo”. Renzi è quindi la prosecuzione del veltronismo con altri mezzi, vale a dire il nuovismo anagrafico dissimulante l’origine democristiana e il gotha della finanza che l’ha sostenuto nella scalata a partito e Palazzo Chigi. Le affinità sono emerse in specie sui temi del lavoro, dall’appoggio a Sergio Marchionne sui contratti aziendali alla critica ai “santuari del no” come l’articolo 18. In modo più efficace di Renzi, l’ex compagno Walter ha appiattito la figura di Berlinguer alla questione morale, dimenticandosi della lotta del segretario del Pci contro l’ingiustizia sociale. Veltroni non ha mai risposto alla lettera di Martelloni. Lo studioso, dopo una parentesi in Rifondazione, ha lasciato la politica attiva: “Un quarto di secolo fa, credevo fosse ancora utile in Italia un partito comunista rinnovato, democratico, libertario e “liberale”. Invece già la svolta della Bolognina, senza definiti e solidi confini politico-culturali, segnava l’avvio della deriva neoliberista e “americaneggiante”. L’ultima segreteria seria fu quella del nobile Natta. Poi sono cominciate le chiacchiere, le capriole e le stranezze finalizzate a quella prima, grave, rottamazione”.

Left Avvenimenti, 12 ottobre 2015

 

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