Federica Belli, nazionale Calcio a 5: “Il gol più bello è sempre l’assist alla compagna”

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Federica Belli gioca a “calcetto”, come viene ancora impropriamente definito, dall’età di 14 anni. Dalla Sicilia a Milano fino a Montesilvano, ha attraversato la serie A segnando, finora, centodieci gol. In campo, per quanto nel calcio a 5 si giochi in continuo movimento e interscambio, si muove soprattutto sulla fascia laterale. Classe 1992, di origine palermitana, Belli oggi è colonna portante della squadra della provincia di Pescara, fresca vincitrice della Coppa della Divisione in finale contro la Salinis di Margherita di Savoia.  Ma Federica indossa anche la maglia della nazionale, nata soltanto nel 2015 e già insignita di due titoli internazionali: nel giugno 2019 la Woman futsal week in virtù di tre vittorie contro Moldavia, Polonia e Croazia; sei mesi dopo la Freedom cup per via dei successi contro Slovacchia, Repubblica Ceca e, in finale, contro le padrone di casa dell’Ucraina per 4-2. In tale occasione Belli ha siglato il rigore del 3-1, che si traduce nel diciottesimo gol su 30 partite in azzurro futsal.

Le origini della sua passione per il football?

Ho iniziato a sei anni con Alessio, il più grande dei miei fratelli, e con i miei cugini. Alessio mi incoraggiava anche quei pomeriggi dove ci vedevamo con la nostra comitiva del paese a San Martino delle scale, frazione di Monreale, per organizzare partite o tornei. Ti dirò, non c’era molta differenza con i maschi, anzi suggerisco di giocare il più possibile con i ragazzi perché si cresce di più a livello tecnico.

Come mai hai scelto il calcio a 5?

Mi trovavo al primo anno di scuole superiori: ora di educazione fisica, in palestra. Ero lì che giochicchiavo con il pallone assieme ad alcuni compagni, mi vide una ragazza del quinto anno e mi portò a fare il provino nella sua squadra, la Trinakria C5 di Palermo. La prima volta in una squadra femminile, l’unico maschio era il mister. È stato strano.

Poi Cus Palermo, Kick-off Milano e Montesilvano. Quali sono le giocatrici più forti con cui hai giocato?

Per me la “giocatrice forte” aiuta la squadra, una compagna, è a disposizione per il gruppo. Lei era così, non perdeva mai la pazienza, sempre calma, sempre lucida, a differenza mia magari che mi innervosivo subito e spesso! Veniva chiamata “computer” e il suo nome è Sofia Vieira (portoghese, nda). Forse Sofia non è neanche a conoscenza di tutto questo, nel senso che io in campo l’ho sempre osservata parecchio, ho cercato di apprendere molte sue caratteristiche, poi chissà se veramente qualcosa mi è rimasto… (ride) Ho giocato con Debora Vanin (brasiliana), Nona Navarro Saez (spagnola). Lo scorso anno insieme siamo riuscite a portare a “casa” una Coppa Italia con il Kick Off.

Le principali differenze col calcio a 11.

Sotto alcuni aspetti sono due sport simili ma allo stesso tempo hanno concetti e regole differenti. Si nota la differenza tra i giocatori che hanno masticato del futsal e quelli che non ne conoscono neanche l’esistenza. I primi sono più fantasiosi, più propositivi, giocano a testa alta e accarezzano la palla.

Alcuni club come Milan, Sassuolo e Chievo Verona hanno firmato un progetto in cui si impegnano ad insegnare il metodo futsal all’interno degli allenamenti di calcio a 11. Che ne pensi?

Nel campo più piccolo la tecnica è fondamentale. Il futsal è molto utile alla formazione dei giovani calciatori. Soprattutto per quanto riguarda il reparto del centrocampo, la costruzione dal basso e la finalizzazione in contropiede. Nel nostro sport c’è la continua ricerca dei triangoli difensivi e offensivi. Nel calcio a 11 spesso possiamo vedere come la palla gira velocemente quando tre giocatori si posizionano tra le linee difensive. Questo succede sempre nel campo da calcio a 5.

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In cosa consiste l’allenamento futsal?

Il coach cerca di dare tante chiavi di lettura. Nella prima parte della seduta si lavora in modo analitico senza avversario in modo da poter osservare e valutare le varie possibilità da mettere in atto nella partita finale. Un altro aspetto non meno importante è la tecnica individuale perché saltando l’uomo nel duello uno contro uno si crea sempre quella superiorità numerica che, se sfruttata nel migliore dei modi, porta a una finalizzazione positiva. L’individualità deve essere messa al servizio della squadra per far sì che la tecnica collettiva del gruppo sia il punto di forza, In conclusione penso che il futsal sia molto utile per lo sviluppo nel calcio a 11 perché come ho detto prima si riesce a tenere alta l’intensità in un campo più piccolo e si muove più velocemente la palla.

Gli infortuni sono più o meno frequenti?

Gli infortuni nel futsal sono molto frequenti, per questo è fondamentale la prevenzione quotidiana per le articolazioni, soprattutto ginocchia e caviglie. I numerosi cambi di direzione e movimenti di torsione ripetuti sul parquet e nel tempo usurano la cartilagine, ma una buona muscolatura ci aiuta a correggere il peso del nostro corpo.

Le figure professionali che si occupano di prevenzione sono all’altezza?

Nella massima serie ho sempre incontrato staff efficienti che includono figure come quella di dottori fisioterapisti, massaggiatori e preparatori atletici.

Fino a che età si può giocare?

Fondamentale è la cura del proprio corpo. Se il corpo è allenato si può giocare fino ad età avanzata.

L’esperienza in nazionale. Esordio con Roberto Menichelli, oggi le vittorie con la ct Francesca Salvatore.

La nazionale è nata con Menichelli, lui per me è sempre stato un idolo, non lo conoscevo di persona, però lo seguivo con la nazionale maschile. Essere stata allenata da lui per me è stato davvero più che un privilegio. Devo essere sincera, non trovo nessuna differenza ad essere allenata da un uomo piuttosto che da una donna. I concetti e la pratica sono sempre gli stessi…

Il goal più importante lo hai realizzato nella finale della Freedom cup contro l’Ucraina. Il più bello?

Beh, in questo momento ricordo il goal in rovesciata che feci contro una squadra di Castellammare del Golfo, giù in Sicilia. Un campionato regionale, ti direi questo è il più bello da vedere… Ma in realtà io lo vedo sempre all’ultimo secondo della partita. Meglio: il goal più bello per me è riuscire a fare un assist e portare a segno la mia compagna.

 

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Settecasi, l’amazzone che si batte per i diritti: “Noi donne siamo il futuro del calcio”

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La storia di Gabriella Settecasi, siciliana che attualmente gioca in Alto Adige, è paradigmatica di un modo d’intendere il calcio e la vita. Il confronto con l’altro e la capacità di contaminarsi, la tenacia in nome di una grande passione, non importa quanto sottopagata, oscurata, svilita come il calcio femminile di provincia. Se la corsa a ostacoli dell’esistenza fosse narrata con la mitologia, si tratterebbe di un’amazzone: Settacasi cavalca irresistibile lungo la fascia e mira la porta con la precisione di un’arciera; fuori dallo stadio però non dismette l’armatura interiore denunciando ogni ingiustizia ai danni delle ragazze.
Gabriella nasce nel 1991 ad Alessandria della Rocca, nell’Agrigentino, il padre è commerciante, la madre dirigente scolastica. Bambina curiosa e vivace, all’asilo disegna cavalli, quando esce all’aperto segue le partite del fratello maggiore. A soli 5 anni, senza chiedere permesso, va a tirare per la giacca l’allenatore: “Anche io”. Come altre coetanee, Settecasi si dimostra più brava dei maschietti: per due volte è la capocannoniere del torneo misto, rispettivamente con sette e otto marcature, vince trofei come miglior giocatrice. Sennonché in zona, di calcio femminile, non si vede nemmeno l’ombra. I maneggi pure sono lontani, ma il desiderio più grande di Gabriella è di trotterellare sul prato con la palla fra i piedi. Il padre vorrebbe esaudirlo, un giorno lascia il negozio in gestione all’altra figlia e si mette a girare in lungo e in largo per la provincia di Agrigento. Finalmente, a Ribera, scopre una squadra di futsal femminile. “Senza pensarci due volte mi ha iscritto” sorride Settecasi pensando alla famiglia: “Mi hanno sempre sostenuto, accompagnandomi tutte le domeniche per 7 anni alle partite. Anche dopo il trasferimento al nord ci sono sempre stati col cuore, quando possono vengono su a trovarmi e a vedermi giocare. Grazie all’amore che mi hanno dato sono riuscita a rialzarmi da avvenimenti negativi e a tornare in campo più sicura e soprattutto più matura”. La sua prima maturazione tecnica deriva dal cosiddetto “calcetto”, uno sport che ancora oggi molti, con superficialità, considerano minore, un ricettacolo di “pensionati” o di scartati dal Dio pallone. “Nella mia formazione è stato fondamentale il calcio a 5, perchè l’atleta, essendo sempre a contatto con la palla, acquisisce maggiore tecnica e maggiore rapidità nello svolgimento di un’azione. Così, quando ho iniziato a giocare nel calcio 11, ero avanti rispetto alle altre mie compagne”. Gabriella Settecasi vince campionati provinciali, regionali e nazionali con il Ribera, con cui segna fra i 20 e i 25 gol a stagione. La sensazione è che la sua favola possa proseguire all’infinito e contribuire, da Agrigento al resto d’Italia, alla crescita del futsal. Conseguito il diploma tecnico di servizi sociali, tuttavia, la giovane promessa non resiste al richiamo del calcio a 11 accettando l’offerta del Marsala, anche se ciò comporta il trasferimento a 140 chilometri da casa. Sul rettangolo verde viene schierata terzino sinistro per una ragione basica: è l’unica mancina della squadra. Benché la maglia sia la numero 3, la buona corsa e la visione di gioco convincono tutti ad affidarle compiti da ala. Le sue incursioni sulla fascia sono una spina nel fianco costante, dal momento che Settacasi punta e salta l’avversario in scioltezza, trovando lo spazio per quei cross dietro le difese che mandano in difficoltà ogni formazione. E’ la regina dei calci piazzati, comincia dai corner e ben presto acquisisce il diritto a calciare le punizioni. Lega le lunghe crine in una coda, come una valchiria prima del galoppo, scocca tiri che sembrano calibrati con l’arco, dardi fantastici che non si sa donde vengano ma soltanto dove s’incuneano: nel set. Dopo le tre stagioni a Marsala, passato dalla C alla A2, si trasferisce a Palermo, ma la voglia di sperimentare nuove emozioni è troppo forte. “Nel 2012 mi ha contattato il presidente Luca Dalla Torre del Sudtirol Damen e allora ho deciso di intraprendere questo nuovo percorso. Appena arrivata a Bolzano mi sono accorta delle differenze ambientali: lassù le persone sono impassibili, non si fanno conoscere. A livello umano, in generale al nord, dovrebbero aprirsi di più per godersi fino in fondo il calore delle persone che li circondano. Comunque con la Sudtirol Damen mi sono trovata subito bene, ho anche dovuto imparare il tedesco ma ne è valsa la pena. Mi sono detta che l’Alto Adige avrebbe rappresentato il sogno della promozione in serie A e, perché no, di puntare anche alla nazionale”.

 

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La massima serie giunge due anni dopo, nel modo più imprevedibile, ossia in provincia di Catania. Settacasi, che pure era intenzionata a restare in una realtà più organizzata, si tuffa nell’avventura della Acese in B, persuasa delle potenzialità del progetto del presidente Rosario Maugeri. La squadra di Aci Sant’Antonio aveva ben figurato nella stagione precedente, al termine della quale si era piazzata terza nel campionato del centro-Italia dietro Pink Bari e Roma. La nuova arrivata si integra alla perfezione con le compagne, le atlete di esperienza Gioia Masia, Daniela Di Bari e Roberta Giuliano, le giovani promesse Agata Sciacca, Giorgia Foti e Giulia Risina, la regista Jenny Piro e le attaccanti Giusi Bassano, Melania Martinovic e Veronica Privitera, che metterà a segno ben 33 reti. Gabriella sottolinea l’affiatamento del gruppo: “Eravamo proprio unite, dentro e fuori dal campo. Abitavamo quasi tutte nella stessa villa del presidente, ed è stata questa la mossa vincente. Solo tenendo unito un gruppo si ottengono grandi risultati!”. Nel sistema di gioco del tecnico Valerio Caniglia la jolly è Settacasi. In virtù delle molteplici qualità, la numero 3 svolge il ruolo di cursore di fascia, assist-woman e in generale si rivela preziosa nell’equilibrio della squadra, dettando i tempi dei cambi di ritmo. Delle gesta acesi sembra cantare Virgilio nell’Eneide: Intorno a lei scelte compagne stanno: Tulla, Larina vergine e Tarpeia che bronzea squassa le bipenne; italiche che a fregio aveva da se stessa elette la dia Camilla ed a ministre buone per tempo delle pace e della guerra. Tra le “nemiche” nell’arena di gioco, la Roma è la più titolata. Le giallorosse inizialmente sembrano prendere il largo ma l’Acese macina vittorie su vittorie, nel girone di ritorno supera le capitoline facendo registrare un filotto da record: in totale 24 gare vinte su 26, primo posto a 74 punti, ben 13 di distacco sulla Roma. E’ il trionfo pirotecnico delle amazzoni: Allorquando batton del Termodonte le correnti e pugnano con l’armi variopinte o a Ippolita dintorno o alla guerresca Pentesilea che sul suo cocchio torna, e fanno festa coi lunati scudi… [tratto da Virgilio, Eneide, Canto IX, versi 923-944].  La gioia immensa pervade Gabriella a Chieti, città che vuolsi fondata da Achille, l’invincibile acheo, assassino della regina amazzone Pentesilea nella guerra di Troia. E’ il 22 febbraio 2015. Il calcio piazzato di Settecasi, che al secondo minuto trafigge il portiere Nardulli e consegna il primato all’Acese, assume contorni epici. L’atmosfera elettrica attraversa gli spalti e le panchine, tanto che l’allenatore del Chieti sarà espulso, ma è la parabola arcuata e imprevedibile della punizione a rivelare la beffa divina. Il dardo, sospinto da un effetto metacalcistico, s’eleva nell’iperuranio e plana verso l’incrocio finendo per infilarsi in uno spazio angusto, quasi invisibile, fra le mani del portiere e il palo. Come se l’arciera del gol, 3000 anni dopo, avesse vendicato la morte dell’antica regina, scovando l’unico pertugio vulnerabile del Pelide, quel tallone d’aria attraverso il quale la palla si è insinuata in rete.

 

Per Gabriella Settecasi è il gol più importante: “Quella vittoria sofferta per 1-0 ci ha permesso di anticipare la promozione in serie A. Il mister non aveva mai vinto in quel campo ostico e mi ha fatto piacere di avergli regalato questa doppia soddisfazione”. Dopo gli anni d’oro della Jolly Componibili, dell’Orlandia 97 e delle Aquile di Palermo, la provincia di Catania ascende all’Olimpo del calcio. Nel dì di festa l’allenatore Caniglia commenta l’impresa ringraziando gli “innesti mirati” che hanno garantito “una formazione equilibrata in tutti i reparti con alcune individualità di spicco ed altre giovani promesse che in questi anni sono maturate fino a divenire atlete di sicuro affidamento. Il mantenimento della categoria sarà il nostro obiettivo per il prossimo anno”. Il presidente Maugeri promette di organizzare una squadra all’altezza ma le sue parole di una notte di mezza estate sfumano nel grigiore autunnale, al ticchettio di una calcolatrice. Gabriella Settecasi ricorda la mazzata come fosse ieri: “Dopo esserci sudate quella tanto attesa promozione in A, il presidente, quasi a inizio stagione, decide di ritirare la squadra già iscritta al campionato per le troppe spese da affrontare”. Della Sicilia conserva bei ricordi: “Le compagne, le amiche. I tifosi, che con la mia famiglia erano sempre presenti alle partite casalinghe”. E un’amara consapevolezza: “Al sud la realtà del calcio femminile è piuttosto differente rispetto al nord ed in generale il nostro movimento non gode della medesima visibilità. Sicuramente sono stati fatti dei passi in avanti ma ancora, a mio parere, c’è tanto da lavorare per poter arrivare ai livelli di tante squadre italiane”.

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Le offerte fioccano per la terzina speciale, che per un periodo indosserà il 7 e poi la maglia numero 22, in onore della nonna. La sua scelta ricade nuovamente sul Sudtirol Damen, che ha conquistato la massima serie nel girone d’alta Italia. In Alto Adige Settecasi trova lavoro a Vipiteno come operaia nell’azienda del presidente Dalla Torre: si alza presto la mattina, fino alle 16 assembla pezzi per costruire gazebo in un reparto di soli uomini, poi merenda e alle 19 corsa al campo per tre ore di allenamento. In seguito viene assunta al negozio di articoli sportivi Decathlon di Bolzano. Tutte le atlete di provincia, ancorché di valore, percepiscono rimborsi insufficienti, eppure resistono. Per Gabriella l’esordio nella massima serie contro il Mozzanica è il coronamento del sogno: avrà vita breve come la viola del pensiero, fiore privo di profumo come quell’erba di Serie A. Una serie di incidenti sul lavoro fermano la sua cavalcata: “Il momento più brutto è stato l’infortunio al legamento crociato dopo due sole presenze in massima serie. Rientravo da un’altra operazione al ginocchio, mi è crollato il mondo addosso. Non avevo mai pensato di smettere, ma quel terzo infortunio al crociato nel giro di 2 anni mi aveva tolto le forze e l’entusiasmo di andare avanti”. Sospira: “Ho trascorso periodi bui, ricevendo chiamate da tante squadre di A, cito solo il grande Brescia del presidente Cesari che ha giocato la Champions, ma ho dovuto rifiutare perché ero ancora in riabilitazione. Con la forza e la determinazione giusta ho ripreso a calciare quel pallone che tanto mi fa emozionare…”.
Settacasi, l’amazzone che domina la fascia e centra l’angolino, si cura le ferite e indossa l’armatura dell’Unterland Damen, sempre in Alto Adige. A due anni dall’ultimo infortunio riprende a giocare nel campionato nazionale di serie C. “Siamo seconde in classifica e stiamo lottando per poter salire in B come spera il presidente. Non ho perso l’ambizione di puntare sempre in alto e magari qualche soddisfazione ancora potrebbe arrivare…”. Duecentodieci presenze, 30 reti, caterve di assist, il pubblico che si stropiccia gli occhi. “Gli ultimi gol più importanti li ho realizzati contro corazzate come Riozzese, Vittorio Veneto, oggi in B, e Jesina. Ho segnato negli ultimi minuti su punizione regalando gioiose vittorie di misura all’Unterland Damen”.

La calciatrice che più ammiri e quella a cui ti ispiri come modello?

Sicuramente Barbara Bonansea è il mio modello. Avendo lo stesso ruolo, guardando le sue partite, ho imparato movimenti e tocchi di palla che fanno fuori l’avversario. Quella che più ammiro attualmente milita nella Pink Bari in serie A. E’ Jenny Piro, grande esempio di atleta e di vita nello stesso tempo. Giocava già con me ai tempi di Palermo…

Hai disputato altre partite contro i maschi dopo i 12 anni?

Ho giocato con i ragazzi da piccola e la mia tecnica, spesso, era superiore alla loro. Ho rigiocato con i maschi in diverse amichevoli con squadre femminili e in certi casi, ad oggi, la tecnica della donna prevale non solo nell’eleganza e nella creatività di esecuzione, ma anche per lo sviluppo del cervello femminile in sè, che ha una capacità di ascolto maggiore (dovuta all’ippocamo, nda) rispetto a quella degli uomini: la donna apprende cose importanti che l’uomo sottovaluta o crede già di esserne in possesso. Quando si è piccoli, la differenza muscolare non è evidente, ma dopo lo sviluppo la forza fisica di un uomo non è paragonabile a quella della donna, anche perchè le nostra ossa sono più sottili, con una predisposizione maggiore verso gli infortuni.

Le piccole società mettono a disposizione preparatori atletici e fisioterapisti?

Nelle piccole società trovi un/a fisioterapista a disposizione della squadra, ma spesso, e mi dispiace dirlo, non sono all’altezza per recuperare o trattare ragazze sportive. Di preparatori atletici, invece, ce ne sono pochi in giro, e spesso in squadre di categoria inferiore non ce ne sono proprio, sia perchè la mentalità da dilettante non ti fa investire sulla salute delle calciatrici, sia, appunto, per la categoria inferiore stessa che non te lo permette economicamente. Io ho avuto la fortuna di incontrarne uno molto in gamba al Sudtirol: mi ha recuperato dopo 3 operazioni al legamento crociato permettendomi di giocare, ma soprattutto di ambire ancora.

La condizione di dilettante vi lascia senza alcuna copertura sanitaria. A tuo parere si arriverà al professionismo?

Spero il più presto possibile perchè non siamo per niente tutelate e se qualcosa va storto, ti arrangi. Le società se ne lavano le mani, detto chiaro e tondo. Quindi come sempre a lottare saremo noi calciatrici, appassionate di questo sport, cercando di farci notare quando è il momento giusto. Vedi i mondiali disputati in Francia nel 2019, dove molti italiani si sono chiesti: ”Ma perchè le donne giocano a calcio..?!”. Commenti assurdi che sentiamo ancora oggi.Siamo tanto indietro rispetto ad altri nazioni europee, per non parlare degli USA, abbiamo bisogno di più sostegno e più visibilità per raggiungere una parità di diritti con il calcio maschile. Da sempre abbiamo fatto grossi sacrifici, andando a lavorare, ritagliando spazi della nostra giornata per gli allenamenti e le partite domenicali e non. Siamo dilettanti, infatti i nostri campionati iniziano a fine ottobre e se sai giocare al massimo porti a casa 800 euro al mese. Ma ci trattano da professioniste quando ci fanno giocare il 23 dicembre, il 6 gennaio, il 25 aprile…

Cosa dovrebbero fare i club per migliorare la situazione delle calciatrici e favorire l’accesso al calcio delle bambine?

In primis dovrebbero partecipare a formazioni, riunioni, aggiornamenti che si svolgono a Coverciano; introdurre tutte le categorie del femminile, partendo dalle giovanissime fino alla prima squadra, e dovrebbero spingere di più la Federazione ad investire sul calcio femminile, perchè… Noi donne siamo il vero futuro del calcio, un calcio pulito, pieno di passione vera, di fair play, che regala emozioni ad ogni singola persona.

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Fussball/ Frauen Serie C: Unterland Damen – Padova CF, am 14.10.2018 in Kurtinig.