Socialismo e keynesismo: l’anti-Schulz è D’Alema? Su Left intervista a Galbraith e ritratto del presidente dell’Europarlamento

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Sul nuovo numero di Left Avvenimenti ho avuto la ventura di occuparmi di una questione cruciale per la possibile rinascita della Sinistra. La introduco attingendo dall’attualità di “Quando si pensava in grande”, l’ultimo libro di Rossana Rossanda: “Le idee di Karl Marx e di John Maynard Keynes avevano in comune il riconoscimento di una divergenza totale di interessi tra capitale e lavoro. Marx ne derivava la necessità di una rivoluzione e Lenin l’aveva realizzata, unitamente ad altre motivazioni (“pace e terra”) nel corso della Grande guerra, mentre dopo il secondo conflitto mondiale, e certo anche in conseguenza della forza dell’Urss, Keynes proponeva un compromesso tra le due parti sociali con una mediazione dello Stato (…) Certo sono sotto la sua egida i Paesi che gli Usa devono aiutare nella ricostruzione dell’Europa, e questa si accompagna a una crescita politica e sindacale della sinistra, che preoccupa le cancellerie occidentali più che la minaccia, mai realmente consistente, di un’espansione territoriale sovietica”.

La prima pagina di Left è dedicata a Keynes (con approfondimenti degli economisti Guido Iodice e Giacomo Bracci), i miei due lavori sono un’intervista a James Galbraith, consigliere di Barack Obama e Yanis Varoufakis, e un articolo sulla funzione storica di Martin Schulz, guardiano delle tecnocrazie che incarna la lunga involuzione della socialdemocrazia europea. Secondo la logica della governamentalità liberale il capitalismo finanziario apolide adopera unione monetaria, patti di stabilità e prestiti per imporre tagli sociali, tasse e privatizzazioni. Il fronte che vi si oppone da sinistra ora si sta allargando dopo l’affermazione di Syriza e la crescita di Podemos in Spagna. Ben si comprende dunque come la richiesta di dimissioni di Schulz avanzata da 9 europarlamentari di Gue/Ngl assuma un valore intrinseco al di là della parzialità del presidente. Allo stesso modo, ai fini di una rinascita della Sinistra, sono da prendere in considerazione gli sforzi di chi all’interno della socialdemocrazia europea cerca di rimettere al centro la Politica.  A questo punto ritengo utile una breve riflessione su Massimo D’Alema, uno dei pochi leader nazionali a non essere transitato per banche d’affari del calibro di Goldman Sachs, nelle cui fila si sono distinti Prodi, Draghi, Monti, Gianni Letta e Claudio Costamagna, a cui Renzi ha affidato la Cassa depositi e prestiti (https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/914569461922795/?type=1&theater). Come i lettori di questo blog sanno, ne “I Panni sporchi della sinistra” indagai e descrissi interessi e gesta di alcuni personaggi che hanno collaborato con il presidente di ItalianiEuropei, peraltro portando alla luce fatti incredibilmente sconosciuti: ad esempio il legame tra l’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano e il boss della Sacra Corona Unita Rosario Padovano. Continuo anche a sostenere, come nel libro pubblicato da Chiarelettere, che D’Alema abbia compiuto scelte discutibili nel merito progettuale e nella tattica politica, mentre la sua onestà fattuale e intellettuale non è mai stata in discussione. Ciò malgrado le sparate telefoniche di Nicola Latorre o le autocollocazioni nell’orbita dalemiana di alcuni soggetti coinvolti in inchieste giudiziarie. La premessa è d’obbligo per chi ritiene erroneamente il giornalismo una prosecuzione della politica con altri mezzi, fatta di tifoserie per convenienza o convinzione ideologica, dunque sintetizzabile nelle sdrucciolevole categoria della coerenza rispetto a giudizi personali che invece si vanno formando e calibrando nel tempo. Nel mestiere di scrivere, e nella vita, la verità assoluta non esiste, almeno per coloro i quali la conoscenza non aderisce ad un episteme dogmatico ma si coglie sull’albero delle continue scoperte, nel quale i frutti sono la conferma o la contraddizione dei passi precedenti. La verità è sperimentale e in continuo superamento attraverso l’empirico sperimentale (induttivo non universale) stratificato per tentativi anche coraggiosi di genere abduttivo, teorie e prassi assumono un valore in relazione alla sostanza e non alla persona che le ha elaborate. La capacità di incidere di D’Alema è oggettiva e risalta nel mare magnum della vacua retorica conformista che è la cifra del post-moderno. Le analisi sono andate dispiegandosi dalla “svolta keynesiana” https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/11/29/dalema-svolta-keynesiana-fuori-tempo-massimo/ al recente intervento con cui ha definito il piano di prestiti della troika alla Grecia un “favore alle banche creditrici” denunciando il rischio di una “compressione di salari, consumi e diritti dei lavoratori” qualora l’Unione monetaria non si dotasse di nuovi meccanismi. Di questi temi cruciali è scevro il dibattito pubblico, sarei felice di essere confutato dalla realtà ma fino ad oggi tv e quotidiani si sono concentrati su scontri di stampo personale, nazionalistico, estetico e morale. Certamente non manca chi propugna l’edificazione di una nuova Unione monetaria denunciando il “tradimento” del progetto originario, ma sulle orme del non plus ultra Eugenio Scalfari il progetto degli aspiranti architetti resta generico e superficiale. L’eccezione è rappresentata da Michele Salvati e dal suo esplicito coming out attraverso il quale ha auspicato una guida continentale autorevole che possa imporre, e non più solo consigliare come nel caso della Grecia (sic), tagli sociali: http://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2015/07/la-lezione-greca-credere-nei-consigli-arrivati-da-bruxelles-salvati.pdf
Questi argomenti li trovate sul numero in edicola di Left Avvenimenti e nell’intervista concessa oggi da Massimo D’Alema a L’Unità. Nel dialogo sul giornale fondato da Antonio Gramsci, colui che ne fu il direttore evoca l’eurocomunismo del suo maestro, Enrico Berlinguer, per delineare un giudizio positivo sull’operato di Alexis Tsipras: il presidente del Consiglio greco, secondo D’Alema, possiede una matrice “eurocomunista”. Rispondendo ad un quesito sulle risposte nazionaliste dei paesi più poveri, spiega: “Il cittadino ha già difficoltà a incidere sulle scelte del proprio comune, figuriamoci su quelle europee, viste e sentite come lontanissime. Il punto dunque sta proprio lì. Nella necessità di un processo di integrazione a cui dare un’anima. C’è bisogno  di grandi soggetti politici che se ne facciano portatori, che in modo non retorico incarnino questa idea della democrazia che rompa i confini nazionali”. L’intervistatore insiste con quattro domande che sembrano cercare una legittimazione della linea di Martin Schulz:”Il socialismo europeo aveva imposto il tema della crescita in maniera molto chiara”. L’ex segretario dei Ds risponde che “se ne discute da mesi, ma ancora non si sa con chiarezza come sarà finanziato il piano Juncker“. In seguito ribadisce:”Non possiamo andare avanti così, senza un forte potere Politico, un’area dell’Euro in cui si realizzi una progressiva armonizzazione delle politiche fiscali e sociali, condizioni di competività alla pari, meccanismi di trasferimento di risorse dalle aree più ricche a quelle più deboli”. Sul perchè sia mancata l’azione politica D’Alema chiarisce: “Dovete rivolgere la domanda al leader del Pse, non a me”. Di questo aspetto fondamentale ci occupiamo su Left. La socialdemocrazia europea saprà rinascere con la propria Weltanshauung? Schulz incarna l’involuzione della sinistra europea, il Caronte che ha saputo consolidare la terza via di Blair, Clinton e Scrhoeder nelle alleanze di governo con i conservatori secondo la rotta di un simbolico meridiano di Greenwich: Ue, Germania e Italia. Nell’intervista transoceanica invece James Galbraith descrive i disastri della troika che rifiuta di «riconoscere i fallimenti precedenti» e cerca di «distruggere il governo greco eletto». A suo avviso anche un accordo migliorativo sul debito non basterebbe, per la crescita economica e sociale è necessario costruire un’Unione europea che possa sviluppare investimenti pubblici e inserisca nuovi meccanismi di protezione sociale. Buona lettura

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“Mafia Capitale” tre anni dopo il caso Emilia. Intervista al Corriere del Ticino

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Sui legami tra mafia e politica il giornalista d’inchiesta Stefano Santachiara aveva indagato nel 2011 in Emilia Romagna scoprendo complicità tra politici locali e crimine organizzato. Gli abbiamo rivolto alcune domande sull’allarmante fenomeno.

In questi giorni si parla molto sui media italiani dell’inchiesta Mafia Capitale. Ebbero la stessa eco le indagini condotte un paio di anni fa in Emilia Romagna, di cui lei aveva riferito ampiamente?

No, malgrado gli ingredienti per un “romanzo criminale” ci fossero tutti: la mafia più ricca per giro d’affari e pericolosa militarmente, la ‘Ndrangheta calabrese, il legame con il Pd sull’Appennino emiliano, cioè nella regione più avanzata socialmente, le lottizzazioni immobiliari nelle mani di cooperative accusate di abusi edilizi, gli appalti milionari di stadi e scuole affidati in project financing a società riconducibili ad un boss della Piana di Gioia Tauro, imputato anche per incendi dolosi, estorsioni e per l’invio di teste di capretto mozzate a imprenditori rivali. Sì, proprio come l’intimidazione con la testa di cavallo resa celebre dal film “Il padrino”. La stampa locale è stata costretta a riprendere gli scoop di allora, nel 2011, poi silenzio tombale; quella nazionale, tranne la trasmissione Report, ha continuato a ignorare la vicenda. Eppure, rispetto alle collusioni mafiose con esponenti del centrodestra democristiano e poi berlusconiano, quella del PD di governo al nord era una novità assoluta.

Alcuni dirigenti locali del PD non uscirono bene da quelle indagini. Il partito come reagì?

La politica ha finto di non capire, minimizzando il fatto che il sindaco di Serramazzoni Luigi Ralenti, di area renziana, incontrasse l’ex soggiornante obbligato Rocco Baglio, già condannato negli anni ’90 per bancarotta e detenzione di mitra, e gli assegnasse importanti opere edili. Le accuse per l’amministratore sono di corruzione e turbativa d’asta, il processo è in corso ma comportamenti simili non sono stati stigmatizzati dalla politica, neppure quando il Comune nel 2012 è stato commissariato dopo nuove indagini sulla nuova Giunta.

Quale difficoltà ha incontrato indagando sulle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna?

Gli ostacoli sono l’ omertà dettata dalla paura e le carenze di comprensione del fenomeno mafioso, anche da parte di magistrati e colleghi. Quando nel 2011 le indagini della pm di Modena Claudia Natalini hanno scoperchiato il Sacco di Serra non ha potuto contestare l’aggravante dell’articolo 7 perchè la Direzione distrettuale di Bologna, competente in materia, decise di non considerare metodo mafioso quello degli incendi dolosi e l’invio della testa di capretto. In seguito è stata la Direzione nazionale antimafia a legittimare il lavoro della dottoressa chiedendo la sorveglianza speciale per il boss. Purtroppo c’è stato persino chi, come il collega Giovanni Tizian, ha dichiarato che Baglio ormai “si era smarcato” dal mondo malavitoso. Eppure gli esperti di mafia sanno che le cosche, a meno di pentimenti, sono per sempre.

A quando risalgono i primi segnali dell’infiltrazione mafiosa nel nord Italia, e quali elementi le hanno facilitate?

Le infiltrazioni sono state agevolate dall’istituto del soggiorno obbligato, con il quale lo Stato spediva capimafia nel settentrione nell’errata convinzione che lontani dai feudi avrebbero reciso le radici con l’organizzazione criminale. Le motivazioni sono però strutturali, i mafiosi non sono stati sconfitti come i briganti perchè oltre ai traffici d’armi, droga e quant’altro crimine, rappresentano un’ economia sommersa legata a parti del mondo imprenditoriale e istituzionale. Le mafie, la cui presenza è riscontrata già nell’800 durante la spedizione dei Mille di Garibaldi in Sicilia e a Napoli, sono uno strumento d’ordine ideale. Ad esempio i campieri dei latifondi, come i caporali di oggi, furono “Importati” anche negli Stati Uniti perchè ottimi repressori delle rivendicazioni salariali e sociali dei lavoratori

I partiti e le istituzioni si sono muniti degli adeguati antidoti?

Gli strumenti legislativi sono insufficienti, basti pensare all’autoriciclaggio che ha approvato prima di noi la Repubblica di San Marino, alla depenalizzazione del falso in bilancio, alle pene irrisorie per reati-spia come gli incendi, gli abusi edilizi e relativi al traffico di rifiuti. I problemi però sono innanzitutto operativi e culturali: troppi beni confiscati ai boss non vengono assegnati, le ex imprese mafiose chiudono e queste sono sconfitte dello Stato, che in linea generale dovrebbe riappropriarsi del suo ruolo di propulsore nell’economia, anche appunto gestendo direttamente società, banche, immobili. La Regione Toscana di recente ha approvato una norma per assegnare ad alloggi popolari gli immobili sottratti al giogo mafioso: mi pare un’ottima risposta!

Le indagini di Roma secondo lei cosa stanno portando a galla?

E’ la punta di un iceberg di un mondo ramificato e in parte già noto. Vedremo se reggerà l’accusa di mafia contestata agli autoctoni, basata sulla disponibilità di armi del gruppo ruotante attorno al terrorista dei Nar Massimo Carminati e sulla spartizione degli appalti tipica di mafia siciliana, ‘Ndrangheta e camorra. Anche Salvatore Buzzi, fondatore della cooperativa 29 giugno e gestore delle attività economiche di “Mafia Capitale”, era stato condannato per omicidio a 24 anni di carcere ma è stato graziato nel 1994 dal presidente della Repubblica Scalfaro.

(Osvaldo Migotto, caporedattore del Corriere del Ticino)
12 dicembre 2014

Potere, sinistra e media: la “shock disinformation” che sdogana il peggiorismo

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Coloro i quali, per formazione culturale o predispozione, non appartengono alla categoria degli economisti che primeggiano nei media generalisti, nelle università e nei consessi esclusivi – talvolta contemporaneamente – potranno rilevare la particolare natura dei progetti di Matteo Renzi e le sofisticate tecniche di comunicazione di massa con cui si stanno dispiegando. Non possedendo il completo ventaglio di elementi per una valutazione approfondita delle infinite variabili insite nelle politiche economiche e monetarie, consiglio la lettura di studiosi di ogni orientamento per accrescere la propria consapevolezza. Credo però che ognuno debba infischiarsene della conditio sine qua non degli addetti ai lavori e possa contribuire al dibattito condividendo il proprio patrimonio di competenze, siano essere storiche, giuridiche, scientifiche o umanistiche. Sotto l’aspetto dell’informazione il veteroblairismo del giovine premier, terzo esemplare della tecnocrazia priva di legittimazione elettorale, è abilmente occultato sotto una miscela pirotecnica di annunci, finte provocazioni, specchietti per le allodole. Soltanto analizzando questa sfera fondamentale è possibile sviluppare un ragionamento compiuto sul vero obbiettivo di questa nuova generazione della politica con la p minuscola, la cui debolezza rispetto al potere economico affonda le radici nella mutazione antropologica e culturale, oltrechè di etica civile, della sinistra italiana. Cercheremo dunque di far emergere l’inaccessibile chiave di volta di tale strategia multilevel “light, ordinary and shock disinformation”, propedeutica allo “sdoganamento del peggiorismo”. Con la seconda locuzione intendo riferirmi al pensiero di Achille Occhetto, che di recente ha descritto l’attuale Pd come l’alchimia tra il “peggio delle tradizioni della Dc e del Pci”.
Il filosofo Salvatore Veca coniò il termine migliorista per descrivere la corrente comunista che non cercava di abbattere il capitalismo con la violenza ma di migliorarlo, quella di Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano, un’area che negli anni ’80, al contrario, ha esemplificato la degenerazione morale della sinistra: collaterale al corrotto Psi di Craxi, finanziata tramite il settimanale Il Moderno dalle società del piduista Berlusconi. Lo scopo che si prefiggevano ontologicamente i miglioristi si era invece realizzato nel periodo di massimo sviluppo economico del Paese, negli anni ’70, in virtù del compromesso storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, ma prima ancora per effetto della leale collaborazione tra il predecessore Luigi Longo e il presidente dell’Eni Enrico Mattei, vero pioniere della pubblica innovazione e della crescita sistemica nazionale. Tra molte ombre e vizi endemici (clientelismo, familismo amorale, malaffare e sprechi a livello politico-amministrativo) lo Stato italiano seppe declinare in senso progressista la propria rivoluzione industriale, sospinto da diverse istanze, soprattutto la presa di coscienza giovanile nel 1968 e la crescita elettorale del Pci. In questo senso ci soccorre la ricostruzione di Noam Chomsky in Sistemi di potere (Ponte alle Grazie, 2013), nella misura in cui, secondo il linguista e politologo americano, le spinte endogene delle forze migliori della società favorirono il New Deal di Roosevelt. Malgrado le differenze di condizioni economiche e storico-culturali di un popolo che ha conosciuto tardive unificazione, alfabetizzazione e democratizzazione, nell’ Italia del boom hanno avuto un ruolo analogo le forze sindacali, il movimentismo studentesco, il femminismo, i partiti di sinistra e alcuni intellettuali d’avanguardia. Il risultato di questo combinato disposto con la nuova coscienza delle classi lavoratrici, solidificatosi non senza difficili mediazioni tra i diversi strati della politica e dell’imprenditoria illuminata, è stato appunto il progresso sociale: l’obbligo scolastico fino a 14 anni, i diritti civili, il Servizio sanitario nazionale, l’evoluzione del Diritto finalmente depurato da disparità di genere, lo Statuto dei lavoratori e la Scala mobile, il meccanismo di automatico adeguamento dei salari all’inflazione abbattuto dal Pentapartito dei governi Craxi e Amato, che ora il presidente Usa Barack Obama sta introducendo in alcune categorie del pubblico impiego. Il sistema italiano di tutele, in vigore nelle nazioni più progredite, si inserisce nel solco costituzionale dei diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione qualificata e all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Non a caso incarna il male assoluto per le forze delle reazione, non solo in ambito culturale e dunque di stampo clerico-fascista, ma soprattutto per il potere economico-finanziario. Lo scatto in avanti per il bene comune assume ancor più valore nel contesto storico in cui è maturato: l’emancipazione dell’Europa dallo strapotere degli Stati Uniti, tornati al 25% della ricchezza mondiale come negli anni ’20, e dunque indotti dal governo Nixon a svincolare le riserve auree dall’emissione del dollaro, il cui valore era legato fino al 1971 a quello dell’oro, e nei due anni successivi ad un rapporto di cambio fisso con tutte le valute mondiali; nella sfera geopolitica il gendarme del mondo, reduce da insuccessi politici e militari a Cuba e in Vietnam, fresco complice del golpe de estado del generale Augusto Pinochet in Cile, osservava con crescente preoccupazione, come d’altra parte l’Unione sovietica, l’anomalia italiana condizionata dall’unico partito “comunista democratico” che viaggiava oltre il 30% dei consensi, nel crocevia mediterraneo tra i blocchi della guerra fredda anche per lo snodo con il mondo arabo. Dal 1969 il nostro Paese è stato ostaggio della strategia della tensione, di terrorismi e mafie legati anche a poteri politico-istituzionali-militari dalle origini indefinite, opportunamente dimenticati dalla grande stampa che li banalizza ancora sbrigativamente come “deviati” (consiglio la lettura dei libri di Paolo Cucchiarelli “La strage di piazza Fontana” e di Stefania Limiti “Il doppio livello”), dunque è incapace di restituire giustizia e verità alle sue vittime. Per comprendere i meccanismi di selezione della classe dirigente italiana valga un esempio per tutti. Giorgio Napolitano fu accreditato come primo dirigente del Pci a tenere university lectures negli Stati Uniti, il viaggio fu concordato nel febbraio 1978 e si svolse durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro. Al netto di quello che la nuova verità giudiziaria potrà accertare e delle dichiarazioni su presunte responsabilità dei defunti Andreotti e Cossiga da parte del giudice Ferdinando Imposimato che si era occupato del caso, si può concordare che ci trovammo nella condizione di un vero e proprio colpo di Stato, dopo diversi altri falliti o inscenati per indurre i governi a svolte autoritarie. Il rapimento del presidente della Dc che già era scampato 4 anni prima alla strage del treno Italicus per un provvidenziale contrattempo, è stato eseguito dalle Brigate Rosse con una “geometrica potenza” tale da venire considerata dagli osservatori come parte di un piano noto alle Intelligence di mezzo mondo, quantomeno non ostacolato a livelli molto più alti. A ‘Re Giorgio’ non si può imputare null’altro che una questione di opportunità per la scelta, fortemente simbolica, di non rientrare in Italia in quei giorni terribili. Di certo la sua ascesa è inarrestabile: da ex burocrate favorevole persino all’invasione dell’Ungheria ad ambasciatore del Pci nel mondo, Napolitano salì alla presidenza della Camera sotto le bombe di Milano e Roma nel biennio nero della trattativa Stato-mafia e di Tangentopoli, poi si è trasferito al Viminale nel primo governo Prodi, dichiarando alla vigilia dell’insediamento di non avere alcuna intenzione “di aprire armadi”. Superfluo dunque ricordare, nel due mandati al Colle, le affinità del capo dello Stato con Berlusconi, fenomeno che come ogni raider politico di successo è stato prima sostenuto convintamente dai poteri forti e poi in parte scaricato, e il nodo gordiano delle prassi anomale di King George rispetto alle prerogative costituzionali. Nel 2001 Henry Kissinger confermerà in una pubblica cerimonia quanto i media conoscevano ma hanno sempre ignorato: ”Napolitano is my favourite communist”.
Con la scomparsa di condottieri come Moro e Berlinguer l’involuzione della sinistra, della politica italiana e della società ha subìto un’ impressionante accelerazione. I keynesiani forniscono una chiave di lettura importante sul “divorzio” tra ministero del Tesoro e Bankitalia. Nel 1981, per volere del governatore Carlo Azeglio Ciampi e del ministro Beniamino Andreatta, mentore di Prodi, Enrico Letta e tuttora stella polare di Renzi, la banca centrale non potè più presentarsi come acquirente di prima istanza di Bot e Cct, consentendo agli istituti di credito di stabilire il prezzo del rendimento dei titoli di Stato, ovvero tassi d’interesse favorevoli per i loro bilanci e dannosi per i conti pubblici, in modo esponenziale e permanente. Il mutamento ha prodotto una buona fetta dell’indebitamento dello Stato italiano, soggetto inoltre, sempre per la mancata protezione di Bankitalia, all’assalto degli speculatori stranieri che nel 1992 costrinsero l’Italia a svalutare uscendo dal sistema monetario europeo. La direzione unilateralmente intrapresa, quella della perdita di sovranità monetaria, risale al 1979 con l’adesione acritica allo Sme (ad eccezione di Napolitano, che all’epoca prefigurò il rischio di una regia germanocentrica) e all’Ecu, la moneta virtuale embrione dell’Euro, e passa per apposite riforme strutturali dei governi tecnici e di centrosinistra. Il professor Romano Prodi, tuttora celebrato come salvatore della patria e iconizzato dal leader della minoranza della sedicente sinistra del Pd, Pippo Civati, si era già distinto negli anni ’80 come dominus dell’Iri e manager preposto alla cessione di comparti significativi: Italsider fu venduta ai Riva previo creazione di una bad company per scaricare sulla collettività i debiti pregressi dell’acciaieria, l’agroalimentare Sme alla Cir di Carlo De Benedetti, Cirio finì nelle grinfie del finanziere Sergio Cragnotti, la casa automobilistica Alfa Romeo fagocitata dall’onnipotente Fiat. La nuova tornata, due lustri dopo, ha visto il passaggio di Autostrade alla holding della famiglia Benetton, la Telecom controllata prima dalla Ifi degli Agnelli e poi, sotto il governo D’Alema, scalata a debito dai capitani coraggiosi Roberto Colannino e Chicco Gnutti con il concorso esterno del superconsulente Gianni Consorte di Unipol. Si tratta di uno scenario nemmeno immaginabile nelle altre nazioni europee, sia a guida socialista che conservatrice: gli Stati non aderenti all’euro governano l’economia con banche centrali autonome, svalutano la moneta per favorire le esportazioni, sono privi di vincoli rispetto al debito pubblico e al disavanzo annuale, che sempre secondo i keynesiani rappresenta un fattore di salubrità per una comunità. Secondo questa concezione, se il denaro non viene adoperato dai governi per ridurre il deficit ma speso per investimenti cresce la ricchezza privata dei cittadini e delle imprese. All’interno dell’eurozona inoltre nessun governo si è mai sognato di privatizzare asset nazionali. Ancora nel 2007 l’ Italia partoriva nuovi progetti che restano blindati sul tavolo delle riforme auspicabili, l’allora vicesegretario del Pd Enrico Letta difatti invocava la cessione di quote di “Enel, Eni e Finmeccanica”. Persino gli Usa, che pure hanno una concezione anti-solidaristica dell’amministrazione, sono spesso ricorsi al protezionismo con dazi doganali ad hoc, hanno sviluppato politiche economiche statali con la leva della banca centrale e per effetto di una forte vocazione imperialista, sebbene oggi la perfetta macchina militare, a causa dell’indebolimento del dollaro e del debito pubblico nei confronti di Giappone e Cina, non riesca più ad assicurare l’assoluto dominio nelle aree ad alta intensità energetica nel Sudamerica e nel Medio Oriente. La ricerca e l’innovazione promossa dalla Casa Bianca favorisce da sempre le start up incarnando lo spirito non già del miracolo americano ma di qualsiasi realtà evoluta, che concepisce lo Stato come reale timone che alimenta, in costante confronto con la società civile, la propria Weltanschauung, elaborando progetti che possano fornire alternative e competizione vera, antidoto agli oligopoli. Al contrario un Paese senza sovranità monetaria e guida Politica come l’Italia, in balia delle disposizioni cogenti della troika, proseguirà con gli aumenti di imposizione fiscale e i tagli di risorse pubbliche in una spirale che riduce i consumi e le produzioni toccando vette di disoccupazione e pauperismo.
Onde evitare il dibattito vero, ossia fino a che punto la pubblica amministrazione debba spingersi nell’economia, i media autoctoni agitano lo spettro del debito pubblico dimenticando che si tratta di un male comune a potenze come gli Usa e il Giappone, e suggerendo per l’Italia “derubata e colpita al cuore” palliativi da malato terminale. La lotta agli sprechi e all’ evasione fiscale, alla corruzione e alle mafie darebbe certamente risultati tangibili ove ci fosse la volontà politica finora mancata: una efficace gestione dei beni confiscati che troppo spesso ritornano nelle mani dei boss, l’assenza del reato di autoriciclaggio introdotto nelle scorse settimane persino nella Repubblica di San Marino; la corruzione tra privati e il traffico d’influenze previsti dalla legge Severino sono reati non perseguibili poiché con pene da 1 a 3 anni non consentono intercettazioni, il falso in bilancio e l’abuso d’ufficio restano depenalizzati, reati ambientali e abusi edilizi si risolvono con semplici oblazioni, per la frode fiscale non si finisce in carcere neppure se reo-confessi di ruberie miliardarie. Il problema è che questa discussione nell’alveo dell’ indignazione mediatica e delle dichiarazioni d’intenti politiche non ha mai prodotto risultati per evidenti molteplici interessi, non soltanto le collusioni mafiose e le lobby parlamentari di indagati e avvocati, ma per ragioni storiche più profonde: le quattro organizzazioni criminali sono cresciute negli anni grazie a quelle cointeressenze affaristiche e strategiche. Su piani diversi ma con una logica non dissimile, certamente aggravata dalla deriva morale del berlusconismo, è spiegabile l’inerzia della classe politica, talvolta anche dopo l’intervento della magistratura, rispetto agli sperperi (vitalizi d’oro, consulenze dorate, stipendi record) relativi a cricche burocratiche che non sono sottoposte a spoil system, al clientelismo demeritocratico e ai fiumi di denaro legati a fenomeni di corruzione sempre più ingegnerizzati.
Naturalmente è sacrosanto insistere nelle denunce di ogni commistione, immoralità e reato, nell’impegno civico per l’educazione alla legalità, ma da tempo si sarebbero dovute affrontare le ragioni essenziali della crisi italiana. Roberto Saviano ha lanciato la consueta evergreen question per consentire a Renzi di fornire pronte promesse law and order, ma perlomeno non si è spinto oltre. Sul Corriere della Sera del 3 marzo 2014, in un editoriale intitolato “Le cause politiche della descrescita”, Ernesto Galli della Loggia si sofferma su quelle che considera le conseguenze negative molto importanti: ”L’espansione caotica e costosa dello Stato sociale, i sussidi indiscriminati alle imprese, il peggioramento della qualità dell’istruzione e della Pubblica amministrazione a causa di concessioni permissiviste dall’alto e pansindacalismi e agitazioni democraticiste dal basso (…)”.Additare l’eccesso di spesa sociale come causa dell’indebitamento pubblico è un esercizio di disonestà intellettuale se si evita di riferirsi ai fenomeni corruttivi, alle svendite di comparti fondamentali, agli alti tassi d’interesse dei titoli di Stato che le banche private hanno sfruttato dagli anni ’80. E soprattutto alla stretta dei vincoli europei. Basti considerare le conseguenze nefaste del pareggio in bilancio, introdotto in Costituzione nel luglio 2012, in sordina e con voto bipartisan dunque, senza neppure dover manomettere l’articolo 138 della suprema Carta. Si tratta del fiscal compact, che per riportare il debito pubblico italiano al 60% del Pil si manifesta come un cappio al collo da 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi venti. Ergo, volenti o nolenti, i governi non potranno favorire lo sviluppo attraverso riduzioni fiscali del costo del lavoro e incentivi che Confindustria e le altre associazioni di categoria continuano a chiedere, concentrandosi sulla macelleria sociale. In sostanza, la subalternità culturale della classe dirigente italiana, e il centrosinistra mutato antropologicamente più ancora del pregiudicato Berlusconi, continuerà a seguire pedissequamente i diktat della grande finanza che non ha più una sede ma è internazionale. I proclami per l’uscita dall’euro, un pass-through le cui conseguenze negative sui movimenti di capitali e sui salari in relazione al nuovo tasso di cambio sono oggetto di complessi studi scientifici, favoriranno le ali nazionaliste dello scacchiere europeo ma rappresentano vacua retorica. I componenti della troika, ossia Fmi, Commissione Europea e Bce, parimenti al Consiglio d’Europa, sono costituiti da tecnocrati nominati dai governi, personalità di grande competenza ma prive di legittimazione popolare, tuttavia in larga parte appartenenti alle classi dominanti, aristocrazie moderne che si confrontano presso club esclusivi per banchieri, manager, boiardi di Stato, giornalisti selezionatissimi. Nessuno invece spiega che l’unico organo democraticamente eletto, il Parlamento Ue, è privo dei poteri legislativo ed esecutivo.
Torniamo dunque al tema dell’informazione, che fino all’altro ieri non aveva mai pronunciato sulle tv e i giornali nazionali le due parole magiche, “fiscal compact”, mentre oggi c’è grande fibrillazione per il rinnovo, pressochè ininfluente, dell’europarlamento. Negli ultimi anni stampa e Pd lancia (Renzi) in resta hanno avallato i progetti tayloristi dell’ad Fiat Sergio Marchionne e continuato a ripetere ossessivamente la necessità di privatizzare reti strategiche nazionali e locali: con la perdita delle prime si impedirà qualunque policy innovativa e progressista, con gli oligopoli misti delle multiutility si sedimenterà ulteriormente il profitto finanziario in beni e servizi pubblici. Eppure i disastri provocati nell’ossatura della piccola-media impresa e in termini di sperequazioni dei redditi erano visibili molti anni prima della crisi del 2008, fatta coincidere con il crac della Lehman Brothers. Come non notare che l’abolizione dello Steagall act voluta da Bill Clinton aveva eliminato in modo criminogeno la separazione tra banche d’affari e di risparmio, aprendo il varco ai piani d’investimento a rischio che hanno rovinato milioni di risparmiatori nel vortice dei derivati, il moderno gioco d’azzardo su titoli sottostanti? Wolfang Goethe nel 1830, scriveva: ”Vuoi moneta di zecca? Ecco la banca. E se non c’è, basta scavare un po’. Coppe e collane si vendono all’asta e la carta moneta subito ammortizzata fa vergogna all’incredulo che di noi se la ride”(Mefistofele, Faust II). Onde evitare di affrontare il merito delle questioni il mainstream ha propugnato assiomi indimostrati sull’efficienza del capitalismo finanziario, assunti neppure filosofici o ideologici ma psicologici: di fronte al contrarsi di salari, diritti del lavoro, investimenti pubblici in scuola e ricerca, il mercato finanziario sarà grato e dunque si spenderà per la collettività. Neppure Adam Smith era mai giunto a sostenere tanto. Difatti qualificava i mercanti inglesi dell’età vittoriana come i “principali architetti” della politica economica, non certo disinteressati creatori di benessere. Soltanto di recente dunque, di fronte alla protesta popolare per l’impoverimento delle classi medie e all’impegno di soggetti come il M5s e di Tsipras in Grecia, l’agenda mediatica ha concesso piccoli spazi di democrazia partecipata.
L’agenda politica, secondo il parlamentare Pd Corradino Mineo intervistato oggi nella trasmissione “Un giorno da Pecora”, sarà dettata da Matteo Renzi ancora a lungo. Il terzo premier nominato senza passare dalle elezioni né da un dibattito parlamentare che motivasse la sfiducia, possiede quello spago che mancava ai predecessori Monti e Letta invisi all’opinione pubblica: ben congegnate traiettorie mediatiche lo hanno ammantato di nuovismo e decisionismo, nondimeno caricato di una buona dote di alibi preconfezionati (il Ncd di Alfano, le burocrazie eterne, la sinistra interna, ect). Ai fini dell’esito positivo della congiura di palazzo che ha destituito Enrico “stai sereno” Letta, è stata decisivo lo “scoop” nel libro di Frieadman sugli incontri informali di Napolitano per sostituire Berlusconi con Monti nell’estate del 2011. Re Giorgio, che come abbiamo visto è il garante supremo degli interessi dei poteri forti atlantici, vaticani e finanziari, si è orientato come un barometro sulle condizioni meteorologiche favorevoli a Renzi, dischiudendogli le porte di palazzo Chigi dopo una votazione democratica che in altri tempi si sarebbe definita bulgara. Sarà un caso ma la scelta di non indire nuove elezioni dopo la caduta di Berlusconi nel novembre 2011 favorì, oltre al Cavaliere al minimo storico nei sondaggi, lo stesso rampante fiorentino. Il quale ha avuto tutto il tempo di preparare la sua campagna elettorale permanente per le primarie di fine 2012 contro il segretario Bersani, arrivato all’appuntamento con le Politiche del febbraio 2013 con lo scandalo Mps sul groppone. Lo stupore minimizzatorio degli osservatori per il recente endorsement del Fmi al Jobs act di Renzi appare surreale per il risaputo orientamento liberista del premier, in prima fila nell’ostentare deferenza ai sacerdoti dell’austerity mescolati ad elogi ai padri nobili dell’Europa come De Gasperi, Altiero Spinelli e Adenauer. Domenica 2 marzo il “compagno Matteo”, per lanciare “la sfida dell’education e della cultura”, ha citato l’esempio delle banche che “finanziarono gli artisti del Rinascimento”, esempio classico di paleocapitalismo elitario anglossassone. Puro afflato filantropico, amnesia temporanea per il profitto e lo spread tra borghesia finanziaria e ceti disagiati, o riverniciatina d’immagine veteroblairiana che consentirà di rilanciare la tesi tecnocratica dominante del cut-cut-cut per “il bene delle nuove generazioni”? Renzi pronunciato questo discorso in occasione dell’ingresso nel Partito socialista europeo del Pd, descritto da alcuni osservatori più realisti del re come l’ennesima medaglia del sindaco di Firenze. Un eccesso che ha costretto il fondatore del Pds Occhetto a ricordare come il partito fosse entrato nella famiglia socialista europea sotto la sua guida. Altro aspetto significativo è il ringraziamento che Renzi, sedicente rottamatore della vecchia classe dirigente dei Ds, ha inteso tributare pubblicamente a Bersani, D’Alema e Fassino, peraltro già degnamente rappresentati nella direzione del partito e nei ruoli di sottogoverno. Che si tratti di un’abile mossa tattica nei confronti di chi sta evidentemente trattando nuovi posti di potere, poco importa. Questa somma di ragioni induce a ritenere che le supposte richieste renziane di modificare i patti di stabilità, amplificate dagli esegeti bocconiani della prima ora e dai più frizzanti presenzialisti televisivi, non rappresentino altro che banali depistaggi informativi. Nel libro scritto con Ferruccio Pinotti per Chiarelettere, I panni sporchi della sinistra, abbiamo dedicato alcune pagine all’ascesa di Renzi, all’epoca ancora sindaco di Firenze e sfidante di Bersani alla segreteria democratica. Più che sulla variopinta galassia di cantanti, sportivi e scrittori ci siamo concentrati sui sostenitori di peso: il gotha dell’industria e della finanza, compresa la galassia berlusconiana di Giorgio Gori, Flavio Briatore, Fedele Confalonieri. Prima di rendere noti i finanziatori della fondazione Big Bang era stata una cena di autofinanziamento promossa da Davide Serra, golden boy della finanza a lungo all’opposizione nel colosso Generali e ideatore dell’hedge fund Algebris Investments Ltd, a svelare gli aficionados. Alla cena erano presenti imprenditori del calibro di Claudio Costamagna, presidente di Impregilo, Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, banchieri come Flavio Valeri di Deutsche Bank e Carlo Salvatori di Lazard Italia, ex Unipol, Intesa e Unicredit. All’uscita Guido Roberto Vitale, già presidente Lazard, regalò lo screenshot: «Renzi è l’unico uomo di sinistra che non ha letto Marx e per questo è da stimare”. Non abbiamo esitato a rivelare l’occhiuta presenza del potere atlantico per il tramite di Micheal Leeden, falco repubblicano stratega dei servizi segreti, che unisce virtualmente il deus ex machina della politica italiana Giorgio Napolitano e il nuovo predestinato Matteo Renzi. Anche se c’è chi parla di viaggi transoceanici precedenti alla visita privata del sindaco di Firenze alla residenza di Berlusconi ad Arcore, Leeden si sarebbe avvicinato alla galassia renziana tramite il costruttore Marco Carrai, consigliere presso alcune ex municipalizzate che vanta buoni agganci negli Usa e in Israele, oltre che legami con l’Opus Dei. Leeden, presente alla Leopolda, pareva un fantasma per tv e stampa italiane benchè personaggio di una certa fama: trent’anni orsono, lo stimato consulente dei servizi italiani, prima di venire coinvolto (e scagionato) negli scandali Iran-contra e Niger-gate, si interessò dell’individuazione di Napolitano come l’affidabile nella fila del Pci. “I panni sporchi” ha dunque lanciato alcuni sassi nel silente stagno mediatico: scoop come la condanna alla Corte dei conti dello storico tesoriere Ds Ugo Sposetti, notizie confinate nelle cronache locali come il legame tra il luogotenente di D’Alema, l’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano, e il capomafia della Sacra Corona Unita Rosario Padovano, le vicende censurate dei procedimenti trattati da magistrati scomodi come Clementina Forleo e Desireè Digeronimo sono rimasti “pezzi unici”. Eppure sono state vendute svariate migliaia di copie e gruppi di cittadini partecipano con passione alle presentazioni, sia quelle organizzate dagli attivisti del M5S sia ai dibattiti con colleghi come Antonello Cresti del Manifesto, o con l’autore di tre libri su Mps Raffaele Ascheri, o ancora “banditi” che da anni non danno tregua alle cosche come Christian Abbondanza della Casa della legalità. Forse qualche conduttore tv e quotidiano del salotto buono lo avrà sfogliato distrattamente, ad esempio potrebbe non essere stata una coincidenza la scelta del settimanale di Repubblica, Il Venerdì, di dedicare ai rapporti tra Napolitano e il mondo anglosassone la prima pagina del 13 dicembre 2013 Link all’operazione de Il venerdì.
Il meccanismo della shock disinformation è invisibile per effetto di un’oliata dissimulazione posta su tre livelli, vere e proprie ruote dentate sincronizzate: l’occupazione della comunicazione generalista con aspetti sovrastrutturali grazie a decine di figuranti entrati talmente bene nei rispettivi ruoli da rendere perfettamente credibili gli scontri polemici; la censura e, ove questa fosse impossibile, la minimizzazione e la manipolazione delle verità scomode; al terzo livello la shock disinformation. Il piatto centrale al desco dei manovratori del Risiko comunicativo, finalizzato allo sdoganamento del peggiorismo, è il terzo livello. Citiamo ad esempio la polemica di fine 2012 tra il finanziere Davide Serra e l’allora segretario del Pd Bersani, sulla società del primo operante con “base alla Cayman” contrapposta alla nomenklatura che stava boccheggiando con lo scoppio di scandali come Mps. Il quesito che s’insinuava in lettori ed elettori non era facilmente percepibile ma poneva di fatto sulla bilancia due realtà fino a qualche anno fa, a sinistra, incompatibili: sono più abietti i paradisi fiscali, la finanza speculativa, le grandi lobby che scaleranno e poi sosterranno (american trasparency) il partito della fu sinistra o i costi esorbitanti della Casta pubblica, il voluminoso rimborso pubblico ai partiti e ai giornali che infatti Renzi propone di abolire tout court sfruttando le proposte del Movimento 5 Stelle? Lo stesso Serra, quando il mese scorso la Elettrolux ha annunciato l’intenzione di chiudere lo stabilimento friulano se non avesse dimezzato i salari, ha ribadito la concezione classica dei liberisti del capitalismo finanziario globalizzato. In un tweet, poi bacchettato da Gad Lerner, ha legittimato la sparata della multinazionale svedese definendola razionale: “Costo del lavoro per azienda e triplo dopo oneri sociali. Per salvare lavoro deve abbassare 40% stipendi”. Il messaggio della shock disinformation deve essere esplosivo per incrinare i retaggi delle conquiste sociali, anche se è lo stesso concetto che sentiamo ripetere nelle università e nella pubblicistica da un trentennio a questa parte. Privato è bello, anche se la produzione delocalizza, se l’industria si finanziarizza, se l’economia reale si trasferisce da beni e servizi a giochi borsistici e holding transazionali mentre le banche conducono il percorso inverso e perverso: prestando denaro creato dal nulla a famiglie, imprese e Stati realizzano strozzinaggio legalizzato. Quando la real competition, poiché la vera concorrenza nel mercato è fattore positivo, aggrava le condizioni dei “creatori di denaro” ecco subentrare gli aiuti della Bce e degli Stati: dopo il regalo della patrimonializzazione di Bankitalia posseduta da istituti privati che potranno vendere le quote eccedenti il 3%, ora il governatore Ignazio Visco suggerisce di creare una bad bank per rilevare i mutui subprime, i crediti difficilmente esigibili, delle banche private. Non è arduo prevedere che presto sarà la sanità pubblica a venire aggredita. Il sistema economico-finanziario promuove sottili campagne che amplificano i problemi del pubblico e occultano quelli oggettivamente maggiori dei network privati. Le catto-privatizzazioni o esternalizzazioni per interessi endogeni ed esogeni, dalla clinica locale alla multinazionale del farmaco, sono favorite dalla spending review che gli organismi internazionali impongono agli Stati, i quali a loro volta obbligano le Regioni a “razionalizzare” anche il numero dei posti letto. Dunque la difesa della sanità e degli ospedali pubblici da parte di pochi coraggiosi amministratori locali è una battaglia di civiltà.
A questo punto mi ricollego ad una tesi di Pier Paolo Pasolini, la cui visione si è dimostrata anticipatrice e neorealista, nel senso della capacità di rendere intellegibile un dato momento storico. Stiamo parlando di un intellettuale che allora incideva nella carne viva del Potere con i suoi ragionamenti profondi ed emancipati (usurpati ancora oggi, giocoforza senza citazione), scomodo poiché consentiva ai lettori del primo quotidiano italiano di sublimare concetti nobili, intrisi di grande logica e pragmaticità. Ad esempio il poeta, che pure non ha mai risparmiato sacrosanta irriverenza alle falsità clericali, considerava più pericolose le mode fintamente trasgressive e realmente nichiliste, indotte dalla società consumistica. In sostanza le critiche del ribellismo all’ipocrisia (il pubblico pudore che è il dazio pagato dal vizio alla virtù) di sinistra, sindacati o della stessa religione cristiana, in definitiva della struttura che ha idealmente valore pubblico, erano e sono utili alle forze politico-mediatiche capitaliste per inculcare modelli privi di etica civile. E’ ovviamente importante fare emergere malaffare, incoerenze e liturgie insensate per migliorare questi aspetti, gravi ma sovrastrutturali, ma lo è di più progettare una società migliore, classica o/e innovatrice, votata al bene collettivo e ambientale. Invece la geometrica potenza dei poteri forti amplifica mediante le apposite maschere politiche (panem et circenses) quegli aspetti negativi, dovuti alla natura predatoria e meschina dei singoli, con lo scopo malcelato di svilire e delegittimare i principi di uguaglianza e solidarietà da sempre nel mirino. Degli sdoganatori del peggiorismo.

Appalti alla ‘Ndrangheta, rinviati a giudizio ex soggiornante obbligato e sindaco Pd

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Il ras locale del Pd Luigi Ralenti e l’ex soggiornante obbligato di Gioia Tauro Rocco Baglio sono stati rinviati a giudizio con le accuse di corruzione e turbativa d’asta in relazione alla concessione di lavori edili nell’ormai famigerato comune di Serramazzoni. Il gip di Modena Eleonora Pirillo, accogliendo quasi in toto le richieste dell’accusa, ha fissato per il 17 dicembre l’inizio di un maxi-processo che vedrà contrapporsi la Procura e i 9 imputati su presunti appalti irregolari, speculazioni edilizie, incendi dolosi e minacce estorsive. Ma l’inchiesta del pm Claudia Natalini sulla devastazione del dorsale appenninico non si ferma: proprio mentre in tribunale si celebrava l’udienza preliminare gli agenti del Corpo forestale dello Stato hanno posto i sigilli alla scuola materna e all’asilo della frazione di Riccò, costruiti senza una variante al piano regolatore e su un terreno considerato friabile. Il sequestro, che porta all’ iscrizione nel registro degli indagati di Ralenti e dell’ex capo dell’ufficio tecnico Tagliazucchi, rientra in una nuova indagine per abuso edilizio e abuso d’ufficio dopo i procedimenti penali sulle lottizzazioni immobiliari a casa Fenocchi e casa Giacomone.
La vicenda al centro del dibattimento, rivelata dal Fatto Quotidiano e poi oggetto di una puntata di Report, riguarda i progetti di ristrutturazione del polo scolastico e dello stadio di Serra affidati nel 2008, tramite la controllata comunale Serramazzoni Patrimonio, a un’associazione temporanea di imprese che a sua volta ha assegnato la parte edile alla Unione group, intestata alla moglie di Rocco Baglio. L’imprenditore edile calabrese, pregiudicato per detenzione di armi e bancarotta fraudolenta, avrebbe avuto buon gioco nel mettere le mani sugli appalti di Serramazzoni (il solo project financing per il restyling dell’impianto sportivo superava il 1 milione di euro) grazie ad una serie di incontri con Ralenti, primo cittadino dal 2002 al 2012. Secondo l’accusa il do ut des si sarebbe concretizzato nella promessa di vendita di un immobile a prezzi stracciati. Tutti gli imputati negano gli addebiti e si dicono certi di veder riconosciuta la propria innocenza. Rocco Baglio è accusato assieme a Salvatore Guarda e Marcello Limongelli di aver chiesto il pizzo in un night club e di aver incendiato la casa di campagna di Giordano Galli Gibertini, ex calciatore del Modena titolare di un’impresa edile. Secondo le indagini, Gibertini aveva trattato per Baglio e i due sodali l’acquisto di un terreno non andato in porto e si era trattenuto 100.000 euro per la mediazione. Davanti al portone di casa, inoltre, si era visto recapitare una testa di capretto mozzata. Malgrado queste condotte non è stata contestata l’aggravante del metodo mafioso perché la Dda di Bologna, competente in materia, l’aveva respinta a inizio indagine. La polizia giudiziaria tuttavia ha sottolineato come «le metodologie utilizzate dall’organizzazione erano quelle tipiche di stampo ’ndranghetista, particolarmente efficaci e convincenti» e il procuratore di Modena Vito Zincani ha ricordato che questa inchiesta è un unicum in Regione e al nord:”La criminalità organizzata ha fatto un salto di qualità, tessendo rapporti con il tessuto politico (Pd, nda). Cresce il livello di allarme per un sistema che prende di mira soprattutto i piccoli comuni».

Link all’articolo del Fatto Quotidiano

Forleo e Digeronimo, storia di due giudici isolate e nel mirino del “Potere democratico”

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Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta

Per addentrarci in un ragionamento complessivo sui meccanismi censori del Sistema mediatico, in Italia strettamente connesso ai poteri politico ed economico, prendiamo in esame due casi analoghi nel mondo della giustizia.

Forleo e Digeronimo. Intercettazioni Latorre, Consorte, D’Alema

Qui Milano. Forse avrete letto qualcosa, a spizzichi e bocconi, delle minacce e delle ripercussioni professionali subìte da Clementina Forleo, gip di Milano che il 1° agosto 2005 dispose il sequestro di 94 milioni di euro in azioni di Antonveneta, rastrellate da e per conto di Gianpiero Fiorani della Banca Popolare di Lodi, vicino agli ambienti vaticani e di Forza Italia. Nell’ordinanza la giudice sancì il legame con un’altra scalata favorita dal governatore di Bankitalia Antonio Fazio, la prima “rosée” della storia. Le intercettazioni delegate dai pm Eugenio Fusco e Giulia Perrotti fotografavano la partecipazione dei vertici Ds al tentativo di Unipol di fare un sol boccone della Bnl, strappandola ai rivali del Banco di Bilbao. All’epoca i giornali seguirono esaustivamente la vicenda, contestuale all’assalto ad Rcs di un gruppo di immobiliaristi romani guidati dall’odontotecnico Stefano Ricucci, pubblicando le telefonate intercettate tra manager, banchieri e politici. Invece pochi sanno cosa è successo dopo e tutto intorno.
L’ingente somma di denaro strappata ai raider è stata riutilizzata a fini sociali, per la scuola pubblica. Clementina Forleo, da quando è giudice di quel procedimento penale, è stata oggetto di gravi e ripetute intimidazioni, a partire dal preannuncio della morte dei genitori in un incidente stradale. Lo schianto è realmente avvenuto il 25 agosto 2005 ma è stata accertata la causa colposa. Due anni dopo, prima della sua seconda (e ultima) partecipazione al programma Rai di Michele Santoro, Forleo ha ricevuto un proiettile in busta chiusa; nel frattempo è stata denunciata per ingiuria da un tenente dei carabinieri di Brindisi addetto alla sua tutela: per avergli osato chiedere della mancata acquisizione dei tabulati dell’utenza dei genitori, oggetto di telefonate mute prima dell’incidente mortale e colpiti dall’incendio della masseria di famiglia. Non è stata fatta luce neppure sullo strano incidente stradale occorso alla gip il 4 dicembre 2009 mentre rientrava a casa dalla sede di Cremona dove il Csm l’aveva trasferita nel luglio 2008, tanto meno si discute della decisione del Prefetto di Milano di non assegnarle alcuna forma di vigilanza. Si tratta di coincidenze ma la sequenza è oggettivamente inquietante. Solo gli amanti degli archivi hanno conservato i trafiletti relativi alla dura motivazione del Tar che bocciava il trasferimento di Clementina per incompatibilità ambientale, votato a maggioranza bulgara con la sola contrarietà dei membri togati di Magistratura Indipendente. Forleo è iscritta all’Anm ma non ha mai aderito ad alcuna corrente. Il Csm aveva contestato in un primo momento sue dichiarazioni generiche sui poteri forti nel corso della puntata di Annozero, poi si era concentrato su rapporti conflittuali con alcuni colleghi, totalmente estranei dall’attività giurisdizionale.
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No women, no party

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La questione femminile resta un nodo irrisolto nella sinistra italiana. Le ragioni che andremo a sviscerare sono molteplici e complesse ma il dato storico ineludibile è che dopo la stagione delle conquiste sociali e civili non si è realizzato un processo di concreto avvicinamento alla parità di genere nella società e nella politica. Gli stessi eredi del Pci sembrano aver smarrito gran parte di quell’impegno per le donne che ha visto intrecciarsi almeno tre generazioni nei grandi fermenti politico – culturali del Novecento, dal ruolo decisivo delle partigiane nella Resistenza e nell’assemblea costituente ai movimenti femministi, ecologisti e pacificisti.
Sin dalla nascita il Partito Democratico ha introdotto regole che garantiscono un incremento della presenza rosa, ultima delle quali il doppio voto alle primarie del 2012. Le parlamentari della XVII legislatura hanno dunque raggiunto la percentuale del 37,9%. Tuttavia l’applicazione di principi come meritocrazia e pari opportunità, enunciati sovente con ridondante ipocrisia, mal si concilia con la logica delle quote rosa e viene annichilita dal meccanismo che consente al Sistema la vera cooptazione: la legge elettorale meglio nota come Porcellum che ha eliminato il voto di preferenza e affidato al vertice dei partiti la scelta dei candidati da mandare in Parlamento. Naturalmente la selezione delle classi dirigenti non penalizza solo donne ma anche uomini meritevoli. Il Potere in genere, nel settore privato e in quello della pubblica amministrazione, favorisce o al contrario ostacola in modo sofisticato i percorsi personali secondo precisi schemi che rispondono alla propria convenienza, sia essa il mantenimento dello status quo o un riformismo gattopardico. Premesso ciò, resta il fatto che nessuna esponente politica della sinistra italiana ha mai avuto un ruolo apicale come invece avviene regolarmente da anni nel mondo. Nel 2006 le ministre dei Ds nel governo Prodi erano soltanto 3: la dalemiana Livia Turco alla Salute, la veltroniana Giovanna Melandri a Sport e politiche giovanili, l’ex occhettiana Barbara Pollastrini alle Pari opportunità. Nell’esecutivo di Enrico Letta sono rimaste tre dopo le dimissioni dal ministero dello Sport di Josefa Idem in seguito alla scoperta di irregolarità fiscali: dell’area collocabile grossomodo a sinistra troviamo il ministro degli Esteri Emma Bonino , all’Integrazione il medico oculista Cecyle Kyenge e all’Istruzione Maria Chiara Carrozza, ex rettore della scuola Sant’Anna di Pisa dove molti anni prima conseguì il dottorato di ricerca (Diritto delle comunità europee) il giovane Letta.
Per restare solo in Europa il premier della Danimarca è la socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt, in Islanda è Johanna Sigurdardottir, lesbica dichiarata; in Finlandia è stata presidente della Repubblica dal 2000 al 2012 Tarja Kaarina Halonen mentre Mari Kiviniemi era a capo di un governo con 12 donne ministri su 20; in Irlanda negli anni ’90 si sono succedute le presidenti Mary McAleese e Mary Robinson. In Francia non è stata una sorpresa quella di Sègolène Royal, nel 2007 candidata del Psf all’Eliseo contro il vincente Nicolas Sarkozy. Infatti sedici anni prima la socialista Edith Cresson, già ministro dell’Agricoltura e del Commercio estero, fu nominata primo ministro dal presidente della Repubblica François Mitterrand. Nella tradizionalista Spagna il governo Zapatero del 2008 era composto in maggioranza da donne, anche in ministeri chiave: Economia e Finanze per la vicepresidente Elena Salgado Méndez, Sviluppo a Magdalena Álvarez Arza, Scienza e Innovazione a Cristina Garmendia Mendizábal, Sanità e in seguito Esteri per Trinidad Jiménez García-Herrera. Il dicastero dell’Economia è rosa anche in Danimarca, Austria, Finlandia e Lituania. In Inghilterra il sottosegretario all’Europa Caroline Flint si dimise nel 2009 accusando l’allora premier laburista Gordon Brown:”Parecchie che formano il governo, me inclusa, sono state da te trattate come poco più che donne-vetrina. Non voglio più far parte del governo con una responsabilità solo marginale”. Il gesto sarebbe impensabile in Italia, dove pure le ministre sono relegate a ruoli di seconda o terza fascia. Resta esclusivamente maschile, oltre alla presidenza del Consiglio, il motore decisivo per la politica industriale: il ministero dell’Economia. La differenza con le altre democrazie occidentali si conferma notevole all’europarlamento: nel 2009 l’Italia risulta ventiquattresima sui 27 Paesi Ue per rappresentanza femminile a Bruxelles con 17 elette su un totale di 72. E pensare che è stata proprio un’italiana, Lara Comi del Pdl, ad ottenere il riconoscimento del Mep Awards 2012 come migliore deputata nel settore del mercato interno e della protezione dei consumatori. Nel Belpaese su venti Regioni esistono due sole governatrici, in Umbria Catiuscia Marini e in Friuli Venezia Giulia Deborah Serracchiani , la giovane candidata che alle Europee era stata in grado di battere in preferenze Berlusconi senza poi trovare spazio a livello nazionale. Le donne sindaco sono soltanto 884 su 8mila Comuni e un terzo delle giunte non ha neppure un assessore del gentil sesso. Per quanto attiene ai partiti si è già detto della Francia ma anche in Germana il Spd, che punta su Peter Steinbruck nella sfida alla cancelliera Angela Merkel, annovera la vicepresidente del partito Hannelore Kraft, governatrice dell’importante regione della Renania settentrionale-Vestfalia, e la segreteria generale Andrea Nahles. Dal 2012 i Verdi sono guidati da Claudia Roth mentre nel Linke, partito creato da Oscar Lafontaine, prosegue la coabitazione della giovane presidente Katja Kipping con l’esperto Bernd Riexinger. In Italia nessuna donna ha potuto guidare un partito di sinistra ad eccezione di Grazia Francescato, eletta presidente dei Verdi nel 1999 al posto del dimissionario Luigi Manconi, reduce dall’1,8% alle Europee. La forza elettorale e dunque il potere di incidere del partito italiano, con percentuali in media tra il 2 e il 3%, è nettamente inferiore ai Verdi tedeschi che viaggiano sul 15%. In ogni caso Francescato, fondatrice nel 1973 della rivista femminista Effe, scrittrice e presidente del Wwf, diede una spinta innovativa partecipando ai movimenti no global in occasione del vertice del Wto di Seattle, prima del famigerato G8 di Genova del 2001. Soppiantata in un baleno da Alfonso Pecoraro Scanio, è stata ripescata 8 anni dopo per far rinascere gli ambientalisti rimasti fuori dal Parlamento. In seguito Grazia Francescato, che dal 2003 al 2006 è stata contemporaneamente consigliere comunale di Villa San Giovanni in Italia (Reggio Calabria) e portavoce femminile dei Verdi europei, è entrata nel coordinamento nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà.
Il Sistema può contare anche sullo scudo della frammentazione di ruoli e incarichi che impedisce di attribuire specifiche responsabilità, un circolo vizioso che è padre e figlio della società italiana. Le statistiche confermano che le donne, pur ottenendo risultati migliori nelle scuole e sul lavoro, raramente accedono a posti dirigenziali. Il Global Gender Gap Report 2012, rapporto pubblicato dal World Economic Forum che misura il divario tra i sessi in termini di pari opportunità, colloca l’Italia al 80° posto su 134 nazioni prese in esame. In media nel nostro Paese le ragazze laureate sono sessanta su cento, dunque sopra il 58,5 e il 58% di Stati Uniti e Regno Unito. Già nel 1998 superavano i maschi con un rapporto di 56 a 44 per cento. La differenza retributiva è notevole: secondo una rielaborazione del Sole 24 Ore2 sui dati It-Silc (European Statistics on Income and Living Conditions) del 2008 la presenza femminile nel top management era soltanto il 10% e nei consigli di amministrazione delle società quotate il 6%. La legge del luglio 2011 sul terzo di quote rosa obbligatorie nei cda, proposta da Alessia Mosca (Pd) e Lella Golfo (Pdl), perlomeno ha invertito la tendenza. L’anno seguente l’Unione europea ha calcolato una crescita delle consigliere nelle quotate italiane sino all’11%, dato comunque al di sotto della media, pari al 15,8%. Anche la questione morale si interseca con quella femminile: dirigenti, funzionarie e professioniste nei guai con la giustizia sono infinitamente meno rispetto ai pari grado uomini.
Sulle relazioni sociali e professionali esercitano da sempre una fondamentale influenza le tradizioni e la religione nell’ambito del rapporto tra Stato e Vaticano. E’ impresa ardua rivoluzionare il punto di vista di una realtà patriarcale e nepotista che affida al maschio il ruolo di erede e “cacciatore” e alla donna, prevalentemente, quello di angelo del focolare. In Inghilterra, Germania e nei paesi scandinavi, ad esempio, lo Stato supporta in modo incisivo non solo la maternità ma anche la paternità, scelta che è sinonimo di una visione moderna della reciprocità nelle responsabilità familiari. In Italia i provvedimenti concreti latitano in termini di rafforzamento del welfare attraverso offerte di asili nido, servizi alle famiglie, o deducibilità dei costi per baby sitter e badanti. Anzi, il dilagante precariato di contratti a termine o parasubordinati mette a rischio le tutele per la maternità che si davano per acquisite. In forma più o meno latente sopravvivono stereotipi sul timore della gravidanza e sulla minore affidabilità delle lavoratrici, peggio se esteticamente gradevoli, quand’anche sovrastino oggettivamente i colleghi. L’altra faccia della medaglia sono le carriere-lampo in cambio di favori sessuali al capo. Gli stessi fattori sono applicabili ad una politica in cui l’aberrazione berlusconiana, ossia il casting di giovani prive di esperienza selezionate per l’aspetto e le frequentazioni, non viene adeguatamente contrastata. Le manifestazioni in difesa della dignità della donna sono scoppiate soltanto quando i festini con il Bunga Bunga e l’inserimento di ‘favorite’ come Nicole Minetti nei consigli regionali hanno fatto traboccare il vaso della sopportazione. Tuttavia il livello di assuefazione alla cultura consumistica della ‘femmina oggetto’ propinata nel tempo dai media berlusconiani non può essere l’unica spiegazione di una lenta e progressiva involuzione.
L’impegno civile delle donne è storicamente dimostrato dal numero di volontarie che si sono spese per la polis. Ciò malgrado le scarse possibilità di carriera e persino di autonomia, se consideriamo un partito accentratore e tradizionalista come il Pci in cui erano graditi i matrimoni interni alla ‘ecclesia rossa’. Eppure le attiviste hanno lasciato il segno negli anni della contestazione, arrivando a superare la metà più uno degli iscritti nella dotta e rossa Bologna. Nel 2011 le iscritte democratiche sul territorio risultano soltanto il 21% del totale. La spiegazione risiede anche nel disincanto nei confronti di un partito che ha smarrito la propria identità. Nell’eterogeneo Pd convivono posizioni agli antipodi, dalla cattolicissima Rosy Bindi ad Anna Paola Concia, deputata in prima linea per l’estensione dei diritti civili. In questo quadro si avverte l’assenza di spazi politicamente vitali per pioniere in grado di rovesciare la prospettiva. Nel 1968 la anarco-comunista Rossana Rossanda sfidò il Politburo sovietico e l’ancora irregimentato partito italiano denunciando i crimini del socialismo reale e pagando il fio della radiazione. Quel casus belli, parte integrante di un rapporto irrisolto di odio-amore coi compagni, contribuì a orientarli, assieme ai movimenti femministi e ai Radicali, verso importanti conquiste per via referendaria: la legge sul divorzio del 1974 e quella sull’aborto di sette anni dopo. Con il tempo quella partecipazione che rende autentica una democrazia si è progressivamente spenta, come se oltre alla spinta propulsiva del Pci si fossero esaurite anche le lotte per una completa emancipazione. Lidia Menapace, partigiana cattolica, fondatrice del Manifesto e protagonista dei movimenti degli anni ’70, è un esempio della mancata valorizzazione del talento e delle tematiche femminili. Nonostante ripetuti appelli e raccolte di firme, l’intellettuale che insegnava il rigore nell’uso di un linguaggio sessuato e antimilitarista, rimase esclusa per decenni dal Parlamento. Solo nel 2006, a 82 anni, Menapace fu candidata ed eletta con Rifondazione Comunista. Le idee pacifiste le costarono subito la guida della Commissione Difesa al Senato in favore di Sergio De Gregorio, il dipietrista saltato a pagamento sul carro del berlusconismo. Tutt’altro excursus è quello che ha portato la socialista Fernanda Contri a diventare giudice della Corte costituzionale, nominata dal presidente Scalfaro nel 1996. Avvocato civilista, vicinissima a Giuliano Amato, Contri fu segretaria generale sotto la sua presidenza del Consiglio nel periodo delle stragi mafiose. Infatti diciotto anni dopo è stata chiamata a testimoniare dai pm di Caltanissetta su due incontri avvenuti il 22 luglio e il 28 dicembre 1992 tra l’ufficiale del Ros Mario Mori e Vito Ciancimino: ”Non erano ancora stati celebrati i funerali di Paolo (Borsellino, nda) e Mori mi disse che stavano sviluppando importanti investigazioni, precisando che stava incontrando Vito Ciancimino (…) Mori mi confermò che stava incontrando Ciancimino, aggiungendo ‘mi sono fatto un’idea che Ciancimino è il capo o uno dei capi della mafia”. Le capacità della Contri sono unanimemente riconosciute: partecipava a commissioni ministeriali in materia di ordinamento giudiziario, diritto per i minori e di famiglia, è stata ministro degli affari sociali, poi membro laico del Csm in quota Psi e del gruppo di saggi del Consiglio d’Europa sui diritti umani.
La porta sbarrata della stanza dei bottoni nei confronti delle intellettuali progressiste, ambientaliste, laiche – in una parola anticonformiste – ha profonde radici storiche e culturali. In Francia risale al 1791, sull’onda della rivoluzione, la prima dichiarazione dei diritti della donna, in Inghilterra la letteratura vittoriana offrì occasioni significative di emancipazione, anticipatrici dei salotti politici. Il fatto che nel nostro Paese, ancora nel Novecento, fossero rari gli esempi di donne nelle arti e nelle professioni la dice lunga sull’arretratezza della società italiana, dovuta a vari fattori tra cui la povertà e l’analfabetismo diffuso, le differenze linguistiche e la tardiva unificazione. Paradossalmente, pure se emarginate nel Ventennio antidemocratico e ‘machista’, le partigiane nella Resistenza riuscirono a sviluppare le loro potenzialità, rompendo l’abituale isolamento dalla vita pubblica e politica. Gli storici calcolano 30mila donne impegnate come staffette e direttamente nella guerriglia contro i nazifascisti; furono l’àncora di salvezza per la Liberazione e al contempo la linfa per l’affermazione della parità di genere nella Carta Costituzionale, conquistando posti di comando senza doverli chiedere ai compagni. La partigiana Teresa Mattei venne eletta a 25 anni all’Assemblea Costituente nelle fila del Pci per cui ha svolto un ruolo di primo piano nella lotta per i diritti delle donne, fra l’altro ideando la festa dell’8 marzo. Gisella Floreanini nel 1944 fu il commissario per l’assistenza e i collegamenti con le organizzazioni di massa durante i quaranta giorni della Repubblica dell’Ossola (Piemonte), poi presidente del Comitato di Liberazione nazionale di Novara e infine parlamentare del Pci; Camilla Ravera, dirigente dell’Unione Donne Italiane, nel 1982 è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sandro Pertini. La partigiana cattolica Tina Anselmi è stata invece la prima donna ministro, con deleghe al Lavoro e poi alla Sanità a fine anni ’70, autrice di riforme come la legge per le pari opportunità e l’istituzione del Servizio sanitario nazionale. Anselmi, che ha donato alla democrazia italiana il fondamentale lavoro alla guida della Commissione parlamentare sulla loggia massonica P2, è stata candidata nel 1992 a presidente della Repubblica ma senza concrete chances. Anche il nome di Nilde Iotti risuonava velleitariamente nella rosa di aspiranti al Colle. Nella scomoda condizione di compagna clandestina di Palmiro Togliatti, Iotti venne elevata a icona con un perfido sottinteso maschilista che la rendeva inimitabile, dunque irraggiungibile, dalle giovani compagne: membro della Commissione incaricata della stesura della Costituzione, in Parlamento dal dopoguerra per mezzo secolo, primo presidente della Camera dal 1979 al 1992. In quell’anno che segna lo spartiacque con la cosiddetta Seconda Repubblica Nilde Iotti è stata la candidata al Quirinale più votata al quarto, settimo e ottavo scrutinio con un massimo di 256 consensi dei grandi elettori, ma i partiti avevano già deciso che il presidente della Repubblica sarebbe stato Oscar Luigi Scalfaro. Vent’anni dopo lo scranno istituzionale più alto riservato ad una donna di sinistra, nella fattispecie a Laura Boldrini, è di nuovo la terza carica dello Stato. Al di là dei numeri di deputate e senatrici in aumento pesano alcune scelte simboliche. In Calabria, ad esempio, non sono state candidate giovani amministratrici democratiche nel mirino della ‘Ndrangheta: Elisabetta Tripodi, sindaco di Rosarno, e l’ex prima cittadina di Monasterace Maria Carmela Lanzetta, intimidite con incendi dolosi e minacce di morte. L’allora segretario Bersani ha citato ad esempio Lanzetta nella disfida televisiva con Matteo Renzi ma al momento di compilare le liste il Pd non ha trovato posto per nessuna delle amministratrici. Quale miglior simbolo di cambiamento sarebbe stata la candidatura di chi ha sacrificato la propria serenità per difendere il territorio, devastato dall’abusivismo e dalle speculazioni edilizie delle cosche?

Querelopoli, il silenzio regna sovrano

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Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta

Non è retorica sostenere che la legislazione in materia di diffamazione sia un palliativo ai colpi inferti alla libertà di stampa. Il problema è connesso alla generale mancanza di volontà politica (e delle lobby di riferimento) di far funzionare la Giustizia, dunque di invertire la ratio di norme che producono il sovraccarico dei tribunali (l’editoriale di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera). Qui intendo occuparmi degli effetti devastanti che cause penali e civili possono avere sui giornalisti e sulla capitis deminùtio dei lettori, privati di notizie e inchieste di interesse pubblico. Il disegno di legge degli onorevoli Enrico Costa (Pdl) e Walter Verini (Pd), approvato il 2 agosto 2013 dalla Commissione Giustizia e tra pochi giorni in discussione alla Camera, vieta il carcere per i reati di ingiuria e diffamazione a mezzo stampa lasciando la competenza al giudice monocratico. Contemporaneamente però inasprisce le sanzioni pecuniarie: oggi l’articolo 595 del codice penale prevede in caso di condanna una reclusione da 6 mesi a 3 anni o in alternativa una multa non inferiore a 516 euro. La nuova norma introduce una pena pecuniaria sino a 10mila euro, che sale nelle forbice da 20 a 60mila euro se il reato è aggravato dalla consapevolezza dell’atto diffamatorio. Si tratta di una spada di Damocle sui bilanci delle piccole testate in evidente contrasto con la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che da tempo stigmatizza le sanzioni pecuniarie sproporzionate. Per quanto attiene all’informazione sul Web, ultimamente al centro dell’attenzione politica, è stata resa obbligatoria la rettifica per le testate registrate in tribunale, in termini decisamente tranchant per una materia così complessa: entro due giorni, senza commento, a prescindere dalla veridicità delle replica del presunto offeso  (la riflessione di Bruno Saetta sul sito Valigiablu). E pensare che la correzione, se declinata negli interessi di ambo le parti, potrebbe essere lo strumento per ridurre i contenziosi. Ad esempio, il legislatore potrebbe prevedere che la rettifica da parte del cronista, in caso di errore in buonafede, estingua la causa in partenza.
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