“Consigliai la Quercia a Veltroni, che prese l’idea avviando la deriva neoliberista”

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La svolta della Bolognina è questione in sospeso da un quarto di secolo. Lo dimostra il fatto che la scomparsa di Pietro Ingrao induce i protagonisti di quel passaggio storico a riaffrontare il nodo irrisolto dell’orizzonte della Sinistra. Le ragioni della ferma contrarietà di Ingrao al cambio del nome del Pci fanno discutere oggi più di allora, al punto che il segretario Achille Occhetto, per la prima volta, ha ammesso che la svolta potrebbe aver agevolato la deriva neoliberista. Un singolare episodio ci consegna un tassello del mosaico in decostruzione nel 1989, quando il dibattito critico italiano, scosso dalla repressione di Tienanmen, coinvolgeva i dirigenti e l’intellighénzia diffusa in sezioni, piazze e circoli comunisti. Francesco Martelloni, studioso di storia contemporanea ed esponente della sinistra del Pci nella sezione Gramsci di Lecce, scrisse una lettera a Walter Veltroni alla vigilia del congresso che avrebbe condotto alla Bolognina. Lo storico salentino, di area berlingueriana, proponeva al capo dell’organizzazione del Pci una trasformazione senza strappi alle radici, cambiando il nome in Partito Comunista Libertario e inserendo un nuovo simbolo: l’albero della libertà. L’ipotesi di ripartire da sinistra restò nei cassetti di Botteghe Oscure ma fece presa l’idea dell’elemento floreale, che Occhetto attribuì poi ai “consulenti grafici di Veltroni”. Tuttavia è alquanto improbabile una coincidenza fra creativi. Nella missiva Martelloni suggeriva di mettere al centro “l’albero della libertà della rivoluzione francese, nonché della Repubblica partenopea e di quelle giacobine del ‘99”. Occhetto, presentando il nuovo simbolo, adoperò un’espressione simile: ”L’albero della libertà accompagnò la rivoluzione francese e fu piantato ovunque, in tutte le piazze dei paesi d’Europa”. Francesco Martelloni, redattore della rivista ‘Itinerari di ricerca storica’, faceva riferimento agli scritti degli anni ’60 di Galvano della Volpe, nei quali il filosofo marxista critico prospettava il superamento della III Internazionale per realizzare, in un sistema di libertà e garanzie, la socialdemocrazia dinamica contrapposta a quella statica di Bad Godesberg. Appare evidente l’analogia con l’attualità della rinascita di una Sinistra che sappia rovesciare la linea della Spd, ultimo stadio della trentennale subalternità all’euroliberismo. I passi salienti della lettera di Martelloni delineavano “la rottura con ogni cultura autoritaria e violenta” e “il recupero dell’ispirazione originaria dell’equivalenza tra comunismo e libertà”; la soppressione di falce e martello giacchè “oggi troppo angustamente rappresentativi di sole figure economico-sociali e professionali del proto-capitalismo” ma conservando “l’insopprimibile” bandiera rossa.

Malgrado Enrico Berlinguer avesse chiarito l’esaurimento della spinta propulsiva dell’Urss, Occhetto e il gruppo dirigente optarono per il cupio dissolvi del più grande e democratico partito comunista d’Occidente, sotterrandolo ai piedi della Quercia. Come se avessero dovuto pagare per prassi altrui – le dittature dell’Est e il craxismo – rifiutarono di inserire il termine socialista o laburista, come chiesto dai miglioristi di Giorgio Napolitano, e di accogliere le analisi di Pietro Ingrao contro la rinuncia esplicita alla lotta anticapitalista. Massimo D’Alema non ha mai fatto mistero delle perplessità sulla modalità del passaggio, senza però dispiegare un pensiero critico organico. Achille Occhetto ancora nel 2013 (da ‘I panni sporchi della Sinistra’) identificava gli scopi della svolta nei concetti di “questione morale”, “apertura alla società civile” e “contaminazione con le migliori forze liberal democratiche e cattoliche progressiste”. Ora, intervistato dall’agenzia Dire nel giorno dei funerali di Ingrao, il creatore del Pds compie una parziale autocritica: ”non ho capito in tempo i rischi degenerativi che ci potevano essere nella svolta”; sottolineando poi: “se Ingrao l’avesse appoggiata ci avrebbe probabilmente aiutato a farla meglio e più a sinistra”. Dopo la sconfitta contro Berlusconi nel 1994, si è consumata l’involuzione antropologica che lega significante e significato. Il Pds post occhettiano cancellò prima la denominazione di partito (Ds) e poi di sinistra (Pd) mentre i governi dell’Ulivo, aderendo ai dogmi della Terza via di Clinton, Blair e Schröder, praticavano la svalutazione del lavoro e del ruolo del pubblico. Veltroni fu il più esplicito nell’abiura (“si poteva stare nel Pci senza essere comunisti”) e in nome del modello Democrat preparò il terreno per la fusione con la Margherita nel partito liquido. Il Pd di Matteo Renzi, come ha ricordato Luciana Castellina sul Manifesto, ha chiuso il cerchio dell’americanizzazione: “partito personalizzato e ridotto a comitato elettorale”, “scarsa partecipazione e forte astensionismo”. Renzi è quindi la prosecuzione del veltronismo con altri mezzi, vale a dire il nuovismo anagrafico dissimulante l’origine democristiana e il gotha della finanza che l’ha sostenuto nella scalata a partito e Palazzo Chigi. Le affinità sono emerse in specie sui temi del lavoro, dall’appoggio a Sergio Marchionne sui contratti aziendali alla critica ai “santuari del no” come l’articolo 18. In modo più efficace di Renzi, l’ex compagno Walter ha appiattito la figura di Berlinguer alla questione morale, dimenticandosi della lotta del segretario del Pci contro l’ingiustizia sociale. Veltroni non ha mai risposto alla lettera di Martelloni. Lo studioso, dopo una parentesi in Rifondazione, ha lasciato la politica attiva: “Un quarto di secolo fa, credevo fosse ancora utile in Italia un partito comunista rinnovato, democratico, libertario e “liberale”. Invece già la svolta della Bolognina, senza definiti e solidi confini politico-culturali, segnava l’avvio della deriva neoliberista e “americaneggiante”. L’ultima segreteria seria fu quella del nobile Natta. Poi sono cominciate le chiacchiere, le capriole e le stranezze finalizzate a quella prima, grave, rottamazione”.

Left Avvenimenti, 12 ottobre 2015

 

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LEFT, l’intervista integrale a James Galbraith

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Il gufo del deficit

James Galbraith è il “gufo del deficit” per antonomasia. Come il padre John Kenneth, gran consigliere di Roosevelt e di JF Kennedy, è fonte inesauribile di proposte di stampo keynesiano. Da Yanis Varoufakis all’amministrazione Obama, le scelte cruciali passano per l’illustre docente di Public Policy dell’università del Texas. Non troverete sue foto nella squadra di governo Usa o al fianco dell’ex ministro greco con cui ha scritto la Modest Proposal, perché Galbraith bada alla sostanza, quella che spaventa il mainstream e affascina il mondo della sinistra. Nell’intervista concessa in esclusiva a Left non usa mezzi termini per descrivere i disastri della troika che rifiuta di «riconoscere i fallimenti precedenti» e cerca di «distruggere il governo greco eletto». A suo avviso anche un accordo migliorativo  sul debito non basta, per la crescita economica e sociale è necessario costruire un’Unione europea che non sia solo monetaria.

C’è tutta la sua teoria economica, nel ragionamento. Per Galbraith occorre rovesciare il dogma neoliberale che considera lo Stato come una famiglia o un’azienda, perché il deficit di bilancio consente di realizzare «investimenti pubblici di capitale sia a breve che a lungo termine». E ancora: «Incrementare le tutele è una maniera semplice, diretta, progressiva e molto efficiente per prevenire la povertà e sostenere il potere d’acquisto di questa popolazione così vulnerabile». Manca solo, dunque, di convincere i socialdemocratici. Galbraith misura le parole ma considera possibile, per la sinistra, l’emancipazione dalla Terza Via: «Sta già accadendo, in Spagna e in Irlanda». Ma non gioite troppo presto: «Non accadrà in Italia», aggiunge, «a meno che il Pd non trovi coraggio e si faccia portatore di una visione differente»

Il governo Tsipras stretto all’angolo dalla Troika. Chi sono i maggiori responsabili di questa situazione?

La responsabilità principale è di coloro che hanno progettato un sistema economico così disfunzionale, di quelli che hanno voluto il disastroso salvataggio bancario del 2010 e della leadership europea attuale – inclusa la presidente del Fondo Monetario, Christine Lagarde – che hanno rifiutato di riconoscere i fallimenti precedenti.

Le teorie post keynesiane spiegavano gli effetti recessivi dell’austerity. Perché sono state così combattute, mai prese in considerazione?

Nella maggior parte dei casi, i mezzi di comunicazione mainstream riflettono gli interessi finanziari dei loro proprietari, che hanno davvero poco in comune con quelli dei loro spettatori o lettori, ecco perché.

Quali interessi? Perché il capitalismo finanziario teme così tanto le vostre proposte?

Pensavo, ad esempio, al signor Murdoch. Il fatto che abbia una preferenza per governi che facilitano il suo business e che si opponga a governi che invece sostengono gli interessi di una più ampia fascia della popolazione è una sorpresa? Spero di no.

L’amministrazione Obama, dopo la crisi del 2008, ha aumentato il disavanzo pubblico fino al 10 per cento del Pil per rispondere ai bisogni sociali. In che modo è stata influenzata dai suoi consigli?

Non ho avuto alcuna influenza sull’amministrazione Obama, al di là di alcune forme di supporto tecnico ad una forte manovra per la ripresa nel 2009 (il riferimento è al piano da 787 miliardi di dollari investiti in sanità, welfare, infrastrutture e riduzione delle tasse sul lavoro, nda)

Quali sarebbero le conseguenze per il paese ellenico e per l’Eurozona, in caso di Grexit?

Il problema di fare default dentro l’Eurozona è che la Bce controlla le banche, e può chiuderle, come sta già facendo. Presumibilmente, lo scopo è quello di distruggere il governo eletto, sostituendolo con un nuovo governo che obbedirà agli ordini e non opporrà resistenza. È un approccio molto miope che finirà per distruggere la credibilità e la legittimità della Bce, se non lo ha già fatto.

Quando l’Italia nel 1993 lasciò lo Sme per ridare ossigeno all’export il governo privatizzò e svalutò il lavoro. Come giudica un’eventuale uscita dall’euro attuando policy di sinistra per combattere le disuguaglianze?

Come in una famosa non-dichiarazione di Zhou En-Lai sugli effetti della Rivoluzione Francese: “È troppo presto per dirlo”.

Nella trattativa con l’Europa, pesa anche l’ipotesi che la Grecia finisca nell’orbita della Russia. Quale ruolo stanno giocando gli Usa?

I russi sono troppo furbi per dare sponda a questa sorta di provocazioni infantili, e i greci sono troppo intelligenti per pensare altrimenti.

Solo ora i media parlano di tradimento del progetto originario di Unione politica europea. Per una moneta come l’euro è necessario un sistema di trasferimenti fiscali tra Stati per riequilibrare le bilance dei pagamenti?

I trasferimenti fiscali sarebbero più utili se destinati agli individui piuttosto che agli Stati. Ad esempio: un fondo comune per i sussidi di disoccupazione, un’unione dei fondi di previdenza, ed altre forme di sostegno al reddito e di protezione sociale.

Complementarietà fra socialismo e keynesismo. Quali risultati potrebbe dare l’abbinamento di politiche redistributive, facendo leva su una forte tassazione progressiva, e piani strategici di investimenti pubblici?

Il keynesismo non ha bisogno del socialismo, e il socialismo non ha bisogno del keynesismo. Detto ciò, una politica di tassazione progressiva e di investimenti pubblici, che non è stata né socialista né keynesiana, ma ha combinato alcuni elementi di entrambe le politiche con un sistema di imprese capitalistiche e garanzia dei diritti dei lavoratori, ha funzionato molto bene negli Stati Uniti a partire dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt fino alla fine degli anni ’60. E in Europa durante i “gloriosi trenta”.

Dopo il referendum greco D’Alema ha denunciato il distruttivo piano della troika e la Gue/Ngl ha chiesto le dimissioni del presidente Schulz. La sinistra europea abbandonerà la terza via neoliberale?

Sì. Sta già accadendo, in Spagna e in Irlanda. Non accadrà in Italia a meno che il partito dominante, il Pd, non trovi coraggio e si faccia portatore di una visione differente.

(Left Avvenimenti, 18 luglio 2015)

Sul Romanzo: “Se ha senso distinguere tra destra e sinistra? Sì, lottare contro le ingiustizie sarebbe ancor più necessario”

2 commenti

Stefano Santachiara è un giornalista d’inchiesta. Dal 2009 è corrispondente de «Il fatto quotidiano». La sua inchiesta sui rapporti tra ‘ndrangheta e Pd al Nord, nel comune appenninico di Serramazzoni, è stata ripresa anche dalla trasmissione televisiva Report. È autore, insieme al giornalista Ferruccio Pinotti, de I panni sporchi della sinistra, edito da Chiarelettere. Ha acconsentito a rispondere alle nostre domande e a dedicarci un po’ del suo tempo per parlare del libro, delle inchieste da cui ha avuto origine ma anche di se stesso.

Dalle tue dichiarazioni sembri avere un’idea molto precisa di quello che è o sarebbe il ruolo di un giornalista. In teoria persone come te dovrebbero lavorare fianco a fianco con la magistratura e le istituzioni ed essere loro di supporto nelle indagini; invece, nella maggior parte dei casi siete chiamati in causa dall’altra parte della barricata, ovvero come imputati. Cosa ti spinge a non tirarti indietro e a mantenere la determinazione per andare avanti?

La passione per il lavoro e il fatto che nella vita non riesco a restare indifferente alle ingiustizie. In generale l’informazione libera è fondamentale per una democrazia, non solo nel supporto alle indagini penali ma in tutte le sfere della società perché, svelando gli inganni del potere, rende maggiormente consapevoli i cittadini. Se i mass media svolgessero fino in fondo il loro diritto-dovere di informare sarebbero l’antidoto a molti soprusi e lo stimolo per una policy votata al bene collettivo.

Senza allontanarci troppo e senza addentrarci nei particolari, diciamo solamente che in Italia di giornalisti d’inchiesta come te se ne contano pochi. Sono i colleghi che preferiscono tarparsi le ali per ragioni di comodo? O è il pubblico che richiede a gran voce e preferisce notizie di gossip, curiosità, sport e altro? È il sistema che non funziona? Trent’anni di tv commerciale, riviste di pettegolezzo, film e produzioni da “panettone” hanno compiuto un vero e proprio lavaggio del cervello e la gente non ha più gli strumenti o la forza per reagire?

I fattori che hai citato sono concatenati. Esistono buone dosi di conformismo che sfociano nel servilismo, ma la condotta del singolo giornalista è influenzata in modo decisivo dal sistema, costituito da editori impuri, legati a interessi in altri settori e ai contributi di partitico conio. Come denunciò Pier Paolo Pasolini già prima della deriva berlusconiana, le tv generaliste si erano innestate come instrumentum regni dei poteri economici internazionali e dei rispettivi referenti politico-istituzionali. Il meccanismo è semplice: l’intrattenimento promuove una subcultura intrisa di modelli consumistici e superficiali; i fatti sono sottoposti a censure e manipolazioni sofisticate alternate a improvvisi messaggi di shock disinformation, propedeutici allo smantellamento del senso di giustizia e delle conquiste sociali.

Nella sezione “bio” del tuo sito personale si legge «vinto il concorso per un posto di impiegato in Comune, abbandonai presto per senso d’inutilità». Non vogliamo certo intendere che tutti gli impiegati comunali siano inutili, ma incuriosisce questa tua affermazione.

Mi rendo conto che questa affermazione possa essere associata ai cliché che generalizzano malvezzi presenti nel pubblico impiego. In realtà la frase traduce semplicemente la mia sensazione di allora, cioè di non potermi esprimere in quel ruolo incasellato. Voglio sottolineare che ogni funzione pubblica è importante e una corretta comunicazione dovrebbe trattare casi specifici di sprechi e inefficienze senza alimentare, con disonestà intellettuale, campagne per privatizzare beni e servizi.

A conclusione di un lavoro di studio e indagine durato due anni da parte tua e del collega Ferruccio Pinotti, la casa editrice Chiarelettere ha pubblicato, a novembre 2013, I panni sporchi della sinistra. A marzo 2014 il libro è giunto alla quinta edizione. Un lavoro editoriale importante, pungente, rischioso per certi versi. Sei soddisfatto del risultato che ha portato o sta portando il tuo impegno?

Sì, cinque edizioni sono un ottimo risultato. La molla che spinge a continuare nelle presentazioni del libro e nei dibattiti con intellettuali e magistrati è l’interazione, non solo con i relatori ma anche con i cittadini; una mescolanza che mi arricchisce ogni giorno di più.

Si sono lette molte critiche al contenuto de I panni sporchi della sinistra. In particolare viene considerato un azzardo riferire sui trascorsi di Giorgio Napolitano e sulla sua possibile appartenenza alla massoneria, basandosi anche sulle dichiarazioni di una fonte che ha preferito rimanere anonima. Il punto è che non è tale per te e per Pinotti. È presumibile che abbiate svolto accurate indagini per verificare le fonti prima di citarle. È corretto?

Certo, abbiamo vagliato documenti e testimonianze. Le critiche si sono concentrate su aspetti secondari anziché sulle nuove chiavi di lettura e sugli scoop: il luogotenente di D’Alema a Gallipoli, Flavio Fasano, in rapporti con un boss della Sacra Corona Unita, la condanna alla Corte dei Conti dello storico tesoriere Ds Ugo Sposetti, pedina cruciale nei rapporti col centrodestra. Ricordi quando Gazebo sorprese Sposetti e la quintessenza del berlusconismo, Denis Verdini, nella Galleria Sordi alla vigilia dell’accordo sulle larghe intese per il governo Letta? Altre verità scomode, ignote all’opinione pubblica, sono le persecuzioni politico-giudiziarie ai danni di magistrati che hanno reso concreto l’articolo 3 della Costituzione, come Clementina Forleo (gip di Milano sulle scalate bancarie) e Desireè Digeronimo (pm antimafia di Bari che ha anche scoperto la Sanitopoli pugliese). Mentre Berlusconi e altri possono essere giustamente sviscerati sotto ogni aspetto (ma non pagano con la detenzione per i crimini commessi), the other side of the moon evidentemente no. Le ruote dentate del sistema, basato su una ricattabilità reciproca, a raggiera, prevedono che oltre una certa soglia non sia consentito andare: i rari magistrati e giornalisti che lo fanno incidendo nei gangli della geopolitica, della finanza e dei poteri occulti ne pagano le conseguenze. Mi scuso per la digressione. Tornando alla tua domanda specifica, l’ipotesi dell’appartenenza di Napolitano alla massoneria atlantica, avanzata dai Maestri Gioele Magaldi del Grande Oriente Democratico e Giuliano Di Bernardo della Gran Loggia regolare d’Italia, credo sia interessante se inserita all’interno di un’analisi storica sull’ascesa dell’attuale capo dello Stato. Napolitano, di stirpe partenopea liberale, figlio di un avvocato massone, è stato nel tempo burocrate comunista fedele a Togliatti e a Mosca, collaterale a Craxi e a Berlusconi, garante degli ambienti atlantici e barometro delle tecnocrazie legate a doppio filo ai poteri finanziari. La comprensione degli avvenimenti è facilitata se lo scrittore realizza un compendio dei cursus honorum dei maggiorenti democratici, soliti alle agiografie, e riannoda i fili tra scandali giudiziari, conflitti d’interesse, rapporti tra partito e banche, cointeressenze che stanno alla base di politiche subalterne al berlusconismo e al liberismo sfrenato. Ritenevamo necessario decodificare le ragioni profonde dell’involuzione antropologica della sinistra, deprivata nel corso di un trentennio del patrimonio di idee e di etica civile.

In teoria non costituisce reato l’appartenenza a una setta o loggia. Perché allora, secondo te, in tanti stentano ad ammettere la loro fratellanza o l’ipotesi del loro coinvolgimento con la massoneria?

Perché essere associati a gruppi ontologicamente opachi è un fatto negativo, anche soltanto in termini di immagine. Al di là della questione penale che esiste nel caso di logge illegali come fu la P2 di Gelli, esistono tanti livelli di massoneria che operano in contesti ed epoche molto diversi tra loro, ma quanto condizionino i destini dei governi e delle economie transnazionali non è misurabile per la conoscenza ancora troppo parziale di questi fenomeni. Un discorso analogo vale per i club esclusivi internazionali che rendono noti gli elenchi degli ospiti ma non certo il contenuto delle tavole rotonde che si sviluppano tra banchieri, capitani d’industria e di finanza, manager, giornalisti selezionatissimi. Gli stessi protagonisti della vita pubblica dei rispettivi Paesi, poi, si ritrovano nei governi e nei salotti televisivi a dettare i temi dell’agenda mediatica tra i quali, putacaso, campeggiano i dogmi dell’austerity. Tutto il contrario della trasparenza e della deontologia.

Leggendo I panni sporchi della sinistra e riflettendo sui fatti e sui dati riportati, correlandoli alla contemporanea attività parlamentare e di governo, sembra quasi che la dicitura “di sinistra” o “di destra” sia solamente un escamotage per dividere il popolo, separarlo in tanti piccoli gruppi contrapposti l’un l’altro. I guelfi e i ghibellini del terzo millennio. E mentre le persone si azzuffano per difendere i rispettivi leader, questi stringono fra di loro larghe intese. Non sarebbe meglio abbandonare queste etichettature e concentrarsi sui fatti, sulle azioni concrete? Che siano queste fatte da uomini che si definiscono di destra o di sinistra alla fine non conta; ciò di cui deve importare e che deve contare è la sostanza.

Sono d’accordo che si debba valutare il lavoro svolto e non l’appartenenza, dietro il cui paravento si perpetrano le scelte più deteriori, effetto anche del consociativismo. La differenza di valori tra destra, centro e sinistra però ha ancora senso. In Italia non esiste più una sinistra (sia essa rossa, verde, socialista o keynesiana) che ponga come meridiano di Greenwich la giustizia sociale, le reali pari opportunità, la tutela dell’ambiente e del tessuto produttivo italiano, la laicità come forma mentis. Basti pensare alla lunga stagione di svendita di reti strategiche nazionali e servizi locali, alla precarizzazione del lavoro, al finanziamento delle scuole private e alla demeritocrazia patita da donne di talento, all’assenza di una qualsiasi progettualità Politica con la p maiuscola. Secondo la professoressa Mariana Mazzucato, docente di Economia all’Università del Sussex, lo Stato dovrebbe tornare a orientare l’economia, concorrendo in modo virtuoso con i privati e investendo in ricerche sperimentali, grazie alle quali, come insegna il modello della Silicon Valley, possono venire sviluppati prodotti innovativi. Invece si è lasciato che il capitalismo globalizzato continuasse a far leva sul gap di diritti e salari (altri, Usa e Cina compresi, hanno posto dazi doganali ad hoc per l’interesse nazionale) e che le industrie italiane, dato che anche le più illuminate non vivono per la gloria, trovassero più conveniente la rendita finanziaria. Non solo: queste maschere politiche, che hanno campato tra corruttele e familismo amorale, sono arrivate a svendere il futuro, sottoscrivendo accordi suicidi come il fiscal compact, che si traduce in un cappio al collo da 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni. l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio accelererà la spirale di macelleria sociale e di contrazione delle risorse per settori come la cultura, che sono il traino delle società evolute. Il pareggio in bilancio è stato inserito in una Carta costituzionale vincolata all’ordinamento europeo dopo un rapido iter, nel dicembre 2012, col consenso politico e col silenzio mediatico generale, poco dopo il premier Monti firmò il Trattato del Fiscal Compact. Per questa somma di ragioni la sinistra di D’Alema, Veltroni e altri emuli del blairismo si è scritta da sola l’epitaffio, permettendo a Renzi di scalare il partito e di proseguire, sotto le mentite spoglie del rinnovamento, i dettami della Troika. D’altronde Renzi, come descriviamo nel libro, è prescelto da poteri fortissimi: la galassia ruotante attorno a Berlusconi, il mondo clericale da cui discende, la destra americana dello stratega repubblicano Micheal Leeden presente alla Leopolda, il gotha dell’industria e della finanza che lo sostiene sin dal principio.

Stai lavorando già a qualche nuovo progetto?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Ciao!

(Intervista di Irma Loredana Galgano)

Link a Sul Romanzo.

Il libro “I panni sporchi della sinistra”: intervista di Affaritaliani

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Dalle amicizie pericolose di Bersani a quelle di D’Alema, dalle innovazioni ambigue di Renzi alle ombre dell’Ilva su Vendola. Fino al “nuovo compromesso storico” di Enrico Letta e ai segreti di Giorgio Napolitano. Non risparmia nessuno “I panni sporchi della sinistra”, il libro di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara (edito da Chiarelettere”) che mette a nudo le magagne del centrosinistra. Un lavoro importante e “lungo due anni”, come ha spiegato Santachiara intervistato da Affaritaliani.it, nel quale i due autori raccolgono e analizzano una serie di inchieste giudiziarie che riguardano, a vario titolo, il mondo della sinistra. Dalla galassia Bersani di Penati, Pronzato e Veronesi alla vicenda di Flavio Fasano, referente di D’Alema invischiato in una storia di mafia. Dallo scandalo Ilva al caso Unipol, passando per i trasferimenti di due magistrate, Clementina Forleo e Desirée Digeronimo (intervistata lo scorso settembre da Affari), che avevano indagato sulle responsabilità di importanti esponenti politici di sinistra. Pinotti e Santachiara ricostruiscono con dovizia di particolari tutta una serie di vicende, grandi e piccole, note e sconosciute, che offrono un ritratto impietoso di una sinistra che ha subìto “una mutazione genetica”. Il libro si apre con un esplosivo capitolo su Giorgio Napolitano, del quale vengono indicati i rapporti (o presunti tali) con Berlusconi, la massoneria, la Cia e i poteri atlantici. Un capitolo del quale Affari pubblica un estratto e che certamente farà molto discutere.

Stefano Santachiara, com’è nato il libro “I panni sporchi della sinistra”?

Mi sono occupato a lungo di cronaca giudiziaria per L’Informazione, un giornale emiliano, e tuttora come corrispondente del Fatto Quotidiano. E’ così che mi sono imbattuto in casi di malaffare, speculazioni edilizie, tangenti mascherate da reti di favori incrociati, rapporti con la criminalità organizzata. Spesso in queste vicende era coinvolto il centrosinistra. A Serramazzoni, in provincia di Modena, ho raccontato le prime contiguità acclarate tra ‘ndrangheta e Pd al nord, proprio nell’Emilia “rossa”. Quando L’Informazione ha chiuso i battenti nel febbraio 2012 ho sentito Ferruccio Pinotti e insieme abbiamo deciso di realizzare un libro-inchiesta: oltre ai casi giudiziari che riteniamo cruciali, abbiamo scavato sui centri nevralgici del “Potere democratico”, studiato documenti impolverati e inediti, raccolto nuove testimonianze. Man mano che si componeva il mosaico abbiamo effettuato collegamenti che ci consentono di analizzare la mutazione antropologica, etica e culturale, del partito erede del Pci di Berlinguer.

Il libro si apre con una serie di frasi di leader del Pd. Frasi che fino ad alcuni anni fa sembravano possibili da attribuire solo a politici del centrodestra. In che modo si è venuta a creare questa mutazione da voi definita “genetica”?

Questa mutazione è evidente, la si evince da molti aspetti a partire dalle politiche economiche. Ormai il Pd, sia nella classe dirigente che si perpetua da un ventennio sia nel nuovismo di Renzi, ha la stella polare più vicino al mondo della finanza che non a quello dei lavoratori. La sinistra moderna, non soltanto per la fusione con gli ex democristiani, ha cambiato visione di società mettendo in soffitta le prospettive del socialismo europeo e anche quelle keynesiane: per sommi capi possiamo ricordare che ha privatizzato reti strategiche nazionali, aperto al precariato con la legge Treu, ha appoggiato guerre della Nato, non si è prodigata per estendere i diritti civili, ha finanziato le scuole private invece di rilanciare l’istruzione pubblica e riportare la cultura (senza scomodare l’egemonia di gramsciana memoria) al centro dell’azione politica, infine si è allineata alla “dottrina” dell’ austerity imposta dall’Europa dei tecnocrati. In questo contesto ha sdoganato comportamenti come i conflitti d’interesse– anche propri, non soltanto quello noto di Berlusconi – e le opache relazioni con il potere economico e bancario tradendo i principi morali e di giustizia sociale che avevano animato la sinistra del passato.

La cosiddetta superiorità morale della sinistra non esiste più?

Sulla base delle inchieste giornalistiche condotte in questi anni e del quadro organico che abbiamo assemblato ci siamo persuasi che, nei fatti, questa diversità non esiste più.

La struttura del vostro libro sembra suggerire che il padre di questa mutazione della sinistra sia Giorgio Napolitano. È così?

Napolitano è un garante dei poteri forti. È il comunista borghese collaterale al Psi di Craxi e favorevole, già negli anni Ottanta, ai rapporti con Berlusconi. Trovo significativa una sua frase, pronunciata quando si insediò al ministro degli Interni nel primo governo di centrosinistra della Seconda Repubblica, nel 1996. “Non sono venuto qui per aprire gli armadi del Viminale”, disse Napolitano facendo intendere di non voler indagare sui tanti segreti italiani irrisolti. Una dichiarazione che è tutta un programma.

Nel libro viene citata tra l’altro una fonte anonima che sostiene l’appartenenza di Napolitano alla massoneria…

L’appartenenza di Napolitano alla massoneria non è provata. E’ l’opinione della nostra fonte, noto avvocato figlio di un esponente del Pci, il quale riconduce le famiglie Amendola e Napolitano, interpreti della corrente di pensiero partenopea “comunista e liberale”, alla massoneria atlantica. Anche l’ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Giuliano Di Bernardo, ipotizza per il presidente della Repubblica l’affiliazione ad ambienti massonici atlantici. Ma siamo nell’ambito delle opinioni. E’ invece emerso da un documento datato 1974, l’Executive Intelligence Review, che Giorgio Amendola, il mentore di Napolitano, era legato alla Cia. Napolitano fu il primo dirigente comunista ad essere invitato negli Stati Uniti. Andò in visita negli Usa al posto di Berlinguer, a tenere confererenze nelle università più prestigiose: proprio nei giorni del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Un episodio che chiarisce quanto Napolitano fosse, sino da allora, il più affidabile per i poteri atlantici e che spiega almeno in parte la sua ascesa.

Insomma, Napolitano grimaldello degli Usa per portare il Pci a posizioni più allineate al potere atlantico?

Napolitano ha saputo muoversi perfettamente. A livello pubblico e ufficiale è sempre stato fedele al partito, sostenendo la causa di Togliatti persino nella difesa dell’invasione sovietica di Budapest nel 1956, poi come “ministro degli Esteri” del Pci. In maniera sommersa ha coltivato relazioni dall’altra parte della barricata, accreditandosi a più livelli di potere, italiani e internazionali.

Alla luce di quello che scrivete nel libro sui rapporti tra Napolitano e Berlusconi ritieni credibile che tra i due ci fosse stato un accordo su un qualche tipo di salvacondotto giudiziario per il leader del centrodestra?

I rapporti tra Berlusconi e Napolitano vengono da lontano,dai tempi della Milano da bere, quando la corrente migliorista del Pci spingeva per lo spostamento del baricentro dalle posizioni di Berlinguer a quelle di Craxi. Il rampante Berlusconi finanziava il settimanale della corrente migliorista, Il Moderno. Negli anni Napolitano si è confermato uomo del dialogo nei confronti di Berlusconi, contro il quale non ha mai espresso posizioni fortemente critiche. Ha promulgato senza rinvio lodi e leggi ad personam che sono stati poi bocciati dalla Corte Costituzionale, in queste settimane ha parlato di amnistia proprio dopo la condanna definitiva di Berlusconi per frode fiscale nel processo Mediaset.

Nel libro parlate anche delle magagne di tutti gli altri attuali leader della sinistra. In particolare delle amicizie sbagliate, o quantomeno pericolose, di Bersani e D’Alema. Per quanto riguarda i rapporti di forza sembra venir fuori che D’Alema è la serie A e Bersani è la serie B. E’ così?

La frase su serie A e serie B è riferita a una fase del Penati gate. A un certo punto Di Caterina, prima finanziatore del partito e poi teste d’accusa nel processo a Penati, fa riferimento a un affare immobiliare senza rilievo penale. Un affare che vorrebbe Di Caterina ma che si sblocca solo quando palesa il proprio interessamento la società Milano Pace del salentino Roberto De Santis, imprenditore che si autodefinisce “fratello minore di D’Alema”. La galassia dei dalemiani è molto composita e ben presente anche nel campo degli affari. Nel libro parliamo anche della vicenda di Flavio Fasano, dimenticata dai quotidiani nazionali. Fasano era il referente di D’Alema nel quartier generale di Gallipoli: da sindaco gli ha organizzato regate e incontri decisivi come il pranzo con l’allora segretario del Ppi Rocco Buttiglione che nel 1994 creò le condizioni per il ribaltone del governo Berlusconi poi affossato dalla Lega di Bossi. Un uomo di fiducia, insomma. Ecco, nel 2008 si è scoperto che Fasano aveva rapporti con Rosario Padovano, un boss della Sacra Corona Unita di cui era stato avvocato anni addietro. Da una telefonata intercettata emerge che Fasano gli dispensava consigli pochi giorni dopo che Padovano aveva fatto uccidere il fratello. Non bisogna esagerare definendo Fasano come il “Dell’Utri di D’Alema” però la vicinanza di un suo fedelissimo ad un capomafia è un fatto poco noto…

Nel libro raccontate le vicende di due magistrate, Clementina Forleo e Desirée Digeronimo (vedi l’intervista di Affaritaliani.it al pm Digeronimo, ndr). Entrambe, dopo aver lambito D’Alema e Vendola con le loro inchieste su Unipol e sulla Sanitopoli pugliese, sono state trasferite per “incompatibilità ambientale”. Questo significa che in alcune procure chi indaga su leader politici di sinistra viene isolato e punito?

Di certo vi è stata una degenerazione, mi riferisco al peso improprio che le correnti della magistratura hanno assunto in seno ad Anm e Csm, che in alcuni casi hanno trasferito, punito e isolato i magistrati non allineati. Se da un lato si è manifestato un atteggiamento demeritocratico e doppiopesista dall’altro però non si può affermare come fa Berlusconi che siano tutte toghe rosse o che la magistratura sia eterodiretta dalla politica. Preferisco restare ai due casi specifici. Quando il Tar ha annullato il provvedimento di trasferimento della Forleo a Cremona deciso dal Csm, l’Anm ha criticato la sentenza. Eppure il sindacato delle toghe, ogni volta che Berlusconi attacca i giudici, ribadisce giustamente che le sentenze vanno rispettate. Nel procedimento sulla scalata di Unipol a Bnl D’Alema e Latorre potevano essere indagati per concorso in aggiotaggio, ma nonostante le indicazioni del gip Forleo sulla base delle loro scottanti telefonate con Consorte i pm di Milano non lo hanno fatto… Quanto al secondo caso, il sostituto procuratore di Bari Digeronimo – che ha scoperto il marcio di un sistema sanitario regionale piegato a interessi partitici e affaristici – è stata attaccata da Vendola pubblicamente, in stile berlusconiano, senza ricevere appoggio alcuno. Pochi mesi fa è finita nel mirino del Csm per aver segnalato insieme al collega Francesco Bretone i rapporti di amicizia tra la sorella di Vendola e Susanna De Felice, cioè il gup che ha assolto il governatore della Puglia nel processo relativo alla nomina di un direttore sanitario grazie alla riapertura dei termini del concorso. Il Csm ha ottenuto il trasferimento della Digeronimo accusandola di conflittualità con i colleghi, la stessa accusa mossa a suo tempo alla Forleo: condizioni fisiologiche in ogni ufficio e slegate dall’attività giurisdizionale.

Al di là del caso di Serramazzoni, sembra che l’interesse del Pd riguardo i temi dell’antimafia sia piuttosto basso. È così?

È così e la prova la si è avuta nella scelta dei candidati per le elezioni del 2013. In Calabria sono state escluse sindache antimafia come Caterina Girasole, Elisabetta Tripodi e Maria Carmela Lanzetta. In Emilia è stato dimenticato Roberto Adani, ripetutamente minacciato per aver denunciato presenze mafiose e colletti sporchi. Nando Dalla Chiesa non è stato più ricandidato dal 2006. Malgrado i proclami elettorali c’è scarsa attenzione su questi temi. In questi giorni si parla tanto dei “signori delle tessere” e sembra quasi che ci sia una guerra tra loro e i maggiorenti del Pd. Ma non è così: i “signori delle tessere” sono stati candidati dai leader nei listini bloccati per una precisa strategia che ha invece escluso chi ha rischiato la pelle combattendo le cosche.

Una volta si pensava che le mafie fossero politicamente orientate a destra. Oggi guardano anche a sinistra?

Anche se la maggioranza di casi riguarda ancora il centrodestra, come abbiamo visto si registrano le prime collusioni mafiose dei democratici.

(intervista di Lorenzo Lamperti)

Link all’intervista di Affaritaliani

“I panni sporchi della sinistra”, la recensione de linkiesta

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Dopo Tangentopoli il potere politico tutto, di centrodestra e centrosinistra, […]
non si è affatto preoccupato di prendere provvedimenti per contenere la corruzione, ma semplicemente di contrastare e rendere più difficili i processi. Il centrodestra lo ha fatto in modo talmente spudorato da risultare vergognoso […]. Ma il centrosinistra ha dimostrato abilità più sottili […]: cose passate in silenzio, senza il clamore delle leggi ad personam, ma che hanno reso più difficile contrastare i fenomeni. (Piercamillo Davigo)

Questo è uno dei “pretesti” con cui Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara aprono l’ultima pubblicazione di Chiarelettere, I panni sporchi della sinistra. «Corruzione, relazioni ambigue, scelte incomprensibili, patti col nemico, strategie autolesionistiche. Le contraddizioni si addensano come tante nubi oscure sulla crisi del centrosinistra. La mancata vittoria della coalizione guidata da Pier Luigi Bersani alle elezioni politiche del febbraio 2013 è figlia di una classe dirigente incapace di rispondere ai bisogni del suo popolo e del Paese. Le primarie sembravano aver cancellato, nell’espace d’un matin, gli errori e le pesanti vicende giudiziarie che hanno coinvolto e coinvolgono uomini chiave della gauche nostrana», spiegano gli autori nell’introduzione, e particolarmente interessante dalla lettura del libro risultano essere proprio quelle inchieste giudiziarie che hanno coinvolto gli uomini del Partito democratico e più in generale della parte sinistra dell’arco parlamentare. Anche su questo versante, scrivono Pinotti e Santachiara, «il Pd pare privilegiare l’interpretazione “berlusconiana” del consenso elettorale, posto a lavacro onnicomprensivo della questione etica: l’esclusione di amministratori antimafia diviene l’altra faccia della medaglia di signori delle tessere e indagati che si arroccano nuovamente in parlamento».
Nelle 400 pagine de I panni sporchi della sinistra italiana non mancano infatti pagine dedicate al lavoro delle procure nei confronti di esponenti del Partito democratico e della sinistra italiana, che si intersecano inevitabilmente con le guerre intestine interne al partito. Una prima vicenda riguarda l’attuale sindaco di Roma, Ignazio Marino, che, per il pm di Crotone Pierpaolo Bruni avrebbe «avuto la strada sbarrata al Sant’Orsola (ospedale di Bologna, ndr) per essersi contrapposto all’onorevole Luigi Bersani nella corsa all’elezione di segretario del Pd».
A Bologna – scrivono Pinotti e Santachiara – la procura chiede e ottiene l’archiviazione del procedimento per l’assenza di una violazione di legge o regolamento, ma il quadro che emerge è sconfortante: «Nonostante i medici abbiano negato, nelle telefonate intercettate i riferimenti sono indubbi e tracciano un desolante quadro di sudditanza politica delle scelte anche imprenditoriali di un’azienda ospedaliera di primaria importanza». Insomma, la corsa alle primarie del luglio 2009 sarebbe costata al senatore Ignazio Marino, chirurgo specialista nei trapianti di fegato, l’ingresso all’ospedale Sant’Orsola Malpighi di Bologna nonostante un preaccordo datato fine aprile.
Allo stesso modo il libro ricorda le indagini che hanno portato l’attuale segretario regionale del Pd in Emilia Romagna e coordinatore della campagna di Matteo Renzi per le primarie, Stefano Bonaccini. Abuso d’ufficio e turbativa d’asta le accuse con una sentenza che arriverà dieci giorni prima delle primarie del Partito democratico. Sempre in terra emiliana c’è un’altra indagine, che sarebbe stata tenuta “in freezer” fino alla fine del 2012, che riguarda la storica assistente personale di Pier Luigi Bersani, Zoia Veronesi, convocata dal pm bolognese Giuseppe Di Giorgio come persona indagata per truffa aggravata ai danni della Regione Emilia Romagna. Da Bologna le carte passano per competenza a Roma e sotto la lente di ingrandimento ci finisce un conto corrente cointestato di Veronesi e Bersani, che ancora oggi imbarazza l’ex leader del Pd.
Sul versante giudiziario Pinotti e Santachiara fanno pochi sconti e mettono nero su bianco casi spesso confinati alle sole cronache locali o specializzati. Su tutti i legami tra gli uomini del partito e la criminalità organizzata. Ancora poco noto è il caso di Serramazzoni, comune in provincia di Modena, «il primo caso di rapporti tra mafia e politica, e in particolare col Pd, accertato in Emilia Romagna», che viene ben sviscerato dagli autori del libro così come i rapporti poco chiari con la criminalità organizzata pugliese e Flavio Fasano, ex sindaco democrat di Gallipoli e uomo forte di Massimo d’Alema, arrestato nel 2010 per corruzione. “L’inchiesta nasce dall’inchiesta del Ros dei Carabinieri collegata all’omicidio del capo clan della Sacra Corona Unita, Salvatore Padovano, detto «Nino Bomba», ucciso dal fratello Rosario, che appena tre giorni dopo l’omicidio venne sorpreso dal Ros al telefono proprio con l’ex sindaco Fasano”.
E se a “stupire” sono le indagini che si fanno, su altri versanti sono quelle che non si fanno o che si fermano. I due giornalisti citano i casi delle azioni Milano-Serravalle, le vicissitudini del gip Clementina Forleo e Digeronimo, che più volte hanno incrociato uomini importanti della sinistra nelle loro indagini, da D’Alema a Vendola, per poi chiudere sul caso Mps: «Dallo scoppio dello scandalo comunque è tutta la nomenclatura del Pd a prendere le distanze pubblicamente dal “groviglio” senese, che non ha più nulla di armonioso. Potrebbe trattarsi di un atteggiamento gattopardesco o di una mossa per prendere tempo, in attesa che su questa vicenda, così come sul sostegno dei Ds alla scalata di Unipol a Bnl, cali l’oblio. La sinistra ha cambiato identità e valori, si occupa più di banche che di fabbriche, ma obbedisce ancora al motto delle vignette satiriche di Guareschi: “Contrordine, compagni”».

(Luca Rinaldi)

Link alla recensione de linkiesta

Tramonto Rosso, articolo de Il Giornale

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Il Pd e i suoi scandali, dal nord al sud d’Italia, dentro e fuori le Procure. Abusi, tangenti, speculazioni edilizie, scalate bancarie, interessi corporativi nel sistema sanitario, magistrati scomodi isolati, intimiditi, trasferiti. Potenti di turno miracolosamente soltanto sfiorati da certe indagini.
È un libro che farà discutere quello scritto da Ferruccio Pinotti, giornalista d’inchiesta autore di numerosi libri di indagine su temi scomodi, e Stefano Santachiara, blogger del Fatto. Atteso e temuto Tramonto rosso, edito da Chiarelettere, sarà in libreria a fine ottobre, nonostante le voci di un blocco, smentito dagli autori, e dopo un piccolo slittamento (inizialmente l’uscita era prevista a giugno 2013) dovuto, pare, ad un capitolo particolarmente spinoso su una forte influenza «rossa» che agirebbe all’interno di uno dei tribunali più importanti d’Italia, quello di Milano, dove indagini che imboccano direzioni non previste non sarebbero le benvenute mentre altre troverebbero la strada spianata. Il libro presenta un ritratto della classe politica di centrosinistra, quella che si dichiara pulita e pronta a prendere in mano le redini del Paese, ma che è sempre la stessa. Stessi nomi, stesse beghe, stessi affanni.
Un partito, il Pd, per niente diverso dagli altri nonostante si proclami tale. Gli uomini chiave della sinistra troveranno molte pagine dedicate a loro. Ce n’è per tutti. Per il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, che ha blindato in una serie di fondazioni il «patrimonio comunista» prima della fusione con la Margherita, per l’ex componente della segreteria di Bersani, Filippo Penati, accusato di corruzione e di finanziamento illecito, per l’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, che avrebbe fatto sparire 22 milioni di euro di fondi elettorali. Gli autori passano dagli abusi edilizi e dalle infiltrazioni mafiose nell’Emilia rossa al pericoloso rapporto della sinistra con gli istituiti bancari, da Unipol a Monte dei Paschi. Molto è stato scritto sulla scalata Unipol-Bnl, sulla partecipazione ai vertici Ds e sul sequestro di 94 milioni di euro di azioni di Antonveneta disposto nel 2005 dal gip Clementina Forleo. Poco si sa, invece, su cosa è accaduto dopo al giudice che si è trovato tra le mani un fascicolo con i nomi di pezzi molto grossi del Pd. «Tramonto rosso» riordina alcuni fatti e segnala circostanze, talvolta inquietanti, che certamente fanno riflettere. Come le gravi intimidazioni subite dalla Forleo, le minacce, gli attacchi politici, le azioni disciplinari, l’isolamento. Fino al trasferimento per incompatibilità ambientale, nel 2008, poi clamorosamente bocciato da Tar e Consiglio di Stato. Il tutto nel silenzio dei colleghi per i quali i guai del gip erano legati al suo brutto carattere e non certo ai suoi provvedimenti sulle scalate bancarie. «Questa pervicacia contra personam è l’emblema dell’intromissione politica nella magistratura», si legge nel testo.
Gli autori approfondiscono poi il noto salvataggio operato dalla Procura di Milano nei confronti di Massimo D’Alema e Nicola Latorre, descritti dalla Forleo nell’ordinanza del luglio 2007, finalizzata a chiedere il placet parlamentare all’uso delle telefonate nei procedimenti sulle scalate, come concorrenti del reato di aggiotaggio informativo del presidente di Unipol Gianni Consorte. Con la Forleo, sempre più nel mirino, oggetto di riunioni pomeridiane in cui alcuni colleghi milanesi avrebbero discusso la strategia contro di lei, come rivelato dal gip Guido Salvini.
Per trovare un altro esempio di come riescono ad essere minimizzate le inchieste che coinvolgono il Pd basta scendere a Bari. Qui a fare le spese di un’indagine scomoda su alcuni illeciti nel sistema sanitario regionale è stato il pm Desirèe Digeronimo, duramente osteggiata dai colleghi fino al trasferimento.
(Patricia Tagliaferri)
Link all’articolo de Il Giornale

P.S.: la rettifica richiesta è stata pubblicata su Il Giornale del 17 settembre 2013 vedi immagine al link
Scrivo riguardo all’articolo di domenica 15 settembre 2013 a firma Patricia Tagliaferri e dedicato al mio libro in uscita per Chiarelettere “Tramonto Rosso”, scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti. Non intendo entrare nel merito delle sue previsioni degli argomenti e sulla relativa libera interpretazione ma soltanto ricordare che, prima che un blogger come sono stato definito nel pezzo, sono un giornalista: iscritto all’albo dal 1999, cronista di nera e giudiziaria presso testate giornalistiche in Emilia Romagna, dal 2009 corrispondente del Fatto Quotidiano.

Testi (Coop Nordest): “Riaccendiamo la voglia di sinistra”

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REGGIO EMILIA – Mentre si vivacizza il dibattito attorno ai candidati alla segreteria, crescono le adesioni alla Nuova sinistra Ds. Ne parliamo con chi è stato fra i primi firmatari della mozione Due: Renzo Testi, presidente di Coop consumatori Nordest e già sindaco di Correggio dal 1963 al 1976.
Come nasce «Nuova sinistra»?
«Negli ultimi tempi tante persone anche nostri elettori hanno perso fiducia nella politica intesa come impegno e partecipazione, finendo col rinchiudersi sempre più nel privato. Per riaccendere una speranza occorre ridare senso e identità ad una sinistra che rischia di smarrire i suoi connotati originari. E di non saper dispiegare un pensiero critico così come una reale politica di cambiamento».
Come immagina i Ds del 2000?
«In tre parole: associazione, progetto, società. Un partito federalista dove pesino sempre più gli iscritti e meno gli apparati, capace di elaborare un progetto di trasformazione della società e di ridurre il fossato tra governanti e governati».
Oggi invece…?
«D’Alema e Veltroni tendono a far prevalere la Realpolitik, sacrificando tematiche sociali e programmi in nome di governabilità e accordi di schieramento. La disaffezione dei cittadini è l’inevitabile conseguenza dell’appiattimento della Sinistra su posizioni centriste e moderate».
Da cosa ripartire per riaccendere la voglia di sinistra?
«Dalla riattualizzazione di valori come giustizia sociale, pace, solidarietà, propri del socialismo italiano ed europeo, di cui il riformismo emiliano è stato parte significativa. Credo nello sviluppo di una economia sociale che possa coniugare efficienza e solidarietà sul modello cooperativo, introducendo nel liberismo un concetto di responsabilità sociale ed ambientale. Inoltre, in periodi di attacchi alla magistratura e del cosiddetto “processo giusto”, diventa irrinunciabile la questione morale. Quanto una politica per la pace in Europa, intesa come unione dei popoli più che delle monete».
Lei firmò con don Dossetti l’appello per il cessate il fuoco nella ex Jugoslavia…
«Occorre dare maggiore autorevolezza e capacità di intervento all’Onu, che non dovrà più essere scavalcato dalla Nato per decisioni riguardanti le sovranità di popoli e paesi. Bisogna andare verso un governo mondiale che possa legittimamente assumere l’ingerenza in difesa dei diritti umani».
L’abiura del comunismo da parte di Veltroni?
«Un’abiura non necessaria e comunque sbagliata. Perché si finisce con l’accomunare in modo semplicistico Est europeo e tradizione comunista italiana, che i conti col passato li ha già fatti, in cui gli errori sono di gran lunga inferiori ai meriti. Due su tutti: il decisivo apporto nella lotta di Resistenza e le battaglie democratiche del dopoguerra per le riforme e i diritti dei lavoratori».
Com’è stata accolta la mozione dalla maggioranza?
«Non cerchiamo contrapposizioni ma di riaprire un dibattito interno sui contenuti, un confronto che qualcuno sta cercando di spostare sul toto segretario».
Tra Marchi e Masini, quale candidato appoggerete?
«E’ prematuro indicare preferenze. Non si può trasformare la discussione nei congressi di base di un referendum o plebiscito per la scelta del segretario. Personalmente sosterrò il candidato che al congresso provinciale esprima programmi condivisibili e si impegni per attuare un cambiamento del gruppo dirigente e del modo di far politica».
Stefano Santachiara
Gazzetta di Reggio